La resistenza degli ucraini, le proteste contro la guerra nelle città russe, e la Russia che ricorda di essere potenza nucleare
Kiev non cade alla prima violenta spallata russa. Come, ovviamente, avrebbe preferito l’uomo del Cremlino. E come pronosticavano gli esperti di faccende militari. Invece, almeno per ora, gli ucraini reggono più del previsto. E qualche grattacapo cominciano a procurarlo a Vladimir Putin, il ‘geniale’ stratega insistentemente celebrato oltre Atlantico dall’ irrecuperabile Trump. In soli dieci giorni (mentre nelle città russe si formano lunghe code ai distributori bancomat, e finiscono in galera non pochi oppositori alla guerra) al Cremlino si è passati dal riconoscimento delle Repubbliche auto-proclamate indipendenti delle regioni russofone ribelli, all’entrata nel Donbass orientale dei primi reparti di Mosca, all’assedio non risolutivo della capitale, all’ordine di ‘offensiva generale’, alla decisione di allertare addirittura il dispositivo di sicurezza atomica. Non significa certo che la Russia rischi di perdere la guerra scatenata contro il Davide ucraino: non soltanto perché intatto rimane lo squilibrato rapporto fra le forze militari in campo, ma anche per la continuità territoriale su cui ora può contare l’esercito d’invasione.
Eppure qualche fessura si intravvede nella sicumera che veste la postura, le analisi, gli annunci dell’autocrate. Che non ha convinto i “fratelli” al di là del mitico fiume Dnepr a rigettarsi spontaneamente nelle braccia di Madre Russia; che ha definito il presidente Zelen’sky il capo di una banda di ‘drogati e neo-nazisti’; che ha inutilmente chiesto ai generali nemici di liberarsene con un colpo di Stato. E che ora accetta una trattativa senza precondizioni, naturalmente da tenersi in terra amica, quella del suo alleato e dittatore bielorusso Lukashenko. Che se ne è uscito con il più inverosimile ma minaccioso dei moniti: “le sanzioni occidentali spingono verso la guerra nucleare”. Ma come?, il ‘geniale’ non le aveva messe in conto? Non aveva tutto previsto? Non ha predisposto contromisure adeguate (magari attraverso ospitali canali finanziari alternativi cinesi) per neutralizzare l’esclusione (parziale) di banche russe dal circuito finanziario internazionale? E non dovrebbero essere un boomerang anche per le nostre economie?
Sta di fatto che quelle sanzioni – pur producendo i loro effetti solo tra settimane o mesi – potrebbero avere conseguenze molto pesanti sulla situazione di un paese, la Russia, che ha la sua ricchezza principale e quasi esclusiva nell’esportazione di gas e petrolio, che ha investito molto del suo budget nelle spese militari, che ha una società fra le più diseguali fra i paesi industrializzati, e il cui rapporto Pil pro-capite, a parità di potere d’acquisto, nell’anno pre-pandemico 2019 era appena al di sopra di quello della Bulgaria. E adesso c’è da sommare la fattura della guerra. Fattura salata. Nano economico ma potenza militare, si continua a ripetere della Russia. Ma anche questo è solo in parte vero. Mosca destina alla difesa 60 miliardi di dollari, gli Stati Uniti sono vicini agli 800 miliardi, la Cina è a 252, Germania Francia Italia insieme 134 miliardi. Ma certo, la differenza la fa l’arsenale atomico. No, non è assolutamente un caso se a Mosca e a Kiev se ne parla apertamente. E minacciosamente. Al tavolo delle annunciate trattative (si dice insistentemente chieste a Mosca da Pechino), che si terrebbero al posto doganale bielorusso di Aleksandrovka-Vilcha, le parti vogliono presentarsi ciascuno col massimo del loro peso negoziale. Gli ucraini con i risultati di una resistenza imprevista e con alle spalle le sanzioni occidentali. I russi anche col richiamo alla loro potenza nucleare. E non è un bel viatico.
Pubblicato oggi da ‘laRegione Ticino‘
Nell’immagine: pannello sulla strada per il posto doganale fra Aleksandrovka (Bielorussia) e Vilcha (Ucraina), da Google Maps
I se e i ma
La resistenza degli ucraini, le proteste contro la guerra nelle città russe, e la Russia che ricorda di essere potenza nucleare
Di Danilo Baratti
Ho partecipato anch’io alla videoriunione in cui si è deciso il testo dell’appello per un presidio contro la guerra tenutosi sabato a Bellinzona (lo si può trovare sul sito dell’MPS, del PS, del Forum alternativo, o sul prossimo numero di «Nonviolenza», per cui ho scritto una prima versione di questo articolo). Doveva essere breve, l’appello, andar bene a tutti, essere licenziato in fretta. Sono situazioni che non consentono troppe limature e integrazioni: vista la molteplicità e la diversità degli attori in gioco si può già essere contenti quando si arriva rapidamente a un accordo operativo. Così è stato (e sabato a Bellinzona c’era parecchia gente). Lo spazio più tranquillo di questa pagina permette invece qualche sfumatura e qualche integrazione.
Parto dallo slogan della manifestazione: «No alla guerra senza se e senza ma». Una forma molto abusata, che vuole dar forza all’asserzione. Non mi è mai piaciuta, anche perché trovo importanti i “se” e i “ma”, che rimandano al dubbio e alla riflessione. «No alla guerra» basta e avanza, non ha bisogno di rafforzativi ineleganti. I “se” e i “ma” possono invece richiamare le dinamiche che hanno portato a questa guerra, i passi fatti e quelli che si sarebbero potuti fare o evitare, le cose che stanno nella testa di Putin, del suo omologo ucraino, di Biden, dei dirigenti della Nato, dei vari laeder europei, e quindi anche le “ragioni” (fallaci ma legate a preoccupazioni e interessi reali) degli uni e degli altri.
