Macerie #4 – Meglio al Maglio?

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Il Molino, dopo l’incendio doloso della sua sede storica di Viganello, entra negli spazi del Maglio di Canobbio: un ex hotel messo a disposizione delle autorità. Il posto è accogliente ma è molto marginale, in una zona industriale e lontano dalla vita cittadina. La popolazione del piccolo comune non gradisce questa nuova realtà. In questo quarto episodio di Macerie si racconta della nuova quotidianità degli occupanti, del ruolo delle donne all’interno del movimento, di come veniva gestito il problema dello spaccio, di cani e soprattutto di come funziona l’assemblea, l’organo decisionale del centro, con il suo spirito orizzontale e inclusivo.

I nuovi podcast vengono pubblicati quindicinalmente il martedì su naufraghi.ch così come su Spreaker,  Spotify e su Apple podcast. Inoltre vengono ritrasmessi da Radio Gwen e da alcune radio di movimento italiane. Per commenti: macerie@inventati.org

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Quando cuore fa rima con dolore

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È un arcipelago variegato e complesso, quello delle realtà giovanili, di cui si parla spesso e volentieri per categorie, e per sentenziare. Così, “i giovani” sono sostanzialmente portatori di “problemi”, di questioni che la politica non sa come affrontare e neanche ci tiene tanto a farlo.

Sono temi “sociali” che rappresentano costi e non certo “investimenti”.

Che siano svagati perditempo nei parchi pubblici o nelle vie cittadine, bardati e mascherati dentro silenzi ineffabili, che ululino nelle curve degli stadi, o che dormano nei centri sociali, che vadano in discoteca o che la loro musica la vogliano riprodurre nei parchi, sono una sorta di “corpo separato”, tendenzialmente fastidioso dentro un tessuto sociale sempre più pervaso dalla paura e dall’intolleranza.

Che poi tanta politica continui a dichiararsi sostenitrice di iniziative destinate ai giovani, che guardano al futuro, magari evocando addirittura il sacro istituto della famiglia con misure che ne salvaguardino la fondamentale funzione, beh, è solo uno dei capitoli cui poi capita che i giovani, o una parte di essi (per non generalizzare), risponda semplicemente con un “bla bla bla”.

Le famiglie, in non pochi casi, per necessità, per scelta (o per destino, chissà) si spezzano, si frantumano, o si sgretolano, e affidano la crescita e l’educazione dei giovani (anche per la parte che ormai la famiglia non svolge più) alla scuola, istituzione formatrice ed educatrice per eccellenza ed antonomasia, cui tocca ormai da tempo, in molti casi, accollarsi tutte le responsabilità.

Non sarà certo un caso che in questi ultimi anni, forse decenni, l’istituzione scolastica è in forte difficoltà; e non si tratta di questioni legate a fatti specifici, alle decisioni sui “livelli”, o sulle vaccinazioni o l’uso delle mascherine: la scuola ha un compito, oggi, che pare essere troppo pesante da mettersi sulle spalle da sola, senza orientamenti, senza un sostegno adeguato in tutti i sensi, a cominciare, se proprio vogliamo, da quello politico e conseguentemente di mezzi, strategie, attenzione.

Così, se di giovani si parla per lo più soltanto quando la cronaca ne racconta qualche “deriva”, della scuola si trascura troppo spesso di considerarla come una realtà che, di fatto, da sempre e oggi in modo particolarmente complesso, rappresenta un luogo e un momento cruciale di cambiamento, di trasformazione di un’ampia componente della società: quella composta da bambini curiosi del mondo che in pochi anni diventano adolescenti (sempre più in fretta) e che alle loro domande non trovano risposte, ma spesso soltanto un vago brusìo ed un orizzonte fumoso.

La scuola è il contenitore di questa trasformazione, un guscio ben poco protettivo, dentro cui implodono bisogni e contraddizioni di ragazzi che si misurano, singolarmente o in gruppi, con storie famigliari spesso difficili, irrisolte, e con una maturità che arriva sempre più tardi, nel profilarne identità, convinzioni, prospettive.

È un luogo e un momento fra i più difficili da avvicinare, indagare, raccontare. Dunque onore al merito per Valerio Jalongo, regista italo-svizzero, che dopo anni da un suo film di finzione intitolato “La scuola è finita”, torna ad immergersi in un’aula della periferia romana con un documentario, “L’acqua, l’insegna la sete” che dà voce e vita alle vicende di un gruppo di ragazzi di una scuola superiore professionale con indirizzo cinematografico, che una quindicina d’anni fa avevano animato un corso sperimentale filmandosi in classe, durante le lezioni e nelle pause e che oggi, trentenni, rivisitano quel tempo attraverso i propri “temi”, i componimenti scritti allora e conservati dal loro professore di lettere, Gianclaudio Lopez.

Il film di Jalongo, che a partire da domani al Cinema Lux di Massagno sarà proposto in anteprima in varie sale ticinesi con la presenza del regista e del protagonista, è un lavoro sottile di scavo nel “non detto”, nell’irrisolto, di alcune vite di giovani incapaci di comprendere i loro desideri e di mettersi in rapporto con il mondo, specie con quello di un’istituzione scolastica agonizzante.

In una sequenza molto significativa, nel corso di una riunione fra allievi, docenti e genitori, un professore afferma: “Qui noi vi chiediamo: fateci capire chi siete e cosa volete”. Improvvisa arriva la voce di una ragazza: “Anche noi non lo sappiamo, questo è il problema”.

