Rovesciare la scacchiera

Non è una serie TV. Il Grande Gioco ci fa marciare in fila nel cortile della prigione 

Fallimento della Cop 26 di Glasgow, con i Grandi della terra che si fanno Piccoli piccoli davanti alle pretese del capitale e dell’industria; oligarchie economiche e tecnologiche sempre più potenti e autocratiche (un tempo si chiamavano, in senso negativo/spregiativo multinazionali; oggi si chiamano, ma in senso positivo e fideistico Big-tech, vengono osannate come visionarie e la Silicon Valley è diventata nuova terra di pellegrinaggio dei devoti alla religione tecno-capitalista); processi di digitalizzazione che sempre più chiaramente si manifestano non come il nuovo che avanza bensì come il vecchio taylorismo che ritorna, però digitalizzato e così tutto sembra nuovo, quando non lo è (e quindi non siamo nella quarta rivoluzione industriale, ma sempre nella prima, anche se il digitale ha sostituito la macchina a vapore e il telaio meccanico); Ralph Hamers, Ceo di Ubs che candidamente ha affermato: “il nostro core business, che ci piaccia o no, è supportare i ricchi che diventano sempre più ricchi”, salvo poi ammettere, quasi a malincuore, che “più abbiamo successo, più effettivamente contribuiamo alla disuguaglianza nel mondo. Il che non è un bene”; e poi TiSin, il più classico dei sindacati gialli per aggirare un sacrosanto principio di giustizia distributiva e retributiva.

E l’elenco potrebbe continuare, perché la cronaca giornaliera è piena di fatti che dimostrano (che dovrebbero dimostrare) l’irrazionalità di questo sistema; che tutti però amiamo, a cui tutti ci adattiamo qualunque cosa decida per noi – e che si chiama capitalismo, ma che molti disastri sta producendo nella quasi indifferenza di troppi. Su tutti, il disastro climatico, che invece ci imporrebbe, se non di uscire da questo sistema, almeno di riformarlo radicalmente in nome della giustizia sociale, della giustizia ambientale e del futuro dei nostri figli (nei cui confronti ci comportiamo tutti – perché questo è – come madri e padri irresponsabili o come giocatori al casinò).

E allora – per cercare conforto – abbiamo ripreso in mano un bellissimo articolo dello scrittore Claudio Magris, uscito qualche mese fa. Partiamo però da una premessa: le regole sono parte costitutiva di ogni società e della vita di ogni uomo. E ciascuno deve darsi e deve rispettare delle regole per vivere con gli altri e con se stesso (altrimenti ci comportiamo come i no-vax e i no-green pass che rivendicano una egoistica libertà per sé, incapaci di capire che la libertà e la convivenza impongono anche dei doveri e una responsabilità verso gli altri). Il problema è quanta libertà, quanta autonomia e soprattutto quanta consapevolezza degli uomini vi è nella costruzione condivisa di queste regole. Perché non basta votare ogni tanto, e ogni tanto mettere un sì o un no a un referendum. Perché il potere (il Potere, usando Pier Paolo Pasolini) è altrove da dove pensiamo che sia (Parlamenti, governi, eccetera): sono nella Silicon Valley, nella finanza, nei mercati, nell’ideologia neoliberale – ed è questa consapevolezza (capire dov’è il Potere, come funziona e come ci fa funzionare) che oggi drammaticamente ci manca. E le regole del gioco – i neoliberali le chiamano catallassi – del capitalismo le abbiamo così introiettate, che ci sembrano normali e naturali, anche se non lo sono (e si dovrebbe rileggere La grande trasformazione, di Karl Polanyi; qualche testo di Teoria critica francofortese, come Eclisse della ragione, di Max Horkheimer – che tra l’altro visse in Ticino per molti anni; o Psicanalisi della società contemporanea di altro grande intellettuale, anch’egli ticinese di adozione, come Erich Fromm); non lo sono perché le regole del gioco del capitalismo sono in realtà frutto di interessi economici e di processi culturali e storici e quindi non sono naturali né immutabili – e dovremmo quindi urgentemente pensare a delle alternative.

Ha scritto dunque Claudio Magris: «La regola del gioco, anche tacita ma imperiosa, diviene facilmente una maschera di ferro, una camicia di forza. […] La partita a scacchi è diventata uno dei grandi temi di tanta letteratura, nelle epoche più diverse. Oggi la scacchiera su cui si svolge il grande gioco è il Mercato, vitale, inesorabile, spietato, quasi volto attuale del destino; Mercato la cui energia si adorna di tutte le seduzioni possibili, sembra farsi sempre più forte e anche quando stritola fa credere che stia abbracciando. Una minaccia alla libertà concreta di ogni giorno non è costituita, almeno nei Paesi occidentali, da dittature che controllano e reprimono ogni gesto e ogni individuo, come nei romanzi di George Orwell o di Aldous Huxley, ma da una valanga di offerte e prescrizioni di ogni genere, sigle da decifrare, moduli da riempire, sollecitazioni da seguire. Un corteo danzante come quello degli spiriti elementari in certi quadri medievali, un Sabba in cui ogni fuoco fatuo è rassicurante perché ha il suo marchio registrato. […] Stiamo vivendo nel mondo in cui tutto è permesso, annunciato da Dostoevskij. Forse l’unico modo di sottrarsi, nella modestissima misura in cui ciò è possibile, al Grande Gioco che ci fa marciare in fila nel cortile della prigione, è la mossa di quella favorita di un imperatore cinese, di cui si racconta e che, costretta a giocare a scacchi con il suo sovrano e signore, accorgendosi che stava perdendo, fa uno schiocco con le labbra come faceva quando chiamava il gatto per dargli da mangiare e l’animale, con un balzo leggero, piomba sulla scacchiera sconvolgendo l’ordine di tutti i pezzi, mandando all’aria il gioco e forse permettendo così di dedicarsi ad altro, senza regole vincolanti da seguire» (Il gioco che non fa giocare, in Corriere della sera del 16/05/2021).

