Pandemia e parodia della morte

Accettare la fragilità, rinunciare all'idolatria dell'identità – La filosofia al tempo del virus 

Di Fabio Cantelli Anibaldi

Tempo fa, ascoltando la sequela di dati quotidianamente somministrati per informare sull’andamento della pandemia, mi è tornato in mente un verso di una meravigliosa canzone di Franco Battiato. La canzone – “Clamori” – composta nel 1982, fa parte di “L’Arca di Noè”, disco non adeguatamente considerato perché successivo a “La voce del padrone”, quello di maggior successo del grande artista siciliano appena scomparso. Un disco più meditativo e intimista, più struggente e lucidamente disperato. Ebbene, a un certo punto di “Clamori”, dopo aver cantato di “neutroni” e “minuscoli computer”, Battiato osserva che «nel fango delle cifre tutto se ne va».

Ascoltavo l’ennesimo bollettino della pandemia e dagli abissi della memoria emotiva sono risalite quelle parole: «nel fango delle cifre tutto se ne va». Niente meglio di quella frase di Battiato esprimeva il mio stato d’animo: una sorta d’incredulo sgomento per il modo in cui nel nostro Paese – ma suppongo in tutto il cosiddetto Occidente “avanzato” – si racconta la morte progressiva e incombente della pandemia.

Sì, perché essendo la morte l’indicibile e l’interdetto dell’Occidente, il rimosso e l’osceno (il fuori-dalla-scena) l’Altro irriducibile al sapere e al controllo tecnologico, la sua riduzione a cifra è il solo modo per addomesticarlo e renderlo presentabile, permettergli di entrare in scena senza recare disturbo.

Cosa significa, infatti, una “cifra”? Una cifra non significa nulla perché non è un segno. Una cifra rimanda solo a sé stessa in un’eterna e vacua tautologia. Una cifra è un nulla di senso laddove il senso non è declinazione ma domanda, è interrogarsi su cosa significhi “questo” e non semplice constatare che questo “è”. Senso è scarto irriducibile alla parola e alla definizione, laddove la cifra è sempre solo ciò che dice di essere, senza scarti né resti. Ma cosa accade se la logica quantitativa viene applicata a una catastrofe inedita per estensione e rapidità? Cosa accade se i resti umani – cioè i cadaveri – vengono ridotti a cifra? Accade che si risponde all’ecatombe con la più grande opera di rimozione e occultamento forse mai messa in atto nell’Occidente moderno.

Sì, perché essendo impossibile ignorare una tragedia di simili proporzioni, se ne fa una parodia a suon di cifre: decessi, tamponi, ricoveri, indici di contagio e tutta la connessa chiacchiera attorno a vaccini, misure di prevenzione e controllo, orario del “coprifuoco” e diritto all’aperitivo. Parodia inconsapevole, beninteso, proprio perciò immagine attendibile di una desolante incapacità di pensare le “cose ultime” in un frangente in cui esse si manifestano “in presenza”, non più come problema ulteriore e di chissà quale consistenza, cruccio o, magari, trastullo di filosofi.

Già, la filosofia… La grande filosofia pensa da sempre “in faccia” alla morte perché è impossibile pensare dimenticando o rimuovendo il nostro essere mortali: è la morte la base del nostro pensare. Se non fossimo consapevoli del nostro essere “Di passaggio” – altra meravigliosa canzone di Battiato introdotta da un frammento di Eraclito letto in greco – non avremmo nulla a cui pensare perché pensare è riflettere sulla nostra mortalità, sul nostro limite costitutivo. Limite che se da un lato sbarra la vita individuale, dall’altro la stimola a trascendersi, facendo del nostro passaggio terreno un progetto libero dalle pulsioni di conservazione e potere che agitano la vita dell’io massificato e non pensante. Dei tanti insegnamenti ricevuti da un grande filosofo, Carlo Sini, due in particolare mi hanno accompagnato in quest’anno e mezzo di pandemia. Il primo: il sapere di morire è condiviso da tutte le culture e religioni, da che mondo è mondo. È il sapere fondamentale in ogni epoca e a ogni latitudine. Ci fu un istante, nella notte dei tempi, in cui un essere non ancora umano vide un suo simile giacere inerte sul terreno, sordo a ogni richiamo, indifferente a ogni sollecitazione: fu in quell’istante che, preso da stupore e spavento, l’essere conobbe la vita per differenza dalla morte e divenne così un essere umano. La vita non è l’opposto della morte, né la morte la negazione della vita: se non ci fosse morte non ci sarebbe vita, perché il chiarore dell’esistenza non sarebbe percepibile senza lo sfondo oscuro della morte. Secondo insegnamento di Sini: la filosofia non è un “sapere” ma un’etica, un trarre conseguenze dal nostro essere impermanenti, di passaggio. Filosofia è rispondere alla più cruciale delle domande: come impiegare il tempo che ci resta facendo qualcosa di buono e di utile non solo per noi stessi ma anche per i nostri con-sorti, esseri a cui ci accomuna la medesima sorte?

Ma cosa diventa dunque la vita individuale e collettiva se viene amputata dalla coscienza della sua finitezza, limite che ne allarga l’orizzonte e ne rivela la grandezza? Cosa succede se la filosofia, originaria, inesauribile riflessione sul nostro destino, viene insegnata in scuole e università come un sapere senza più legami con le “cose ultime”, sapere erudito e residuale per anime belle o contorte e comunque prive di senso pratico?

La risposta sta nella reazione alla pandemia: la vita collettiva diventa un sopravvivere senza capo né coda, un annaspare nell’eclissarsi delle abitudini, un “horror vacui” da riempire con parole e chiacchiere, un agognare il ritorno a una normalità che, passata l’iniziale ebbrezza, si rivelerà credo – e spero – meno entusiasmante di quello che ci si aspettava, perché gli equilibri psichici non passano indenni da pressioni prolungate e quello che prima saziava verrà percepito come insoddisfacente, come accadde ai pochi reduci della guerra di trincea, che tornati alla vita civile si ritrovarono disorientati e inconfessabilmente nostalgici di quella vita certo spaventosa ma viva al massimo grado, come può esserlo una vita a stretto contatto con la morte.

