Così la guerra torna in Europa

Il riflesso bolscevico-brezneviano di Putin, che se la prende anche con Lenin, ma applica la dottrina e la violenza della ‘sovranità limitata’ in quello che considera il proprio cortile di casa 

Patriottico, certo. Diciamo pure, nazionalista. Visionario, spinto com’è dall’ossessione di recuperare l’antica (e presunta) grandezza. Oggi auto-dichiarato anticomunista, in passato ex ufficiale del KGB, ora anti-Lenin addirittura “colpevole” di aver messo l’Ucraina sui binari dell’indipendenza. Prendetelo dal lato (ve ne sono altri) che più vi convince. Ma una cosa è certa: Vladimir Putin ha riflessi da bolscevico brezneviani. Che significa dottrina della ‘sovranità limitata. Di più: spezzata, sbriciolata, se la sovranità conquistata da altri nel proprio ‘cortile di casa’ contrasta con le proprie convinzioni e i propri interessi nazionali. L’ha sempre fatto l’America, e oggi reitera la Russia.

Bersaglio, quindi, l’Ucraina da appena un trentennio indipendente. Non che l’Occidente (Usa, Nato, Europa) non abbia offerto al neo-zar qualche ragionevole pretesto. Nemmeno negli Stati Uniti sono mancate, oggi come ieri, voci critiche sulla ottusa strategia americana (supinamente accettata dalle cancellerie del Vecchio continente) di un continuo allargamento a Est dell’Alleanza Atlantica. Già di per sé umiliante e provocatoria per il Cremlino. Assolutamente intollerabile, poi, anche solo l’ipotesi dell’adesione alla Nato di un’Ucraina che per l’autocrate di Mosca è ‘storicamente russa’, carne della sua carne, e che tale deve ridiventare, anche per i precisi interessi geostrategici del Cremlino lungo l’asse su cui rifondare una nuova alleanza a trazione russa.

Ucraina smilitarizzata, promette Putin. Addirittura ‘denazificata’: perché una parte del paese accolse favorevolmente gli invasori di Hitler creando addirittura una SS ucraina; e perché ancora oggi vi sono milizie con svastica che condizionerebbero le scelte del governo di Kiev. Una evidente forzatura, quest’ultima, che però fa comodo a Putin, per la mobilitazione della sua opinione pubblica, sensibilissima a quel richiamo storico, autentica benzina sul grande incendio che il presidente russo ha deciso di appiccare, lanciandosi all’invasione della sua ex Repubblica. Si vedrà con quali esiti.

Così, l’Europa, con già alle spalle l’atroce conflitto nell’ex Jugoslavia (stragi, pulizia etnica, confini cancellati e confini ridisegnati) si ritrova con un’altra guerra, con altri morti, altre distruzioni, altri profughi, altre difficili decisioni nel dover varare sanzioni economiche che “facciano molto male a loro, e poco a noi”. Problematica quadratura del cerchio, forse un’illusione. “Peggio del ’56 e peggio del ’68” (interventi militari sovietici ‘normalizzatori’ in Ungheria e Cecoslovacchia), mi scrive l’amico Willy Baggi, un maestro di conoscenza e competenza sulla politica internazionale del dopoguerra. Allora (1956, 1968), con gli ‘amichevoli interventi’ del Patto di Varsavia ci fu l’inaccettabile repressione in due Stati comunque all’interno dell’impero (destinato al collasso di trent’anni fa). Oggi, se possibile l’offensiva armata sembra ancora più devastante e grave, perché è evidente il proposito di voler smembrare, disarticolare, comunque sottomettere Kiev, ormai già vicina alla resa, sembra, sotto l’urto dei fanti, dei tanks, dell’aviazione russe.

Senza la resa del presidente Volodymyr Zelensky (che ora si lamenta di essere lasciato militarmente dall’Ovest, che non ha mai promesso altro (non si muore per Kiev), nella capitale non sarà difficile trovare un ‘novello Quisling’ (l’ex ministro norvegese del tradimento in favore del Führer) per governare l’Ucraina, che non può rinnovare la storia del Davide vittorioso contro il gigante Golia, tale è la sproporzione di forze in campo, a meno che non si passi a una lunga fase di guerriglia comunque dagli esiti incerti (riuscì ai finlandesi contro l’esercito di Stalin, ma in un altro contesto storico e del territorio). Una sconfitta sconcertante e inquietante dei principi di democrazia e libertà. Che Putin da tempo ha definito ‘obsolete’, magnificando, al pari del suo alleato cinese XI Jinping (ma fino a quando?) il metodo brutalmente spiccio dei regimi autoritari, dittatoriali.

Purtroppo non c’è soltanto il vendicativo e rivoltante Donald Trump a definire ‘geniale’ l’ammirato statista di Mosca. È un giudizio, uno stato d’animo, fin troppo diffusi anche fra persone comuni consapevoli comunque dei rischi che i fatti di queste ore comportano per tutti, oltre a quelli affascinati dal decisionismo violento, che si sbarazza delle fatiche, dei tormenti, delle complessità dei processi democratici.

Nemmeno riuscendo a immaginare cosa sia non una guerra virtuale da grande o piccolo schermo, ma una guerra reale, terribilmente reale, “cadaveri e lacrime, macerie e mutilati, sangue e merda”.


Ucraina, da che parte stiamo?

Il riflesso bolscevico-brezneviano di Putin, che se la prende anche con Lenin, ma applica la dottrina e la violenza della ‘sovranità limitata’ in quello che considera il proprio cortile di casa 

Il terrore freddo di noi storici di cultura occidentale, costantemente immersi nelle peggiori atrocità del passato, assume sovente la forma di un improvviso quanto implacabile déjà-vu. Un boomerang che ha l’esito di mettere in crisi la concezione lineare, evolutiva e progressiva (un tempo si sarebbe detto “storicistica”) della vicenda umana sulla Terra, in favore di una dinamica circolare sempre uguale a sé stessa, preda di un asfittico e ripetitivo destino, come pensavano gli antichi. Il vero dramma è che nella categoria dei déjà-vu le guerre, cioè i fatti più assurdi e incomprensibili, sembrano stare perfettamente a loro agio.

Da alcune settimane sono alle prese, nel mio piccolo, con una ricerca sul conflitto balcanico degli anni Novanta e sulle conseguenze di quei crimini nella Svizzera italiana, in termini di accoglienza e gestione dell’immigrazione. Nonostante la viva presenza di molti testimoni anche alle nostre latitudini, sembravano cose lontane, irripetibili, l’ultimo colpo di coda di un Novecento agonizzante e fiero, con le armi quasi spuntate. Non è così. Ne ho avuto piena consapevolezza quando uno dei miei partner nel progetto balcanico ha iniziato a comparirmi sullo schermo in diretta dal Donbass (anche per la RSI), dove è chiuso da giorni dopo avere messo in standby lo studio del passato per tornare rapinosamente ad occuparsi della narrazione del presente. I contenuti, accidenti a noi, sono gli stessi.

