Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.
Lugano, 23 ottobre 2021












Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.
Lugano, 23 ottobre 2021












Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.
Da una pandemia all’altra, o anche tutte e due insieme. Le gravi difficoltà economiche in questi mesi di Covid hanno portato alla ribalta, fra l’altro, il tema dell’approvvigionamento energetico un po’ in tutto il mondo. Ed ecco che comincia a serpeggiare un altro grave problema globale, che ci costringerebbe a tornare, una volta di più a fare i conti con il mondo che ci circonda, a cominciare dall’Europa, naturalmente, e ancor più precisamente con l’UE.
Come provare ad evitare anche in questo caso che l’Europa ci ricatti con una necessità, quella di energia elettrica, che noi potremmo non avere a sufficienza in un prossimo futuro? Con il ritorno in grande stile all’impulso da dare al nucleare, è la risposta dell’UDC, che per voce della sua vicepresidente nazionale Magdalena Martullo Blocher invoca anzi al più presto non solo il prolungamento dell’attività delle centrali ancora in funzione, ma soprattutto la costruzione di una nuova centrale, primo baluardo contro la nostra temuta “dipendenza” dall’UE.
A fare da megafono di tale posizione, da noi, è ormai da qualche mese il domenicale leghista, che ogni settimana trova modo di richiamare questa “necessità”: ancora la scorsa domenica, Lorenzo Quadri, nella sua tradizionale prosa sfumata, ci avverte toccandola piano:
“ I camerieri di Bruxelles nel governicchio federale ora sventolano lo spauracchio del rischio blackout. E dunque arriva il nuovo rapporto – ovviamente pilotato – secondo il quale, senza un’intesa con gli eurobalivi sull’approvvigionamento elettrico, la Svizzera rischierebbe di rimanere al buio. Già si blatera di due giorni senza corrente nel mese di marzo a partire dal 2025. (…) In materia di approvvigionamento elettrico dobbiamo diventare indipendenti. Il che significa aumentare la nostra produzione di energia! Quindi: altro che spegnere le centrali nucleari prima del tempo! Bisogna invece costruirne una nuova, come giustamente proposto da Magdalena Martullo Blocher. Non solo: anche la produzione idroelettrica va incrementata. La materia prima, ovvero l’acqua, non ci manca di certo! E le dighe si possono alzare! (da “Il Mattino della domenica”, 17.10.21)
Beh, certo, oltre ai muri alla frontiera si possono alzare anche le dighe, che sarà mai. La questione è che, anche stavolta, il discorso è tutto strumentale, un tema cruciale come quello energetico finisce per diventare anzitutto un’ arma contundente con cui minacciare il resto del mondo. Perché noi siamo e dobbiamo sempre e comunque restarne fuori, e noi, da soli ce la faremmo, sempre e comunque.
Ora, proprio in questi giorni della questione non si occupa solo lo Zio Bill di Via Monte Boglia, e non se ne tratta solo da noi. In verità, il tema della ripresa del nucleare è considerato anche in altri paesi, ed in altri paesi è anche temuto o resta, tutt’al più, un’opzione.
Del resto, Fukushima non è proprio un nome rassicurante da rievocare, ed è proprio a causa dei numerosi pericoli legati al funzionamento delle centrali e allo smaltimento delle scorie radioattive che si era arrivati a definire terminata la stagione dell’ottimismo nucleare.
Il futuro dell’approvvigionamento energetico è comunque un problema serio e complesso, che qui richiederebbe ben più che un semplice commento sommario, per di più per nulla specialistico. Un articolo de “Linkiesta” merita però una lettura attenta almeno per cominciare ad orientarci, ed orientare qualche possibile riflessione, un po’ più ponderata di quelle del domenicale (è vero, non ci vuole molto).
