La cinica trappola sulla pelle dei profughi

Lukashenko favorisce il flusso di migliaia di fuggiaschi al confine tra Bielorussia e Polonia; e, sostenuto dal Cremlino, li usa contro l’Unione europea 

Ingannati e vittime sono i profughi. La pistola è impugnata dal dittatore bielorusso Lukashenko. Sul grilletto c’è il dito di Putin. Bersaglio apparente, la Polonia. Ma quello vero è l’Unione europea. Tutti protagonisti, anche se con ruoli diversi, di una ‘trappola umanitaria’ costruita in pochi chilometri quadrati. Sui quali, ancora una volta, si gioca la credibilità dell’UE. Ma non solo.

Il ‘gangster’, come lo ha definito un portavoce di Bruxelles, sta a Minsk. Ha deciso di usare un’arma ‘non convenzionale’, gli esseri umani: intere famiglie, tanti minori e bambini, fatti scientemente affluire al confine fra la sua Bielorussia e la Polonia difesa da migliaia di militari e da un fitto ‘muro’ di filo spinato. Lì i fuggiaschi ci sono arrivati, appunto, con l’inganno. Cominciato in estate. Quando la Bielorussia ha iniziato a distribuire generosamente visti, e annessi biglietti aerei, a migliaia di irakeni, siriani, africani e poi afghani. Ufficialmente per rianimare l’esangue economia turistica nazionale, e già che c’erano per consentire agli ospiti di farsi, dopo tante paure e tragedie, una rilassante villeggiatura nell’ex nazione sovietica. In realtà, con la promessa, sottobanco, di poter poi proseguire il loro viaggio nei paesi dell’Unione, soprattutto verso la solita Germania. Nulla di meno credibile e verosimile.

Ma i fuggiaschi mica sanno che, per raggiungere l’agognata meta, bisogna entrare e attraversare la Polonia ‘cattolicissima’, ma sorda agli appelli della Chiesa di Francesco, inchiodata al dogma nazional-etnico dello ‘zero immigrati’, insieme alla sodale Ungheria, entrambe così ammirate dai Salvini, dalle Meloni, dalle le Pen, e dai nostri immancabili populisti al traino. Ecco come migliaia di profughi (gentilmente accompagnati al confine da agenti e bus bielorussi) si sono imprigionati con le loro stesse mani, o con i loro piedi. Viaggio della speranza finito in incubo. Ammassati sulla frontiera, la fame, la sete, il gelo; bloccati senza poter superare Il filo spinato e le armi polacche, ma senza più nemmeno la possibilità di tornare verso i bielorussi che, una volta portato a termine il trasbordo, li trattano come nemici. E sono anche partite le prime pallottole.

Ecco come avvantaggiarsi cinicamente delle disgrazie altrui, trasformandole in ordigni umanitari.

Cosa vuole Aleksandr Lukashenko? Che l’Unione europea ne riconosca la legittimità (che anche in Occidente gli viene contestata dopo lo scippo elettorale), che l’Ovest non si preoccupi troppo della caccia che Minsk dà ai suoi oppositori anche dirottando aerei di linea civili con a bordo qualche dissidente, e quindi che annulli le sanzioni economiche decise da Bruxelles (tanto per far capire che l’UE mantiene ancora un po’ di dignità e credibilità quando invoca i diritti umani). E cosa vuole Putin, gran suggeritore e mentore del collega bielorusso? Più o meno la stessa cosa, con in più l’evidente calcolo di poter creare problemi e imbarazzi ad un’Europa non abbastanza amica della Russia e troppo dipendente dagli Stati Uniti. E la Polonia? Immancabilmente, Varsavia sfodera (a modo suo) le lezioni della storia patria, parlando di ‘nuova aggressione alle sue frontiere’, come durante l’ultima guerra, e come se fossimo di fronte a un nuovo patto Molotov-Ribbentrop; su questa crisi, poi, Varsavia un po’ ci marcia, visto che da Bruxelles viene da tempo bombardata per il mancato rispetto dello Stato di diritto, mentre ora riceve la promessa del ‘pieno sostegno’ europeo (anche se la Polonia fa la sdegnosa e preferisce appellarsi alla NATO, tanto per far ribollire il sangue al glaciale leader del Cremlino).

E che fa il bersaglio grosso, l’Unione europea? Meglio: cosa può fare? Sfacciatamente, e indirettamente, le ha dato un velenoso suggerimento il ministro russo degli esteri, Lavrov: offra una pesante ‘mazzetta’ a Minsk, così come pochi anni fa staccò un sonoro assegno da sei miliardi di euro alla Turchia affinché Erdogan bloccasse e si tenesse in casa i profughi siriani. Replica problematica, difficile, diciamo pure impossibile. Mentre la Merkel chiede inutilmente una mediazione russa. La cosa più semplice, più umanamente accettabile, e senza cedere a Kiev, sarebbe l’apertura di un corridoio umanitario attraverso la Polonia per liberare quei disperati dalla prigione a cielo aperto in cui li hanno infilati il cinismo e i calcoli bielorussi e russi. E poi distribuirli in paesi pronti ad accoglierli. Ma questi sembrano sogni da ‘buonisti’. Per come si è messa la tragedia lungo quel confine (con i primi morti affamati e congelati), non bisognerebbe perdere un solo giorno in più. Invece c’è chi teme il rischio che, come nella canzone di De André, l’UE ‘si costerna si indigna s’impegna poi getta la spugna con gran dignità’. Finora ognuno pensa soltanto ai suoi calcoli. Soltanto le vittime rimangono sempre le stesse.


