Incontro di civiltà

Le strade del dialogo nella realtà globale, multiculturale e multietnica in un articolo del grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, a 15 anni dalla sua scomparsa 

Di Ryszard Kapuscinski, da Internazionale (traduzione di Vera Verdiani) 

Certe volte, ripensando a tutti i miei viaggi, ho l’impressione che il problema principale non siano stati i confini, i fronti di guerra, le difficoltà e i pericoli, ma la continua incertezza su come sarebbe stato l’incontro con gli altri, con quelli che avrei trovato strada facendo. Ho sempre saputo che da questo elemento dipendeva tutto, o quasi tutto. Ogni nuovo incontro era un’incognita: come sarebbe cominciato, come si sarebbe svolto, come si sarebbe concluso? La domanda in sé non è nuova. L’incontro con un altro uomo, con altri uomini, è da sempre l’esperienza universale e fondamentale del genere umano. (…)
Si può scegliere il duello, il conflitto, la guerra. Di eventi del genere conservano memoria gli archivi, i campi di battaglia, i resti di rovine sparse nel mondo intero. Sono testimonianze della sconfitta dell’uomo, della sua incapacità – o non volontà – d’intendersi con gli altri. Un tema al quale, nelle sue infinite varianti, si è ispirata la letteratura di ogni epoca e paese.

Ma può anche succedere che, invece di aggredire e combattere, la nostra famiglia-tribù decida di separarsi e isolarsi dagli altri. Un atteggiamento che nel tempo ha prodotto fenomeni sostanzialmente simili tra loro: la Grande Muraglia cinese, le porte di Babilonia, il limes romano e le mura di pietra degli Incas.

Per fortuna, ci sono prove che il genere umano è capace anche di un altro atteggiamento. Sono prove di collaborazione: resti di mercati, luoghi di sosta per rifornirsi d’acqua, dove si trovavano agorà e santuari, dove sorgono tuttora le sedi di antiche università e accademie o dove ancora si conservano tracce di vie commerciali come la via della Seta, dell’Ambra o del Sahara.

Tutti luoghi dove la gente si è incontrata, ha scambiato idee e merci, ha fatto affari, ha stretto patti e alleanze, ha scoperto finalità e valori comuni. L’altro, il diverso, non era sinonimo di estraneità, ostilità ed eventuale morte. Ciascuno scopriva di avere in sé una piccola parte dell’altro, ci credeva e viveva con quella convinzione.

Ogni volta che l’uomo incontra l’altro gli si presentano tre possibilità: fargli guerra, ritirarsi dietro a un muro, aprire un dialogo.

L’uomo esita da sempre tra queste tre opzioni e – a seconda della situazione e della cultura – sceglie l’una o l’altra. Le sue scelte sono mutevoli: non sempre si sente sicuro. (…) Viviamo nella transizione dalla società di massa a quella planetaria. Molti fattori contribuiscono a questo passaggio: la rivoluzione elettronica, l’incredibile sviluppo delle comunicazioni, l’estrema facilità nel collegarsi e spostarsi, oltre alla nuova consapevolezza nata tra le giovani generazioni e nella cultura in senso lato.

In che modo cambierà il rapporto tra noi e i rappresentanti di un’altra o di altre culture? Come influirà sul rapporto “io-altro” nell’ambito della mia cultura, oltre che fuori di essa? Una domanda a cui è difficile rispondere in modo univoco e definitivo, poiché si tratta di un processo ancora in atto, nel quale siamo personalmente coinvolti e quindi privi della distanza necessaria per giudicare.(…) La cultura diventa ogni giorno più ibrida ed eterogenea. (…) Oggi ci sono vere e proprie scuole di filosofia, antropologia e critica letteraria che studiano questo processo di ibridazione, innesto e trasformazione culturale. È un processo in atto soprattutto nelle regioni dove i confini statali sono anche frontiere tra culture (come quella tra America e Messico), o nelle gigantesche megalopoli (San Paolo, New York, Singapore) dove si mescolano razze e culture d’ogni genere. Quando si dice che il mondo è diventato multietnico e multiculturale, non è perché oggi ci siano più etnie e culture di prima, ma perché oggi esse parlano con voce più forte, autonoma e decisa, pretendendo di essere accettate, riconosciute e invitate alla tavola rotonda delle nazioni. (…)

Oggi sul nostro pianeta, abitato per secoli da un ristretto gruppo di gente libera e da larghe masse di prigionieri, emerge un numero sempre crescente di nazioni e comunità convinte di possedere un valore individuale. Questo processo di consapevolezza si compie spesso a costo di difficoltà, conflitti e drammi di vasta portata.