«La nave è ormai in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani» scrisse profetico, a metà dell’800, Sǿren Kierkegaard. È probabile – auspicabile – che, passata la pandemia, siano tanti a sentire il grottesco, il tragico senza grandezza della rotta a cui s’erano abituati, scandita dal menù del giorno dopo. Ma come fare per consolidare un inedito bisogno di senso, un’inedita fame di regioni inesplorate, oltre le pulsioni di conservazione, affermazione e appagamento dell’io?

Occorre educarsi e educare a un’altra vita sulla base di due evidenze smascherate dal virus. La prima: siamo tutti connessi. Non in senso “telematico”, beninteso, ma in quanto inclusi nella Rete della vita. La vita è un evento relazionale e reticolare i cui punti sono ciascuno frutto d’incontri e incroci di altri punti. Non esiste il punto assoluto, il “punto in sé”, autonomo dall’altro da sé. Ogni punto ha l’altro in sé. Se l’Occidente s’incamminasse per questa via potrebbe liberarsi dall’idolatria dell’identità, la sua più grande superstizione, avviando una rivoluzione al tempo stesso culturale, sociale, politica, economica.

Seconda evidenza: siamo tutti fragili di una fragilità non contingente ma strutturale, la fragilità del nostro essere mortali. Per uscire migliorati dalla pandemia dovremmo imparare a vivere ad altezza di morte anche quando la morte non costituirà più una minaccia. Altezza di morte perché la morte ci dà la misura del nostro essere umani, del nostro poter essere comunità. Una civiltà che non riconosce la morte finisce per infliggerla: si uccide l’altro – o lo si lascia morire, nudo e angosciato su barconi a cui si vieta l’attracco – perché così ci si sente onnipotenti, quasi immortali. Mors tua, vita mea. La pandemia ci ha gridato, per un anno e mezzo, Vita tua, vita mea. O sapremo per tesoro di questo grido o finiremo travolti dal «fango delle cifre» che, cantava Franco Battiato, tutto porta via con sé.

Per gentile concessione del sito Sintesi Dialettica


Un Cardo d’oro alla carriera

Accettare la fragilità, rinunciare all'idolatria dell'identità – La filosofia al tempo del virus 

Alcuni giorni fa Naufraghi/e ha ospitato un contributo di Francesco Cundari pubblicato dal portale informativo italiano “Linkiesta” e dedicato a quella che nel titolo viene chiamata “Fragilità di gregge” , e che riguarda il fenomeno di confusione argomentativa con cui, in nome di principi come la “libertà” si possa mascherare come progressista un’attitudine in realtà legata a propensioni di discutibile chiusura ideologica ed etica.

Come scrive Cundari, fra l’altro, “la verità è che in questi anni, purtroppo, la lunga semina populista e antipolitica, anzitutto da parte del mondo dell’informazione, ha creato un’amplissima vulnerabilità di gregge, che ci rende particolarmente permeabili a qualsiasi campagna di disinformazione, alla diffusione virale di qualunque pericolosa fregnaccia, quale che ne sia l’origine, colposa o dolosa (ammesso che in questo campo la distinzione sia sempre possibile).”

Dopo le manifestazioni no-vax, annunciate in pompa magna in tutta Italia e poi in verità poco frequentate, lo stesso Cundari ha scritto opportunamente che “a scorrere notizie e immagini provenienti dalle iniziative del movimento no vax, no pass o comunque lo si voglia chiamare, a leggere le sue pagine facebook e le sue chat telegram, si ha una sensazione di déjà-vu e al tempo stesso di spiazzamento: da un lato, in Italia come in Francia, negli Stati Uniti e in tanti altri paesi, troviamo in prima linea esponenti di movimenti dichiaratamente neofascisti, con tutte le pose, i simboli e gli atteggiamenti tipici dell’estrema destra, a cominciare naturalmente dal non celato gusto per la violenza e l’intimidazione; dall’altro lato, tuttavia, sugli striscioni di quelle stesse manifestazioni, nelle immagini di quelle stesse pagine Facebook, i simboli dell’estrema destra sono rovesciati e usati contro il governo, i politici e i giornalisti considerati complici della «dittatura sanitaria», e perciò rappresentati come gerarchi nazisti meritevoli di un nuovo processo di Norimberga, con il green pass equiparato alla stella gialla imposta agli ebrei nel Terzo Reich e i cittadini non vaccinati ai prigionieri di Auschwitz” .

Insomma, viene una sorta di “stordimento” a dar retta allo sgranare di rosari di principi inalienabili, allo sguainare di argomentazioni astruse ma forti, di immediato impatto, in cui, per finire si rinviene un po’ di tutto (a patto che sia fatto di sana moralità da contrapporre all’oppressività di questi tempi di discriminatorie normative).

Anche dalle nostre parti non mancano, a vario titolo, interpreti di questo strano frullato di presupposti parascientifici e di scetticismo ideologico, che portano, ad esempio, a fondare un’ associazione, “Arca 21” diretta dal dottor Roberto Ostinelli, che ha un programma che è… tutto un programma!

Ricordiamo, per inciso doveroso, che Ostinelli è quel medico di Mendrisio sospeso e multato dall’Ordine dei medici del Canton Ticino, per aver pubblicamente gettato discredito, via social, sulle misure sanitarie adottate, in particolare, nella prima ondata, lo scorso anno e poi reiterato le critiche inneggiando al boicottaggio del vaccino ritenuto (da lui) non solo inefficace, ma dannoso, imposto dalla politica sanitaria attraverso un procedimento repressivo.

