I tormenti della SSR nella tormenta

Nuove comunicazioni, indagini e preoccupazioni dopo la pubblicazione del rapporto sulle molestie alla RTS 

“Nella sua riunione del 30 giugno 2021, il Consiglio di amministrazione della SSR ha adottato 25 misure concrete per migliorare la protezione dell’integrità personale di collaboratrici e collaboratori. Tutte le misure annunciate sono state individuate grazie ai risultati delle tre indagini commissionate a organi indipendenti nel novembre 2020. L’attuazione e il monitoraggio di queste misure saranno gestiti, con effetto immediato, da un gruppo di lavoro nazionale che riferirà direttamente al Consiglio di amministrazione della SSR.”

È quanto si legge nelle nota stampa pubblicata sul sito della SSR in relazione alle indagini legate ai casi di molestie, mobbing e bossing denunciati lo scorso mese di novembre a seguito di un articolo del quotidiano romando “Le Temps”.

Come si ricorderà, l’articolo in questione, ha sollevato come non mai un polverone mediatico, mettendo a soqquadro l’intero sistema “malato” di relazioni professionali all’interno dell’Azienda di Servizio Pubblico Radiotelevisivo e online nazionale, ottenendo perfino il premio come miglior inchiesta dell’anno agli Swiss Press Awards dello scorso aprile.

Puntando il dito, in particolare, su un caso specifico, quello della “star” romanda Darius Rochebin e dei suoi comportamenti “inappropriati”, l’articolo di “Le Temps” ha infatti fatto emergere una serie di “casi” legati ad una sorta di “legge di omertà” non scritta, ma ampiamente praticata dalla dirigenza aziendale, che ha messo in crisi la posizione dello stesso Direttore Generale Gilles Marchand.

D’altro canto, in relazione alle numerose denunce che ha messo in moto presso la RTS e la RSI, l’inchiesta del quotidiano romando ha trovato, negli stessi giorni del premio, una pubblica smentita in una conferenza-stampa della SSR.

Il 18 aprile la Direzione dell’Azienda ha annunciato infatti i primi esiti delle inchieste commissionate in proposito, in cui sono emersi sì un paio di casi prontamente sanzionati, in cui però non figura quello relativo a Rochebin, totalmente assolto, o meglio, per dirla alla franchese “blanchi” (diciamo, penalmente scagionato in assenza di denunce puntuali).

Insomma, il Premio per la miglior inchiesta giornalistica svizzera dell’anno è andato ad un articolo incentrato sulla denuncia di un caso risultato penalmente non perseguibile. Una constatazione che può lasciare in sospeso più di un interrogativo, che sia relativo alla pertinenza dell’articolo di “Le Temps” oppure all’attendibilità dell’inchiesta commissionata da RTS.

Di questa inchiesta la SSR ha voluto dar conto già in aprile con la preoccupazione, forse, di relativizzarne la portata, di tranquillizzare così l’opinione pubblica e ribadire il pieno sostegno all’ incrinata leadership di Marchand, sostenendo che praticamente tutto finiva lì.

Ma il Collettivo di Difesa incaricato delle indagini, ha intanto continuato, secondo mandato, a svolgere il proprio compito, giungendo ora ad ulteriori “denunce”, sempre interne a RTS, nei confronti di altri due “casi” personali ancora attivi in Azienda, di nove “casi” personali relativi a collaboratori ora in pensione e nei confronti del clima vigente in due dipartimenti di programma.

E ancora mancano gli esiti delle inchieste sui 40 casi denunciati in RSI. Slitteranno all’autunno.

Così, ecco che riemergono, sulla stampa, tutti i dubbi e le preoccupazioni circa la posizione del Direttore Generale, visto che ancora una volta i casi in questione riguardano fatti avvenuti mentre ancora era Direttore di RTS.

E così, verrebbe da aggiungere, ecco che la SSR deve, di nuovo, “giocare in difesa”, giustificare e giustificarsi, quando già si trova nel bel mezzo del fuoco incrociato politico e delle minacce di raccolte di firme, da parte dell’UDC, per il canone a 200 franchi e per una composizione non “orientata a sinistra” delle redazioni informative.

Davvero un brutto momento, che cade in coincidenza con una serie di inevitabili cambiamenti che il Servizio Pubblico nazionale massmediatico dovrebbe, si spera, riuscire a praticare in maniera “creativa”, “propositiva” e soprattutto “trasparente”. Ormai è noto: le parole d’ordine sono “digitalizzazione”, “flessibilità dei collaboratori” e “risparmi”.

