Basta mascherine? Il virus ringrazia!

La richiesta viene dai commercianti al dettaglio (che evidentemente hanno capito ben poco della pandemia) 

Basta mascherine! A chiederlo è Swiss Retail, la federazione svizzera del commercio al dettaglio. Questo perché, in Svizzera, agli inizi di agosto, a tutti gli adulti sarà stata offerta la possibilità di vaccinarsi. Di conseguenza, sostengono i commercianti, “la vita economica e sociale deve essere limitata il meno possibile e il meno a lungo possibile”. Una motivazione che dimostra quanto poco Swiss Retail abbia capito della pandemia.

Non solo perché ignora completamente il fatto che il virus si diffonde per via aerea e le mascherine giocano perciò un ruolo fondamentale (in attesa che sensori di CO2, aerazione e filtri garantiscano anche negli ambienti chiusi un’aria libera dal virus). Avere offerto a tutti gli adulti la possibilità di vaccinarsi, in effetti, serve a poco: non solo perché ci si dimentica dei più giovani, che possono comunque contagiarsi e contagiare (soprattutto con la variante Delta), ma perché per mettere  fine alla pandemia bisogna che oltre l’80 per cento della popolazione sia vaccinato, ed è un traguardo dal quale siamo lontani oggi e lo saremo anche agli inizi di agosto.

Secondo gli ultimi dati dell’UFSP (l’Ufficio federale della sanità pubblica), attualmente a essere vaccinato con le due dosi è poco meno del 40 per cento degli svizzeri, cui si aggiunge un 12 per cento abbondante che ha ricevuto la prima dose. Per raggiungere la soglia che dovrebbe garantire l’immunità di gregge, e quindi la fine della pandemia, manca un trenta per cento circa: che è tanto soprattutto se si considera che da più di un mese il ritmo delle vaccinazioni sta rallentando e nelle ultime settimane la curva si è appiattita, come mostra il grafico dell’UFSP.

Non a caso, nel suo ultimo policy brief, la Task Force insiste sulla necessità di aumentare il ritmo delle vaccinazioni attraverso unità di vaccinazione mobili, orari di vaccinazione flessibili e campagne informative. Queste ultime, soprattutto, sono più che necessarie perché se in parte il calo è probabilmente dovuto alle vacanze, di certo è anche conseguenza dello scetticismo che i vaccini suscitano in una fascia tutt’altro che trascurabile della popolazione.

Agli inizi di aprile, l’Istituto di ricerche di mercato Sotomo aveva pubblicato una  ricerca secondo la quale il 23 per cento degli svizzeri non intendeva farsi vaccinare (assolutamente no il 13 per cento, probabilmente no il 10 per cento, con un 5 per cento di indecisi). Sarebbe interessante avere dati aggiornati, considerato che il tasso di accettazione della vaccinazione anti-Covid è variato sensibilmente sull’arco del tempo, ma se dovessimo basarci su questi dati giocoforza è constatare che nel migliore dei casi riusciremo ad avvicinarci alla soglia dell’80 per cento senza però raggiungerla (in particolare nella Svizzera romanda, dove le risposte negative erano il 30 per cento).

Immunità di gregge a parte, c’è un altro aspetto che dovrebbe preoccupare, come sottolinea Bertrand Kiefer, responsabile della Revue médicale suisse, in un’intervista al sito d’informazione Watson che invito caldamente a leggere: il rischio di assistere a uno scontro tra vaccinati e non vaccinati. “Sono i non vaccinati che affolleranno gli ospedali se ci sarà una nuova ondata”, sottolinea Kiefer, e questo potrebbe causare forti tensioni sociali: “I vaccinati si lamenteranno delle misure che limitano la loro libertà a causa dei non vaccinati e dei costi che essi provocano. E i non vaccinati probabilmente non ammetteranno che a sovraccaricare gli ospedali sono loro perché possono sviluppare una forma grave della malattia”.