Gli esperti di relazioni internazionali e gli storici del futuro ci daranno un’interpretazione di questi fatti che noi ancora non capiamo (ma li capiremo mai? Si può “capire” una guerra di aggressione?). Non possiamo però esimerci dall’osservare quello che accade attorno a noi, nell’opinione pubblica, nei social, sui giornali, nei quali la storia è tornata tema di attualità e tutti la tirano dalla loro parte come una coperta corta: Putin ha offerto, da questo punto di vista, un capolavoro di disonestà intellettuale come avviene soltanto nei peggiori sistemi totalitari, nei quali il controllo si esercita, assai prima che sui corpi e sulla realtà concreta delle persone, sulle loro menti attraverso lo strumento potentissimo della lingua. Termini quali “denazificazione” e “genocidio”, utilizzati con agghiacciante disinvoltura nei suoi discorsi, sono segnali di una mente che non ha (più?) un rapporto lineare con la realtà dei fatti, né tantomeno con le categorie storiche. Nessuna sorpresa, si potrebbe dire, in una nazione e in una cultura che si ostina a chiamare “Grande Guerra Patria” la Seconda Guerra Mondiale, accorciandola pure di un paio d’anni, e che applica una memoria selettiva al suo passato più tragico, trascegliendo il meglio a proprio uso e consumo.

Dubito che Vladimir Putin tenga sul comodino, che immagino enorme come uno dei suoi tavoli, una copia di Vita e destino di Vasilij Grossman (1960), capolavoro della dissidenza antinazista e anticomunista nato in contesto sovietico durante gli anni peggiori dell’epoca staliniana. Gli farebbe bene, come farebbe bene a noi per non cadere nell’allettante errore di iniziare a mettere davanti i distinguo, i “sì ma però”, i “se la sono cercata”. Dire le cose come stanno, chiamare guerra la guerra, armi le armi e morte la morte è l’unica via possibile per noi spettatori inermi e sbalorditi, che di questa tragedia vedremo forse solo l’onda lunga e indebolita, ma che potremo forse comunque considerarla un’occasione per non tacere e non smettere di usare la storia, la lingua e la cultura per quello per cui sono state create in origine: la narrazione del mondo secondo la più alta approssimazione possibile alla sua verità. Il resto sono frottole che volentieri ci raccontiamo.


Franco Venturini – Ucraina invasa, gli obiettivi di Putin

Il riflesso bolscevico-brezneviano di Putin, che se la prende anche con Lenin, ma applica la dottrina e la violenza della ‘sovranità limitata’ in quello che considera il proprio cortile di casa 

Riportiamo di seguito la trascrizione automatica (senza revisione) dell’intervista

Aldo Sofia: Buongiorno a Franco Venturini che è giornalista che conosce bene quelle situazioni in particolare prima l’URSS poi la Russia c’è stato diverse volte ed è commentatore di politica internazionale per il Corriere della Sera. Franco eccoci collegati. Buongiorno buongiorno senti allora Putin ha deciso praticamente l’attacco generale all’Ucraina l’invasione di quel paese in passato anche noi abbiamo condiviso un po quello che anche tu hai scritto qualche ragione diciamo anche di tipo storico politico geopolitico eccetera. Putin evidentemente può anche avanzare ma questo è un dato diverso rispetto all’uso della forza che sta effettuando in queste ore.

Franco Venturini: Sì sai io di queste ore dico spesso una vecchia barzelletta sui russi che sicuramente conosci anche tu non dare mai un pugno a un russo perché quello ti spara e uccide. E questa è un po l’atteggiamento che ha preso Putin. È vero che la Nato si è allargata verso Est dopo la caduta del Muro e il e lo scioglimento dell’Unione Sovietica in maniera accelerata e forse imprudente. Tra l’altro ci sono oggi delle voci americane tra cui quella dell’ambasciatore Matt Bloch che era ambasciatore a Mosca in quei periodi che criticano l’espansione della Nato così veloce e così ampia. Dunque probabilmente qualunque governo russo avrebbe protestato Putin che è un nazionalista russo tipico reagisce alla sua maniera cioè usa la forza esattamente come dicevo prima è meglio non toccarli perché ti sparano non. Non ho ben capito la mossa che ha fatto oggi e cioè l’invasione totale dell’Ucraina. Perché in Russia il consenso per una operazione militare che fosse diretta a proteggere delle regioni russofona. Questo si è visto già in Crimea nel 2014. Il consenso aumenta freccia. I russi sono in maggioranza nazionalisti e dunque se Putin vuole andare a soccorrere i fratelli questo viene approvato dalla maggioranza dei russi. Ma fare una guerra è una cosa diversa. Adesso bisognerà vedere quanto e quanto a lungo resistono le forze armate ucraine. Ma se per caso la resistenza fosse forte anche se il rapporto di forza è enormemente a favore della Russia i consensi sui quali Putin ha contato forse non ci sarebbero più se cominciassero ad arrivare dei dati certi numeri di vittime dei soldati morti eccetera eccetera per cui

Aldo Sofia: Magari ne parliamo ne parliamo fra un po. Però volevo chiederti questo no. In definitiva l’attacco militare all’Ucraina non ci dice che tutto quello che è avvenuto sul piano diplomatico negli scorsi giorni era inutile fin dall’inizio cioè Putin sembra che metta in pratica un disegno molto preciso molto chiaro quello di riconquista dell’Ucraina che poi spiegheremo per motivi anche storici oltre a quelli che hai detto tu e quindi è stato del tutto inutile tutto questo lavorio diplomatico.

Franco Venturini: Ma io non credo nel senso che dividere la vicenda in due parti nella prima parte Putin è aperto a un negoziato e chiede alla Nato e agli Stati Uniti perché l’Europa è un protagonista marginale di questa vicenda. E a Mosca interessa l’America. Chiedono i russi un documento vincolante scritto nel quale si dica che la Nato non si allargherà ulteriormente e in particolare non farà entrare l’Ucraina che peraltro non ha le condizioni o non le aveva fino a ieri per entrare nella Nato. Naturalmente la risposta occidentale coinvolgeva dei principi fondanti dell’Alleanza Atlantica e dunque un po perché obbligate un po da parte americana perché a loro non dispiaceva farlo hanno rifiutato anche di discutere questi punti con con Mosca. A quel punto io credo che Putin si sia detto benissimo le sanzioni me le faranno lo stesso. Quello che io chiedo non mi stanno nemmeno a sentire mi offrono delle cose marginali che per me possono andare bene ma che non mi risolvono il problema della Nato e dell’Ucraina. E allora io attacco e questo sicuramente è la seconda parte che comincia operativamente lunedì e che poi man mano viene spiegata da Putin perché nel discorso di martedì Putin ha detto chiaramente guardate io adesso esigo il suo linguaggio era cambiato esigo la smilitarizzazione dell’Ucraina e il riconoscimento dell’annessione della Crimea. La Cgil un impegno anche all’Ucraina che in base al quale l’Ucraina ritiri il suo e il suo Il la sua richiesta di adesione alla Nato. Dunque l’Ucraina mai più nella Nato. Anche queste erano richieste che l’Occidente non poteva accettare e sicuramente quando ha visto che le cose erano così e che le sanzioni cominciavano ad arrivare. Putin che aveva già preparato da buon militare qual è aveva già preparato le forze necessarie e sufficienti ha deciso di farle muovere. E a questo punto c’è un’invasione vera e propria.