Il Congo stoppa la Glencore di Zugo

Lukashenko favorisce il flusso di migliaia di fuggiaschi al confine tra Bielorussia e Polonia; e, sostenuto dal Cremlino, li usa contro l’Unione europea 

C’è stata una iniziativa “per imprese responsabili a tutela dell’essere umano e dell’ambiente” (proposta e sostenuta da uno degli ultimi intelligenti e politicamente sensibili e coerenti “radicali” ticinesi, Dick Marty) che, interpretata e applicata poi come suggeriva, ci permetteva di comportarci da umani e da responsabili, anche economicamente, con i paesi in cui quelle nostre imprese operano. Fu respinta da parlamento, poi nel relativo referendum approvata dal popolo ma bocciata dalla maggioranza dei cantoni… perché andava troppo in là.

Ecco (notizia data dalla RSI) che la ministra congolese per l’ambiente, Eve Bazaiba, annuncia a Glasgow, in un incontro con l’ambasciatore svizzero Franz Perrez, di non più permettere al gruppo Glencore – la società mineraria che ha sede nel canton Zugo e già al centro in quel Paese (e non solo) di denunce e procedimenti o per drammi umani-ambientali (aria e suolo) o per casi di corruzione – di esportare ancora materie prime, tra cui il cobalto, essenziale per i veicoli elettrici, ma anche il rame, senza che siano state prima lavorate nel paese.

Qui emerge quindi una responsabilità (un obbligo) economico-sociale: lo sfruttamento della ricchezza mineraria di un paese deve essere utile al paese, per crearvi reddito e occupazione, non solo come ricavato di una vendita di materia prima grezza, ma anche come plusvalore di un prodotto semilavorato sul posto. Esigenza umana, prima che economica, più che legittima. La quale fu ovviamente ignorata, come criterio politico fondamentale, da Consiglio federale e Parlamento, quando si discusse dell’iniziativa per imprese responsabili. O perché ritenuta un “fastidio che andava oltre” e questione più etica che politica (e quindi non pertinente, come si tende a distinguere) o perché ridotta ad affare commerciale, di libero mercato e di costi (e si arrangino loro).

In realtà perché la mentalità imperante in questo genere di negozi, al lucroso sfruttamento delle risorse grezze di un paese, semplicemente da esportare a basso prezzo, manipolandone poi il corso e lucrando sui grandi mercati, non vuole aggiungere una operazione che è ritenuta politicamente condizionante ed economicamente incerta, fors’anche ricattatoria, che è una lavorazione in loco.

È la classica politica colonialista dell’antisviluppo umano ed economico in un paese povero che ha la “sfortuna” di essere ricco di risorse e che diventa potenziale e temibile concorrente se acquisisce stabilità e sicurezza politiche, indipendenza economica, libertà e forza contrattuale. Ed è anche per non volere (se non addirittura fomentare) tutto questo, che la corruzione diventa allora per i negoziatori di materie prime, tutti operanti dai paesi ricchi, come la Svizzera, uno strumento “utile”, pressoché irrinunciabile. Di cui anche noi paghiamo però le conseguenze (vedi, domani, il secondo articolo, “La maledizione della ricchezza”).

Domani su Naufraghi/e la seconda parte della riflessione di Silvano Toppi: “La maledizione della ricchezza”, la miseria dell’Africa nonostante la ricchezza dei suoi giacimenti di materie prime


Più che un giallo, un horror

Lukashenko favorisce il flusso di migliaia di fuggiaschi al confine tra Bielorussia e Polonia; e, sostenuto dal Cremlino, li usa contro l’Unione europea 

Dalla zattera dei naufraghi abbiamo già espresso tutto lo sconcerto per le derive argomentative proposte durante il dibattito televisivo di “Democrazia Diretta” (RSI, 8.11.21) in particolare da parte del dottor Werner Nussbaumer.

Il confronto di posizioni fra chi sostiene o accetta le misure sanitarie adottate dal governo federale e chi le contesta aspramente si sta facendo sempre più duro ed estremo, specie sul versante no-vax, che si oppone duramente e decisamente alla legge Covid sostenendo il referendum lanciato dagli “Amici della Costituzione” su cui si andrà a votare il prossimo 28 novembre.

In fondo, si sta manifestando un fenomeno a cui un po’ tutti avremmo sperato di non dover assistere, specie dopo che nei primi mesi di pandemia, molto si era detto e giustamente evidenziato circa lo slancio generale di solidarietà ed in particolare di sostegno al personale curante, medico e paramedico: passati gli applausi e i cori di incoraggiamento, in prossimità della votazione siamo oggi allo scontro quotidiano, fatto di slogan e di farneticanti invocazioni alla “libertà” contro una presunta “dittatura vaccinale”.

Insomma, sembrerebbe che di fronte alle oggettive problematiche politiche, economiche, sociali e anche psicologiche di una vita quotidiana vissuta nella pandemia, dopo qualche mese di buoni propositi ormai non ci sia più posto che per il peggio: un dibattito fra schieramenti pare ormai impossibile, ma non solo: le argomentazioni di chi rivendica il proprio diritto a non farsi vaccinare stanno veramente rasentando la dissennatezza.