È una prospettiva che non può far piacere, checché si pensi dei no-vax. Perché lo scontro di certo non aiuterà a trovare quella via d’uscita in cui tutti speriamo e che, inevitabilmente, passa dalle vaccinazioni. Fatte magari non per convinzione ma per cavarci da questo impiccio di cui tutti siamo esausti.


Sergio Rossi – È possibile lavorare meno con lo stesso salario?

La richiesta viene dai commercianti al dettaglio (che evidentemente hanno capito ben poco della pandemia) 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Non solo Srebrenica

La richiesta viene dai commercianti al dettaglio (che evidentemente hanno capito ben poco della pandemia) 

C’è un anniversario, quello della strage di musulmani bosniaci a Srebrenica, ventisei anni fa. La rievochiamo oggi, angosciante pagina della guerra balcanica. Quel nome è diventato un simbolo. Anche di responsabilità politiche e morali diffuse, ma spesso eluse o occultate. Perché i massacri nella ex Jugoslavia portano, esplicite o meno, numerose firme, non solo quella di Radko Mladic, il generale serbo che nell’enclave selezionò e ordinò l’eliminazione di ragazzi e adulti, ufficialmente oltre ottomila (in realtà molti di più), corpi subito sepolti in fosse comuni, nell’impietoso e vano tentativo di occultare la tremenda verità; e non solo la responsabilità dell’ONU, che aveva affidato a un contingente di caschi blu olandese la disattesa protezione del ‘quadrilatero’ di Srebrenica e dei suoi inermi fuggitivi musulmani.

No, le responsabilità della mattanza balcanica, quindi anche del genocidio del 25 luglio 1995, sono numerose e diffuse. A cominciare dalla foga nazionalista di chi, scomparso Tito, all’interno della Federazione si precipitò sulla strada dell’indipendenza e della disgregazione del mosaico che il maresciallo – fra dittatura, fragile condivisione, semiaperture democratiche, audaci anche se incomplete elaborazioni ideologiche, autonomia dall’Urss, confini aperti – aveva cercato di cementare una somma di comunità e fedi religiose. Leader nazionalisti che in nome di un esclusivo patriottismo, regolarmente descritto come vittima del centralismo titino-serbo, introdussero violente parole divisive e d’odio in famiglie spesso multi-etniche e multi-religiose: parlando alle viscere di popolazioni facilmente manipolabili, alimentando paure di ogni tipo, ricorrendo alle menzogne di una propaganda che la penna esperta, sagace e informata di Paolo Rumiz ha descritto in modo esemplare, documentato e doloroso nel libro “Maschere per un massacro”.

Ne fecero le spese soprattutto gli abitanti della ‘Gerusalemme balcanica’, Sarajevo, laica capitale bosniaca, con i suoi cimiteri musulmani, cristiani, ebraici, e tante altre testimonianze di convivenza possibile, improvvisamente spezzata dall’assedio, dai mortai sparati dalle milizie della componente serba che ne controllavano le colline, dagli implacabili sniper (e non è un caso se la Bosnia musulmana del dopo-guerra sfornò poi molti foreign fighters  trasferitisi al servizio dello Stato islamico). Feroci nazionalismi regionali, ma anche miope sconsideratezza occidentale. Soprattutto europea. Con governi che sponsorizzarono e riconobbero senza esitazioni – e privi di capacità analitica – i propri ‘beniamini’, spingendoli verso un’indipendenza che avrebbe prodotto la più grande tragedia europea (per numero di vittime, distruzioni, trasferimenti in massa) dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre, con una riedizione di ciò che sembrava non riproponibile in questa parte del mondo, l’arma della pulizia etnica di massa.

