13 giugno – Nuova Legge di Polizia. Quale futuro ci aspetta?

13 giugno – Nuova Legge di Polizia. Quale futuro ci aspetta?

13 giugno – Nuova Legge di Polizia. Quale futuro ci aspetta?
La campagna contro le due iniziativa fa leva su argomenti inesatti facilmente smontabili: l’aumento del prezzo dei prodotti, la diminuzione della produzione, l’aumento dello spreco alimentare.
Partiamo da quest’ultima tesi, secondo la quale l’iniziativa impedirebbe l’uso di sostanze legate alla conservabilità dei prodotti comportando la loro rapida deperibilità. Ebbene, le sostanze che si impiegano per lo stoccaggio dei prodotti, per la pulizia, l’igiene e la conservabilità poco hanno a che fare con i pesticidi che si usano sui campi, unico oggetto delle due votazioni.
Quanto alla produttività agricola che scenderebbe, insieme alla qualità e alla dipendenza dall’importazione: sono leggende.
Come prima cosa è bene sapere che oggi in Svizzera importiamo già metà del cibo che consumiamo. La tesi della diminuzione del rendimento agricolo che si avrebbe non usando pesticidi – e che comporterebbe la dipendenza dall’estero – si basa sul paragone tra agricoltura convenzionale e biologica che, storicamente, comporta circa il 20% di rendimento agricolo in meno (e il termine “rendimento” va inteso come quantità di prodotto raccolto in relazione agli ettari e al tempo). Si innesca così un grande equivoco: l’oggetto delle due iniziative è legato all’uso di pesticidi di sintesi, non all’obbligo di convertirsi al bio (l’agricoltura bio richiede tutta una serie di condizioni severe che vanno ben oltre l’uso dei pesticidi).
Con le due iniziative si chiede semplicemente che l’agricoltura si trasformi per diventare più sostenibile. Il cambiamento è possibile. Già oggi in Svizzera abbiamo colture che non necessitano di pesticidi e che hanno rendimenti comparabili a colture convenzionali: si tratta dei cereali, del frumento in primis, la pianta alimentare più importante al mondo.
Un altro equivoco è quello legato ai prezzi, che aumenterebbero con un’agricoltura senza pesticidi. Anche quest’affermazione si basa su di un errore: le iniziative vogliono intervenire sulla qualità della produzione e i costi di produzione incidono poco sul prezzo finale del prodotto. Esso è determinato in maggior misura dai margini conseguiti dai distributori e dalla catena di trasformazione del cibo.
Anche sul tema prezzo, inoltre, si fa l’errato paragone con i prodotti bio che sono più cari per via dei margini dei distributori – molto più elevati nel bio – e che sono determinati dal mercato, non dal costo di produzione.
Non è trascurabile il fatto che, se l’agricoltura senza pesticidi diventasse più diffusa, avremmo una migliore economia di scala e prezzi più bassi. L’affermazione “il cibo costerà il 50% in più” è dunque basata su premesse sbagliate. Nell’agricoltura senza pesticidi la differenza di prezzo ci sarà, ma verosimilmente sarà di pochi punti percentuali. Lo studio di San Gallo, in base al quale la lobby contadina paventa l’aumento dei prezzi, si basa sulla premessa errata che le iniziative vieteranno tutti i pesticidi, cosa non vera: le iniziative non vieteranno i pesticidi naturali (anche se sintetizzati in laboratorio). Lo studio, inoltre, non considera il margine di 10 anni per l’adeguamento alla nuova legge.
I contrari non considerano come opzioni i benefici che avrà l’agricoltura dall’innovazione tecnologica, che va dalla robotica al telerilevamento (remote sensing), dalla selezione di nuove varietà più performanti alla lotta biologica, all’agroecologia: discipline in cui la Svizzera è piuttosto avanzata e che permettono di evitare i pesticidi. Esistono, ad esempio, robot che funzionano tramite pannelli solari, capaci di riconoscere le malerbe e di eliminarle meccanicamente. Molto efficace è anche la modellistica che permette di individuare le condizioni affinché sfoci una patologia e di intervenire in anticipo, ad esempio con la lotta biologica.
Con il sapere che abbiamo, che possiamo sviluppare ulteriormente e con la forza finanziaria del sistema svizzero possiamo arrivare ad avere un’agricoltura che non si basa più su principi contro natura, ma che si allea alla natura per garantire prodotti sani in quantità adeguata.
Una delle riflessioni che bisognerebbe fare recandosi alle urne è: quanto è importante il cibo per noi? Qual è il prezzo che possiamo continuare a pagare per compromettere la salute e l’ambiente? Fanno riflettere una serie di dati legati al sistema tanto caro a chi è contrario alle due iniziative.