Aldo Sofia: Ecco volevo chiederti una cosa sempre fra le motivazioni addotte da Putin per spiegare questa occupazione praticamente dell’Ucraina vedremo poi fino a che punto ci riuscirà. I rapporti di forza ci dicono che potrebbe riuscirci ma Putin ha sostenuto anche che il suo obiettivo è di nazionalizzare l’Ucraina. Noi sappiamo il perché ci sono motivi storici ci sono quelli attuali Tuccillo poi sintetizzare perché usa questo termine.

Franco Venturini: Beh è un termine molto pesante. Putin fa riferimento a quello che è accaduto durante la Seconda guerra mondiale quando naturalmente i nazisti che avanzavano verso est conquistare occuparono anche l’Ucraina e la reazione dell’Ucraina rispetto a l’occupante nazista fu singolarmente doppia. Ci furono gli ucraini che lottarono contro i nazisti e ci furono però delle divisioni di SS ucraine e dunque questo è un punto che Putin ha sempre usato anche perché nell’Ucraina di oggi sono cose che non vengono dette in questo periodo però che sono vere e conosciute nell’Ucraina di oggi esistono formazioni paramilitare paramilitari che vanno in giro con la bandiera nazista. Naturalmente è esagerato dire che voglio dei nazi ficcare L’Ucraina però a lui fa gioco dirlo perché si rivolge alla sua opinione pubblica e dice Guardate che questi sono dei nemici.

Aldo Sofia: E tu hai già ricordato il discorso di Putin in un mondo tv no se vogliamo e lui giustamente come ricordava ha insistito su alcuni concetti il principale è l’Ucraina del resto l’aveva già detto nell’intervista a un giornale tedesco l’estate scorso l’Ucraina appartiene storicamente alla Russia ed è vero che quel Paese è considerato addirittura per molti aspetti la culla della cultura russa eccetera. Ma se allora prendiamo questo discorso e gli diamo un minimo di giustificazione dove si va a finire cioè pensiamo a un quadro più largo insomma.

Franco Venturini: Naturalmente non lo si può fare perché allora tutti i paesi con cui starebbero non solo l’Austria verrebbe a conquistare l’Alto Adige e noi andremo a conquistare la Dalmazia e così via. Non si può. Affermare una regola del genere. Ma sai Putin non ha molti scrupoli nei confronti del diritto internazionale. Quella la sua storia quella che lui ha lungamente evocato ha come ha giustamente detto delle basi storiche nel Medioevo anzi il il Patriarcato di Kiev diventa dopo il Patriarcato di Mosca e dunque è vero che sono legami antichissimi. È anche vero un’altra cosa che ha detto sorprendente che sono stati i bolscevichi a creare l’Ucraina perché sono stati Lenin e Stalin a creare le repubbliche all’interno dell’Unione Sovietica mentre lui Putin probabilmente aveva una concezione più zarista dell’impero sovietico senza repubbliche. Però tutto questo non lo giustifica minimamente se sei tu puoi anche pensarla così. Però non prendi il tuo esercito e lo fai entrare in un altro paese.

Aldo Sofia: Da ricordare anche che stiamo parlando di un ex ufficiale del Kgb di stanza nella parte di Germania occupata praticamente dalla Russia no quindi è stata anche un’evoluzione probabilmente da parte di Putin come come concezione ma qualcuno ha detto Putin è ancora un leader del XX secolo del secolo scorso e così cioè ragiona ancora come Breznev piuttosto che come un leader russo più diciamo più moderno ecc. Lui ha definito la caduta e la fine dell’Urss come la grande tragedia del ventesimo secolo. Qualcuno gli ha chiesto cosa vuol dire cambiare i confini e tornare all’Urss lui ha detto beh no pensare di tornare all’Urss all’Unione Sovietica sarebbe dimostrare di aver poco cervello. Sicuramente lui di testa ne ha ma esattamente allora cosa vuole quale parte eventualmente vuole ridisegnare di quella parte di mondo.

Franco Venturini: Ma guarda quando lui ha pronunciato quella frase credo che si riferisse ai milioni di russofoni che sono rimasti fuori dalla Russia quando è caduta l’Unione Sovietica eccetera. Non era pura nostalgia l’una. Non credo che lui voglia riformare l’Unione Sovietica. Però sul sul fondo della domanda lui è un leader del ventesimo secolo. Io sono più pessimista. Lui è un leader se tu guardi una delle ragioni che possono averlo portato a prendere le decisioni che ha preso e l’Occidente. Se tu guardi l’Occidente guarda il paese che guida l’Occidente gli Stati Uniti gli Stati Uniti hanno avuto la presenza di Trump e adesso hanno la presidenza di Biden che è molto giù nei consensi nazionali. Il Paese è spaccato in due e si prevede che a novembre Biden perderà le elezioni le mid term, le elezioni del mid term. In più abbiamo la Germania che ha un nuovo governo che ancora deve scegliere le sue posizioni. Abbiamo la Francia che in campagna elettorale abbiamo mettiamoci anche noi l’Italia che è ancora scossa dalla vicenda del Quirinale e che in un anno elettorale anche lei dunque il governo traballa un po. E facile che lui sia arrivato alla conclusione che l’Occidente era in crisi di leadership mentre lui la leadership c’è l’ha. E dunque ha deciso di usarla. Questa è la vecchia discussione tra democrazie in declino e invece stati autoritari che rispondano alle esigenze moderne. Questo è un pensiero che Putin ha espresso anni fa anche sui giornali occidentali dicendo che le democrazie avevano esaurito il loro tempo ed erano condannate al declino. Io non ci credo ma se uno guarda onestamente il mondo oggi più leader leader sono Putin X e XI Jinping. Dunque. C’è un motivo sul quale riflettere. E c’è naturalmente una necessità di reagire adeguatamente a quello che ha fatto Putin perché altrimenti avrà ragione lui.

Aldo Sofia: Ma come reagire. C’è stato un primo pacchetto di sanzioni soprattutto sul versante finanziario. Per la prima volta si vuole sterilizzare la possibilità che la Russia raccolga sui mercati finanziari occidentali quanto le serve per il per il suo budget nazionale per gli investimenti per il fondo statale. Ma allora visto che è inimmaginabile non mi sembra che qualcuno decida di morire per Kiev da questa parte.

Franco Venturini: No questo è già stato chiaro.

Aldo Sofia: Ecco questo è escluso ma allora come deve reagire l’Occidente nell’immediato perché poi si tratta in pochi giorni. Kiev può cadere se non in poche ore.

Franco Venturini: Ma sai le sanzioni che sono state adottate lunedì martedì sono il 10 per cento del pacchetto di sanzioni che Stati Uniti un po imponendo agli Europei e un po perché anche gli europei volevano tenere unito il fronte hanno preparato e di fatto deciso adesso davanti a quello che sta succedendo. Io credo che tanto gli Stati Uniti quanto l’Europa saranno costretti ad adottare quelle sanzioni anche se gli europei diciamolo subito capiscono con chiarezza che mentre i costi per gli Stati Uniti saranno lievi o nulli i costi per le economie europee saranno pesanti soprattutto in campo energetico. Perché la Russia ha garantito che le forniture continueranno ma non sappiamo a quali prezzi non sappiamo con quante con quante e quante quantità. E dunque c’è questo problema che l’Europa soffrirà delle sanzioni che si accinge a decidere. Già forse questa sera. E questo a lungo termine potrebbe logorare l’unità del fronte occidentale. Dobbiamo stare attenti a questo perché abbiamo davanti un avversario che non aspetta altro.