Così gli Accordi di Dayton del novembre 1995 furono ancora seguiti dal tentativo armato della Bosnia di Milosevic di non perdere del tutto la sua supremazia, dai bombardamenti Nato su Belgrado, dalla tragica ‘coda’ del Kosovo. E da ferite che rimangono aperte, istinti revanscisti, rivendicazioni territoriali non sopite, rischi di nuove esplosioni, tentativi di una integrazione europea incerta, faticosa, non proprio entusiasticamente supportata di chi in quell’Europa c’è già, ha i suoi problemi, ed è difficile che estenda i suoi contorni mentre le crisi interne si moltiplicano.

Ecco cosa simboleggia Srebrenica, al di là della sua vicenda specifica, terribile e non emendabile. Realtà ben più complessa, tener presente, per non ridurre l’anniversario a un momento che, esclusi superstiti e famigliari ancora in cerca di verità e giustizia, sarebbe vuoto e ritualistico.

Ho un ricordo personale, implacabile quando si tratta di ricordare cosa fu quella micidiale mischia su una parte martoriata d’Europa. Entravo per la prima volta a Sarajevo. Procedevamo spediti, in auto, lungo lo ‘Sniper boulevard”, il viale sempre sotto il tiro dei cecchini serbi. Un tram era immobile nell’alba gelida. Appoggiata al finestrino, la testa immobile di una ragazza. Immaginai potesse essere una studentessa che doveva raggiungere la propria scuola, o un’apprendista diretta chissà in quale inverosimile ufficio di una città in guerra.

Un foro nel vetro del tram. E nella tempia della giovane. Quel giorno, era soltanto la prima vittima nell’inferno dell’ex Gerusalemme.


Srebrenica

La richiesta viene dai commercianti al dettaglio (che evidentemente hanno capito ben poco della pandemia) 


Etiopia

La richiesta viene dai commercianti al dettaglio (che evidentemente hanno capito ben poco della pandemia) 


foto © Marco D’Anna

Certe volte, quando tramonta il sole, mi domando perché sono nato quaggiù.
Mi domando se sarei stato più felice e più ricco al di là del mare, magari in una grande città,
forse mi sarei comprato una bicicletta o una vecchia moto, avrei lavorato in una fabbrica o in un campo e di notte, dopo aver bevuto una bottiglia di vino e aver guardato uno schermo azzurro mi sarei addormentato in un letto.
Invece so che domani dovrò camminare nel caldo e nella polvere per trasportare il solito carico di datteri e spezie lungo il vuoto del deserto che mi accompagna come un amico da sempre.
Allora questa sera guarderò la grande acacia mentre il sole lascia colare la ruggine del tramonto nel carbone della notte, berrò il mio tè dolce e mi addormenterò ascoltando il verso del gufo e quando riattizzerò il fuoco per il caffè, l’azzurro del cielo mi porterà un altro giorno da inventare.
Forse, finché avrò forza nelle gambe, preferisco andare avanti così.

testo © Marco Steiner

Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.


In Svizzera certe cose succedono, eccome

La richiesta viene dai commercianti al dettaglio (che evidentemente hanno capito ben poco della pandemia) 

«È una giornata nera per la nostra democrazia!”. Un’affermazione pesante, riecheggiata nella sala del tribunale che ha condannato l’ex segretario comunale di Frauenfeld per frode elettorale. Ha sostituito un plico di schede favorevoli ai i verdi liberali con altrettante schede intestate all’UDC. Lo scorso anno, l’UDC ha così ottenuto un seggio in gran consiglio che in realtà spettava ai verdi liberali. La volontà degli elettori è stata ristabilita grazie alla caparbietà del presidente locale dei verdi liberali. Le sue denunce sono state dapprima snobbate, ha dovuto insistere parecchio per ottenere il riconteggio dei voti sfociato poi nel processo penale.

Un attentato alla democrazia che non ha precedenti in Svizzera. È la prima volta che viene condannato per frode elettorale un funzionario infedele, un segretario comunale oltretutto responsabile in prima persona delle operazioni di voto. Abusi e pressioni sugli elettori non sono una novità, ma finora sono rimasti circoscritti e non hanno alterato il risultato alle urne. Persino gli abusi in occasione della prima votazione sul trasferimento di Moutier nel canton Giura, non erano tali da scuotere la fiducia nel nostro sistema elettorale.