Non si tratta di generalizzare, sia ben chiaro: fra i cosiddetti no-vax ci sono tante rispettabilissime persone che cercano quotidianamente di elaborare una personale assunzione di responsabilità dentro questa situazione, cercando di comporre un dissidio davvero complesso come quello che riguarda il concetto di adeguamento alle regole sociali imposte da un’autorità verso cui si è in manco di fiducia, le paure circa gli effetti a medio e lungo termine dei vaccini inoculati per combattere il COVID 19, le convinzioni, alquanto radicate, che tutto ciò che viene “imposto dall’alto” sia, di principio, e indipendentemente da ogni distinzione, da combattere in quanto antidemocratico.

Il fatto è che poi, mentre dal versante dell’autorità (politica e medica) vengono indicazioni che contengono in sé sempre anche un margine di dubbio, di adeguamento a circostanze che sono cambiate o che si conoscono meglio, sul versante degli oppositori cresce una generica e sempre più violenta reazione fatta di certezze e assolutismi, impugnati da leader variamente accreditati, sostanzialmente sempre più disposti a diffondere ogni tipo di informazione (tendenzialmente infondata) pur di raccogliere l’adesione di coloro che non possono o non vogliono sottostare alla vaccinazione.

Di questo genere di leader è disseminato il vasto panorama mondiale delle manifestazioni no-vax, in cui si ritrovano estremisti di varia estrazione, che arrivano, per esempio, ad assaltare sedi sindacali, com’è capitato a Roma, o a scontri violenti come al porto di Trieste (dove a dirigere la “lotta” c’era un ex-pugile che poi si è ammalato di COVID e ne ha dato pubblicamente la responsabilità agli idranti della polizia!); o, ancora, come in diverse città svizzere, dove si sono radunate migliaia, anche decine di migliaia di persone per dire no al vaccino con slogan e motivazioni le più diverse e stravaganti, tendenzialmente volte al “complottismo”.

Nel nostro microcosmo cantonale l’inquietante campione di un simile comportamento è il dottor Werner Nussbaumer che, di giallo vestito, manco fosse un minion oltremodo incattivito, si è esibito lunedi sera in una ennesima tristissima rappresentazione del suo peggior repertorio, quello del “sospetto insinuato”, fatto passare per autorevole, vista la sua qualifica di medico che sa perché ha molti pazienti e conosce centinaia di colleghi medici ed infermieri che la pensano tutti come lui, nel negare, di principio, ogni crisma di validità della politica vaccinale in Svizzera (e nel mondo).

Spalleggiato dall’ineffabile economista UDC Paolo Pamini e naturalmente dall’”amico della Costituzione” Sergio Morandi come folkloristici comprimari, Nussbaumer ha gialleggiato per tutto il dibattito al limite della decenza, fornendo dati e cifre un po’ a caso al punto che la RSI si è sentita giustamente in diritto e dovere di pubblicare, martedi, una nota informativa dettagliata relativa alle dichiarazioni espresse da Nussbaumer (e da Pamini) messe a confronto con i riscontri ufficiali forniti nel mondo.

È un “fact checking” impietoso, che inchioda Nussbaumer alle sue tristemente fantasiose esternazioni, attraverso una modalità informativa che il servizio pubblico ha deciso, forse per la prima volta, di adottare, vista la gravità della questione ed il peso della disinformazione cavalcata ed alimentata dal dottor Nussbaumer.

Un interrogativo alquanto pesante resta però pendente anche dopo questa replica di RSI: Nussbaumer può essere smentito dai dati forniti nel citato “fact checking”, e può dunque risultare colpevolmente inattendibile nell’espressione e nella divulgazione dei suoi punti di vista, ma ancora non viene toccato, finora, su un altro piano, quello etico, legato alla professione di medico e di politico che scientemente utilizza tragici casi personali per adattarli pretestuosamente alle proprie tesi anti-vaccinali.

Reiterare il sospetto che l’ex-sindaco di Lugano Marco Borradori sia deceduto a causa della vaccinazione, e ancora di più, raccontare, come nulla fosse, che un giocatore del club calcistico di cui è dirigente si sia suicidato un mese fa a causa del pesante clima pandemico, è gravissimo ed inaccettabile sotto ogni punto di vista.

In un mondo un po’ meno offuscato da logiche argomentative da social, che pervadono ormai ogni forma di discussione anche in sedi più ufficiali, sarebbe stato appena un po’ più consolante, o incoraggiante, veder subito prender forma lo sdegno, il dissenso aperto verso un simile comportamento, sia da parte dei conduttori (che hanno, in verità, aspramente contrastato Nussbaumer quando è tornato sul tema Borradori), sia da parte dei politici presenti.

Possibile che nessuno si sia sentito in dovere di esprimere il proprio totale e incondizionato dissenso nei confronti dell’utilizzazione pretestuosa e crudele di un fatto tragico come quello di un suicidio (facilmente identificabile, per di più, nel nostro microcosmo) e dire al medico in giallo che il suo è puro horror, dei più disgustosi e inqualificabili? Possibile che l’indomani non sia uscito un comunicato che stigmatizzasse quanto avvenuto? Possibile che non ci sia (per ora) una presa di posizione dell’Ordine dei medici? Battersi perché personaggi come il sedicente dottor Nussbaumer non possano più usare pubblicamente a scopo propagandistico le vite e le morti delle persone, dovrebbe essere una battaglia di civiltà. Perché, davvero, qui, si sta cadendo nell’osceno, nel barbaro, e sembra tutto accettabile.