In Svizzera gettiamo circa 1/3 del cibo prodotto. Riducendo questo spreco, assorbiremmo di gran lunga i costi comportati dal mancato uso di pesticidi di sintesi. Inoltre, in media la popolazione svizzera spende solo il 7% del proprio budget annuo in cibo. Due generazioni fa, quando lo spreco di cibo non esisteva, si spendeva il 33%. Nei paesi attorno alla Svizzera il budget per il cibo è del 14%, cioè il doppio rispetto a noi. In Svizzera spendiamo di più per le assicurazioni.
A proposito di assicurazioni. Nel considerare i costi dell’agricoltura convenzionale non si calcolano i costi sanitari ed ecologici – giganteschi e nascosti – che comporta. Quei costi, oggi esternalizzati dall’agricoltura, secondo Avenir Suisse sono di 7.3 miliardi all’anno, di cui da 100 a 500 milioni sono legati alle conseguenze dell’uso dei pesticidi. Addurre i costi dell’agricoltura senza pesticidi quale argomento contro le iniziative è dunque piuttosto paradossale. Come paradossale è che siano i contadini a sostenere il sistema agricolo convenzionale, il quale, negli ultimi 50 anni, ha ridotto la popolazione agricola del 90% proprio a causa di questo sistema produttivo. Sì, se passassero le due iniziative, il mondo contadino convenzionale dovrebbe fare lo sforzo di cambiare abitudini. Ma considerando che l’essere umano coltiva dal neolitico, cioè da 15’000 anni, cambiare un sistema produttivo estremamente dannoso che pratichiamo solo da 70 anni – con conseguenze gravi sul lungo termine – non dovrebbe essere poi così difficile.
13 giugno – Nuova Legge di Polizia. Quale futuro ci aspetta?
“Il Consiglio federale vuole riaprire tutto, ma noi non siamo ancora vaccinati e non vogliamo infettarci”. È una delle frasi che circolavano ieri su Twitter, nell’ambito di un’azione – alla cui organizzazione ho contribuito – con la quale in migliaia di tweet abbiamo chiesto #ProtectTheKids, proteggete i bambini, in polemica con la strategia in tre fasi del Consiglio federale che invece li dimentica, come alcune settimane fa avevo spiegato su Naufraghi/e.
Non è la prima volta che gruppi di cittadini fanno sentire la loro voce su Twitter: a fine marzo, con l’hashtag #NoLiestal, una valanga di messaggi si era contrapposta alle richieste di apertura avanzate in diverse manifestazioni, l’ultima delle quali si era svolta appunto a Liestal (questo il pezzo che avevo scritto).
In tema di Covid, in Svezia si è parlato molto del MEWAS, il Media Watchdog Sweden, nato per “denunciare la disastrosa strategia Covid19 svedese”, come scrive il suo fondatore sul suo profilo Twitter, e finito nell’occhio del ciclone perché accusato di rovinare l’immagine internazionale della Svezia (ne ha scritto l’Irish Times). Nel Regno Unito, invece, The Citizen dicono di voler “tenere le ricevute” per presentare un giorno il conto al governo.
Sempre su Twitter, da poco anche in Svizzera esiste un gruppo che fin dal nome riprende il modello svedese, MEWAS, Media Watchdog of Switzerland. “All’origine della nostra iniziativa – ci spiega il gruppo che lo anima – c’è stato l’annuncio del Consiglio federale di voler adottare la strategia a tre fasi: con la vaccinazione dei più anziani, siamo convinti che i più giovani, non vaccinati, diventeranno un gruppo a rischio, perché tutti possono essere contagiati e soffrire di Long Covid”. Una decisione scioccante, proseguono, tanto più che per gli under 16 non c’erano allora vaccini, di cui i media non parlavano: “Tutto quel che leggevamo era: il Consiglio federale intende riaprire, senza nemmeno dire che il piano era stato in larga misura scritto da Economiesuisse”.
Media Watchdog (e cioè cane da guardia dei media) non è un nome scelto a caso: “Se un anno fa, di fronte a un virus sconosciuto, era comprensibile che i media si limitassero a riprendere le informazioni che c’erano, – spiegano – la maggior parte dei giornalisti non è stata in seguito capace di ritrovare il proprio ruolo, che è quello di porre domande, vigilare sull’operato del governo, investigare, spiegare dati e fatti”. Non solo: troppo spesso, sostengono i nostri interlocutori, “i media svizzeri hanno dato moltissimo spazio a chi contestava le misure in vigore, compresi coloro che credono che si tratti di un complotto e il virus non esiste, mentre non trovavano spazio né chi era d’accordo con le misure né chi riteneva che fossero insufficienti, ad esempio nelle scuole”.
