G20 e un Afghanistan già molto lontano

C’è di tutto nel menu politico del summit mondiale di Roma; tranne la priorità di soccorrere un paese ridotto alla fame, di cui l’Occidente è il primo responsabile 

Cosa manca sulla scena e nel menu politico di questo G20 romano? Non mancano un po’ di ‘impresentabili’ o quantomeno ‘discutibili’ leader mondiali. Un principe saudita, Bin Salman, lanciato in una sorta di rinascimento arabo con suggeritore un ex premier italiano (sempre lui, il ‘bomba’ Matteo Renzi), ma intanto fa fare a pezzi (letteralmente) il corpo un giornalista oppositore attirato in una trappola; un brasileiro, Jair Bolsonaro, che non si vergogna di sottolineare i benefici (tortura compresa) dell’epoca della dittatura militare e di cui si chiede la messa sotto accusa giudiziaria per il modo scellerato con cui ha mandato allo sbando il suo paese preso nella morsa del Covid 19; l’indiano Modi, l’induista  radicale che perseguita la minoranza (assai consistente) dei musulmani del proprio sub-continente (che ci ostiniamo a definire la ‘più popolosa democrazia del mondo’) e che viene accolto con tutti gli onori in Vaticano; e nemmeno manca Erdogan, sempre più protagonista di una deriva autoritaria con forti contenuti dittatoriali e di missioni militari all’estero, che, anche in barba alla Nato, gli servono per cementare il suo nazionalismo islamico (dalla repressione dei curdi in Siria agli interventi nerboruti in Libia e nel Mediterraneo orientale). Ma c’è anche dell’altro fra le tracce archeologiche della Roma antica, che ispirano un Boris Johnson che ammonisce sulla prossima fine anche dell’impero occidentale odierno se non si cambia rotta, proprio lui che ha scelto la navigazione solitaria e ne sta pagando le conseguenze.

C’è anche il rilancio del necessarissimo multipolarismo (ci si parla e si collabora tutti insieme) che dopo gli stizziti strappi del trumpismo ridiventa il mantra diplomatico buono per tutte le stagioni. Certo, c’è , nel menu del mega-summit, il clima, anche se sembra che da Roma non partirà un chiaro, forte, unitario programma per tentare di salvare a Glasgow il ‘decisivo’ (ancora una volta) vertice mondiale su un pianeta sempre più malato di emissioni nocive (manca poco alla mezzanotte e all’irrimediabile, continuano a ripeterci gli esperti). Beh, c’è anche il rinnovato impegno comune di ‘vaccinare’ quella parte di nazioni (la maggioranza) a cui finora, nonostante le promesse, il nostro egoismo e la nostra miopia hanno lasciato un numero irrisorio e vergognoso di dosi.

Ah sì, c’è l’ennesimo varo della ‘tassa minima’ del 15 per cento sulle multinazionali che ancora possono tranquillamente evadere/eludere il fisco in particolare nei paesi dove fanno utili stratosferici, e che la fanno franca mettendo il loro quartier generale in capitali assai comprensive e generose in termini di imposizione fiscale: e si tratta di un po’ d’ossigeno per il povero Joe Biden, che a Washington ancora non riesce a far passare i suoi mega piani di investimenti pubblici per l’aiuto alle famiglie, il radicale rinnovamento delle infrastrutture, e il già affossato piano per aumentare le imposte all’1% dei miliardari americani (‘fate la vostra parte’, continua a ripetere, ma evidentemente l’implorazione non basta). E cosa o chi manca d’altro in questo G20 alla corte di Mario Draghi, mentre fuori delle zone rosse sfilano pacifici ragazzini che protestano per avere un futuro almeno ecologicamente più sicuro, ed operai di un paio di fabbriche vittime della delocalizzazione?

Certo, mancano Putin e Xi, almeno fisicamente, visto che il pretesto del Covid  evita al russo e al cinese il fastidio di partecipare di persona alla litania multilaterale, concetto che ai presidenti russo e cinese piace assai poco, preferendo le soluzioni che scaturiscono dai rapporti di forza e non dall’eterna fragilità della negoziazione paziente e collettiva; pazienza, li si vedrà e ascolterà ‘in remoto’. Ma allora non manca proprio nulla, come è ormai tradizione per queste mega-passerelle il cui ordine del giorno si gonfia, inutilmente, sempre più? Pensateci bene, qual è la parola che manca, che viene trascurata, e che forse troverà uno spazio ma piccolo nell’interminabile comunicato finale? Quella parola è: Afghanistan. A due mesi e mezzo dalla caduta di Kabul, dalla disastrosa gestione dell’evacuazione dei collaboratori in fuga con le loro famiglie, dell’inizio delle denunce sul fascio-islamismo di ritorno, sulla repressa condizione femminile, e di tutto il resto, i ‘grandi’ del pianeta dimenticano o infilano all’ultimo posto la tragedia afghana.  E pensare che fra  fra di loro vi sono i principali responsabili di questo incubo, affiancati da chi, su un’altra sponda, ne vuole trarre il massimo profitto geo-politico. Quella parola dovrebbe risultare in cima all’elenco delle preoccupazioni più urgenti, dovrebbe essere una priorità. L’Afghanistan sta precipitando nel baratro di una crisi economica gravissima.