All’orizzonte aleggiano possibili licenziamenti, che, in un un incontro in videostreaming con il personale della SRF, la Direttrice Nathalie Wappler ha recentissimamente reso noti e concreti: “La prima fase relativa a tagli di posti di lavoro ha avuto luogo come previsto all’inizio dell’anno: 88 posti a tempo pieno sono stati tagliati, 27 dei quali attraverso licenziamenti. Ma questo è solo l’inizio. Il fatto che si debba ancora prevedere di rinunciare ad altri 145 posti di lavoro, così come già annunciato, appare secondo la direttrice della SRF un fatto inevitabile. La pesante diminuzione dei ricavi pubblicitari e i costi della trasformazione digitale richiedono altri sacrifici, ulteriori “misure per il personale”.

Per gli spettatori, il pubblico che paga il canone, quello che viene regolarmente strumentalizzato dai proclami di certi versanti politici ed economici, è logico immaginare quanto possa diffondersi, così, un chiaro disorientamento. Il pubblico, non più tardi di tre anni fa, ha pressoché plebiscitato la SSR nella votazione “No Billag”, ma da allora pare avere a che fare con un’Azienda che passa il tempo a difendersi e giustificarsi più che a dar conto, nei fatti, degli sforzi che necessariamente deve compiere per “riorientarsi”.

Analogo discorso per il personale, sempre più desecurizzato, che riceve informazioni a morsi e bocconi, che attende da Berna notizie sui “casi di molestie” a RTS e RSI (perché per chissà quale ragione alla SRF non ce n’è neanche mezzo), che a SRF riceve informazioni di licenziamenti già avvenuti e previsti nei prossimi mesi, mentre nelle altre sedi il discorso è ancora in sospeso. Insomma, l’impressione è che si vada un po’ ciascuno per proprio conto dentro un’Azienda di servizio pubblico nazionale che forse a livello nazionale potrebbe meglio comunicare le proprie strategie.

È chiaro che si tratta di un esercizio difficile, perché si deve riuscire a trovare idee (e parole per esprimerle) che sappiano incontrare l’interesse del pubblico e siano in grado di spiegare che, con i soldi pubblici, si sta facendo l’interesse del pubblico in un momento di trasformazione del panorama massmediatico dai ritmi vertiginosi e dalle implicazioni a volte imprevedibili.

Ed è altrettanto chiaro che fanno molto più rumore le roboanti dichiarazioni che riconducono ogni discorso alla pancia (e soprattutto al borsello) del contribuente, senza alcuna considerazione per la complessità dei processi in corso.

Ma “giocare in difesa” (che calcisticamente si trasforma nel “catenaccio” inventato, guarda caso, dalla Svizzera) può forse salvare per un po’ la baracca, ma alla fine porta alla sconfitta. Lo ha mostrato bene, nella sua natura “propositiva e non difensivistica”, la nostra nazionale calcistica attuale, anche nel ritrovare ed esaltare un proprio “gioco di squadra” che le ha dato risultati insperati.

Ecco, alla SSR potrebbe forse aiutare un po’ di più il “gioco di squadra”, il lavoro comune fondato sulla collaborazione fra Unità Aziendali piuttosto che sulla loro distinzione.

La spesso decantata “coesione nazionale” potrebbe oggi più che mai giocare un ruolo fondamentale nel far sì che ogni iniziativa di rinnovamento, di riorientamento chiami in causa paritariamente le competenze e le possibilità di ciascuna Unità Aziendale, in modo consapevole e condiviso.

Sulla base del concetto di “coesione”, va ricordato, si regge (a fatica) il sistema di ridistribuzione del canone attraverso la cosiddetta “chiave di riparto”, che favorisce nettamente le regioni minoritarie.

Ora, non c’è come trovarsi in difficoltà economiche che porta troppo spesso alle distinzioni e alle divisioni, in una famiglia così come in un’Azienda nazionale: e se parte il meccanismo delle divisioni interne, ad imporre le proprie regole ed esigenze è e sarà sempre il più grande, il più ricco, il più forte.

E i tempi grami, anzi gramissimi, andrebbero così a ripercuotersi anzitutto sulla RSI.


Quarta rivoluzione industriale? Non scherziamo!