Eppure “gli standard di sicurezza durante lo scrutinio dei voti sono ridicoli nel confronto internazionale” – ha dichiarato ai giornali di Tamedia il politologo ed esperto di democrazia Silvano Moekli. Un’affermazione che stupisce e lascia perplessi. È verosimile che il proverbiale orgoglio per il nostro sistema di democrazia diretta abbassi i livelli di guardia, secondo il motto “in Svizzera certe cose non succedono”. Il fatto è che l’autocompiacimento può trasformarsi in gravi negligenze. Basti pensare che il primo riconteggio delle schede a Frauenfeld è stato effettuato dall’autore stesso della frode, solo e soletto, senza alcun testimone.

L’ex segretario comunale impostore è stato scoperto e condannato, ma quanti altri l’hanno fatta franca? Per correre ai ripari bastano, secondo Moekli, dei semplici accorgimenti, alcuni correttivi sono d’altronde già stati adottati dal canton Turgovia. Attenzione però a non prender sottogamba le derive di Frauenfeld. Vi è in gioco un bene democratico fondamentale, la fiducia dei cittadini nel sistema elettorale.


La politica italiana alle prese con… la politica italiana

La richiesta viene dai commercianti al dettaglio (che evidentemente hanno capito ben poco della pandemia) 

Un bel polverone, quello suscitato dalla gazzarra che attraversa i partiti politici italiani a proposito del Ddl Zan contro l’omotransfobia. Si possono però azzardare un paio di riflessioni di natura generale, da questo bucolico osservatorio [l’autore è beatamente in vacanza fra gli ulivi, ndr].

  1. Al di là di qualche sottile distinguo giuridico-costituzionale, di pensosa ma assai caprina lana, il dibattito sul Ddl Zan serve un po’ a capibastone e a peones per ritagliarsi spazi di visibilità, ma soprattutto crea un’occasione – tra le mille possibili, non ci fosse stata questa ne avrebbero inventata un’altra – per contare e per contarsi, e per lanciare messaggi anche minacciosi a Draghi senza però prendersi la responsabilità di rompere qualche piatto e di aprire crisi al buio da cui nessuno avrebbe né i mezzi né le idee per uscire. Per non parlare dell’incognita di un voto, che ne manderebbe a casa parecchi e che comunque turba i sonni di tutta la compagnia di giro.
  2. Come tutti i temi legati in qualche modo al sesso, si coglie bene come le vagamente morbose sensibilità cattoliche si scatenino e condizionino parecchio gli equilibri, istituendo una sorta di maxi-corrente trasversale che, con sfumature varie, tende alla fine a fucilare da trincee diverse il disegno di legge, visto alla fin fine come una specie di cavallo di Troia per l’affermazione dei soliti maledetti valori laici.
  3. L’entrata in scena del Vaticano, asseritamente a tutela delle garanzie ottenute con i Patti lateranensi in materia di libertà dell’insegnamento negli istituti religiosi, era prevedibile e forse un atto dovuto, ma per il merito della questione (vedi punto precedente) molto più che per il banale pretesto invocato. Che i mitologici costituenti (tra cui, in prima linea, Togliatti) abbiano accettato di includere nella Costituzione italiana una convenzione con uno Stato estero, facendone quindi in sostanza imprescindibile materia di diritto interno superiore, sarebbe buon oggetto di indagine per esperti di psicopolitica e di patologia giuridica.
  4. Dopo aver contribuito a liquidare valori e riferimenti della sinistra italiana, rimpiazzandoli con un rumoroso vuoto pneumatico, Renzi utilizza il tema per riposizionarsi come riferimento del centro, con qualche ammiccamento anche alla Lega. Ricorderete come il Bomba abbia abbandonato la segreteria PD solo dopo la confezione delle liste per le ultime Politiche, infarcendo quindi il Parlamento di suoi fedeli (per quanto l’aggettivo possa applicarsi in questo contesto). Che glielo sia lasciato fare, è un mistero glorioso della politica, addirittura anche di quella italiana. Ora, con i sondaggi che lo danno sotto la doppia cifra, serve un’altra capriola circense e l’utilizzo ricattatorio del peso dei “suoi” deputati per evitare che le urne lo ficchino finalmente nel dimenticatoio in cui merita di stare. Renzi è una perfetta e quasi lombrosiana sintesi di arroganza senza sostanza, di ignoranza esibita come medaglia, di assenza di progettualità politica che ecceda la mera tutela delle proprie personali fortune (anche economiche), di menzogna come strumento principe per rapportarsi ai fatti e alle persone; è possibile che ce la faccia, e forse proprio per questi motivi, a dimostrazione ulteriore di quanto in basso sia caduta la politica nella terra del Machiavelli. Nel frattempo, grazie alle sue sciocchezze riesce a proiettare due (peraltro assai acuti) influencer nell’olimpo degli statisti, o quasi. Fedez e la Ferragni come i De Gasperi e i La Malfa di questa miserevole stagione della politica. Sic transit, con quel che segue.
  5. Nati come entusiasmato ed entusiasmante progetto di azzeramento della rapinosa politica partitica ma ormai imbrigliati e omologati a tutti gli effetti a tale politica, i 5Stelle non hanno bisogno di un dibattito interno sul tema del Ddl Zan per completare il proprio cammino verso il baratro, impegnati come sono a spararsi giornalmente nei piedi. Ma anche questo è un buon tema per accapigliarsi, con indecisi e franchi tiratori, nella più bella italica tradizione di un partito-partito, sempre per dimostrare che loro sono esattamente uguali a quelli per rottamare i quali furono eletti.