Siamo, insomma nei paraggi delle “libertà negate” che tanto angustiano i no-vax, e che in “Arca 21” trovano un’oasi di ritrovata legittimazione grazie ad un’ “Associazione per la Responsabilità e la Cooperazione Attiva” (questo l’arcano acronimo) che “promuove il pensiero libero e critico, distaccato da ogni forma di dogmatismo, totalitarismo o pregiudizio”.

Con un minimo di 100 franchi di adesione si diventa socio di questa benefica congrega di “persone pronte a darsi una mano” e si può fruire delle sue iniziative, come ad esempio quella prevista per oggi, 5 settembre, ad Acquarossa: una festa “popolare” con un concerto nientemeno che del cantautore milanese Povia, quello dei “bambini che fanno oh”, ma anche di “Luca era gay” (ma poi è guarito) ed infine del suo singolo del momento, che si intitola… “Liberi di scegliere” (naturalmente contro “l’oppressione sanitaria”).

Povia è fra i cantanti più controversi del panorama italiano: ne ha dette e ne dice di tutti i colori, è stato escluso come ospite in un canale televisivo nazionale italiano dopo aver affermato che durante la pandemia ed il lockdown si è dato alle pulizie di casa, sentendosi per questo un po’ gay; ora inneggia alla libertà di scegliere se vaccinarsi o no ma non ritiene che la libertà possa essere anche quella di vivere la propria sessualità senza ritenerla una malattia.

Insomma, per Povia, il vaccino non serve ed è oppressivo e discriminatorio, mentre probabilmente è a conoscenza dell’esistenza di un vaccino che guarisce dall’omosessualità.

Un articolo di Stefano Pianca in Tio (31.8.21) ha sollevato non pochi interrogativi sull’evento di Acquarossa, da ritenersi un raduno no-vax a tutti gli effetti, seppur non dichiarato. E così il Municipio di Acquarossa, che aveva dato il via libera ad una “festa campestre” e invece si sarebbe ritrovato un simile raduno, ha detto no, negando il permesso di tenere il concerto.

Apriti cielo! E via con i social, e le nuove esternazioni di Povia, che ringrazia gli organizzatori (Arca 21 e la Fattoria Il Cardo di Ponto Valentino) e che distrutto nel morale accusa il mondo di ingiustizia nei suoi confronti. E via, che si riparte con vittimismi ed accuse di totalitarismo e repressione.

Al Cardo, una fattoria che “si annida in una valle con un’energia davvero speciale in una diramazione del meridiano di Aesch” (dal sito della fattoria biologica in questione) si riprenderanno presto con una nuova iniziativa, già in programma per il 10 settembre: il “Cerchio di uomini”, una riunione al maschile che risponde alla “necessità del nostro Tempo che richiede di essere Uomini consapevoli e padroni delle nostre emozioni, del nostro Potere, del nostro Valore.
Per il nostro bene, per il bene dei nostri Figli, delle nostre compagne, di colleghi, amici e di tutte le persone che ci circondano” (si noti il particolare curioso dell’uso delle maiuscole, non adottato per le compagne: ma che sarà mai?).

Di esempio in esempio, di situazione in situazione, gira e rigira ritroviamo uno stesso “cerchio di uomini” che, lo si conceda, francamente han tutta l’aria di rifilarci il gioco delle tre carte: che si chiamino Ostinelli, Povia, che siano neo-vaccinati governanti cantonali, capitàni della nazionale svizzera di calcio (come Xhakha, ammalatosi in quanto unico non vaccinato della squadra), neo-eletti municipali di Lugano (vaccinato, ma dichiaratamente scettico e anche un po’ complottista, ha ammesso non più di un paio di mesi fa a “Ticinolibero”), sono tutti lì a “chiamarsi fuori” da questo mondo oppressivo, campioni di libertà e altruismo.

Così, con appena un filo di immaginazione o, se vogliamo, di ironia alla Merlani, verrebbe da proporre a Ponto Valentino un nuovo evento: la consegna del “Cardo d’oro alla carriera“.
I candidati non mancano. Se poi si siedono sugli allori, peggio per loro.

Nell’immagine: una pittoresca veduta della fattoria Il Cardo (dal sito)


L’uomo macchinetta da sperma

Accettare la fragilità, rinunciare all'idolatria dell'identità – La filosofia al tempo del virus 

Ogni volta che sento il consigliere nazionale Marco Romano ripetere con una certa veemenza -per contrastare il matrimonio per tutti- che la legge in votazione nega agli uomini la paternità e li riduce a macchinette produttrici di sperma, devo ammettere che non riesco a frenare una risata, anche se sono da sola nel mio abitacolo. Vedo l’immagine di un maschio trasformato in slot machine. L’idea suggerita da Romano è quella di perfide coppie lesbiche che -nel suo immaginario- odiano i maschi, tanto da ridurli a macchine nelle quali infilare una monetina, tirare la leva e ottenere una bella dose di seme.

La pazienza didattica di Alex Farinelli (membro del comitato a favore dell’iniziativa) nello spiegare come alla banca del seme si rivolgano già oggi coppie eterosessuali, e i donatori rinuncino volontariamente alla paternità per quel singolo lotto di seme, è ammirevole. Non è di mia specifica competenza, ma a quanto mi risulta, per la maggioranza delle eiaculazioni di un uomo durante l’arco di una vita la rinuncia alla paternità non pone problemi, a meno di una scelta ascetica o fondamentalista.

Una strategia comunicativa, quella di Romano (ma forse per lui è una posa spontanea) che fa leva sulla paura maschile di svirilizzazione da parte di donne sessualmente non disponibili.

Ma le forme di sessismo non si limitano all’uomo-slot-machine di seme; si spalmano come nutella appiccicosa nelle discussioni dei contrari alla nuova legge quando evocano la supposta naturalità della coppia eterosessuale e le possibili conseguenze negative per i figli e le figlie che crescono senza una figura paterna o materna.