“Energie a impatto zero. A che punto è la discussione sul ritorno al nucleare per la transizione ecologica”, prova infatti a fornire, attraverso fonti autorevoli e i pareri di esperti, un quadro generale della situazione, considerando anche le opportunità dell’”opzione nucleare”, visto che comunque, di fatto, rappresenta ancora una modalità di produzione energetica molto importante in molti paesi (compresa la Svizzera) e visto che, nell’ambito del discorso legato all’Agenda 2030 e 2050 della lotta per il clima, costituisce un elemento “ad emissione zero” o quasi, che va certamente preso in esame.
Dell’articolo, alla cui lettura integrale si rimanda, vale la pena di mettere qui in rilievo alcuni passaggi:
L’energia nucleare continua a dividere l’Europa sulla scelta della strada da seguire nel processo di decarbonizzazione imposto dagli obiettivi dell’agenda Onu per il 2030. Da una parte il gruppo a favore dell’atomo, capeggiato dalla Francia (che soddisfa il 70% del suo fabbisogno energetico tramite il nucleare), accompagnata da Repubblica Ceca, Bulgaria, Croazia, Finlandia, Ungheria, assieme a Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia. Dall’altra parte il fronte dei contrari, i paesi che non riconoscono la sostenibilità dell’energia nucleare, e dunque non la classificano come green.
Questo secondo raggruppamento vede nella Germania il suo principale esponente – dove a seguito dell’incidente di Fukushima del 2011 è stata portata avanti una campagna di denuclearizzazione dell’intero territorio nazionale – a cui si sono accodati anche paesi come Spagna, Austria, Danimarca e Lussemburgo. L’esempio tedesco è particolarmente significativo: negli ultimi 10 anni sono entrati in fase di dismissione 26 impianti e si prevede che gli ultimi 6 ancora in funzione verranno spenti definitivamente entro la fine del 2022.
Ma nello scenario internazionale il settore dell’energia nucleare continua a svolgere un ruolo primario per la sopravvivenza di molte nazioni e trova sostenitori in diversi angoli del pianeta.
Per Simone Molteni, direttore scientifico del network d’informazione sul mondo della sostenibilità Lifegate (…), come dimostrato da numerosi studi, le rinnovabili non hanno limiti tecnici globali. L’irradiamento solare e il vento non pongono limiti fisici alla copertura dell’intero fabbisogno energetico del pianeta. Ciò detto, da un punto di vista di ottimizzazione economica si potrebbero integrare con un mix di diverse tecnologie low carbon».
Secondo Molteni, le prossime mosse per trasformare l’utopia di un mondo a zero emissioni in realtà sono già ben definite: «Serve azzerare la burocrazia che rallenta lo sviluppo delle rinnovabili. Modernizzare la rete e le tecnologie per queste nuove energie. Aggiungere le stazioni di accumulo, che oggi non sono sufficienti. Potenziare la fase di distribuzione e gli stoccaggi. Oggi ci sono le tecnologie e ci sono le possibilità. Serve solo il coraggio di scommettere veramente sulle rinnovabili con un grande sforzo collettivo».
Di tutt’altro avviso sono i docenti del Politecnico di Milano Matteo Passoni e Marco Ricotti, quest’ultimo professore ordinario di impianti nucleari: «il nucleare non va messo in nessun modo in contrapposizione con le energie rinnovabili», poiché l’unica speranza per scongiurare il punto di non ritorno del superamento dei 2°C è quella di «investire in un mix di tutte le forme energetiche, atomo compreso, a ridotte emissioni di CO₂, poiché è impossibile che una sola modalità di produzione di energia elettrica sia sufficiente a soddisfare il fabbisogno a livello mondiale».
Un’altra argomentazione a svantaggio del settore dell’atomo riguarda il presunto calo dell’affidabilità e della sicurezza degli impianti a energia nucleare, che potrebbero venire messi sempre di più a dura prova dall’acutizzarsi degli eventi meteorologici a causa del cambiamento climatico e dall’aumento del consumo di acqua dovuto all’innalzamento delle temperature. Le centrali elettronucleari fanno infatti affidamento su grandi quantità di acqua dolce per il raffreddamento del nocciolo, attingendo a fonti idriche come fiumi, laghi e baie.