A volte, va davvero detto “basta”.


Puri e Duri

Lukashenko favorisce il flusso di migliaia di fuggiaschi al confine tra Bielorussia e Polonia; e, sostenuto dal Cremlino, li usa contro l’Unione europea 


Il fenomeno Zemmour, candidato alla destra della Le Pen

Lukashenko favorisce il flusso di migliaia di fuggiaschi al confine tra Bielorussia e Polonia; e, sostenuto dal Cremlino, li usa contro l’Unione europea 

È ebreo di origine algerina. Ma elogia il generale Pétain, il quale, sostiene, ‘sacrificò gli ebrei stranieri per salvare quelli francesi”, il che è storicamente falso; dubita che fosse davvero innocente l’ufficiale ebreo Dreyfuss, processato per alto tradimento, mentre è accertato che si trattò di una brutta pagina di anti-semitismo; critica Jacques Chirac, primo presidente francese a riconoscere le responsabilità del suo paese nella retata parigina degli ebrei al Velodromo d’Inverno; è un populista apprezzato anche in ambienti politici e intellettuali che si richiamano alla vecchia destra nazionalista dei Barrès e dei Maurras fatta anche di un impasto anti-semita di cui egli stesso sarebbe stato vittima; ha un cognome di chiara origine araba, ma pretende che i musulmani che vogliono vivere in Francia cambino i loro nomi, per esempio Charles invece di Mohammed; si richiama al gollismo, quando invece de Gaulle definì ‘nullo e mai esistito il regime di Vichy’ che invece lui difende sostenendo che i suoi funzionari collaborazionisti erano innocenti perché si limitarono ad ‘obbedire agli ordini dello Stato’.

Signore e signori, ecco a voi Eric Zemmour, il ‘fenomenale fenomeno’ del baraccone politico e della campagna elettorale per la prossima conquista dell’Eliseo (10 aprile 2022). Anche se, campione di suspense, egli non si è ancora candidato ufficialmente, pur partecipando appassionatamente, anche se a modo suo, alla corsa presidenziale: attraverso i suoi interventi e i suoi libri incendiari, la sua fama di giornalista e vedette televisiva, lasciando che i sondaggi lo inseguano a perdifiato accreditandogli nel giro di pochi mesi uno spettacolare risultato al primo turno, tale da farne il duellante del capo dello Stato Emmanuel Macron, al successivo e decisivo ballottaggio. Naturalmente a spese di Marine le Pen. Lei, la ‘Giovanna d’Arco’ della destra popolare e xenofoba, ancora accreditata del 17-18 per cento; ma lui, l’ebreo che piace anche agli ultrà anti-semiti e che si considera erede della destra borghese e patriota, la tallona al 16-17 per cento. Con possibilità di un clamoroso sorpasso nei prossimi cinque decisivi mesi.

Bottino di intenzioni di voto, non si capisce ancora quanto consolidato, che Zemmour ha conquistato predicando le sue tre principali ossessioni: la Francia destinata a un declino irreversibile se non cambia decisamente rotta; criminalità e insicurezza praticamente provocate quasi per intero dai giovani immigrati di origine africana o araba; e la minaccia della ‘sostituzione’, con l’Islam già quasi in grado di occupare spazio e istituzioni della République. Tuttavia, come recita il titolo del suo ultimo pamphlet, “La France n’a pas dit son dernier mot”, la Francia non ha ancora detto la sua ultima parola, sempre che decida di sposare le sue forsennate, disumane e ultra-radicali ricette. Libro che il suo editore, Albin Michel, ha deciso di non pubblicare, così come non pubblicherà altri scritti di Zemmour, tanta è la virulenza di questo polemista del ‘Figaro’ nei confronti degli immigrati e soprattutto verso i loro figli, francesi per nascita, e in buona parte abitanti delle esplosive, isolate e degradate periferie delle grandi città (come ammesso dallo stesso governo in uno studio di due anni fa): là dove attecchisce il radicalismo islamico.

Già condannato per istigazione all’odio razziale e religioso, nonché denunciato per aggressioni sessuali, colui che si definisce ‘ebreo berbero’ per negare qualsiasi rapporto con la società araba, non si pone limiti. Fino al punto di affermare che “i datori di lavoro francesi hanno diritto di rifiutare un arabo o un nero”, e che importa se la legge non lo consente. Per Zemmour, “ogni donna col velo è una moschea ambulante”, e più in generale “Il potere è una faccenda per soli uomini”. Misogino e omofobo, oltre che razzista e islamofobo, non fa differenza alcuna fra un musulmano e un jihadista, e predica una versione decisamente distorta e provocatoria della storia. “Quando il generale Bugeaud arrivò in Algeria – ha affermato -, cominciò col massacrare i musulmani, e anche una parte degli ebrei. Ebbene, io oggi sono dalla parte del generale Bugeaud: è questo essere francese”.