Già si muore di fame. Le banche sono chiuse. Il lavoro manca. I prezzi galoppano. In città e villaggi l’inverno fa scendere il termometro anche a venti sottozero, ma per scaldare intere e numerose famiglie devono bastare le coperte, manca il carburante e la legna scarseggia. Ci vorrebbe un piano mondiale di emergenza e di soccorso alla popolazione civile. Ma no, ora al potere ci stanno i Talebani, poco importa se per responsabilità diretta americana e indiretta europea.  Ci stanno i Talebani e soccorrere il paese allo stremo sarebbe come riconoscerli diplomaticamente e consolidarli politicamente. Che comincino a soffrire e a morire di fame, come se la colpa fosse unicamente dei ‘barbuti’, dopo che per due decenni il paese si è nutrito praticamente solo grazie ai generosi e interessati aiuti degli occupanti stranieri. Poi si vedrà. Intanto meglio aiutare le nazioni che stanno ai confini dell’Afghanistan, affinché si alzino nuove tendopoli e nuove baraccopoli per milioni di fuggiaschi.

L’importante è che quei disperati stiano lontani dall’Ovest. Svizzera compresa. Grazie G20.

Fotografia: Paul Kagame (CC)


Fughe per la tangente e benaltrismo

C’è di tutto nel menu politico del summit mondiale di Roma; tranne la priorità di soccorrere un paese ridotto alla fame, di cui l’Occidente è il primo responsabile 

C’è sempre una fuga per la tangente o una buona dose di benaltrismo (ci vuole ben altro!) che permettono di schivare i principi che almeno apparentemente si difendono o di svicolare se non dal buon senso (che alcuni ritengono anticulturale) certamente dalla razionalità.

Se i giovani manifestano per l’invivibilità climatica che si troveranno in eredità tra pochi anni, è facile accusarli, facendone un tutt’uno, di incoerenza o ipocrisia: ricorrono infatti abbondantemente a quei consumi che creano il problema e allora perché protestano? Ci vuole ben altro e comincino loro. Il fatto è che ci si è accorti di qualcosa proprio quando alcuni di loro hanno cominciato. Anche perché i giovani hanno due vantaggi rispetto agli adulti: sono più liberi, non intrappolati in un sistema; e devono guardare al futuro perché ci vivranno.

Se si riempiono le piazze per protestare contro le inadempienze della politica e delle istituzioni nei confronti della difesa dell’ambiente e del clima, partiti che si ritengono la nazione e grandi manovratori partitici o politici, rimasti a lungo ignoranti o silenti, non possono più dire, ormai, che il problema non esiste, che è gonfiato, anzi “siamo perfettamente consci che bisogna agire” (o potrebbe costarci elettoralmente), ma non si risolve manifestando. E poi c’è ben altro che trovarsi in piazza ed esporre manifesti e slogan. Il fatto è che le inadempienze e le ipocrisie difficilmente potevano uscire dai partiti che comandano o dalle istituzioni che li seguono, sono emerse invece da quelle piazze e dai loro manifesti e slogan. Che, lo si voglia o no, sono democrazia contro… benaltrismo.

Se lo Stato per far fronte a tutti gli obblighi democratici, sociali, educativi, sanitari, ambientali, infrastrutturali deve indebitarsi, anche perché si pretende che non ci sia un aggravio fiscale, in particolar modo per i ricchi, si avanzano immancabilmente come fuga per la tangente maggiore per bloccargli la spesa e l’indebitamento sia l’onere finanziario che “si riverserà sulle future generazioni”, sia che ci sono ben altre cose da fare e da imporre, a cominciare dall’amministrazione pubblica, ormai da mezzo secolo imputata numero uno. Qui, a dire il vero, emerge l’ignoranza della storia politica-economica del cantone. Dimenticando che se il Ticino non si fosse enormemente indebitato per costruire le vie di comunicazione tra regioni e distretti, non sarebbe neppure nato (si legga il profetico saggio di Basilio Biucchi sulle strade nel cantone); se non avesse fatto salti mortali per avere una scuola pubblica quando sembrava cosa inimmaginabile, avremmo contato generazioni di semianalfabeti; se non si fosse fortemente indebitato negli anni Sessanta-Settanta grazie anche alla tenacia di un socialista ritenuto un po’ folle (Paolo Poma) per risanare i suoi laghi e fiumi, avremmo consegnato fogne e anche assenza di turismo alle future generazioni; se non si fosse indebitato per ricucire tutto il suo sistema ospedaliero, prenderemmo ancora il treno per farci curare; se non si fosse indebitato contro tutti i limiti che economicamente si imponevano per costruire scuole, avere più di un liceo, pretendere un’università e un’accademia di architettura, avremmo, sì, generazioni di nullatenenti. E aggiungiamo pure, in questo momento: se non deciderà, anche indebitandosi, a riscattare le concessioni idroelettriche a scadenza, impadronendosi finalmente di un bene comune preziosissimo che avevamo svenduto, dovremo spegnere anche la luce.