«Diversi studi» – risponde Ricotti – «dimostrano come il nucleare sia in realtà una delle fonti energetiche più resistenti e resilienti nel tempo. La quantità dei rifiuti radioattivi è molto inferiore a quella dei rifiuti tossico-nocivi come arsenico, piombo, mercurio. Per non parlare delle polveri sottili, che provocano migliaia di morti ogni anno. In Germania l’ammanco di energia dovuto all’abbandono del nucleare è stato in parte compensato dal ritorno del carbone negli ultimi 10 anni».
Sono questi solo alcuni spunti forniti dall’articolo, che ci dice chiaramente quanto la questione sia complessa e cruciale, quanto vada presa in mano da esperti nei gremi internazionali più qualificati e rivista alla luce di quanto detta, in relazione alle Agende ONU, l’evoluzione delle ricerche su un terreno tanto delicato e in costante mutamento. Insomma, un problema “globale” che non è certo solo utilizzabile per mettere al riparo il nostro paese, fra muri e dighe, dall’influenza della perfida UE.
La storia insegna, a maggior ragione proprio in questo periodo pandemico, come la scienza possa spesso e volentieri diventare ostaggio della retorica politica. La speranza è che la comunità scientifica internazionale sappia sottrarvisi e fornirci risposte, per quanto parziali, che ci aiutino a consegnare alle prossime generazioni un futuro meno inquinato, anche dalle logiche e dagli interessi personali e di parte.
Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.
In occasione della conferenza “Ecologic Transition and Social Inclusion: Towards a New Economic Paradigm” organizzata dall’Università Cattolica di Milano, l’economista di fama mondiale spiega a Linkiesta che al Congresso «tutti i repubblicani e alcuni democratici sono allineati con Big Oil. Per questo, la politica è intrappolata nell’instabilità»
Prosegue con Jeffrey D. Sachs – economista di fama internazionale e leader globale nel campo dello sviluppo sostenibile – il ciclo di conferenze “Un secolo di futuro: l’Università tra le generazioni”, l’iniziativa promossa dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in occasione del suo centenario. Nel pomeriggio di giovedì 21 ottobre, l’economista ha infatti tenuto una conferenza intitolata “Ecologic Transition and Social Inclusion: Towards a New Economic Paradigm” (“Transizione ecologica e inclusione sociale: verso un nuovo paradigma economico”).
Nel 2004 e nel 2005, Sachs è stato inserito nel Time 100 (la classifica delle 100 persone più influenti del mondo realizzata dal magazine statunitense). È stato direttore dell’Earth Institute presso la Columbia University (dove detiene il titolo di professore universitario) ed è uno dei massimi autori mondiali di bestseller relativi lo sviluppo sostenibile e la lotta alla povertà nel mondo. Sachs è anche presidente della Sustainable Development Solutions Network, organizzazione no-profit delle Nazioni Unite.
Linkiesta lo ha intervistato, sfruttando l’occasione per approfondire il suo punto di vista su questioni quali la transizione ecologica degli Stati Uniti.
Qual è stato il focus della conferenza organizzata all’Università Cattolica in occasione del suo centenario?
Il focus è stato il paradigma globale emergente relativo allo sviluppo sostenibile basato sulla decarbonizzazione, sull’uso sostenibile del suolo e sulle politiche da perseguire per garantire diritti economici a tutti (salute, istruzione, nutrizione, digitale, alloggio, tempo libero e cultura).
Non solo: anche la cooperazione regionale relativa all’Unione Europea, all’Unione Africana e ad altre organizzazioni di raggruppamento internazionale minori, oltre che della cooperazione globale ai sensi della Carta delle Nazioni Unite.
In Europa c’è una grande spaccatura tra i paesi favorevoli a un’apertura verso l’energia nucleare e quelli contro: lei cosa ne pensa?