Il sovrano/signore è oggi il tecno-capitalismo (il sistema integrato di tecnologia e capitalismo) che ci impone di giocare al suo gioco e con le sue regole. La favorita dovremmo essere noi, diventati finalmente consapevoli che il sovrano/signore gioca solo per sé e contro di noi e soprattutto contro la Terra.

Ci manca ancora il gatto… ma soprattutto, l’idea di far schioccare le labbra.


Simona Lanzoni – Protezione delle donne migranti, cosa dovrebbe cambiare

Non è una serie TV. Il Grande Gioco ci fa marciare in fila nel cortile della prigione 

La donna straniera che ha subito atti di violenza fisica e psicologica da parte di un congiunto dal quale dipende per soggiornare in Svizzera può essere facilmente rinviata al proprio paese d’origine se non dimostra di aver subito una “certa intensità della violenza”. La violenza di genere rappresenta una delle forme di abuso più diffuse al mondo. Coinvolge individui, famiglie e intere comunità, ed è frutto di dinamiche molto complesse. Colpisce tutte le donne, indistintamente. Ma spesso le donne migranti rischiano di subirla doppiamente, a causa della propria condizione di vulnerabilità. A questi casi occorre dedicare una specifica attenzione, perché le donne migranti, se prive di un regolare contratto di lavoro, sono maggiormente esposte a fenomeni di sfruttamento, tratta, schiavitù e violenza di genere.

Su questo tema si discuterà il prossimo 1° dicembre, alle ore 18.00, presso l’Auditorium ICEC in viale Franscini 32 a Bellinzona. Tra le persone invitate ci sarà anche Simona Lanzoni, esperta del Gruppo di lavoro che si occupa di verificare l’applicazione della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, sottoscritta 10 anni fa nella città turca da 10 stati membri del Consiglio d’Europa (la Svizzera lo ha fatto con riserva).

Abbiamo approfittato dell’occasione per porre alcune domande in anteprima a Simona Lanzoni sull’ applicazione della Convenzione e il quadro generale di questo problema in Europa.

Immagine di Roberto Bonvallet (CC)


Investire per risparmiare

Non è una serie TV. Il Grande Gioco ci fa marciare in fila nel cortile della prigione 

di Beppe Savary-Borioli, medico

“Sì” all’iniziativa sulle cure infermieristiche: una vittoria di tappa – la lotta continua

Lukas Engelberger, il presidente della conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali della sanità, diceva urbi et orbi che in Svizzera, uno dei paesi più ricchi al mondo, non ci sarebbero abbastanza soldi per soddisfare le esigenze dell’iniziativa dell’ASI “Per cure infermieristiche forti”. Piccola parentesi: per gli F35 i soldi ci sono, e sono pure molti di più. Una chiara maggioranza del popolo svizzero – unica eccezione l’Appenzello profondo – non gli ha creduto e ha detto “Sì”. Cittadine e cittadini hanno dato così una prova tangibile che “Applaudire non basta”, e che è tempo di mettere mano al borsello. Se vogliamo risparmiare nel nostro sistema sanitario dobbiamo investire maggiormente nelle cure infermieristiche: per formare più personale curante certo, ma anche e soprattutto per evitare che il personale, una volta formato, abbandoni troppo velocemente la professione. Professione che il personale ama e vive come una vocazione sincera ma che, date le difficilissime condizioni di lavoro, non è in grado d’esercitare come vorrebbe, cioè all’altezza delle proprie convinzioni etiche. Per questo motivo l’iniziativa chiedeva in primis di migliorare le condizioni di lavoro delle e dei curanti, prima ancora di migliorarne la loro retribuzione.

Anche su quest’ultimo punto esiste però urgenza: il salario di un’infermiera in Svizzera nel confronto internazionale, tenuto conto del costo di vita, si trova al terzultimo posto della scala! Migliorare le condizioni di lavoro significa prima di tutto ridurre il numero di pazienti assegnati ad un’infermiera, permettendole così di dedicare il tempo necessario ad ogni singolo paziente e alla comunicazione nell’équipe curante. Molti studi scientifici, ma anche l’esperienza personale e quotidiana di chi lavora nella sanità, mostrano che questa misura fondamentale (che è stata applicata nei reparti “Covid-19”) diminuisce lo stress dei curanti e di conseguenza riduce il numero di complicazioni ed errori terapeutici. Evitare complicazioni e conseguenze di tali errori è una sicura forma di risparmio: ma soprattutto sofferenze in meno, per pazienti e curanti. Il controprogetto indiretto, presentato dalle autorità come la soluzione di tutti i problemi, non teneva minimamente conto di tutto questo. Senza dimenticare le altre criticità dei suoi aspetti più tecnici, tra cui in particolare il sistema di finanziamento previsto per aumentare la formazione di personale curante, che lega i contributi federali a quelli versati dai singoli cantoni. Sistema simile a quello applicato per l’erogazione dei sussidi per i premi di cassa malati, che funziona male proprio perché certi cantoni preferiscono rinunciare ai fondi della Confederazione pur di non doverci mettere i propri.