Rispetto ad altri lanciati in altre parti della Svizzera – che si limitavano a condannare l’invasione e a chiedere libertà e solidarietà per la popolazione ucraina e sanzioni economiche per la Russia – l’appello di Bellinzona ha il merito di porre la questione in un quadro più ampio e complesso: accenna anche alla Nato, alla smilitarizzazione, alla solidarietà verso chi si oppone alla logica della guerra e non solo alle vittime ucraine. Equidistanza? Non si tratta di questo, anzi. Per quel che mi riguarda, non sono equidistante: sono distante anni luce dalla logica della guerra. Ma intanto, in questo sabato sera 26 febbraio 2022, mentre sto scrivendo, la Russia intensifica nervosamente lo sforzo bellico, il presidente ucraino si profila come un eroe popolare incitando alla resistenza armata, Germania e Francia promettono forniture immediate di armi all’Ucraina, centinaia di migliaia di ucraini premono alle frontiere polacche, i russi continuano i bombardamenti, i loro carri armati hanno sollevato e messo in movimento le polveri radioattive di Chernobyl, gli ucraini distruggono i propri ponti e le proprie ferrovie, Kiev si sta forse trasformando in una nuova Grozny: un eroico deserto di macerie. Si profila un immane disastro ambientale, economico (quante risorse sono già andate in fumo, da una parte dall’altra) e sociale: eccola qui, al suo grado più basso, la famosa triade della sostenibilità.
È una situazione che ammutolisce, eppure di cose da dire ce ne sono tante: e, pur nella denuncia ferma delle scelte putiniane, forse sono proprio dei “se” e dei “ma”. Do la parola, nel limite dello spazio disponibile, a due voci uscite in questi giorni, apparentemente lontane ma forse no.
Pietro Montorfani scrive su «Naufraghi/e» (25 febbraio), a proposito delle giustificazioni storiche addotte dal presidente russo: «Putin ha offerto, da questo punto di vista, un capolavoro di disonestà intellettuale come avviene soltanto nei peggiori sistemi totalitari, nei quali il controllo si esercita, assai prima che sui corpi e sulla realtà concreta delle persone, sulle loro menti attraverso lo strumento potentissimo della lingua. Termini quali “denazificazione” e “genocidio”, utilizzati con agghiacciante disinvoltura nei suoi discorsi, sono segnali di una mente che non ha (più?) un rapporto lineare con la realtà dei fatti, né tantomeno con le categorie storiche». Giusto.
Barbara Spinelli, nell’articolo «Una guerra nata dalle troppe bugie», sul «Fatto quotidiano» (26 febbraio) e sul suo blog ricorda alcuni di quei «passi fatti e quelli che si sarebbero potuti fare o evitare», come dicevo prima, mettendo in luce altre responsabilità, più “nostre”, accanto ai disperati sogni di potenza di Putin. La riprendo in parte: «L’Occidente aveva i mezzi per capire in tempo che le promesse fatte dopo la riunificazione tedesca – nessun allargamento Nato a Est – erano vitali per Mosca. Nel ’91 Bush Sr. era addirittura contrario all’indipendenza ucraina. L’impegno occidentale non fu scritto, ma i documenti desecretati nel 2017 (sito del National Security Archive) confermano che i leader occidentali – da Bush padre a Kohl, da Mitterrand alla Thatcher a Manfred Wörner Segretario generale Nato – furono espliciti con Gorbaciov, nel 1990: l’Alleanza non si sarebbe estesa a Est “nemmeno di un pollice” (assicurò il Segretario di Stato Baker). Nel ’93 Clinton promise a Eltsin una “Partnership per la Pace” al posto dell’espansione Nato: altra parola data e non mantenuta. (…) La promessa finì in un cassetto, e senza batter ciglio Clinton e Obama avviarono gli allargamenti. In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri, schierando armamenti offensivi in Polonia, Romania e nei Paesi Baltici ai confini con la Russia (a quel tempo la Russia era in ginocchio economicamente e militarmente, ma possedeva pur sempre l’atomica).
Nel vertice Nato del 2008 a Bucarest, gli Alleati dichiararono che Georgia e Ucraina sarebbero in futuro entrate nella Nato. Non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di “impero della menzogna”». Poi Spinelli tocca l’obbligo di rispetto dei confini internazionali, fondamentale nel secondo dopoguerra: «Putin non è stato il primo a violarlo. L’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo lo violò per primo nel ’99 (chi scrive approvò con poca lungimiranza l’intervento). Il ritiro dall’Afghanistan ha messo fine alla hybris e la nemesi era presagibile. Eravamo noi a dover neutralizzare l’Ucraina, e ancora potremmo farlo. Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’Ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare). Noi a dover vietare alla Lettonia – Paese membro dell’Ue – il maltrattamento delle minoranze russe. Non abbiamo difeso e non difendiamo i diritti, come pretendiamo. Nel 2014, facilitando un putsch anti-russo e pro-Usa a Kiev, abbiamo fantasticato una rivoluzione solo per metà democratica. Riarmando il fronte Est dell’Ue foraggiamo le industrie degli armamenti ed evitiamo alla Nato la morte cerebrale che alcuni hanno giustamente diagnosticato. Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere».
Ora, tutto questo non giustifica. Ma spiega, qualcosa spiega.
Un mare profondo e infinito che non si potrà mai recintare
La resistenza degli ucraini, le proteste contro la guerra nelle città russe, e la Russia che ricorda di essere potenza nucleare
Il primo marzo di dieci anni fa, in una camera d’albergo di Montreux e a poche ore dall’aver dispensato canzoni memorabili, estro artistico e numeri d’alta scuola tra le mura dell’ Auditorio Stravinsky concludeva la sua parabola terrena un geniale folletto, anarcoide e peloso, goloso di vita e ricco di umanità le cui molecole, credetemi, sprizzavano musica, intelligenza anche emotiva e profonda leggerezza. Congedandosi gonfiò i nostri cuori di poesia. Quella di una data ormai iconica (4 marzo ’43) o di una Piazza, certo Grande che appartiene a tutti noi come è giusto che sia, randagi compresi. E poi c’è quel canto antico, fradicio di nostalgia e rimpianti che la sera, alzandosi da una terrazza avvolta dal crepuscolo fa vibrare il golfo di Sorrento.
