Andrea Pilotti – Donne e politica in Ticino (2)

A 50 anni dall'entrata in politica, candidature femminili in crescita per il Gran Consiglio ma meno a livello comunale – I risultati di una ricerca 

Andrea Pilotti, autore della ricerca “Le donne nella politica ticinese: quale profilo dell’elettrice, della candidata e dell’eletta?” (qui una sintesi) è responsabile di ricerca all’Institut d’études politiques (IEP) dell’Università di Losanna


Quell’incontro con Desmond Tutu

A 50 anni dall'entrata in politica, candidature femminili in crescita per il Gran Consiglio ma meno a livello comunale – I risultati di una ricerca 

Nulla, in quell’inverno del 1985, preannunciava tempi nuovi e migliori per il Sudafrica. Il regno dell’apartheid – il sistema più organizzato e capillare di discriminazione razziale regolato dalle leggi dello Stato  – sembrava una fortezza impenetrabile. Nelson Mandela se ne stava ancora nella cella numero 5 sull’isola carceraria di Robben Island, in tutto sei metri quadrati, dove trascorrerà 18 dei 27 anni passati dietro le sbarre e a spaccar (inutilmente) sassi; Ronald Reagan governava sugli Stati Uniti, che con lui avevano imboccato le ricette economiche neo liberiste, e in politica estera vinta la gara con l’Urss sulla corsa agli armamenti prima dell’ennesima fase distensiva; la Cina si incamminava verso il capitalismo socialista ma anche verso la protesta di Tienanmen.

Era un mondo  in cui il terribile, immorale spettacolo del Sudafrica sembrava interessare poco o nulla ai governi del mondo, inclusa la Svizzera, che fino all’ultimo sarà grande importatrice e principale piattaforma del commercio internazionale dell’oro estratto dalle viscere dell’Africa del Sud; in miniere dai mille incidenti mortali, dove si praticava e perpetuava lo schiavismo di centinaia di migliaia di neri che entravano e uscivano dalle bocche della terra nera per passare il resto del tempo, letteralmente confinati con le famiglie, in miserevoli baraccopoli. 

Eppure, in quello sfascio politico e morale, in quella metà degli Anni Ottanta qualcosa si muoveva, qualche voce si alzava, film e romanzi di denuncia soprattutto di boeri bianchi approdavano nelle nostre sale e nelle nostre librerie, qualcuno cominciava a parlare di boicottaggio, che Berna non realizzò mai, nemmeno quando tutti gli altri lo praticavano e appariva sempre più ineluttabile l’imminente fine del regime. Ecco, in quel 1985 incontrai Desmond Tutu, l’arcivescovo della lotta e della riconciliazione, nella piccola stanza affollatissima di un albergo di Oslo, dove si preparava a ritirare il premio Nobel per la pace. Gli occhi vivacissimi, un’esuberanza fuori dal comune, tante parole di denuncia e nemmeno una all’insegna di una occasionale e riconoscente diplomazia nel momento del riconoscimento internazionale più prestigioso, fra i tanti che già aveva collezionato l’ex studente di teologia a Londra.

Non si poteva nemmeno lontanamente immaginare un Sudafrica liberato dalle infami vergognose disumane catene del razzismo più totalizzante senza “Madiba”, cioè senza Nelson Mandela. Ma nemmeno senza l’arcivescovo di Città del Capo, che a sua volta incarnava la coscienza della lotta anti-apartheid, suo instancabile ambasciatore nel mondo, in parte tutelato dal suo ruolo ecclesiastico, ma anche da discorsi appassionati, senza concessioni: che ne facevano il megafono impietoso e coraggioso dei detenuti di Robben Island nel paese e in tante altre nazioni. 

Mrilo, era del resto il suo nome nella lingua della tribù di origine: che non per nulla significa “virtù” ma anche “coraggio”. E di coraggio ebbe bisogno, anche se lo espresse a piene mani, quando da Nelson Mandela, finalmente scarcerato e poi eletto alla presidenza del Sudafrica, ricevette l’incarico di presiedere la Commissione ‘verità e giustizia’: rito purificatore, pubblico e di straordinaria efficacia collettiva con cui i protagonisti della repressione ma anche della risposta armata (dunque soprattutto politici e agenti bianchi, ma pure guerriglieri dell’ANC) si confessarono davanti alla nazione. Non mancarono problemi, amnesie, cattiva predisposizione. 