Con un “sì” alla sua iniziativa, il personale curante ha registrato un’importante vittoria nella sua lunga lotta : “dopo cinquant’anni” ha detto Michela, infermiera che durante tutta la sua carriera e anche dopo il pensionamento non ha mai smesso di impegnarsi per migliorare le condizioni di lavoro del personale curante, per consentire anche il maggior benessere possibile dei pazienti. Spetta adesso al Parlamento federale e al governo il compito di concretizzare gli obiettivi dell’iniziativa, dando seguito alla chiara volontà popolare. Il comitato dell’iniziativa ha posto un vincolo di 18 mesi entro i quali l’iniziativa dev’essere concretizzata e le sue misure messe in atto. L’urgenza di cambiare rotta nelle cure infermieristiche non permette tempi lunghi, “alla bernese”, e nemmeno scorciatoie “perché i soldi non ci sono”.

Dalla maggioranza delle Camere ai ‘sette saggi’ (contrari all’iniziativa), dai “primanostristi” a chi vuole continuare ad importare il personale dall’estero (“costa meno”), fino ai “turboliberali” di tutti i partiti politici (meno spese pubbliche portano a ”meno Stato”), tenteranno di tutto pur di salvare anche in questo campo fondamentale – non soltanto, ma tanto, proprio adesso in tempi di pandemia – i cavoli loro, e pure le capre. Dobbiamo rimanere vigili e seguire da vicino le loro mosse, tutti uniti come durante la campagna per la votazione: ASI, sindacati e anche il personale curante non organizzato, con il sostegno – che ci auguriamo maggiore in futuro – di chi come il sottoscritto in qualità di medico lavora nei team di cura oppure di chi è chiamato ad organizzare concretamente le condizioni di lavoro del personale curante nelle varie istituzioni del nostro sistema sanitario.

“Ce n’est que le début, continuons le combat.” (Parigi, maggio ’68)

 

 


Legge Covid – Verdetto inequivocabile, sconfitta e incognita UDC

Non è una serie TV. Il Grande Gioco ci fa marciare in fila nel cortile della prigione 

Non male questa “dittatura” denunciata pretestuosamente, fantasiosamente, a volte anche sguaiatamente dalla chiassosa galassia di no-vax e no-pass: “dittatura” presunta che, nel momento in cui entra in scena l’esercizio della libera scelta popolare, perde nettamente il confronto. E lo perde con un atto democraticamente ineccepibile. Unico paese – in un mondo pandemico che oggi vede aumentare le proprie preoccupazioni – a recarsi alle urne per dire la sua sulla strategia anti-Covid, la Svizzera offre una lezione e un responso inequivocabili. La maggioranza della popolazione, e in modo chiaro anche dei Cantoni (pure quelli ‘centrali’, più esposti alla febbre contestataria), danno un responso nitido in favore della strategia del governo federale. Anche più solido di quello già emerso nella consultazione del giugno scorso. Così garantendo a Berna la possibilità di reagire sul piano politico, su quello sanitario, e su quello economico (con la possibilità di aiuto all’economia e alle famiglie in difficoltà), e di farlo nel modo più concreto per fronteggiare un virus che, con la sua imprevedibilità, sempre anticipa e impone ovunque le scelte e gli adeguamenti dei vari governi. E c’è da pensare che gli sviluppi sanitari delle ultime settimane anche a livello internazionale hanno dato una mano al voto favorevole.

Si poteva anche temere che il verdetto potesse essere meno categorico e netto. Lo si poteva temere per l’imbarazzante timidezza di un Consiglio federale che in questo allarmante avvio della quarta ondata pandemica sceglie la strada un po’ farisaica di delegare la gran parte degli eventuali nuovi provvedimenti ai Cantoni; lo si poteva temere per l’inevitabile e connaturata assenza dal dibattito della ‘maggioranza silenziosa’ degli svizzeri; e anche per una strategia di non fortissimo impegno durante la campagna verso il voto di tutti i partiti (tranne i democentristi) favorevoli al mandato per il governo. Ci illuderemmo, e si illuderebbe il Consiglio federale, se si pensasse che l’indiscutibile verdetto segni il punto finale, metta il silenziatore, produca l’arretramento di chi (ancora nei commenti dopo l’annuncio del risultato) continuava a parlare di ‘deriva anti-costituzionale’, di torsione delle libertà individuali, di costrizioni liberticide: e che torneranno verosimilmente a urlare i loro slogan più anti-scientifici, le loro tesi complottistiche, la loro infondata teoria di ‘cittadini ancor più soggetti al controllo del potere’ anche per via del tracciamento, ma poi letteralmente incapaci di proporre alternative credibili. Hanno il diritto di farlo (se tengono le mani a posto), ma avrebbero anche il dovere di prendere atto della scelta della maggioranza.