Vaccini: un rapporto denuncia le inadempienze dei paesi ricchi

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Da Valigia Blu

Delle 1,8 miliardi di donazioni di dosi di vaccini contro la COVID-19 promesse dai paesi ricchi, solo 261 milioni di dosi (il 14% del totale) sono state consegnate alle nazioni più povere fino ad oggi. Inoltre, delle 994 milioni di dosi promesse dalle aziende farmaceutiche occidentali a COVAX – un progetto della GAVI Alliance con l’obiettivo di garantire una distribuzione equa dei vaccini in tutto il mondo, indipendentemente dal potere d’acquisto di ogni singolo paese – finora ne sono state consegnate solo 120 milioni (il 12%). Solo una su sette dosi di vaccino promesse ai paesi più poveri del mondo è stata consegnata. Questo è quanto evidenzia il rapporto “A Dose of Reality” della People’s Vaccine Alliance (un’organizzazione di cui fanno parte anche Amnesty International, Oxfam e Global Justice Now) pubblicato il 21 ottobre.

via BBC

In questo quadro, si legge ancora nel rapporto, “l’Unione europea e altre nazioni ricche si sono rifiutate di sostenere la proposta di oltre 100 nazioni di rinunciare ai brevetti su vaccini e tecnologie correlate alla COVID-19 mentre le principali aziende farmaceutiche non sono riuscite a condividere apertamente la loro tecnologia con l’Organizzazione Mondiale della Sanità per consentire ai paesi in via di sviluppo di produrre i propri vaccini e salvare vite umane”.


Per Winnie Byanyima, direttrice esecutiva UNAIDS (il programma delle Nazioni Unite per l’HIV e l’AIDS) «le nazioni e le società ricche stanno vergognosamente fallendo nel mantenere le loro promesse mentre bloccano la soluzione effettiva: garantire che le nazioni in via di sviluppo abbiano la capacità di produrre i propri vaccini». «È dolorosamente chiaro – ha continuato Byanyima – che il mondo in via di sviluppo non possa fare affidamento sulla generosità e sulla beneficenza delle nazioni ricche e delle aziende farmaceutiche, e di conseguenza centinaia di migliaia di persone stanno morendo di COVID-19. Questo è più che spaventoso».

A ottobre dello scorso anno, India e Sud Africa hanno chiesto all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) di sospendere temporaneamente i brevetti su alcuni farmaci e sui vaccini anti COVID-19, che in questo modo potrebbero essere prodotti e distribuiti più velocemente. Grandi aziende farmaceutiche e paesi come Regno Unito, Canada e Germania si sono opposti al piano, perché la sua approvazione soffocherebbe l’innovazione nelle aziende farmaceutiche privandole dell’incentivo a fare enormi investimenti in ricerca e sviluppo e per la mancanza di siti produttivi adeguati per aumentare la produzione. Secondo i sostenitori della proposta, invece, la sospensione temporanea  consentirebbe l’avvio della creazione di un struttura funzionale per aumentare la produzione dei vaccini in mezzo a una pandemia, inviando anche un forte messaggio di salute pubblica. I negoziati sulla richiesta di India e Sud Africa per un potenziale accordo proseguono.

Il 14 ottobre Ngozi Okonjo-Iweala, a capo del WTO, ha dichiarato che i negoziati formali su una deroga temporanea alle norme sulla proprietà intellettuale per aumentare l’accesso ai vaccini COVID-19 sono «bloccati», ma i colloqui informali si stanno intensificando. Okonjo-Iweala ha inoltre dichiarato di ritenere che i membri del WTO potrebbero «trovare un compromesso pragmatico sulla rinuncia alla proprietà intellettuale» che garantisca un accesso equo ai vaccini, preservando gli incentivi per la ricerca e l’innovazione. La prossima riunione del consiglio ministeriale del WTO è prevista dal 30 novembre al 3 dicembre.

Pochi giorni dopo, il 19 ottobre, la Federazione internazionale dei produttori e delle associazioni farmaceutiche (IFPMA) ha comunicato una stima secondo cui la produzione di vaccini COVID-19 raggiungerà oltre 12 miliardi di dosi entro la fine del 2021, raddoppiando a 24 miliardi di dosi entro giugno 2022, “momento in cui le forniture di vaccini molto probabilmente supereranno la domanda globale”. Secondo l’IFPMA queste stime “mostrano che la premessa per la rinuncia TRIPS sulla proprietà intellettuale proposta un anno fa, per aiutare ad affrontare una presunta carenza di vaccini come soluzione all’equità dei vaccini, è stata superata dai fatti. La soluzione all’equità vaccinale oggi risiede nella condivisione della dose, continuando a ottimizzare la produzione attraverso l’aumento della produzione e la concessione di licenze volontarie; oltre a lavorare insieme per consentire ai paesi di vaccinare in modo efficiente ed efficace la propria popolazione”.