Ma complessivamente l’operazione ebbe un senso e un risultato. Quello di svelenire per quanto possibile un clima incrostato da risentimenti e odio. Tanto di quell’odio che quando Desmond Tutu si limitò a un accenno durante il nostro incontro, mi sembrò più che altro l’auspicio di un uomo generoso e ingenuo, più che il progetto di un politico realista e coi piedi ben piantati in terra. Invece soprese tutti, e ce la fece. Con un unico rammarico: quando non riuscì a ottenere da Frederick de Clerk e da Tabo Mbeki l’ammissione delle loro responsabilità. Né si sottrasse al dovere di verità quando più tardi denunciò la corruzione all’interno della nuova leadership nera sudafricana. Ma il tempo suo e di Madiba era passato. Né ci sono ‘padri della patria’ (e lui era l’ultimo del Sudafrica liberato) in grado di evitare la successiva eventuale corruzione di qualsiasi potere, come mi disse una sua grande estimatrice e alleata di Mandela, la scrittrice Nadine Gordimer.


Andrea Pilotti – Donne e politica in Ticino (1)

A 50 anni dall'entrata in politica, candidature femminili in crescita per il Gran Consiglio ma meno a livello comunale – I risultati di una ricerca 

Andrea Pilotti, autore della ricerca “Le donne nella politica ticinese: quale profilo dell’elettrice, della candidata e dell’eletta?” (qui una sintesi) è responsabile di ricerca all’Institut d’études politiques (IEP) dell’Università di Losanna


Sergio Rossi – AVS21, una riforma che non s’ha da fare

A 50 anni dall'entrata in politica, candidature femminili in crescita per il Gran Consiglio ma meno a livello comunale – I risultati di una ricerca 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Per Elisa

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Di Paul Nicol

Elisa è una ragazza di 27 anni che ho conosciuto sette anni fa, durante le riprese di un documentario realizzato per Falò, “Lo sguardo degli altri”. Ha una malattia grave, è una mamma sola che cerca di sbarcare il lunario, e soprattutto ha un fratello che ha la stessa malattia: l’atassia di Friedreich, una malattia degenerativa che non dà scampo.

Qualche mese fa Elisa ha saputo che negli Stati Uniti è stato messo a punto un farmaco, che non solo dovrebbe fermare la malattia, ma addirittura far ritrovare a chi l’assume delle funzioni ormai perse. All’inizio del 2022, sarà messo in commercio. Sto cercando di aiutarla perché il farmaco è molto costoso, ma è la sua unica speranza. Anche solo con un piccolo gesto possiamo ridare a Elisa e al suo fratellino la forza e il coraggio di lottare per questa battaglia. Grazie di cuore per ogni sostegno, che potete offrire .


Natale 2021. Le radici cristiane dell’Europa

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Basta destagionalizzare, il panettone è ancora il dolce del Natale ma non più solo al Nord

A 50 anni dall'entrata in politica, candidature femminili in crescita per il Gran Consiglio ma meno a livello comunale – I risultati di una ricerca 

Di , Linkiesta

Il consumatore è sempre più consapevole, giovane, attento all’impiego di materie prime di alta qualità, desideroso di ricevere un buon riscontro dagli altri commensali. Una ricerca dimostra come sono cambiati i driver di scelta dell’acquisto del dolce più amato delle feste, tra occasione di consumo, formato e canale di vendita.

Va alla conquista del Sud, piace ai giovani, è richiesto sempre di più in anticipo rispetto al Natale: il panettone artigianale conferma la crescita (+2% l’anno) segnata già lo scorso anno e conquista 280 mila famiglie italiane in più. Non basta, però, a controbilanciare le minori vendite dei prodotti industriali da supermercato. Questo lo scenario emerso dalla presentazione della ricerca “L’evoluzione nei consumi del panettone in Italia”, promossa, per il terzo anno consecutivo, da CSM Ingredients, in collaborazione con NielsenIQ, con focus sulla campagna natalizia 2020.