Probabilmente ci stiamo inoltrando in un mondo così nuovo e diverso che le esperienze storiche attraversate finora si riveleranno insufficienti a capirlo e a muovercisi dentro. Comunque, il mondo nel quale stiamo entrando è il Pianeta della Grande Occasione: un’occasione non certo incondizionata, aperta solo a coloro che prenderanno sul serio il loro compito, dimostrando però di non prendere troppo sul serio se stessi. Un mondo che se da un lato può dare molto, dall’altro pretende anche molto, e dove chi cerca scorciatoie spesso non arriva da nessuna parte.

Incontreremo continuamente il nuovo altro, che pian piano emergerà dal caos e dalla confusione del mondo contemporaneo. Forse questo altro scaturirà dalla fusione tra le due opposte correnti della cultura moderna: quella che tende a globalizzare la nostra realtà, e quella che conserva la nostra individualità e unicità. L’altro potrebbe essere il frutto e l’erede di queste due correnti. Ecco perché dovremmo cercare di stabilire con lui un dialogo e un’intesa. L’esperienza acquisita in lunghi anni di convivenza con altri mi ha insegnato che la benevolenza è l’unico atteggiamento capace di far vibrare nell’altro la corda dell’umanità.

Chi sarà questo nuovo altro? Come si svolgerà il nostro incontro? Che cosa ci diremo? In quale lingua? Riusciremo ad ascoltarci? Riusciremo a far risuonare ciò che – come dice Conrad – “suscita la nostra capacità di provare meraviglia e ammirazione, il senso di mistero della vita, il nostro sentimento della pietà, del bello e del dolore, la segreta comunione con il mondo, la sottile ma indomabile certezza della solidarietà che unisce infiniti cuori umani, quell’identità di sogni, gioie, dolori, aspirazioni, illusioni, speranze e timori che accomuna l’uomo all’uomo e unisce l’intera umanità: i morti ai vivi e i vivi a chi non è ancora nato”?

Ryszard Kapuscinski, morto il 23 gennaio 2007, è stato uno dei più importanti giornalisti contemporanei, autore di numerosi saggi e reportage. Era nato nel 1932 a Pinsk, nella Polonia orientale, oggi Bielorussia. 

Adattamento della redazione


La costellazione di sinistra

Le strade del dialogo nella realtà globale, multiculturale e multietnica in un articolo del grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, a 15 anni dalla sua scomparsa 

Letti gli articoli “Sinistra e sinistre” e “Sinistre, politica, elezioni” (apparsi su La Regione e su Naufraghi) frulla in testa una classica sintetica frase di un filosofo francese, Gilles Deleuze (1925-1995), un tempo molto seguito a sinistra, che diceva: “être de gauche, c’est d’abord penser le monde, puis son pays, puis ses proches, puis soi-même; être de droite c’est l’inverse”. Leggendo i due articoli sorge subito qualche dubbio sulle direzioni indicate, almeno per la sinistra. Infatti ci si chiede: ma, in ultima analisi, questa sinistra, queste sinistre, pensano, ma che cosa pensano? Insomma, dov’è il loro pensiero globale, dov’è la visione coerente che la sinistra o queste sinistre hanno del mondo? Convinto, ovviamente, che è da lì che bisognerebbe partire, anche se si ritiene sempre che è il pollaio di casa propria la roba più importante. Qualche risposta, bisogna ammetterlo, l’ha data l’ultimo articolo di Sergi. 