La scuola come luogo di dialogo mancato, ma non impossibile. Lo testimoniano i tanti momenti di grande intensità emotiva di cui il film di Jalongo è costellato, specie quando il professor Lopez, rintracciando i ragazzi di allora, ritesse con loro quei momenti con una nuova consapevolezza, che sta anche nel riconoscere, da parte dei giovani ormai diventati, in un modo o nell’altro, adulti, che alla scuola non potevano rimproverare nulla, anzi, che lì avevano trovato in figure come il professore di lettere, comunque uno spiraglio per provare ad esprimere perlomeno il proprio disorientamento e disagio.

La rilettura dei temi da parte di alcuni dei protagonisti del film, diviene così un momento di “autoriconoscimento”, di acquisizione del fatto che già allora, quindici anni prima, dentro di loro, in modo indicibile e incomprensibile, si stavano confrontando con i propri bisogni, anzitutto affettivi, senza saperli riconoscere e indirizzare. Bisogni rimasti sospesi fra le righe dentro componimenti scolastici conservati dal professore per amore verso quei ragazzi e quell’esperienza.

Perché, in fondo, di bisogno d’amore si tratta, che si esprime spesso in turbamenti e dolorose fratture sentimentali. Nel titolo del film, evocando un verso di Emily Dickinson, si sottolinea acutamente come il tema, in fondo, sia quello della comprensione delle cose della vita attraverso l’esperienza concreta che se ne fa.

Per i giovani, ora meno giovani protagonisti del film, quella comprensione passa attraverso un’esperienza dolorosa che fra le parole dei temi, i colloqui con il professor Lopez ed i molti silenzi, acquisiscono tutta la loro profonda umanità.

Il film è un’opera dai molti meriti: sa “guardare” quel mondo senza giudicare, sa ascoltare, appunto, anche il silenzio che cela tristezza, che sottace la disperazione. Ma è anche un film che dà il giusto merito a quello che è il vero protagonista del racconto: il professore, appunto, quello che in apertura, parlando dei suoi allievi del 2005 dice: “A volte sono talmente presi dalla loro noia che trovano noioso tutto. E allora dovresti essere una specie di prestigiatore per cambiargli le cose, fargli finalmente aprire la bocca, farli stupire”.

Lopez è un bravo insegnante, che quei ragazzi, almeno in parte, è riuscito a farli stupire e parlare.

È, emblematicamente, il rappresentante virtuoso di una categoria professionale (che va ben oltre la professione) come quella di maestri e professori, cui è assegnato un compito sempre più gravoso, di istruzione ed educazione, che troppo spesso viene dato per scontato e di cui non si sarà mai abbastanza riconoscenti.

“L’acqua, l’insegna la sete” è un film importante, che andrebbe mostrato nelle scuole e che dovrebbe venir proposto come spunto per un dibattito che sappia entrare nel mondo della scuola senza cliché, ma con la dovuta attenzione verso un luogo che, contenendo infinite storie personali, prefigura il futuro: il futuro di tutti.

Anteprime
Alla presenza del regista Valerio Jalongo e del protagonista Prof. Lopez
Cinema Lux, Massagno, 9 novembre 2021, ore 20:30

Cinema Teatro Blenio, Acquarossa, 10 novembre 2021, ore 20:30
Cinema Forum, Bellinzona, 11 novembre 2021, ore 20:30
Cinema Otello, Ascona, 12 novembre 2021, ore 20:30

Cinema Leventina, Airolo, 13 novembre 2021, ore 20:30


Sergio Rossi – L’ingorgo gigantesco

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Epistola a senso unico

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Vorrei sapere cantare, forse più di molte altre cose. La musica infatti rende i messaggi più gradevoli o più forti, aumentandone finezza e potenza. Poiché però non lo so fare, e non vi sono vie d’uscita in questo senso, vorrei prendere a modello la Lettera da lontano di Enzo Jannacci, e dopo averla ripulita dalla malinconica dolcezza che la rende un amaro bilancio di vita, metterci un pizzico di polemica nemmeno tanto celata e andare alla posta, francobollo prioritario. Anzi, la manderei espresso. E comincerebbe così:

Care e cari potenti del mondo (uso entrambi i generi, rivolgendomi anche a chi non riconosce la necessità dell’inclusività nel linguaggio della quotidianità), con questa missiva proprio da voi vorrei partire, che nei giorni scorsi siete riusciti a trasformare la gestione di un’urgenza climatica che sembra suscitare preoccupazioni serie solo in uno sparuto nugolo di giovani esaltati, in una sorta di gita scolastica internazionale, scorrazzando allegramente qua e là nei cieli d’Europa per decidere come ripulirli, quei cieli. Dei comunicati ufficiali mi fido poco, poiché la storia mi ha insegnato a dargli il peso che meritano (spesso equivalente a zero). Mi piacerebbe dunque sapere, oltre alle pacche sulle spalle di vicendevole sostegno (ma quanto siamo bravi?) e le foto-ricordo a bordo Fontana di Trevi (ma quanto siamo belli?), cosa vi siate detti veramente, a telecamere spente, se vi siete fatte o fatti qualche complice occhiolino, sicure e sicuri di riuscire, con il famoso e famigerato blablabla che tanto bene vi contraddistingue, a tenerci buone e buoni ancora per un po’.

