Evergrande e la prossima crisi immobiliare

 

In questi giorni si fa un gran parlare del caso Evergrande, un’azienda immobiliare cinese che con ogni probabilità non riuscirà a far fronte ai pagamenti in scadenza a breve. In sostanza, l’attività dell’azienda è raccogliere risparmi (indebitandosi) e investirli nella costruzione di immobili, da cui dovrebbe poi trarre un guadagno, affittandoli o vendendoli. Insomma, se non totalmente, si tratta almeno in parte di speculazione edilizia. In realtà, Evergrande ha espanso le sue attività anche in altri settori, ma questo esula dalla problematica in questione. Il perché ci sia così tanta attenzione su questo particolare caso è presto detto: Evergrande è la seconda maggiore società immobiliare in Cina, gestisce più di 1’300 progetti in quasi 300 città del paese e sarebbe indebitata con centinaia di società bancarie o finanziarie. L’espansione del settore immobiliare in Cina è stato un palliativo per superare la fase di rallentamento della crescita nel paese, il cui tasso di espansione è in costante rallentamento dal 2010.

Evergrande si trova in una crisi di liquidità. In parole povere, non è in grado di far fronte alle prossime scadenze di pagamento, perché non dispone dei fondi necessari. Nella fattispecie, Evergrande dovrà pagare gli interessi sui suoi titoli di debito (obbligazioni) per 84 milioni di dollari entro le prossime ore), altri 45 milioni entro mercoledì 29 settembre e ulteriori 149 milioni di dollari l’11 ottobre. La situazione debitoria dell’azienda – esposta per oltre 300 miliardi di dollari – preclude la possibilità di finanziare questi pagamenti tramite un credito bancario o un’ulteriore emissione di debito sui mercati finanziari. Inoltre, il governo cinese non sembra intenzionato a intervenire, dato che recentemente il presidente Xi Jinping ha rilasciato dichiarazioni volte a frenare la speculazione edilizia nel paese. Il governo ha anche introdotto la politica delle cosiddette “tre linee rosse”, ovvero dei criteri finanziari, il cui non rispetto implica una limitazione alle possibilità d’indebitamento per l’azienda interessata.

Tuttavia, è difficile pensare che si lascerà fallire Evergrande in modo incontrollato. È probabile che, una volta liberatosi degli attuali vertici dell’azienda, il governo applicherà un piano di smantellamento controllato, cercando di limitare le ripercussioni sui creditori, soprattutto per evitare una crisi bancaria e finanziaria. Questa è infatti la preoccupazione principale, dato che tutte le maggiori recessioni del passato sono iniziate con una crisi nel settore immobiliare, che si è poi propagata al sistema bancario, finendo per generare una forte depressione dell’attività economica. La crisi economica globale del 2008 è iniziata con lo scoppio della bolla dei subprime nel 2006, un evento inizialmente limitato al settore immobiliare statunitense.

Se il governo cinese riuscirà nel suo intento, potrà evitare un secondo caso Lehman Brothers, la banca d’investimenti il cui fallimento nell’ottobre del 2008 è considerato il fattore che trasformò una crisi interna agli Stati Uniti in una crisi globale. Infatti, Lehman Brothers era fortemente esposta sui titoli subprime ed era anche legata a molte banche e istituti finanziari esteri, soprattutto europei. La decisione da parte di governo e banca centrale statunitensi di non salvarla provocò una reazione a catena che precipitò il mondo intero nella più grave recessione dal 1929. Secondo i più maliziosi, questa grave conseguenza fu in realtà la motivazione principale alla base della decisione: gli Stati Uniti, che erano già in recessione a causa della crisi immobiliare legata ai subprime, preferirono coinvolgere il resto del mondo piuttosto che rischiare di perdere l’egemonia globale. Tuttavia, Evergrande è meno legata a banche estere di quanto lo fosse Lehman Brothers, oltre ad essere molto meno grande (la posizione debitoria di Lehman Brothers prima della crisi era circa il doppio di quella attuale di Evergrande). E per i suddetti maliziosi: il governo cinese sembra disporre degli strumenti per contenere le conseguenze interne di un fallimento di Evergrande e non sembra avere interesse nello scatenare una crisi globale dagli effetti imprevedibili. Almeno per ora.

È vero, però, che qualche spiacevole ripercussione potrà verificarsi anche al di fuori della Cina. Pure in Svizzera, dato che UBS è esposta per circa 276 milioni di dollari in obbligazioni di Evergrande. Ciononostante, il pericolo maggiore rimane interno, cioè dovuto al mercato immobiliare elvetico. La politica dei tassi d’interesse negativi della Banca nazionale svizzera (BNS), con il fine ultimo di deprezzare il franco, ha quale effetto perverso quello di surriscaldare il settore edilizio. I tassi d’interesse storicamente molto bassi hanno spinto i grandi investitori a costruire immobili da affittare o vendere, senza verificare se ci sia o meno una domanda per questi spazi abitativi o di lavoro. Il tasso di sfitto rimane a un livello di guardia, sebbene sia diminuito fra giugno 2020 e giugno 2021 dall’1,72 all’1,54 per cento in Svizzera. Anche perché, considerando il contesto di ripresa dopo la fase più dura della pandemia di covid-19, non è improbabile che questo tasso riprenderà a crescere in futuro, come lo ha fatto nei dodici anni precedenti. E ciò continuerà, se non verranno apportati correttivi sostanziali e strutturali, fino alla brusca inversione di tendenza che si materializzerà con la prossima crisi immobiliare.