Ripesco un articolo di qualche tempo fa di Paolo Favilli (nostro esimio storico e docente, studioso del socialismo, autore di un testo da poco uscito da Franco Angeli e che non bisognerebbe mancare: A proposito de Il capitale; chiamato appunto da “Forum” a rispolverare Marx), articolo con un titolo già di per sè intrigante “Neoliberisti con neoliberisti, socialisti con socialisti”. Il quale, anche se più volto alla situazione italiana, è riconducibile alla nostra. Colpiscono, perché interrogano, tre sue considerazioni. La prima: sia sul piano teorico che su quello politico la “sinistra per simmetria” è componente rilevante della costellazione “neoliberista” (e mi sembra già un bel colpo). La seconda: il termine “socialista” ha un alto grado di indeterminatezza: storicamente, come anche nel momento attuale, è usato con significati spesso contrapposti : ed è la realtà che ci troviamo in casa, basta pensare al fiorire delle varie sigle: ps, mps, pc, forum e mettiamoci, con delicatezza, anche i Verdi per quanto pensano e promuovano una politica ambientalista critica o contraria alle logiche neoliberiste. La terza considerazione: senza ricordare la grande lezione realistica di Machiavelli e di Marx sul ruolo centrale della forza nella politica, senza avvertire l’urgenza di lavorare subito alla costruzione di questa forza…non ci sarà nessuna costellazione “socialista” a frenare la tendenza della fortissima costellazione neoliberista a chiudere la “gabbia d’acciaio” del capitale totale (e sa di aut-aut o di sentenza lapidaria). A me sembra che qui si trovi una giusta anamnesi e si indichi persino l’unica pozione per salvarsi. Oserei aggiungere due osservazioni: l’una sul complesso socialista dell’affidabilità; l’altra sul complesso del radicalismo.

1) La “sinistra per simmetria” è, per Favilli, il far parte di un “ordine internazionale neoliberista, sbocco naturale e razionale della ormai conclusa dialettica tra l’antitesi dei subalterni e la società del capitale”. È insomma la “naturalizzazione neoliberale” avvenuta e generalizzatasi (in un altro articolo Paolo Favilli ne vede un esempio d’attualità nell’atteggiamento assunto dal pd italiano -sinistra- nella crisi ucraina: “se la Nato va in guerra anche la sinistra per simmetria si mette l’elmetto”).

Il successo della nuova destra a partire dagli anni Ottanta non è riscontrabile solamente nella sua capacità di presentare le proprie idee come le sole legittime e  di convincere d’avere ormai la storia dalla sua parte (dopo quel che stava capitando ad Est), accusando la sinistra di rimanere invece più che mai impantanata “in vecchie idee e vecchie pratiche”, ma di essere anche riuscita a far credere che lo Stato, persino nella sua dimensione sociale, è una trappola burocratica, fiscale e di spreco di cui era meglio liberarsi. Poiché lo Stato era il problema si è dato posto a una generica “società civile” equiparabile al libero mercato e alla competitività, supremi giudici. La sinistra è stata come irretita da questa virulenza e irruenza della destra con una sorta di paradosso: la destra, infatti, a differenza della sinistra, rimasta mogia, aveva capito che la politica può essere condotta solo ideologicamente (proprio quando si parlava della fine delle ideologie) e che deve essere ancorata ad una “strategia egemonica”. E così ha fatto. Una risposta è venuta dall’Inghilterra laburista, impegolatasi più che mai con la Thatcher e il suo “non c’è alternativa”. È ”stata la Terza via di Tony Blair  che, presentandosi come il partito dell’individuo e della comunità, dei salariati e del “business”, “al di là della sinistra e della destra” tenta di ottenere una “politica senza avversario” (come l’ha definita ironicamente Chantal Mouffe nel suo “The radical Centre: a Politics without Adversary”, Soundings, 1998). Così, anziché prefiggersi di regolare l’economia per adattarla alla società, la politica si è impegnata ad adattare la società all’economia (diceva già allora Luciano Gallino). 

Le idee-forza circolano, arrivano anche nel Ticino. E si sono trasformate nel termine pratico-pratico di “affidabilità”. Il problema per i socialisti, insomma, è diventato quello di rendersi e mostrarsi affidabili, affidabili per il popolo e per il governo, di far sapere, insomma, che non sono poi così contrari alla trionfante economia di mercato, che è comunque difficile opporvisi, che il progresso (anche se divenuto progressismo) è nel loro dna. Ed è lì che sono riemersi, significativi, anche tra governanti socialisti, i termini quasi cautelativi di socialismo liberale o liberalsocialismo, forse anche con una voglia di staccarsi definitivamente da ogni “lugubre” etichetta marxista. Si è poi finiti fatalmente in una sorta di avvitamento in una discussione sulla “ricostruzione della sinistra” che di per sé significa poco o nulla. Tutt’al più c’era bisogno di una sinistra che ridefinisse su basi nuove i propri antichi ideali, senza averne vergogna.