Ma la poesia di Lucio Dalla è tanto, tanto altro ancora come l’iridescente creatura immaginata al Check point Charlie di Berlino e a cui affidare speranzosi squarci di futuro, anzi di Futura, “un nome che questa notte mette già paura”. E come non emozionarsi gustando l’umanità gioiosa e schiamazzante che galleggia tra i vicoli di Roma nella Notte dei miracoli, “talmente nera che sporca le lenzuola”?
Unico Lucio Dalla, geniale, a dir poco, irriverente, curioso, eclettico sperimentatore che amava giocare nel senso più nobile del termine. Uno che non aveva bisogno di scrivere parole ricercate perché già intense di loro, che era stato a bottega dal poeta bolognese Roberto Roversi, ex partigiano, collaboratore di Pasolini, già co-direttore di Lotta Continua. E proprio con lui il nostro Lucio, in cerca di nuovi stimoli creativi, formò un sodalizio a dir poco epico per la qualità e le innovazioni nell’ambito della canzone italiana allora stretta, ricordiamo, tra la morsa del cantautorato e di un festival di Sanremo esangue, moribondo.
Erano gli anni ’70 della contestazione e di una politica offerta da partiti moribondi a loro volta, che si sciolsero di lì a poco. E lui clarinettista autodidatta, appassionato di Jazz già collaboratore di Chet Baker, che amava i Beatles, Dylan e il rock, grazie alle “parole” di Roversi, e al loro costante incontro-scontro liberò tutto il suo estro vocale, musicale e artistico regalandoci un trittico da urlo: Il giorno aveva cinque teste (1973), Anidride solforosa (1975) e Automobili (1976). Dischi che invito a scoprire o riscoprire anche se più ostici rispetto ai precedenti e ai successivi; ricchi di una musicalità debordante e spesso affrancati dalla forma canzone tradizionale.
Ed è in quegli anni che Dalla muta pelle, si trasforma: la crisalide mette le ali. Era inquieto e in crisi perché non sopportava i cliché che gli avevano appiccicato addosso e si rifiutava di riscrivere la copia infinita di “Piazza Grande” giusto per compiacere pubblico e discografici. Annusava il presente e ne coglieva il cambiamento sociale, politico e culturale in atto. E dunque temi caldi e urgenti quali l’occupazione, l’alienazione della fabbrica, il femminismo, l’inquinamento o la lotta al capitalismo sono nelle sue corde, anche artistiche.
Grazie a Roversi l’artista bolognese si mise in gioco. Con sofferenza certo e coraggio. Vincendo! Perché quell’intensa esperienza ci consegna un artista tra i più geniali, innovativi e poetici della storia della canzone italiana. Rescisso il cordone ombelicale, Lucio Dalla inizia a scrivere e cesellare parole, ed è come se questa pratica non avesse mai avuto segreti per lui. E fa saltare il banco inanellando dischi e canzoni da applausi incondizionati che lo proiettano oltre le stelle, consegnandogli fama, successo e gloria sempiterna.
“Come è profondo il mare” del 1977 racconta con immagini cupe e disordinate non tanto una delle sue grandi passioni / ossessioni: quel mare che spesso e volentieri invade la sua poetica. È il mare dell’inconscio, quello dei pesci filosofi, delle mosche che non fanno dormire e della chirurgia sperimentale. Quello, come qualcuno scrisse “delle domande senza risposta o delle risposte che fanno paura”. Ma a far bella mostra di sé in questo album c’è quel “Disperato erotico stomp” che a sua volta segna un’epoca col suo apparente incedere scanzonato, rivelando invece un contributo al dialogo allora complicato con le femministe, per le quali il maschio era un essere meschino e sciagurato.
In quegli anni Dalla è in uno stato di grazia. Nel ’79 pubblica “Lucio Dalla”, che è il disco di “Stella di mare”, di “Anna e Marco” – poche mirabili pennellate per descrivere la realtà e i sogni dei due adolescenti emblematici di tante giovani vite che dalla mediocrità che le avvilisce non trovano il coraggio di uscirne -, di “Cosa sarà” o “L’anno che verrà” per sceglierne giusto quattro. Un album che ridisegna per ricchezza e raffinatezza i confini della musica cantautorale italiana, mortificando al contempo i suoi colleghi. Lucio è incontenibile, un fuoco d’artificio. L’estate la vive scolpendo un’altra pagina epocale: “Banana Republic”, il tour con Francesco De Gregori, anch’esso entrato nella memoria collettiva di un paese come le sue canzoni.
L’anno successivo “Dalla” conferma la forma strepitosa in cui versa. Anche qui una manciata di fuochi d’artificio che dipingono la meraviglia sul volto del pubblico. E così su su, attraversando gli anni ’80 e ’90 perdendo forse qualche colpo, sperimentando altri linguaggi nella “sua” canzone (dall’elettronica, al fado, dalla romanza al rap) mantenendo una qualità invidiabile e un’ispirazione assai rara che gli permette di cesellare comunque altri capolavori. E come scordare la tournée e il relativo disco Dalla-Morandi che si rivelano un’operazione e soprattutto un connubio esplosivi, divertenti, acclamati?
O quando nel 1991 sotto l’egida della RSI in occasione dei festeggiamenti per il 700° della Confederazione, e nell’ambito della Festa federale della Musica che si svolse a Lugano, Lucio si innamorò della poesia di Giorgio Orelli? Sotto lo sguardo compiacente del “vate leventinese”, Dalla, anzi: “il Dalla” come ripeteva Orelli, musicò una manciata di sue liriche tra cui “Kawasaki” e “Calmo mare”. Anche questa è una testimonianza, l’ennesima, di come e quanto Domenico Sputo (pseudonimo affisso sul citofono della casa nel cuore di Bologna) fosse sempre stato oltre che uno spirito libero un uomo e un artista curioso, originale, voglioso di sperimentare e comunicare, di esplorare e unire linguaggi, che non si è mai crogiolato nel successo o nel glorioso passato. E questa, ancora oggi, soprattutto oggi, è una grande lezione oltre a esser “merce rara”.