Non è poco lo score degli oppositori, che sono comunque più di un terzo dei votanti. E non è una semplice carta in bianco consegnata al Consiglio federale e al legislativo nazionale. Infatti, i compiti più difficili di governo e parlamento, che mantiene comunque il suo potere di ultima istanza, saranno due: sulla base delle indicazioni degli esperti, calibrare saggiamente, ma anche senza le troppe titubanze già manifestate, le ulteriori misure di contenimento del virus che in altre nazioni a noi vicine (vedi Austria e Germania, fra lock-down, vaccinazione obbligatoria, e ruolo coercitivo dei green pass) sono state particolarmente incisive a fronte dell’ultima fiammata del Covid e della super variante sud-africana; e, poi, tentare di rimarginare la ferita, la frattura, la brutta faglia sociale che divide il paese, e che in parte rimarrà nonostante il verdetto di ieri. Compito non facile, e nemmeno scontato nel suo esito. Anche perché, e qui sta la sostanza del problema politico più immediato e importante, bisognerà vedere come l’UDC, schieramento di maggioranza relativa, che si era posizionata contro la nuova legge, deciderà di confrontarsi con la situazione cristallizzata da un voto che la vede in ogni caso sconfitta, e di cui dovrebbe assumere le sue responsabilità. Partito di governo e di opposizione, con complicità anche in seno all’esecutivo federale (vedi Ueli Maurer), ha incoraggiato con parole irresponsabili e gesti deprecabili lo scomposto e variegato fronte del dissenso. E questo non era affatto un suo diritto, ma una ulteriore scelta di rottura anti-istituzionale, dettata anche da una mal-calcolata e malcelata speculazione elettoralistica. Si vedrà, ora che bisogna passare all’elaborazione del piano attuativo in sede parlamentare, si vedrà il grado di maturità politica del partito. Si vedrà se e come l’UDC vorrà o no continuare nella sua strategia delle lacerazioni perseguita ad ogni costo. E le prime dichiarazioni di Marco Chiesa di certo non fanno ben sperare.

Grafico: swissinfo.ch


PSE – A Lugano il Municipio conquista il Polo

Non è una serie TV. Il Grande Gioco ci fa marciare in fila nel cortile della prigione 

Nella gelida mattinata di fine novembre, in Piazza Riforma, serpeggiava un po’ di panico, poiché le notizie che arrivavano dai primi sondaggi sulla votazione davano il risultato come molto incerto.

Poi tutto si è chiarito dopo le due, ed i fautori del progetto, municipali in testa, hanno potuto legittimamente festeggiare.

È stata una votazione per molti versi eccezionale, a cominciare dalla partecipazione, che ha raggiunto il 62.52%, il doppio per intenderci di quella del precedente referendum cittadino, quello sulla foce del Cassarate. Il SI ha prevalso, infine, con il 56.81% dei voti, contro il 43.19% dei contrari.

Ne hanno dato conto, in tempo reale, le due emittenti televisive regionali, RSI e Teleticino, con un notevole e utilissimo contributo di informazioni e reazioni a caldo.

Abbiamo dunque i dati, nudi e crudi di una votazione che, di eccezionale, ha avuto anche una campagna mediatica mai vista, in cui la città ed in particolare il Municipio (insieme agli ambienti legati al F.C. Lugano) hanno schierato una “force de frappe” propagandistica tale da rivelare chiaramente come in gioco, oltre a stadio, palazzetto, e quartiere di Cornaredo, ci fosse anche, e in modo significativo, la stessa credibilità di un esecutivo messo a dura prova da ben noti eventi occorsi negli ultimi mesi.

Non per caso, fra i numerosi commenti, abbiamo sentito quello di un sollevatissimo vice-sindaco Roberto Badaracco, che ha parlato di un esito del voto che rappresenta un “rilancio per il Municipio”. C’è solo da augurarselo, da parte non solo di tutti coloro che hanno votato, ma anche della regione e del Cantone, che vedono in questa “scommessa pianificatoria” una sfida che riguarda ben più che la sola città e che è ben lungi dall’essere vinta.

Eccezionale è anche il risultato ottenuto dai referendisti, MpS in testa, e dalla “vecchia volpe” Fulvio Pelli: se si fa un semplice confronto fra l’esito del voto (bulgaro) che il progetto aveva ottenuto in Consiglio Comunale prima che fosse lanciato il referendum (54 a 4) e quanto è uscito oggi dalle urne, si può certamente affermare che il fronte dei contrari al PSE ha saputo intercettare e far emergere in questi mesi di campagna un diffuso dissenso, o almeno non poche perplessità della popolazione nei confronti del progetto e forse, più in generale, dell’operato di partiti ed esecutivo comunali.

Perplessità che, nello specifico, si sono intensificate con il passare dei giorni, in prossimità della scadenza di oggi alle 12.00, tant’è vero che lo scrutinio dei voti nei seggi stava mettendo in grave ambasce la municipalità, che ha potuto tirare il fiato solo con il computo dei voti giunti per corrispondenza nelle scorse settimane. Insomma, verrebbe da dire che più la discussione è andata a toccare i diversi dettagli del “faraonico progetto”, più ha trovato, nei cittadini, chi ha capito che in gioco non c’era solo, o tanto, il futuro del F. C. Lugano e delle società sportive cittadine, ma anche un’idea di sviluppo urbano non così unanimemente condivisibile.

Certo, gli ambienti sportivi possono giustamente festeggiare, a cominciare dalla nuova dirigenza della squadra calcistica, il cui CEO Martin Blaser, intervistato subito dopo i risultati, ha mostrato grande felicità ed ha però ribadito, che il “progetto Mansueto” sarebbe andato avanti comunque.