A fine settembre il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, durante il vertice mondiale sulla pandemia organizzato dagli Stati Uniti d’America, ha ribadito la necessità di un piano globale di vaccinazione, che preveda almeno il raddoppio della produzione di vaccini contro la COVID-19 per garantire che 2,3 miliardi di dosi siano equamente distribuite attraverso COVAX. L’obiettivo del piano è raggiungere il 40% delle persone in tutto il mondo entro la fine di quest’anno e il 70% nella prima metà del 2022, in base agli obiettivi fissati dall’OMS. Ad oggi tramite COVAX, in base agli ultimi dati forniti da GAVI, sono stati distribuiti 378 milioni di dosi di vaccino in 144 paesi.

Guterres ha affermato che il piano potrebbe essere implementato da un team di emergenza che lavorerà con le aziende farmaceutiche per raddoppiare la produzione di vaccini e garantire un’equa distribuzione e potrebbe includere i paesi produttori di vaccini e quelli con potenziale produttivo, come anche l’OMS, i partner COVAX, le istituzioni finanziarie internazionali e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

Intanto, secondo Bruce Aylward, funzionario senior dell’OMS, la pandemia potrebbe andare avanti «un anno più del necessario» poiché i paesi più poveri non stanno ricevendo i vaccini di cui hanno bisogno. In base ai dati elaborati da Our World in Data, il 49% della popolazione mondiale ha ricevuto almeno una dose di vaccino contro la COVID-19, 6,85 miliardi di dosi sono state somministrate ma solo il 3% delle persone nei paesi a basso reddito ha ricevuto almeno una dose di vaccino. Recentemente The Lancet ha ricordato che la disuguaglianza globale nella distribuzione e somministrazione dei vaccini non solo è ingiusta, ma mina anche la sicurezza sanitaria globale e la ripresa economica.

In vista del prossimo vertice del G20 del 30-31 ottobre a Roma, il direttore generale dell’OMS, Adhanom Ghebreyesus Tedros, ha dichiarato che «i paesi devono adempiere immediatamente ai loro impegni di condivisione delle dosi di vaccino» e che «i produttori devono dare priorità e adempiere ai loro contratti con COVAX e AVAT con urgenza (…)» e «condividere il know-how, la tecnologia e le licenze, includendo anche la rinuncia ai diritti di proprietà intellettuale. Se lo facciamo, possiamo porre fine alla pandemia di COVID-19 pandemia e accelerare la ripresa globale».


Nell’immagine: fotografia di di AMISOM Photo/Mokhtar Mohamed


Abbandonati da un decreto

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Tutto come previsto: sotto le macerie dell’ex-Macello sembrano finire, un’altra volta, sepolte e abbandonate, anche le speranze di chi credeva si potesse trovare un po’ di giustizia nella fitta nebbia del polverone sollevato non solo dai calcinacci ma anche, e molto di più, da un incrociarsi di dichiarazioni e smentite da parte dell’autorità che hanno davvero lasciato tutti sconcertati.

Siamo al “Decreto di abbandono” annunciato dal Procuratore Generale Andrea Pagani: c’è da immaginare, insomma, che di fronte a una pluralità di possibili colpevoli e nell’impossibilità di identificarne uno o più sulla base di fatti precisi, i magistrati non abbiano potuto che abbandonare il procedimento contro tutti gli indagati. Insomma, sforzandoci di capire, vien da pensare che il principio in dubio pro reo obbliga all’abbandono. Resta naturalmente aperta la questione della correità o della complicità, ma inutile aspettarsi sorprese.

Certo, possiamo ritenere che l’attività degli inquirenti non sia stata facilitata dalle persone che sono state sentite, che hanno verosimilmente creato una cortina di nebbia fitta, e fatta di “io non ho visto, io non ho detto, io non ho sentito”: una nebbia che la magistratura non ha potuto (o voluto) dissipare.

Naturalmente l’esito (un po’ scontato, in verità) della procedura non sposta di un millimetro il giudizio politico su un ente pubblico che ha violato un principio fondamentale come quello della legalità: quale sia stato il responsabile (polizia, Municipio, funzionari comunali), si tratta pur sempre di organi dello Stato.

Ma anche qui, una volta di più, pare di continuare a vivere di illusioni: basta leggere le prime dichiarazioni a caldo del Municipio. (vedi CdT online):

“Sono contento della comunicazione del Ministero pubblico – dice Lombardi, da noi raggiunto – che corrisponde a quanto in cuor nostro percepivamo, perché anche al di là dei momenti difficili e di incomprensione non abbiamo mai avuto l’impressione di aver compiuto atti penalmente rilevanti. “

Ah, beh, c’è stata solo qualche incomprensione, ma non hanno mai avuto questa “impressione”: parole solide e scolpite nella pietra, che ci dicono che in Municipio, fra un’incomprensione e l’altra, ci si basa e si lavora su “impressioni”! Davvero impressionante.