Per l’Europa e per il mondo, le principali soluzioni energetiche fino al 2050 saranno l’energia solare e quella eolica. Tuttavia, anche l’energia nucleare giocherà la sua parte in alcuni stati come la Francia. Ma non in Germania, così come in molti altri paesi. La mia previsione è che, a livello globale, riusciremo a passare all’energia di fusione solo nel corso della seconda metà del ventunesimo secolo.
Quali sono i migliori investimenti recenti effettuati dagli Stati Uniti sul fronte della transizione ecologica? Su quale energia rinnovabile ha più senso investire nel breve periodo?
Parte degli Stati Uniti si sta muovendo fortemente verso l’energia eolica e quella solare. In particolare, il nord-est del paese si sposterà presto all’eolico offshore. Ciononostante, gli Stati Uniti sono ancora bloccati all’utilizzo di carbone, petrolio e gas naturale a causa del potere della lobby dei combustibili fossili. Ad ora, questa potente lobby sta ritardando un’azione decisiva che riguardi gli Stati Uniti e la sua transizione ecologica. Il senatore della Virginia Occidentale Joe Manchin, che è nelle mani di Big Oil, ha attualmente messo in stallo (…) la politica sull’energia pulita di Joe Biden.
Durante il suo mandato presidenziale, Donald Trump e la sua amministrazione hanno condotto una campagna di investimenti per aiutare il settore del carbone. Qual è l’impatto di queste manovre sulla transizione ecologica degli Stati Uniti?
Il sistema politico degli Stati Uniti è profondamente corrotto dai finanziamenti aziendali, sia dalle lobby che dai contributi elettorali. Tutti i repubblicani e alcuni democratici sono allineati con Big Oil. Lo stesso Trump è un pericoloso psicopatico e ha forgiato il Partito Repubblicano di oggi a sua immagine: per questo, la politica statunitense è intrappolata nell’instabilità.
Tutto ciò si sta riversando sull’amministrazione dell’attuale presidente Joe Biden, per ora in stallo su questo fronte.
Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.
Di Antonio Negri, il manifesto (19 ottobre 2021)
In Libano la storia si replica in tragedia, anche nelle apparenze. Le raffiche di kalashnikov, la gente nelle strade che corre al riparo, le barricate incendiate, i morti: è quanto si è visto negli scorsi giorni nelle strade di Beirut, scene da guerra civile caratterizzate da incomprimibile settarismo.
Ma non è soltanto così: il paese dei Cedri è al collasso economico e allo stesso tempi al centro di una battaglia internazionale. Non da oggi, ma da quando è cominciata la guerra in Siria nel 2011 – con il coinvolgimento degli Hezbollah libanesi e l’afflusso di centinaia di migliaia di profughi – e ancor prima nello scontro sempre presente con Israele. Un fronte permanentemente caldo, come testimonia la guerra del 2006 e la presenza al sud del contingente Unifil (ONU), con la partecipazione di 1.500 militari italiani.
Una missione per stabilizzare la ‘linea blu’ tra Libano e Israele, dove la tensione è sempre presente. Non a caso Israele chiede lo scioglimento della missione ONU perché non lavora per il disarmo di Hezbollah, mentre secondo Tel Aviv l’Iran continua a trasferire missili alle milizie sciite. È questo il casus belli che Israele si tiene sempre pronto a sfoderare per giustificare eventuali azioni militari terrestri e aeree in Libano, come testimoniano i fragorosi voli quotidiani di avvertimento dei caccia israeliani.