Il mercato in generale (vendite degli industriali – panettoni prodotti dall’industria dolciaria, in vendita nei supermercati, e degli artigianali – i panettoni dei pasticceri e dei panificatori) subisce una contrazione, con 2.000 tonnellate di panettoni in meno (-7%) rispetto al 2019. Però il segno meno è tutto sul comparto industriale: in pasticceria o panetteria il dolce natalizio di alta qualità piace sempre di più e conta 6.000 tonnellate di prodotto venduto, per un valore di 118,5 milioni di euro. 19,8 euro il prezzo al chilo medio, 25,30 lo scontrino medio pagato dai consumatori di panettone artigianale.

I nuovi acquirenti del dolce di pasticceria sono più giovani della fascia storicamente affezionata al dolce delle Feste. La penetrazione al Sud è importante (da solo vale 1/3 del mercato e segna performance importanti su frequenza di acquisto, penetrazione, quantità acquistate). L’analisi dei dati rilevati da NielsenIQ permette forse di sedare una volta per tutte il mito della destagionalizzazione. Panettone uguale Natale, insomma. Il grande lievitato, che è protagonista tutto l’anno di sfide tra pasticceri e pastry star nelle innumerevoli manifestazioni e concorsi a lui dedicati (Panettone Day, Coppa del Mondo del panettone, Miglior panettone al mondo, Artisti del Panettone solo per citare i più noti), nella testa dei consumatori resta il dolce natalizio per eccellenza. Vale per la quasi totalità degli acquirenti ed è considerato da 3 su 4 di questi come un’ottima idea regalo. Gli aficionados, però, chiedono un minimo allargamento della disponibilità temporale del loro amato panettone.

Lo vogliono assaggiare in anticipo: le vendite nel mese di dicembre sono infatti scese dell’11% rispetto all’anno precedente, mentre sono salite del 9% quelle di novembre e del 2% su ottobre. Spesso si tratta di autoconsumo, di assaggio di più di un prodotto di pasticceria per una sorta di gara privata, svolta in casa tra colazione e merenda. Vince un posto sulla tavola delle Feste – e il temuto giudizio dei parenti – il più buono, il più particolare, quello insomma che ha convinto di più.

Se ne è accorto anche Marco Pedron, head pastry chef dei ristoranti di Carlo Cracco e voce tecnica della presentazione della ricerca. «Lo abbiamo notato anche noi negli acquisti sul punto vendita (come il bistrot con pasticceria del ristorante in Galleria, ndr)», ha spiegato il pasticcere, prima di ammettere un’altra novità: il panettone entra di diritto nel menu. «Nel 60% degli eventi e feste organizzati nei nostri ristoranti, il dessert servito ormai è panettone o un dolce che contiene un assaggio di panettone», ha detto Pedron. Si prospetta un futuro ancor più solido come dessert al piatto, anche fuori stagione, per il panetùn, in versione rivisitata e adattata a un assaggio gourmet magari nella sala da tè di un ristorante d’albergo.

Il Covid non ha tolto agli italiani la voglia di profumo di vaniglia, canditi e uvetta. Forse l’effetto della pandemia si percepisce nei dati sui formati di maggior successo. Il panettone artigianale nel formato da 1 kg rappresenta 3/4 degli acquisti, seguito dal formato da 500 g (circa 1 acquisto su 6), ma cresce la richiesta delle pezzature più piccole: +7% per il mezzo chilo, +9% per il chilo, segno negativo per il chilo e mezzo (-11%) e il 2 kg (-6%). Si tratta pur sempre di dati sul Natale 2020, viziati dagli effetti delle restrizioni e dalle tavolate meno numerose del solito.

Infine, le ricette. O meglio le variazioni sul tema, visto che il panettone resta legato a un rigido disciplinare. Il caro vecchio tradizionale spopola e non teme i rivali creativi. A ben guardare, il classico uvetta e canditi conquista in particolare le preferenze del target femminile adulto, mentre i panettoni farciti sono i più acquistati dagli uomini. I prodotti senza lattosio iniziano invece a diffondersi tra i più giovani. In mezzo, l’onnipresente “senza canditi e senza uvette”. E guai al primo che dice «comprati un pandoro, no?».