Al di là della critica ai media, il gruppo si è voluto ispirare al MEWA svedese anche perché è convinto che, nella gestione della pandemia, la Svizzera stia appunto seguendo il modello svedese e ascolti più l’economia che non la scienza: “La Svezia ha Tegnell (l’epidemiologo responsabile della politica svedese) che non sa ammettere di aver commesso un errore, noi abbiamo Berset, che ammette solo di avere inizialmente dato troppo retta alla scienza”, riassumono. Ma la scienza – sottolineano – è molto meno divisa di quanto politici e media vogliono farci credere.
Tra gli scopi di MEWA Switzerland vi è quello di informare su aerosol, Long Covid e ruolo dei bambini. “Su questi argomenti l’opinione pubblica si è formata un anno fa – sottolineano – e di conseguenza la maggior parte della cittadinanza crede ancora che i bambini siano immuni dal Covid e che, per non contagiarsi, basti lavarsi le mani e tenere le distanze”. Per correggere queste convinzioni sbagliate – concludono – il ruolo dei media, televisione in primis, è fondamentale.
E, permettetemi, è un compito che su questo blog, con la rubrica #SwissCovidFail, cerco appunto di assolvere.
Immagine di @A_KAGIBARI
13 giugno – Nuova Legge di Polizia. Quale futuro ci aspetta?
Da Singapore
Da quando le domande sull’origine del coronavirus sono riemerse, a colpirmi è stato il tweet di un autorevole analista basato nel sud-est asiatico, che qualche giorno fa ha scritto: “Meno di 1,8 miliardi di vaccinazioni sono state somministrate alle persone in tutto il mondo e stiamo discutendo sulla provenienza del virus? La mancata attenzione rivolta alle vaccinazioni è una responsabilità condivisa più grande, che la colpa alle origini del virus”.
La provenienza di SARS CoV-2 rimane un mistero. Nessuno ha dubbi sull’importanza di raccogliere fatti ed informazioni, considerato il numero di morti e il caos che la pandemia ha creato in tutto il mondo. È imperativo porsi delle domande per capire e prevenire nuove crisi sanitarie e forse è anche umano voler trovare un colpevole.
A marzo, un rapporto basato su uno studio condotto dalla Cina e dall’Organizzazione mondiale della sanità affermava che era “estremamente improbabile” che il virus fosse fuoriuscito da un laboratorio e chiedeva di concentrarsi sull’ipotesi che la malattia fosse trasferita all’uomo attraverso il contatto con un ospite intermedio, molto probabilmente i pipistrelli, portatori di coronavirus.
La missione a Wuhan del gruppo di esperti ha suscitato molte perplessità, a causa delle tante restrizioni imposte da Pechino, tra cui l’assenza di disposizioni per una revisione del laboratorio dell’Istituto di virologia della città, in cui i ricercatori avrebbero trascorso soltanto tre ore.
Il fatto che non si sia ancora identificato l’ospite animale intermedio, è per molti un’altra ragione per cui l’ipotesi dell’incidente di laboratorio non va esclusa. La realtà è che l’identificazione degli ospiti animali nelle precedenti epidemie di coronavirus è stata un processo lungo e difficile da comprendere.
Ricordo le parole di Linfa Wang, ricercatore di fama internazionale basato a Singapore e collaboratore da 17 anni dell’istituto di virologia di Wuhan, quando lo intervistai sulla tempistica della missione dell’OMS. Mi disse che tali operazioni sono importanti, ma è meglio non avere grandi aspettative: “Non importa quando si comincia la missione: è sempre troppo tardi. L’unico mandato di successo è quella che può prevedere l’epidemia. Gli altri arrivano tardi, perché tutto è studiato retro-attivamente”.
Wang stesso partecipò, nel 2003, ad una simile indagine sulle origini della SARS CoV-1. Da allora è stato soprannominato Batman, uomo pipistrello, proprio per la sua profonda conoscenza dei mammiferi volanti. “Nel caso della SARS la nostra missione cominciò 10 mesi dopo l’inizio della crisi e ci vollero altri 18 mesi per accertare che il virus provenisse da un pipistrello. Per il covid-19, si indaga con la pandemia ancora in corso, in luoghi che richiedono la quarantena” mi disse.
In un’intervista televisiva, il ministro degli esteri di Singapore ha sottolineato che ci vuole una “trasparenza estrema” per capire cosa sia successo. Quando la giornalista gli ha chiesto se crede che la Cina sia capace di tale trasparenza, con diplomazia ha risposto che bisogna giudicare, basandosi sui fatti e sulla scienza. Da questa parte del mondo, dove prevale il pragmatismo nelle relazioni con il gigante cinese, diplomazia è un’altra parola usata spesso, perché per scoprire la verità è necessaria anche la cooperazione della Cina.