In Ticino, per di più e in controtendenza rispetto all’evoluzione generale in Svizzera, questo tasso continua inesorabilmente a crescere. Senza fare un’analisi focalizzata sul cantone, che andrebbe oltre agli obiettivi di quest’articolo, va sottolineato che una crisi immobiliare può scoppiare in una sola regione e velocemente coinvolgere il resto del paese. Il caso Lehman Brothers’, che addirittura coinvolse il resto del mondo, ce lo insegna. Anche perché in Svizzera troviamo, fra i maggiori investitori nel mattone, molte casse pensioni, ciò che pone un’ulteriore spada di Damocle sull’intera società: tutti o quasi beneficeremo delle rendite che questi istituti verseranno e tutti dunque subiremo le amare conseguenze di una crisi immobiliare che li dovesse colpire.

Di Maurizio Solari, assistente presso la facoltà di economia dell’Università di Friborgo


Sergio Rossi – Sindacato ‘giallo’ e minimi salariali

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Spazi di aggregazione cercansi

 

Di Bruno Brughera

Lo scorso fine settimana, con la festa informale di un centinaio di giovani nel parco di Villa Saroli, si è riproposto una volta di più un tema di grande rilevanza, quello degli spazi aggregativi a Lugano.

A proposito dell’evento in questione si è già espresso su “Naufraghi/e” Marco Züblin, che lo ha letto come spunto di riflessione per denunciare una certa attitudine a risolvere le questioni di questo tipo con le “maniere forti” e con il “braccio armato” di una polizia chiamata ad intervenire in modo sempre più sproporzionato, in preda evidentemente, ad una crisi di nervi, di rabbia e di paura per nulla rassicuranti.

Gli avvenimenti del parco di Villa Saroli, hanno però di nuovo portato alla ribalta anche le difficoltà che una volta ancora la città mostra evidenti nell’affrontare il delicato capitolo delle cosiddette “politiche giovanili”.

Da tempo immemore in ogni paese, villaggio o città, i giovani hanno sempre cercato ed individuato luoghi di aggregazione. Un campetto, un muretto, un giardino, un parco o una piazza sono da sempre, verrebbe da dire, luoghi di ritrovo per molti giovani. È una necessità fisiologica e sociale di una “generazione in formazione”, per giocare, per distrarsi, per confrontarsi e fare le prime esperienze, per cercare e trovare un’identità nuova e non imposta, predefinita, preordinata. C’è insomma, il desiderio di autodeterminarsi.

Chi non ha vissuto qualcosa del genere, anche nel passato, anche in una realtà meno urbanizzata e globalizzata di quella odierna? A maggior ragione oggi, dunque, si tratta di considerarlo un fenomeno sociale “naturale” ma complesso, che si manifesta in modi diversi e differenziati, e che va affrontato dalla politica anzitutto cercando di comprenderne le forme e le ragioni.

Sembrerebbe che a Lugano queste modalità d’incontro non siano ben viste. Certo i giovani hanno anche esigenze che spesso gli adulti mal sopportano, che non possono o non vogliono riconoscere. I rumori, gli schiamazzi, la musica ad alto volume, i decibel, possono essere tutti elementi di disturbo di una certa “quiete pubblica” che si deve e si vuole far rispettare per una cittadinanza probabilmente già sin troppo sollecitata ed esasperata. C’è un diffuso scontento, cresce l’intolleranza verso tutto ciò che non concerne la propria “sfera privata” proprio mentre i giovani ne cercano una pubblica, che permetta loro di socializzare, di sperimentarsi dentro un gruppo.

Certo, si tratta di una “socializzazione” dalle molte facce, che può anche trovare una risposta in momenti organizzati dal Comune. Oppure può diventare, per esempio, l’adesione a gruppi sportivi, sia come pratica che come sostegno a società sportive (e, dobbiamo dirlo, non senza “derive” a volte anche più preoccupanti di quelle, presunte, riscontrabili in una festa al parco). O ancora, può essere semplicemente frutto spontaneo del desiderio e della necessità di incontrarsi, senza che nessuno dica o imponga né il come né il perché.