È possibile immaginare che, con un NO, forse il magnate americano, avrebbe tirato fuori lui qualche decina di milioni, che invece, con questo esito, gli vengono risparmiati dalla città? Ci mancherebbe che anche a Chicago non si festeggi! Ora è tutto deciso, dunque e le ruspe possono cominciare a prendere la via di Cornaredo (basta proseguire in direzione nord da viale Cassarate dove sono state qualche mese fa). L’architetta Giraudo, responsabile del progetto, quella che oggi ha dichiarato di essere contenta “per i veri luganesi” (chissà quali sono quelli falsi?) può finalmente cominciare a passare alla fase concreta di lavori che prenderanno anni ma che porteranno la città ad aprire, finalmente, non solo una nuova pagina di storia ma soprattutto un nuovo grande, eccezionale cantiere.

Intanto, a livello propriamente politico, si dovranno fare un po’ di conti sugli strascichi di questa votazione, perché un dato appare chiarissimo: la cittadinanza è fortemente coinvolta, ma anche fortemente divisa, proprio come fortemente divisi, sono apparsi, e restano, gli schieramenti partitici fra loro e ciascuno al proprio interno.

Questa “eccezionale” votazione è arrivata a suggellare uno stallo molto problematico, un po’ in tutte le formazioni, con la “discesa in campo”, ancora una volta, dei grossi calibri a menare il gesso, da Fulvio Pelli a Filippo Lombardi (ora accompagnato da Paolo Beltraminelli) fino a Martino Rossi. Di ricambio generazionale si dovrà tornare a parlare un’altra volta.

Eppure i partiti sono spaccatissimi: si pensi ai liberali che non trovano un presidente sezionale e che proprio sul PSE si sono nettamente divisi; si veda in casa socialista la “scelta” di lasciare in proposito una pilatesca “libertà di voto” che più che serrare le fila ha scontentato e frazionato; pensiamo anche alla Lega, che a questo appuntamento è arrivata, orfana del sindaco Borradori, dopo una capriola con triplo avvitamento, se si pensa ad esempio alla celebre esternazione dell’attuale sindaco Foletti “il PSE parte male e finirà peggio”. Certo, poi, con il tempo, il progetto lo ha convinto, come ha convinto anche Lorenzo Quadri che invitava dal suo giornale a segare le torri. Ma la base? E le nuove leve? Dove sono? Dal punto di vista prettamente politico un’operazione di successo l’ha compiuta il MpS, che sarà consentito dire, ha fatto fronte a non poche posizioni anche intimidatorie (e ad un continuo mantra di “sfascisti bellinzonesi”) accreditandosi a Lugano come una forza che potrebbe portare nell’agone politico comunale, opportunamente, un elemento importante: il dissenso, aperto, schierato, motivato. Per dirla con Pino Sergi, “Lugano merita una vera opposizione” e con Andrea Leoni, “la democrazia ha bisogno di dissenso”, senza che si giunga, come è stato qui il caso, ad isteriche reazioni e minacce tipo quelle dell’ex-presidente del F.C. Lugano Renzetti pubblicate negli ultimi giorni di campagna.

Il fatto è, forse, che si è giunti ad un momento di svolta anche per una certa idea di “funzionamento delle istituzioni”, che non necessariamente dev’essere fatto di esclusivo e generalizzato “consenso”, tanto più di fronte ad esiti di votazioni tanto serrati. Può (e deve) costruirsi invece come un processo in cui il dibattito fra le parti sia inteso quale diritto alla partecipazione, nel rispetto delle parti, non necessariamente in nome di un unanimismo di facciata.

È chiaro che il nostro sistema “consociativo”, che regola il funzionamento di esecutivi multicolori, implica l’uso di ampie dosi di pragmatismo, disponibilità al dialogo e al compromesso. Ma c’è un limite, oltre il quale diventa uno strumento che permette ad un esecutivo di assomigliare tremendamente ad un “comitato d’affari”, in barba ai veri interessi della cittadinanza.

Quello, per dirla con Benedetto Antonini, che in nome di un presunto “partenariato pubblico – privato” fa diventare un progetto come quello del PSE nient’altro che una commessa pubblica assegnata ad un impresa generale privata.

A spese dei cittadini.


Col PSE si rinnova lo sport

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Ora è il tempo della concretezza

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Tiziana Sala Defilippis è docente ricercatrice SUPSI, già infermiera di cure intense

Meno di un mese fa la consigliera nazionale UDC Martina Bircher, alla trasmissione “Arena” (SF) sosteneva come non vi sia una situazione davvero emergenziale nel settore delle cure, come non sussista alcuna necessità di offrire privilegi ai professionisti sanitari e come, in virtù di queste evidenze, i privilegi degli stessi professionisti non siano da inserite nella costituzione. Stizzita (anzi, piuttosto imbufalita) aggiungeva poi come non ci si debba sorprendere davanti alla carenza di giovani desiderosi di intraprendere la professione di infermiera/e, dal momento che la stessa categoria professionale in questione non fa che dipingerne le condizioni quadro a tinte fosche.

Il risultato emerso dalle urne oggi, con il 61% dei votanti favorevole al miglioramento delle condizioni del personale curante, dimostra come gran parte della popolazione (fortunatamente, è il caso di aggiungere) la pensi diversamente dalla Consigliera nazionale Bircher e dai detrattori rimasti più o meno in ombra. È pur vero che osteggiare l’iniziativa avrebbe forse portato a una perdita di consensi, così come, per correttezza di informazione, va sottolineato che purtroppo, anche laddove esisteva la possibilità, non tutti gli attori coinvolti hanno sostenuto l’iniziativa come avrebbe richiesto il loro ruolo.