Aldo Sofia: Ecco un’ultima domanda. Tornando alla situazione dell’Ucraina alla possibilità dell’Ucraina di difendersi tu hai messo almeno un piccolo punto di domanda. Perché non è detto qualcuno ha anche sottolineato che probabilmente non sarà solo una passeggiata per l’esercito russo. Qualcuno ha anche ricordato la resistenza dei finlandesi contro l’esercito di Stalin e che fu una grande vittoria per un minuscolo paese se vogliamo. Dopo di che si andò alla Finlandia nazione vuol dire neutralizzazione magari avremo modo di parlare un’altra volta di queste ipotesi no per neutralizzare l’Ucraina come elemento risolutore di questa crisi. Ecco allora la domanda è Ries riusciranno comunque gli ucraini a opporsi a questa avanzata fare del male comunque a Putin creargli dei problemi sul fronte interno oppure diamo per scontato che ormai l’Ucraina sia persa.

Franco Venturini: Io do per scontato che l’Ucraina è persa perché lo squilibrio di forze è troppo grande. Però non sappiamo in questo momento se le forze armate ucraine stiano resistendo e in che modo. Il presidente Zielinski ha detto che stanno resistendo ma naturalmente se non resistono lui viene fatto fuori prima di stasera. Dunque si capisce non dobbiamo stare molto attenti perché le notizie saranno molto confuse e ci sarà una un indagine. In Russia la chiamano disinformazione. Come tu sai ci sarà una disinformazione molto forte da tutte e due le parti però nell’arco di un paio di giorni vedremo se c’è stata resistenza e di che tipo quello che potrebbe accadere. E che gli ucraini resistono piuttosto con una guerriglia successiva dunque che i russi debbano occupare stabilmente un grande paese di 40 milioni di abitanti grande come la Francia. Se vogliono controllare il terreno e vogliono controllare la capitale questo sarebbe un grosso problema per tutti.

Aldo Sofia: Ma è possibile che i russi che Putin riesca a effettuare e a realizzare un regime change cioè cambiare di governo a Kiev e mettere un governo di fiducia sua e quindi risolverla così sul piano politico

Franco Venturini: È più che possibile. È esattamente quello che secondo me lui pensa di fare anche perché l’Ucraina ha oscillato da quando è indipendente ha oscillato tra leader filorussi e leader anti russi. La parte vicina alla Polonia naturalmente è totalmente occidentale ma il Donbass e Putin ha detto anche questo è più grande delle due repubbliche che sono state riconosciute. Dunque se lui riesce a isolare l’Ucraina dal Mar Nero questa è una cosa molto importante occupando tutto il Sud. Se riesce a fare un’offensiva dal Nord che vada direttamente su Kiev che a quel punto sarebbe vicina ed è quello che sta facendo fino a prova contraria è senza dubbio. Se prende Kiev la prende per mettere un governo amico.

Aldo Sofia: Grazie a Franco Venturini è sempre molto chiaro molto informato e che speriamo di riavere anche nei prossimi giorni seguendo un po l’evoluzione di questa svolta tragica. Alla prossima Franco

Franco Venturini: Grazie a te Aldo.

Nell’immagine: l’invasione dell’Ucraina secondo un’infografica del New York Times


La guerra del nuovo Zar

Il riflesso bolscevico-brezneviano di Putin, che se la prende anche con Lenin, ma applica la dottrina e la violenza della ‘sovranità limitata’ in quello che considera il proprio cortile di casa 

Di Michelangelo Freyrie, Linkiesta

Cecenia 2001, Georgia 2008, Donbass e Crimea 2014, Siria 2015, Kazakistan 2022: è dall’inizio del millennio che l’esercito russo è presente in una gran varietà di scenari diversi.

Nessuno di questi interventi è però paragonabile all’invasione lanciata dal Cremlino la scorsa notte, né per la scala operativa né per l’intensità dello scontro preannunciato. Anche per questo è difficile prevedere le modalità con cui le forze armate russe cercheranno di avanzare all’interno del territorio ucraino, né è ancora chiaro se Mosca voglia effettivamente installare un governo fantoccio e abbia l’obiettivo di far cadere il governo di Volodymyr Zelensky.

Tuttavia, gli interventi degli ultimi vent’anni – cosi come una stabile politica di modernizzazione delle forze armate da parte di Mosca – suggeriscono una serie di elementi utili per comprendere le prime fasi dell’invasione.

La dottrina russa: attacchi rapidi al fronte

Contrariamente all’opinione di alcuni analisti, la Russia non ha mai veramente creduto alla possibilità di prevalere attraverso una guerra ibrida, condotta cioè senza l’esercito regolare. Dalle pubblicazioni dei principali istituti militari russi, come l’Accademia delle Scienze Militari e il think tank TsVI-Gsh, e in particolare dai discorsi del capo di Stato Maggiore Valery Gerasimov, emerge un quadro piuttosto chiaro. L’utilizzo di mezzi politici, economici ed energetici è sempre stato ritenuto complementare alle operazioni di aeronautica, esercito di terra e marina.

Questa precisazione teorica è fondamentale perché contribuisce a capire la natura globale e di multidominio dell’offensiva russa.

Le operazioni militari sono accompagnate dall’imperativo di stabilire una supremazia informativa nelle aree di operazione, ponendosi quindi in condizione di controllare il flusso delle notizie e seminando incertezza fra alleati e popolazione ucraina.

Ciò che colpisce delle prime ore di scontri militari è la totale assenza dell’elemento cyber e la relativa integrità delle infrastrutture digitali di Kiev nelle retrovie. È ipotizzabile che i russi vogliano essere sicuri che il mondo (e l’Ucraina) sia ben consapevole di ciò che sta avvenendo e attribuiscono un alto impatto psicologico alle immagini dei confini travolti dall’invasore.

In ogni caso è altamente probabile che l’Ucraina subirà attacchi informatici nelle prossime ore, volti non tanto a mandare offline i siti del governo, quanto a danneggiare la rete elettrica e spezzare il sistema di command and control dei difensori, il centro nervoso di qualsiasi forza armata.

Come nella dottrina americana Shock and Awe, nella concezione militare russa la parola chiave è velocità. La capacità di travolgere il nemico prima che possa montare una risposta adeguata: nel contesto ucraino vuol dire prima che gli alleati occidentali possano fornire armamenti e supporto a Kiev.

A differenza degli americani, che anticipano tali campagne con un bombardamento intensivo di aeroporti, radar e postazioni antiaeree, l’aviazione russa è poco abituata a svolgere questo compito preliminare. È quindi improbabile che la Russia intraprenda una campagna di intenso bombardamento strategico su centri urbani, almeno in una prima fase.

Dall’esperienza georgiana l’esercito russo ha anche compreso l’importanza di una forte struttura C4ISR (Command, Control, Communications, Computers, Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), cioè un’integrazione fluida fra forze di terra e cielo, di capacità di ricognizione e intelligence, e per l’appunto altre capacità come cyber.

