Ueli Maurer al suono dei campanacci

Boicotta il consiglio federale, viola il principio della collegialità e getta benzina sul fuoco delle controversie Covid 

La maglietta dei “Freiheitstrychler” indossata da Ueli Maurer fa di un consigliere federale lo sponsor di un gruppo che si oppone a suon di campanacci alle misure del governo per debellare la pandemia, dalla mascherina alle vaccinazioni, fino al certificato Covid. Maurer si toglie di fatto le vesti di consigliere federale per rimettersi i panni di presidente dell’UDC che ha indossato per una decina d’anni durante i quali si è distinto come un maestro delle provocazioni. Adesso provoca e sconfessa il consiglio federale, viola il principio della collegialità e si mette al servizio dell’UDC che sta delineando una nuova strategia.

Vale a dire sfruttare il potenziale elettorale dei corona-scettici e dei no-vax, impedendo nel contempo la formazione di movimenti alla destra dell’UDC. I campanari no vax si identificano poi con le popolazioni conservatrici di campagna, si prestano dunque alle manovre dell’UDC per aizzare le campagne contro le città. In quest’ordine d’idee rientra anche l’opposizione, dopo molti tentennamenti, alla legge che dà una base legale al certificato Covid e sulla quale voteremo in novembre. Ueli Maurer è certamente l’esponente più idoneo per dar visibilità alla nuova strategia dell’UDC, è più popolare del presidente Marco Chiesa e dei falchi irriducibili come Roger Köppel o Thomas Aeschi. È però un esercizio di equilibrismo politico, fra giravolte, contraddizioni e rischi collaterali.

Un paio di esempi. Maurer si era vantato che a lui bastava una sola dose del vaccino, in seguito ha ammesso che si è fatto iniettare anche la seconda. “Il certificato Covid è necessario per l’economia” ha sentenziato per poi precisare che “un NO dell’UDC fa da contrappeso”. Da quanto si è appreso proprio i due consiglieri federali UDC, Maurer e Parmelin, si sono battuti con successo per abolire la gratuità dei test Covid per i non vaccinati, compresi i no vax dei campanacci. Vi sono infine delle differenze fra gli stessi consiglieri federali UDC. Parmelin si dice preoccupato per la crescente aggressività dei corona scettici e lancia appelli alla calma, mentre Maurer getta benzina sul fuoco boicottando l’azione del governo. E fa impressione vedere consiglieri federali scortati da agenti di sicurezza. Subiscono spaventose minacce e non possono più muoversi liberamente. Sta insomma cadendo un altro orgoglioso mito svizzero: i ministri che viaggiano indisturbati in treno o sui tram come dei comuni cittadini.


Memoria variabile

Boicotta il consiglio federale, viola il principio della collegialità e getta benzina sul fuoco delle controversie Covid 

Tra l’inaugurazione della nuova Valascia e la commemorazione dell’attentato alle Twin Towers faresti fatica a trovare, o disattento lettore, anche solo qualche parola di circostanza sul golpe che quell’11 settembre 1973 mise fine al governo di Unidad Popular e, con esso, alla vita del presidente eletto del Cile, Salvador Allende.

Fu, quello, un esempio scolastico di terrorismo di Stato, ordito dall’amministrazione Nixon – uno dei tanti con i quali gli USA si occuparono efficacemente delle faccende del loro giardino di casa, il Sudamerica – con il sostegno della destra cilena e di ambienti imprenditoriali e “sindacali” (la corporazione degli autotrasportatori, in particolare). Inaugurò un regime di oppressione e di terrore che in venticinque anni fece decine di migliaia di vittime e centinaia di migliaia di esuli; l’eredità di sangue dei militari si ritrova ancora nella carta costituzionale cilena, a 31 anni dalla placida uscita di scena di Pinochet, morto in patria nel 2006 senza essere stato condannato. Qualcuno ricorderà le circostanze surreali della sua mancata estradizione in Spagna per crimini contro l’umanità (1998-1999).

Il cattolicissimo Pinochet fu sempre caro al Vaticano e al papa polacco, quest’ultimo infilato a tutta velocità nell’olimpo dei santi del calendario per meriti acquisiti; a questo proposito, mi piace ricordare la visita di Wojtyla in Cile (1987), con le belle sorridenti immagini di entrambi affacciati al balcone della Moneda, a offrire palese testimonianza di un sostegno e, con esso, superiore legittimazione alla repressione poliziesca messa in campo da quel regime di tagliagole. “Al Generale Augusto Pinochet Ugarte, alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d’oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale.” Questo scriveva il futuro santo Giovanni Paolo II nel febbraio 1993, ricordando come i Pinochet tutti (anche i nipoti, non ci facciamo mancare nulla) fossero nel cuore del pontefice e nelle grazie del suo referente in cielo, alla destra del quale posso immaginare che entrambi siederanno con altri giusti come loro.

Passando oltre a queste umanissime miserie, e invitando a un pensiero e a un ricordo per questi drammi, ricordo un passo famoso dell’ultima lettera di Allende ai compatrioti, poco prima della morte: “Amici miei, altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per una società migliore“.


L’altro 11 settembre

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Nessun segnale di vita nella questione dell’ex Macello

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Mi sembra opportuno tornare sul tema dell’ex Macello: chiamatelo presidio democratico, rottura di scatole o accanimento terapeutico, fate voi.