Un uomo che dal profilo artistico ha avuto molti figli – Ron, Carboni, Bersani, Carone – ma nessun vero erede. Un uomo di cultura e passioni extra musicali: dall’amore per la cultura mitteleuropea e la pittura espressionista tedesca alla poesia, e alla letteratura più in generale, senza scordare altri piaceri. Il basket e la sua amata Virtus, il calcio dell’altrettanto amato Bologna che andava a tifare assiduamente al Dall’Ara con Morandi, Mingardi ed altri compagni di merenda. E poi il cinema e il mare, possibilmente delle Tremiti, col canto delle diomedee che si annidano tra le rocce, e il vino che produsse pure, lo “Stronzetto dell’Etna”, quando in visita a casa Battiato, a Milo, sulle pendici del vulcano, si innamorò di quei luoghi acquistando una proprietà con annesso vigneto.
Innamorato della modernità pur non rinnegando mai le radici, a dieci anni dalla scomparsa la sua opera, la sua arte, i suoi incontri sono ancora lì, ben impressi nel nostro vissuto e immaginario e dovrebbero ricordare, soprattutto a chi “maneggia” l’arte della forma canzone, che l’estro, la fantasia, il coraggio di sperimentare, se espressi con ricerca e seria applicazione, non devono farsi ingabbiare dagli steccati, quelli della mente in primis. Perché sono o dovrebbero essere espressione di un pensiero che “come l’oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”.
Entrata in maceria: una questione di tempi e di modi
La resistenza degli ucraini, le proteste contro la guerra nelle città russe, e la Russia che ricorda di essere potenza nucleare
Lo scorso 23 febbraio, con un contributo in anteprima assoluta di Rocco Bianchi sul nostro sito, abbiamo pubblicato ampi stralci del testo ufficiale del “Decreto di abbandono” firmato dal Procuratore Generale Andrea Pagani a proposito dei fatti legati all’abbattimento di parte dell’ex-Macello, sede degli autogestiti del Molino. (https://naufraghi.ch/ex-macello-i-fatti-i-reati-e-le-bugie/).
Si è trattato di una lettura attenta e rigorosa di quanto risulta ufficialmente dall’indagine su un evento che, come noto, ha continuato e continua a lasciare strascichi nella politica e nell’opinione pubblica in relazione ad una serie reiterata di dichiarazioni e controdichiarazioni delle parti coinvolte che hanno indotto il PG a parlare di una procedura, quella dello sgombero e della demolizione, che “ha dell’incredibile”.
Dalla nostra zattera, grazie al qualificato lavoro di un nostro collega, abbiamo dunque potuto fornire significativi ulteriori elementi per leggere, sulla scorta delle più diverse testimonianze portate in procura, quanto sia avvenuto la sera e la notte del 29 maggio scorso. Ne fanno fede anche gli eccezionali riscontri che abbiamo avuto a seguito della pubblicazione del citato articolo.
A riprova del suo indubbio interesse e della sua importanza è giunta ieri la pubblicazione, nel sito e su “La Domenica” del Corriere del Ticino, di due pagine consacrate allo stesso documento della procura generale, presentato analogamente a quanto fatto da “Naufraghi/e”.
Prendiamo atto con malcelata soddisfazione che il nostro lavoro, quello prodotto sulla nostra modesta “zattera”, arrivi ad essere in grado di stimolare il maggior gruppo editoriale cantonale a voler dar conto a sua volta di fatti che meritano la massima attenzione.
Sommessamente, in tutta discrezione e con la massima comprensione verso chi è stato chiamato da “La Domenica” a scriverne, vorremmo solo far notare che sarebbe buona abitudine, come normalmente avviene in casi come questo, dare almeno atto del lavoro altrui, pubblicato quattro giorni prima, con un rinvio ed una citazione.
La Redazione
E Putin riporta i pacifisti in piazza
La resistenza degli ucraini, le proteste contro la guerra nelle città russe, e la Russia che ricorda di essere potenza nucleare
Torna nelle piazze, e speriamo che ci rimanga fino a quando sarà necessario. È il pacifismo. Muto da anni. Molti anni. Ci fu qualcosa per la guerra in Iraq. Ma nulla o troppo poco per la tragedia che dilaniò l’ex Jugoslavia, che per l’Europa e per ora rimane il peggio dai tempi della seconda guerra mondiale: lo è stato per numero di vittime, per ferocia nazionalista, per la violenza delle pulizie etniche, per distruzioni, per scombussolamento della carta geografica balcanica. Poi il silenzio. Su tanti altri teatri di conflitto, su altre stragi, su altre (tantissime) vittime. Solo indifferenza, nonostante il profluvio di terribili immagini? Non proprio. Allora stanchezza? Assuefazione? Senso di impotenza? Possibile. Possibile anche che comunque si trattasse di un’elaborazione incompleta, parziale, mutilata; l’idea che quelle armi, quelle bombe, quei massacri fossero cose lontane, cose d’altri, da tenere a distanza.
Tranne poi scoprire che era auspicio irrealistico, impossibile; e scoprire che la Storia (soprattutto, o quasi sempre, quella peggiore) esonda, defluisce dai suoi confini iniziali, ti coinvolge, e ti interroga. Profughi: poca accoglienza, troppo filo spinato lungo i nostri confini e attorno alle nostre paure, comprensibili ma spesso irrazionali e pesantemente strumentalizzate per gli slogan che ancora gonfiano le vele dell’intolleranza. Fors’anche, anzi probabilmente, perché quei poveracci in fuga provenivano da terre martoriate da fame e altre guerre ma anche terre d’Islam, indicato come il nuovo nemico, il grande allarme, convinzione alimentata anche dal jihadismo dei tagliagole che colpirono le città europee. Più che sufficiente a cancellare anche i risultati mai abbastanza segnalati dell’integrazione possibile, come è documentabile da quel milione arrivato nella Germania merkeliana in un momento (2015) di generosità, e di lucidità.