Anche per questo abbiamo per ora assistito a pochi attacchi mirati tramite missili cruise contro aeroporti, trasporti e altre infrastrutture con un impatto immediato sulle operazioni al fronte. Le forze aree e balistiche si limiteranno per lo più a facilitare l’avanzata delle formazioni di terra, a cui è affidata la guida dell’offensiva. È sulla linea del fronte che avverranno i peggiori spargimenti di sangue.

Il limite logistico

Il vero ostacolo che le forze russe dovranno superare è il limite logistico. I 110 battaglioni schierati sono dotati di una quantità maggiore di artiglieria e sistemi antiaerei rispetto ai suoi omologhi occidentali, pur essendo dotati di meno forze motorizzate. Pragmaticamente, ciò vuol dire che un battaglione russo deve trasportare più materiale con relativamente pochi veicoli.

Combattimenti intensi, specialmente nel caso le forze ucraine decidessero di trasformare le metropoli di Kiev, Kharkiv e Mariupol in roccaforti militari, potrebbero portare a un esaurimento dei rifornimenti russi nelle prime 12-24 ore di operazione.

A ciò si aggiunge la difficoltà di poter operare le delicate linee di rifornimento ferroviarie su cui si basa il sistema di approvvigionamento russo in zone soggette ad attacchi di artiglieria e di partigiani ucraini.

Inoltre, la geografia ucraina si presta a una campagna prolungata. Le maggiori città del Paese rientrano nei circa 75 chilometri di autonomia dentro ai quali le formazioni di terra dovrebbero essere autosufficienti. E in più c’è la possibilità di lasciare indietro alcune unità di artiglieria e appoggiarsi soprattutto al bombardamento tattico, con esiti terribili per i centri urbani che verranno attraversati dalla guerra.

Il rischio è quindi che le forze russe riescano effettivamente a forzare un fatto compiuto raggiungendo in tempi rapidi gli obiettivi preliminari dell’operazione entro 72 ore.

La resistenza ucraina

L’Ucraina sarebbe in grado di infliggere perdite non indifferenti all’invasore, ma è da escludere che sia in grado di opporre una resistenza adeguata. I soli 50 battaglioni che Kiev può schierare in tempi brevi si trovavano nel mezzo di un processo di modernizzazione che avrebbe dovuto trasformare un esercito obsoleto e post-sovietico in un’organizzazione compatibile con gli standard Nato.

La coesione delle unità ucraine è verosimilmente bassa, complice l’assenza di un robusto corpo di sottufficiali capaci di guidare le proprie unità in una guerra mobile molto diversa dalle trincee del Donbass. Pur avendo fatto passi avanti nella lotta alla corruzione, la creazione di un comando congiunto delle forze armate e aver razionalizzato la struttura delle brigate, è altamente improbabile che l’esercito regga l’impatto dell’offensiva.

Le poche unità antiaeree sono obsolete, e i diciassette caccia russi abbattuti nelle prime sette ore di guerra vanno considerati come perdite accettabili di fronte alla forte intensità operativa.

A differenza dei russi, il comando ucraino non riuscirà a essere particolarmente reattivo a causa di forti carenze nei sistemi informativi, nel C4ISR e un’aviazione tattica che sconta un recente esodo di piloti esperti.

L’unica speranza delle forze regolari è riuscire a organizzare una ritirata ordinata verso ovest, sfuggendo a un accerchiamento sul confine orientale e provare ad attestarsi sulla difesa naturale del fiume Dnepr (che potrebbe però essere aggirato dalle forze russe in arrivo dalla Bielorussia).

L’efficacia della guardia nazionale rimane un grande punto interrogativo. È stata stabilita troppo recentemente per poter essere considerata una forza coesa, e altre iniziative predisposte per creare una potenziale resistenza sono ancora agli albori. Il corpo di volontari, pensato per rispondere a potenziali incursioni sul modello del 2014, non sarà molto utile in questo scenario, ma potrebbe velocizzare il processo di reclutamento nelle forze regolari e fornire un bacino di potenziali resistenti nelle zone occupate.

Il valore di eventuali formazioni partigiane ucraini nei territori persi alla Russia dipenderà da quanto dei servizi di intelligence di Kiev riusciranno a sfuggire all’avanzata, dal supporto prolungato dei Paesi europei e dall’efficacia della Rosgvardia, la milizia paramilitare che diversi utenti di Twitter hanno segnalato negli staging points in Crimea.

La dimensione nucleare

C’è infine un ultimo aspetto da considerare. Ne aveva parlato Vladimir Putin nel suo discorso preregistrato alla nazione. il dittatore russo ha ritenuto importante minacciare, neanche troppo velatamente, possibili ritorsioni nucleari nel caso in cui la Nato decidesse di intervenire nel conflitto, suscitando però scetticismo fra diversi analisti.

Negli ultimi anni la Russia ha infatti sviluppato un sistema di deterrenza flessibile, che prevede numerosi scalini intermedi prima dell’utilizzo di armi nucleari. Il grande arsenale di armi balistiche, inclusi sistemi ipersonici, permetterebbe di infliggere colpi d’avvertimento convenzionali e segnalare la risolutezza del Cremlino. Allo stesso tempo, la politica russa di escalation control e la potenza delle sue forze convenzionali (così come la stretta separazione dottrinale fra combattimento e deterrenza nucleare) rendono improbabile l’impiego di armi atomiche sul campo.

Al di là delle intenzioni del Cremlino e dell’esito dei combattimenti nelle prossime ore, lo sviluppo militare di questo conflitto dipenderà essenzialmente da due fattori: la rapidità con cui Nato e Unione europea saranno in grado di sostenere le forze di Kiev; la capacità di queste ultime di sopravvivere come organizzazione al primo impatto e all’occupazione dei maggiori centri urbani.


Sergio Rossi – Le sanzioni occidentali e i rischi anche per noi

Il riflesso bolscevico-brezneviano di Putin, che se la prende anche con Lenin, ma applica la dottrina e la violenza della ‘sovranità limitata’ in quello che considera il proprio cortile di casa 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Vladimir, repressione interna ed esterna

Il riflesso bolscevico-brezneviano di Putin, che se la prende anche con Lenin, ma applica la dottrina e la violenza della ‘sovranità limitata’ in quello che considera il proprio cortile di casa 

Di Alessandro Cappelli, Linkiesta

Vladimir Putin è seduto alla sua scrivania in una sala enorme, di fronte a lui, a diversi metri di distanza, ci sono ministri, consiglieri, rappresentanti dei servizi segreti. Putin parla risoluto e interroga, gli altri balbettano, tremano, sembra che non sappiano cosa rispondere. Anche un falco come Sergey Naryshkin, direttore dei servizi d’intelligence esterni, sembra in preda al terrore. Un senso di impotenza da parte di tutti meno uno.

Il Consiglio di sicurezza della Federazione russa restituisce l’immagine di una Russia costruita, rappresentata, guidata solo e unicamente da Vladimir Putin. «Il capo del Cremlino usa questi momenti, che dovrebbero essere riservati, anche per fare propaganda, per dimostrare che lui è l’uomo forte e gli altri sono lì solo per dargli ragione», dice a Linkiesta Anna Zafesova, giornalista esperta di Russia e autrice del libro “Navalny contro Putin”. «Non c’è contraddittorio, non c’è confronto, e se c’è non emerge mai».