Dalle nebbie di Palazzo ecco giungere, a tre mesi e mezzo dai fatti, la notizia che la municipale responsabile del dicastero sarà nuovamente sentita a proposito delle circostanze della demolizione. Un sussulto indagatorio che lascia forse sperare che una indagine in sé non particolarmente complessa nel merito (anche se politicamente scottante) abbia finalmente un esito. Certo che un osservatore medio qualche domanda deve pur farsela circa i tempi, considerato anche il numero di magistrati che era stato messo in campo per le audizioni.

Nel frattempo abbiamo dovuto sorbirci ogni cosa, dalla ovvia criminalizzazione degli autogestiti, alla meno ovvia stigmatizzazione di coloro (è il mio caso) che consideravano istituzionalmente scandaloso l’intervento dell’ente pubblico (autorità politica, polizia), alle sceneggiate di medici e di giornalai ad accusare non si sa bene chi di aver provocato una morte eccellente, all’abbattimento “precauzionale” dello stabile abbandonato in cui i molinari volevano tenere una flash mob (immaginiamoci le lacrime versate dai “ragazzi” del Signor Vanoni, per questo simbolo in macerie…), fino al tentativo di perpetuare la balla a proposito dell’”occupazione” degli spazi, in cui gli autogestiti si trovavano invece in virtù di un accordo e di un contratto, e il Comune incassava dal Cantone un canone di locazione annuo a cinque cifre.

Ma di prese d’atto politiche del grave errore commesso da organismi dello Stato, e del conseguente inaccettabile vulnus inferto dai loro comportamenti a ovvi e fondamentali principi di democrazia e di legalità, nemmeno l’ombra. Sfratto senza decisione giudiziale, abbattimento senza licenza e senza il rispetto delle norme ambientali, distruzione involontaria di proprietà privata, per segnalare le infrazioni più plateali immaginiamoci la gogna burocratico-penal-amministrativa che avrebbe subito un privato che avesse fatto qualcosa di simile, o anche meno. E poi la vertiginosa serie di contraddittorie chiacchiere che ci è stata servita da personaggi eccellenti (vivi o defunti) in una sorta di goffa sarabanda, insultante per l’intelligenza del luganese dotato di elementare raziocinio.

Mi auguro che qualcuno non faccia male i calcoli e confidi nella ben nota memoria da pesce rosso dell’elettore e contribuente, cercando di fare passare la nottata fino alle prossime votazioni, o addirittura alle prossime elezioni.

Nell’immagine: la demolizione in corso dell’ex istituto Vanoni


Prove tecniche di sorveglianza occulta

Boicotta il consiglio federale, viola il principio della collegialità e getta benzina sul fuoco delle controversie Covid 

Riportiamo la parte dell’articolo di Valigia Blu “Dai trafficanti di esseri umani all’impiego di tecnologie avanzate di controllo e sorveglianza: il business della rotta balcanica” che si riferisce ai controlli automatici e “intelligenti” alle frontiere europee. Oggi applicati nel contrasto delle migrazioni, potrebbero diffondersi anche in altri contesti. L’articolo descrive inoltre la situazione attuale sulla rotta balcanica, che è possibile leggere nel testo originale.

di Simone Benazzo

(…) I contrabbandieri di uomini non sono gli unici soggetti che prosperano grazie alla politica di securitarizzazione delle migrazioni con cui gli Stati UE provano ad arroccarsi. Si sta formando un comparto tecnologico-industriale che deve il proprio sviluppo a questa politica.

Un Panopticon ultra-tecnologico per sorvegliare e punire

Sebbene non esista ancora un quadro uniforme ed esaustivo, probabilmente a causa della difficoltà a reperire informazioni su un argomento così controverso, vari elementi indicano che l’impiego di tecnologie avanzate di controllo e sorveglianza di ultima generazione stia diventando sempre più diffuso lungo la frontiera comunitaria.

A fine gennaio Border Violence Monitoring Network ha trasmesso un report a Tendayi Achiume, Relatrice Speciale ONU sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia ed intolleranza. Il documento si sofferma sul ruolo della tecnologia nei respingimenti operati dalla polizia di frontiera croata verso Serbia e Bosnia. Si basa sulle testimonianze dirette delle persone respinte e abusate al confine, e contiene una descrizione accurata, anche sotto il profilo tecnico, delle tecnologie adottate (droni, elicotteri, scanner per il riconoscimento di persone dentro a veicoli, visori termici per visione notturna e diurna). La polizia croata dispone inoltre di termocamere capaci di identificare una persona entro un raggio di circa 1.5 km e un veicolo a 3 km di distanza. La tecnologia più avanzata sono però i droni. Quelli in dotazione ai doganieri croati possono individuare una persona distante quasi 10 km durante il giorno e 2 durante la notte. Viaggiano a quasi 130 km/h e raggiungono un’altezza di 3500 metri, senza mai smettere di trasmettere dati in tempo reale.

Come riportato dal Guardian, anche le guardie di confine ungheresi dispongono di tecnologie come visori termici e droni di sorveglianza. Sempre nel 2017, il governo ungherese aveva deciso di rendere ancora più invalicabile la frontiera con la Serbia, installando una rete elettrificata, puntellata di rilevatori di temperatura, telecamere e altoparlanti che diffondono senza interruzioni uno squillo estremamente fastidioso a fini dissuasivi. Anche grazie a queste tecnologie, il paese centroeuropeo ha potuto respingere migliaia di persone (2.824 solo nel mese gennaio) in Serbia, una prassi giudicata contraria al diritto comunitario dalla Corte europea di giustizia e che ha portato alla sospensione delle attività di Frontex nel paese. Un emendamento introdotto nel 2017 sottrae al controllo di quel poco che rimane della società civile magiara gli investimenti che Budapest compie nel campo della gestione della migrazione – una prassi abituale nell’Ungheria di Viktor Orbán, applicata anche nel caso dei progetti infrastrutturali in cui è coinvolta la Cina.