Oggi il popolo svizzero, nonostante la spinta delle forze politiche verso l’accettazione del controprogetto (forze politiche che per mesi hanno sottolineato lo sforzo quasi caritatevole messo in campo nei confronti di infermiere e infermieri), ha deciso di approvare l’iniziativa, riconoscendo il fatto che la salute è un bene prezioso e come tale va difeso.

Il popolo svizzero ha così anche rinnovato il patto sociale stipulato con infermiere, infermieri e personale curante. Meno di un mese fa il Consiglio Internazionale degli Infermieri ha emanato il nuovo codice etico in cui sono espresse richieste e aspettative della società e in cui si evidenziano i valori fondamentali legati alla professione: rispetto, giustizia, empatia, sensibilità, prendersi cura, compassione, affidabilità e integrità. Questi stessi valori imprescindibili possono fiorire ed essere garantiti solo laddove accompagnati e rafforzati da una formazione di base e continua di alto livello, da conoscenze tecniche e scientifiche, in ambito comunicativo, etico, socio-politico ed economico.

Tuttavia, un patto non è mai unidirezionale, e ora alla società si chiede di mettere infermiere e infermieri nella condizione di poter soddisfare le richieste con cui quotidianamente si trovano confrontati. E oggi la società si è espressa sulle condizioni che intende offrire a professioniste e professionisti delle cure, i quali da anni versano in una situazione difficile, non è infatti un caso se l’abbandono della professione e il rischio di esaurimento emotivo sono proporzionalmente più alti rispetto ad altre professioni (il 40% del personale abbandona la professione prima del pensionamento, di questo 40% un terzo la abbandona prima dei 35 anni).

Ma oggi è un giorno di festa: finalmente si apre uno spiraglio all’orizzonte per migliaia di professionisti sanitari, anche se questo voto, per quanto lasci ben sperare, non rappresenti certo un punto di arrivo, ma piuttosto un ottimo punto di partenza. E se i perdenti del controprogetto ancora oggi ci hanno tenuto a sottolineare il tempo che ci vorrà per implementare le richieste votate, vogliamo ora confidare nel good will del mondo politico, che crediamo in grado di leggere l’urgenza d’intervento, non da ultimo alla luce dell’imminente sforzo che le e i curanti sono chiamati a compiere con la quarta ondata pandemica che incombe sulla Svizzera.

E se è vero, come hanno a più riprese preteso i sostenitori del controprogetto, che alcune misure saranno implementabili immediatamente (investimenti finanziari nella formazione di base e continua e possibilità di fatturare le prestazioni in modo diretto), non abbiamo dubbi che esse lo saranno a maggior ragione dopo un voto così eloquente, insieme ad altre, altrettanto importanti.

Per concludere, vorremmo citare Graziano Meli, che a questo proposito si era già espresso su Naufraghi/e, dichiarando che continuiamo a non chiedere la luna: ci basterebbe che ognuno potesse svolgere il proprio lavoro in serenità e che la politica coinvolgesse il personale curante nella ricerca di soluzioni. Insomma, che infermiere e infermieri disponessero delle condizioni migliori per garantire cure di qualità a tutta la popolazione, tenendo così fede a un patto sociale imprescindibile.


Legge COVID e le “ragioni” degli oppositori

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A poche ore, ormai, dalla chiusura delle urne per uno degli appuntamenti con il voto popolare più accesi e discussi degli ultimi anni, e proprio mentre la pandemia incombe sul mondo con la nuova variante Omicron, destinata a rimettere in questione le politiche vaccinali a livello internazionale, torniamo a prendere in considerazione le ragioni dei referendisti, che si oppongono alla Legge Covid in votazione, sottoponendole ad uno specialista dell’ambito medico-scientifico.

Come abbiamo fatto negli scorsi giorni con il Dottor Christian Garzoni, abbiamo sottoposto le 11 domande che un documento dei referendisti propone per invitare a votare contro la legge (“28’min”), al Medico Cantonale, Dottor Giorgio Merlani, che ci ha risposto inviandoci una lettera che pubblichiamo qui molto volentieri.


Anzitutto tengo a premettere che nella mia funzione di medico cantonale, quindi rappresentante dell’autorità sanitaria del Cantone Ticino, non posso entrare nel merito dei dibattiti politici e nemmeno nel merito di ordinanze federali che riguardano le autorità di quel livello istituzione. Tenendo anche conto che è imminente una votazione popolare, non posso entrare nel merito di molte questioni sollevate da queste domande.

Su alcune, che riguardano specificamente l’ambito sanitario, cercherò invece di fornire alcune segnalazioni che credo possano contribuire a una corretta informazione del pubblico.

Confronto con Paesi nordici (“Perché spiegare che il certificato sanitario è la sola misura valida di salute pubblica quando in certi paesi nordici, per esempio, sopprimendo ogni restrizione, è stato dimostrato il contrario?)
Il confronto con i Paesi nordici è molto frequente e viene spesso utilizzato come “esempio” di gestione virtuosa della pandemia attraverso poche misure. Credo sia inopportuno giudicare l’operato degli altri paesi soprattutto perché ogni Paese ha preso delle decisioni non solo sulla base di considerazioni sanitarie, ma anche culturali. Sappiamo che le misure sono efficaci solo se adeguatamente supportate dalla popolazione. Mi limito però ad osservare le cifre: un Paese come la Svezia (spesso citato fra i più virtuosi) ha avuto un tasso di mortalità da COVID tra i più alti al mondo. Invito a consultare il sito web “Our world in data” che permette di confrontare le nazioni attraverso gli indicatori epidemiologici principali. Questo portale permette anche di confrontare le misure messe in atto (attraverso l’indice “COVID-19 Stringency Index”). Vedrete che secondo questa rappresentazione, le misure messe in atto in Svizzera non sono state tanto distanti rispetto a quelle svedesi e sicuramente meno “dure” rispetto ad altre nazioni anche a noi vicine.