Altrettanto sportivamente, care e cari potenti del Ticino, credo di non essere l’unica curiosa di scoprire cosa di riflesso bolla in pentola sul nostro territorio, in un’ottica ecosostenibile e al di là di progetti-sportivi-e-non assolutamente faraonici, e oltre alla politica del palazzinaro, così esacerbata da averci proiettato, come ticinesi, nell’olimpo dello sfitto. Un primato che ci fa onore, una medaglia che luccica sui nostri petti, rendendoci campioni nell’arte delle case vuote e del territorio violato.

E chissà, in mezzo a cotanta fantasia, caro mondo della politica, cosa hai elaborato per le giovani generazioni, che il futuro in teoria ce l’hanno davanti, e che un domani governeranno, dopo il gustoso assaggio di questi mesi, caratterizzato da demolizioni di centri aggregativi e pallettoni di gomma per chi ascolta la musica nei parchi pubblici. Come si sa, alla fantasia non c’è limite, ma se la fiducia si costruisce con queste modalità, chissà il domani, cosa ci porterà.

A proposito di nuove generazioni, vorrei esprimere, sempre via epistola, un pensiero sentito accompagnato da un sincero ringraziamento al nostro USTRA, che risolve i problemi di viabilità presenti e futuri del Cantone in tempi di surriscaldamento climatico arrivando a regalarci (sì regalarci) una terza corsia tra Mendrisio e Lugano: nuovi svincoli, nuovi raccordi, nuove strade, nuovo asfalto, il tutto gratis e senza diritto di rifiuto, poiché, da che mondo è mondo, a caval donato non si guarda in bocca! Un’idea geniale, innovativa e all’avanguardia, che non mancherà di rendere più fluido il traffico, spalmando gli ingorghi su tre corsie, aiutandoci ad aumentare i volumi dei mezzi in transito.

Come ogni lettera che si rispetti, anche questa prevede un saluto conclusivo, e vorrei rivolgerlo con una punta di invidia a chi, con il sorriso sulle labbra, sempre imperterrito procede, sicuro di essere nel giusto, di sapere cosa si convenga per chi, dall’altra parte della barricata, comunque non capirebbe, e si incaponisce a chiedere dialogo e rispetto per coloro che un giorno prenderanno il nostro posto, un po’ più di uguaglianza e un’idea di futuro che contempli la presenza dell’essere umano su questa terra, insomma, una qualsiasi forma di visione. Se non fossimo così ben guidate e guidati, chissà dove saremmo!


Ortega, l’ex rivoluzionario diventato tiranno

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Il Nicaragua della Rivoluzione sandinista è sempre più un pallido ricordo. Per le elezioni di oggi, Daniel Ortega, che si propone per il quarto mandato consecutivo, la stampa indipendente è in carcere o costretta a operare nella clandestinità (e dall’esilio). È così dalla clamorosa rivolta popolare dell’aprile 2018, partita soprattutto da studenti (i “nipoti” del general de hombres libres Sandino) che durò mesi e venne repressa nel sangue, con l’uccisione di almeno 328 contestatori. Col “fu” comandante de la revolución Ortega a spacciarla maldestramente per un tentato golpe esterno.

Da allora in Nicaragua vige un asfissiante stato di polizia, che l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale non ha fatto che esasperare. Nell’ultimo anno le leggi varate per iniziativa dell’esoterica vicepresidente Rosario Murillo (nonché consorte di Ortega) hanno reso illegale qualsiasi forma di dissenso, introducendo per esempio il reato di “tradimento alla patria”, perseguendo le ong locali sostenute da “agenti stranieri” e abbinando infine assurde accuse di riciclaggio di denaro. Col risultato di azzerare la residua dinamica politica, oltre che ciò che rimaneva di società civile organizzata.

Dal giugno scorso tutti e sette gli aspiranti candidati presidenziali (di varia estrazione politica) sono stati incarcerati (o sottoposti agli arresti domiciliari) e tre partiti sono stati messi al bando. Gli uni e gli altri sostituiti da fantocci di comodo al servizio dell’orteguismo, come il reverendo Guillermo Osorio di Camino Cristiano. Sono finiti dentro, a mo’ di avvertenza, anche alcuni esponenti (minori) dell’oligarchia imprenditoriale locale con la quale Ortega aveva sottoscritto un patto all’insegna dell’arricchimento esentasse, cui il suo clan si è sommato.

Ma un particolare accanimento è stato riservato a quei dirigenti sandinisti che già all’indomani della sconfitta elettorale del ’90 furono tagliati fuori dal delirio di potere del sempiterno segretario e candidato del Fronte Sandinista, perché impegnati nella difesa del sistema democratico propiziato dalla rivoluzione stessa e dunque intenzionati a riconquistare la guida del paese attraverso le urne.

Primo fra tutti lo scrittore Sergio Ramirez, premio Cervantes, vice di Ortega per tutta la durata del governo rivoluzionario, e dal settembre scorso rifugiatosi a Madrid per sfuggire a un mandato di cattura per “incitamento all’odio” formulatogli a Managua dopo la censura del suo ultimo romanzo in cui racconta la rivolta di tre anni fa. Come lui fra Spagna e Usa ha trovato riparo la nota letterata Gioconda Belli. Mentre ben prima i cantautori Luis Enrique e Carlos Mejia Godoy, simboli dell’epopea rivoluzionaria, avevano dovuto fuggire nel vicino Costarica (insieme a decine di migliaia di nicaraguensi).