Poco dopo quella riunione del Consiglio di sicurezza, Putin ha annunciato pubblicamente di riconoscere l’indipendenza delle repubbliche separatiste ucraine a Donetsk e Lugansk. Un riconoscimento che serve solo a fornire alla Russia un pretesto per varcare il confine ucraino e occupare i territori fino alla cosiddetta linea di contatto. A quel punto, la crisi è precipitata.

La risposta del mondo occidentale è arrivata qualche ora dopo. I leader di Unione europea, del Regno Unito e degli Stati Uniti si sono riuniti per stabilire nuove sanzioni da imporre a Mosca e hanno organizzato una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Martedì la Nato ha dichiarato di essere pronta a sedersi al tavolo e parlare con la Russia e ha specificato che a causa dell’invasione dei mezzi militari russi nel Donbass «sono stati messi in allerta 100 jet e oltre 120 navi».

Ma in ogni caso la risposta di Bruxelles e dell’Alleanza atlantica non sembra preoccupare l’autocrate russo: Putin continua a raccontare verità tutte sue, a dare la sua versione della storia, guardando soprattutto alle questioni interne al suo Paese.

Nel suo discorso, il leader del Cremlino ha dichiarato che gli accordi di Minsk che dovevano portare a una pace duratura in Ucraina «non esistono più», ha spiegato che la Russia sostiene il diritto dei separatisti su «tutto il Donbass» e che l’ingresso delle truppe in Ucraina «dipenderà dalla situazione sul terreno».

Per Putin, l’Ucraina è il giardino di casa. Lo ha dimostrato dicendo che il Paese vicino «non ha mai avuto una tradizione stabile come nazione a se stante». Una dichiarazione – falsa – che riprende diversi discorsi pronunciati in passato e anche un brano del suo saggio “Sull’unità storica dei russi e degli ucraini”, pubblicato lo scorso luglio, in cui sosteneva che russi e ucraini sono un solo popolo.

«La guerra non la vuole nessuno, ma molti russi potrebbero condividere il discorso imperialista di Putin: per qualcuno lo scioglimento dell’Unione sovietica è stato un errore e l’Ucraina davvero non ha una dimensione statale vera e propria. È una consapevolezza creata ad arte dalla propaganda putiniana, ma di certo il discorso del leader del Cremlino incontra la sensibilità di molti russi», spiega Anna Zafesova.

Il bagno di folla con cui lo scorso 18 marzo i russi accolsero Putin allo stadio Luzhniki di Mosca, in occasione del settimo anniversario della annessione della Crimea, dimostra che l’opera di revisionismo del Cremlino ha fatto proseliti in patria.

Negli anni, Putin ha reso la Russia il palco del suo personalissimo one man show, in cui non c’è spazio per le voci fuori dal coro. Gli oppositori politici sono tutti in carcere o in esilio, quelli ancora vivi. E non esiste megafono abbastanza forte che possa far sentire la loro voce. Ne è una prova il fatto che una settimana fa sia iniziato un nuovo processo contro l’attivista dell’opposizione russa Alexei Navalny – rischia altri dieci anni di carcere – ma la notizia viene costantemente coperta dal rumore della guerra al confine.

Nella Russia degli anni ‘20, le sanzioni in arrivo dall’Occidente possono pesare su un’economia che non gode di buona salute, ma è difficile intuire che impatto possano avere in termini di deterrenza e di decisioni politiche.

I legami economici con l’Europa sono chiaramente determinanti. L’Unione europea acquista il 27% di tutte le esportazioni russe e di certo i nuovi accordi con la Cina non hanno ancora lo stesso peso: il gasdotto Power of Siberia che porterà gas verso la Cina sarà completato solo nel 2025 e trasporterà un quinto di quello che oggi va in Europa.

Dal punto di vista politico, invece, «la logica delle sanzioni dovrebbe portare gli oligarchi a mettere pressione a Putin, solo che sono personaggi talmente succubi del suo autoritarismo che probabilmente non faranno granché per spostare gli equilibri», dice Anna Zafesova.

In effetti l’invasione del Donbass ha danneggiato l’élite economica russa, lo si è visto sui tabelloni della Borsa di lunedì e martedì, con i titoli russi che hanno perso il 20%. «Ma chi ci perde – aggiunge Zafesova – non è un’oligarchia come quella che abbiamo conosciuto nella Russia di Yeltsin, non sono privati che hanno comprato parti dello Stato ma aziende statali dirette da uomini piazzati da Putin. È vero che quando la Borsa crolla si impoverisce quella cerchia ristretta di uomini di fiducia del capo, ma chi avrà il coraggio di opporsi con forza?».

L’élite economica, insomma, non ha voce in capitolo su un argomento come l’imperialismo putiniano.

Chi ha, o dovrebbe avere, peso anche in decisioni politiche delicate sono i siloviki – termine che indica i politici provenienti dagli apparati di sicurezza – cioè i principali consiglieri del leader del Cremlino. «Estremisti e nazionalisti, con un certo interesse ad alimentare le divisioni tra Russia e Occidente», li ha definiti così l’analista politica russa Tatiana Stanovaya su Foreign Policy.

È possibile che alcuni rappresentanti di questa ristretta cerchia non condividano alcune delle visioni e delle decisioni di Putin. Ma le immagini di Naryshkin – uno dei siloviki – al Consiglio di sicurezza spiegano quanto anche loro temano il confronto con l’uomo forte.

«Possiamo anche supporre che alcune delle figure più importanti vogliano disfarsi di Putin – dice Zafesova – ma nessuno ha idea di come fare, perché non ci sono proprio gli strumenti per una successione in un Paese in cui a mancare è prima di tutto la politica. Perfino nell’Unione Sovietica di Leonid Breznev il leader dialogava con il Politburo, negoziava con militari e altri apparati. Qui c’è un uomo solo al comando e tutti gli altri ad obbedire».


La gratuità si paga

Il riflesso bolscevico-brezneviano di Putin, che se la prende anche con Lenin, ma applica la dottrina e la violenza della ‘sovranità limitata’ in quello che considera il proprio cortile di casa 

Di Lorenzo Erroi

C’è la stagista Simona che sognava la Fashion Valley, ma invece che in valle è finita in miniera: “Ho lavorato anche ventisei ore di continuo”, “la tua paga è che devi essere felice di avere un lavoro e di scriverlo nel curriculum, quella è la tua paga”; “poi o sei sempre troppo giovane o sei troppo vecchia, cercano una stagista ma con dieci anni di esperienza”. C’è Antonio che faceva l’agente di sicurezza vivendo nell’insicurezza: “Non potevo organizzare un’uscita con i bambini. Con la moglie, magari ti organizzavi, i bambini erano contenti, poi arrivava la chiamata e dovevi andare a lavorare”. C’è Claudio che è finito nelle maglie del ‘welfare to work’: “Non è possibile che tu assumi dalla disoccupazione me e mi tieni un anno al 50%, dopodiché mi licenzi, mi rimandi in disoccupazione, ma prendi un’altra persona dalla disoccupazione”. Poi ci sono Leonardo, ciclofattorino pagato a cottimo, il cuoco ultracinquantenne Omar, i cui datori di lavoro truccano orari di lavoro massacranti, e la grafica Alessia, che dai clienti si sente dire “fammi un logo e ti offro una cena” perché “tanto ci metti poco, è un disegnino”.