Ci sono poi esempi, estremi, di tensioni e scontri fra giovani (alla “pensilina” o alla foce), sintomi di una condizione di vero “disagio” che va affrontato con fermezza ma non esclusivamente con la pura e dura repressione, e senza mai generalizzare: i giovani non sono tutti uguali, non sono tutti classificabili con etichette di comodo che liquidandoli come delinquenti e “brozzoni” ne fanno l’oggetto di una politica miope e iniqua, fatta di pregiudizi e di controproducenti chiusure.

Con l’abbattimento dell’ex-Macello è venuto a mancare uno spazio di aggregazione giovanile contenuto e tutto sommato sicuro e ben delimitato.

Quello dell’illegalità è un mantra usato per giustificare molte azioni in cui la polizia è stata chiamata ad intervenire. Lo abbiamo visto molte volte: vi ricordate i fatti al parco dell’Accademia di Mendrisio? A Lugano la contrapposizione alla realtà autogestita ha fatto sì che molti giovani ora si aggregano forse più di prima e in special modo occupano spazi pubblici per assemblee, per aperitivi e serate ricreative. E non ci si illuda: lo faranno ancora per molto tempo.

Lugano, per i giovani non è mai stata una città da vivere. Basti vedere cos’è il centro alla sera e quanto fastidio darebbe una sua “animazione” fatta non solo di eventi istituzionali e di parata, ma anche di occasioni di incontro che possano nascere spontaneamente.

Con l’avvento della nuova municipale responsabile del Dicastero Sicurezza – al centro della repressione di via Simen e della infausta demolizione dell’ex-Macello- favorita da quel personaggio a capo della socialità che ogni domenica firma articoli denigratori su tutto e tutti, si è di fatto alzato il livello di cieca intransigenza, “militarizzando“ la polizia, sempre più presente in tenuta antisommossa.

Ma usare le maniere forti in situazioni che meriterebbero ben altre risposte, non risolve la questione, anzi, accentua la frattura. Cavalcando frustrazioni, tensioni, esasperazioni, in nome dell’”adesso basta!” invocato da cittadini amareggiati e scontenti, tanto per tenerseli buoni per le prossime elezioni, non si farà certamente fronte ad un tema, come quello della politica giovanile, che deve saper contemplare non solo modalità istituzionali, ma anche forme di “autonomia” che lascino crescere, senza pressioni o modelli preconcetti, una generazione nuova alla ricerca della propria identità.


Mettiamo la Svizzera nell’anglosfera

 

Ragazzi, cominciamo a studiare seriamente cosa sia l’“anglosfera”, perché a questo punto non possiamo escludere che la Svizzera ci finisca dentro. Scusate, dobbiamo subito andar per specialisti, e ci vuole un po’ di pazienza. Dunque, definizione di “anglosfera” da parte della rivista di analisi internazionale “Limes”: trattasi di un’idea potente ed evocatrice più che di una realtà geo-politica già operativa, con cui si vorrebbe rimettere insieme i pezzi dell’ex impero britannico ma in una versione oggi inevitabilmente a guida americana. Il fatto è che l’”anglosfera” ha emesso finalmente il suo primo vagito. Nascita Patto di difesa “Aukus” (acronimo di Australia, United Kingdom, United States), e decisione di Canberra, su richiesta di Washington, di stracciare un contratto con la Francia da oltre 50 miliardi di euro per la fornitura di una flotta di sottomarini. Quei fondi andranno all’ “Aukus” (e i relativi miliardi all’America che venderà i sottomarini all’Australia) per concretizzare un sistema di contenimento anti-cinese nell’Indo-Pacifico. Pechino sta forse preparando una guerra? Ovviamente no. Ma, pensano gli strateghi “anglosferisti”, una bella pressione militare è un segnale necessario, e potrebbe costringere la Cina a svenarsi nella corsa agli armamenti, magari andando a schiantarsi come accadde all’Urss.

E noi ingenui, che pensavamo che il nuovo ‘rivale sistemico’ dell’Occidente, per “uncle Joe Biden” oggi il nemico numero uno dei “superiori” sistemi liberali, andasse contrastato con un’alleanza democratica forte e decisa nel procedere insieme sul fronte della competitività commerciale, tecnologica e digitale. Adesso basta, decreta invece l’uomo della Casa Bianca, il gioco si è fatto duro e dobbiamo avere in campo i nostri duri, con l’Aukus. E che gli alleati europei – inizialmente corteggiati dall’America “che torna” – stiano al loro posto, che già abbiamo fatto loro il favore del ritiro da Kabul. Prima vittima della crisi dei sottomarini l’umiliata e furibonda patria di Macron, che esercita un po’ di diplomazia muscolare per salvare l’orgoglio “de la patrie”.

