Alti tassi di disoccupazione, ma in Europa molte aziende non trovano manodopera; come mai e con quali prospettive?
- Le interviste precedenti a Sergio Rossi
Alti tassi di disoccupazione, ma in Europa molte aziende non trovano manodopera; come mai e con quali prospettive?
Alti tassi di disoccupazione, ma in Europa molte aziende non trovano manodopera; come mai e con quali prospettive?
Con questo articolo di Jacques Pilet, storico fondatore del settimanale “L’Hebdo” e poi del “Nouveau Quotidien“, abbiamo il piacere di iniziare la collaborazione con il settimanale online romando Bon pour la Tête (che dell’Hebdo è la continuazione ideale).
“L’affaire Navalny. Le complotisme au service de la politique étrangère“, un libro di cui i media non hanno quasi parlato, ha di che incuriosire chiunque sospetti dei racconti semplicistici. Innanzitutto perché è il frutto del lavoro approfondito di un grande professionista dei servizi segreti, Jacques Baud – ora in pensione – che ha passato la propria vita a guardare oltre le apparenze, al servizio della Confederazione, delle Nazioni Unite e della NATO. La sua opera va ben al di là del caso specifico. Smonta i meccanismi della propaganda e dell’azione degli Stati Uniti, seguiti dall’Europa, contro la Russia e altri paesi.
Per l’opinione pubblica occidentale il caso è chiaro. Navalny è stato avvelenato dagli agenti di Putin a causa del suo impegno in favore della democrazia. Tuttavia questa visione non regge all’analisi approfondita dei fatti che ha intrapreso Baud, sulla base delle fonti ufficiali o para-ufficiali, nonché dei media russi dell’opposizione, a esclusione di tutte quelle provenienti dal Cremlino o teleguidate da lì. Il libro non offre la chiave dell’enigma, ma il minimo che si possa dire è che dubitare sia più che legittimo.
L’avvelenamento da Novichok? Benché questa tesi sia stata martellata da numerosi governi e da tutti i media allineati, non esiste alcuna prova. I medici e i diversi esperti tedeschi che hanno analizzato il sangue e le urine del paziente accolto a Berlino, due giorni dopo il suo collasso in aereo e uno scalo all’ospedale di Omsk, hanno constatato “un’intossicazione da una sostanza del gruppo degli inibitori della colinesterasi”. Così come hanno fatto più tardi i ricercatori svedesi, britannici e francesi, che hanno tenuto però segreti i dettagli delle loro scoperte. Il problema è che questi perturbatori del sistema nervoso possono provenire da taluni medicamenti o da un’intossicazione alimentare. Da notare peraltro che il governo tedesco non ha mai incriminato direttamente la Russia. Un esame di tutti i fatti suggerisce che se ci fosse stata la volontà di eliminare Navalny, ci sarebbero stati molti altri mezzi più efficaci e più discreti per farlo. Chi altro avrebbe potuto? Le ipotesi non mancano in un paese dove i mafiosi senza scrupoli sono legioni. Gli affaristi non si fanno regali.
Ma sin dall’inizio, autorità e media occidentali hanno raccontato una storia semplice: la colpa è di Putin! L’entourage dell’attivista ha colto immediatamente la palla al balzo, fornendo del resto numerose versioni contraddittorie di come si è svolta la storia.
Per rendere la narrazione più sconvolgente era anche necessario dipingere un ritratto lusinghiero del personaggio, presentato come un valoroso difensore della democrazia. Eppure la sua biografia mostra altre sfaccettature. Uomo d’affari prima d’essere un politico, Navalny è un ultra-nazionalista non estraneo all’estrema destra russa, xenofoba e razzista. Amnesty International, che ne reclama certo la liberazione, rifiuta tuttavia di concedergli lo statuto di prigioniero di coscienza poiché “si è fatto propugnatore della violenza e della discriminazione e non ha mai ritirato le sue dichiarazioni“.
La sua azione politica? Mirava esclusivamente al rovesciamento di Putin e del suo partito, riunendo i democratici, gli indignati per la corruzione, ma anche la destra ultranazionalista, anch’essa opposta al governo. Nessun progetto coerente per la società, nessun programma preciso. Il campo dei suoi simpatizzanti, secondo dei sondaggi condotti da un organismo dell’opposizione, sembra molto più piccolo di ciò che è stato detto e ripetuto dai media occidentali. L’attuale caccia ai suoi seguaci non è certamente a favore di Putin, ma non è sufficiente a concludere che essi costituiscono un movimento determinante all’interno del gioco politico.