Il recente ordine di Joe Biden alle agenzie di intelligence, di determinare se il coronavirus abbia avuto origine negli animali o se è il risultato di un incidente di laboratorio, ha inasprito le tensioni tra Washington e Pechino.
Le autorità cinesi hanno accusato l’amministrazione americana di politicizzare la pandemia ed hanno a loro volta sollecitato un’indagine internazionale su strutture simili negli Stati Uniti, in particolare nel laboratorio militare di Fort Detrick, che studia agenti patogeni, come l’Ebola, e che, nel 2019, avrebbe temporaneamente chiuso per problemi di sicurezza.
Malgrado gli ultimi sviluppi, per la maggior parte degli esperti scientifici, la spiegazione più plausibile è che il Covid-19 sia passato all’uomo da un animale, in un evento naturale, ma numerosi politici e media americani stanno spingendo la narrativa secondo cui la Cina nasconde delle informazioni sull’Istituto di virologia di Wuhan, e questo sebbene quando fu Donald Trump a sollevare tali dubbi, venne accusato di promuovere pericolose teorie complottiste.
Le cose sono cambiate quando è emerso, prima dell’annuncio di Biden, che a novembre 2019, tre membri senza nome del personale dell’Istituto di virologia di Wuhan, vennero ricoverati in ospedale con sintomi simili a quelli del coronavirus. Le informazioni relative a queste persone non sono però state ottenute, o finora verificata, da un’agenzia informativa statunitense, e sono state inizialmente esaminate sotto l’amministrazione Trump.
Sotto pressione, il principale infettivologo americano Anthony Fauci ha ora chiesto alla Cina le cartelle cliniche delle persone in questione. Pur avendo ribadito più volte che il coronavirus sia stato trasmesso all’uomo dagli animali, l’assenza di prove convincenti a favore o contro la teoria, ha spinto anche Fauci a sostenere ulteriori indagini.
Linfa Wang si trovava proprio a Wuhan nel gennaio del 2020, quando cominciarono i contagi, ma i primi casi di severa polmonite non lo allarmarono, fino alla conferma della trasmissione umana il 20 gennaio e il blocco della città il 23 gennaio. Annunci ritardati dicono i critici di Pechino, che sono costati molte vite.
“Hanno nascosto le informazioni o hanno ritardato l’annuncio per non creare panico?” continua Wang “Se fossi nella delicata posizione di dover decidere, opterei per una reazione tempestiva e annuncerei che si tratta di trasmissione umana, anche a costo di farlo prematuramente o di perdere il lavoro. Perché nel caso delle malattie infettive, una reazione esagerata costa meno vite dell’inerzia. Ma sono uno scienziato, non un politico”
Wang sostiene che chi ha una profonda comprensione della materia, non può che rifiutare le tesi complottiste in circolazione: “L’unica sequenza genomica che aveva il laboratorio è quella dei pipistrelli, identica per il 96% al virus umano. Affinché la sequenza evolva in COVID-19 ci vogliono 50-100 anni. La probabilità che poi si trasformi in un virus vivo, è pari a zero. Sapendo tutto questo, se pensi che il virus sia fuoriuscito dal laboratorio, dimostramelo. L’istituto di Wuhan si trova in una posizione difficile, perché non può provare di non avere mai avuto il virus. Come puoi dimostrare qualcosa che non è mai esistito?”.
L’istituto di virologia di Wuhan ha forti legami con centri di ricerca negli Stati Uniti, in Francia e in Canada. E sono molti i virologi stranieri che, come Wang, collaborano regolarmente con Wuhan. Fauci è del resto stato accusato di aver sminuito la possibilità dell’incidente, per proteggere la reputazione dell’Istituto nazionale di malattie infettive (NIAID), che ha contribuito a finanziare la ricerca sui pipistrelli a Wuhan. Ora centinaia di sue email sono sotto osservazione.
Tutti elementi che ricordano l’intervento, nel 2003, dell’allora Segretario di Stato americano Colin Powell di fronte alle Nazioni Unite con le prove, poi rivelatesi false, della presenza di armi d distruzione di massa in Iraq nel periodo precedente alla guerra.
La reazione furiosa della Cina convincerà gli scettici che ha qualcosa da nascondere. Aprire le sue porte per ulteriori indagini potrebbe aiutare a non oscurare ulteriormente la sua immagine, già compromessa dai numerosi abusi dei diritti umani, ma è difficile immaginare che Pechino possa cedere a queste logiche.
La sensazione è che non sapremo mai la verità, anche se questo non dovrebbe fermarne la ricerca. Nel frattempo dubbi, accuse e controaccuse continueranno a dominare la politica in un momento in cui il mondo ha bisogno di concentrarsi sul programma di vaccinazione e di prepararsi ad eventuali altre pandemie con maggiore collaborazione ed unità.