Oggi è diverso. L’Ucraina aggredita dal signore del Cremlino non è la Siria, non lo Yemen, non l’Iraq, non la Libia, non l’Africa. Certo, si tratta di ‘commozione a geometria variabile’, e può non piacere. Gli ucraini li senti ‘nostri’. Come avvenne per gli ungheresi del ’56, per i cecoslovacchi del ’68. Religione cristiana, giovani e adulti che potrebbero confondersi senza suscitare curiosità preoccupata fra i pedoni delle nostre città, confini non più blindati, con paesi della Vecchio Europa. In parte (sì, in parte) fu così anche con la gente scappata dalla ‘macelleria’ balcanica, che portavano comunque le stigmate di un conflitto feroce e ancor più enigmatico. Ancor più incomprensibile.
Adesso nella stessa Russia si registrano eroici gesti di protesta pubblica (con l’ex presidente Medvedev che auspica la pena di morte per chi osa). Adesso le piazze occidentali tornano ad affollarsi. Accade in tutta Europa. Certo, nulla di paragonabile con quelle degli Anni Settanta, quando vi fu la grande mobilitazione contro il dispiegamento all’Ovest degli euromissili Pershing e Cruise, per fronteggiare gli SS-20 sovietici (con il problema, segnalò l’allora cancelliere Helmut Schmidt “che di là ci sono i missili. Ma comunque le voci contro la guerra tornano a farsi sentire. In alcune città, a decine di migliaia, bandiere della pace insieme a quelle ucraine. Anche perché dopo pochi giorni di spari, bombardamenti, vittime, rifugi pieni, fiumi di fuggiaschi, e anche di una resistenza armata più tenace del previsto, c’è più consapevolezza della gravità di quanto sta accadendo, anche per noi e per la nostra quotidianità, pure economica. E più consapevolezza di cosa significhi la logica sopraffattoria e l’attacco, sul teatro europeo, alla pur imperfetta difettosa democrazia, e sappiamo quanto quella ucraina abbia conosciuto ombre e ambiguità e distorsioni. Democrazie fragili, le nostre, che necessitano trasformazioni sostanziali anche in fatto di equità e giustizia sociale. E non è per nulla strano o casuale che l’offesa alla possibilità di riuscirci venga in questo momento proprio da un autocrate come Putin che definisce ‘obsoleti’ i regimi parlamentari, in sintonia col suo (provvisorio) sodale cinese Xi.
Nümm carnevaa, luur pori suldaa
La resistenza degli ucraini, le proteste contro la guerra nelle città russe, e la Russia che ricorda di essere potenza nucleare
Il dilemma della Cina sulla guerra di Putin
La resistenza degli ucraini, le proteste contro la guerra nelle città russe, e la Russia che ricorda di essere potenza nucleare
Mentre l’Occidente inasprisce le sanzioni contro la Russia e valuta l’eventuale blocco di Swift, il sistema di trasferimentointernazionale di denaro, ci si chiede se e per quanto la Cina aiuterà Vladimir Putin a superare queste difficoltà, continuando a comprare gas e petrolio e permettendogli di usare il sistema di pagamento alternativo cinese, per circumnavigare le restrizioni.
Nel giorno di apertura delle Olimpiadi invernali, il 4 febbraio scorso, i due paesi hanno annunciato una collaborazione “senza limiti” e un aumento del commercio bilaterale a 250 miliardi di dollari entro il 2025, il doppio rispetto al 2021. Quando Mosca ha lanciato l’attacco militare contro l’Ucraina, le autorità doganali cinesi hanno revocato le restrizioni sull’importazione di grano russo, che rappresenta più di un quarto della fornitura globale.
Venerdì scorso, la Cina si è astenuta dal votare su una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite redatta dagli Stati Uniti, volta a porre fine alla guerra in Ucraina. Secondo la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, le sanzioni non sono il modo migliore per risolvere i problemi.
Pur volendo rafforzare i legami con Mosca, il vero ruolo della Cina non è del tutto chiaro: appoggiare l’aggressione russa in Ucraina, significherebbe subire dei duri contraccolpi politici ed economici in Occidente, ma anche nel resto d’Asia, considerato che Giappone, Corea del Sud, Singapore sono più allineati con gli Stati Uniti nella risposta al conflitto in corso.
Secondo alcuni osservatori, l’attacco militare lanciato da Mosca avrebbe colto di sorpresaanche Pechino. Il suo sostegno al Cremlino era probabilmente basato sulla convinzione che non ci sarebbe stata un’invasione dell’Ucraina su larga scala. Sebbene si tratti di speculazioni, gli sviluppi degli ultimi giorni potrebbero comunque costringere la Cina a ripensare alla sua posizione, ai toni e al suo messaggio.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin si è rifiutato di parlare di invasione, ma ha affermato che la Cina riconosce l’Ucraina come Stato legittimo. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, ha esortato tutte le parti ad allentare le tensioni. Approvare l’incursione di un paese sovrano minerebbe l’obiettivo del presidente Xi Jinping di essere visto come un leader mondiale credibile. Le autorità cinesi insistono da sempre sul principio di non interferenza negli affari interni di altri paesi e si aspettano che il resto del mondo faccia lo stesso per le questioni cinesi.
Negli ultimi anni, Pechino ha perseguito un’agenda multilaterale per attirare altre nazioni nella sua sfera economica, che comprende il finanziamento di progetti miliardari sia in Russia che in Ucraina, parte dell’iniziativa Belt and Road, la nuova via della seta. Pechino vorrebbe mantenere buone relazioni con Kiev: il 90% delle importazioni cinesi di granoturco proviene infatti dall’Ucraina, che fornisce anche materiale bellico.
In una telefonata, Xi ha invitato il collega del Cremlinoa negoziare con l’Ucraina, segnalando un cambiamento di atteggiamento verso la Russia. Poco dopo, Putin si è detto pronto a discutere con Kiev. Non ci sono dubbi che la Cina giochi un ruolo cruciale, ma quanto è grande la sua influenza?
Prima che Putin annunciasse l’operazione militare nel Donbass, gli Stati Uniti hanno accusato Mosca e Pechino di voler creare un ordine mondiale “profondamente illiberale”; a sua volta la Cina ha incolpato Washington di aver esacerbato le tensioni. Ma con l’aggravarsi della situazione in Ucraina, gli Stati Uniti potrebbero aver bisogno di Xi Jinping per convincere Putin a cessare il fuoco.