Su questo caso Baud non offre prove, ma una somma straordinaria di informazioni taciute o distorte. A ognuno il compito di farsi un’opinione. È più categorico invece sull’ingranaggio generale di un’interpretazione forzata, che ignora le contraddizioni per costruire un vero e proprio complotto politico. La manipolazione manichea è uno strumento di potere. Può anche ingannare il giudizio di coloro che se ne compiacciono. Come possiamo non vedere la differenza degli sguardi sulle violazioni dei diritti umani quando avvengono in Russia o in Arabia Saudita, o in altri paesi “amici”? Si decretano cascate di sanzioni in un caso, e si distoglie lo sguardo in altri. Punire alcuni, senza grande effetto, e assecondare altri, che a volte si comportano anche peggio, nel proprio interesse. Questa è la politica dell’Occidente. Dove porta? Chi beneficia di questa nuova guerra fredda, a parte i trafficanti di armi?
Leggere questo libro nel momento del disastro della NATO in Afghanistan è tristemente doloroso. Gli errori occidentali danno le vertigini. Ogni volta, invece che una fredda e libera analisi dei fatti, ha prevalso una lettura predeterminata, un approccio volontariamente emotivo alla realtà.
Convinto di questo Jacques Baud ha pubblicato anche un piccolo libro sul dirottamento dell’aereo Ryanair in Bielorussia. Senza provare la minima simpatia per il dittatore in carica, rivela una montatura politica e mediatica che viene minata dalla ricostruzione meticolosa dell’evento, con materiale a supporto. Un solo rammarico: Baud avrebbe potuto menzionare anche gli errori dell’informazione fornita dal Cremlino.
Il suo lavoro ha suscitato molto poco scalpore anche se è a dir poco sbalorditivo. Coloro che sono irritati da queste opere preferiscono sprofondarle nel silenzio. Perché i fatti rivelati non sono facili da contraddire. Che si sia d’accordo o no con le riflessioni di Jacques Baud, s’impone comunque di rendere omaggio al suo sforzo e al suo coraggio.
Jacques Pilet
Traduzione e link: naufraghi.ch
Articolo originale su Bon pour la Tête
Alti tassi di disoccupazione, ma in Europa molte aziende non trovano manodopera; come mai e con quali prospettive?
Il problema della definizione di terrorismo internazionale
Nel dominio del diritto internazionale, il contrasto al terrorismo ha assunto un approccio di tipo settoriale. Numerose sono infatti le convenzioni che regolano determinate fattispecie, dal dirottamento degli aerei, alla presa degli ostaggi, alla sicurezza della navigazione marittima, fino al terrorismo nucleare. Non esiste tuttavia una convenzione generale che regoli la materia. Il tentativo del Comitato istituito nel 1996 dall’Assembla Generale delle Nazioni Unite, di elaborare tale convenzione generale contro il terrorismo, si arenò infatti innanzi al mancato accordo tra gli Stati sulla definizione di terrorismo internazionale. Il maggiore ostacolo che ancor oggi si impone al consenso tra le parti, riguarda l’esclusione da tale definizione di atti di violenza attuati contro obiettivi legittimi alla luce del diritto internazionale umanitario in tempo di conflitto armato, ovvero contro i cosiddetti obiettivi militari, le caserme, le armi o altri bersagli bellici. Ulteriori punti di scontro riguardano l’esenzione pretesa da alcuni Stati degli atti di violenza perpetrati in lotte di liberazione nazionale e del terrorismo di stato. Nondimeno, una serie di dichiarazioni, convenzioni e risoluzioni internazionali susseguitesi nel tempo hanno contribuito a delineare una definizione di terrorismo generalmente condivisa. A livello europeo la direttiva 2017/541 fornisce ad esempio una dettagliata lista di reati di terrorismo. Iil tentativo di redigere una convenzione generale resta comunque incompiuto.
Terrorismo: un crimine internazionale?