Per il lupo, ancora

A 50 anni dall'entrata in politica, candidature femminili in crescita per il Gran Consiglio ma meno a livello comunale – I risultati di una ricerca 

Parliamo di lupi, di nuovo; e del mainstream politico-mediatico che mira a liberarsene con la forza, accampando scuse tanto surreali quanto supinamente accolte, con in filigrana qualche legittimazione trascendente che merita di essere indagata.

Volendo tessere un elogio, e dar loro una sorta di obliqua ed eccentrica necessità, Borges aveva definito filosofia e teologia come “rami [splendidi, dice poi] della letteratura fantastica” (La Cifra, 1981). Sono frequentatore della prima ma non della seconda, e considero la lettura della Bibbia – per averla tentata alcune volte e da “ingressi” diversi – un esercizio tedioso e poco utile. Dovrei dire addirittura pernicioso (“infausto”, lo definisce qualcuno), almeno in taluni passi, per le conseguenze tremende sul mondo e su coloro che, non umani, osano esistervi tentando di farsi i fatti propri e seguendo la propria natura. “Poi Dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza, ed abbia dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sul bestiame e su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. E Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. E Dio li benedisse; e Dio disse loro: ‘Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra, e soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla Terra’.”: questo dice la fine del primo capitolo del Genesi. Tralasciamo questa cosa dell’uomo-immagine-di-dio, una autocertificazione di cui intuiamo facilmente le motivazioni ma che è poco credibile, essendo peraltro possibile documentare l’esatto opposto, cioè il fatto che gli dei sono per lo più umanissime costruzioni; concentriamoci piuttosto sul fatto che si dice sopra che l’uomo – per legittimazione divina, quindi – ha dominio assoluto sul mondo e sui suoi altri abitanti, i quali devono essere soggiogati ed esistono solo per servire le sue esigenze e i suoi capricci. Mal gliene incolse, agli animali, in terra concimata dal biblico messaggio; gli è andata meglio altrove, dove il dio è … un altro (Buddha, per dirne uno). Come ben sappiamo, e al netto di crociate e di altre spedizioni imperialistico-evangelizzatrici, il divino ha una forte componente storico-geografica e non propriamente trascendente, come dimostrano le tremila credenze che più o meno allegramente si disputano nel mondo l’unicità della fede e il possesso esclusivo della Verità, su sponde diverse e ben territorialmente determinate.

Capiamo allora bene perché il fatto di sterminare i lupi sia ora sdoganato senza troppi pensieri e senza problemi di coscienza soprattutto in area cristiana; sono infatti animali poco deferenti, poco servili e poco controllabili, quindi tendono a sfuggire alla dittatura dell’animale-dio uomo, cioè a una legge divina. Con perfetta serenità, anzi forti del mandato superiore, veterinari agrar-cattolici e i loro amici ci parlano sulla stampa, la domenica, della necessità di sterminare i lupi, o almeno di “far loro paura” (?); ogni contadino o allevatore (con i soliti politici e cacciatori al seguito) reclama misure sempre più cruente e “definitive”; si adombrano senza nemmeno sorridere ipotesi di calate di branchi a sbranare – o almeno a spaventare – i nostri bimbetti; si rifiuta di assumersi l’onere di misure non simboliche a tutela delle greggi, non sia mai che alla fine esse si dimostrassero efficaci; vengono fatte tacere le voci di coloro che propongono una gestione alternativa del problema, magari guardando a quanto di buono fanno gli altri, all’estero, nel rispetto della biodiversità (che comprende anche i lupi); la stampa, in coro, a dipingere il diavolo sulla muraglia e dando spazio a ogni folkloristica esternazione; e “crepi il lupo” come si dice. Insomma, l’unico modo che troviamo nella peraltro assai civile Svizzera per convivere con il lupo e, in generale, con i predatori, è quello di… farli fuori.