La guerra siriana, con l’asse della Mezzaluna sciita (Assad-Teheran-Hezbollah e retrovia irakena) è stato il vero spartiacque regionale che poi ha condotto al formarsi, con l’appoggio decisivo degli USA, del Patto di Abramo tra Israele e le monarchie del Golfo. Il Patto è la bussola americana e israeliana per tutta la regione, e un pezzo consistente del Medio Oriente ha come nemico primario, l’Iran, uno secondario, la Siria di Assad, e nel mirino tutti gli altri alleati sciiti della regione, dagli Hezbollah agli Houthi in Yemen, alle milizie sciite sia in Siria che in Iraq. Una volta il Patto di Abramo colpisce direttamente come nel caso degli attentati contro generali e scienziati iraniani, una volta indirettamente prendendo di mira gli alleati della repubblica islamica. La cosa è evidente in Siria, dove Israele decide di colpire le milizie filo-sciite senza che per altro nessuno protesti, neppure Mosca, schierata sul campo a fianco di Assad dal 2015. Per questo non sono casuali gli scontri divampati in seguito alla protesta di Hezbollah e Amal contro il giudice che si occupa delle indagini sulla devastante esplosione del 4 agosto 2020 al porto di Beirut, alla ricerca di una verità che probabilmente non sapremo mai. Chi ha sparato stavolta sui manifestanti? Le raffiche sarebbero partite dal quartiere di Ai nel-Remmaneh, roccaforte del partito cristiano delle Forze Libanesi di Samir Geagea, rivale dei due movimenti sciiti – per altro, non dimentichiamolo, anche forze parlamentari e di governo –, che controllano invece il confinante quartiere di Shiyah.
Samir Geagea contro Hassan Nasrallah, guida di Hezbollah: è la sindrome del Libano, in cui la vita politica gira sempre intorno agli stessi personaggi. Sembra la solita intricata vicenda sullo sfondo di un paese al collasso economico e sociale, oltre che diviso dalle storiche contrapposizioni settarie. Mancano l’elettricità, il carburante, la valuta locale è quasi carta straccia, e un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Ma la crisi libanese, dopo la recente fiammata di violenza, potrebbe diventare qualcosa di più ampio e pericoloso di una sfida settaria.
Gli sponsor esterni fanno parte della scenografia degli eventi libanesi, un dato scontato ma sempre presente. Se l’Iran è con la Siria l’alleato degli sciiti, Emirati e Arabia Saudita lo sono dei falangisti cristiani, come dimostrano anche le tragedie del passato. Insomma, si soffia sul fuoco di un nuovo incendio libanese. Con due obiettivi: indebolire la Mezzaluna sciita e allontanare una soluzione diplomatica al tavolo del negoziato con l’Iran, uno dei mantra dell’attuale governo israeliano, così come lo era quello di Netanyahu. Anche se non c’è più Trump alla Casa Bianca, con Biden il trumpismo non è finito. Questa amministrazione dice di voler incoraggiare il multilateralismo ma lo fa solo quando gli fa comodo: per esempio, il recente G-20 romano sull’Afghanistan è stato utile per scaricare ulteriormente il peso del fallimento degli Stati Uniti sulle Nazioni Unite. Ma quando c’è da cogliere altri risultati, come far fuori qualcuno oppure scatenare un certo caos organizzato per indebolire i nemici, Washington punta sempre su Israele e sul Mossad.
Biden ha dichiarato di voler tornare all’accordo sul nucleare cancellato da Trump nel 2018, ma non appare scontato. ‘Il tempo stringe’ ha detto qualche giorno fa il segretario di Stato Antony Blinken riguardo al rilancio dell’accordo (Jcpoa) sul programma atomico civile di Teheran al termine di un incontro a Washington con il ministro degli esteri israeliano Yar Lapid e il capo della diplomazia degli Emirati Abdullah Bin Zayed Al Nahyan. E ha aggiunto: ‘Siamo pronti ad altre opzioni se l’Iran non cambia rotta’. E qual è l’opzione? Forse non una guerra diretta all’Iran, ma sicuramente la messa sotto pressione della Mezzaluna sciita, a partire magari proprio dal Libano. Ed ecco spiegato come Beirut in questo scenario sia diventato il punto di convergenza internazionale di un conflitto più ampio, come è sempre tragicamente avvenuto in passato.
Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.
Bellinzona, 22 ottobre 2021








Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.

Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.
Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.