Se non si fossero rifugiati all’estero, il loro destino sarebbe stato quello dell’isolamento nelle galere orteguiste, senza processo, insieme ad altri 159 dissidenti, dei quali una quarantina imprigionati negli ultimi tre mesi: fra essi la mitica comandante Dora Maria Tellez, o l’ex generale dell’esercito sandinista Hugo Torres, la cui audace operazione con scambio di ostaggi permise la liberazione dello stesso Ortega dalle segrete della dittatura somozista.

Al bando sono finiti pure i membri sopravvissuti della storica Dirección Nacional collegiale rivoluzionaria, compreso l’ex ministro della difesa generale Humberto Ortega, fratello di Daniel; che non si sarebbero certo immaginati che il primus inter pares da loro scelto per l’apparente “modestia” politico-intellettuale si convertisse in tiranno. Solo uno di loro è rimasto al suo fianco.

Da ultimo l’ex direttore di Barricada (un tempo organo ufficiale del Fronte Sandinista) Carlos Fernando Chamorro, oggi a capo di Confidencial, giornale che è costretto a confezionare sul web ogni giorno dal Costarica grazie alla fitta rete sotterranea di informazioni digitali dal Nicaragua. Più clemente per lui l’esilio forzato, da figlio quale era di quel Pedro Joaquin Chamorro, che il tiranno Somoza fece ammazzare da direttore del quotidiano d’opposizione La Prensa.

Per non parlare delle numerosissime vittime “meno in vista”, come la dozzina di difensori di ambiente e territorio ammazzati nell’ultimo anno nelle zone indigene del paese dove imperano gli espropri e la deforestazione.

Il tutto nella più totale impunità e indifferenza per un paese che aveva fatto la storia e oggi irrilevante, dimenticato o rimosso, se non fosse per qualche rituale scomunica o sanzione ad personam da parte della comunità internazionale.

Pur tuttavia ha indotto figure carismatiche della sinistra mondiale come Noam Chomsky, Margaret Randall o l’ex guerrigliero ed ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica (per citarne alcune) a prendere nettamente le distanze dalla coppia presidenziale nicaraguense. Come a ratificare che la presunta “seconda tappa della rivoluzione” intrapresa da Ortega nel 2007 non era altro che un’illusione.

Siamo dunque a una tragica farsa elettorale, priva di una qualsiasi affidabilità nei numeri, e dall’esito annunciato. Gli oppositori hanno potuto solo fare appello a restare a casa. Già nelle ultime consultazioni del 2016, girando per i seggi della capitale, avevamo riscontrato l’assenza delle code delle consultazioni precedenti. Eppure il governo allora notificò oltre il 70% di affluenza. Ma oggi, nonostante tenga sotto ricatto i dipendenti pubblici, ha dovuto concedere ben quattro giorni di festa, ridurre il numero dei seggi e ammettere al voto anche chi è privo di un documento d’identità valido. Proibiti gli osservatori internazionali, potranno assistere solo “accompagnatori” rigorosamente selezionati dal regime. Tantomeno presenzieranno inviati dei media stranieri che pure numerosi avevano sollecitato un accredito mai ottenuto.

Il 70% della popolazione intanto resta condannato ad un’economia di sopravvivenza; mentre il Covid continua a fare strage: il Nicaragua è lo stato latinoamericano meno vaccinato (dopo Haiti); con i beneficiati (i più fedeli al regime) che non arrivano neppure alle due cifre.


Giustizia formale, giustizia morale

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La giustizia è l’ordine virtuoso dei rapporti umani in funzione del riconoscimento e del trattamento istituzionale dei comportamenti di una persona o di più persone coniugate in una determinata azione secondo la legge o contro la legge. Per l’esercizio della giustizia deve esistere un codice che classifica i comportamenti non ammessi in una certa comunità umana, e una struttura giudicante che traduca il dettame della legge in una conseguente azione giudiziaria.

Al di là dell’azione giudiziaria istituzionalizzata, che opera con una giustizia impositiva e codificata, esiste un senso della giustizia, definito talvolta naturale in quanto ritenuto innato, che impegna ogni singolo individuo a tenere nei confronti dei propri simili o gruppi, in situazioni ordinarie o straordinarie di usare criteri di giudizio, e di conseguente comportamento, rispondenti a giustizia nel senso di onestà, correttezza e non lesività del prossimo. È in questo senso che la giustizia diventa una virtù morale, quindi privata e non codificata e istituzionalizzata, che è però di enorme portata assiologica, in base alla quale si osservano regole comportamentali che riguardano sé e gli altri nei doveri e nelle aspettative.

Dalla voce “Giustizia”, Wikipedia


Shigaev

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Quando la polizia ginevrina, lo scorso 13 di settembre, ha suonato alla sua porta e gli ha notificato un mandato d’arresto, Oleg Shigaev non ha reagito. Ha preparato con calma la sua valigia e ha abbracciato sua moglie. Poi, all’improvviso, ha preso un coltello e se lo è infilzato con forza nell’addome. I poliziotti hanno dovuto ammanettarlo per potere estrarre i 10,5 centimetri di lama dal suo peritoneo parietale. Dopo essere stato ospedalizzato, l’uomo è stato portato in carcere dove ha iniziato uno sciopero della fame.

Gesti estremi, figli della disperazione di fronte al destino scritto dalle autorità e dalla giustizia elvetica. Dopo un ricorso respinto dal Tribunale federale, Oleg Shigaev è infatti atteso a Mosca dove è accusato per una presunta frode da 50 milioni di franchi. Piuttosto, meglio morire in Svizzera, sembra aver pensato.