L’esempio da non seguire

La richiesta viene dai commercianti al dettaglio (che evidentemente hanno capito ben poco della pandemia) 

“L’idea che un numero maggiore di contagi sia una cosa buona ritengo abbia già dimostrato la propria inconsistenza morale e la propria stupidità epidemiologica”. Sono parole di Mike Ryan, direttore del Programma di emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il dottor Ryan ha risposto così alla domanda di una giornalista della BBC relativa alla decisione del governo inglese di far cadere praticamente tutte le restrizioni a partire dal 19 luglio.

Pensare che, grazie alle vaccinazioni, tutti siano protetti e si possa tornare a una vita normale è molto pericoloso, ha sottolineato il dottor Ryan, invitando i governi a “essere molto prudenti per non perdere i vantaggi accumulati” e a “riaprire con grande prudenza” (si veda l’articolo del Telegraph).

Non è soltanto Mike Ryan a criticare il “freedom day”, il giorno della libertà, come il governo inglese – con buona dose di demagogia – ha ribattezzato il 19 luglio. Il Lancet ha pubblicato una lettera aperta firmata da più di cento medici e ricercatori, che già nel titolo dice tutto: “L’infezione di massa non è un’opzione: dobbiamo fare di più per proteggere i nostri giovani”. Il governo inglese, scrivono gli autori, accetta implicitamente che i contagi aumentino, perché i vaccini avrebbero posto fine al “collegamento tra infezioni e decessi”. Nemmeno nel Regno Uniti, però, la percentuale di vaccinati è sufficiente per garantire l’immunità di gregge e i rischi di un’esplosione della pandemia sono molti.

Ma perché preoccuparsi di quanto succede oltre Manica? Perché lo stesso potrebbe succedere in Svizzera, ora che i casi sono tornati ad aumentare. Nell’ultima settimana i contagi sono stati 1444, 666 in più della settimana precedente: un aumento dell’85 per cento. Sembra insomma confermarsi l’inversione di tendenza che paventavo la scorsa settimana. Tanto più che anche i tassi di positività dei test negli ultimi giorni sono sopra l’1 per cento, cosa che non avveniva da più di due settimane. L’aumento insomma non è dovuto a un maggior numero di tamponi (che pure sono in crescita).