Il terrorismo internazionale è considerato dunque un “treaty crime”, cioè un crimine oggetto di repressione da parte di convenzioni, e non da parte del diritto internazionale generale. Riprova di ciò è la mancata inclusione del terrorismo tra i crimini di competenza della Corte Penale Internazionale, la quale è appunto competente nel giudicare i cosiddetti crimini internazionali, ovvero il genocidio, i crimini contro l’umanità, l’aggressione e i crimini di guerra. A tal proposito, resta oggetto di dibattito la decisione interlocutoria del 2011 del tribunale speciale per il Libano. Quest’ultimo, incaricato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU di perseguire i reati correlati all’assassinio di Rafiq al-Hariri secondo la legge libanese, ha infatti affermato, contravvenendo all’opinione prevalente, che gli atti di terrorismo che presentino elementi di transnazionalità, e che quindi coinvolgano più di un paese, se commessi in tempo di pace possono qualificarsi quali crimini internazionali alla luce del diritto internazionale consuetudinario.
11 settembre 2001: le convenzioni internazionali non sono sufficienti
All’indomani degli attacchi dell’11 settembre, con la risoluzione 1368 del 12 settembre 2001 il Consiglio di Sicurezza si inserì quale protagonista nel contrasto al terrorismo internazionale, affermando per la prima volta in modo ufficiale che considerava questi attacchi, così come qualunque atto di terrorismo internazionale, una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Segue un’ulteriore risoluzione fondamentale, la 1373 del 28 settembre 2001, che estende a tutti gli Stati membri ONU gli obblighi di contrasto al finanziamento al terrorismo previsti dalla convenzione in materia del 1999. Quest’interventismo del Consiglio di Sicurezza risponde alla necessità di fronteggiare situazioni emergenziali a livello internazionale per le quali le Convenzioni sarebbero risultate insufficienti in quanto ratificate da un numero limitato di Stati.
Perché è importante raggiungere un accordo erga omnes [applicabile a intere categorie di persone, ndr] in merito alla definizione di terrorismo internazionale?
I sistemi di tutela dei diritti umani, come la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e il Patto internazionale sui diritti civili e politici, si sono spesso dovuti confrontare con violazioni commesse dagli Stati, nonché connesse con le sanzioni adottate dal Consiglio di sicurezza e giustificate dagli obblighi positivi a carico degli Stati di proteggere la popolazione dagli atti di terrorismo. Per evitare di incorrere in violazioni ripetute di diritti umani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha in più occasioni ribadito che le leggi e le politiche antiterrorismo devono essere circoscritte ai reati che corrispondono alle caratteristiche riconducibili alla lotta al terrorismo internazionale come identificate dal Consiglio di Sicurezza nella risoluzione 1566 del 2004. Quest’ultima definisce “terroristici” quegli atti criminali, in particolare quelli diretti contro i civili, che abbiano l’intento di causare morte o lesioni gravi, o la presa di ostaggi allo scopo di seminare terrore tra la popolazione o un gruppo di persone, con lo scopo di intimidirle o costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere un atto o ad astenersi dal farlo. Al contrario, l’adozione di definizioni eccessivamente ampie di terrorismo in apposite leggi nazionali volte a contrastarne il fenomeno pone il rischio, laddove tali leggi e misure limitino il godimento dei diritti e delle libertà, di violare i principi di necessità e proporzionalità che disciplinano l’ammissibilità di qualsiasi restrizione ai diritti umani. Molte perplessità, in questo senso, ha destato l’adozione nel giugno 2021 della legge federale svizzera che ha ampliato le misure di polizia per la lotta al terrorismo. La definizione nebulosa di terrorismo contenuta in tale legge, infatti, ha creato i presupposti per un’applicazione arbitraria di sanzioni che potrebbero risultare in violazioni dei diritti umani, determinando un pericoloso precedente a livello internazionale.
Lucia Greco è collaboratrice della Fondazione Diritti Umani
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foto © Marco D’Anna
“Aveva la veste gialla e un cappellino verde… Sulla via di Mandalay c’è una ragazza birmana seduta e io so che è a me che sta pensando…” (R. Kipling)
Il viadotto di Gokteik collega Mandalay a Lashio, nello stato Shan, è lungo 689 metri, c’è un solo binario, nel punto più alto è sospeso a oltre 100 metri dall’abisso, dalla giungla, dalle rocce acuminate. Il treno lo attraversa a passo d’uomo, non vuole disturbare la struttura e la natura che lo circonda con la sua pesantezza, si fa leggero, rispettoso, quasi silenzioso anche se sbuffa un po’. Quando ti affacci al finestrino e guardi in basso sembra che l’abisso voglia attirarti per accoglierti, sembra che quella linea sottile tracciata fra la terra e il cielo voglia ricordarti il tempo, il momento, la fragilità, quanto sia vicino e possibile quel labile confine.