L’etologia ha scombinato l’argomentazione della naturalità della coppia eterosessuale, persino per quanto riguarda le strategie riproduttive, di accoppiamento e di accudimento. Forse dovremmo accettare che la natura si manifesta con più fantasia delle pratiche umane e delle loro istituzioni, e che queste, per il fatto di formarsi nel tempo e nella storia, sono destinate a mutare.

L’istituzione matrimoniale ha assunto un valore differente in riferimento alle culture e al periodo storico. E per fortuna, altrimenti saremmo ancora ai tempi del codice di Hammurabi (1792-1750 a.C.) dove è codificato che il matrimonio è valido se c’è un contratto scritto, con il quale l’uomo compra la moglie. O qualcuno ha ancora qualche nostalgia?

Ma arriviamo al figlio prediletto. Quel Luca, bambino in vendita a CHF 329.- su cartelloni stile Ikea (che da adulto spero faccia causa al comitato), preso a simbolo dei figli ridotti a oggetto nelle mani di coppie che hanno rotto il patto “mulino bianco” della famiglia eterosessuale perfetta. Ma sinceramente, qualcuno di voi conosce una famiglia perfetta?

Già in passato generazioni di figli di divorziati/e, di madri nubili o lavoratrici hanno subito le conseguenze di questa mentalità, e addirittura proprio anche in Svizzera numerosi bambini sono stai strappati alle loro famiglie, ritenute inadeguate a crescerli.

Si vuole oggi ripetere questa persecuzione per le coppie arcobaleno?

Chi pretende di conformare ogni famiglia all’artificioso modello della tradizione intende controllare le mentalità e le scelte politiche, impedendo la libertà di scelta. Una libertà che, a differenza di quelle che proprio la destra sbandiera di questi tempi, non danneggia nessuno, ma migliora la vita delle persone che ne possono beneficiare.

Nell’immagine principale: Marino Marini, “L’angelo della città”, collezione Guggenheim Venezia


Pater familias

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Sergio Rossi – Più equità fiscale aiuta l’economia

Accettare la fragilità, rinunciare all'idolatria dell'identità – La filosofia al tempo del virus 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Pietro Martinelli, ingegnere della politica

Accettare la fragilità, rinunciare all'idolatria dell'identità – La filosofia al tempo del virus 

“Ha convinzioni, e forti. Ma non ha la verità in tasca”. Roberto Antonini introduce così la figura di Pietro Martinelli, classe 1934, col quale ha appena pubblicato per Casagrande il libro-intervista ‘Le battaglie di una vita’ (lo presenteranno oggi a ChiassoLetteraria: l’appuntamento è alle 17 al Cinema Teatro). Un dialogo intenso, affascinante, nel quale l’ex Consigliere di Stato della ‘sinistra sinistra’ racconta molto di sé: la giovinezza un po’ scapestrata, con un rendimento scolastico non sempre eccezionale e una passionaccia per il poker; la maturità professionale e politica, in anni nei quali essere un ingegnere di sinistra significava non trovare lavoro; gli scontri col Partito socialista e le intese con politici molto diversi da lui come Marina Masoni; infine l’amore per la moglie Nora, innervato di militanza e tenerezza.

Come molti esponenti della sinistra, lei viene da una famiglia borghese e conservatrice, che nel libro definisce perfino “vittoriana”. Una rottura inevitabile?

Direi piuttosto una famiglia cattolica che aspirava alla tranquillità borghese, conservatrice per legami familiari, ma con aperture sociali. A portarmi a sinistra sono stati alcuni amici – tra loro molti architetti – alla fine degli studi a Zurigo. Poi a rendere più radicali gli obiettivi è intervenuto il ’68, anche se è arrivato quando avevo già 34 anni, una famiglia, un lavoro e la tessera del Partito socialista. Il ’68 ha messo definitivamente in crisi il sistema patriarcale e maschilista e la repressione sessuale ereditati dall’800. A cominciare da quegli anni mi fu prezioso il contributo di mia moglie Nora, che aveva “lo stesso sguardo sul mondo” e mi fece capire quali erano le sfide pedagogiche legate all’antiautoritarismo e le aspirazioni del femminismo.

Il ’68 fu anche l’anno della repressione sovietica a Praga. Come lo viveste?

La repressione della Primavera di Praga, durata in realtà sette mesi e sostenuta apertamente dal Partito comunista italiano di Longo e Berlinguer, ci apparve come la drammatica conferma della impossibilità di una evoluzione democratica dei regimi imposti dall’Urss nell’Europa dell’Est e dello stesso regime sovietico. Fu una dura lezione: la sera del 20 agosto con Nora guardammo sgomenti i carri armati sovietici invadere Praga.

Lei precisa: “Non sono mai stato comunista”. Eppure contribuì a ‘spaccare’ a sinistra il Partito socialista ticinese (Pst), fondando nel 1969 il Partito socialista autonomo (Psa). La divisione durerà quasi trent’anni. Un vecchio vizio della sinistra?

All’epoca – siamo nella metà degli anni ’60 – il Pst ci appariva ossificato nella cosiddetta ‘alleanza di sinistra’ con i liberali, durata 20 anni dal 1947 al ’67. Un’alleanza che ebbe dei meriti, ad esempio la legge tributaria del ’56 e la difesa della laicità della scuola, ma che favorì anche un appiattimento del dibattito politico, il clientelismo, le nomine in funzione dell’appartenenza politica e una modalità discutibile di finanziamento dei partiti. Tutte cose che nessuno metteva in discussione. Anzi, quando negli anni ’70 osammo criticare in Gran Consiglio una donazione in denaro fatta al Pst nello studio del Consigliere di Stato dopo un appalto – dopo, per cui non c’era corruzione – ci venne risposto che chi non sapeva che i Partiti si finanziavano anche così “era probabilmente caduto dal seggiolone da piccolo”. Ci fu chi ritenne questa risposta geniale.