Cionostante martedì scorso, nel corso dell’ultimo point de presse, Virginie Masserey, infettivologa dell’Ufficio federale della salute pubblica, è riuscita a dire che “la situazione epidemiologica sembra sempre molto molto buona”. Il numero dei casi quel giorno era sì sopra la media della settimana precedente – ha sottolineato – ma ospedalizzazioni e decessi restano pochi. Un’ovvietà, peraltro, dal momento che tra nuovi casi e ospedalizzazioni, rispettivamente decessi, passano sempre diverse settimane: nel Regno Unito, dove i casi aumentano da oltre un mese, hanno cominciato a far segnare aumenti significativi proprio negli scorsi giorni.

Nel suo ultimo policy brief, la Task force scientifica sottolinea la necessità di tenere sotto controllo il virus nel corso dell’estate e suggerisce, per farlo, diversi strumenti: rilanciare la campagna di vaccinazione, che è in perdita di velocità; continuare a utilizzare le mascherine e a mantenere le distanze sociali; evitare di importare il virus dall’estero con controlli alle frontiere; ottimizzare la strategia di test, tracciamento, isolamento e quarantena, identificando rapidamente le varianti pericolose, attraverso il sequenziamento del  genoma di tutti i nuovi casi, e individuando non solo chi è stato in contatto con la persone infettata ma anche le circostanze in cui il contagio è avvenuto.

Lo scorso anno il Consiglio federale ha ignorato i consigli dei suoi esperti. C’è da sperare che non ripeta l’errore. Nulla però è meno certo. Purtroppo.


Orbán lasci l’UE e i soldi di Bruxelles

La richiesta viene dai commercianti al dettaglio (che evidentemente hanno capito ben poco della pandemia) 

Sarà la Slovenia il paese che per il prossimo semestre ricoprirà la presidenza dell’Unione Europea. Il suo premier si chiama Janez Janša. Uno sconosciuto fuori patria, che ebbe una breve e infelice notorietà quando inviò a Donald Trump entusiastiche felicitazioni per la sua…rielezione alla casa Bianca, mentre il resto d’Europa commentava la sconfitta del tycoon. Si disse che il leader di Lubiana fosse stato spinto alla clamorosa gaffe dall’affetto nazionale per l’allora first lady Melania, appunto di origine slovena. Piccinerie umane. E miseria politica. Ma, soprattutto, Janez Janša fa parte di quel crinale assai poco, o per nulla europeista, che ha nell’ungherese Viktor Orbán il suo tetragono capofila.

Che – pur rappresentando il minuscolo paese dell’Unione – uno Janša qualsiasi, grazie al principio della rotazione, occupi temporaneamente la carica fin qui avuta da una signora di nome Angela Merkel è il risultato di quella democrazia così svogliatamente applicata dai nazional-populisti del “gruppo Visegrad”. Illiberali per auto-definizione. Il fatto è che per una brutta coincidenza storica, una simile successione alla cancelliera tedesca avvenga proprio nel momento in cui è in atto il più duro scontro fra Bruxelles e il condottiero magiaro Orbán. Simbolicamente, un inquietante segno dei tempi.

E non si tratta ‘soltanto’ della barbarica legge varata a Budapest e che assimila la pedofilia all’omosessualità, altro profondo strappo ungherese allo Stato di diritto. In gioco c’è ben altro. E cioè se sia tollerabile che l’Unione europea rischi di sacrificare i suoi valori, auto-infliggendosi le continue provocazioni di Orbán e soci. Fino a snaturarsi.

Sembrerebbe che, per una volta, europarlamento, Commis-sione e principali nazioni UE abbiano deciso di reagire alle pretese anti-democratiche di chi fa parte del club violandone costantemente i principi.