Ma la Svizzera, che c’entra? Ah sì, scusate, la Svizzera. È che una Francia stizzita ha anche deciso di annullare la “visita di lavoro” che avrebbe dovuto introdurre il nostro Guy Parmelin negli scintillanti saloni dell’Eliseo. La ragione? Nella sua caccia al… caccia, Berna – che avrebbe potuto svelenire la tensione con l’UE – ha snobbato l’Europa e soprattutto l’offerta dell’aereo francese Rafale. Viene preferito l’acquisto di 36 esemplari dell’americano F-35. Che sarà anche la Ferrari dei cieli, ma che ci costerebbe, se tutto va bene, la modesta sommetta di 20 miliardi, fra acquisto e manutenzione. Il fatto è che da inizio anno l’F-35 è al centro di dure polemiche negli stessi USA in particolare dopo il rilevamento di più di 800 carenze tecniche, di cui 10 a rischio incidenti mortali. Il presidente della Commissione forze armate del Congresso ha sentenziato: ‘finiamola di gettare soldi in questo “pozzo senza fondo”. No, Berna ce li vuole gettare. Ma non è che pensa di assoggettarsi ancora di più al volere di Joe Biden, chiedendo di aderire all’“anglosfera”, con un piccolo sconto sugli F-35 e con relativa deroga alla qualità della lingua di Shakespeare?

Pubblicato da laRegione il 20 settembre


Si fa presto a dire pace

 

Nel 1981, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituiva la giornata internazionale della pace. Inizialmente, la data scelta per celebrarne la ricorrenza coincideva con quella dell’apertura della sessione annuale dell’Assemblea, il terzo martedì di settembre di ogni anno.

Martedì 11 settembre 2001, il Segretario Generale Kofi Annan si preparava ad inaugurare i lavori dell’Assemblea Generale, portando la sua testimonianza di pace. In contemporanea, a pochi isolati dal palazzo di vetro di New York, gli attacchi terroristici di al-Qaeda colpivano le torri gemelle. Una successiva risoluzione di quello stesso anno, spostava definitivamente la celebrazione della ricorrenza al 21 settembre e consacrava tale giornata alla pace internazionale, alla non violenza e al cessate il fuoco.

Semplificando, si potrebbe definire la pace assenza di violenza. In effetti, l’Agenda 2030, documento ONU che stabilisce gli obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro i prossimi nove anni, individua all’obiettivo numero sedici, “pace giustizia e istituzioni solide”, la necessità di ridurre ovunque e in maniera significativa tutte le forme di violenza e il tasso di mortalità ad esse correlato. Il raggiungimento di tale traguardo implicherebbe uno sforzo collettivo verso il disarmo, partendo dalla revisione delle leggi che regolano il mercato delle armi.

Secondo una stima del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) il valore totale del commercio di armi nel 2017 ammonterebbe ad almeno novantacinque miliardi di dollari. Se si considerano i traffici illeciti, è probabile che la cifra aumenti considerevolmente. Secondo ulteriori statistiche, le cento aziende più importanti nel commercio di armi, avrebbero realizzato nel 2017 vendite per un valore di quasi quattrocento miliardi di dollari.

La Small Arms Survey stima inoltre che circolino più di un miliardo di armi da fuoco nel mondo, la grande maggioranza delle quali è in mani civili. Nei prossimi cinquant’anni, la produzione mondiale di fucili d’assalto militari, carabine, pistole e mitragliatrici leggere e pesanti oscillerà tra le trentasei e le quarantasei milioni di unità. Questi mercati corrispondono ad un costo umano molto alto. Secondo l’Uppsala Conflict Data Program, dal 1989 al 2018, circa due milioni e mezzo di persone hanno perso la vita in un conflitto armato. Questo dato non tiene conto delle morti non legate alle guerre: soltanto nel 2017 infatti, sono stati circa seicento mila i morti per mano armata nel mondo.

Secondo quanto riportato dal rapporto FIRE, patrocinato dalla Commissione Europea per combattere il traffico illecito di armi da fuoco a livello comunitario, i paesi dell’ex Jugoslavia rappresentano tra le principali fonti di approvvigionamento dei traffici illeciti di armi da fuoco. All’inizio del ventunesimo secolo, nonostante molte scorte fossero state distrutte, si stimavano circa otto milioni di armi in avanzo presenti nella regione. Le armi da fuoco prodotte dall’Unione Sovietica generarono inoltre significative scorte in esubero in Bielorussia, Kazakistan, e Ucraina. A causa della mancanza di controllo governativo in tali paesi durante la prima metà degli anni novanta, grandi quantità di armi vennero sottratte illecitamente.

A tal proposito emblematico è il caso della società AEY, di proprietà di due poco più che ventenni americani, improvvisatisi trafficanti d’armi. Nel marzo 2008 il New York Times pubblicò un contratto di acquisto da trecento milioni di dollari che coinvolgeva la AEY incaricata dal Pentagono dell’approvvigionamento di armi e munizioni per la costruzione di un esercito alleato in Afghanistan. L’AEY, grazie al coordinamento dell’elvetico Heinrich Thomet, il quale non poteva incaricarsi direttamente dell’affare perché segnalato per terrorismo dagli Stati Uniti, rifornì decine di milioni di cartucce provenienti da scorte albanesi, eccedenza della Guerra Fredda. La società nascose che tali munizioni albanesi erano state prodotte quarant’anni prima in Cina e fu accusata di violare l’embargo statunitense sul commercio d’armi nei confronti di Pechino, istituito nel 1989 a seguito della violenta soppressione delle proteste di Piazza Tienanmen.