Anche la Romania si è dotata di attrezzatura hi-tech per il controllo della migrazione, come spiegato sul sito della polizia di frontiera romena, che può impiegare più di un centinaio di visori termici e una ventina di veicoli equipaggiati con questa tecnologia, oltre a sensori ideati per rilevare il battito cardiaco a distanza.

Tuttavia, la nuova frontiera, anche in questo campo, riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale (IA). Lo scorso giugno il Servizio Ricerca del Parlamento europeo ha pubblicato una dettagliata analisi dal titolo “L’intelligenza artificiale ai confini Ue” in cui la ricercatrice Costica Dumbrava ha elencato le possibili applicazioni dell’IA nel campo della gestione delle migrazioni: identificazione biometrica (presa di impronta digitale automatizzata e riconoscimento facciale); valutazione del rischio tramite algoritmi; monitoraggio, analisi e previsione dei flussi migratori; rilevamento dello stato emozionale.

Alcune di queste tecniche, secondo quanto sostenuto da AP News, sarebbero già utilizzate in Grecia in via sperimentale; sarebbero state installate sfruttando il periodo di relativa quiete imposta dalla pandemia anche in questa zona calda. A cavallo del confine greco-turco si sta così configurando un laboratorio a cielo aperto dove vengono testate le più futuristiche modalità di controllo. Si intravede il profilo di un modello futuro di “border management” completamente automatizzato grazie al massiccio ricorso a IA e altri dispositivi digitali.

Tra le tecnologie adottate dalla polizia di confine greca, non di rado coadiuvata dal personale di Frontex: telecamere a lungo raggio, visori notturni e sensori di varia gamma installati sulle torrette di sorveglianza per raccogliere dati sui movimenti sospetti e inviarli a centri di ricerca dove questi vengono analizzati tramite software di IA; rilevatori di bugie, anch’essi basati su IA, e bot impiegati durante gli interrogatori come “poliziotti virtuali”; scanner palmari per la lettura e la catalogazione dell’intreccio delle vene della mano; tecnologie per la ricostruzione 3D della silhouette del migrante, nel caso si sia, per esempio, mimetizzato nel fogliame.

Fortezza Europa digitalizzata

A finanziare l’acquisto di queste tecnologie, così come l’attività di ricerca necessaria a idearle, è stata spesso la stessa UE. Incalzata dagli Stati membri più oltranzisti sul tema migrazione, la Commissione europea si è mostrata via via più disponibile a convogliare il grosso delle risorse (finanziarie e politiche) di cui dispone allo scopo di sigillare i confini esterni.

Dei quasi 25,7 miliardi di euro (prezzi correnti) che Bruxelles ha stanziato al paragrafo di spesa “Migrazione e controllo dei confini” nel prossimo bilancio pluriennale 2021-2027, 11,1 sono destinati al capitolo “migrazione” e 14,4 a “controllo dei confini”. Per far comprendere quanto lo Zeitgeist politico del continente sia mutato in un tempo relativamente contenuto basti ricordare che nel bilancio precedente non compariva nemmeno una sezione dedicata specificatamente alla gestione dei flussi migratori, ma solo un generico “Fondo per l’asilo, la migrazione e l’integrazione” nella voce di spesa “Sicurezza e cittadinanza”, che si era meritato la cifra esigua di 3,1 milioni.

E la voce di spesa che ha visto l’incremento più vistoso in termini percentuali è stata proprio “agenzie decentralizzate – confini” (+164% rispetto al precedente bilancio pluriennale), ovvero Frontex e, in misura minore, Easo. Come indicato in un report di ASGI, i fondi allocati a Frontex erano già passati dai 6,3 milioni di euro del 2005 ai 333 del 2019. Nello specifico la quota dedicata alle “operazioni di rimpatrio” era aumentata da 80 mila euro (2005) a 63 milioni (2019). Per i prossimi sette anni Frontex potrà contare su una dote da 11 miliardi di euro, di cui 2,2 miliardi per l’acquisizione, la manutenzione e la gestione di risorse per la sorveglianza aerea, marittima e terrestre. È in previsione anche un aumento del personale: dalle attuali 6.500 unità dovrebbe raggiungere quota 10 mila nel 2027. Come ricorda il Cespi, l’evoluzione di Frontex “rientra nella strategia europea di rafforzamento nella governance delle migrazioni e di risposta alle esigenze securitarie interne”.

In breve, l’UE – direttamente o tramite le agenzie che da essa emanano – sembra pronta a spendere tanto per impedire che soggetti indesiderati (o indesiderabili) riescano a valicare le mura del blocco. Soprattutto nel settore più promettente: le nuove tecnologie di controllo e sorveglianza.