Voi del Psa eravate caduti dal seggiolone?

Evidentemente.

La concomitante esperienza del Movimento di opposizione politica, durato il tempo d’un sospiro sempre attorno al ’68, vide incrociarsi persone molto diverse: socialisti come lei e Werner Carobbio, Martino Rossi – che avrebbe portato in Ticino la Lega marxista rivoluzionaria –, ma anche liberali quali Dick Marty e Paolo Bernasconi, i Ppd Flavio Cotti e Fulvio Caccia, intellettuali di area cattolica come Tita Carloni e Giovanni Orelli. Faranno strada.

Quella generazione ebbe in alcuni casi l’opportunità di migliorare almeno in parte il proprio partito dall’interno. Per quanto riguarda i cattolici, il 1963 era stato anche l’anno della Pacem in terris di Giovanni XXIII e nel 1962-’65 si era svolto il Concilio Vaticano II, che aveva favorito un avvicinamento tra cattolicesimo sociale e militanti di sinistra. Si respirava un’aria nuova.

Veniamo al periodico Politica Nuova, che creaste già nel ’65, e alla cacciata dal Pst.

All’inizio Pn era una rivista critica che dialogava col Partito. Le polemiche crebbero di intensità quando nel ’67 la maggioranza della Direzione del Partito – 7 su 11 – venne affidata a chi aveva perso il Congresso del ’66, Congresso che aveva deciso la linea politica dopo un confronto nella base vissuto intensamente. Quella fu una mossa gravemente antidemocratica. Le conseguenze nel giro di due anni furono tensioni che portarono alla mia espulsione dal Pst assieme agli altri tre membri di minoranza della Direzione: Werner Carobbio, Elio Galli e Basilio Scacchi. Con Galli fummo estromessi dal gruppo Pst in Gran Consiglio e dalle commissioni. Venivamo guardati come rottami destinati al fallimento politico. La prima rivincita arrivò nel 1971, quando il Psa ottenne il 7% dei voti, 6 deputati e il diritto di avere un posto in tutte le commissioni.

Fu forse quella della Gestione a pronunciare contro di lei il Berufsverbot, il bando dai concorsi pubblici.

Quando chiesi spiegazioni al Consigliere di Stato liberale Argante Righetti per un lavoro importante guadagnato sul campo e che mi era stato inspiegabilmente tolto, mi disse chiaro e tondo: “Una persona che assume le sue posizioni politiche deve aspettarsi colpi duri”. Bene, finalmente avevo la certezza di quello che stava capitando, già preannunciato dai durissimi attacchi sul ‘Dovere’ a me, ma anche agli architetti Tita Carloni, Luigi Snozzi e Marco Krähenbühl. Lo ringraziai per la sua chiarezza.

Dovette andarsene perfino in Guinea a ricostruire una fabbrica di birra. Intanto in Ticino come andava?

Mantenni sempre il posto in Gran Consiglio anche durante la fase di lavoro fuori dal Ticino, pur facendo acrobazie. Progressivamente, anche grazie alla presenza nelle Commissioni, l’opposizione frontale iniziale imboccò la strada di proposte di riforme sempre più realiste relative alla scuola, alla sanità, all’uso del territorio, alla fiscalità, alla socialità, al funzionamento dell’amministrazione. Soprattutto nel partito liberale alcuni incominciavano ad apprezzare il nostro lavoro.

Nel 1975 fu eletto in Consiglio nazionale, ma lasciò il posto a Carobbio che da insegnante non poteva sedere in Gran Consiglio.

La ritengo la nostra carta vincente, la chiave di volta di un sodalizio politico e umano di ferro. Werner è stato un gran lavoratore, e il posto a Berna lo ha guadagnato sul campo.

Dai banchi del Gran Consiglio lei si batté per la riforma dell’amministrazione pubblica.

È un compito che mi ha visto impegnato anche in governo, e che sono riuscito a completare solo in parte. L’idea – lo capì bene una liberista come Marina Masoni – era quella di avere un’amministrazione più funzionale ed efficiente, perché solo così il settore pubblico può evitare di lasciare tutto al mercato e all’iniziativa privata.

Poi arrivò il terremoto elettorale del 1987, quando scalzò il Ppd Fulvio Caccia dalla compagine di governo. Cosa successe?

Il confronto per un posto in governo era tra Pst e Psa, ma qualcuno volle condizionarlo spostando voti preferenziali e schede. Purtroppo a farne le spese fu un Consigliere di Stato competente e di idee progressiste come Fulvio Caccia.

Pensavano che lei fosse un comunista, si è rivelato semmai un ‘tecnico’. Alcuni la definivano “l’uomo giusto nel partito sbagliato”.

Quando arrivai in governo mi accorsi che i dipendenti mi chiamavano ‘direttore’, non ‘consigliere’: dunque ero lì per dirigere, per ottenere dei risultati nell’interesse immediato della collettività, non per fare proclami politici. D’altronde un po’ ero abituato, come libero professionista e poi come impresario, a privilegiare i risultati concreti: qualcuno, scherzando, disse che l’unico imprenditore in governo era proprio il consigliere più di sinistra.

Un piglio ‘aziendalista’ che ha portato prima ai dipartimenti Giustizia e Istituzioni, poi alla Socialità.

Dovetti chinarmi sul diritto, che conoscevo poco, e mi impegnai per migliorare l’efficienza nella giustizia cantonale, costruendo dei parametri per “misurare” la produttività delle Preture. Alla Socialità arrivai nel 1991, negli anni del trionfo del liberismo e della crisi dello Stato sociale. Puntai su riforme che affrontavano temi ancora di attualità come il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione. Vennero così approvati gli assegni di prima infanzia e familiari, la legge sugli aiuti domiciliari e la legge sull’armonizzazione razionale delle prestazioni sociali.