Il disarmo internazionale beneficerebbe invero di rinnovati sforzi di coordinamento. Nella giornata internazionale della pace, è opportuno riflettere quali innovative soluzioni potrebbe adottare la comunità di Stati per ridurre la violenza armata, a fronte della forte opposizione economica al disarmo derivante dai grandi volumi del commercio di armi. Sono gli embarghi la miglior soluzione ad oggi disponibile? Notizia degli ultimi giorni a tal riguardo, è l’iniziativa popolare svizzera contro l’esportazione di armi in paesi teatro di guerre civili nonché paesi che violino gravemente e sistematicamente i diritti umani. Il dibattito originato ha messo infatti in luce una serie di recenti “incidenti” che hanno permesso ad armi svizzere di giungere comunque in zone teatro di guerra. Nonostante la ratifica da parte di centodieci Stati del Trattato Internazionale sul Commercio delle Armi che stabilisce il divieto di trasferimento tra paesi di armi qualora noto quest’ultime vengano utilizzate per commettere o facilitare genocidi, crimini contro l’umanità o di guerra, la storia ha dimostrato che la violazione di divieti commerciali nei confronti di tali paesi rimane un rischio inevitabile.


PEACE

 


C’è un problema con la polizia?

 

Al netto dello psico-sociologismo da supermercato che tende a trovare spiegazioni assolutorie a tutti i comportamenti giovanili, talune manifestazioni del “disagio” dei ragazzi – come il rave improvvisato a Villa Saroli a Lugano e gli eventi alla Lugano Marittima – non sono altro che lo specchio di banale ineducazione e di ordinaria mancanza di rispetto per il prossimo. Di queste, noi abitanti del centro abbiamo quotidiane antelucane conferme, in decibel e in littering.

Fatta questa premessa, temo che vi sia un problema di sostanza con la nostra polizia, a tutti i livelli. Ci viene detto che è “proporzionale” un intervento della Comunale con gas e proiettili di gomma (sparati in terra, eddai…) per mettere fine a un(a) flash mob già in fase di sgombero, e per mantenere una distanza di sicurezza tra gli agenti e i ragazzi; probabilmente era “proporzionale” sì, ma non alle circostanze obiettive, bensì alla percezione di esse da parte della polizia, e in generale all’atteggiamento un po’ emotivo degli agenti e dei loro capi di fronte al dissenso di piazza. La sensazione è che gli interventi siano a misura di un certo grado di rabbia, di ansia e anche di paura degli agenti, che li conduce ad assumere comportamenti obiettivamente non idonei né congrui. E non è una novità: ricordo bene una manifestazione antimilitarista di qualche anno fa sul lungolago di Lugano, con taluni agenti (questa volta non solo della Comunale) che si abbandonarono a violenza fisica contro manifestanti non violenti (se non verbalmente).

E poi: è incomprensibile che l’evento non sia stato bloccato sul nascere (era possibile farlo, e senza giubbotti antiproiettile); si è invece atteso proprio che i vicini segnalassero la cosa, manifestando la propria giusta insofferenza, per dar vita un intervento poliziesco spettacolarmente muscolare. Qualche solito malevolo potrebbe pensare che questa modalità inutilmente plateale sia stata frutto di una scelta deliberata, magari per dare una lustratina all’immagine pubblica della polizia, dopo le pisciate fuori dal vaso (a tutti i livelli istituzionali e di polizia, peraltro) in occasione dello sgombero dell’ex-Macello; e a pensar male…

Restando in tema, ecco la “giustificazione”: l’intervento è stato anche motivato con il fatto che il generatore che alimentava la musica perdeva (nafta, immagino), una motivazione puerile che ricorda quella – la prima di tante, troppe – data dall’alcalde buonanima all’intervento della polizia e delle ruspe all’ex-Macello, cioè che il tetto era pericolante. Siamo sempre lì, a constatare come si tenti di farci passare per fessi.

Consiglierei quindi a qualcuno di organizzare  – a Lugano comunque, ma non solo – un corso di gestione dell’ansia e della rabbia, in modo da evitare agli agenti derive da repubblica delle banane; altro che inventarsi norme legali a protezione della polizia. Non è un mestiere facile, richiede equilibrio, lucidità, intelligenza e testa fredda, ma nessuno è obbligato a farlo; e nemmeno può pensare che si tratti solo di occuparsi di reati automobilistici o di altre pinzillacchere senza rischio. L’esempio dall’alto non è dei migliori, ciò che potrebbe sembrare a qualcuno un bel viatico superiore per ogni deriva in nome dell’Ordine; e qui servirebbe anche un corso di buona fede, di civismo e di senso delle istituzioni, ma non primariamente agli agenti.