E il sindaco Foletti? «Abbiamo sempre sostenuto che non avevamo responsabilità nei fatti del 29 maggio e la decisione del procuratore generale lo dimostra. La parte di politica che ci accusava di mentire sapendo di mentire probabilmente sbagliava: le cose che abbiamo detto pubblicamente sono le stesse che abbiamo detto agli inquirenti. Spiace che da parte della sinistra non ci sia stata data la presunzione di innocenza. Come tutti – continua il sindaco – non sappiamo ancora cosa sia realmente successo quella sera”.

Ma come, ora ci sarebbe da mettere sotto accusa chi ha chiesto di capire? È vietato? Da quando? E di capire, al Municipio, non interessa?

Da responsabili rappresentanti politici della città, dal suo primo cittadino, si può tranquillamente accettare che le conclusioni siano: non sappiamo nulla del crollo sotto l’azione delle ruspe di un edificio pubblico? Tutto lì?

Ed ora cosa accadrà? Si parla di un’ indagine amministrativa per far luce su eventuali manchevolezze non penalmente perseguibili: ma quale risultato potrà mai dare se si tratta di un’indagine condotta sulla base delle testimonianze di chi non sa nulla? Sarà così stravagante immaginare che alla fine, certamente colpevoli saranno solo i “Molinari”?

Ah no, ci sono quelle fastidiose e ingombranti macerie: ma un anonimo funzionario distratto da accusare e “sospendere” salterà ben fuori, prima o poi, no? Quanto al prossimo “dialogo sull’autogestione” come si saprà profilare un interlocutore politico, rappresentante dell’autorità, così poco capace di capire cosa succede in città? Ci penserà la “tranquillissima” e tranquillizzatrice Karin Valenzano Rossi?


Quale fiducia nello Stato?

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Di Nicola Schönenberger, Verdi di Lugano

Il ministero pubblico prospetta dunque l’emanazione di un decreto di abbandono per le vicende legate all’abbattimento, la notte del sabato 29 maggio scorso, dell’ex macello a Lugano. In verità la notizia era già stata fatta trapelare da un portale d’informazione online due settimane fa, forse per tastare terreno su possibili reazioni prima di decidere in via definitiva? Già, perché la decisione ha tutto il sapore di essere influenzata politicamente, il Municipio di Lugano è semplicemente troppo grande per essere fallibile, la narrativa del malinteso, che in pochi giorni è passata dall’”abbiamo ordinato la demolizione” al “non abbiamo ordinato un bel niente” alla fine è riuscita. In modo un po’ beffardo, si mantiene una proroga fino al 5 novembre per produrre ulteriori prove. Quali prove? Ingenuamente avevamo creduto che l’amianto e gli idrocarburi policiclici aromatici nelle macerie fossero prove fisiche sufficienti, prove salvaguardate solo grazie alla nostra tempestiva denuncia per violazione delle regole dell’arte edilizia e della legge sulla protezione dell’ambiente, visto che i camion per portare le macerie in discarica erano al lavoro già il giorno seguente.

La vicenda giudiziaria finisce qui, a meno che chi ha visto distrutti i propri effetti personali non la porti avanti. I Verdi, ai quali era stato negato di costituirsi quali accusatori privati, non hanno più voce in capitolo.

Il problema di fondo però, quello della credibilità dell’Esecutivo, che si defila vergognosamente dalle proprie responsabilità, resta. E pesa come un macigno. Le domande, numerosissime, alle quali né il Municipio né il Consiglio di Stato hanno voluto o potuto sinora rispondere sono ancora tutte lì. È necessario ora che arrivino anche le risposte. Risposte indispensabili per chi è rimasto profondamente turbato e disorientato sia per la violenza distruttiva dimostrata quella notte dall’autorità, sia per la comunicazione pasticciata del Municipio nei giorni seguenti. In molti hanno perso la fiducia nelle istituzioni poiché l’interpretazione immediata della vicenda ha portato a credere che lo Stato si ponesse al di sopra delle leggi e cominciasse a commettere atti illegali, giustificandoli con azioni illegali da parte degli autogestiti, incurante della differenza sostanziale fra istituzioni statali e realtà giovanili dissidenti.

Vai dunque a spiegare al cittadino comune che un cantiere, con relativo abbattimento, il sabato notte non lo si può fare; che se si vuole abbattere uno stabile ci vuole una licenza edilizia e una perizia sull’amianto, e che se poi l’amianto c’è, non importa in quale quantità, è necessario prendere delle misure per lo smaltimento in sicurezza. Come mai lo Stato può infischiarsi delle regole e uscirne pulito? Non si demolisce il problema della fiducia nello Stato di diritto, ormai compromessa, con un decreto di abbandono.