La vicenda è complessa e, come altri casi che riguardano la Russia, non si sa bene cosa si ha di fronte: un affare di criminalità economica, oppure una manovra politica da parte delle autorità di Vladimir Putin? La Svizzera, terra d’asilo di uomini d’affari dai milioni d’origine incerta, non è nuova a dover giudicare affari delicati di questo tipo. Vicende diplomatiche, ancor prima che penali.

In questo caso la vicenda ruota attorno alla Baltic Bank di San Pietroburgo, di cui Oleg Shigaev è stato presidente. Per il banchiere l’istituto è stato vittima di un raid, termine utilizzato in Russia per descrivere il saccheggio di un’azienda organizzato in simbiosi con gli apparati statali. Dopo essere finito in disgrazia in patria, l’uomo raggiunge la moglie in riva al Lemano e inizia la sua nuova vita.

Oleg Shigaev è arrestato per la prima volta nel luglio 2018 e rilasciato due giorni dopo su cauzione di 2 milioni di franchi. Poco dopo ha chiesto, invano, asilo in Svizzera. L’argomento della persecuzione di cui sarebbe stato vittima non ha convinto i burocrati della Segreteria di Stato alle migrazioni e i vari tribunali a cui si è appellato.

È vero: per la Svizzera non è facile appurare la verità in un contesto di complotti e di lotte tra gruppi di potere russi. Altro discorso, però, è la questione dei diritti umani. Nel 2020, i tribunali svizzeri, sulla base di vari rapporti ufficiali e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno elencato le ragioni che giustificano i timori di un’estradizione verso Mosca: celle sovraffollate, igiene deplorevole, un sistema giudiziario poco indipendente e raramente imparziale, corruzione politica, casi di tortura e altri maltrattamenti nelle prigioni. Per questo, avevano stabilito i giudici, sono necessarie quelle che vengono definite “garanzie diplomatiche”, una sorta di impegno formale che le autorità russe prendono di fronte alla Svizzera in virtù del buon decorso delle relazioni tra i due Paesi.

Chiamato ad esprimersi, il Tribunale federale ha una prima volta accettato il ricorso di Shigaev: visto quanto successo in Russia di recente, Berna non poteva contare solo sulle buone esperienze fatte finora con Mosca e doveva riesaminare la questione in relazione al rispetto dei diritti umani. La palla è così ritornata all’Ufficio federale di giustizia che ha così negoziato nuove garanzie diplomatiche le quali, al secondo giro, hanno convinto i giudici.

Lo scorso settembre, il Tribunale federale ha respinto il nuovo ricorso di Shigaev e, di fatto, dato il via libera all’estradizione. Losanna ha considerato sufficienti le richieste negoziate dalla autorità bernesi. In sostanza, l’uomo – che ha perso 20 chili e si trova tuttora in una difficile situazione psicofisica – dovrà essere detenuto in un carcere “a ovest degli Urali” dove avrà diritto a parlare con il suo avvocato e a ricevere le visite della sua famiglia. Tali condizioni dovranno essere monitorate dall’ambasciata svizzera a Mosca.

Vedremo se i funzionari elvetici potranno visitare regolarmente una prigione russa. Anche se questo ci appare illusorio. Quello che è certo è che la tradizionale attitudine elvetica non è stata smentita: la tecnica scelta, in questo caso con l’avallo dei tribunali, è un sottile compromesso tra realpolitik diplomatica e retorica sul rispetto dei diritti umani. Una strategia che a volte rima con ipocrisia.


Morire per gioco

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Di , Linkiesta

La serie tv coreana è tra le più viste di sempre di Netflix. Sta bruciando record in tutto il mondo ed è una sorpresa. Nonostante nelle intenzioni dell’autore voglia denunciare, come un’allegoria, il capitalismo, in realtà racconta qualcosa di profondo dell’essere umano

È uscita il 17 settembre nel silenzio generale e nel giro di 10 giorni è diventata la serie più vista di Netflix in 90 Paesi. Se continua così, “Squid game”sarà presto la più vista di sempre della piattaforma. Un record globale, dal Bangladesh al Brasile, per una produzione coreana (Paese che ha fornito solo il 5% del totale degl spettatori) visibile soprattutto con l’utilizzo dei sottotitoli.

Se la formula della serie è chiara, il suo successo rimane un enigma. In “Squid Game” persone ai margini della società, povere o indebitate, scelgono di partecipare a una serie di giochi per bambini. In palio ci sono 45, 6 miliardi di won (quasi 33 milioni di euro): una ricchezza inaudita, ma chi perde viene eliminato fisicamente, il più delle volte ucciso a colpi di pistola da misteriosi soldati mascherati, con una divisa che ricorda “La casa di carta”, che si occupano delle organizzazioni e delle esecuzioni.

Ecco allora adulti disperati come il quarantenne Seong Gi-hun, sommerso dai debiti e intenzionato a riprendere l’affido della figlia dall’ex moglie, o Kang Sae-byeok, una ragazza fuggita dalla Corea del Nord cui servono i soldi per recuperare i familiari, rimasti al di là del confine, o ancora Cho Sang-woo, a capo di una società di investimenti ma ora ricercato dalla polizia per avere sottratto soldi ai clienti. Tutti che si cimentano in giochi tradizionali coreani – come appunto lo Squid Game, il gioco del calamaro – o universali come “Un due tre stella” (o “stai là”?) e tiro alla fune. Insieme a loro si incontrano personaggi di ogni genere: un vecchio delinquente, un anziano con una malattia terminale, un profugo dal Pakistan. Tutti disposti a morire – e a far morire – per soldi.