Sono passati esattamente 50 anni dalla normalizzazione dei rapporti tra Washington e Pechino. Il 21 febbraio del 1972 iniziava la visita del Presidente americano Nixon nella Repubblica Popolare Cinese, evento che cambiò la Storia. Le relazioni tra le due potenze rivali sono estremamente tese e complicate; eppure, oggi come allora, la necessità di dialogo, il bisogno di collaborazione, sono più urgenti che mai.
Giornalisti russi contro Putin
La resistenza degli ucraini, le proteste contro la guerra nelle città russe, e la Russia che ricorda di essere potenza nucleare
“Mai nella mia vita, a parole o con atti, ho sostenuto il potere di Putin, non ho mai votato per lui, e oggi provo vergogna, ho la nausea” scrive Anton Dolin prima di rivolgersi direttamente al popolo ucraino: “Non vi chiedo perdono, perché perdonare quello che sta avvenendo è impossibile”.
È la voce di dissenso che viene, faticosamente e con non pochi rischi, da una Russia in guerra, agli ordini del suo nuovo “zar”, Vladimir Putin. Un dissenso che passa attraverso blog più o meno “protetti” e da un sito “Ekho Moskvy” di orientamento fortemente critico verso il regime, che sta raccogliendo testimonianze di giornalisti ed intellettuali che si oppongono alla guerra dichiarata all’Ucraina.
Il giornalista Alexander Nevzorov, per esempio, evoca la “Marcia funebre” di Chopin per riassumere gli avvenimenti di questi giorni. E vi aggiunge tutto il proprio disgusto, affermando che non ci sarà alcun “miracolo militare”, che le operazioni belliche sono destinate a diventare solo, e tragicamente, “un terribile e sanguinoso disordine, che durerà a lungo”. Del resto, continua, “la forza dell’Ucraina non sta là dove oggi stanno colpendo i missili russi”.
Le ragioni della guerra, esposte con l’utilizzazione di un ampio armamentario di revisionismo storico da parte del leader del Cremlino, sono comunque destinate ad esaurirsi, così che “ la guerra finirà, presto o tardi sui banchi del tribunale dell’Aia, dove dovranno sedere tutti coloro che l’hanno fomentata, approvata, elaborata, creata, eseguita. È inutile cercarne delle ragioni nella politica, nella geopolitica, nella costituzione, nel diritto internazionale. Non c`è alcun bisogno di cercare, perché quelle ragioni non esistono. Qualsiasi manuale di psichiatria potrebbe essere molto più utile per capire queste presunte ragioni. Ma in verità gli avvenimenti più terribili provengono da dove mai li si sarebbe immaginati, nemmeno dai libri di psichiatria, ancor meno da autori di squallidi testi incentrati sulla teoria del complotto storico”.
Quella che si libera online dai blog dissidenti è anche una certa collera verso un Occidente che fa troppa fatica, scrive ancora Nevzorov, ad assumersi un ruolo decisivo, quello che dovrebbe svolgere dando sostanza alla giusta indignazione nei confronti del proprio paese, un’indignazione verso un conflitto “troppo grave per l’umanità da essere risolto semplicemente negando ai diplomatici russi la possibilità di fare shopping a Milano”.
L’attore e ballerino Sergey Lazarev accenna al proprio figlio di sette anni terrorizzato dalla guerra e dichiara:” Voglio vivere in pace, lavorare e creare in tempo di pace! Lasciate vivere la gente! Nessuno può sostenere la guerra!”
Il senso di responsabilità e di vergogna nei confronti dei figli, dei bambini, torna spesso in questi appelli: “Come spiegare che degli adulti decidono chi deve morire e dove?” afferma indignata Ksenia Rappoport, l’attrice russa che vive da una quindicina d’anni in Italia.
In un video, lo sguardo diretto in camera [nell’immagine principale], Dmitri Muratov, premio Nobel per la pace e redattore capo della “Novaja Gazeta” annuncia che l’ultimo numero del suo bisettimanale esce eccezionalmente in russo e in ucraino, come segno di solidarietà di una redazione che si dichiara “in lutto”. Secondo Muratov, il tristemente celebre discorso di Putin per annunciare la guerra va letto né più né meno come una minaccia nucleare verso l’Occidente. Ma è un presidente “che gioca con il bottone rosso della bomba atomica fra le dita come si trattasse delle chiavi della propria auto di lusso”.
Da una cittadina di provincia in Ucraina, il reporter Vitali Taranenko fa invece giungere una triste descrizione della vita quotidiana di questi giorni, con supermercati saccheggiati e svaligiati in cui spariscono farina, zucchero, sale, cereali; prosciugati i bancomat, con la popolazione ormai in preda al panico. Proprio il panico, secondo Taranenko, è il grande nemico del popolo ucraino in questi giorni: è il primo e devastante effetto di questa guerra che, nonostante tutto, ancora oggi, esigerebbe la calma.
Sono numerosi i messaggi e le testimonianze come questa che si possono trovare in rete attraverso i blog che stanno crescendo, ad ogni ora che passa, nel contrapporsi alle decisioni dello “zar”, nella speranza di lanciare un allarme che giunga alle orecchie di un’Europa che ancora non sa bene che fare e di una popolazione russa che potrebbe anche mostrarsi capace di reagire.
L’oscenità del potere. La nostra oscenità
La resistenza degli ucraini, le proteste contro la guerra nelle città russe, e la Russia che ricorda di essere potenza nucleare
Crisi ucraina e poi la guerra, lo zar Putin e l’oscenità criminale del suo potere. Ma oscena è anche l’ipocrisia degli Usa e della Nato che si erano impegnati a “non allargarsi neppure di un pollice verso Est” – come sembra confermato da un documento pubblicato da Der Spiegel e datato 6 marzo 1991, dove il diplomatico tedesco Jürgen Chrobog afferma che “Abbiamo chiarito nei negoziati che non estenderemo la Nato oltre il fiume Elba”– eppure la Nato iniziava subito dopo la sua espansione verso Est. In realtà lo scioglimento del Patto di Varsavia avrebbe dovuto comportare – secondo ragione – lo speculare scioglimento dell’Alleanza atlantica, essendo venuto meno il nemico contro cui era nata.