Macelli, macerie e sabbie immobili

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Sergio Rossi – Fuga dei cervelli dal Ticino

C’è di tutto nel menu politico del summit mondiale di Roma; tranne la priorità di soccorrere un paese ridotto alla fame, di cui l’Occidente è il primo responsabile 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Clima: la buona strada verso la catastrofe

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Di Luca Martinelli

“A meno di una settimana dalla Cop26 di Glasgow, siamo sulla buona strada… per la catastrofe climatica. Di quanti campanelli d’allarme abbiamo bisogno?”. Lo ha chiesto il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, i cui commenti assumono un tono via via più drammatico man mano che si avvicina la conferenza ONU sul clima. Guterres è intervenuto alla conferenza stampa di presentazione del nuovo “Emissions Gap Report 2021”, diffuso dal Programma per l’ambiente (Unep). A pochi giorni dal “Productions Gap Report”, che evidenziava come i governi stiano pianificando di produrre entro il 2030 il 110% in più di combustibili fossili rispetto a quanto sarebbe coerente con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi, il nuovo documento spiega che allo stato attuale gli sforzi dei singoli paesi porterebbero a una riduzione soltanto del 7,5% delle produzioni annue di gas serra entro il 2030, un impegno insufficiente secondo le Nazioni Unite: il mondo, infatti, ha bisogno di una riduzione del 55% delle emissioni per limitare l’aumento della temperatura globale sotto il grado e mezzo, cioè quel livello indicato dagli scienziati per uno scenario meno rischioso per il nostro pianeta e per il futuro dell’umanità.

Come dice il titolo del rapporto di quest’anno “Il riscaldamento è acceso, mentre, come mostrano i contenuti del documento, la leadership di cui abbiamo bisogno è spenta, lontana”, ha avvertito Guterres. Le promesse di riduzione delle emissioni sono “vaghe” e incoerenti con la maggior parte degli impegni nazionali per il 2020, avverte il rapporto. Eppure, secondo l’ “Emissions Gap Report”, la buona strada sarebbe una e una sola: “Per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi in questo secolo, l’obiettivo ambizioso dell’Accordo di Parigi, il mondo ha bisogno di dimezzare le emissioni attuali di gas serra nei prossimi otto anni”. Ripetiamolo: dimezzare le emissioni entro il 2030. È questo il traguardo, indispensabile, che deve darsi la Cop26, che inizia domenica prossima e continuerà fino al 12 novembre in Scozia.

Il mondo ha appena otto anni per tagliare 28 gigatonnellate di CO2 equivalente. Per mettere questo numero in prospettiva, le emissioni di anidride carbonica da sole dovrebbero raggiungere 33 megatonnellate ancora quest’anno. Quando anche tutti gli altri gas serra sono presi in considerazione si nota che le emissioni annuali sono vicine a 60 gigatonnellate. Ha detto Inger Andersen, direttore esecutivo dell’UNEP: “Abbiamo quasi otto anni per dimezzare il gas serra: otto anni per fare i piani, varare le politiche adeguate, metterle in atto, e infine realizzare i tagli. L’orologio sta ticchettando forte”.

Se non cambierà niente, la direzione è segnata: gli impegni sul clima e le misure di mitigazione porteranno il pianeta, secondo le proiezioni dell’ONU, a un aumento della temperatura globale di 2,7 gradi entro la fine del secolo, ben lontano dagli Accordi di Parigi. È stato rilevato che la pandemia da Covid-19 ha portato nel 2020 un calo senza precedenti delle emissioni globali, ma non è tato comunque sufficiente a invertire la rotta, come ha spiegato pochi giorni fa anche il report della “World Meteorological Organization”: con il rilancio economico, la concentrazione di gas climalteranti nell’atmosfera continua a crescere.

In relazione all’emergenza sanitaria e alla ripresa, il rapporto segnala un ulteriore rischio: “Nella maggior parte delle nazioni è stata persa l’opportunità di utilizzare il salvataggio fiscale e la spesa per stimolare l’economia favorendo l’azione per il clima. È probabile infatti che soltanto il 25% circa degli investimenti totali per la ripresa fino a maggio 2021 sia servito a ridurre le emissioni di gas serra”. Il test di Glasgow sarà decisivo. Ma ad ascoltare Guterres, la bocciatura è vicina.

Da ‘il manifesto’ del 27 ottobre


“Metaverso”… ma verso dove?

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Dopo giorni di accuse circostanziate a Facebook e a Mark Zuckerberg in particolare – documenti interni alla mano – rei di avere favorito deliberatamente l’odio online e la diffusione di fake news mettendo i profitti davanti alla sicurezza, ecco la replica: Metaverso. Arrivata o rilanciata con tempismo perfetto come ogni classica arma di distrazione di massa per rilanciare un sistema di social in evidente crisi di immagine. Cui è stata abilmente aggiunta – per avere il sostegno di governi e opinione pubblica – la promessa di creare 10’000 posti di lavoro in Europa entro i prossimi cinque anni, necessari, dice la promessa, per dare vita a un nuovo mondo digitale, ancora più affascinante di quello attuale.

E allora, avendo sullo sfondo Metaverso, concentriamoci su due o tre questioni a intersezione tra comportamenti sociali, immoralità strutturale del capitalismo, nostro feticismo compulsivo per la tecnologia e conflitto tra tecno-capitalismo e democrazia e quindi libertà dell’uomo.