13 giugno – Nuova Legge di Polizia. Quale futuro ci aspetta?
Prima della votazione sul divieto di fumo all’interno dei locali pubblici (in Ticino nel 2006), un mondo con i bar senza sigarette sembrava inimmaginabile. Eppure, dopo neanche un mese dalla messa in vigore della legge, ci siamo chiesti perché aver aspettato tanto.
Se le due iniziative contro i pesticidi di sintesi venissero accettate, probabilmente accadrebbe la stessa cosa. Dopo qualche tempo ci chiederemmo: com’è possibile che un paese civile come il nostro abbia potuto sostenere – così a lungo – un’agricoltura che avvelena la natura e l’uomo?
In Svizzera, 1.4 milioni di persone sono giornalmente esposte ad acque di falda inquinate da pesticidi o dai loro residui. Nei corsi d’acqua superficiali troviamo ben 190 sostanze attive, di cui fino a 65 in un solo campione: i valori limite nelle acque superficiali sono massicciamente superati, per mesi, da diversi composti chimici contemporaneamente. Trattandosi di molecole tossiche, hanno effetti gravi sugli ecosistemi e sulla salute umana. Il 95% di questi pesticidi provengono dall’agricoltura, si trovano infatti sul 100% dei suoli agricoli.
Le strategie e le misure fino ad ora attuate dalla Confederazione – che declama in continuazione che “si sta facendo molto” – non hanno dato i risultati attesi e quelle previste per il futuro non promettono di meglio. Al contempo, sul mercato, vengono regolarmente smerciate nuove cosiddette “molecole miracolose” in quanto specifiche per lottare contro malattie e parassiti. Però, nel tempo, esse rivelano regolarmente effetti nefasti sull’ambiente e sulla salute umana. Basti pensare che negli ultimi 15 anni sono stati ritirati dal mercato ben 175 pesticidi diversi, inizialmente approvati.
Il problema, dunque, non risiede solo nelle regole che la Confederazione applica per l’utilizzo dei prodotti, ma ha origine a monte, nel sistema di omologazione dei prodotti da parte dei fabbricanti; sistema che permette a molecole tossiche di restare sul mercato per decenni prima di essere ritirate (si pensi al DDT, all’atrazina, ai neonicotinoidi, al clorotanolil…) con effetti nefasti sulla salute umana e sulla biodiversità. Alcune molecole tossiche, infatti, restano nell’ambiente per decine e decine di anni dopo la loro immissione continuando a esercitare il loro effetto dannoso. A questa criticità si aggiunge il problema che oggi si regolamenta ogni prodotto singolarmente e non si considera l’effetto cocktail dei numerosi pesticidi e dei metaboliti dei pesticidi che si trovano regolarmente nelle acque di falda e negli alimenti. Ad esempio, è possibile che, analizzando le acque, ciascun pesticida sia presente sotto il valore limite di legge, per cui l’acqua viene considerata non problematica. Ma dell’effetto sinergico e combinato sulla salute umana di queste sostanze compresenti poco si sa.
La situazione ambientale in Svizzera non permette di continuare a questa stregua. Un terzo delle specie botaniche sono ormai minacciate di estinzione; il 50% della piante legate agli agroecosistemi sono minacciate; negli ultimi 30 anni la biomassa degli insetti è diminuita del 70%; numerosi uccelli legati ai sistemi agricoli sono estinti o fortemente minacciati.
Quanto alla salute umana, il paradosso è che sono proprio gli agricoltori – in gran parte fortemente contrari alle due iniziative – i primi ad essere esposti agli effetti negativi dei pesticidi. In Francia malattie quali il morbo di Parkinson e diversi tipi di cancro, conseguenza dell’esposizione a questi veleni, sono considerate malattie professionali dell’agricoltura.
13 giugno – Nuova Legge di Polizia. Quale futuro ci aspetta?
“Terrorismo di Stato”: un’espressione che venne proposta, negli “anni di piombo”, da coloro che terroristi lo furono per davvero, nel tentativo di costruire – in una sorta di irricevibile e tragica equivalenza, per loro legittimante – un parallelo tra le loro azioni banalmente criminali, e comportamenti dello Stato in virtù della legislazione emergenziale e della prassi di polizia e di inquirenti.
Tornando ai fatti dell’ex-Macello, e con lieve e un po’ paradossale forzatura, si potrebbe tentare di sussumere i comportamenti dell’autorità politica, direttamente o per il tramite degli organismi di polizia, sotto le (sciagurate, inutili) norme che ci si propone di adottare il prossimo 13 giugno (modifica della Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo).