Ma dopo il ponte, il treno s’infila fra muri di cespugli gialli di ginestra che danzano nel vento schiaffeggiando i vetri aperti e regalando il profumo dell’Asia, della natura e della vita che comunque rimarrà, dopo di noi.
Così mi torna in mente lei che non fu mai.
“Se hai sentito l’Oriente chiamarti, di nient’altro ti curerai…” (R. Kipling)
Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.
Alti tassi di disoccupazione, ma in Europa molte aziende non trovano manodopera; come mai e con quali prospettive?
“Siamo tutti americani”, titolò subito Jean-Marie Colombani, direttore di Le Monde. Invito, per la verità poco ascoltato, a condividere il dolore dell’America, colpita ‘militarmente’ per la prima volta sul proprio territorio, santuario violato in quell’11 settembre 2001 che segnerà l’avvio di un’altra epoca. Di un mondo nuovo, sotto molti aspetti. Ma quasi nessuno positivo, nel ventennale bilancio di quella tragedia. Multiplo attentato terroristico (contro i simboli della forza politica, militare, economica della superpotenza), che per modalità e precisione continua ad alimentare misteri, e che spianò la strada al concatenarsi di altri disastri.
Dal collasso delle Torri gemelle alla notte di Kabul. In mezzo, lungo due decenni, un rosario di drammi e di sconvolgimenti. Chiaro, dice oggi lo storico Gilles Kepel, quale fosse l’obiettivo di Bin Laden : che pure, insieme ai mujaheddin islamici vittoriosi contro l’Unione Sovietica, aveva ottenuto proprio da Washington, via Pakistan, soldi e missili per piegare e umiliare l’occupante e l’impero comunista (faceva molto comodo sostenere quelli che allora chiamavamo ‘combattenti della libertà’): si trattava, per il saudita fondatore di Al Qaeda, di dimostrare innanzitutto all’umma musulmana che l’Occidente poteva essere battuto attraverso ‘l’arma dei poveri’, il terrorismo. Messaggio all’origine dello sviluppo del jihadismo planetario. Che la Casa Bianca, a lungo spalleggiata da una stampa acriticamente allineata, ha cercato di vincere con due guerre sbagliate. In Iraq e in Afghanistan. Sappiamo con quale esito: incompiuto, se non disastroso.
Verso la “tomba afghana degli imperi” si era partiti con l’obiettivo (comprensibile) di svuotare le basi del terrorismo islamico che l’11 settembre aveva colpito il ‘bersaglio grosso’, missione poi trasformata in progetto o tentativo di ‘State building’, l’illusoria costruzione di uno Stato il più possibile democratico, da cui escludere il feroce fondamentalismo talebano. Nei fatti, cioè nella conclusione, missione fallita. Nel paese mesopotamico, cioè in Iraq, gli Stati Uniti e i loro partner si mossero invece dopo aver preventivamente giustificato l’intervento militare con una clamorosa menzogna: le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, che in realtà quelle armi non aveva; tutti ne erano perfettamente al corrente, visto che gli arsenali iracheni erano stati anche quelli riempiti dagli occidentali per convincere il ‘rais’ ad attaccare, come rovinosamente fece, l’Iran di Khomeini e della minacciosa rivoluzione islamica. Ma, anche qui, non poteva bastare. Erano saltati fuori (in realtà dopo lunghe elaborazioni teoriche) i cosiddetti ‘neo-con’, i Cheney i Rumsfeld i Wolfowitz i Pipes, che avevano avuto gioco facile nel consigliare all’instabile e debole Bush junior il progetto di un ‘grande Medio Oriente’ da democratizzare, naturalmente e di nuovo sulla punta delle baionette (altro che democrazia pacificamente esportabile).
Risultato: la frantumazione del fragile mosaico irakeno, sciiti sunniti curdi. Altro risultato: l’accresciuta influenza dell’Iran nella terra dei due grandi fiumi, Eufrate e Tigri. Poi, risultato anche peggiore: la nascita dello Stato islamico (o Daesh), proclamato nell’estate 2014 dal califfo Al Baghdadi, espressione, anche, della rivincita dei sunniti saddamisti umiliati, convinti di poter piegare anche il regime sciita-siriano degli Assad. E siamo, altro risultato indiretto dell’11 settembre, all’innesco dello scontro fra le due componenti del mondo musulmano, guidate da Arabia Saudita e Iran. Sconvolgimento regionale che catapulterà verso i confini di un’Europa smarrita e impreparata un’ondata di fuggitivi, profughi poi fermati solo dai miliardi messi da Bruxelles nelle casse del neo-sultano turco Erdogan, gonfiandone le ambizioni di espansionismo neo-ottomano e di guida alternativa dei ‘credenti’.