I loro nomi sono di fantasia, per tutelarli dalla ferocia di certi padroni delle ferriere, ma la loro voce è reale: queste e numerose altre testimonianze ci parlano dal saggio ‘La gratuità si paga’, pubblicato per Casagrande dagli economisti Supsi Spartaco Greppi e Christian Marazzi e dal sociologo Samuele Cavalli, collaboratore dell’Unione sindacale svizzera. Un’opera seminale, perché sviluppa nuovi strumenti di indagine e contribuisce a sviluppare una tassonomia di fenomeni spesso impervi alle statistiche: stage e straordinari non pagati, lavoretti come ‘controprestazione’ all’indennità di disoccupazione, ruoli in cui è richiesta la disponibilità per turni lunghissimi e magari si paga solo la ‘corsa’, come nel caso di parecchi rider. «L’approccio co-disciplinare, l’accostamento dell’analisi economica alla ricerca per così dire ‘etnografica’, ci ha permesso di scoprire un mondo che è l’opposto del lavoro a titolo di volontariato – con la sua valenza etica e sociale – e potremmo piuttosto definire ‘gratuità coatta’», ci spiega Christian Marazzi. Ecco allora che si riesce ad esempio a scorgere, dietro all’annoso fenomeno dell’aumento di impieghi a tempo parziale, la realtà di straordinari non riconosciuti; mentre la tecnologia e il precariato permettono di spingere il lavoro in «una sorta di dimensione on demand, mirata a ridurre i costi e spremere la produttività, dove la prestazione riconosciuta è solo quella viva»: la consegna, il tempo di collegamento passato a picchiar sulla tastiera, la telefonata col cliente.

‘Capitalismo estrattivo’

C’entra in effetti la tecnologia: app e algoritimi riorganizzano interi settori e fanno emergere nuove forme di vassallaggio digitale, ad esempio sulle piattaforme di ‘crowdworking’ in cui ciascuno può svolgere piccole prestazioni in remoto, magari per un committente dall’altra parte del mondo. La tecnologia di per sé, però, è solo uno strumento e non sarebbe corretto demonizzarla a priori: a trasformarla in arma, secondo Marazzi, è «questa nuova forma di capitalismo estrattivo che ‘succhia’ valore da ogni momento della nostra vita, perfino dai dati che produciamo online. Quante cose che un tempo richiedevano un lavoro salariato ora sono confinate a nostre prestazioni gratuite? Si pensi anche solo alla stampa di una carta d’imbarco o all’ordine di un qualsiasi prodotto. L’approccio economico che ne emerge è chiaro: mettere la vita al lavoro».

La rivendicazione dei diritti negati al lavoro gratuito, spiega Marazzi, «ha una lunga storia, che inizia con le richieste di remunerazione per i lavori domestici avanzate dalle femministe negli anni ’70. Ora però il fenomeno sta acquisendo una dimensione ancora più invasiva». Un altro episodio che «ha fatto molto discutere, risvegliando qualche coscienza, riguardò l’Expo 2015 a Milano: con l’accordo dei principali sindacati italiani, ai giovani venivano proposti stage non pagati, forti del fatto che avrebbero abbellito il curriculum» (in realtà, molti studi internazionali dimostrano che questo tipo di esperienze non aumenta in modo significativo le probabilità di trovare poi un buon lavoro).

Diritto alla disconnessione

C’è stata, nota Marazzi, anche una corresponsabilità della politica: «Al capitalismo post-fordista si è affiancato un approccio ideologico che cessa di riconoscere al lavoro il suo valore sociale. Nel frattempo si sono imposte politiche malsane, come il cosiddetto ‘workfare state’ che subordina l’erogazione delle indennità di disoccupazione – un diritto sociale – al principio del dovere economico, con lo Stato che fornisce alle aziende ‘braccia’ a basso costo e facilmente sostituibili». Che fare? «Parlarne è la premessa fondamentale, per questo abbiamo cercato di dare voce a chi vive le conseguenze della gratuità, per contrastarne la normalizzazione. Poi serviranno contromisure urgenti, ma ancora tutte da costruire: penso a app e strumenti informatici per denunciare gli abusi, al riconoscimento di un ‘diritto alla disconnessione’, alla tematizzazione della disponibilità e degli sconfinamenti degli orari nei contratti collettivi, eventualmente anche a una nuova ipotesi per un reddito di base. Ma dobbiamo anzitutto riscattare certe storie dall’invisibilità sociale». Come avverte anche Matteo, uno che ci è passato: “L’unica cosa che posso trasmettere agli altri è il messaggio di non stare zitti. Il silenzio non fa bene. Bisogna parlare, in modo civile, ma bisogna parlare”.

Per gentile concessione de laRegione Ticino


In Svizzera il segreto bancario è più importante della libertà di stampa

Il riflesso bolscevico-brezneviano di Putin, che se la prende anche con Lenin, ma applica la dottrina e la violenza della ‘sovranità limitata’ in quello che considera il proprio cortile di casa 

Suisse secrets riapre il dossier degli scandali bancari. La bufera che investe il Credit Suisse ha di nuovo scoperchiato preoccupanti magagne, dalle negligenze nel riciclaggio di denaro sporco fino alla museruola imposta ai giornalisti d’inchiesta. Uno scandalo nello scandalo. Rivela un atteggiamento ambiguo dopo la forzata rinuncia al segreto bancario. Sul palcoscenico internazionale la Svizzera si atteggia ad allievo modello, ma quando cala il sipario non se ne fa una ragione, riaffiorano i risentimenti o semplicemente il nostalgico latinismo di “pecunia non olet”, il denaro non puzza. Certo, la Svizzera ha fatto dei progressi e non tutte le banche sono scriteriate, l’UBS si è ravveduta è più accorta. Catastrofico invece il bilancio del Credit Suisse, da anni passa da uno scandalo all’altro, almeno una decina, collezionando multe per oltre 10 miliardi di dollari. Un consorzio di giornalisti d’investigazione di testate prestigiose come il Guardian, il New York Times, Le Monde o la Süddeutsche Zeitung hanno analizzato per un anno una colossale fuga di dati.

Conclusione: il Credit Suisse ha accolto i capitali più che sospetti di dittatori corrotti, criminali di guerra, mafiosi, trafficanti di droga e di esseri umani. Il Credit Suisse si difende dichiarando che il 90% di questi conti sono chiusi, archiviati. Ne rimane dunque un 10%, vale a dire 1800 conti eventualmente sospetti, ma non vi sono prove, non si sa. La sentenza di Monika Roth, giudice e professoressa specializzata nella criminalità economica, è senza appello: “fa rizzare i capelli, è ingiustificabile, è un fallimento totale”. Gli scandali del Credit Suisse sono fra i più impressionanti, ma non sono gli unici. Basti ricordare le calamità della Julius Bär, della filiale ginevrina della HSBC o dell’ex banca della Svizzera italiana. Fra le cause vi sono anche disfunzioni del dispositivo legislativo e qui bisogna fare una distinzione.