Partiamo dalle definizioni: Art. 23e cpv. 2 MPT – “Sono considerate attività terroristiche le azioni tendenti a influenzare o a modificare l’ordinamento dello Stato, che si intendono attuare o favorire commettendo o minacciando di commettere gravi reati o propagando paura e timore.”
Ci si potrebbe chiedere se sia da considerarsi “azione terroristica” il fatto di aver commesso violazioni di norme (civilistiche, amministrative, tra le altre) allo scopo di mettere un bavaglio a idee e comportamenti non in linea con il comune sentire, utilizzando ingiustificata e sproporzionata attività poliziesca; cioè se lo sia il fatto di adottare comportamenti che hanno di fatto scardinato, con ruspe e polizia, una delle pietre angolari dello Stato democratico e del suo ordinamento, la libertà di espressione, il rispetto delle altrui convinzioni, oltre che (tramite i posti di blocco) la libertà di manifestare; o, quanto meno, che tali comportamenti non possano essere considerati come basi, nella prassi, per una modifica dell’ordinamento dello Stato in senso non democratico. Si aggiunga a questo la circostanza di aver tentato di giustificare tali atti, tra cui quello – immotivabile – della demolizione di un luogo fisico e di un simbolo dell’alternativa, adombrando pericoli di pubblica sicurezza del tutto inesistenti (per non parlare degli altri risibili pretesti) e tentando così di provocare timore della vasta schiera di noi benpensanti borghesi.
Non so se la sussunzione tra atti e lege ferenda sia possibile, ancorché qualcuno migliore di me potrebbe tentare di legittimarla, o di invalidarla.
Tuttavia, anche se si trattasse di “atto terroristico” ai sensi della legge in votazione, il paradosso sarebbe comunque che a definirlo sarebbe la stessa autorità – la polizia, anche se federale – che sarebbe chiamata a risponderne. Una specie di aporia istituzionale.
A prescindere dal fatto che il monstrum giuridico diventi legge (come sembra sarà, purtroppo), non ho invece molti dubbi che le istituzioni politiche della città abbiano agito in modo assai poco democratico, se per democrazia non si intende una torva dittatura della maggioranza ma un modo di vivere e di governare in cui tutti abbiano – nel rispetto delle leggi, beninteso – diritto di vita e di espressione.
A questo proposito, ho letto in questi giorni pensosi commenti che partono dall’assunto che occorra essere molinari, o loro utili idioti, per poter difendere il diritto all’autogestione di esistere; come se si dovesse essere donne per difendere l’uguaglianza di genere, o stranieri per opporsi alle devianze della legge e della prassi in merito alla politica di asilo, o omosessuali per contrastare i comportamenti omofobi, o italofoni per difendere la lingua italiana. Ebbene, non è così: io e molti di coloro che hanno condiviso la manifestazione di sabato hanno inteso, appunto, essere una sorta di presidio democratico in movimento, manifestare lo sconcerto di fronte agli atti con i quali l’ente pubblico ha agito in modo contrario al patto sociale, che impone apertura, tolleranza, rispetto, solidarietà, al di là di qualsiasi tornaconto o interesse personale. Se questa città, e questo Cantone, sono diventati improvvisamente incapaci di una gestione democratica del potere, il problema istituzionale è evidente; e la politica deve ora assumere quel ruolo, necessario e nobile, che le spetta, cioè quello di rimettere presto le cose a posto.
Le retoriche aperture delle ultime ore non rasserenano di certo, provenienti dagli stessi che furono all’origine del vulnus.
13 giugno – Nuova Legge di Polizia. Quale futuro ci aspetta?
Poter fare il proprio lavoro. E’ quanto rivendica l’ATG, Associazione Ticinese dei Giornalisti. Il sindacato segnala come, da parte di una minoranza di autogestiti, siano stati messi in atto comportamenti ostili e aggressivi per impedire ai cronisti di documentare in particolare lo svolgimento delle manifestazione di sabato. L’Associazione sottolinea che ad agire in modo inaccettabile sono stati pochi individui rispetto alle migliaia di persone partecipanti al corteo; e mette debitamente in rilievo il fatto che, durante alcuni deprecabili fatti, altri esponenti dell’autonomia sono comunque intervenuti, condannando direttamente chi aveva avuto comportamenti inaccettabili. I fatti riferiti dall’ATG sono documentati, e vanno presi sul serio. Se i giornalisti si comportano correttamente, fra l’altro rispettando la volontà di chi non intende rispondere alle loro domande, la stessa correttezza va richiesta nei confronti di chi cerca di raccontare un evento, oltretutto pubblico, col massimo sforzo di obiettività. Nè basta scrivere su un volantino che i giornalisti “non sono benvenuti”, per pretendere che non svolgano il loro lavoro: la stessa logica, ma opposta, di chi considera partigiana “a prescindere” la stampa non allineata. Ognuno potrà poi giudicare quanto riferito dai media, ed eventualmente segnalare affermazioni non veritiere o distorte. La redazione di Naufraghi ritiene che non il conformismo di maniera, ma il semplice rispetto di alcune regole sia indispensabile – al di là delle critiche puntualmente rivolte alle decisioni dell’esecutivo cittadino – anche per aprire il dialogo che ha sempre auspicato.