Quando arrivò la liberista Masoni, dopo il gelo iniziale nacque un rapporto proficuo. Strana coppia, no?

Io ne combattevo le posizioni politiche, ma ho sempre apprezzato la sua propensione al dialogo. In un governo di coalizione, poter trovare un’intesa tra ‘estremi’ significa spesso riuscire a coinvolgere anche gli altri colleghi.

Sgravi fiscali in cambio di sussidi?

Assolutamente no. L’occasione di offrire alla collega i mezzi finanziari per uno sgravio fiscale mi venne offerta dall’entrata in vigore delle nuova legge federale sull’assicurazione malattia (la LAMal). Grazie a quella legge il Cantone, che aveva già una legge simile, avrebbe beneficiato di una pioggia di milioni – tra 60 e 80 – per sussidiare i premi degli assicurati con reddito modesto che prima finanziava con mezzi propri. Parte dei milioni risparmiati dal Cantone sarebbero potuti servire per diminuire le imposte del ceto medio che non beneficiava dei sussidi e che si sarebbe visto confrontato con premi dell’assicurazione malattia crescenti. Evidentemente lo sgravio doveva essere decrescente all’aumentare del reddito, fino ad annullarsi alla soglia di circa 80mila franchi. Quindi uno sgravio “sociale”, a favore di chi non avrebbe beneficiato di sussidi pur non essendo ricco.

Nel frattempo nasceva la Lega dei Ticinesi. Vi aspettavate un successo così clamoroso?

Nel governo pensavamo che sarebbe finita come altri movimenti simili del passato: quello di Guglielmo Giannini in Italia, di Pierre Poujade in Francia. Non abbiamo considerato due cose: le capacità istrioniche di Giuliano Bignasca, un creativo indifferente alla morale che avevo avuto per un anno come allievo – non motivato – alla Scuola tecnica cantonale; e la globalizzazione, che stava creando un clima di precarietà, offrendo argomenti al populismo e alla ricerca di capri espiatori.

C’è chi riconosce alla Lega il merito di avere scardinato certe spartizioni di potere.

Nel senso che ora partecipa anch’essa alla spartizione, mentre non vedo proposte politiche di riforme delle quali pur c’è bisogno. Inoltre ha soffiato su un sentimento di italofobia che non può che danneggiarci.

Ha visto il Ticino del boom, “economia del contrabbando, del segreto bancario, dell’evasione fiscale e degli scandali edilizi” (Angelo Rossi). Oggi è cambiato?

Qualcosa sì, ma neanche troppo. Da Consigliere di Stato trovavo ancora chi si illudeva di fare del Ticino una grande Montecarlo, di sfruttare rendite di posizione come si faceva negli anni ’60. Ancora oggi assistiamo a speculazioni edilizie e a un’economia che combina bassi investimenti con lo sfruttamento dei frontalieri. Il tutto in una terra che invecchia e si svuota.

Come se ne esce?

Una risorsa è data dall’Università – voluta e ottenuta dal Consigliere di Stato Plr Giuseppe Buffi –, dalla ricerca, dal settore sanitario e da qualche attività qualificata che pure esiste. Questi punti positivi dovrebbero essere accompagnati da un rinnovato spirito di accoglienza, che invece è andato in parte perduto.

laRegione Ticino, Lorenzo Erroi


L’ambiente chiama, anzi esige

Accettare la fragilità, rinunciare all'idolatria dell'identità – La filosofia al tempo del virus 

Vi è forse una sfida ancora più grande di quella ambientale, e paradossalmente, è rappresentata dall’incapacità di raccontare l’urgenza della sfida stessa. Dopo un’estate che ha visto i pompieri di tutto il mondo impegnati nel tentativo di perlomeno contenere una serie quasi infinita di roghi devastanti alternati ad alluvioni altrettanto distruttive, in ordine temporale l’ultima avvisaglia di una situazione sotto molti versi fuori controllo ce la stanno dando New York e il New Jersey, flagellati da quella che è stata definita “la coda” dell’uragano Ida. La metropolitana è inagibile, l’acqua alta è ovunque, vi sono morti. La deputata della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti Alexandria Ocasio-Cortez ha affermato che non vi è altra spiegazione per questi fenomeni insoliti, se non quella del cosiddetto climate change.

Della devastazione che il climate change sempre più spesso si porterà appresso abbiamo sentore ormai da qualche tempo e, come se non bastasse l’esperienza pratica (intere regioni letteralmente ridotte in cenere, animali carbonizzati, esseri umani che hanno perso tutto), ce lo ribadiscono di continuo anche personaggi come Greta Thunberg o i ragazzi della Gioventù per il clima, ancora oggi in parte derisi o creduti solo a metà. D’altronde, in una società iperattiva e bulimica come quella in cui viviamo, il rischio che si fatichi o addirittura si sbagli a dare una gerarchia alla notizia, è più reale che mai. A ciò si aggiunge il fatto che le notizie invecchiano in fretta, e a lungo andare la ripetitività può anche annoiare.

Occorre dunque cambiare dalle fondamenta dapprima le nostre mentalità, e subito dopo il nostro modo di vivere, asserisce l’islandese Andri Snær Magnason, attivista ambientalista autore di Il tempo e l’acqua (Iperborea, 2019). Ma dobbiamo cominciare in fretta, da ogni possibile fronte. Occorre cambiare paradigma nella programmazione scolastica a ogni livello, per adeguare le materie alle necessità impellenti che investiranno le prossime generazioni, occorre ripensare le modalità dei nostri spostamenti, occorre investire ancora di più nelle energie alternative.

Difficile? Senza ombra di dubbio, ma non impossibile come sembrerebbe a prima vista, a detta di Magnason. E proprio la sua Islanda in questo senso rappresenta un esempio virtuoso. Se un tempo si era costretti a emigrare per le condizioni climatiche difficili (vulcani, ghiacciai, geyser), oggi si sa come aggirare quegli stessi ostacoli sfruttandone l’energia; non è dunque un caso se in Islanda si possono perfino coltivare ortaggi e frutta.