Le cose funzionano egregiamente nella lotta all’evasione fiscale, dopo l’entrata in vigore dello scambio automatico delle informazioni bancarie. Vi sono per contro carenze nella lotta al riciclaggio di denaro sporco. Lacunosi i controlli, anche perché la FINMA non ha le competenze per sanzionare adeguatamente gli abusi. La maggioranza borghese in parlamento si rifiuta poi di estendere la legge contro il riciclaggio anche ad avvocati, notai e fiduciarie, sconfessando persino un esponente di primo piano dell’UDC come il ministro delle finanze Ueli Maurer. Le resistenze diventano poi assurde e insensate quando si vieta ai giornalisti d’inchiesta di utilizzare dati trafugati da whistleblower, da insider delle banche insomma. Pena, fino a tre anni di carcere. E così i giornalisti di Tamedia non hanno partecipato all’inchiesta di Suisse secrets, come avevano fatto in passato per operazioni analoghe. Hanno però pubblicato numerosi ed estesi articoli basandosi sulle informazioni dei colleghi di 46 testate in tutto il mondo.

E questo è legale persino nell’oppressiva Svizzera, perché i giornalisti internazionali di Suisse secrets non sono insider, non sono whistelblower, sono dunque fonti autorizzate anche dai censori della nostra libertà di stampa. È contorto, persino ridicolo, comunque astruso. Bisogna arrampicarsi sui vetri per conciliare l’orgogliosa ambizione di difensori delle libertà fondamentali per poi zittire i media, violando in modo così pacchiano le libertà di stampa e d’espressione. I commenti all’estero sono sferzanti, forse sbrigativi, ma meritati: “in Svizzera il segreto bancario è più importante della libertà di stampa”.

Immagine dal sito di Organized Crime and Corruption Reporting Project


La Sinistra, il potere e il tempo delle bugie

Il riflesso bolscevico-brezneviano di Putin, che se la prende anche con Lenin, ma applica la dottrina e la violenza della ‘sovranità limitata’ in quello che considera il proprio cortile di casa 

Ma che cos’è “la Sinistra”? È Jack Kerouac, mente libera, che compie il suo viaggio dentro l’America esclamando “era la notte di Denver, non feci altro che morire”; oppure è Trockij che, più a sud, in Messico, viene ucciso da un agente staliniano che gli una piccozza in fronte? (mi rifiuto di dire che quella è una piccozza di sinistra, mi rifiuto proprio). È Vasili Grossman che scrive delle “sue” prigioni o sono coloro che lo tengono in prigione? È Majakovskij che si suicida perché è un’anima fragile o perché sente il fallimento della Rivoluzione? (e mi limito agli scrittori…)

E che cos’è la Sinistra in Ticino? Un’alleanza elettorale tra socialdemocratici (alcuni di essi, in Rete, scrivono “rimpiangeremo gli USA”…), comunisti locali (che organizzano sit-in contro la guerra che, contro ogni evidenza, oggi sarebbe portata contro – ?! – la Russia) e Verdi ticinesi che annientano il povero (per modo di dire) tennista Djokovic quand’egli, per la causa Verde, ha probabilmente fatto di più e di meglio del partito di cui sopra? Sono tanti voti diversi, spesso molto diversi, messi in fila affinché, come ha scritto qualcuno in precedenza in questo stesso luogo mediatico, la Sinistra non sia solo e soprattutto testimonianza? Ma allora, se non è testimonianza, che cosa afferma da posizioni così diverse fra di loro la Sinistra? (alle prossime elezioni mi lascerò sorprendere da un efficace programma di sintesi)

E che cos’è il potere, oggi, e in particolare quale e quanto potere ha, oggi, la Sinistra? A livello mondiale, la Sinistra non ha nessun potere, o quasi. È vincente in paesi periferici (a volte) e là dove conta, a Oriente, è tutto fuorché una Sinistra disposta ad ascoltare non solo Majakovskij o Grossman, ma nemmeno gli uiguri o i “democratici” di Hong Kong e di Taiwan.

La Sinistra, nel mondo, se non è quella cinese (un connubio di illibertà e logiche di mercato spiccio, invece di etica e libertà di parola); ha, oggi, poco o nessun accesso al potere, ai luoghi dove si decide e non si fa solo testimonianza. Ma c’è pur sempre il sol dell’avvenire di una nuova Rivoluzione, diranno/sogneranno alcuni. Eppure, l’aveva capito perfino il brigatista Moretti, una volta in carcere (lo disse nel libro intervista che gli fece Rossana Rossanda confessando di aver capito, ora, dopo aver letto per ben due volte Tolstoj, “Guerra e pace”, che l’Italia degli anni ‘70 non era né il luogo né il tempo per fare una rivoluzione): il tempo delle rivoluzioni era passato e trapassato (almeno di quelle di sinistra), figuriamoci oggi, cinquant’anni di globalizzazione dopo.

E allora ritorniamo alla Sinistra ticinese, che nella sua netta maggioranza non è rivoluzionaria (il PS di Lugano manda le buste senza specificazione di partito ai suoi affiliati, sintomo di tenue coraggio ideologico), ma social-verde-democratica. Nulla di male, anzi, magari qualcuno, con questo tipo di valori, potrà andarsene in giro liberamente e, altrettanto liberamente, esprimersi. Ma dal punto di vista del potere? La Sinistra è riuscita, in Svizzera, a bloccare l’esportazione delle armi svizzere? No. È riuscita, nonostante un referendum popolare vinto ticinese, a imporre una volta per tutte un salario minimo dignitoso? No. È riuscita, in Ticino e in Svizzera, a invertire la tendenza al populismo, alla mancanza di solidarietà, al materialismo claustrofobico di una società mercificata che soffoca ricoperta di rifiuti di merci e in mancanza d’aria? No. Gli argomenti per cui, in Ticino, in Svizzera e nel mondo la Sinistra (quella che piace a me, quella libertaria) non è vincente sono millanta che tutta notte canta (direbbe messer Boccaccio).

Ma perché la Sinistra, l’area, la forza, la sensibilità che si batte per la fraternità, l’accoglienza, l’umanità, il senso morale non “buca” (più) lo schermo? Perché ci si affida ormai all’orribile “o… o” (o la libertà o il maggior benessere dei cinesi, ma in una galera) invece del marxiano “sia… sia”: sia la giornata lavorativa di tre ore per tutti, sia la libera espressione, di ognuno e di tutti, dei propri talenti?

Perché in un mondo in cui pari e patta sono le verità e le bugie, vince (e nettamente) chi ha il potere di dire più bugie. Perché non si può dimenticare che le verità di una Sinistra in grado di concepire l’idea e la prassi della libertà sono morte mille e più di mille volte là dietro le mura della Lubianka o nei lager “rieducativi” della Cina comunista.

Se bisogna concentrarsi su qualcosa, nell’ambito della Sinistra, bisogna attenersi fermamente al dovere morale di dire, sempre e comunque, la verità dei fatti giacché, come è noto, i fatti sono veri tanto quanto è possibile, liberamente, raccontarli.

Solo allora sarà possibile “riavere” con noi uno o più Ernst Bloch, il filosofo che più di mezzo secolo fa, nel suo “Principio speranza”, aveva definito un orizzonte della coscienza umana in grado di pensare il futuro, organizzarlo e realizzarlo proprio a partire dal libero “talento” marxiano. Per questa operazione Ernst Bloch propose il concetto di “fronte”. Dove sta, chi pensa, oggi e qui, questo fronte?

Nell’immagine: Redesign, di Davide Boriani


Antico dilemma

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