Per il suo creatore Hwang Dong-hyuk “Squid Game” è un’allegoria della società capitalista odierna, e va bene. Non si può negare che i riflessi delle disuguaglianze della Corea, portate alla luce anche in film come “Parasite” di Bong Joon-ho, emergano in modo prepotente. Ma è più probabile che la ragione del successo della serie funzioni sia – è triste dirlo – la sua violenza. È continua ed esibita, ma è al tempo stesso asettica. E dopo lo smarrimento iniziale, viene anche accettata da tutti i personaggi del gioco, diventa parte integrante della strategia di ciascuno.

Più ci si avvicina al premio, più i calcoli diventano cinici: nei giochi di squadra si preferiscono compagni più robusti, si escludono anziani e donne. Nelle ore di attesa si medita come far fuori (le regole non lo impediscono) avversari scomodi e ben piazzati. A ogni eliminazione, nell’enorme salvadanaio appeso al soffitto, cade la cifra (il valore) riferito a ciascun partecipante.

“Squid game” è un corso accelerato di spietatezza. Si impara che non ci si può fidare di nessuno: le gare sono studiate per spingere gli amici contro gli amici, i mariti contro le mogli, rompere le alleanze e uccidere le persone affini. Ma al tempo stesso, permette gesti di pietà. Alcuni trovano comunque modo e occasione per cercare scelte morali buone, offrire solidarietà, fare confessioni personali, trovare legami.

Ma perché lo fanno? Nell’universo morale dei giochi gli atti di umanità non hanno ragion d’essere. Proseguire la gara significa accettarlo, almeno in modo implicito.

A rendere ancora più desolante il quadro, più che la presenza di VIP, ricconi annoiati che osservano le gare e scommettono sui giocatori, è proprio il fatto che la violenza e la sua accettazione dipendono dai soldi. Film come “Hunger Games” (2012) o “Battle Royale” (2000), spesso richiamati per analogia, si fermano appena prima: lì si combatte per la sopravvivenza, qui per vincere una somma in denaro. E lo si fa per scelta.

È uno scarto che amplifica il disagio dei giocatori perché svuota di senso vittorie e avanzamenti. Lo spirito della serie è qui, in un grado zero etico, brutale sia per i protagonisti che per gli spettatori: essere vivo, ci si chiede, è meno importante che essere ricco? È con questa domanda che tutti sono chiamati a confrontarsi.


Il fremito della natura nella vita di Mario Rigoni Stern

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“Domando tante volte alla gente: avete mai assistito a un’alba sulle montagne? Salire la montagna quando è ancora buio e aspettare il sorgere del sole. È uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall’uomo vi può dare, questo spettacolo della natura. A un certo momento, prima che il sole esca dall’orizzonte, cè un fremito. Non è l’aria che si è mossa, è un qualche cosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, l’aria flessa, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle.”

Sono parole di Mario Rigoni Stern a colloquio con Marco Paolini in un film-ritratto girato nel 1999 da Carlo Mazzacurati. Parole che dicono molto del mondo e della concezione della vita di uno scrittore fra i più significativi del Novecento, passato attraverso la brutale esperienza della guerra e poi tornato fra le sue montagne dell’Altopiano di Asiago a raccontare storie, quelle della sua vita militare, di prigioniero, di internato, e poi di uomo libero fra le montagne, fra alberi ed animali. Parole, quelle di Rigoni Stern, che risuonano attuali e toccanti ancora oggi, in pieno dibattito intorno alle questioni climatiche e di salvaguardia della natura.

Mario Rigoni Stern è nato il 1 novembre del 1921 ad Asiago, dove è morto nel 2008.

La scorsa estate si sono svolte le riprese di un nuovo documentario, intitolato “Il sergente dell’altopiano” di prossima uscita in sala. Diretto da Federico Massa e Tommaso Brugin, con la coproduzione di AviLab, Imagofilm Lugano e RSI, il film ripercorre la vita ed il pensiero dello scrittore attraverso la testimonianza di diversi suoi amici ed estimatori, fra cui il poeta e scrittore Alberto Nessi, che ci offre qui, in anteprima, un suo personale omaggio a Rigoni Stern, che sarà pubblicato prossimamente dalla rivista letteraria “Cenobio”.

Alberto Nessi – Le patate di Val Bavona

Conobbi di persona Mario Rigoni Stern nel 1990, quando mi accadde di presentarlo agli studenti in una scuola superiore di Lugano. Venne da noi a cena a Coldrerio e nacque l’ amicizia. In quell’occasione mi dedicò la sua Storia di Tönle ( «Per Alberto, amico nuovo ma come ritrovato da un “ex-Tönle”») e poi ci scrivemmo: di lui conservo due lettere e tre cartoline che mi spedì da Asiago. Ma lo scrittore ho cominciato a conoscerlo fin dal suo libro d’esordio, Il sergente nella neve, uscito negli anni cinquanta nella famosa collana dei Gettoni curata da Elio Vittorini (in quella sede uscirono anche due altri libri che mi piacquero subito I ventitré giorni della città di Alba e La malora di Beppe Fenoglio). In quegli anni andava formandosi il mio gusto letterario: i narratori italiani che mi piacevano erano quelli con radici nella provincia, ma non provinciali.