Nel nome di Giano Bifronte

 

Nella mitologia latina un posto di rilievo è dato ad un dio di nome Giano, raffigurato solitamente con due volti: uno guarda avanti e l’altro indietro. È la divinità che insegna a saper guardare avanti con uno sguardo rivolto sempre al passato. Quel che si potrebbe definire l’emblema di tanti studi e ricerche di storia, che si vogliono importanti perché conoscendo il passato si può leggere meglio il futuro.

Il fatto è che tale attitudine, diciamo di “bifrontismo” è oggi una delle caratteristiche di certa politica, che avanza (e si afferma) guardando indietro e continuando ad immaginare e proporre come modello di funzionamento del nostro paese una realtà “mitizzata”, legata ad un passato che non c’è più e che non può neanche più esserci.

La politica svizzera, una certa politica svizzera e ticinese, pare davvero ben rappresentare questo orientamento quando evoca e richiama, come un mantra, princìpi di “salvaguardia” e “difesa” dei “valori nazionali” e continua a proporre, incessantemente, progetti economici, sociali, culturali anche, che si riconducono ad una nostra presunta “autonomia” e indipendenza da tutto ciò che ci circonda.

Insomma, il mondo intorno a noi, è “fuori”, ed è confuso, irrazionale, illeggibile, incompatibile con il nostro tradizionale “ordine”, che ci ha garantito e continua a garantirci condizioni di vita invidiabili ed invidiate dal mondo intero.

Così, il futuro, quell’incombente e misteriosa minaccia che ci attende dietro l’angolo, fuori dalla nostra porta, anzi, che dalla finestra è già entrato subdolamente a scalfire i nostri sacri ed inviolabili princìpi, va affrontato tendenzialmente negandone ogni valenza benefica, o anche solo accettando l’idea che con il futuro ci si debba confrontare razionalmente, perché, volenti o nolenti, prima o poi… arriva.

Di più: quel temuto “futuro”, che noi non vogliamo e che pervicacemente ci vorrebbero sottomettere “gli altri”, non capiamo neanche che è già qui, è già il presente. Da bravi bicefali e bifronti, abbassiamo l’elmo sul volto di Giano che guarda in avanti, ed andiamo avanti guardando soltanto indietro.

Ah quando c’era la piazza finanziaria ticinese… ah quando il mondo si fidava di noi perché eravamo ricchi, premurosi e discreti … ah quando le comunità straniere (che ci hanno arricchito) capivano i nostri “valori” e si integravano nella nostra società e nelle nostre culture … ah quando il nostro era il paese dei campanelli, anzi, meglio, dei campanacci, quelli, per dire, dei “Freheitstrychler”…

Naturalmente ognuno di questi riferimenti è utilizzato, in generale, come fosse una cartolina illustrata d’epoca, fissa nel tempo, e non certo come un momento contenente elementi contrastanti, anche contraddittòri. Dal passato, solo luci, niente ombre: quelle vengono da fuori, sono i frontalieri, i richiedenti l’asilo, le inique pretese dell’UE, insomma la complessità del mondo che ci circonda e di cui, ahinoi, facciamo parte. Ma a parte.

Questo bifrontismo diventa strabismo quando la politica, certa politica, deve “uscire allo scoperto”, stanata dall’impellenza di prendere posizione, di decidere.

A sinistra non sarà sfuggito l’imbarazzo con cui ci si è dovuti destreggiare, per esempio, nell’assecondare in generale l’apertura verso l’Europa, ma opporsi all’accordo quadro per proteggere i salari svizzeri (poi però “adattati” alla bisogna da neonati sindacati). Oppure nell’accogliere (e anzi propugnare) le misure vaccinali ma poi, sul fronte sindacale, sollevare tutta una serie di “distinguo” su chi dovesse sottostarvi nelle fabbriche e nelle aziende.

A destra i casi non si contano, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Fra i fautori e i sostenitori del paese dei campanacci abbiamo recentemente ritrovato un Consigliere Federale con tanto di maglietta floreale, in mezzo ad un bel gruppo tradizionale dai chiari ed espliciti orientamenti no-vax. Ma la maglietta l’aveva messa per caso, dice il Consigliere Federale e tutti a chiedersi non solo come si faccia ad infilarsi una maglietta per caso, ma anche come possa un membro del Governo Federale esporsi in quel modo in un contesto che del Governo combatte apertamente l’operato.

Tanto più che il fronte no-vax sta ulteriormente arroventando il dibattito con manifestazioni, come quella di Berna, in cui si è arrivati a scontri con la polizia, uso di gas urticanti e pallottole di gomma, al punto da far dire ad un altro rappresentante dello stesso partito, che quello mostrato dai manifestanti “non è un comportamento da svizzeri”. Ah beh, lo avranno saputo anche nel paese dei “Freheitstrychler”?