Ma oscena – oscenamente oscena – non è solo la situazione in Ucraina. Non dimentichiamo che il potere – il Potere, come scriveva Pier Paolo Pasolini – è sempre osceno da che esiste il potere. Sia il potere che viene esercitato dal potere politico, economico e tecnologico su altri uomini e sulla biosfera; sia quello che ciascuno di noi ama esercitare sugli altri appena ne ha l’occasione.
“Oscena non è la foto di una donna nuda che mostra il pelo del pube, bensì quella di un generale vestito di tutto punto che sfoggia le medaglie della campagna del Vietnam”, scriveva il filosofo Herbert Marcuse nel suo Saggio sulla liberazione, del 1969 (un autore da riscoprire, Marcuse, per chi ha un po’ di anni sulle spalle; un autore da far scoprire alle giovani generazioni): e se oggi il pelo del pube non scandalizza più nessuno, in realtà neppure scandalizza un generale che sfoggia le sue medaglie, anzi. Perché ormai ci siamo abituati – l’abitudine è la più perversa e asservente delle patologie umane – anche all’oscenità quotidiana del Potere.
E quindi, andando oltre Marcuse, non dimentichiamo che oscena è stata la tecnocrazia dell’Unione Europea contro la Grecia; osceno è il complesso militare-industriale-tecnologico che sempre più governa il mondo intero e che deve generare guerre (la Terza guerra mondiale, secondo Papa Francesco) per poter massimizzare i propri profitti attraverso la disruption della vita; osceni sono i Grandi della terra (sic!) che fanno fallire la Cop 26 di Glasgow in nome del profitto privato e delle élite capitalistiche del globo; osceno è il genocidio europeo dei migranti nel Mediterraneo; oscene sono le banche svizzere al servizio di criminali, narcotrafficanti e dittatori (Suisse secrets, e non solo) e oscena è la legge che impedisce di fatto alla libera stampa di indagare sulle stesse banche; osceno è il GAFAM e osceno è il Metaverso di Zuckerberg, ulteriore passaggio alla artificializzazione della vita e all’amministrazione automatizzata della società via algoritmi, a prescindere dall’uomo e sempre in nome del profitto; oscena è la ricchezza di Bezos e di Musk.
Osceni in sé e per sé sono gli Stati Uniti, con la metà degli americani dalla parte del fascista / populista / riccastro Donald Trump; osceno è il colonialismo / apartheid israeliano (denuncia di Amnesty International) nella Palestina; osceno è lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro umano in tutte le sue forme; osceno è il rifiuto dei governi italiani di mettere fuori legge Forza Nuova e Casa Pound; osceno è il comportamento della polizia italiana che manganella gli studenti che protestano contro l’alternanza scuola-lavoro e chiedono una scuola che produca conoscenza per pensare e che stimoli lo spirito critico e non una scuola che insegni solo competenze a fare e quindi piegata agli interessi delle imprese; oscena è l’ideologia neoliberale che ci impone solo di adattarci al capitale; oscena è la privatizzazione dell’acqua a livello mondiale; osceno è l’egoismo dei No-Vax e dei No-Green pass.
Oscena è la nostra irresponsabilità verso la crisi climatica e verso le future generazioni (che poi sono i nostri figli e nipoti, ma sembra che di loro non ci importi nulla); oscene sono quell’industria e quella finanza globale che stanno trasferendo nell’ombra le attività dannose per l’ambiente (lo scrive The Economist), per cui negli ultimi due anni diversi fondi di private equity hanno comprato attività legate alle fonti fossili (e cioè inquinanti) per un valore di circa 60 miliardi di dollari, cercando ovviamente di ricavarne poi un profitto per sé; oscena è la nostra rinuncia alla privacy, cioè alla nostra libertà individuale, perché ce lo ha chiesto Mark Zuckerberg, a cui servivano i nostri dati e sempre per il proprio profitto privato.
Osceno era, una volta, ciò che appariva contrario al comune senso del pudore; ma osceno – lo ricorda ad esempio Nicola Piovani – “è anche una parola di origine teatrale. […] Ob scena, fuori dalla scena. Osceno quindi sarebbe ciò che sulla scena non deve essere mostrato, che non va esibito al pubblico”. In realtà, il Potere osceno ama sempre più mettersi in scena (Putin, ancora, su tutto), essere e presentarsi come deliberatamente osceno; e tutto diventa quindi, per contaminazione, osceno (nei due sensi indicati qui sopra) – e oscena è anche la nostra crescente mercificazione e la nostra datificazione / reificazione / alienazione impostaci dal sistema. Una oscenità accettata e quindi normalizzata – che è poi il modo con cui il Potere osceno rafforza se stesso e la volontà di potenza di sé e del proprio nichilismo. Cioè l’oscenità del Potere (nelle sue forme viste in precedenza, in un elenco che potrebbe continuare ancora) sembra oggi autoreferenziale e a riproducibilità infinita.
Ma allora, osceno – nel senso per noi più vero e fatto (marcusianamente) di spudoratezza, violenza, guerra esplicita e implicita, irresponsabilità, cinismo, disumanità, ecocidio, arroganza, sfruttamento – non è solo il Potere; osceno è anche ciascuno di noi che accetta questa oscenità del Potere.
Stéphan Hessel ci spronava a reagire, con la forza della passione e della ragione: Indignatevi! Era il 2010.
Nell’immagine: Keith Haring, “Retrospect” (1989)
La lunga marcia verso il disastro
La resistenza degli ucraini, le proteste contro la guerra nelle città russe, e la Russia che ricorda di essere potenza nucleare
Da molti anni, ormai, la Russia si mostra infastidita nel vedere la NATO avvicinarsi sempre più alle proprie frontiere, fino ad arrivare in Ucraina, una realtà nazionale concepita come storicamente e culturalmente indissolubile dalla madrepatria russa. Del resto si sta parlando di due secoli abbondanti di rapporti comuni. Persino Solgenitzin è stato a suo tempo sostenitore dell’unione o riunione fra i due paesi.