Nuove comunicazioni, indagini e preoccupazioni dopo la pubblicazione del rapporto sulle molestie alla RTS 

Woebot è una app che permette di simulare il divano di uno psicoterapeuta attraverso lo smartphone. Utilizza l’intelligenza artificiale per realizzare delle terapie contro l’ansia e la depressione e permette di risparmiare sui costi dello psicoterapeuta, in una sorta di fai da te dell’anima. Potenza e meraviglie della tecnologia! O invece qualcosa di molto preoccupante, perché la cura richiede umanità (ascolto, dialogo, relazione) in presenza e non un algoritmo da remoto. Eppure, le app di questo tipo sono già oltre 10mila, evidentemente il business dell’affective computing è molto promettente. È il fascino dell’algoritmo, è la seduzione dell’intelligenza artificiale. Volete mettere la comodità della vostra poltrona invece della scomodità del lettino dello psicoterapeuta?

E allora ricordiamolo ancora una volta: davanti all’innovazione tecnologica siamo come bambini a cui viene fatto desiderare un nuovo giocattolo. Entusiasmo, feticismo, parole come: ‘lo voglio e lo voglio subito’; e poi: ‘è mio e solo mio’. Quando poi il giocattolo è circondato da un’aura di smart e si offre come intelligente ma anche come facile facile da usare – e basta toccare lo schermo perché si apra un mondo di meraviglie infinite – siamo stati catturati dalla tecnologia. Quando poi i meccanismi dei social (like, followers) sono ingegnerizzati per produrre in noi dopamina – il neurotrasmettitore del piacere – e creare in noi un’autentica dipendenza, allora non siamo più capaci di resistere e di razionalizzare i nostri comportamenti verso la tecnica e di liberarci.

Ed è una dipendenza che ci porta pericolosamente a delegare alla tecnica (a un algoritmo/app/piattaforma/assistente virtuale) la valutazione e poi la decisione da prendere (compresa la cura delle nostre ansie e le decisioni dei tribunali), appunto delegando sempre più l’intera organizzazione e gestione della nostra vita alle macchine e a un algoritmo. Sognando – ma sta diventando già realtà con gli algoritmi predittivi che predicono/anticipano/guidano i nostri desideri futuri di consumo sulla base di ciò che abbiamo desiderato fino a cinque minuti prima – sognando cioè di avere le risposte prima ancora di avere fatto le domande… e se questa non è una delle forme della alienazione…

Tecnofobia, la nostra? Tutt’altro – e personalmente ci piacerebbe essere su una delle due sonde Voyager che hanno varcato i confini del sistema solare e sono entrate nello spazio interstellare. Questa è la tecnologia che ci piace: un mezzo per accrescere la conoscenza.

È un’altra la tecnologia che non ci piace: quella dell’Industria 4.0 che si presenta come assolutamente nuova e invece è il vecchio taylorismo anche se digitalizzato (e quindi è peggio del vecchio, con l’intensificazione dei tempi ciclo di lavoro e l’eterodirezione di un algoritmo); quella di Amazon (le vecchie vendite per corrispondenza più un algoritmo), ma con lo sfruttamento quasi schiavistico del lavoro di dipendenti e corrieri; quella dei social, un surrogato di socializzazione che ci fa dimenticare che i social sono imprese private che vogliono massimizzare i loro profitti e dove noi che produciamo dati h 24 siamo la loro forza lavoro e il loro mezzo di produzione di dati. La tecnologia che non ci piace è cioè quella che permette al capitalismo di estrarre profitto per sé dalla nostra vita intera (relazioni, emozioni, affetti, comunicazione eccetera) – cioè dalla vita intera messa in produzione – e non più solo dal nostro lavoro.

E allora dovremmo ricordare che negli anni ’90 – quando le nuove tecnologie iniziavano a imporsi e noi a giocare con esse – economisti, politici, sociologi ci dicevano con convinzione e con insistenza che grazie alle nuove tecnologie avremmo lavorato meno, fatto meno fatica, avuto più tempo libero per le cose belle della vita e che saremmo entrati in una nuova era di crescita economica infinita favorita e promossa dall’economia della conoscenza. È accaduto esattamente il contrario, ma non lo vediamo o non vogliamo vedere questa realtà, sempre affascinati dall’ultima novità tecnologica. O lo abbiamo dimenticato.

E questo perché abbiamo smesso di leggere ad esempio il Marx sociologo e soprattutto il francofortese Marcuse o Anders o Bauman. Forse sarebbe il caso di tornare a farlo per accorgerci che grazie alle nuove tecnologie non siamo entrati nella quarta rivoluzione industriale ma siamo tornati indietro alla prima (l’hi-tech è applicato soprattutto per lo sfruttamento ottocentesco del lavoro); e farlo per uscire dalla grande fregatura in cui siamo caduti. Riscoprendo – come ha detto l’attrice Rosamund Pike interpretando Marie Curie – che “usare il cervello è più sexy che saper usare Instagram”.