Torniamo agli inizi della storia di Mark Zuckerberg (e nostra): come è stato possibile che Facebook (e poi gli altri social) raggiungesse il successo in così breve tempo, offrendosi con la parola-magica di amicizia e poi di like? Molta stupidità umana; un conformismo digitale crescente e tendenzialmente totalitario; il bisogno umano di non sentirsi soli sfruttato abilmente dal capitalismo, posto che i social sono imprese private (lo dimentichiamo sempre) il cui obiettivo, come per tutto il capitalismo, è quello di massimizzare i profitti per sé, con ogni mezzo e senza alcuno scrupolo. Cosa ovviamente non nuova – il cinismo del capitale – e basta ricordare l’industria del tabacco, del petrolio, delle armi, della finanza e delle banche, per non dire del resto, e oggi le lobby che manovrano per far fallire Cop 26 sulla crisi climatica. Il cinismo è infatti strutturale al capitalismo – in realtà a ogni forma di potere ma oggi il potere è tutto (totalitario?) del tecno-capitalismo, dove poche imprese multinazionali private governano direttamente la vita di miliardi di persone in nome del loro profitto (non era mai successo nella storia) – e i social non sono da meno, anzi ne sono la forma più perfetta. Semmai è inquietante la nostra credulità, la nostra totale mancanza di spirito critico, il nostro dover/voler essere bambini mai cresciuti (è questo che vuole il marketing) che rincorrono ogni nuovo giocattolo tecnologico al grido – ormai inconscio, ma potentissimo – di: lo voglio! Ed eccoci quindi ora pronti a lasciarci conquistare/affascinare da Metaverso, termine che rimanda a Neal Stephenson e al suo romanzo Snow Crash, genere cyberpunk, pubblicato nel 1992. Immaginato come la nuova frontiera di Internet, cioè oltre il mondo virtuale odierno e dove gli utenti, per mezzo dei loro avatar, vivranno esperienze interattive multimediali straordinarie e immersive, accrescendo ancora di più le interazioni umane (la socialità, di nuovo mediata però dalla tecnologia perché possa produrre dati e quindi profitto capitalistico; di nuovo la promessa di costruire comunità, di mettere in contatto soggetti in realtà sempre più isolati dagli altri proprio a causa della tecnologia), liberandoci dal peso dei vincoli fisici. Ma anche, aggiungiamo, permettendo al tecno-capitalismo di farci dimenticare di nuovo la drammaticità della crisi climatica (e sociale) presente nella realtà vera.

Metaverso come evoluzione di Facebook, dunque. E ovviamente “non si tratterà solo di creare una nuova formidabile esperienza”, ma anche “un’onda economica che potrebbe creare nuove opportunità per le persone di tutto il mondo”. Cioè – di nuovo – business e profitti per Mark Zuckerberg. E qui veniamo al vero punto critico impostoci della tecnica, ma che nessuno affronta seriamente (o volutamente): il conflitto tra potere delle imprese (tecnologiche ma non solo) e democrazia.

Scriveva il sociologo italiano (troppo in fretta dimenticato) Luciano Gallino (1927-2015), nel 2011: “Il fatto nuovo del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia”. E aggiungeva: “il potere esercitato dalle corporation sulle nostre vite configura un deficit di democrazia tale da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca”.

Ovvero, abbiamo il problema – ancora più urgente oggi – di imparare a governare i processi di innovazione tecnologica. Pratica mai tentata finora perché resa impossibile dall’autocrazia dell’imprenditore neoliberale (ogni controllo violerebbe la mia libertà, io sono il vero creativo e innovatore), ma soprattutto dal mainstream tecno-capitalista che ci porta a credere (proprio in senso religioso/fideistico) che l’innovazione tecnologica sia sempre il nuovo che avanza – meraviglioso sempre, a prescindere dai suoi effetti – e che quindi non si debba fermare mai. Mentre invece – lo diciamo da tempo – si deve fermare o almeno regolamentare se minaccia la democrazia e la libertà degli uomini, oltre alla biosfera.

Chiudiamo facendo nostre le parole scritte qualche giorno fa da Christian Rocca, direttore de Linkiesta: Metaverso “è soltanto cosmesi per nascondere il fatto che Zuckerberg non ha alcuna intenzione di cambiare rotta, anzi pensa di modellare [ancora di più] la società del futuro sui principi del gaming e di passare al nuovo livello di controllore unico dell’ambiente virtuale e fisico collegato a Internet. […] Una prospettiva spaventosa, visti i precedenti. Sui giornali americani il dibattito è partito con grande intensità. L’editoriale di apertura dell’ultimo numero dell’Atlantic lo scrive senza giri di parole: ‘Facebook [è molte cose insieme, ma oggi] in realtà è anche una potenza straniera ostile’. E come una potenza ostile andrebbe affrontato, perché a una potenza straniera ostile non si può consentire che si costruisca un suo ecosistema virtuale e alternativo a quello reale, dentro il quale intrappolare e manipolare miliardi di utenti”. Ma il problema non è ovviamente solo Zuckerberg, ma tutta la Silicon Valley.