Ma vabbè, su questo fronte, il Ticino ha esempi anche più inquietanti in Governo Cantonale.

Sempre in casa UDC, un altro Consigliere Federale deve organizzare di corsa una conferenza-stampa per annunciare il finanziamento, con 290 milioni di franchi (pubblici) di studi e ricerche che non ci vengono sovvenzionate dal progetto “Orizzonte Europa” dell’UE, visto che abbiamo rifiutato l’accordo quadro. Insomma, il rappresentante del partito che più degli altri si batte contro ogni concessione all’Europa, anche se finanzia la ricerca in tutti i campi a suon di miliardi di Euro, ci dice che quei soldi ora li scuce la Confederazione (non proprio tutti), ovvero li si prende da quanto versa il contribuente (svizzero). Logico, no?

E alle nostre latitudini, che dirà lo “zio Bill” della domenica di questa “concessione”? “Uhhh, che pagüra!” E intanto andrà avanti a dare degli isterici a tutti i fautori della battaglia per il clima (magari con tanto di raffinato accenno a “Gretina”) scordandosi di aver presentato lui stesso, in prima persona, un’iniziativa della Città di Lugano legata ad un progetto ONU sulla sostenibilità?

E quanto andrà avanti a non vedere che un sedicente nuovo sindacato, fondato da tre rappresentanti della Lega con un ex-vicepresidente OCST in pensione, ha la propria sede in Via Monte Boglia, proprio sotto o accanto al seggiolone da cui rifila le sue settimanali contumelie contro frontalieri, rossoverdi, la Rsi, l’UE e chi più ne ha più ne metta?

Insomma dallo strabismo si rischia di trovarci di fronte ad esempi, tristi e spiacevoli, di vera schizofrenia in cui si è trasformato il bifrontismo alla Giano Bignasca.

Il mondo è complicato, la politica ha un compito difficilissimo perché si è abituata alle semplificazioni, agli slogan, perché l’elettore capisca. Ma forse l’elettore meriterebbe un po’ più di rispetto e politici un po’ più capaci di tenerlo in considerazione.

Nell’immagine: Louise Bourgeois, “Janus Fleuri”, 1968 (MOMA, New York)


Questa pandemia finirà. Ma non saremo pronti per la prossima

 

di Christian Fehrlin, Medinside

Da 19 mesi infuria la pandemia. In Svizzera sono stati spesi 722 milioni per la cura dei pazienti Covid, 2,7 miliardi per la prevenzione e 90,7 miliardi per alleviare le conseguenze economiche. Ma non un solo centesimo è andato nell’aumento del numero di posti letto.

Nonostante le immense somme di denaro a disposizione, non è stato creato nessun posto  d’ospedale in più. I letti di terapia intensiva supplementari creati durante la crisi sono stati addirittura smantellati. E ciò sorprende. I politici giustificano praticamente tutte le misure contro il Coronavirus con il fatto che le capacità del sistema sanitario hanno raggiunto i loro limiti, e quindi la pressione deve essere ridotta.

Perché non si risolve il problema principale?

Il vero problema è la capacità del sistema sanitario. Per motivi economici i nostri ospedali sono gestiti ai massimi livelli di sfruttamento, per essere ragionevolmente convenienti. Per questo ci sono linee guida politiche – e sono complicate.

Con 94 miliardi di franchi svizzeri potrebbero venire costruiti 16 tunnel di base attraverso il Lötschberg senza esaurire completamente i fondi.
“Corona in der Schweiz“, Konstantin Beck & Werner Widmer

Immediatamente prima dei primi casi di Covid, nel dicembre 2019, l’Associazione zurighese degli ospedali VKZ ha pubblicato un documento sul fabbisogno di posti letto, nel quale viene analizzata criticamente la questione della pressione che gli ospedali acuti subiscono quando raggiungono un tasso di occupazione dei letti dell’80%. “La restrizione del numero di letti imposta dalla politica comporta il pericolo di una temporanea sotto-capacità e di un’offerta insufficiente alla popolazione“, vi si può leggere, ad esempio.

Questo era ed è un problema noto: se si aumentasse ancora l’efficienza, alla fine gli ospedali non sarebbero attrezzati per assorbire carenze di capacità, seppur di breve durata, né per far fronte ad aumenti straordinari di casi. Cosa che accade regolarmente anche durante la stagione influenzale.

Allora perché non mettere dei soldi nella soluzione di questo problema? Il Coronavirus una cosa l’ha ampiamente dimostrata: il denaro, quando si vuole, non è un ostacolo.

Come si può implementare lo sviluppo delle capacità nonostante la mancanza di personale?