Riduzione dei posti letto in cure intense (“Perché alimentare la paura di un rischio di sovraccarico di ospedalizzazioni quando in 18 mesi sono stati ridotti del 45% i posti letto in cure intense?)
Si tratta di un’indicazione errata. Basti pensare che i letti in cure intense in Ticino all’inizio della pandemia erano in totale 53 (parliamo di postazioni certificate) e sono stati aumentati – proprio per far fronte alla crisi sanitaria – a circa 140 letti. In generale, il numero di posti letto in servizio negli ospedali e nelle cliniche del Canton Ticino non è sostanzialmente cambiato prima, durante e dopo la pandemia. Va però tenuto presente che in alcune fasi specifiche un certo numero di posti letto acuti è stato riservato a pazienti COVID e che in alcuni casi le attività normali di alcuni istituti sono state temporaneamente sospese durante la pandemia perché ci si potesse dedicare a pazienti COVID in fase post acuta. Secondo la statistica ospedaliera federale, i letti ospedalieri in esercizio in Ticino nel 2019 erano 1’841. Nel 2020 sono aumentati di una decina di unità, essenzialmente per la conversione in reparti ospedalieri post-acuti di letti di lungodegenza.

Percentuale di ospedalizzati (“Perché non si ricorda mai che il 96% delle persone colpite dal Covid-19 non hanno avuto bisogno di essere ospedalizzate?”)
Alla trasparenza dei dati e alla costante informazione al pubblico abbiamo sempre dedicato particolare attenzione. Su questo punto tengo a precisare che non è tanto il numero delle persone che non hanno bisogne di cure ospedaliere a rappresentare un rischio per il sistema sanitario, ma la percentuale di quelle che hanno questa necessità. Se facciamo un calcolo veloce: il 4% della popolazione ticinese, significa 14’000 persone. Nella prima ondata siamo andati vicini al sovraccarico degli ospedali con 933 pazienti; ancor più nella seconda ondata con 3’130 pazienti ospedalizzati. Se la popolazione si ammala troppo velocemente non possiamo garantire cure di qualità per tutti. Oltretutto non esiste solo il COVID ma ci sono anche le altre malattie, quindi la popolazione deve continuare ad essere curata anche per altre patologie.

Trasmissione di dati di tracciamento a Stati stranieri (“Perché autorizzare la trasmissione di dati di tracciamento a Stati stranieri quando si ribadisce che tutto avviene nel rispetto della sfera privata?)
La protezione dei dati personali è ancorata nella nostra Legge e sul tema c’è molta attenzione soprattutto nell’ambito medico e sanitario. Non mi risulta che ci sia uno scambio di dati a livello internazionale che coinvolge la Svizzera.

Con cordiali saluti,
Giorgio Merlani, Medico cantonale


PSE: il partenariato che non c’è

Non è una serie TV. Il Grande Gioco ci fa marciare in fila nel cortile della prigione 

Di Benedetto Antonini, architetto e urbanista

I rappresentanti del Municipio di Lugano hanno brillato per imprecisione nei loro propositi. Cito due casi.

Il primo caso: il sindaco Michele Foletti a Falò ha affermato che il voluminoso contratto non ha validità assoluta, perché il Municipio si è riservato fino al 2025 per cercare eventuali nuove forme di finanziamento. Mi chiedo, pertanto, su che cosa sono chiamati a votare i cittadini di Lugano. Durante tutta la campagna referendaria si è fatto strada l’abbaglio che in votazione sia il progetto come tale, mentre, in realtà, l’oggetto è l’accordo tra il Comune di Lugano e la cordata Credit Suisse-HRS. Ho capito che il costo pattuito potrebbe essere ridotto rispetto a quanto finora scritto sui documenti. L’esperienza insegna, però che i lavori pubblici che costano meno del preventivo sono come le mosche bianche, per cui è aperta anche la possibilità, mai invocata, che il PSE costi di più dei 167 milioni finora annunciati. Le conseguenze di tale ipotesi, purtroppo, non sono state valutate.

Tutto sommato votando sì si voterà su nulla di certo, ma si consegnerà al Municipio una cambiale in bianco. Esprimo seri dubbi sulla democraticità di questo modo di procedere.

La seconda grave imprecisione l’ha pronunciata Filippo Lombardi domenica scorsa. Parlando di Piano di quartiere, ha bluffato dicendo a Fulvio Pelli che entrambi, l’uno agli Stati e il secondo al Nazionale avrebbero votato un inasprimento della legge. In realtà Lombardi ha dimostrato di non conoscere né la Legge federale sulla pianificazione del territorio, né la Legge cantonale sullo sviluppo territoriale. La prima, infatti, non menziona l’istituto del Piano di quartiere e, quindi, né lui né Pelli l’hanno votato. È infatti la Legge cantonale che con gli articoli 54 e 55 regola la materia, e non vi si trova l’obbligo di realizzare l’interezza del Piano. Semmai questo potrebbe essere iscritto nel Regolamento edilizio, di competenza comunale.