L’aspetto più impressionante è che, secondo i sondaggi, tra gli elettori che già oggi lo considerano eleggibile e gli affiderebbero la guida della nazione vi sono non pochi giovani, la cosiddetta ‘génération Z”. E sembra che una parte consistente di favori la raccolga fra gli ex sostenitori post-gollisti pronti a votare quattro anni fa per F.Fillon, se questi non fosse stato travolto ed eliminato da uno scandalo pochi mesi prima delle presidenziali, spalancando i cancelli dell’Eliseo a Macron, ora in testa alle intenzioni di voto con il 25-27 per cento al primo turno, in un panorama politico sempre più frastagliato e in cui la sinistra, nelle sue varie forme, tradizionali o di nuovo populismo alla Mélenchon, rimane al palo.

Nessuno crede che in una sfida diretta potrebbe vincere contro Macron. Ma è pensabile che l’incredibile Zemmour arrivi fino al ballottaggio? I sondaggisti rimangono ancora prudenti. Anche se in evidente difficoltà, Marine Le Pen, che ha trascorso gli ultimi anni a rifarsi un’immagine più moderata e meno ‘facho”, ha ancora dalla sua carte che potrebbero rivelarsi decisive per evitare il sorpasso: la vacuità del programma del competitore (“gli slogan non riempiono i piatti dei francesi”), la fedeltà della sua base popolare, lo scarso voto femminile che il rivale di destra è in grado di raccogliere, un profilo politico-personale di Zemmour inadatto a ricoprire il ruolo di presidente della Repubblica secondo la stragrande maggioranza dei francesi. Forse sono gli stessi motivi per cui lui esita a compiere l’ultimo passo, e ufficializzare la sua partecipazione alla gara della prossima primavera.

Comunque, basti, per capire meglio il personaggio, il finale di un articolo che gli ha dedicato lo scrittore Tahar Ben Jelloun, arabo di cultura francese: “Zemmour vuol farsi passare come l’uomo che dice a voce alta quello che tanti francesi pensano senza osare dirlo. Anche se per farlo distorce la Storia. Per esempio quando afferma che il maresciallo Pétain avrebbe ‘protetto gli ebrei’ durante l’occupazione tedesca, dimenticando che fu il suo primo ministro, Laval, a organizzare nel luglio 1942 la retata di 13.152 ebrei di origine straniera, di cui 4.115 bambini: consegnati ai nazisti, che li spedirono tutti nelle camere a gas”.

Questo è l’uomo trattato come nuovo oracolo anche da non pochi sovranisti e primanostristi del nostro Cantone.


Ortega si auto-rinnova ma vince sua moglie

Lukashenko favorisce il flusso di migliaia di fuggiaschi al confine tra Bielorussia e Polonia; e, sostenuto dal Cremlino, li usa contro l’Unione europea 

Come ampiamente annunciato, l’epilogo della farsa elettorale in Nicaragua non poteva che determinare la conferma di un quarto mandato presidenziale consecutivo del “fu” comandante guerrigliero Daniel Ortega.

In queste prime consultazioni dalla rivolta popolare del 2018 soffocata nel sangue, il regime si è attribuito il 75% dei suffragi, mentre alla vigilia i sondaggi indipendenti della società di consulenza americana Gallup lo accreditava di un 19% (comunque la metà dello zoccolo duro degli esordi dell’orteguismo nel 2007). In effetti, basta tener presente il livello dell’astensione, con le organizzazioni semiclandestine d’opposizione Urnas Abiertas e Observatorio Ciudadano che (mentre i dati ufficiali parlano di un 65% di affluenza) assicurano che l’80% degli aventi diritto avrebbe raccolto l’invito di restare a casa.

A testimoniare la tragica commedia sono giunte da tutto il paese e in particolare dalla capitale Managua quantità di immagini di urne deserte oltre che numerosi dati di singoli scrutatori filtrati dall’interno dei seggi stessi, brogli compresi. La gran parte degli elettori si è così concentrata fra i dipendenti del settore pubblico, che al loro rientro in ufficio dovevano mostrare il proprio pollice macchiato di tinta indelebile; un’usanza post voto seguita da sempre in Nicaragua per scongiurare (al contrario) che qualcuno possa votare più volte.

Il 10 gennaio prossimo dunque Ortega si rinnoverà alla guida del paese. Ma con un’ennesima bizzarra invenzione di certa rilevanza: sua moglie Rosario Murillo da vicepresidente e factotum del governo, assurgerà a co-presidente. Il che vuol dire che in caso di morte del 76enne Daniel gli subentrerà automaticamente. Aldilà della figura messianica del leader, sua moglie è la figura centrale degli orteguisti (al cui interno non è peraltro particolarmente amata) almeno dal ’98, quando sconfessò la propria figlia Zoilamérica che aveva accusato il patrigno Ortega di aver abusato in passato di lei. Fu Murillo a promettere la legge contro l’aborto alla vigilia del primo reinsediamento del marito alla presidenza, ingraziandosi i favori dell’ex nemico numero uno della rivoluzione sandinista, il cardinale arcivescovo di Managua Obando y Bravo (che subito dopo li risposò in chiesa) e rinforzando conseguentemente il patto con l’oligarchia locale. Con le sue pratiche esoteriche e i suoi 35 anelli alle dita (uno contro ogni specifico malocchio) la poetessa Rosario si è così rifatta dello smacco di non essere stata nominata ministro della cultura durante la rivoluzione, al posto del grande padre-poeta Ernesto Cardenal. Al quale fece una guerra feroce organizzando in concorrenza l’Associazione Sandinista dei Lavoratori della Cultura.