Lo ha chiarito, lo scorso 2 giugno, la Commissione europea inviando una comunicazione a Parlamento europeo e Consiglio denominata proprio “Una strategia per un’area Schengen pienamente funzionante e resiliente”. Venticinque pagine che possono essere considerate una sorta di manifesto programmatico comunitario dove vengono enucleati sia i principi da seguire che le azioni da compiere per una “gestione moderna ed efficace dei confini esterni dell’UE” [corsivo dell’autore].

La strategia si prefigge di “trasformare il sistema di gestione del confine esterno in uno dei sistemi più performanti al mondo”. Fare dell’UE una “fortezza digitalizzata”, secondo le ONG che si occupano di migrazione.

Nell’introduzione si spiega che per aumentare la fiducia nella solidità della gestione del confine esterno dell’UE è necessario adottare un “approccio integrato e strategico”, che si traduca in una “sorveglianza sistematica delle attività ai confini” e nell’utilizzo di “tecnologie digitali moderne e interconnesse e procedure sempre più digitalizzate”. Si invitano gli Stati membri ad aggiornare e condividere i database nazionali dove vengono raccolte le informazioni sulle persone che provano ad attraversare la frontiera UE, e si propone di adottare forme di pre-screening per queste persone. Ovvero, schedare le persone accalcate ai confini prima che riescano effettivamente a varcarlo. Questo allo scopo di “accelerare le procedure per identificarne lo status” e, ma questo il documento non lo esplicita, velocizzare le espulsioni.

Al netto dei richiami più o meno vaghi al rispetto dei “diritti fondamentali” che puntellano il documento, lo spirito che lo anima emerge in modo nitido. La “gestione dei confini esterni” è declassata a una semplice questione di sicurezza, bisogna evitare con ogni mezzo che qualcuno riesca ad entrare nell’Ue senza averne i requisiti, il ricorso a tecnologie sempre più sofisticate è il modo più efficace per ottenere questo risultato.

Immagine di Gémes Sándor/SzomSzed, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Titoli della redazione


Tra la civica e il civismo c’è di mezzo un miliardario

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Nessuno avrà dimenticato quei titoli: “È un italiano che vuole l’educazione civica nelle scuole del Canton Ticino”; “Un italiano impone educazione civica ai ticinesi” (Corriere della Sera, 25 settembre 2017). Che suonavano inorgogliti e trionfanti nella vicina Repubblica, felici di cantarla all’orgogliosa Elvezia. Tanto che lo stesso Grillo, comico-politico del momento, giubilava con tutte le sue stelle. Diciamolo secco secco, tra di noi: non è che ticinesi o Scuola (con la S maiuscola) facessimo bella figura, ne uscissimo bene in quel settembre di quattro anni fa. Fino a quel momento chi eravamo e dov’eravamo, civicamente? Similburundi? Quell’italiano era Alberto Siccardi, imprenditore nel settore delle protesi, miliardario. Chi ha fatto un’operazione all’anca o al ginocchio, forse ha un po’ di Siccardi in corpo. E poiché Siccardi, primo firmatario e primo sostenitore finanziario di quell’iniziativa popolare, approvata dal popolo, ebbe a dichiarare subito dopo: “è stata una vittoria contro tutto l’establishment”, conclusione vuole che in quell’establishment c’era anche tutta la destra e connessi partiti o movimenti, pure analfabeti civici senza saperlo (per colpa della Scuola, ovviamente) che l’avevano sostenuto e avevano convinto la “gente” a dargli ragione (contro i sempre sinistrorsi docenti della Scuola pubblica, ovviamente). Benché, è singolare rilevarlo, è proprio quella “gente, in buona parte pure essa oriunda, che considera gli italiani, soprattutto se frontalieri, come il latte cagliato, che fa male allo stomaco se lo bevi, però può darti formaggio se sai sfruttarlo. E non è un caso, ma contorta logica, che quello stesso Siccardi imprenditore con frontalieri fu tra i promotori e sostenitori finanziari de “prima i nostri”. Ticino da gibigianna.

Tra civica, diligentemente insegnata nelle scuole ticinesi, e civismo qualcosa deve però correre, se la prima ti fa capire, ad esempio, che cosa sono le istituzioni, la loro meccanica e il loro rispetto, e le leggi e se il secondo è appunto l’assieme delle virtù che dovrebbero derivarne e che formano il buon cittadino.

Ci sarebbe già da discutere se civica ben insegnata e civismo che fa il buon cittadino possono accettare che un miliardario possa acquistarsi pagine “redazionali” (non pubblicitarie) dei due quotidiani ticinesi rimasti per vendere il proprio unico superlativo pensiero. Forse, in questo caso, più che il miliardario qualche vergognetta etica, civica o deontologica (chiamatela come volete) dovrebbero averla loro, quei quotidiani, anche se diranno che tutto è dichiarato (come le imposte), tutto separato anche se appare redazionale e quasi condiviso (e chi se ne accorge?), che non si tratta comunque della “linea”, anche se accalappiatutto, del giornale.