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Con una lettera datata 21 maggio ma resa nota solo il 4 giugno, Il cardinale tedesco Reinhard Marx (67 anni) ha dunque offerto a papa Francesco le sue dimissioni da arcivescovo di Monaco e Frisinga, carica che ricopre dal novembre 2007. Il pontefice gli ha chiesto di continuare il suo servizio fino a che prenderà una decisione.
Con questo gesto clamoroso, il porporato ha così voluto assumersi “la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni”. Non una dichiarazione di colpa personale, diretta, ma la costatazione di una crisi giunta “a un punto morto – scrive Marx – ma che però potrebbe diventare anche un punto di svolta secondo la mia speranza pasquale”.
Si tratta di un vero e proprio colpo di scena, vista la statura del personaggio, che è tra le maggiori personalità della Chiesa cattolica non solo tedesca. È stato presidente della Conferenza episcopale del suo Paese dal 2014 al 2020 (adesso si capisce meglio perché, a sorpresa, non sollecitò un secondo mandato), è membro del ristretto Consiglio dei cardinali che affiancano il Papa ed è coordinatore del Consiglio per l’economia della Santa Sede. Indubbiamente, è uno dei più ascoltati consiglieri di Francesco.
Con un gesto che gli fa onore, Marx ha voluto assumersi responsabilità che non sono direttamente sue nella grave questione degli abusi sessuali sui minori ad opera del clero e compiere un atto politico nel tentativo di spingere il Papa ad accelerare su alcuni processi messi in atto sia da Francesco sia dal suo predecessore Benedetto XVI che non stanno producendo i frutti sperati.
In effetti, la battaglia dei due pontefici citati – che parte da lontano – fatta da innumerevoli documenti, dall’inasprimento delle sanzioni per i colpevoli e da una grande attenzione verso la prevenzione non sembra aver apportato grandi cambiamenti. Non sono rari i casi di omertà, di copertura di preti pedofili accertati o ancora presenti in diverse parti del mondo, nonostante gli sforzi delle varie Conferenze episcopali: pensiamo ad esempio all’Italia, alla Francia, alla Germania (dove la diocesi di Colonia è stata commissariata), per non parlare dell’America latina. E certe situazioni hanno lambito anche lo stesso Vaticano.
Secondo Marx, un punto di svolta per uscire da questa crisi può essere unicamente quello della via sinodale. Ed è proprio quella che sta vivendo la Chiesa cattolica tedesca, in pieno fermento, che all’inizio del 2020 ha intrapreso un cammino sinodale, organizzato congiuntamente dall’episcopato e dal Comitato centrale dei cattolici (un organismo laico), che dovrebbe durare un paio d’anni. Non mancano i temi caldi scelti per il confronto, come potere e divisione dei poteri nella Chiesa, vita sacerdotale oggi, donne nei servizi e nei ministeri della Chiesa, amore e sessualità. A questo proposito, non è mancato l’altolà del Vaticano (e dello stesso Papa), che ha messo in guardia la Chiesa cattolica tedesca da strappi che potrebbero avere gravi conseguenze. E non sono pochi quelli che temono un vero e proprio scisma.
13 giugno – Nuova Legge di Polizia. Quale futuro ci aspetta?
Alcuni dati certi, fra i tanti poco affidabili sulla quantità dei vaccini finora inoculati o a disposizione (dati OMS): le nazioni ad alto reddito – che comprendono il 15% della popolazione mondiale – hanno ottenuto il 45% dei vaccini prodotti al mondo; invece gli abitanti dei paesi a basso reddito – che insieme contano circa la metà della popolazione del pianeta – hanno beneficiato di appena il 17% delle dosi distribuite, di cui nemmeno il 2% per l’Africa. Un divario abissale. E’ quello che Pascal Lamy, economista francese, ex direttore generale dell’Organizzazione mondiale della salute – ha paventato come potenziale “apartheid vaccinale mondiale” fra Nord e Sud.
Eppure, sottolineava recentemente il Guardian, “mostrare una maggiore solidarietà è nell’interesse degli stessi paesi più ricchi. La maggiore trasmissibilità della variante indiana rischia di far saltare il piano per la riapertura nel Reno Unito. E altre varianti continueranno ad emergere finché ampie porzioni della popolazione mondiale risulteranno non vaccinate”. Ma al di là della propria salvaguardia sanitaria, aggiungeva il quotidiano inglese, “questa è soprattutto una questione morale, perché se i paesi poveri saranno abbandonati a sé stessi, milioni di persone potrebbero morire entro la fine di settembre”.