Dopo la tirannia dei Somoza, queste elezioni consolidano fatalmente in Nicaragua la dinastia della famiglia Ortega, i cui numerosi figli/e, generi e nuore, sono piazzati nei posti chiave dell’amministrazione, dei media e della sicurezza.

Eppure potrebbe essere anche il principio della fine del sistema autocratico con l’apertura di crepe al suo interno, visto lo sconcerto di diversi suoi sostenitori, sgomenti in questa prova al constatare la distanza abissale che il popolo nicaraguense ha voluto marcare nei confronti di chi lo vuole a tutti i costi capitanare.

Scritto per ‘il manifesto’ di oggi, 10 novembre 2021


Quando il confronto e la discussione diventano impossibili

Lukashenko favorisce il flusso di migliaia di fuggiaschi al confine tra Bielorussia e Polonia; e, sostenuto dal Cremlino, li usa contro l’Unione europea 

Ieri sera, in “Democrazia Diretta” la RSI ha proposto un dibattito sulla legge COVID che saremo chiamati a votare il prossimo 28 novembre dopo che sull’oggetto in questione sono state raccolte le firme per un referendum lanciato dal movimento “Amici della Costituzione”, che in queste settimane sta alimentando manifestazioni sempre più “calde” contro le misure sanitarie adottate dal Consiglio Federale.

A sostenerne le ragioni, nel dibattito, i soliti noti: Sergio Morandi della sezione ticinese degli amici della Costituzione, l’immancabile Paolo Pamini dell’UDC, e il dottor Werner Nussbaumer della sedicente Lega Verde. A difendere la legge, Alex Farinelli (PLR), il consigliere di Stato Gabriele De Rosa ed il parlamentare socialista grigionese Jon Pult.

Un dibattito che ha preso la piega prevedibilissima di un dialogo fra sordi, quale ormai sta diventando ogni tipo di illusorio confronto con un fronte sempre più estremista, in piazza come nelle arene televisive, e che ancora una volta ha avuto in Werner Nussbaumer un vero, inqualificabile, campione di volgarità.

Dopo averci già provato alcune settimane fa, a Teleticino, Nussbaumer è nuovamente riuscito ad usare la morte di Marco Borradori per corroborare le proprie tesi anti-vaccino, sostenendo spudoratamente che il sindaco di Lugano sia deceduto a causa della vaccinazione. Logica e umanamente comprensibilissima la reazione di sdegno espressa dal conduttore Reto Ceschi. Ma ieri sera Nussbaumer è andato anche oltre: già prima di tornare ed evocare la morte di Borradori è riuscito a avanzare dubbi sulle condizioni in cui, a suo dire, ci si trova oggi a causa della politica vaccinale, sostenendo che fra i suoi effetti ci sia anche un alto tasso di suicidi fra i giovani, un tasso doppio, quest’anno, rispetto allo scorso anno.

Non contento, ha pure portato un “esempio qualificante”: un giovane giocatore della squadra del Paradiso, di cui il “dottor morte” è dirigente, si sarebbe suicidato un mese fa proprio per la situazione pandemica, lasciando moglie ed un bimbo di un anno.

Vengono i brividi solo a citare il caso di un personaggio politico che fa ormai del proprio spregiudicato squallore umano la sua cifra politica. Utilizzare casi di questo genere, mettendo in piazza a fini propagandistici, per una causa messa in votazione, una tragedia, è quanto di peggio possa offrire l’odierno campionario delle argomentazioni politiche. Ed è molto triste constatare che anche a voler essere aperti, comprensivi, disponibili al dialogo, tali rappresentanti del fronte no-vax sembrano costringere inesorabilmente ad arrivare alla conclusione che il confronto non sia davvero possibile, e non necessariamente o solo per l’inconciliabilità delle posizioni circa l’oggetto in discussione, ma perché davvero risulta intollerabile mettersi a discutere con chi impugna argomentazioni tanto vergognosamente strumentali.

Insomma, viene proprio da dar ragione al filosofo Umberto Galimberti, che non più tardi di ieri ha dichiarato esplicitamente (video qui sotto) che non ritiene più possibile discutere con tali interlocutori.

È tempo (tristemente) perso.

Segnaliamo con piacere la lodevole iniziativa della RSI, che ha sottoposto a fact checking le affermazioni più inverosimili formulate durante il dibattito, pubblicando i risultati sul proprio sito


Le iniziative vanno sempre… troppo in là

Lukashenko favorisce il flusso di migliaia di fuggiaschi al confine tra Bielorussia e Polonia; e, sostenuto dal Cremlino, li usa contro l’Unione europea 

Le iniziative vedono giusto… ma si spingono sempre troppo in là. È la solita immancabile solfa che si sente ormai da anni. Lo si dice anche per l’iniziativa sulle cure infermieristiche del prossimo 28 novembre. Ce lo ripete sugli schermi il consigliere federale Cassis a nome del Consiglio federale, invitandoci a respingerla.