Ma capita dell’altro, ancora più interessante. Un articolo di Tio/20 minuti, di Davide Illarietti, ci informa, anche se non osa farne il nome, che “un imprenditore capo di una multinazionale con sede nel Ticino meridionale” (ci vuole poco a saperlo, anche se l’operazione – dice – “è promossa da uno dei miei figli”, che ha preferito non commentare “per ragione di privacy”) ha acquistato tutta la cima della collina del Perato di Breganzona, vista a 360 gradi su tutto il luganese, per 12 milioni di franchi, con una villa che sarà tutta da demolire per costruirne un’altra, da nove milioni, a quanto pare hollywoodiana (piscina esterna e interna), con dépendance per il custode, nove posti auto ecc. Per farlo – ciò che indispettisce i vicini sottostanti – bisognerà innalzare “ancora” il sedime. Ancora, perché era già stato aumentato abusivamente di oltre tre metri negli anni ’60 dal precedente proprietario e nonostante un ordine di abbattimento del Comune di Lugano che mai venne eseguito… per ovvia indolenza o interessenza di chi allora amministrava. È comunque chiaro che le modifiche previste non rispettano le linee guida della Commissione cantonale delle bellezze naturali e del paesaggio. C’è anche da aggiungere che la strada di accesso al futuro cantiere, in parte proprietà dei vicini, è assolutamente inadeguata al traffico imponente di camion per lo sgombero del materiale e l’apporto di quello per la nuova costruzione.

Ecco che cos’è la civica, che non sembra quella che voleva imporci il Siccardi: prima, il rispetto delle leggi e l’esclusione assoluta del potere danaroso tutto-mi-è-possibile; secondo, il rispetto del territorio che è bene comune prima ancora di essere proprietà privata; terzo, la commensurabilità razionale e ambientale tra investimento e tutto il nocumento che comporta, prevalendo l’interesse della comunità e la sua salute, e non quello del singolo, anche se potente politicamente o finanziariamente. Proprio a differenza di quell’Italia così criticata da Siccardi in un’intervista in cui si promuoveva svizzero-italiano. Forse con la sua iniziativa aveva un filo di ragione, che oggi gli torna a dimostrazione: i ticinesi, intesi come amministrazione pubblica comunale e cantonale conoscono poco la civica o perlomeno non la applicano. Tanto più il civismo. Se tra l’una e l’altro può mettersi anche un Siccardi, promotore della civica nel cantone.


Le lunghe ombre dell’11 settembre

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Il ventennale dell’ attentato alle Torri Gemelle è un’importante, ineludibile occasione per tornare a considerare non solo o non tanto quel che capitò l’11 settembre a New York, ma anche quel che è seguito, nel mondo, a quel tragico evento e che con quel tragico evento è in stretta relazione, ne è una conseguenza, diretta o indiretta.

“Naufraghi/e” ha dedicato al tema, opportunamente, alcuni notevoli contributi (vedi “Dell’11 settembre e dei suoi veleni” di Aldo Sofia; “È proprio vero che i morti si pesano, non si contano” di Marco Züblin) e un lungo incontro-intervista a Gilles Kepel, noto politologo e storico del Medio Oriente.

Riflessioni e analisi che, con quelle di un po’ tutte le testate giornalistiche mondiali, cercano di capire in che modo e in che misura quel terribile evento abbia gettato e ancora getti la sua lunga ombra sulle possibilità di definire o ridefinire le relazioni ed i rapporti di forza internazionali, in particolare con la “potenza americana”, la questione “terrorismo islamico”, gli equilibri o gli squilibri strategici che hanno portato al drammatico abbandono di Kabul.

E, naturalmente, molto altro ancora, di un ventennio in cui, per non pochi osservatori, l’Occidente ha vissuto la fine dell’idea di “esportabilità” dei valori della democrazia, ma, nel contempo, e con sorprendente permeabilità, ha assorbito e propagato valori, princìpi ed ideologie che nutrono oggi le nostre paure e tensioni quotidiane.

Per riprendere alcune considerazioni di Christian Rocca sul portale “Linkiesta”, sono vent’anni in cui abbiamo “alimentato e diffuso il populismo, l’autoritarismo, le democrature, l’imperialismo cinese, il putinismo annessionista, le pulizie etniche, l’islamismo di governo, la cancel culture, il Cialtrone in Chief e l’ignavia americana del buon uomo Joe Biden. “

E ancora “L’occidente è in ritirata: scopre a tempi di record la cura contro il virus “cinese” e alimenta la teoria dell’autocomplotto di Big Pharma e di Bill Gates, ripetendo a pappagallo le panzane di Putin sullo Sputnik e di altri reduci del comunismo sul vaccino autarchico cubano. Nessuno dei due funziona, sono entrambe patacche al pari delle ideologie residuali che li propagandano per ammaliare gli allocchì di destra e di sinistra di cui è ricco l’occidente.”

In questi vent’anni da quella tragica giornata, certo, sono avvenuti molti fatti che hanno ulteriormente sconvolto il mondo, ma forse è successo anche qualcosa in più: si è affermata e consolidata una diffusa paura, che mai come oggi informa ogni ambito del dibattito civile e politico.

Paura, inquietudine, sospetto che anzi si abbattono anzitutto inesorabili proprio sulla politica e sulla sua capacità di affrontare i drammatici quesiti che attanagliano il mondo, nelle forme più diverse, alle più diverse latitudini.

Forse mai come oggi “la politica” significa per il cittadino, nel nostro democratico e liberale occidente, qualcosa che si avvicina al puro e strumentale maneggio per il potere di pochi a danno della comunità. Una comunità che peraltro non esiste più come tale, che non è qualcosa che si basa su principi di condivisione e solidarietà, ma rappresenta piuttosto un contesto generico in cui si ritrovano innumerevoli esperienze singole, che se parlano lo fanno in nome di sé stesse e delle proprie personali esigenze, chiamate “libertà”, da impugnare magari anche ferocemente in cortei “contro” (qualsiasi sopruso del “potere”) e da scatenare in sproloqui smisurati, pieni di rabbia, via social media.