A ormai quasi cinque mesi dal 29 maggio, data in cui fu demolita a Lugano una parte dell’ex macello pubblico per scacciare gli autogestiti dal sedime, dalla stampa, e rigorosamente solo dalla stampa, possiamo dire di possedere alcuni dati certi e pressoché incontestabili.
Riassumendo: come da noi pubblicato a inizio luglio, ribadito alla fine dello stesso mese dalla RSI e adesso anche dalla stampa libera e indipendente con sede a Muzzano, dello sgombero e della demolizione di parte del sedime Municipio e polizia (cantonale e comunale) iniziarono a parlarne la scorsa primavera, evidentemente anche elaborando piani in merito; se si vuole demolire un tetto, e solo quello (come dichiarato dopo qualche settimana dal Municipio correggendo precedenti dichiarazioni che affermavano di aver voluto demolire tutto lo stabile), non si chiamano le ruspe, ma lo si smonta pezzo per pezzo, ché come spiegato da architetti e ingegneri se si adoperano le ruspe rischiano di crollare anche tutti i piani inferiori; come da subito si era vociferato ma nessuno finora era riuscito ad avere conferma (complimenti al collega che è riuscito a trovarla), il tetto demolito era quello sbagliato, ché quello dell’edificio dove si riunivano i molinari non era pericolante ma era stato puntellato e, si può supporre, messo dunque in sufficiente sicurezza; per effettuare la demolizione di uno stabile chiunque, autorità politica compresa, necessita di una licenza edilizia, licenza che non risulta essere mai stata rilasciata.
Se non lo fai, commetti un reato o un abuso; per gli stabili antecedenti il 1990 è pure necessaria una perizia per sapere se nello stabile vi fosse dell’amianto, perizia che non risulta essere mai stata eseguita. Se non lo fai commetti un reato o un abuso; tracce di amianto e di altre sostanze pericolose (idrocarburi policiclici aromatici) sono state poi trovate tra le macerie. Prendiamo atto che secondo una perizia i bassi quantitativi trovati non erano in grado di mettere in pericolo la salute della popolazione; stando al primo rapporto della magistratura, malgrado le riunioni preparatorie fossero iniziate già a marzo, la sera del 29 maggio la catena di comando di Municipio e polizia (comunale e cantonale) assomigliava a una commedia degli equivoci in stile demenzial-Monty Python; sempre stando allo stesso rapporto, rischiamo che dopo 5 mesi di indagine (le conclusioni sono attese per novembre) gli unici condannati per tutto questo ambaradan saranno i molinari.
Messi in ordine i fatti accertati, viene da chiedersi come mai le autorità tutte, al di là delle esigenze di inchiesta della magistratura dietro cui si nascondono e al di là del suo esito, non escano per lo meno a chiedere scusa alla popolazione per i manifesti errori che hanno commesso. Perché un errore si può comprendere e, al limite, anche perdonare. L’incompetenza (e l’arroganza che spesso da questa deriva) invece no.
Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.
Siamo un gruppo di persone che si impegna per Lugano. Viviamo e investiamo economicamente, culturalmente e socialmente in questo territorio. Amiamo Lugano, questa città ci sta a cuore. Presentiamo qui alcune proposte provvisorie e aperte a discussione.
Lugano avrebbe il potenziale per diventare una città aperta, innovativa, ancora più vivibile per tutte e tutti, ma da tempo una parte della popolazione di Lugano esprime la sua insoddisfazione sulla qualità di vita nella città, sulle regole del vivere insieme, sulla difficoltà di sviluppare un’offerta culturale alternativa. Il fatto che non sembrino esserci soluzioni a questi problemi ha creato un malessere e ha portato a quello che è lecito chiamare una crisi.
Pensiamo che sia importante discutere largamente dei problemi di Lugano e di come risolverli. Alcuni di noi ci hanno già messo del loro tempo, delle loro energie, facendo leva sulle loro diverse competenze. Il risultato provvisorio di questo lavoro sono delle piste di riflessione, che ci sembra urgente percorrere per evitare che Lugano corra il rischio di chiudersi ancora di più nei confronti della popolazione giovane, del dibattito aperto, delle nuove mobilità umane. Vorremmo evitare che la Città non sia pronta e manchi di una forza collettiva per affrontare alcune scelte fondamentali che si prospettano nel campo delle transizioni ecologica e digitale.