Lelio Demichelis, che con questo articolo inizia la sua collaborazione a Naufraghi/e, è docente di Sociologia economica nel Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi dell’Insubria 

Nell’immagine un fotogramma dal video “Are You Lost In The World Like Me?”  diMoby & The Void Pacific Choir 


WWW pensaci Tu

Nuove comunicazioni, indagini e preoccupazioni dopo la pubblicazione del rapporto sulle molestie alla RTS 


Finita la discesa, inizia una nuova salita?

Nuove comunicazioni, indagini e preoccupazioni dopo la pubblicazione del rapporto sulle molestie alla RTS 

La tendenza si sta invertendo? Dopo più di due mesi di contagi in diminuzione, nell’ultima settimana la curva si è appiattita e negli ultimi due giorni si sono registrati più casi degli stessi giorni della settimana precedente: 172 invece di 120 giovedì, 158 invece di 109 venerdì.

Su base settimanale, si è registrata ancora una diminuzione (da 944 a 778 casi) che si è riflessa anche sulle ospedalizzazioni (da 77 a 49), mentre i decessi sono rimasti stabili (14 contro i 13 della settimana precedente). Il calo però è decisamente meno pronunciato di quello delle settimane precedenti, come evidenzia il grafico.

È presto per trarre conclusioni, ma preoccuparsi è lecito perché su quest’evoluzione ancora non si fanno sentire gli ultimi allentamenti, entrati in vigore una settimana fa (ne ho scritto lunedì), allentamenti che di certo non aiuteranno a tener basso il numero dei contagi. Ma, soprattutto, suscitano preoccupazione le notizie che giungono dal Regno Unito.

Secondo l’ultimo rapporto degli esperti dell’Indipendent SAGE, il numero dei casi giornalieri sfiora ormai quota 30 mila, una cifra che non si vedeva dal dicembre 2020, con un aumento nell’ultima settimana del 70 per cento. In un lungo thread su Twitter, la professoressa Christina Pagel, dell’University College di Londra, commenta i dati dell’Indipendent SAGE, di cui fa parte, e sottolinea che il 19 luglio, se una simile crescita proseguisse, si supererebbero i 100 mila casi al giorno e che nel periodo che ci separa da quella data si registrerebbe un milione di contagi!

A infettarsi attualmente sono in maggioranza i giovani, spiega la prof. Pagel: la classe di età più colpita è quella tra i 15 e i 29 anni, ma i contagi crescono soprattutto nei ragazzi tra i 5 e i 14 anni. In Inghilterra, mancano tre settimane alla chiusura dell’anno scolastico e nelle scuole i focolai si moltiplicano: nella settimana del 24 giugno, le assenze per Covid erano quasi 400 mila.

Nel Regno Unito il 50 per cento della popolazione è completamente vaccinato e il rischio di saturazione degli ospedali ridotto: per questo c’è chi sostiene – governo compreso – che non ci si debba più preoccupare dell’aumento dei contagi e lasciare che giovani e ragazzi si infettino. Ma seppur più lentamente, grazie alle vaccinazioni, crescono anche ospedalizzazioni e decessi. La prof. Pagel sottolinea che le persone a rischio di contagio sono sempre ancora 25 milioni e che un forte aumento dei casi metterebbe comunque sotto pressione un settore ospedaliero provato da più di un anno di emergenza. Ma è soprattutto per le conseguenze a lungo termine che avrebbe, in particolare sui giovani (il cosiddetto Long Convid di cui soffre un guarito su dieci all’incirca), che l’esperta dell’Indipendent SAGE contesta la posizione del governo.

Quanto sta succedendo nel Regno Unito, complice una variante Delta ormai dominante, dovrebbe servirci da lezione. In Svizzera, secondo gli ultimi dati ufficiali, la Delta si sta diffondendo e rappresenta ormai il 30 per cento circa dei casi mentre il tasso di vaccinazione è decisamente inferiore a quello inglese: l’Ufficio federale della sanità pubblica indica che a essere completamente vaccinato è il 36 per cento della popolazione e ciò significa che le persone ancora a rischio di contagio sono 5.5 milioni.