Una delle fughe per la tangente “democratiche” sempre più imperanti in Svizzera (o nel suo Consiglio federale o nel Consiglio Nazionale o nel Consiglio degli Stati o, di riflesso, nelle votazioni popolari) consiste nel definire iniziative su temi o problemi innegabilmente presenti, calzanti e importanti, spesso presentate da gruppi, associazioni, movimenti extrapartitici che sanno ancora animare la Politica (con la P maiuscola), come qualcosa che sarà anche buono e fors’anche utile… ”ma che va troppo in là”. Pretendono troppo, insomma; scombussolano il nostro impareggiabile assetto istituzionale o giuridico; adottate come proposte generano gravi problemi all’economia (e si tira sempre fuori, ad effetto, l’occupazione); a ben pensarci esistono già leggi o strumenti per porre rimedio ai problemi sollevati, basta applicarli. E quindi si mette in atto tutto il bataclan istituzionale-partitico-finanziario per farle respingere. E quasi sempre ci si riesce.

Questo atteggiamento divenuto sistematico porta a due considerazioni.

La prima tradisce l’estrema povertà della politica “ufficiale”. La quale, se non fosse mossa e provocata dalle iniziative, faticherebbe ormai a esistere. Poiché è spesso difficile se non impossibile negare la validità intrinseca delle iniziative, si assume di solito un duplice atteggiamento: si deve ammettere che il problema sollevato esiste (e non se ne può fare a meno se non si vuol passare per ciechi o stupidi); si tenta di riprendere in mano il gioco politico, difendendosi in maniera piuttosto fanciullesca: così non si può, si va troppo in là; ci pensiamo noi, più giudiziosi e pragmatici, con un controprogetto. Il quale annacqua, seziona l’iniziativa togliendo la sostanza non gradita al sistema politico-economico imperante (v. migliorare ad esempio le condizioni di lavoro e le retribuzioni del personale infermieristico, cui non bastano più i battimani), cerca fughe per la tangente ipocrite (spetta ai cantoni). Promettendo un po’ di soldi per far fronte al problema sinora sottovalutato, sollevato dall’iniziativa (mancanza di personale infermieristico, formazione, futuro drammatico ecc.).

La seconda considerazione potrebbe essere definita “la politica della tagliola”. Capita infatti spesso, da qualche anno, che ciò che non si accetta in patria con le varie fughe per la tangente “nazional-democratiche”, finisce per essere imposto dall’esterno con la classica tagliola dell’accettazione o dell’imposizione, pena perdite. Si pensi a numerose iniziative passate e recenti definite sempre “troppo in là”, sempre respinte, e a quel che è poi avvenuto. Ad esempio al granitico segreto bancario, al bengodi istituzionalizzato della fuga fiscale, alle informazioni fiscali che bisogna fornire, al basta ai privilegi delle multinazionali o dei milionari a imposta forfettaria, all’utopistico reddito di base incondizionato rimesso in vita dal coronavirus, all’economia sostenibile ed efficiente in materia di gestione delle risorse oppure anche al vassallaggio e ai capestri messi alle nostre banche o finanziarie dal Dipartimento di Giustizia americano o ancora all’eterno se prendi qualcosa devi anche lasciare qualcosa dell’Unione europea cui siamo legati, volenti o nolenti, dal mercato… troppo in là di capitali, merci, uomini.


Con il Polo lo sport è a cavallo (come a San Moritz)

Lukashenko favorisce il flusso di migliaia di fuggiaschi al confine tra Bielorussia e Polonia; e, sostenuto dal Cremlino, li usa contro l’Unione europea 

Ora è certo che il 28 novembre i cittadini di Lugano andranno alle urne per votare sul referendum contro il progetto del PSE, il Polo Sportivo e degli Eventi.

I referendisti hanno rinunciato al ricorso contro le insufficienze dell’opuscolo informativo destinato ai votanti. Le ragioni di questa rinuncia sono arrivate ieri in uno stringato comunicato che francamente appare un po’ misterioso: sembrerebbe, in fondo, che il comitato in questione abbia capito che un ricorso sarebbe diventato un boomerang e, con un giro di parole, ci dicono che hanno rinunciato.

Curioso che sui termini del ricorso, con la “denuncia” di importanti manchevolezze informative fornite ai cittadini dal Municipio in merito ai parametri finanziari dell’operazione PSE, sia bastata, in fondo, una presa di posizione del sindaco Michele Foletti alquanto discutibile: “Nel materiale di voto abbiamo cercato di essere il più possibile completi e trasparenti. Bisogna tenere conto che lo spazio nell’opuscolo è limitato, non potevamo inserire tutti i dettagli dell’operazione». Ma sì, dài, non ci stava dentro, nel libretto, dire che in ballo, e a carico della città (e del contribuente) ci sono anche una sessantina di milioni di interessi di leasing.

Ma mica si possono metterci tutti sti dettagli.

Dunque, Lugano va alle urne fra meno di tre settimane, con una ventina di giorni ancora di tempo per sfoderare l’artiglieria pesante di tutti gli implicati, gli interessati, gli opinionisti che, come Gianni Righinetti, ad esempio, la toccano piano, con sereno distacco, affermando che “preminente rimane l’interesse pubblico (e «del» pubblico) per un’autentica riscossa cittadina, in grado di superare i picconatori sinistri scesi da Bellinzona per mettere i bastoni tra le ruote a una città nella quale politicamente non contano nulla. Ma la riscossa collettiva vale anche nei confronti di quei notabili cittadini che, in virtù degli interessi personali privati (gli stessi contestati ai privati che vanno a braccetto con l’autorità), si sono schierati contro l’interesse pubblico” . Una riscossa cittadina che pare debba forzatamente passare dalla consegna in mano privata dell’intero progetto, perché ancora brucia (parrebbe) l’essersi fatti carico pubblico del LAC a spese di opere di ben altro e maggiore interesse, come la Casa anziani di Pregassona (Zio Bill della domenica dixit).