Una comunità fatta di tante “bolle autoreferenziali” prive di una prospettiva che non sia quella della preventiva delegittimazione di qualsiasi progetto politico, vissuto come “una fregatura” a priori e a prescindere, che alla fine si aggrega (per triste inerzia) attorno a gruppi o movimenti che proprio su questa “disperazione” o “disillusione” o ancora “rassegnazione” fanno leva per raccogliere consensi (e potere, naturalmente) con programmi di disarmante e desolante pochezza prospettica.

Oggi è tutto una “sfida”, che si scelga una professione, la si cambi, la si lasci, si abbandoni le proprie idee e convinzioni, le si rivendichi per strada, le si urli in faccia a chiunque. Viviamo nell’era delle “sfide”, che è una parola con una forte valenza semantica, che evoca e mette insieme l’agonismo (e l’antagonismo) sportivo con i duelli fuori dai saloon. È la sfida che ci mette alla prova nella capacità di “superare l’ostacolo” (la nostra misera condizione di vittime di qualunque cosa, dalle ingiustizie al disinteresse o le angherie del vicino di pianerottolo), per raggiungere un obiettivo che va perseguito e superato senza dubbi ed esitazioni.

Un ostacolo da superare, per mostrare chi siamo ad un mondo fatto di avversari, terzinacci spaccastinchi o pistoleri prezzolati, nel nome dell’affermazione di un “io” appeso ad un filo sottile sopra il vuoto. Guai a fare un passo indietro, provare a capire prima di fare, arretrare per verificare che l’ostacolo non nasconda magari un baratro. No, nessuna ricerca di “prospettiva”: la “sfida” si raccoglie senza pensarci due volte (che se no si è fregati) e ci si batte, da “eroe solitario” che non ha bisogno di niente e di nessuno, se non di essere capito, considerato, approvato dagli amici di FB.

In un contesto pieno di paure, rabbia, sfiducia, così difficile da cogliere come qualcosa che ciascuno contribuisce a rendere tale, ma che è sentito invece e solo come ostile e pericoloso, risulta infine difficile meravigliarsi che una pandemia scateni, viralmente, non solo le proprie varianti, ma anche quelle di un contesto sociale incapace di accettare qualunque discorso di prospettiva, di complessità, magari di condivisione.

Tanto più che la politica, o forse meglio i politici, sono lì a mostrarci un orizzonte che arriva al massimo (quando va bene) alla durata di una legislatura.

Certo, posto così, il discorso rischia molto di cadere nella facile generalizzazione, e dunque nello stesso meccanismo che cerca di mettere in rilievo. E allora diciamolo esplicitamente: non tutti sono degli inguaribili “egoisti”, né fra i politici, né fra i cittadini, anzi.

Però quella sorta di “anarchia argomentativa” che si sta diffondendo in quasi tutti i dibattiti cui assistiamo ogni giorno (ancor più con la cassa di risonanza degli effetti pandemici) e che sta nutrendo accesissimi scontri tra fronti contrapposti, specie nei social media, appare davvero come qualcosa che mescola sempre più impropriamente valori democratici e estremismo ideologico non privo di aspetti fideistici.

A vent’anni dall’11 settembre 2001, è un fenomeno che getta un’ombra inquietante sul futuro della nostra democrazia.


Reddito, lavoro e capitale

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L’iniziativa “Sgravare i salari, tassare equamente il capitale” – meglio conosciuta come “iniziativa 99%” – ha il pregio di riaprire il dibattito sulla (re)distribuzione del reddito e sulla sua origine. Tuttavia, ha anche il difetto di non approfondire a sufficienza la questione, mancando in parte l’obiettivo. Andiamo con ordine, iniziando dal capire cos’è il reddito, la cui definizione è ancora oggi oggetto di dibattito fra diverse scuole di pensiero in economia. Per la teoria attualmente dominante, quella neoclassica, il reddito sarebbe la remunerazione esatta della produttività marginale dei fattori di produzione, cioè il lavoro, il capitale e la terra. La produttività marginale è sostanzialmente l’apporto alla produzione che ognuno di questi fattori fornisce. Ad esempio, un lavoratore riceve un determinato salario perché il suo contributo nel generare il prodotto finale è equivalente a quell’importo, così come un capitalista riceve un reddito perché il suo capitale ha contribuito alla produzione per quell’esatto ammontare. Discorso analogo per il proprietario terriero, remunerato con una rendita equivalente alla produttività marginale del suo terreno.

Tuttavia, non viene specificato come misurare il contributo di questi differenti fattori. Anzi, risulta impossibile quantificare la produttività marginale di ogni lavoratore, unità di capitale o di terreno come lo vorrebbe la teoria neoclassica. Ciò è vero per la produzione industriale e ancora di più per quella legata al terziario, dove gli orari di lavoro sono più flessibili, il lavoro di squadra assume ancor più importanza e soprattutto il prodotto non è esso stesso quantificabile, pensiamo ad esempio ai servizi di cura alla persona in ambito sanitario, per restare alla stretta attualità. La risposta degli economisti neoclassici è che la produttività marginale è misurata dal reddito corrisposto. In altre parole, il reddito è determinato dalla produttività marginale, la quale è definita dal reddito. Si tratta di un ragionamento circolare e inconcludente: il cane che si morde la coda e che, per di più, rimane a bocca asciutta.