Da ultimo mi sia permesso affermare che in questo specifico caso non è legittimo parlare di partenariato pubblico-privato, perché tale non è. Questa formula viene sbandierata per dare un tono di modernità al progetto. Il partenariato, ossia la ricerca della collaborazione tra iniziativa pubblica e  iniziativa privata, poggia su principi ben diversi, come quelli negoziati, ad esempio, a Lucerna, o a Neuchâtel, principi che nel caso luganese non sono presenti. A ben guardare, il tipo di accordo raggiunto dal Municipio con i privati ha la configurazione di un classico mandato ad un’impresa generale, se non che il privato ha ottenuto, oltre al mandato di realizzazione, l’uso di un’area pubblica pregiata mediante un diritto di superficie che costa meno della metà del valore commerciale. Il canone pattuito corrisponde ad un valore del terreno di circa 500 Fr. il mq. Valuti il contribuente luganese se si tratta di un buon affare, visto che qualche centinaio di metri più a Nord i terreni sono stati trattati recentemente a 4’000 Fr il mq. Per di più, il partner privato attenua massicciamente i propri rischi chiedendo al Comune di fornirgli anche gli inquilini.

Spero che chi non avesse ancora votato rifletta su queste mie considerazioni.


PSE, un progetto sbagliato

Non è una serie TV. Il Grande Gioco ci fa marciare in fila nel cortile della prigione 

Di Renato De Lorenzi

Nove metri e cinquanta sotto il livello zero per assistere alla partita del Lugano. Ogni posto a sedere costerà 10’000 franchi contro i 6’000 di Zurigo. A quella profondità il manto erboso non potrà che essere sintetico. Pier Tami, direttore delle Nazionali, non più di due settimane fa, ha dichiarato che se a Lugano si opterà per l’erba sintetica, la Nazionale di calcio non verrà più ad allenarsi. Il Rapporto sull’impatto ambientale elaborato dalla società Dionea SA per conto della Città di Lugano, prevede  l’esportazione di circa 196.000m3 di materiale di scavo, di cui circa il 50% contenente arsenico, andrà portato in una discarica speciale. Il trasporto di tutto questo materiale avverrà tramite camion. Sono stati calcolati 25’000 viaggi Un andirivieni che comporterà grossissimi problemi fonici, atmosferici e un traffico paralizzato. Quanto al Palazzetto dello sport, si andrà in parte ancora più giù, -10,75m, a ridosso della falda freatica. Tutto per non fare ombra ai due colossi, impropriamente chiamati “torri“, alti 48m e lunghi 50m, nonché ai 4 palazzoni di nove piani ognuno, destinati all’abitativo.

Questo enorme complesso edilizio consumerà 32’000m2 sui 60’000 dell’intera parcella, da sempre destinata solo alle attività sportive. La città, quindi, con il suo progetto, cederà più della metà di un bene pubblico ai partner privati, HRS e Crédit Suisse. Quale, la contropartita? Gli investitori si impegneranno a costruire stadio e palazzetto, ma gli oneri finanziari a carico della città, in 27 anni, comporteranno una spesa di 280 milioni di franchi. Dedotti i diritti di superficie (25 milioni), Lugano avrà speso al netto, per le sue infrastrutture sportive, 255 milioni. Una cifra sbalorditiva se si fa il paragone con le altre città svizzere che si sono dotate di strutture sportive analoghe. Alcune, come Neuchâtel, sono addirittura uscite a costi zero, altre, come Sciaffusa, con un onere pubblico di due milioni. Esempi virtuosi, molto eloquenti. Ma c’è di più. Uno dei due parallelepipedi giganti, verrà consegnato grezzo alla città. Andranno spesi altri 15 milioni per renderlo abitabile. Lo occuperanno solo in minima parte, data l’ampiezza dell’immobile, 113 dipendenti dell’amministrazione comunale, oggi attivi in via della Posta 8, palazzo storico del comune in centro città.

E quale la sorte di via della Posta 8? Stando alle intenzioni del municipio, il palazzo verrebbe trasformato in appartamenti. Cento famiglie animerebbero il centro storico, così si dice a palazzo. Costo preventivato: 30 milioni. Una soluzione ritenuta da addetti ai lavori, improponibile. Anche la polizia comunale dovrebbe lasciare l’attuale sede di via Beltramina per insediarsi a Cornaredo. Pretesto? Aumento esponenziale degli effettivi nei prossimi anni, prontamente rientrato. Il responsabile della Cassa pensione dei dipendenti comunali si dice disposto, se necessario, a concedere ulteriori spazi nella sede esistente, dove, tra l’altro, sono state fatte recentemente migliorie importanti e costose.  In caso di partenza per Cornaredo, invece, ci sarebbe la perdita di un milione all’anno d’affitto. Perdono i dipendenti del comune, guadagna il Crédit Suisse.

Veniamo al Maglio. Con la speculazione privata sul terreno di Cornaredo verrebbero a mancare almeno tre campi di allenamento e tanto verde. Si farebbero lassù, nei pressi della Stampa. Per molti cittadini si tratta di una soluzione sbrigativa per nulla convincente, dal costo spropositato di 40 milioni di franchi. Per concludere: non è vero che chi vota  NO al Polo Sportivo e degli Eventi non ha capito un tubo. Forse ha capito invece che è possibile realizzare, in tempi brevi, stadio e palazzetto, ma commisurati alle vere esigenze della nostra città che non è una metropoli.  Per fortuna!