2) Il radicalismo se inteso come posizione politica, intellettuale, culturale va difeso e promosso dalla democrazia. In tal senso si può anche sostenere che una sinistra radicale non vuol dire estremista, ma anticapitalista. La decisione democratica è tuttavia a maggioranza e in democrazia le forze che non si sommano non solo restano escluse dal governo ma rischiano pure, anche se perseveranti, di essere sistematicamente emarginate o, di fatto, ininfluenti sulle decisioni. Questa situazione oggettiva implicherebbe il compromesso. O, in termini politologici, anche il riformismo, che è a suo modo un adeguarsi al compromesso. Per il radicalismo o il movimento che è radicale nella sua impostazione e analisi globali, nelle proposte e richieste concrete e dimostrate, il compromesso equivale però a cedimento o incoerenza ed è pure inaccettabile che la democrazia si riduca alla scelta del “male minore”. O, potremmo anche dire, del meglio che possono offrire le contingenze, del “meglio contingentemente possibile”. Non è un discorso “morale”, è la democrazia che rinuncia per principio all’assoluto. E la democrazia, che piaccia o no, è questo.

Quindi, per dirla in termini pratici pratici, se dentro una “costellazione socialista” prevale il radicalismo del mai-un-compromesso è pressoché impraticabile la lezione realistica di Machiavelli e di Marx, che Paolo Favilli suggerisce e traduce in “costellazione socialista” atta a frenare l’altra costellazione neoliberista. Se la parte di sinistra procede con i suoi radicalismi in ordine sparso e si sottrae alla somma democratica, il risultato non tornerà mai, con grande beneficio della destra. E allora si corre il rischio di assumere una coerenza che può finire o con l’autodistruzione o con il fanatismo uguale a quello delle religioni.

Ammettiamolo, è un grosso rompicapo di non poco conto, una pentola in continua ebollizione nella sinistra. Anche perché la sinistra si costruisce dapprima su idee e sul bene collettivo, mentre la destra, costruendosi sempre con l’occhio su l’interesse privato e sugli affari (v. Deleuze) ha un fattore amalgamante molto più potente ed efficace.

La democrazia è comunque sempre per tutti un difficile miscuglio di pazienza e intransigenza ed è forse ciò che si deve tener presente, senza mai disperare. Basterebbe poco, con un minimo di senso storico, immaginarsi che cosa sarebbe la nostra democrazia senza l’apporto costante e paziente che è stato della sinistra. Che dovrebbe essere comunque costituzionalmente dialettica e che, come dice ancora Paolo Favilli, “conserva i germi per intraprendere il percorso di ricostruzione dell’antitesi” (e forse, per non essere sinistra per simmetria, dovrebbe dimostrarlo più verso l’esterno che all’interno di sé stessa).


Augusto Guidini, architetto di confine

Le strade del dialogo nella realtà globale, multiculturale e multietnica in un articolo del grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, a 15 anni dalla sua scomparsa 

Nel progetto del 1907 per il piano regolatore della “Nuova Lugano” Augusto Guidini sembra anticipare alcuni temi che sono diventati centrali nella discussione del nuovo piano direttore comunale di cui si è appena concluso il concorso pubblico. Città armoniosamente inserita nel suo paesaggio con la definizione di nuovi quartieri come Paradiso, Genzana, Campo Marzio e con una definizione dell’asse del Cassarate e del Lido immersi nel verde. Nelle sue planimetrie Guidini ipotizza anche delle demolizioni, per costruire nuovi assi viari e diverse scalinate che consentissero di raggiungere la via della Stazione (attuale via Maraini).

Quella di Guidini, rimasta purtroppo solo sulla carta, fu una visione chiara al pari di quella del progetto vincitore dei tre mandati di studi paralleli che in questi giorni ha iniziato l’iter di confronto con i cittadini e le associazioni di quartiere per definire le nuove “costellazioni”, i diversi quartieri della città. Alla fine di ottobre 2022 si concluderanno i processi partecipativi per poter completare il PDcom “Lugano 2050” entro il 2023.