Che il mondo e la natura non siano lì solo per l’uomo, e per la soddisfazione dei suoi bisogni, è cosa intuitiva e ragionevole; come ovvia è la pari dignità di tutte le specie viventi che popolano la terra, le quali hanno lo stesso diritto di essere se stesse di quello che pretende per sé l’uomo, ma che a differenza di questo dio incarnato non esigono di dominare gli altri né di determinarne l’estinzione. Qualcuno potrebbe arrivare a vedere come orizzonte consolatorio il fatto, lontano ma ineluttabile, che la presenza della razza umana sulla terra avrà pur una fine, chiudendo una parentesi rissosa e arrogante (nonostante qualche buona premessa). È certamente consolatorio, invece, constatare come la natura non umana abbia una forza e una resilienza straordinarie, ad esempio rioccupando subito le aree abbandonate dall’uomo, e in generale rivendicando il proprio diritto all’esistenza; lo vediamo ogni giorno ai lati delle strade e nei terreni abbandonati, lo abbiamo constatato durante il confinamento (con i puma a Santiago, i delfini in Laguna, gli alci e i daini in città), lo vediamo nelle nostre montagne con orsi, linci e lupi a ritrovare uno spazio che era il loro da sempre. La pretesa umana di cancellare forme di vita scomode, appellandosi a una pretesa legittimazione superiore, dopo avere tanto fatto nei secoli per cancellarne altre tramite l’inquinamento e il dissennato sfruttamento delle risorse naturali, suona come un atto di rozza e cieca prevaricazione. Possiamo, e forse dobbiamo, dire che gli altri viventi sono nostri simili,  con tutto quel che ne segue in termini di rispetto, e di obblighi che da esso derivano; e non certo cose da sfruttare e da eliminare se il loro vivere secondo natura ci causa qualche fastidio.

Nell’immagine: Jean-Baptiste Oudry, Caccia al lupo, 1723-24 ca.


Dovremo imparare a vivere a lungo con il virus?

A 50 anni dall'entrata in politica, candidature femminili in crescita per il Gran Consiglio ma meno a livello comunale – I risultati di una ricerca 

Di Sylvie Logean, Le Temps

‘No’. È la risposta categorica data dalla grande maggioranza di un centinaio di immunologi, virologi e specialisti della sanità internazionale quando, interrogati all’inizio di quest’anno dalla rivista ‘Nature’, venne chiese loro se pensassero che Sars-Cov-2 potesse essere sradicato.

A due anni dall’inizio della crisi sanitaria, e dopo cinque ondate, mentre l’Europa è di nuovo l’epicentro della pandemia e in una fase in cui i tassi di diffusione procedono in maniera eccezionale in numerosi paesi, tutto indica che non siamo certo sul punto di sbarazzarci di Covid-19. “Provare a far sparire oggi il virus, sarebbe come tentare di pianificare la costruzione di un sentiero pedonale verso la luna”, dichiarava alla stessa rivista scientifica ‘Nature’, Michael Osterholm, epidemiologo all’Università del Minnesota.

Ma perché Covid-19 non sarebbe destinato a togliere il disturbo? E in che modo la scienza valuta il modo con cui dovremo conviverci? Il virus diventerà endemico? Continuerà a circolare in cicli stagionali? Oppure in certe comunità? Le risposte degli specialisti.

Perché Covid-19 non scompare?

Guardando alla pandemia da Sars del 2003, che si esaurì dopo un certo periodo, si potrebbe pensare che l’eliminazione di Covid-19 sia teoricamente possibile. Questa prospettiva, condivisa da alcuni specialisti, sembrava concretizzarsi con l’arrivo sul mercato dei vaccini a base ARN, altamente efficace contro questo virus, comprese le infezioni asintomatiche, e quindi contro la sua diffusione. La speranza si basava allora sul fatto che a partire da un certo livello di vaccinazione, la trasmissione dell’infezione sarebbe cessata completamente. Purtroppo non si erano fatti i conti con l’arrivo delle varianti, particolarmente contagiose, in particolare del Delta, e oggi di Omicron.