Fortunatamente, esiste un approccio alternativo a questa concezione, che inevitabilmente e giustamente considera gli aspetti sociali e politici legati alla distribuzione del reddito. Prima dell’industrializzazione di massa, in epoca feudale per intenderci, il settore fondamentale nella produzione era quello agricolo, per il quale la terra è elemento evidentemente essenziale. Non sorprende, quindi, che a quel tempo le persone più benestanti fossero i proprietari terrieri, facenti parte della classe nobile. Con l’industrializzazione, i rapporti di forza si sono spostati a favore della classe borghese, proprietaria del capitale-macchina fondamentale per la produzione industriale e perciò in grado di trarne un vantaggio in termini di benessere materiale, oltre che di ottenere un cambiamento dell’ordine politico attraverso le cosiddette rivoluzioni borghesi (inglese, americana e francese). Eppure manca un elemento nella narrazione: il lavoro umano, necessario sia all’agricoltura, sia all’industria, sia – per riavvicinarci al presente – alla produzione di servizi del sempre più importante settore terziario.

Ebbene, il lavoro è in realtà l’unico fattore di produzione. Intendiamoci, non significa che capitale e terra non abbiano nessuna importanza. Al contrario, essi permettono di aumentare la resa del lavoro, la sua produttività marginale per dirla coi neoclassici. Pensiamo alla rivoluzione informatica, nella quale l’avvento dei computer (capitale) ha permesso di ridurre drasticamente il costo e il tempo necessario per lo scambio di informazioni e di conoscenza, aumentando drasticamente la resa di innumerevoli lavoratori in quasi tutti gli ambiti produttivi. Analogamente, più il terreno è fertile e più chi lo coltiva otterrà dei frutti dal suo lavoro. Tuttavia senza lavoro non esiste produzione: un computer non sarebbe operativo senza un lavoratore che lo accenda e lo usi (e prima ancora lo produca), così come un terreno non produrrebbe alcun alimento senza l’intervento umano, se non qualche casuale pianta da frutta qua e là, ma anche in questo caso servirebbe un lavoro di raccolta per usufruirne.

Perciò, se il lavoro è l’unico fattore di produzione, il salario dovrebbe essere l’unica forma di reddito. Perché allora parliamo di redditi da capitale? Per il motivo che le aziende possono vendere i beni e servizi prodotti a un prezzo superiore al costo di produzione, facendo così un profitto, che viene poi distribuito in interessi, dividendi, affitto di terreni o immobili e così via. In altre parole, il reddito da capitale (così come il reddito fondiario) sono redditi derivati, ovvero una parte di salario trasferita dal lavoratore al capitalista (azionista, creditore, speculatore, proprietario dei terreni o degli immobili) tramite l’intermediazione dell’azienda. Questo trasferimento è giustificato in vari modi che ne evidenziano l’effetto positivo sulla produzione, come il rischio di prestare il proprio denaro o di fare impresa, l’astensione dal consumare parte del proprio reddito per investirlo, e così via. Tuttavia esistono forme di capitale che non costituiscono un supporto all’attività economica, fra cui gran parte dei titoli finanziari derivati, ma non solo. Basti pensare alla sempre più diffusa pratica fra le aziende di acquistare le proprie azioni sul mercato, con il solo obiettivo di aumentarne la quotazione borsistica e generare un guadagno per gli azionisti, senza minimamente aumentare l’attività produttiva dell’azienda stessa. È qui che traspare la relazione di potere celata dietro ai redditi da capitale, quella che causa un trasferimento di reddito anche laddove il capitalista non fornisce nessuna partecipazione alla produzione che possa giustificarlo.

In questo senso imporre maggiormente i redditi da capitale per diminuire il carico fiscale sui redditi da lavoro medio-bassi costituisce un passo nella giusta direzione. Ciononostante, si tratta di una misura che cerca di rimediare a un problema senza attaccarlo alla radice, quello della concentrazione verso l’alto di redditi e ricchezza sia a livello mondiale sia in Svizzera. Le cause fondamentali di quest’evoluzione sono state due. Da un lato vi è la liberalizzazione del movimento internazionale dei capitali, intensificata dal progresso tecnologico che permette ormai di spostare il proprio patrimonio con un semplice click del mouse. La possibilità di delocalizzare la produzione in zone del mondo dove i diritti e di conseguenza il costo del lavoro sono esigui, ha incrementato a dismisura i profitti, cioè la differenza fra costo di produzione e prezzi di vendita. Inoltre, e si tratta della seconda causa, ciò ha accresciuto la concorrenza fiscale fra paesi (e anche fra regioni interne a uno stesso paese, come per i cantoni svizzeri), generando una serie di sgravi fiscali sia sulle persone giuridiche sia sulle persone fisiche benestanti. Basti pensare che in alcuni periodi fra gli anni ’50 e ’70 esistevano – negli Stati Uniti, capofila del liberalismo economico – aliquote fiscali marginali vicine al 100 per cento: se guadagnavi più di una certa soglia, ben inteso decisamente alta, tutto quel guadagno eccedente finiva in imposte allo Stato. Oggi siamo molto lontani da tutto ciò e infatti le disuguaglianze nella distribuzione sia del reddito sia della ricchezza sono in pericoloso aumento.