Dobbiamo essere in grado di alleggerire il sistema sanitario in caso di impasse a breve termine. Per le situazioni eccezionali abbiamo quindi bisogno di centri epidemici distribuiti in tutta la Svizzera, che possano essere impiegati in caso di emergenza. L’operazione potrebbe essere gestita dall’esercito o dal servizio civile. Il popolo dovrebbe essere costantemente formato e allenato per la “nuova emergenza”, come in passato abbiamo fatto con successo con la difesa della Svizzera da parte dell’esercito. Inoltre il personale specializzato potrebbe essere richiamato dalla pensione.

Per decenni abbiamo addestrato specialisti altamente qualificati, anche se sappiamo che molto probabilmente non verranno mai impiegati – piloti di jet da combattimento, artiglieri di carri armati, tecnici radar di sistemi di difesa aerea. Per gli Svizzeri la sensazione di sicurezza vale questi soldi. Ora, dopo i 93 miliardi di franchi spesi a causa del Covid, è chiaro che dobbiamo anche implementare la formazione e il perfezionamento di capacità che possano essere mobilitate rapidamente in caso di necessità.

Naturalmente ciò costa denaro, e porta con sé diversi problemi. Deve essere affrontata specialmente la mancanza di personale. Ma anche se investissimo 1,5 miliardi all’anno nella costruzione di questi centri di crisi, sarebbe comunque più economico, in 50 anni, che spendere 93 miliardi per una singola pandemia. E le pandemie saranno con noi negli anni a venire. Per questo abbiamo bisogno di una soluzione sostenibile per la “nuova emergenza”, che alleggerisca il peso sul sistema sanitario e riduca le restrizioni sociali al minimo.

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Traduzione e titoli della redazione


L’immunizzazione partitica, il peggior male politico ticinese

 

L’immunizzazione potrebbe essere rappresentata come una sorta di muro che protegge dall’esterno. L’immunizzazione partitica, per paradossale che possa sembrare in clima di Coronavirus, è uno dei peggior mali della politica ticinese (ma anche federale).

In che cosa consiste? Consiste nell’opporsi sistematicamente, da una parte, da un partito, ad ogni idea o proposta o valutazione provenienti dall’altra parte, perché ritenute, per principio, un virus malefico, distruttore o dannoso per il partito. O ancora un implicito forzato riconoscimento dell’altro, che equivale ad ammettere un proprio minor discernimento e la concessione di un credito politico-elettorale che non va concesso.

Come si manifesta? Di solito in tre modi. O con l’accusa di ideologismo (la proposta, la critica o anche l’opposizione saranno sempre etichettate di “ideologiche” e quindi aprioristiche, irreali, fuori norma; vale ad esempio tanto per la Scuola quanto per la Fiscalità o il Traffico o l’Ambiente ecc.). O con l’accusa di estremismo o di radicalità (riservata un tempo ai “radicali”, ormai scomparsi, e oggi di solito a ciò che proviene soprattutto dalla sinistra più attiva o a chi mette in discussione dio patria e famiglia, miti nazionali) o con l’accusa di impraticabilità o di demolizione irresponsabile del sistema esistente (si insiste, allora, sulla prospettiva della rovina economica, della disoccupazione, dell’indebolimento della competitività, della fuga dei ricchi, che così si manderà tutto a carte quarantotto).

Quali possono essere le conseguenze? In genere, di quattro tipi: l’immobilismo, la mancanza di corrente d’aria (aperture, scambio di idee), la cariatidizzazione dei partiti, il sorgere di situazioni tragicomiche.

Ne abbiamo sott’occhio una in questi giorni. Un esempio che fa tanto discutere, scrivere (ne ha già parlato in questo sito M. Züblin), giocare alla gibigianna politici, consiglieri di stato, associazioni padronali e sindacati ed è la vicenda delle tre aziende firmatarie che con un sindacato farlocco firmano un accordo (contratto di lavoro?) che deroga al salario minimo legale (che dovrebbe entrare in vigore il prossimo primo dicembre).

Non si può neppure dire che, fatta la legge (art. 13 della Costituzione cantonale, votato dal popolo), trovato l’inganno. Perché il possibile inganno- come di fatto è quello avvenuto- era stato già rilevato e preannunciato in Gran Consiglio, chiedendo di togliere ciò che poteva permetterlo, dal Mps (movimento per il socialismo). Un partito etichettato appunto di sinistra (fors’anche estrema), rompiscatole per definizione (ma, bisogna riconoscerlo, spesso saggio e sempre agguerrito), che genera quindi in tutti gli altri partiti, compreso il socialista, l’effetto-immunizzazione. L’Mps, conscio della possibilità dell’inganno, nella discussione granconsiliare aveva proposto alcuni emendamenti, tra i quali proprio quello di cancellare la possibilità di deroga ai minimi salariali. Raccolse 5 voti favorevoli. Tutti gli altri partiti si opposero perché, proprio per complesso di immunizzazione… presumevano che l’Mps si prefiggesse solo “di far fallire la soluzione di compromesso raggiunta”. E si sa oggi com’è finita e quindi c’è chi (come il partito socialista)… propone un’iniziativa popolare costituzionale per correggere l’art. 13.