Anche in quest’ottica, dunque, la presentazione del film – documentario “Augusto Guidini – il castello della memoria” del regista Olmo Cerri costituisce l’occasione per riflettere su un tema generale di vasta portata attraverso il percorso di una figura emblematica della cultura ticinese.
Un film, va detto, di indubbia qualità e importanza, presentato in anteprima ieri all’Accademia di Mendrisio e in programma domani sera su RSI La2, fondato anche sulla documentazione offerta dal volume “Augusto Guidini di Barbengo, architetto, giornalista, politico”, curato da Angela Wildholz e pubblicato da Mendrisio Academy Press- Edizioni Casagrande Bellinzona nel 2016.
Sono diversi i motivi per cui è estremamente attuale la figura eclettica di Augusto Guidini, nato nel 1853 nel Comune di Barbengo – oggi quartiere di Lugano- e morto il giorno di Natale a Milano nel 1928.

Dotato di cittadina svizzera e italiana – quest’ultima acquisita durante l’attività professionale – ha lavorato principalmente nella terra dei laghi, senza trascurare alcune importanti esperienze nelle grandi città italiane come Roma, Firenze e Milano. Di notevole importanza i soggiorni professionali in Uruguay, tra il 1909 e il 1914.

Figura poliedrica, quella di Guidini: oltre che architetto è stato agrimensore, urbanista e disegnatore. Attivo in politica, ha proposto originali disegni per il territorio e ha individuato metodologie del tutto nuove nel campo del restauro. Ostinato e inesauribile visionario ha studiato a fondo i suoi campi di interesse e condiviso numerosi progetti, che potremo definire quasi utopici, con figure attive sul confine italiano. L’archivio del Moderno e la Biblioteca dell’Accademia di Mendrisio conservano importanti testimonianze sui suoi legami con imprenditori e architetti attivi a Varese, ad esempio.

Il film di Olmo Cerri, con le testimonianze raccolte, ci restituisce pienamente l’atmosfera intima delle sue architetture e il loro apparato decorativo talvolta esuberante. La presenza di elementi del linguaggio classico e la scelta di materiali tradizionali davano ai suoi edifici una “prospettiva storica”. In essi Guidini crea un’atmosfera del tutto particolare, con una sorta di densità visiva in cui la luce viene assorbita dalle pareti e l’uso della pietra locale esalta l’armonia con il contesto naturale.

La maggior parte dei suoi progetti è rimasta solo sulla carta, mentre altri, non accolti in un primo tempo, sono stati poi da lui riproposti in contesti diversi, conservando l’idea iniziale. Ritroviamo ad esempio un progetto per il centro di Montevideo che riprende il disegno della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, al quale aveva parzialmente collaborato con l’architetto Giuseppe Mengoni. Sul confine italo-svizzero propone nel 1882 un Grand Hotel affacciato sul lago Maggiore a Brissago; lo stesso progetto viene poi riproposto a poco più di una ventina di km in linea d’aria verso sud-ovest per il Sacro Monte di Varese nel 1898. Stessa regione geografica ma separata da un confine politico rafforzato dal nuovo Regno d’Italia.

È stato nei grandi cantieri di restauro, in particolare di edifici e complessi architettonici ecclesiastici, che Guidini ha potuto acquisire una sorprendente sensibilità per il tema della conservazione. Un’ esperienza che andò poi a riversare nell’idea di costituire un Ente per la protezione dei beni culturali, supportato da una legge di salvaguardia del patrimonio artistico. In Canton Ticino si mosse per una riforma delle Scuole di Disegno, da lui considerate eccessivamente accademiche, proponendo una innovativa Accademia Federale delle Belle Arti, modellata su riferimenti culturali italiani.

Da numerose sue prese di posizione appare evidente, per Guidini, la necessità di difendere e valorizzare la cultura italiana entro i confini ticinesi e di rendere maggiormente autonoma l’istruzione superiore nel Cantone.

Costruita dopo il 1890, la torretta del Castello della Memoria, l’abitazione privata dell’architetto a Barbengo di cui Olmo Cerri documenta nel film le principali fasi del recente restauro, riassume quasi emblematicamente i tratti salienti del linguaggio di Guidini: una forte base eclettica, che rimescola con disinvoltura elementi classici e richiami all’epoca medioevale.

La parabola progettuale del Guidini si conclude all’alba di una stagione rivoluzionaria e del tutto nuova per l’architettura europea. Un anno prima della morte del Guidini era iniziata la costruzione dell’Hotel Bauhaus di Emil Fahrenkamp al Monte Verità e subito dopo quella del Teatro San Materno di Carl Weydemeyer ad Ascona.