Le nostre proposte si possono riassumere nei seguenti quattro punti.
Analisi: Lugano ha investito nella cultura ed è oggi una sede apprezzata di musei, festival e teatri. Questo investimento, nell’insieme, promuove una cultura tradizionale, spesso anche elitaria, di cui la città può e deve essere orgogliosa, ma che non basta per renderla una piazza viva, un luogo che evolve insieme alla cultura che produce. La cultura non si trova esclusivamente nei musei o nella bellezza delle rappresentazioni teatrali o musicali che vediamo e consumiamo, per essere vitale e per alimentarsi necessita di una creatività spontanea che solo una città aperta può garantire. Questa creatività spontanea necessita spazi che permettano una sperimentazione in grande libertà, e dove il presente e il futuro si sintetizzino nell’invenzione di nuove forme culturali e di vita comune.
Proposta: Proponiamo di creare un’associazione che raggruppi le diverse istanze di produzione culturale che nasce dal basso, nei quartieri, tra le nuove generazioni e i nuovi abitanti. Questa associazione dovrà gestire spazi d’innovazione culturale – spazi inutilizzati, spazi transitori, spazi e interstizi dei quartieri e villaggi che compongono Lugano – per permettere la creazione culturale e la crescita culturale di Lugano. Questa associazione non si occuperebbe direttamente della produzione culturale, ma avrebbe lo scopo di regolare l’interazione tra gli attori della cultura e il Municipio (p. es. sulla base di un mandato di prestazioni).
Aspettative: Attraverso la crescita intrinseca della produzione culturale di Lugano la città guadagna in capacità e riflessività, diventa più attrattiva per i giovani e un polo di crescita individuale e collettiva, guadagna in capacità di affrontare con coraggio i problemi del futuro.
Alcuni modelli ai quali ispirarsi: Berna – Reithalle; Bienne – La Coupole ; Zurigo – Rote Fabrik
Analisi: Lugano è un gioiello di città, tra monti e laghi, con panorami incantevoli. Ha una qualità di vita eccellente, destinata però a pochi e che sempre meno persone possono permettersi. Lugano deve ripensare la sua abitabilità, per attrarre non solo persone abbienti e anziane, ma anche giovani che investono nel futuro, pronti a realizzarne le sfide legate alla transizione ecologica e digitale.
Proposta: Lugano deve promuovere, come lo fanno tanti agglomerati e tutte le grandi città svizzere, forme abitative di utilità pubblica e senza fine di lucro, che rimangono tali a lungo termine. Questi modelli dovrebbero diventare punti di riferimento per le ristrutturazioni dell’abitato del futuro e della costruzione a Lugano. La città deve inoltre prendere una posizione chiara sulla destinazione degli edifici (momentaneamente) inutilizzati, siano essi pubblici o privati e valutare come gestire un uso provvisorio, intermedio degli stessi e degli spazi aperti.
Aspettativa: Modelli di abitazione cooperativa sono centri d’innovazione ecologica, attrattivi per le giovani generazioni, le famiglie e per chi ha a cuore la Lugano di domani, pronta a investire nell’economia locale e circolare, nella transizione ecologica e digitale. Una città innovativa dal punto di vista dell’abitato ecologico e accessibile è attrattiva, e crea identificazione. Lugano ne può uscire rinforzata.
Alcuni modelli ai quali ispirarsi: Berna – Stiftung Wohnqualität – Wir sind Stadtgarten; Zurigo – Wogeno; Ginevra – Artamis, Codha; Bienne – Genossenschaft FAB A
Analisi: Lugano è in cerca di una storia nuova da raccontare. La Lugano delle banche, ma anche la Lugano della ricchezza e della discrezione non sono più spunti sufficienti per creare appartenenza per chi ci abita e ci vive o per chi riflette all’idea di trasferirsi a Lugano. Questi racconti non creano (più) città, non creano sentimenti d’appartenenza e nemmeno squadra.