Il messaggio che deve passare è uno solo: in ballo c’è la sopravvivenza sul pianeta Terra, una priorità cui si dovrebbe naturalmente assoggettare qualsiasi altro tema in agenda, eppure non è così. Urge un cambiamento di rotta, di cui forse proprio Magnason, che sarà a Chiasso in occasione del Festival, saprà darci le coordinate. La questione è urgente perché come ama sottolineare, in questo momento siamo i colonizzatori delle prossime generazioni. E le prossime generazioni sono le nostre figlie e i nostri figli.

Andri Snær Magnason sarà intervistato da Mario Casella nell’ambito del Festival ChiassoLetteraria. L’appuntamento è per sabato 4 settembre 2021 al Cinema Teatro (ore 15).


Fragilità di gregge

Accettare la fragilità, rinunciare all'idolatria dell'identità – La filosofia al tempo del virus 

di Francesco Cundari

La permeabilità del nostro dibattito pubblico al contagio di ogni pericolosa fregnaccia è un problema di cui devono farsi carico istituzioni, giornalisti e personaggi pubblici in generale. Ma a questo punto anche il governo, prendendo la strada dell’obbligo vaccinale per tutti

Prima il gazebo del Movimento 5 stelle, a Milano, assaltato dai no vax, al grido di «traditori». Poi le minacce e ora anche l’inseguimento sotto casa per il professor Matteo Bassetti, uno di quelli che Matteo Salvini indicava tra i suoi infettivologi del cuore, da contrapporre ad altri considerati troppo «allarmisti», in un assurdo cencelli del virus che comunque l’arrivo del vaccino, cui Bassetti come qualunque medico sano di mente è favorevolissimo, ha definitivamente scompaginato. Infine le aggressioni sempre più violente ai giornalisti, a Roma, sabato contro Antonella Alba di Rainews24, durante un corteo contro il green pass, e lunedì contro Francesco Giovannetti di Repubblica, preso letteralmente a pugni in faccia per avere provato a fare delle domande durante un’altra manifestazione contro il green pass, indetta dal Coordinamento nazionale docenti e Ata davanti al ministero dell’Istruzione (l’aggressore è stato identificato dalla questura: è un collaboratore scolastico).

Certe tendenze bisognerebbe fermarle per tempo, correggendo subito quel che c’è da correggere nel modo di affrontare i problemi, nel modo di darne conto e nel modo di discuterne, per evitare un’escalation di violenza e imbarbarimento del dibattito che è ovviamente un male in sé, ma può avere anche pesanti ricadute sulla campagna di vaccinazione in un momento delicatissimo, e rivelarsi dunque un male al quadrato, anzi al cubo.

Prima di tutto, pertanto, occorre che se ne facciano carico politici, giornalisti e opinionisti, sindacalisti e intellettuali, conduttori televisivi e personaggi pubblici in generale. Ma a questo punto è importante che se ne faccia carico anche il governo, tagliando la testa al toro e spingendo la sua riluttante maggioranza – indovinate chi sono i più riluttanti? – a prendere la strada dell’obbligo vaccinale per tutti.

Adesso, dinanzi alle violenze, da sinistra si levano indignate accuse ai partiti di destra colpevoli di avere legittimato e cavalcato il delirio no vax, ovviamente senza nessun riferimento ai Cinquestelle, che pure di questa roba detengono il copyright, perché la destra non ha fatto altro che copiare da loro. Enrico Letta invita giustamente tutti i partiti a non ammettere più alcuna ambiguità su questo terreno, ma continua a passare sotto silenzio le mille ambiguità – per non dire di peggio, e andrebbe detto di molto peggio – che su green pass e misure di sicurezza vengono quotidianamente dai sindacati, e da Maurizio Landini in particolare.

La verità è che in questi anni, purtroppo, la lunga semina populista e antipolitica, anzitutto da parte del mondo dell’informazione, ha creato un’amplissima vulnerabilità di gregge, che ci rende particolarmente permeabili a qualsiasi campagna di disinformazione, alla diffusione virale di qualunque pericolosa fregnaccia, quale che ne sia l’origine, colposa o dolosa (ammesso che in questo campo la distinzione sia sempre possibile).

Occorre alzare un argine, va fatto adesso, e bisogna che tutti diano una mano. Senza un sussulto di responsabilità, da parte di ognuno, è concreto il rischio di venire travolti, dai contagi e dalla demagogia.

Articolo pubblicato da Linkiesta


Note, domande e perplessità intorno ad una puntura

Accettare la fragilità, rinunciare all'idolatria dell'identità – La filosofia al tempo del virus 

Qui di seguito il testo diffuso da Norman Gobbi con qualche chiosa interrogativa ( si spera lecita):
”Per quanto infastidito dalle speculazioni fatte in queste ultime settimane in merito alla mia presunta irresponsabilità di fronte alla pandemia, voglio esprimermi sulle ragioni per cui oggi mi sono fatto vaccinare a Giubiasco.”

Nota 1: Sulle ragioni per cui Gobbi non si fosse finora vaccinato non si sono fatte speculazioni, ma si è preso atto della sua scelta con evidenti e lecite perplessità, che non hanno potuto nascondere neanche altri rappresentanti di un Governo che promuove la politica vaccinale, ed un medico cantonale costretto all’ironia per commentare la manifestazione no-vax di sabato scorso a Bellinzona.

Nota 2: L’irresponsabilità non è affatto presunta, ma concreta e reale, non tanto o non solo nei confronti della pandemia, ma soprattutto nei confronti del ruolo istituzionale di Consigliere di Stato.