Non è sempre stato così. E se oggi Budapest, Varsavia, Bratislava e altre capitali ‘ribelli’ dell’Est ritengono di poter sfidare apertamente la ‘casa europea’ è proprio perché troppo a lungo si è tollerato il doppiogiochismo e la sfacciataggine dei populisti europei, sempre prontissimi a incassare i benefici economici  dei sussidi europei, e altrettanto tempestivi nel contestare le regole sottoscritte per far parte dell’UE.

Certo, nessuno può ignorare il peso della storia, e s’è trattato di una storia pesante. Per nazioni a lungo e forzatamente aggregate al Patto di Varsavia, non è facile accettare una coabitazione che presuppone anche la rinuncia a parti della propria sovranità nazionale. Una volta, alla domanda se non fosse stato un errore accettare precipitosamente l’adesione dei paesi fuoriusciti dal blocco sovietico, senza le necessarie garanzie di rispetto delle regole, l’allora presidente della Commissione Romano Prodi mi rispose, come sempre serafico: ‘L’Europa ha grande forza persuasiva e di contaminazione democratica’. Chissà come la pensa oggi, mentre il portavoce di Orbán, fedele megafono del grande capo, reagisce alle pressioni di Bruxelles per l’annullamento della legge omotransfobica, definendo l’UE ‘una dittatura, proprio come l’Urss”.

Bisogna essere in chiaro. Se in particolare l’Ungheria si permette quello che si permette, la responsabilità è collettivamente dell’Unione che finora aveva lasciato fare, ma singolarmente soprattutto della Germania: che su suolo magiaro ha forti interessi economici, grandi industrie, bassi salari (per gli standard europei), e lauti profitti. Quindi, bocche cucite. Anche quando, sotto gli occhi di tutti, l’”evangelista dell’anti-liberalismo” faceva cassa grazie ai generosi contributi comunitari (che valgono almeno il 3 per cento del PIL ungherese), trasferendone parti non piccole a famigliari, sodali e compari. Così, papà Orbán è diventato uno dei più benestanti imprenditori del paese, con cantieri edili in gran parte finanziati con sussidi europei. Ma ancor più esemplare è il caso di tale Lorinc Maszatos, ex compagno di scuola del premier, tecnico di impianti di riscaldamento, diventato l’uomo più ricco d’Ungheria, proprietario di banche e alberghi. Come ci è riuscito? Ottenendo lavori pubblici per quasi 900 milioni di euro, il 93 per cento dei quali provenienti dai fondi europei. Quindi una mano sul grande cuore magiaro, e l’altra ben affondata nelle casse dell’UE.

Ora Bruxelles potrebbe finalmente usare anche la leva economica per ridurre il contestatore a più miti consigli, sempre che sia possibile e che non sia un boomerang. In base al piano di “resilienza e rilancio europeo”, all’Ungheria spetterebbero oltre sette miliardi di euro. Ma c’è un… ma. La Commissione può condizionarne l’erogazione del mega-assegno al rafforzamento di tutto ciò che non piace al governo iper-nazionalista di Budapest: trasparenza, lotta alla corruzione, indipendenza della magistratura: insomma a quella panoplia di regole non rispettate che, insieme a una informazione ‘silenziata’ e a forze dell’ordine più di regime che di Stato, colorano a tinte fosche l’anti-democraticità del suo sistema di potere.

Non è che noi si nutra una particolare simpatia per il premier olandese, il ‘frugale’ liberal-liberista Mark Rutte. Che tuttavia, e finalmente, ha affermato a muso duro, rivolgendosi personalmente a Orbán durante un vertice: pur con tutti i suoi difetti, l’UE “o la si ama o la si lascia”. Rinunciando anche ai soldi della cassa comune? Figurarsi.


Sovranismo doppiogiochista

La richiesta viene dai commercianti al dettaglio (che evidentemente hanno capito ben poco della pandemia)