“Tenuto conto dell’apparizione delle varianti, della loro variabile di trasmissibilità, e dell’inquietudine persistente in merito ai cambiamenti antigenici e alla possibilità che colpiscano la protezione vaccinale, dovrebbe essere chiaro a questo punto che per la popolazione non è possibile eliminare questo virus, e che dovremo elaborare piani a lungo termine per affrontarla una volta che le spinte oggi insostenibili saranno totalmente sotto controllo”, sostiene Arnold Monto, medico ed epidemiologo presso la Scuola di salute pubblica dell’Università del Michigan, in un articolo apparso l’11 novembre sul ‘New England Journal of Medicine’: “L’influenza pandemica e quella stagionale costituiscono i due modelli più appropriati per aiutarci nell’elaborazione delle strategie per il futuro”.

Dominique Garcin, professore associato al Dipartimento di microbiologia e medicina molecolare all’Università di Ginevra, ritiene da parte sua che ci si sta dirigendo verso la “persistenza del virus nella società: si è a lungo continuato a credere che con una vaccinazione di massa, superiore al 75 e fino al 90 per cento della popolazione, la circolazione del virus sarebbe stata sufficientemente inibita per bloccarla totalmente e quindi fermare anche la pandemia. Ma questa nozione epidemiologica di “immunità di gregge” è oggi fortemente messa in discussione dal fatto che l’infezione è comunque capace di circolare anche fra le persone immunizzate che quindi contribuiscono alla circolazione del virus”.

Covid 19 diventerà endemico?

Tutto dipende da cosa si intende per ‘endemico’, risponde Antoine Flahault, direttore dell’Istituto di salute globale dell’Università di Ginevra: “L’epatite B o quella C sono considerate malattie trasmissibili endemiche in Europa, il loro tasso di riproduzione resta al di sotto dell’1 per cento. Non c’è tendenza epidemica a livello dei paesi, e queste patologie non sono eliminate dai nostri territori. Non vedo nulla che mi faccia concludere che questo tipo di endemicità diventerà sicuramente il modo di circolazione futura del Covid 19”. Per questo epidemiologo “si tratterà piuttosto, come per altri virus respiratori, di capirne la natura ‘endemo-epidemica’: ciò significa che circolerà a bassa intensità fra due epidemie stagionali, che potrebbero avere dimensione regionale o nazionale. La semplice influenza ha un modo epidemico di circolare ancor più globale, almeno continentale, e io vedo piuttosto questo modello per l’avvenire dell’odierno coronavirus”.

Degli anni, o dei decenni

Diversi fattori rendono probabile una ‘endemizzazione’ del Sars-CoV-2, ritiene Julien Riou, epidemiologo all’Istituto di medicina sociale e preventiva all’Università di Berna: “Lo sradicamento del Covid-19 richiederebbe una immunizzazione di proporzioni assai elevate, ma a livello mondiale, sia attraverso il vaccino, sia attraverso infezione e guarigione, mentre sappiamo che una parte del mondo non dispone e probabilmente non avrà mai il vaccino, anche perché una parte della popolazione localo lo rifiuta. D’altra parte, finché dura la circolazione del virus, le varianti continueranno a manifestarsi, e sempre più riusciranno a sopravvivere alla immunizzazione. Infine, l’efficacia dell’immunità vaccinale o naturale tende a diminuire col passare del tempo”.

Da quanto si sa del comportamento dei quattro coronavirus endemici responsabili di infezioni respiratorie frequenti e per lo più benigne per le persone (OC43, 229E, NL63 e HKU1), numerosi scienziati ritengono possibile anche lo scenario in base al quale Covid 19 sia destinato a procedere verso l’endemizzazione. Ma per raggiungere questo stadio potrebbero volerci anni se non decenni, e dipenderebbe in particolare da diffusione e durata durata della nostra immunizzazione. “In realtà, lasciare che il virus circoli liberamente senza controllo sarebbe il mezzo più rapido per raggiungere l’obiettivo, ma ciò comporterebbe milioni di morti, scrive su ‘Nature’ Jennie Lavine, ricercatrice in malattie infettive all’Università Emory di Atlanta: “La vaccinazione è perciò la strada più accettabile”

Quali conseguenze per la società?

Secondo gli scienziati, se lo scenario di una ‘endemizzazione’ del Covid 19 si producesse seguirebbero ondate regolari di circolazione del virus, favorite soprattutto in periodi di basse temperature e favorite da immunizzazioni troppo deboli nella popolazione. “Tenendo conto della protezione garantita dai vaccini contro le forme più gravi, vi sarebbe sicuramente una relativa differenziazione fra numero di ricoveri, anche alta, e decessi ancora contenuti, come possiamo notare già oggi”, sostiene Julien Riou.