La prudenza dovrebbe perciò essere d’obbligo. Ma, come avevo scritto a suo tempo, con il suo modello a tre fasi il Consiglio federale adotta proprio la strategia che la prof. Pagel critica. Non bastasse, proprio ieri, in un’intervista alla Neue Zürcher Zeitung, Alain Berset ha dichiarato che sarebbe sproporzionato adottare nuove misure solo per proteggere i non vaccinati.

Difficile, insomma, essere ottimisti.


Controcanto laico

Nuove comunicazioni, indagini e preoccupazioni dopo la pubblicazione del rapporto sulle molestie alla RTS 

Vicinanza, compassione, tenerezza, accoglienza; magari accudimento. Tutti vocaboli che alcuni cattolici, primo tra tutti il capobianco, utilizzano in quella loro opaca apertura  – da marketing dell’emozione – al mondo della sessualità non “classicamente” etero, in ogni sua declinazione. Vocaboli che alludono alla debolezza, alla vulnerabilità, dei destinatari di cotanta apostolica sollecitudine, quasi fossero persone di cui farsi cristiano carico (in vista di qualche ultraterrena e assai incerta prebenda, ben s’intende), o afflitti da qualche medicabile infermità, o financo da qualche congenita tara.

Sono agnostico, anticlericale, e – alla luce delle ingiustizie che percorrono questo povero mondo – tendenzialmente scettico verso il dio dei cristiani, quindi ammetto di non essere molto sereno sul tema, ma con qualche buona ragione. Il capo della chiesa cattolica mi piace molto poco, a dispetto – ma forse anche a causa – delle esibite scarpe grosse, dell’ostentata frugalità, e di quel suo palesemente inautentico fare da bonario parroco di campagna. Lo capiscono bene i bimbi non ancora in età da catechismo, e quindi ancora preservati nella loro innocenza, che nelle reiterate occasioni pubbliche reagiscono sempre con pianti dirotti a quell’abbraccio e a quel sorriso un po’ untuoso da curato. Qualcuno, non io, ha dimenticato certe connivenze, certi giudizi sprezzanti, certe condivisioni politiche, ai tempi in cui fu arcivescovo di Buenos Aires e poi primate in Argentina, tra l’altro contro l’opposizione politica interna o contro i principi e gli alfieri della teologia della liberazione.

Il mondo della sessualità non “classica” non ha bisogno di tale peloso interesse, di compatimento, e neppure della grancassa mediatica che si scatena a ogni modesto papale stormire di fronda; ha bisogno di autentico rispetto, del riconoscimento pieno della normalità, magari di qualche atto concreto in cui sia possibile cogliere senza ambiguità e senza curiali ipocrisie l’accettazione vera ed effettiva di un diverso vivere e sentire.

Non parliamo poi di gesti, che crudelmente mancano da parte delle gerarchie (e quindi da coloro che potrebbero fare qualcosa di veramente incisivo), in favore delle vittime e di tutti coloro che vivono ai tragici margini di questo mirabolante mondo globale e tecnologico, raccattando nelle discariche qualche briciola caduta dalla nostra tavola.

Non bastano nemmeno parole di scusa, che non ho però sentito da chi doveva farle, per altri crimini. Ad esempio per le nefandezze compiute per decenni contro i nativi canadesi; crimini e nefandezze che fanno il paio con quelli, ben più antichi, inflitti ad altri popoli, in nome dell’evangelizzazione ma puntualmente al seguito, e a legittimazione, dei vari feroci imperialismi. Non  basta di certo qualche consolatorio pistolotto dai gradini della bella piazza o da un ventoso balcone, o in qualche omelia, o in un’encliclica.

Mi scuserete se, di fronte alle quotidiane ingiurie cui sono sottoposti non solo i più deboli di noi ma la natura tutta, due frasi di un boss gesuita a un suo correligionario non mi bastano.


Chubut (Argentina)

Nuove comunicazioni, indagini e preoccupazioni dopo la pubblicazione del rapporto sulle molestie alla RTS 


foto © Marco D’Anna

Non mi manca mai la strada,
non manca mai la compagnia e il vento mi porta sempre nuvole nuove.
Il profumo della pampa cambia dietro a ogni collina.
Quando ho voglia mi fermo e accendo un bel fuoco,
per scaldarmi, mangiare, per bere e fumare,
poi mi metto a guardare il mio mondo e ogni volta lo sguardo si perde lontano.
Non finisce mai este mundo perdido, e nemmeno la strada.
Per questo mi piace il mio mondo, per questo spazio infinito,
i miei amici lo sanno, ci facciamo compagnia senza troppe parole,
ci capiamo con gli occhi e ogni giorno inizia un nuovo cammino.
Quando il sole sbuca là in fondo sembra che lo faccia soltanto per noi.

testo © Marco Steiner

Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.