L’iniziativa in votazione il prossimo 26 settembre contrasta tutt’al più quest’ultima causa, ma in realtà in un modo abbastanza singolare. Invece di aumentare le aliquote fiscali migliorando o ripristinando una vera progressività, preferisce moltiplicare per 1,5 il reddito imponibile oltre una certa soglia. Si tratta sicuramente di una scelta che faciliterà – se mai ci si arriverà – l’applicazione parlamentare della legge, tuttavia viene a mancare un discorso di giustizia sociale pre-imposizione fiscale e una vera tematizzazione di cosa sia il reddito da capitale e delle sue sfaccettature. Ad esempio, sarebbe stato positivo differenziare fra guadagni da operazioni di compravendita di titoli derivati e redditi da capitale legati ad attività produttive. Oppure, nel segno di una politica ecologica che stenta ad andare oltre ai proclami, si sarebbe potuto pensare a un’aliquota maggiorata per i redditi derivanti da operazioni legate ad aziende a forte impatto ambientale. Inoltre, non viene in nessun modo toccata la prima delle cause citate che stanno alla base del problema, nonostante sia necessario e urgente farlo. L’iniziativa costituisce un primo positivo passo, che sarà però insufficiente se non sarà seguito da altri. In ogni caso, ritematizzare la formazione e la distribuzione del reddito in Svizzera come altrove è fondamentale per capire sia i problemi attuali sia come risolverli.

Maurizio Solari è assistente presso la facoltà di economia dell’Università di Friborgo


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Boicotta il consiglio federale, viola il principio della collegialità e getta benzina sul fuoco delle controversie Covid 


I “social”, le lavanderie dell’informazione

Boicotta il consiglio federale, viola il principio della collegialità e getta benzina sul fuoco delle controversie Covid 

di Bruno Brughera

Non sfuggirà, ai più, quanto i mass media attingano sempre più dai social informazioni e notizie. Nell’esasperata ricerca di scoop, la stampa si butta a capofitto su qualsiasi cosa possa suscitare un’eco, magari scandalistica e un po’ “morbosa”. Eppure di temi, di questioni da indagare, su cui realizzare servizi e inchieste ve ne sarebbero molti, di generale interesse, utili alla riflessione comune.

Dove si sta andando e cosa sta diventando questo “giornalismo della porta accanto”? La recentissima vicenda di un esponente politico di Lugano che “denuncia” via social un consigliere comunale (per di più i due sono cognati) con il risultato di finire negli articoli di cronaca dei quotidiani è emblematica di questa triste tendenza al “degrado”.

Un fatto assolutamente privato viene reso pubblico e gettato in pasto alla gogna mediatica, per il semplice motivo che una coppia di adulti apparentemente ben integrati nel tessuto sociale, hanno pensato bene di raccontare -ognuno a suo modo, via social – un episodio oscuro, forse scabroso o con qualche “via di fatto”, legato ad una disputa famigliare (presumibilmente esasperata).

Trattandosi di due politici locali, dunque con una carica pubblica, l’episodio è stato rapidamente còlto da zelanti “cacciatori di avvenimenti”: così un post (per altro, è vero, già in sé piuttosto discutibile) non rimane solo destinato alla cerchia degli “amici”, ma subito diventa di dominio pubblico.

Il salto di qualità, o meglio la visibilità della appetitosa notizia è opera del tenace giornalista che trasforma l’evento in un intrigante giallo di cronaca che, naturalmente, potrebbe poi avere conseguenze politiche.

Ovviamente appena esce l’articolo ulteriori commenti ne approfondiscono e sottolineano gli interrogativi, ricamandoci sopra, fra una congettura e l’altra, per farne nascere una storia a cui molti lettori si appassionano e su cui si sentono in diritto soprattutto di sentenziare.

Già, perché il problema di queste “lavanderie pubbliche” è che oramai tutti si sentono autorizzati e legittimati ad ergersi a difensori della morale, ad impugnare quotidianamente valori e principi, saldi, ferrei, inoppugnabili, indiscutibili.

Una piattaforma digitale, che poteva magari anche profilarsi come un’arena democratica di dibattito aperta a tutti, uno strumento a disposizione di una collettività per discutere e riflettere, per conoscere opinioni diverse dalla propria, per confrontarsi con idee e progetti, è di fatto, invece, niente di più di un pianerottolo condominiale fatto di litigiosità e rancori portati sempre più agli “onori della cronaca” come fatti rilevanti. Insomma, abbondano ed imperano il qualunquismo e la superficialità.

Oggi dire che “ne parlano i social”, affermare che una certa questione, anche banale, “è in tendenza nei social”, è diventata una premessa per dare legittimità giornalistica a fatti ed eventi che fino a pochi anni fa sarebbero giustamente rimasti confinati nella storia personale di famiglie e individui. E lì, ancora, dovrebbero restare.

Naturalmente ci sono, anche in ambito giornalistico, le eccezioni; c’è ancora, per fortuna, chi non si appiattisce su questa rincorsa al sensazionalismo, ma l’orda dei leoni da tastiera rischia davvero di non placare la propria fame di giudizi e processi sommari, influenzando così anche i campi e le modalità di interesse dei media, in una perversa logica della “rincorsa del pubblico”.

Un detto popolare saggiamente ricorda che i panni sporchi si lavano in casa; ora si lavano pubblicamente nelle lavanderie dei social e dei media sempre più rivolti alla ricerca dello scandalo che non alla cronaca e all’approfondimento. Tempi grami, per l’informazione e per il dibattito democratico.