“I paesi con alta copertura vaccinale e abbondanti richiami avrebbero il vantaggio di poter prevedere, e dunque prepararsi, dei picchi di Covid 19 durante i mesi invernali, quando le condizioni ambientali sono più favorevoli alla trasmissione del virus”, scrive sul sito ‘The Conversation’ Sara Sawyer, docente di biologia molecolare, cellulare e dello sviluppo all’Università Colorado Boulder; “sull’altro fronte, invece, epidemie imprevedibili potrebbero persistere in regioni dove il tasso di vaccinazione rimane basso”.

Ma, concretamente, questo cosa significherebbe per la società? “Probabilmente dovremo imparare a vivere con questo virus, continuando a stimolare regolarmente l’immunizzazione dei cittadini con chiare campagne promozionali”, è l’opinione di Dominique Garcin: “È ancora difficile prevedere con quale ritmo, perché l’elemento che lo determinerà è il problema della circolazione più o meno attiva del virus nella comunità, ma conta anche il livello di immunizzazione e la resistenza di quest’ultima in categorie diverse della popolazione”.

Secondo Julien Riou, i richiami vaccinali regolari saranno molto importanti per evitare le forme gravi di malattia per i più vulnerabili, ma anche, seppur in misura minore, per tutti gli altri, “che correranno comunque il rischio di conseguenze severe o di ‘long-covid’, e per coloro che vogliono proteggere il loro entourage”. È un po’ quel che avviene attualmente per l’influenza stagionale. Tuttavia, per l’epidemiologo bernese, potremmo anche “assistere a un regolare ritorno di misure restrittive, e anche a misure più energiche, se l’immunizzazione della popolazione dovesse rivelarsi troppo bassa, e se gli ospedali rischiassero di collassare, come è avvenuto per l’Austria”.

Altri sistemi di sorveglianza

Ma la speranza non è persa. Secondo un’analisi dei dati immunologici e epidemiologici su altri Corona virus umani endemici, i cui risultati sono stati pubblicati in gennaio dalla rivista ‘Science’, il Sars-CoV-2 potrebbe anche perdere la sua virulenza una volta raggiunta la fase endemica. Il virus resterebbe presente, ma una volta che le persone avranno sviluppato una certa immunità – sia attraverso un’infezione naturale, oppure in seguito ai vaccini – le forme gravi della patologia sarebbero più rare.

“Ma rimarrà comunque una parte della popolazione non immunizzata, che rimarrà in pericolo”, aggiunge con maggior cautela Julien Riou. “Bisognerà in ogni caso accrescere le capacità ospedaliere per poter far fronte all’afflusso di pazienti, ma anche rafforzare a monte l’educazione sanitaria e vaccinale, oltre che le strutture sanitarie pubbliche e nell’ambito della ricerca”.

In futuro, l’indicatore relativo al numero dei casi avrà un peso minore, e i test saranno meno frequenti. ”Bisognerà predisporre altri metodi di sorveglianza, basati sui ricoveri, o anche reti di laboratori e medici generalisti, seguendo l’esempio del ‘modello Sentinella’ che nella Confederazione coordina le segnalazioni relative a malattie infettive”.

“Finora, oltretutto, non mi sembra che si sia fatto abbastanza per tentare di ridurre le trasmissioni del virus circolante via aerosol, in particolare migliorando la ventilazione degli spazi chiusi destinati al pubblico”, sostiene Antoine Flahault. “Del resto, l’arrivo sul mercato di nuovi medicamenti, in particolare quelli con proprietà anti-virali, potrebbero cambiare profondamente e in modo durevole il corso di questa pandemia, sempre che la loro somministrazione consenta di limitare le forme più severe, e quindi i ricoveri o i decessi”. Musica del futuro.


La famiglia ringrazia

A 50 anni dall'entrata in politica, candidature femminili in crescita per il Gran Consiglio ma meno a livello comunale – I risultati di una ricerca