Seferovic e Gavranovic come Winkelried

Nuove comunicazioni, indagini e preoccupazioni dopo la pubblicazione del rapporto sulle molestie alla RTS 

Le gloriose gesta della nazionale svizzera di calcio hanno entusiasmato tutta una nazione. La piccola Svizzera ha impartito una lezione ai grandi del calcio mondiale. Un po’ come il mito di Winkelried che si era gettato sulle lance degli Asburgo per aprire la via alla vittoria dei Confederati. Oggi i Winkelried che hanno battito la Francia e resistito strenuamente alla Spagna si chiamano Seferovic, Gabranovic, Xhaka e così di seguito. Più della metà dei calciatori convocati per gli europei, sono svizzeri della seconda generazione nati o cresciuti da noi. Il calcio è dunque un buon esempio d’integrazione e convivenza? Certo, negli stadi si ritrovano gomito a gomito imprenditori ed operai, progressisti e conservatori, svizzeri e stranieri. Soffrono ed esultano assieme, ma dura un paio d’ore e poi ognuno se ne va di nuovo sulla propria via.

Lo sport è un fattore d’integrazione quando i bambini rincorrono e si passano la palla, senza fare le distinzioni dei grandi. Ma il calcio è anche l’esatto contrario, quando gli stadi diventano teatro di fanatismi e manifestazioni razziste. E’ ambivalente, d’un canto si favorisce la convivenza, dall’altro si incattiviscono gli animi. Tanto più che i risentimenti anti-stranieri vengono strumentalizzati dalla politica. L’editore e consigliere nazionale UDC Roger Köppel ha scritto che la nazionale svizzera ha perso contro l’Italia perché non ha il fuoco sacro e non canta l’inno nazionale. E cosa ha detto dopo la strepitosa vittoria contro la Francia? Nessun segno d’imbarazzo, pensate ha avuto l’impertinenza d’affermare che le sue critiche sono servite. Rivendica insomma i suoi meriti per i successi della squadra dei Petkovic e Shaqiri. Un’incredibile faccia di bronzo, ma questi sono i metodi del più grade partito svizzero per sabotare l’integrazione degli stranieri. Basti pensare alle palesi ingiustizie nelle naturalizzazioni.

Vi sono due categorie di stranieri. I top manager ed i calciatori di successo che ottengono senza difficoltà la nazionalità svizzera. Gli altri, i meno abbienti e fortunati, devono subire procedure a volte scandalose ed arbitrarie. La cronaca ci ha di nuovo riservato episodi di interrogatori tendenziosi, perfidi e mortificanti per negare il passaporto rossocrociato a giovani nati in Svizzera che parlano le nostre lingue, che hanno frequentato le nostre scuole che lavorano assieme a noi. Un po’ più di sportività e fairness per favore.


Sconfitti, ma consapevoli di essere una potenza (mondiale!)

Nuove comunicazioni, indagini e preoccupazioni dopo la pubblicazione del rapporto sulle molestie alla RTS 

Bellissima contro i campioni del mondo della Francia, a lungo eroica per come ha resistito all’inferiorità numerica contro gli ex campioni della Spagna, la Svizzera, asciugate le lacrime a Vargas e a molti altri, si sveglia consapevole d’essere ormai a livello delle migliori al mondo: nulla è precluso a questo formidabile gruppo plasmato da Petkovic con un processo laborioso: il tempo stringe, ma alle porte si presenta un’altra occasione, forse l’ultima per questa generazione: l’imminente qualifica ai prossimi mondiali, tra gli altri, contro l’Italia, affrontata nel peggior modo possibile in questi Europei,

Nessuno avrebbe immaginato una tale trasformazione, una muta animalesca quasi, dopo quella sciagurata esibizione, in primis dei due falsi biondi Xhaka e Akanji e del semi-falso biondo Elvedi (con le “mèches”): hanno atteso paralizzati dalla paura gli avversari nel “bunker” dell’area di rigore, lasciandoli andare al tiro.