Insomma, ognuno fa il suo verso, se ne vedranno e sentiranno ancora delle belle. E sarà interessante, una volta di più, osservare chi citerà per primo l’articolo di Giorgio Giudici, che si è manifestato pubblicamente favorevole al PSE anche se non è quello che pensava e voleva lui: insomma, affermando che sostiene il progetto, ma la sua posizione è quella di chi vi si oppone.

Oppure l’intervento dell’ex-Consigliere Nazionale PLR Adriano Cavadini, che, papale papale, del PSE dice che si tratta di uno “specchietto per le allodole”.

Che soprattutto in casa liberale si tratti di una questione di “politica interna” (al partito) pare evidente, anche dopo aver ottenuto il vicesindacato, anzi, forse a maggior ragione. Appare pure chiarissimo, poi, che il focus sullo sport e in particolare sulle sorti del F.C.Lugano sia fatto di slogan puramente strumentali: affermare che il referendum è stato lanciato da chi odia lo sport e il Lugano ha quantomeno del farneticante.

Ma certo, la Lugano sportiva, quella che da decenni segna il minor numero di spettatori per gli incontri della squadra calcistica in Superleague nonostante ottimi campionati, avrà con il nuovo impianto, finalmente, quello che ha ormai tutta la Svizzera che conta (calcisticamente, s’intende) da lunga pezza e, diciamolo, a minor costo.

Ma a differenza delle altre città svizzere, Lugano se fa una cosa la fa in grande, e se deve rifare lo stadio (detto vetusto o fatiscente, a seconda) lo fa intervenendo su un intero quartiere, da trasformare in “portale nord” della città, attrattivo e degno di tal nome, con torri e palazzi ad libitum, ma belli neh, come escono in un cosiddetto rendering, un allestimento grafico in 3D evocato da Alessio Petralli in un intervento alquanto sorprendente.

Fine linguista, motore della Fondazione Moebius e verace appassionato di calcio, Petralli snocciola come un rosario tutta una serie di progetti luganesi mancati, “che si sono incagliati o che addirittura sono svaniti come neve al sole; basterebbe ricordare a questo proposito il promettente polo Medtech che doveva installarsi nel Palazzo Mizar, ma che ormai è morto e sepolto. E poi mettiamoci tanto per gradire il futuro ingarbugliato dell’aeroporto, l’importante progetto di campus della SUPSI alla stazione di Lugano che non decolla, la piastra dell’Ospedale Civico ridimensionata e il nuovo Palazzo di Giustizia nell’ex Banca del Gottardo, frenato da più parti nel resto del cantone.” Mica robetta, insomma, tanto che subito dopo, nell’articolo, Petralli deve concludere che pensando a tutti questi esempi vien da dire che “la politica luganese troppo spesso non è stata all’altezza” (cit.) E dunque? Dunque ora bisogna dire sì al progetto PSE perché ci vuole una svolta, bisogna cambiare trend (e mica politica): certamente, in questo caso, la politica luganese si mostra e mostrerà “all’altezza”, non fosse (vien da pensare) che per il calcolo delle probabilità: prima o poi ce la farà, no? A supporto di questo improvviso ottimismo che si fa quasi entusiasmo, Petralli segnala che nel sito della città è visibile, appunto, un rendering che mostra graficamente, con suggestive immagini aeree in movimento, tutte naturalmente virtuali, come diventerà bello il Polo, e come sarà suggestivo il Maglio con 3 o 4 campi di calcio per squadre giovanili e amatoriali.

È una realizzazione grafica ovviamente promozionale, ed il suo lo fa, per carità. Fra gli eventi, per esempio, nel prato verde del nuovo stadio, in alternativa al calcio immagina addirittura una giornata di lotta svizzera! Quando si dice l’ambizione e la fantasia. Un Polo così, dovrebbe spingersi ancora oltre, e non trascurare una variante “Golf” ed una destinata a partite di… polo, come a San Moritz, ma d’estate. Vuoi mettere l’indotto.

Al di là della (facile) ironia, in questa profluvie di interventi, opinioni, prese di posizione, l’impressione che prevale è che ci si trovi di fronte ad un aut aut, né più, né meno. Il progetto è (diventato) questo, prendere o lasciare, e tanti saluti ad ogni disquisizione su “dettagli” che non stanno neanche nell’opuscolo informativo.

E allora, qui, si vorrebbe soltanto far presente, molto modestamente, che quel che accadrà sarà certamente frutto della volontà dei cittadini, la democrazia sarà salva, ed il progetto salverà il F.C. Lugano (che ha tutti i meriti ed il diritto di sopravvivere, ci mancherebbe).

Ma una certa preoccupazione può pur restare sul fatto che pare sempre più difficile, in questo nostro paese, provare semplicemente a fare domande all’autorità, a chiedere ragioni circa progetti e decisioni. Se domandi sei già, di principio, in malafede, se eccepisci sei un “sinistro picconatore”.

È questo il futuro prossimo del tanto decantato confronto democratico?


Pesanti omissioni

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