Diversa è la tesi statunitense: ed è quella che in ogni caso il terrorismo è stato battuto, o comunque tenuto lontano dai confini USA. Argomento discutibile. L’America ha pagato, e non poco. A cominciare da norme interne di sicurezza che hanno superato la linea rossa delle regole democratiche: i poteri speciali ai dispositivi di vigilanza, il controllo accresciuto sugli stranieri, l’aperta ostilità nei confronti delle comunità musulmane, di cui si servì Trump per una delle sue crociate più vergognose. Poi, Guantanamo, lontano da casa, carcere di massima sicurezza su suolo cubano usurpato, governato da regole e (rari) processi militari, centinaia di detenuti islamici trasferiti da tutto il mondo nella totale assenza di ogni diritto, anche quello di non subire torture, pagina di autentica ignominia per quella che si considera la patria delle libertà. Ancora: attentati interni e stragi dove spesso ha prevalso la motivazione di ispirazione religiosa. Infine: non sono forse un prezzo altissimo i 7.300 marines lasciati sul terreno in Afghanistan e in Iraq (niente a confronto delle centinaia di migliaia di vittime locali), più i 3.000 miliardi di dollari andati in fumo nelle due fallite campagne militari?
E l’Europa, non ha forse pagato? Non sono stati anche i veleni prodotti dal post-11 settembre ad alimentare gli attentati terroristici nelle città del vecchio continente, nelle infelici periferie delle terze generazioni, da Parigi a Bruxelles, dove più forte è stato il richiamo di una “guerra santa” che ha spesso catturato giovani musulmani sbandati, piccoli criminali, disadattati e spesso socialmente esclusi che hanno avuto in carcere il loro reclutamento jihadista? Prima strutturato, organizzato e pianificato; ora terrorismo ‘ambientale’, dove non c’è bisogno di ordini e gerarchie, ma basta lo stimolo fanatico dell’emulazione per produrre il fenomeno dei ‘lupi solitari’.
Molto altro si è mosso nelle viscere del ventennio inaugurato da quello che venne definito l’‘impensabile’. Né possiamo affermare che la vergognosa fuga da Kabul chiuda un ciclo, segni davvero il punto finale, sia un netto spartiacque. Può invece aprire scenari di nuovi confronti, di guerre per procura, di lotte d’influenza anche sullo scacchiere asiatico su cui doveva imporsi la rivincita e la punizione dell’Occidente, e che si è trasformato in un nuovo recinto del vigoroso corpo a corpo geo-strategico di questo primo turbolento passaggio del ventunesimo secolo.
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Le commemorazioni dell’11 settembre stanno prevedibilmente scatenato la retorica giornalistico-politica, per un evento che ha avuto una presenza e una forza dirompente proprio per il suo squadernarsi quasi oscenamente voyeuristico sui nostri schermi; un fatto di grande valenza e impatto mediatici, che nessuno di noi potrà mai scordare, sia per il coreografico impatto degli aerei, sia il crollo quasi scenografico delle strutture, sia per le immagini tremende dei corpi in fiamme precipitanti al suolo. Un evento che ha certamente cambiato la vita di tutti noi, in particolare rivoluzionando i parametri della nostra percezione della sicurezza individuale e collettiva. E poi: il primo attacco portato agli USA sul loro territorio (in una sorta di drammatico contrappasso), e contro due dei simboli più evidenti del loro potere e dei loro valori, la copertura fluviale e impietosa di tutte le storie individuali dei 3000 morti e delle loro famiglie, in una narrazione spesso insopportabilmente zuccherosa.