La feccia rossocrociata dei “socials” li ha massacrati, non tanto per il gioco, al limite ci poteva stare, ma perché non hanno cantato l’inno, perché sono “svizzeri di cartapesta”, perché non si sono battuti con il cuore, ecc,

Contro i turchi c’è stata una prima reazione, con un grande Xhaka, autore di una partita stupenda e di una madornale caduta caratteriale, costata carissima, un’ammonizione stupidamente cercata con una protesta inutile; la seconda, contro i francesi, ci stava, andava “spesa”.

Quindi la grande impresa, tecnica, caratteriale, contro la Francia, specialmente dopo il rigore mancato da Rodriguez, con le reti di Seferovic e di Gavranovic e l’incredibile freddezza appaiata al livello tecnico dell’esecuzione nei rigori, culminata nella parata plastica di Sommer su Mbappé che ha fatto il giro del mondo.

Il portiere, con un formidabile Rodriguez, un bravissimo Akanji e un sorprendente Widmer, ha “murato” la Spagna dopo l’ espulsione di Freuler che aveva servito a Shakiri la palla del pareggio. Freuler, che con Zakaria autore di una sfortunata autorete, ha rimediato in parte all’assenza di Xhaka, l’ha fatta grossa: non ha imparato nulla dall’espulsione per un intervento analogo in Atalanta-Real Madrid: nel regolamento del gioco del calcio, sconosciuto alla RAI e alla TSI, esiste il concetto di “negligenza”, che si dà quando un giocatore entra in modo duro senza ipotizzare il grave danno che può causare: infatti, e le fotografie lo dimostrano, se l’avversario avesse avuto la gamba in appoggio, si sarebbe ritrovato con tibia e perone rotti.

Anche le osservazioni sull’arbitro inglese Oliver, che secondo Buffon ” ha l’immondizia al posto del cuore” sono fuori posto, ancor più quelle sul gioco inglese, che ha cancellato questo tipo di intervento (lo “hacking”) nel 1863. Si confonde l’intervento, magari anche duro, di spalla, con quello pericoloso a gamba tesa o a piè pari, palla o uomo come nei ruspanti tempi andati. Peggio ancora: si confonde (RAI e TSI, idem come sopra) la spalla con il braccio o il gomito allargato, come nel rigore contestato assegnato al Belgio contro l’ Italia.

A proposito di confusioni; dopo questi Europei la maggioranza del popolo svizzero non farà più distinzioni fra serbi, croati, albanesi, kosovari africani e svizzeri: li chiamerà con orgoglio rossocrociati, a pieno titolo, come ai vecchi tempi: pronti a ” sputare sangue” per la maglia, per la gioia dei molti che si identificano con la squadra che ci rappresenta, indipendentemente dalle origini. Siamo tutti un po’ meticci – on. Quadri, Blocher e sodali esclusi – importante è essere leali con chi ci accoglie e ci fa sentire parte di un’ umana famiglia. Si dà e si riceve. Accade nella maggior parte dei casi.

Calcolando i minuti di recupero, la Svizzera ha giocato in 10 2×15 + 2x 1′ di recupero nei supplementari, più 17′ dall’espulsione di Freuler, totale 49′ [ndr]


Sergio Rossi – Se le promesse hanno il naso lungo

Nuove comunicazioni, indagini e preoccupazioni dopo la pubblicazione del rapporto sulle molestie alla RTS 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Billy Elliot non danzerà più

Nuove comunicazioni, indagini e preoccupazioni dopo la pubblicazione del rapporto sulle molestie alla RTS 

Diventare un pugile di successo. È l’unico modo per scappare da Durham, città operaia sconquassata da sfruttamento e scioperi. Billy, invece, sogna il balletto. Non uno sport da maschi come la boxe né il futuro in miniera come il resto della sua famiglia. Ammettiamolo, abbiamo fatto tutti il tifo per Billy Elliot, nel buio di una sala cinematografica. Entusiasmandoci, quando scopre la passione per la danza. Indignandoci, quando il padre gli scarica addosso tutti i suoi pregiudizi; e una buona dose di botte. Emozionandoci, quando forza e tenacia hanno la meglio su un destino già segnato. Perché sì, l’undicenne inglese di umili origini riesce a realizzare i propri sogni: entra a far parte della Royal Ballet School e, dopo anni di duro lavoro, ottiene il ruolo di primo ballerino. Una storia delicata, che insegna ai bambini a credere in sé stessi.

A tutti i bambini, o quasi. Il governo ungherese ha infatti deciso di vietare ai minori il film del regista Stephen Daldry, al fine di tutelarli da modelli di vita “devianti”. Billy Elliot passerà sporadicamente in televisione, ma solo in seconda serata e con tanto di bollino rosso.