Poi, negli anni settanta, mi interessai alla storia orale, come scrittore e anche come insegnante: l’esempio, di alta qualità, era Il mondo dei vinti, di Nuto Revelli, seguito da L’anello forte: testimonianze raccolte dalla viva voce di contadini e contadine piemontesi, tradotte in italiano; e la traduzione mantiene la freschezza del parlato. Ricordo con piacere un opuscolo nato sui banchi del ginnasio cantonale di Mendrisio, Le vite che abbiamo fatto, scritto insieme alle allieve e agli allievi, sulla base di interviste, e pubblicato dalle Edizioni Svizzere per la Gioventù nel 1982, con le  illustrazioni del collega Andrea Radaelli.

Dico questo perché il libro di Rigoni Stern che preferisco è Storia di Tönle, nato proprio come racconto orale: «Incominciai allora a raccontare a Gigi la storia di Tönle Bintarm», dichiara nella prima pagina l’autore, che aveva ascoltato la storia  dalle labbra di un manovale, nipote dello stesso Tönle. Quando lessi il libro pensai: mi piacerebbe scrivere così, dal basso e in modo sobrio, concreto, documentato, senza traccia di enfasi, facendo attenzione a scegliere le parole giuste.

Il racconto – o romanzo breve, non so come definirlo –  è la storia di un montanaro che, per una vicenda di contrabbando, rifila una bastonata a una guardia e per questo viene condannato a quattro anni di prigione. Comincia una vita da nomade per Tönle, che sfugge alla condanna dandosi alla macchia. Le sue peregrinazioni lo portano per  le contrade d’Europa, Austria, Germania, Ungheria, Cecoslovacchia; e in questo vagabondare si guadagna da vivere facendo diversi mestieri, fra i quali il venditore di stampe (mestiere che esercitavano anche i nostri emigranti); finché un’amnista gli permette di tornare al suo paese, all’inizio del secolo.

Rimpatriato, Tönle vaga per i pascoli comuni con il suo gregge, finché scoppia la prima guerra mondiale. Viene fatto prigioniero e rinchiuso in un campo di concentramento, dal quale riesce a fuggire; ma, ripreso, è spedito in Italia con uno scambio di prigionieri.

Tönle vive la condizione del senza patria, ma non dimentica la terra nativa, le genti dell’Altipiano, lo strano linguaggio degli avi: il cimbro. Da buon antimilitarista, è contro ogni potere e ha preso coscienza della questione sociale. In Germania ha comprato un orologio con incisi i motti degli operai socialisti, che dicevano: Noi vogliamo otto ore lavorare – Otto ore imparare – Otto ore riposare. «Soppesando nel palmo l’orologio pensava: «Di ore nella mina se ne faceva sedici o anche più, e ora invece della fratellanza c’è la guerra, e i poveri si ammazzano tra di loro»…».[1]. Un’ immagine che mi è rimasta  particolarmente impressa è quella del ciliegio selvaggio cresciuto sul tetto della casa di montagna: un motivo ricorrente, che prende forza simbolica nel testo.

Ma che cosa mi rende amico «l’ex Tönle» della dedica? Che cosa mi avvicina a Rigoni Stern? Istintivamente direi due cose. La prima è la seguente: così come lui, nel suo racconto, si identifica con Tönle, un po’ allo stesso modo io mi identifico con personaggi reali come José Fontana, protagonista di La prossima settimana forse[2], o  Salvatore Corrias, la guardia di finanza che mette in salvo i fuggiaschi ebrei sul monte Bisbino, o Émile Lexert detto Miló, il partigiano valdostano che dà il titolo alla mia ultima raccolta di racconti. [3]L’altra cosa che mi apparenta a questo scrittore è l’empatia con il mondo vegetale; e tornando ai documenti che conservo, trovo, su una cartolina, queste parole:…« ho letto con interesse il suo Come un albero: lo condivido in pieno!» Quel mio scritto, apparso in rivista, paragonava lo scrittore a un albero che non può crescere se non ben radicato nel suo terreno. Ed è nel secondo libro del quale parlerò molto brevemente, che si manifesta l’attenzione di Rigoni per gli alberi. In Arboreto salvatico, del 1991, Rigoni Stern fa un omaggio a venti alberi che gli sono familiari (larice, abete, pino, sequoia, faggio, tiglio, tasso, frassino, betulla, sorbo, castagno, quercia, ulivo, salice, noce, pioppo, melo, acero, gelso, ciliegio), cominciando da quelli presenti nel suo brolo. Ce li presenta con precisione scientifica e, insieme, con l’affetto che si riserva alle persone care: l’ amore, si sa, passa attraverso la conoscenza. Il libro è ricco di citazioni colte, fra le quali prediligo quella di Čechov che troviamo nell’Introduzione: «Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici».

Per quanto riguarda il mondo alpino rappresentato, l’opera di Rigoni Stern può essere accostata a quella del nostro Plinio Martini: anche Martini, infatti, è testimone di una civiltà contadina in agonia. E ambedue sono capaci di indignazione civile. In un articolo apparso sulla Stampa del 2 ottobre 1996, Rigoni riferisce di una visita alle terre di Val Bavona; ma non ne dice il nome, non dice dov’è questa valle: parla di «una valle fuori mano, con poche case antiche tutte di pietra viva, orticelli strappati vicino al torrente, piccoli prati tra grandi massi». E si augura «che rimanga così ancora per tanto tempo perché è un tesoro da non dividere con tanti».