Nell’immagine: adattamento da Pieter Bruegel il Vecchio, Parabola dei ciechi (1568), dettaglio


Il giudizio di Paride

C’è di tutto nel menu politico del summit mondiale di Roma; tranne la priorità di soccorrere un paese ridotto alla fame, di cui l’Occidente è il primo responsabile 

Nei suoi editoriali, solitamente il direttore del “Corriere del Ticino” Paride Pelli assume un tono per lo più conciliante e interlocutorio, persegue un principio di “equilibrio”  (che a volte, se è consentito, può esser preso per “equilibrismo”) in cerca di prospettive moderate e condivise intorno ai temi d’attualità.
Insomma, i suoi son tutt’altro che “giudizi di Paride”, che nella mitologia e nella storia hanno avuto un esito cruento (la guerra di Troia, per intenderci, mica uno scherzo). No, qui niente di decisivo e di grave per le sorti nostre, di contemporanei che cercano di leggere e capire, ciascuno a suo modo e con i propri limitati mezzi, i fatti scottanti del momento.
Prendiamo l’autogestione a Lugano, che ha avuto sabato scorso una nuova occasione di manifestarsi con un corteo che ha attraversato la città per concludersi con una festa nel parco di Villa Saroli.
Qualche centinaio di giovani (e meno giovani) che hanno provato a dar voce ad un noto ed evidente stato di “disagio” cercando nel contempo di tener accesa l’attenzione sul destino di un’esperienza sociale e culturale che ha una storia di 50 anni, che ha avuto sviluppi ed attestazioni in tutti i maggiori centri urbani del nostro paese e che a Lugano, dopo 25 anni dall’occupazione dei Molini Bernasconi (presto bruciati in un rogo rimasto senza responsabili), si ritrova oggi di nuovo in mezzo a macerie, quelle dell’ex-Macello abbattuto a colpi di ruspa.
Quelle “macerie” le sta raccontando, fra l’altro, con una serie podcast proposta anche da “Naufraghi/e”, una documentatissima ricerca curata da Olmo Cerri, che per la prima volta consente di entrare nella storia del movimento, attraverso le voci dei suoi protagonisti, fra sogni, bisogni e anche, perché no, contraddizioni, che hanno dato vita ad un’esperienza che merita di essere ascoltata, se la si vuole capire e se ci si vuole poi confrontare.
Dubito che Paride Pelli abbia avuto tempo anche solo per ascoltare cinque minuti di quei materiali. Forse non ne ha nemmeno avuto voglia: nel suo naturale senso dell’equilibrio per lui è chiaro come stiano le cose: da una parte Municipio e cittadinanza costretti a tollerare manifestazioni non autorizzate (ma quando mai sono autorizzate?), dall’altra un gruppo sempre più sparuto di irridicibili, rappresentanti di una “microcomunità” che in realtà non si fa rappresentare da nessuno e si rende indisponibile ad ogni forma di dialogo.
Solo nella breve premessa, Pelli ricorda che da mesi tutti aspettano l’esito dell’inchiesta penale sul comportamento del Municipio e della Polizia in occasione dell’abbattimento di parte dell’ex-Macello. Un esito che, per dirla con Paride Pelli, continua a pendere come una spada di Damocle, minacciosa, sulla città.
Eccoci ancora alla cara mitologia greca, con un’immagine che dovrebbe pur ricordare però che la spada sta sopra la testa di Damocle, ovvero del potente, ovvero del Municipio, non su quella di una città che semmai aspetta di capire dove andrà a conficcarsi (o a cadere nel vuoto).
E allora, quando si arriva ad affermare che la manifestazione di sabato scorso ha accentuato la natura grottesca di una situazione in cui nessuno fra gli autogestiti è disposto a dialogare mentre, da parte del Municipio si continua ad aspettare “un interlocutore che non arriva mai”, mi pare si dimentichi (significativamente) che non pare poi tanto evidente pensare di “dialogare” con chi ti ha abbattuto la casa, per ora, ahinoi, impunemente.
Ed è davvero difficile non riuscire a ricordare che questo bruciante presupposto non è stato creato dai presunti autistici contestatori della nostra ordinata ed irreprensibile idea di società e socialità, ma da un’evidente deriva (autoritaria? di Polizia?) che non sono certo solo gli “autogestiti” a stigmatizzare e che ha sollevato in ampi strati della cittadinanza non pochi interrogativi.
Il “giudizio di Paride”, lo si consenta, in questo caso è davvero tutto sbilanciato, “squilibrato”: il teatrino dell’assurdo, evocato nell’editoriale, è anzitutto quello messo in scena in questi mesi dal Municipio di Lugano, molto più che da una manifestazione “ goliardica a cielo aperto, con pure una capra a sfilare” (apriti cielo, vien davvero da dire!).
Certo, se si resta comodamente assestati sulle proprie posizioni impugnando la spada (magari di Damocle) dei pregiudizi, sarà davvero difficile arrivare ad una soluzione della questione. Ma occorre anche ricordare che non si sta affrontando un tema secondario, relativo ad un’infima minoranza rumorosa e neghittosa: si sta parlando di una questione legata allo stato di diritto; del diritto, appunto, per ogni cittadino, di essere trattato equamente da un potere (politico, giudiziario) chiamato a regole e doveri almeno quanto e ancor più li si pretenda rispettati dagli autogestiti.