Il prossimo 18 dicembre saranno trascorsi dieci anni dalla fine della seconda guerra del Golfo, che fece centinaia di migliaia di vittime irachene (soprattutto civili inermi), oltre a 4000 morti tra le fila dell’esercito americano. Una guerra che fu costruita, con buona dose di indecente cinismo, su due menzogne alimentate dagli USA con il sostegno della Gran Bretagna di Blair, e oggetto di acritica grancassa da parte di gran parte della stampa internazionale: quella relativa alle fantomatiche armi di distruzione di massa in mano a Saddam e quella relativa all’appoggio da parte di Saddam al fondamentalismo religioso di Al Qaida. La RSI ha proposto di recente un bel film (Official Secrets – Segreto di Stato) che ricorda questi eventi, il tentativo (fallito) di USA e di Gran Bretagna di ottenere con mezzi illeciti il via libera alla guerra da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Sono certo che si parlerà anche di questo anniversario, ma non mi aspetto la stessa melassa di questi giorni per le centinaia di migliaia di vittime innocenti (ma lontane, non mediatizzate e quindi senza volto e senza valore) di un crimine internazionale intollerabile.
Già, i morti si pesano, non si contano; quanto pesa (e vale) un civile americano morto l’11 settembre? e quanto pesa (e vale) un civile iracheno morto in quella guerra indecente?
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L’elettore leghista, almeno quello dotato di basilare raziocinio, dovrebbe farsi qualche domanda dopo la notizia dell’accordo fra tre aziende del Mendrisiotto, che fissa per contratto collettivo un salario ben al di sotto di quello minimo su cui abbiamo votato. Un accordo, pare di capire, nato sotto gli auspici più o meno sotterranei di un giallissimo sindacato paraleghista; e già parodistico nel nome, TiSin, con a capo cotanto ex sindacalista OCST. Insomma, un accordo – peraltro già benedetto dall’AITI (per bocca del suo direttore) – che avrà quale “naturale” conseguenza quella di favorire l’occupazione di… frontalieri, cioè di coloro che possono (soprav)vivere con le paghe orarie che questi padroni delle ferriere hanno deciso di offrire, sembra minacciando il licenziamento di coloro che non avessero accettato di sottoscriverlo.
Si sa che il Ticino è un luogo in cui ci si abbaglia facilmente davanti a personaggi, che si rivelano poi dei malandrini o poco meglio (da Tavanna Ray, all’immobiliarista-galeotto delle dive, al sarto kitsch delle rose bianche e degli outfit hockeistici scopiazzati); e in cui si fanno figure di palta pur di mettersi a novanta davanti al palazzinaro di successo (la storia della spiaggia e la miserevole prestazione televisiva dell’ex municipale pipidino). E in cui i presunti capitani di industria – e i loro sodali in parlamento – un giorno parlano pensosamente di “responsabilità sociale delle imprese”, certo per evitare il rischio che qualcuno pensi di renderli effettivamente “responsabili” con qualche effettiva norma di legge; e il giorno dopo mostrano senza vergogna una squallida mentalità da pizzicagnolo, approfittando dello stato di bisogno altrui per imporre condizioni salariali altrimenti inaccettabili.
Ma che proprio il partito che ha fatto della lotta all’occupazione frontaliera la sua bandiera patrocini un’operazione che va esattamente nel senso opposto potrebbe stupire qualcuno, financo indignarlo. Nello stesso ordine di idee, ricordo che tra i suoi compagni di strada, la lega ha anche quell’economista (per mancanza di prove, nonostante la tuba e lo stiffelius) che aveva proposto il salario minimo solo per i… residenti, cioè un sistema che avrebbe solo stimolato l’entrata di frontalieri a basso prezzo. Noi vogliamo dare invece al partito, e all’economista di cui sopra, il beneficio del dubbio, considerandoli demagoghi furbetti e non certo imbecilli. In effetti questi eventi dimostrano quanto quell’area politico-partitica non abbia nessun interesse, anzi, alla soluzione effettiva dei problemi, in quanto prospera appunto sia sull’esistenza (e la permanenza) di problemi effettivi, sia sulla narrazione urlata su problemi inesistenti. Risolvere i problemi condurrebbe a diminuire la temperatura politica nel territorio, a pacificare rapporti e coscienze, e quindi a tagliare il ramo, bello e lucroso, su cui costoro stanno seduti. Nessuna meraviglia che questi ambienti siano in qualche modo dietro a un’operazione che, se moltiplicata, non farà altro che accrescere la frattura sociale e il conflitto; e quindi incrementare, e scaldare al calor bianco, il loro rancoroso substrato elettorale.
Alti tassi di disoccupazione, ma in Europa molte aziende non trovano manodopera; come mai e con quali prospettive?