“L’ultimo test sierologico (e sì, malgrado i numerosi tamponi negativi, ho scoperto di aver fatto il COVID in maniera asintomatica) ha infatti evidenziato che il tasso di anticorpi presenti nel mio sangue è insufficiente per garantire un’adeguata protezione al virus e su raccomandazione del mio medico ho deciso liberamente di farmi vaccinare.”

Nota 3: Dunque dopo un test via l’altro pur di non farsi pungere, scopre che ha contratto il Virus e che ora non ha più abbastanza anticorpi per proteggersi. E una qualche domanda sulla protezione degli altri? Ma chi è Superman in manco di Kryptonite?

“Così come altrettanto liberamente – e ritengo responsabilmente – ho fatto nei passati mesi quando il vaccino era disponibile e avevo deciso di attendere, lasciando alle persone che ne avevano più bisogno la possibilità di farsi vaccinare.”

Nota 4: torna il concetto di responsabilità, qui apposto al senso di sacrificio verso gli altri, più bisognosi. Ma l’idea che gli altri, certamente più fragili e bisognosi di Superman, avessero ed hanno bisogno anche che tutti siano vaccinati l’ha mai sfiorato?

Nota 5: Se adesso si è fatto vaccinare vuol dire che secondo lui quelli che ne avevano più bisogno sono ora tutti vaccinati? Dunque lo è anche Zali?
“Questi sono i fatti. Da parte mia non aggiungerò più nulla sulla questione.”

Nota 6: Pieno rispetto per l’intenzione di non aggiungere più nulla sulla la vicenda (almeno fino alla prossima versione). Ma non si attenderà che il comunicato via social diffuso con tanto di foto del momento epocale della puntura, non ingeneri perplessità, domande, sconcerto.

È proprio così impossibile avere da chi ci governa segnali un po’ meno goffi e irrispettosi verso l’intelligenza delle cittadine e dei cittadini?


Salvate il soldato Mahmud Abbas

Accettare la fragilità, rinunciare all'idolatria dell'identità – La filosofia al tempo del virus 

Ciò che più irritava gli appiattiti fans della politica israeliana, era questa inevitabile costatazione: per oltre un decennio – approfittando anche della debolezza e divisione della leadership palestinese, e più recentemente della piena delega di Trump al governo di Gerusalemme – Netanyahu ha mirato, riuscendoci, ad indebolire il più possibile gli eredi laici di Arafat (Al Fatah), fin quasi a delegittimarli. Un calcolo, in prospettiva, di straordinaria miopia.

Ora il governo di unità nazionale guidato da Naftali Bennett (coalizione di tutti i partiti, incluso uno schieramento islamico arabo-israeliano, ma senza l’ex premier “Bibi”) ha capito che il gioco è diventato assai controproducente. Persino pericoloso. Così ha deciso di aprire uno spiraglio. Senza un minimo di annuncio preventivo, quasi in segreto, esclusi giornalisti e telecamere come se stesse commettendo qualcosa di inopportuno, il ministro della difesa Benny Gantz ha incontrato, alla Moukata di Ramallah, il presidente dell’ANP, Mahmud Abbas.

Primo colloquio fra palestinesi e israeliani dopo ben sette anni, durante i quali è successo di tutto e di più: apparizione dello Stato islamico in Medio Oriente, nascita e morte delle primavere arabe, pericolosa frattura fra musulmani sunniti (a guida saudita) e sciiti (a guida iraniana), intesa sottobanco fra Israele e Arabia Saudita (premessa agli accordi di pace detti ‘di Abramo’), politica di accresciuta annessione di territori occupati, e rimozione della questione palestinese dalle priorità dell’agenda internazionale. Risultato: il rafforzamento degli islamisti di Hamas, che, usciti “politicamente” vincitori dall’ultima guerra di Gaza, hanno visto crescere esponenzialmente la loro popolarità nella ‘striscia’ ma soprattutto in Cisgiordania. Ecco su quale tela di fondo occorre situare quella che in altri tempi sarebbe stata una bella notizia, e forse la vittoria islamista in Afghanistan ha pesato qualcosa.

Lo ha ammesso, una volta svelato l’avvenuto incontro della Moukata, lo stesso Gantz: “Più forte è l’Autorità palestinese, più debole sarà Hamas; più grande sarà la capacità dell’ANP di governare, più vivremo in sicurezza”. Non ci voleva molto a capirlo, e si dice che Washington abbia dato la spintarella decisiva. Così Israele, in particolare, verserà una centinaio di milioni di franchi nelle casse di un’Autorità nazionale palestinese ridotta sul lastrico (attenzione, si tratta solo di un piccolo anticipo su quanto comunque Gerusalemme, che incassa le imposte dei palestinesi, deve al ‘governo’ di Ramallah) e assegnerà ad altri 15.000 palestinesi permessi di lavoro nello Stato ebraico (un po’ d’ossigeno per una popolazione economicamente in grave difficoltà, ma anche provvidenziale manodopera a buon mercato per l’economia israeliana).

Un mini-accordo, ha subito precisato il governo Bennett, che in nessun caso deve essere interpretato come una riapertura del processo negoziale. Insomma, svolta vera non è. E bisognerà dunque vedere se servirà allo scopo dell’operazione: soccorrere in qualche modo un leader palestinese che come sottolinea Le Monde ha “un disperato bisogno di Israele per sopravvivere politicamente” dopo 16 anni di presidenza. Tre lustri trascorsi senza che abbia preso una qualsiasi seria decisione per sbloccare la crisi della doppia leadership palestinese; senza che al suo popolo abbia potuto garantire una vita migliore nella quotidianità; senza riuscire a fermare il tasso della sua crescente e ormai radicata impopolarità. Anche perché, per rendere servizio a sé stesso e un po’ anche agli israeliani, l’ultraottantenne Mahmud Abbas ha deciso di usare il pugno di ferro contro le proteste popolari sull’endemica mancanza di risultati, contro la passività e la remissività nei confronti dell’occupante, e contro una deriva autoritaria sempre più intollerabile.