Le prime avvisaglie di strumentalizzazione politica risalgono già al 2018, quando il quotidiano Magyar Idők attacca ferocemente il musical omonimo, in cartellone all’Opera Nazionale. Secondo la redazione, vicina al partito ultraconservatore di Viktor Orbán, lo spettacolo propaga l’omosessualità come una malattia. “Trasformare i piccoli ungheresi in gay e lesbiche” va contro gli obiettivi nazionali; si rischia un ulteriore calo delle nascite, in una nazione di vecchi chiamata a contrastare una fantomatica “invasione straniera”. L’Opera di Budapest è costretta a cancellare tutte le date di Billy Elliot, causa crollo delle vendite dei biglietti. La campagna omofoba però non si arresta, con la complicità dei media vicini al premier Orbán: il quale persegue la difesa dei valori cristiani dagli sforzi occidentali di “sperimentare un cosmo senza Dio, famiglie arcobaleno, migrazione e società aperte“.

La nuova legge che vieta la promozione dell’omosessualità, nonché la diffusione in prima serata di Billy Elliot, si colloca quindi in una direzione tracciata da tempo. Anzi, è solo l’ultima di una serie di misure per limitare i diritti delle minoranze LGBT+ e contribuire alla loro stigmatizzazione di fronte al resto della popolazione. Il testo normativo, proposto dal partito politico di estrema destra Fidesz, è stato approvato dal Parlamento ungherese con 157 voti a favore e uno solo contrario: fa parte di un controverso pacchetto di riforme pensate per proteggere i minori dalla pedofilia, che viene così automaticamente collegata a orientamenti sessuali diversi e assimilata alla comunità LGBT+. Il canale commerciale RTL Klub Hungary ha tempestivamente rinnovato la sua offerta televisiva: film come Harry Potter, Il Diario di Bridget Jones, il già citato Billy Elliot oppure serie tv come Friends e molti altri titoli non saranno più mandati in onda in prima serata. La legge potrebbe toccare anche il settore pubblicitario, che solitamente investe milioni in spot che raccontano tendenze e cambiamenti in atto nella società. Si renderanno non disponibili ai minori non solo i contenuti pornografici, ma anche quelli che mostrano una sessualità fine a sé stessa oppure i contenuti che promuovono l’omosessualità, la deviazione dall’identità di genere, il cambiamento di genere.

Una vera e propria misura anti gay che relega nell’ombra le minoranze e vieta di affrontare temi legati alla sessualità davanti ai minorenni: ledendo diritti come la libertà di espressione, di autodeterminazione e andando a incidere in maniera diretta sui programmi scolastici. La misura legislativa è stata accolta con indignazione da Amnesty International e da altre organizzazioni della società civile, che accusano il governo di Budapest di violare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Mentre i media ungheresi martellano l’opinione pubblica sui pericoli della diversità e gli accoliti difendono la linea dura del premier Viktor Orbán, la risposta europea non si è fatta attendere. E, per una volta, è stata decisa e unita. Il vertice dei capi di Stato tenutosi a Bruxelles, infatti, si è mostrato fermo e ha preso posizione contro le riforme adottate dal governo di Orbán, in nome della coesione e della coerenza con i valori democratici propri dell’Unione. Il premier olandese Rutte si è rivolto direttamente al suo omonimo ungherese: “per chi promuove quelle leggi non c’è spazio nell’Unione. Fai come la Gran Bretagna, utilizza l’articolo 50 del Trattato” [quello che ha consentito la Brexit, ndr]. Difficilmente Rutte verrà ascoltato, ma nel frattempo Orbán dovrà sopportare le missive di leader come Draghi, Merkel e Macron. Così come i tifosi Euro 2021 vestiti di tutti i colori dell’arcobaleno.

Il sottotitolo di questo articolo  fa riferimento al libro “Il paese delle meraviglie è per tutti”, un’antologia di fiabe con protagonisti LGBT+. Parla di diversità e nell’ultimo anno ha subìto una censura senza eguali in Ungheria. Un’esponente di estrema destra lo ha inserito nel tritacarte per fare propaganda politica, ma la cosa più grave è che è stato tolto da tutte le librerie e dalle scuole: chi desidera venderlo o utilizzarlo a scopi educativi può per legge venire multato, oltre che incorrere in altri guai come minacce, pestaggi e atti di vandalismo. Ormai lo si trova solo online, dove circola libero con buon successo.