Per capirlo, non c’è bisogno di essere scienziati. E’ un’ovvietà, chiara anche ai cantori del libero mercato, che tutto dovrebbe affrontare e risolvere, formula magica con cui la narrazione politico-economico prevalente ha impacchettato ogni ragionamento, anche quando la storia dimostrava il contrario. Come nel caso di Covid 19, dove solo la mano pubblica ha potuto fronteggiare i disastri sociali ed economici della pandemia.
Perché, dunque, si sta producendo quella che appunto si profila come una micidiale e auto-lesionistica “apartheid vaccinale” a livello planetario? Una parziale e amara risposta la fornisce il giornale spagnolo El Pais, approfondendo e confermando una questione già sollevata mesi fa dal gruppo di ricercatori “Medicines Law and Policy”, team internazionale di esperti sull’accesso ai farmaci e ai vaccini, che aveva esaminato i contratti fra UE e ditte produttrici del siero. Scoprendo scoperto che: 1. l’Unione Europea ha fin qui prenotato in totale 4,4 miliardi di dosi per i propri cittadini 2. che se le forniture verranno rispettate ogni abitante dei 27 paeesi associati avrebbe a disposizione cinque cicli di vaccinazione completa; 3. che ce ne sarebbe abbastanza per immunizzare una parte consistente dell’umanità e dire davvero addio alla pandemia; 4. ma che i paesi europei non sono liberi di donare o rivendere le dosi avanzate ai paesi rimasti fuori dalla corsa al vaccino, perché, secondo i contratti firmati dall’UE, le aziende produttrici dei vaccini possono porre il veto su ogni esportazione verso paesi extra-europei.
Riassumendo: vi sarebbero clausole confidenziali e segrete che autorizzano le donazioni o le rivendite dei vaccini a nazioni fuori Europa solo con il benestare delle case farmaceutiche. Le quali lo hanno preteso – ha confermato un anonimo rappresentante della Commissione europea – affinché le distribuzioni avvengano ovunque in sicurezza. Eppure è difficile non pensare che queste clausole offrano alle aziende un enorme potere di influenza sul mercato internazionale dei vaccini: un mercato che, per limitarsi a un solo esempio, pronostica in favore di Pfizer vendite per 26 miliardi di dollari per il 2021, e anche di più se l’azienda americana riuscisse a produrre ancora più fiale insieme all’associata tedesca BioNTech. “Le aziende produttrici – ammonisce Andrea Capocci, dell’Università La Sapienza di Roma, in un articolo sul Manifesto – potranno dunque bloccare una donazione se questa confliggerà con le loro strategie commerciali, e determinare così una scarsità artificiale di dosi”. Quindi: “Lasciare che il virus si diffonda in paesi popolosi come l’India, il Brasile o il Sud Africa aumenta il rischio che si sviluppi una variante capace di aggirare i vaccini esistenti. Se ciò accadesse – ed è solo una questione di probabilità, perché il virus subisce in media due mutazioni al mese – i governi sarebbero costretti a una nuova ‘asta’ presso le multinazionali farmaceutiche per aggiudicarsi i richiami vaccinali: per l’umanità sarebbe un incubo, ma gli azionisti delle aziende interessate potrebbero pensarla diversamente”.
Ecco dunque un altro pericoloso paradosso di quanto concesso a Big Pharma dai governi contraenti. Presi dalla comprensibile preoccupazione di ottenere la pozione miracolosa – e a livello di scoperta scientifica e di tempistica la scienza il miracolo lo ha fatto -, ma prigionieri anche della mancanza di cooperazioni e di un’ideologia favorevole agli interessi delle farmaceutiche – i governi europei hanno finanziato con fondi pubblici la ricerca (almeno 10 miliardi di euro) e hanno concesso molto, se non tutto: la segretezza sui contratti, la decisione di modulare i prezzi a proprio piacimento, l’intoccabilità dei brevetti, e persino il controllo su donazioni e vendite da una nazione all’altra. Oltrettutto complicando il programma Covax, cioè l’accordo internazionale per favorire la consegna di vaccini a basso costo ai paesi meno sviluppati.
A proposito: è forse per questo che la Svizzera, dopo aver prenotato e non utilizzato oltre cinque milioni di dosi di Astra Zeneca (di cui rimane ignoto il prezzo pagato) non è riuscita a trasferirle o venderle, come Berna aveva ipotizzato in un primo momento?
13 giugno – Nuova Legge di Polizia. Quale futuro ci aspetta?