Ripetutamente, nel recente passato, Putin ha chiesto che fosse negoziato un accordo di sicurezza che tenesse conto dei profondi legami storici fra Russia ed Ucraina. Certo, si possono giudicare queste premesse come frutto di convinzioni o di paure assolutamente ingiustificate, ma resta il fatto che è con quelle convinzioni che si è giunti alle drammatiche recenti decisioni del Cremlino senza che l’Occidente ritenesse di dover entrare in materia.
Eppure, 17 Paesi europei sono diventati membri effettivi della NATO dopo la caduta dell’Unione Sovietica e l’Ucraina da tempo pareva destinata a compiere lo stesso passo; non pochi sono stati gli episodi di crescente tensione che hanno contraddistinto la storia recente della regione fra istanze separatiste ed uno stato di conflitto permanente alimentato dalle due parti. Non senza importanza anche il sempre più diffuso malessere di una parte della popolazione russofona di fronte all’obbligo dell’uso dell’ucraino nelle scuole di tutto il Paese imposto dal Governo di Kiev.
In queste ultime settimane si è forse sinceramente creduto che le pressioni militari sulla frontiera Ucraina decise dal Cremlino fossero una mossa diplomatica per giungere a decisioni chiare in proposito. E infatti, innumerevoli sono stati gli incontri al vertice fra tutti i leader coinvolti più o meno direttamente, in cui, a dire la verità, nessuno fra i rappresentanti europei e americani ha saputo e voluto escludere un’eventuale adesione dell’Ucraina alla NATO.
Si può dubitare o sottilizzare finché si vuole sulla buona fede delle mosse di Putin, ma resta il fatto che il leader del Cremlino, trovatosi così in evidente difficoltà abbia infine scelto di andare fino in fondo, puntando sulla guerra come forse aveva anche già sperato di fare in passato.
Ma quale guerra? È ancora presto per dirlo. Alexandre Vautravers, esperto in strategia e redattore capo della “Rivista militare svizzera”, ritiene che l’invasione non dovrebbe sfociare in una “occupazione” classica, capillare, in ogni piazza, in ogni via, ma mirerebbe piuttosto a colpire le infrastrutture militari ed amministrative del Governo ucraino. Un primo passo, in questo senso, pare già fatto con la distruzione degli aeroporti. L’obiettivo russo pare insomma sostanzialmente quello di annientare l’esercito ucraino nella speranza (alquanto aleatoria, in verità) di un radicale cambio al potere.
Una prospettiva caotica e tragica. Anzitutto per la popolazione, già provata dalle quotidiane ristrettezze economiche, da una politica economica che favorisce palesemente l’arricchimento di pochi oligarchi e che si trova ora persino sotto le bombe.
Vale la pena di ricordare che, secondo fonti giornalistiche ucraine, un recente sondaggio aveva mostrato come il 60% della popolazione fosse favorevole ad un orientamento filo-europeo e a favore dell’adesione alla NATO, mentre il restante 40% era composto da filo-russi e da indecisi sul tema.
Non sarà dunque facile per Putin scalzare il giovane e valoroso presidente Zelensky e metterci un suo uomo di paglia. Le assurde dichiarazioni che evocano termini come “genocidio” dei russofoni o “denazificazione” del regime ucraino possono soltanto infiammare ulteriormente l’opinione pubblica ucraina, in particolare quella nazionalista. Dopo l’esibizione della propria forza militare, insomma, Putin rischia di ritrovarsi impantanato in una situazione di pericoloso stallo.
Anche l’America di Biden ha legittimamente da porsi qualche problema. Infatti, in queste ultime settimane, ha non poco contribuito ad esacerbare i toni della crisi, da anni si è fissata con la sua ossessione anti-russa anche se continua a ritenere la Cina la sua principale antagonista. Dobbiamo credere che gli Stati Uniti siano disposti ad andare fino in fondo, fino ad una nuova guerra mondiale? Sappiamo che gli americani sanno arrivare anche a simili decisioni, soprattutto tenendosi a distanza, senza esporsi troppo. Ma a dire la verità appare davvero poco immaginabile che una prospettiva di questo genere saprebbe anche rinforzare la posizione del vecchio presidente alle prese con la propria credibilità interna, tanto più se si pensa che una parte consistente di repubblicani l’hanno già accusato di aver aggravato la situazione.
Con lo scoppio della guerra, gli esponenti europei che hanno creduto fino all’ultimo in una soluzione diplomatica paiono quasi ritrovarsi beffati, messi chiaramente di fronte alla loro impotenza, mentre ancora rimasticano, senza venirne a capo, lo scarto fra le incombenze derivate dalla crisi sanitaria e climatica e quelle di una presa di posizione su un conflitto armato.
C’è però da dire che qui, come solo raramente è avvenuto, i paesi europei si ritrovano allineati ed uniti nel deprecare e giudicare ingiustificabile l’offensiva russa, a maggior ragione visto che se ne devono già tirare le prime concrete e drammatiche conseguenze per l’Europa, con i primi esodi, ad esempio, dall’Ucraina verso la Polonia. Si parla di due milioni di ucraini in fuga: la Germania ha già promesso aiuti. E la Svizzera?
E poi, evidentemente, ci sono le ripercussioni economiche, anzitutto sul piano energetico. Il prezzo della benzina continua e continuerà a salire, ma c’è ben di più all’orizzonte.
Il fatto è che si tratta di rileggere la storia, dall’altro ieri a oggi, analizzare la forza e le debolezze di tutte le parti in campo, valutare i possibili effetti delle sanzioni su un fronte e sull’altro. Si tratta di considerare seriamente tutti gli effetti drammatici, diretti e indiretti, che quanto sta avvenendo provocherà in tutta Europa, Russia compresa. E osservare attentamente quello che di questi tragici avvenimenti vorrà fare la Cina: un asse rinsaldato fra i due giganti alle porte?
Si tratta insomma di immaginare delle possibili vie da percorrere a corto e medio termine, perché gridare la propria indignazione è certamente doveroso, ma dopo un po’ il fiato diventa corto.