Il passo dell’articolo in cui lo scrittore s’ indigna per «fiori strappati, funghi calpestati, rami o fusti per far bastoni tagliati e abbandonati», per la «rapina ambientale che sta rompendo un equilibrio ecologico», per il turismo di massa che sfigura l’Altipiano di Asiago con parcheggi costipati di automezzi e processioni di gente ansante che sale «a vedere gli stambecchi»; questo passo ricorda la famosa pagina in cui lo scrittore ticinese si scaglia con una potente invettiva contro i «lanzichenecchi» che devastano la sua Bavona[4] ; anche se lo stile “gaddiano” del nostro Martini ha poco a che fare con lo stile di Rigoni.

L’articolo dello scrittore di Asiago termina con un’immagine cordiale, affettuosa: per ricordo di quella «valle romita», dopo la visita lo scrittore si fa donare sette patate. «Con cura me le portai a casa dentro la valigia, con più cura le seminai a parte in buon terreno e oggi le ho raccolte. (…) Dovrebbero essere anche molto buone e, dopo che le avrò assaggiate, le metterò da parte per seminarle la prossima primavera. Questo per ricordo di una valle che non voglio dirvi».

[1] Mario Rigoni Stern, Storia di Tönle, Einaudi, Torino 1978, p.76.
[2] Alberto Nessi, La prossima settimana, forse, Casagrande, Bellinzona 2008.
[3] Alberto Nessi, Miló, Casagrande, Bellinzona 2014.
[4] Plinio Martini, Requiem per zia Domenica ,a cura di Ilario Domenighetti, Dadò, Locarno 2003, pp.129 132.

Nell’immagine: Mario Rigoni Stern nel citato film-ritratto di Carlo Mazzacurati


Requiem per la giustizia

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Di Michel Venturelli

Riepiloghiamo: una notte d’inizio estate le ruspe buttano giù il Macello, sulle cui macerie nasce per mano ignota la piazzetta Marco Borradori (nella storia ticinese mai morto fu più strumentalizzato di lui). C’è chi chiede spiegazioni e pretende un approfondimento su quanto accaduto. La magistratura indaga. E indaga. E indaga ancora. Passano i mesi, e dall’indagine che ci ha tenuti tutti con il fiato sospeso, risulta che in Ticino non c’è legge che impedisca di buttare giù uno stabile nel cuore della notte, senza avere permesso alcuno. Nessuno ha sbagliato nulla anche se un’inchiesta giornalistica rivela che è stato abbattuto lo stabile sbagliato. È tutto a posto anche se, sempre un’inchiesta giornalistica, rivela chiari indizi di premeditazione – mesi prima dei fatti – da parte della polizia a proposito di uno scenario d’abbattimento di cui nessuno, ma proprio nessuno, aveva mai saputo nulla.

Questa è la fatidica goccia che fa traboccare il vaso. È talmente singolare che, anche nel paese del rumore misterioso, a molti una domanda sorge spontanea: come è possibile? Chi pensa male commette peccato, però è indubbio che da qualsiasi angolazione si guardi quello che succede, si vede qualcosa di sbagliato. Non può e non deve essere normale che la legge dia ragione ai furbi e lasci le macerie a tutti gli altri.

Norman Gobbi, che ha crassamente sforato nel tempo i budget di rappresentanza, si è giustificato dicendo che al DI si lavora sodo. Il che equivale a dire che i suoi colleghi non diano il meglio di sé, perché consumano meno di un quarto delle risorse che sperpera lui. E la giustificazione è passata come una lettera alla posta. Ma perché in seguito il Consiglio di Stato ha tolto il limite di spesa ai budget di rappresentanza dei suoi membri? Si sono ufficialmente legittimati ad andare a sbafo… con i soldi dei cittadini, come definiva i soldi pubblici la signora Margaret Thatcher (che probabilmente stava alla sinistra della nostra destra).

Che un’eletta dal popolo sieda nel CdA di una delle maggiori fabbriche di off-shore del Paese lascia basiti. In una città dove si son chiusi i cessi pubblici per motivi di risparmio, nell’esecutivo c’è una che siede nella cabina di comando di una fiduciaria che gestisce, apre e chiude migliaia di off-shore; il che è chiaramente in contrasto con gli interessi della Comunità. Possibile che il conflitto d’interessi della signora Valenzano lo vediamo solo noi? Ci pare esotico che l’accoppiata Aldi-Bignasca, del partito di maggioranza relativa del Governo, crei un sindacato per ostacolare una decisione del Parlamento – di cui loro medesimi fanno parte – utile ad indebolire senza pietà gli interessi delle frange più deboli dei lavoratori. Di buona parte dei loro elettori, di cui i nostri dovrebbero rappresentare gli interessi. Ciliegina sulla torta: Sabrina Aldi presiede la commissione della giustizia.

Ed è pure di dubbio gusto che il candidato definito come il meno idoneo da un gremio di esperti indipendenti sia stato scelto dal Parlamento per ricoprire la carica di Procuratore Generale.
Questa è una lista non esaustiva delle nefandezze locali in essere. Situazioni che non fanno ben sperare per il futuro. Quanto accade indica, ma anche conferma, che la Giustizia in questo cantone non è applicata, bensì interpretata. E l’interpretazione scelta dai nostri governanti è quella che la Giustizia l’ammazza.

E se la Giustizia è morta, sabato alle 17.30 a Lugano le faremo un degno funerale.