Proposta: Lugano deve investire, con feste ed eventi, con coerenza e partecipazione, in una nuova “narrazione”, che possa creare un’identificazione di un’ampia parte della popolazione. Pensiamo che la costruzione di questa narrazione sia un lavoro che non può essere delegato a degli esperti o delle esperte. Piste di costruzione di questo racconto possono basarsi per esempio sul paesaggio, inteso non solo nel suo significato più diffuso di natura, ancorché di natura in cui sia visibile l’intervento umano, ma di insieme di spazi abitati, verdi e naturali, che insieme costituiscono un luogo “riconosciuto” e a cui gli abitanti sentono di appartenere.
Aspettativa: La creazione di un racconto ampiamente condiviso e inclusivo permette non solo l’identificazione di chi utilizza la città, ma anche lo sviluppo di un senso d’appartenenza a questa città che si trasforma, con il racconto, in un bene comune e non in un bene di pochi, proprietari, investitori o politici che siano. La narrazione è il fondo sul quale si creano soluzioni condivise per problemi che affliggono la città.
Alcuni modelli ai quali ispirarsi: Matera “città della cultura”; Berlino “città di tutti”; Zurigo “città multiculturale”; Basilea “città dei musei e dell’arte”
Analisi: Lugano ha davanti a sé delle sfide maggiori dal punto di vista ecologico, della pianificazione del suo futuro, delle dinamiche demografiche e dell’attrattività e capacità d’innovazione economica. La Città non è in letargo, ma è sonnolenta e ha bisogno di maggiori strumenti di comprensione per risvegliarsi, per iniziare un dibattito approfondito tra i cittadini e i politici, che sia pragmatico e teso verso il futuro.
Proposta: Proponiamo la creazione di un luogo di riflessione permanente e di promozione del dibattito sul futuro di Lugano. Questo luogo dovrebbe essere vicino alla produzione della conoscenza a Lugano e dunque alle scuole universitarie, svolgere ricerca e promuovere la riflessione. Sostenuto dal Comune, a servizio del Comune, degli enti pubblici e privati interessati a capire i problemi di Lugano e le loro possibili soluzioni, si farà carico di lanciare proposte e dibattiti i più inclusivi possibili e a preparare la popolazione alle sfide di domani, in particolar modo la transizione ecologica e digitale.
Aspettativa: Dotandosi di un centro di riflessione e ricerca sul futuro del Territorio, Lugano può prepararsi, insieme alla popolazione e in collaborazione con studenti e studiosi, ai cambiamenti richiesti per affrontare le sfide del futuro in direzione di una transizione ecologica e digitale più che mai necessaria. Dibattere di questi strumenti, parlare di soluzioni e di futuro crea un clima di consapevolezza nella popolazione e nella politica che faciliterà queste transizioni. Contribuirà senza dubbio anche allo sviluppo di una nuova narrazione per Lugano, come città aperta a tutti e di tutti, città dell’innovazione volta verso il futuro.
Alcuni modelli ai quali ispirarsi: Urbalyon, L’Institut Paris-Région, Urban Studies Institute Antwerpen, Institut für Landes- und Stadtentwicklungsforschung (ILS-Dortmund)
Lugano, 21 ottobre 2021
Promotrici e promotori
Monique Bosco-von Allmen, architetto
Edo Carrasco, imprenditore sociale ed esperto in politiche giovanili
Boas Erez, professore universitario
Sophie Maffioli, architetto
Damiano Merzari, operatore culturale
Per informazioni, iscrizione e partecipazione al progetto rivolgersi a per.lugano@gmail.com
Dopo la schedatura sistematica dei Molinari da parte della polizia gli organizzatori della manifestazione "Contro ogni gabbia" raccomandano ai partecipanti di portare un ombrello per proteggersi. Ma non dalla pioggia.