A Barbengo, a due passi dal “castello della memoria”, a distanza di neanche quattro anni dalla morte di Guidini, fu costruita la villa “moderna” Sciaredo (1932). Disegnata e realizzata dall’artista Georgette Klein, si tratta di un esempio perfetto della nuova cultura moderna, paragonabile ad alcune opere di Adolf Loos.

In questo piccolo villaggio ai piedi della Collina d’Oro si affiancano insomma, con un qualificato intervento “conservativo”, due esempi molto significativi, capaci di testimoniare la presenza di realizzazioni di rara qualità riportate a nuova vita dal restauro effettuato dalla nuova proprietà del “castello-dimora” di Guidini, così come da quello effettuato in due tappe da Lukas Meyer e Ira Piattini e poi da Jachen Könz a villa Sciaredo. Due architetture con linguaggi molto diversi che convivono perfettamente e che per certi versi possono anche farci pensare all’apparente contrasto e alla convivenza, a Lugano, ai margini del Parco Ciani, del Liceo Cantonale realizzato da Guidini nel 1904 e la Biblioteca Cantonale costruita di fronte da Rino e Carlo Tami, del 1941, emblema del razionalismo ticinese.

Attraverso la rivisitazione di questi frammenti di storia riusciamo a capire come si muovesse più di un secolo fa la cultura nella zona dei laghi. Per l’architettura non esistevano confini geografici e i confini fra eclettismo e linguaggio moderno erano labili, se pur a volte evidenti. Il territorio era percepito come un unicum e le forme della città erano in evoluzione. La qualità dei luoghi era legata alla capacità di creare un’atmosfera intima in cui vivere piacevolmente in rapporto con il paesaggio, indipendentemente dallo “stile” che veniva utilizzato. Forse è da qui che possiamo ripartire per ricostruire la perduta consapevolezza dell’omogeneità del territorio della attuale Regio Insubrica.

Una vera Casa della cultura italiana in Canton Ticino forse deve ancora nascere.

Nell’immagine principale: il Liceo di Lugano (1904)


Trotsky e i livelli

Le strade del dialogo nella realtà globale, multiculturale e multietnica in un articolo del grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, a 15 anni dalla sua scomparsa 

È azzardato formulare ipotesi su che cosa avrebbe pensato Lev Trotsky del controverso progetto di abolizione dei livelli A e B nella scuola media ticinese; magari, in occasione del suo incontro a Città del Messico col filosofo dell’educazione John Dewey, avrebbe potuto chiedergli ragguagli in proposito. Comunque, al di là delle battute, non è facile passare dalla grande storia della sinistra novecentesca alla cronaca minuta del Gran Consiglio: lo ha fatto Orazio Martinetti con notevole maestria (Sinistra e sinistre, ripreso anche qui da “laRegione Ticino”), prendendo spunto anche dal discusso episodio che ha visto il Movimento per il socialismo (MpS), di ispirazione trotzkista, contribuire in modo decisivo ad affondare la proposta del ministro socialista Manuele Bertoli sul superamento della distinzione fra corsi A e B. Un possibile, molto tenue, legame logico fra i due piani potrebbe essere, nella circostanza, il concetto di settarismo, di cui i lontani discepoli del grande rivoluzionario russo sono stati spesso accusati, MpS compreso. Va comunque detto che questo vizio non è appannaggio esclusivo di nessun gruppo della sinistra in particolare e che l’accusa è stata spesso usata semplicemente per denigrare minoranze dissidenti. In ciò Stalin era un esperto.

La caratteristica peculiare del settarismo non è tanto il rifiuto del confronto ideologico, quanto del compromesso pratico. Il contrasto ideologico può essere superato solo se ne nasce una verità superiore (miracoli della dialettica, che spesso non si realizzano); il compromesso richiede, più modestamente, che le parti, pur in assenza di una sintesi e nonostante il permanere delle divergenze, accettino, nel nome della collaborazione magari in vista di scopi superiori, di adottare soluzioni che non rispecchiano pienamente il loro punto di vista: ad esempio, di sostenere una sperimentazione didattica pur se giudicata non del tutto soddisfacente, tentando così di risolvere un problema ampiamente riconosciuto e di contrastare un’offensiva di destra nella politica scolastica. Il compromesso è parte della vita e della politica. Non si vuole scendere a compromessi (non potendo “ascendere” a sintesi) quando si ritiene, o si fa finta di ritenere, che siano in gioco “valori non negoziabili”, per riprendere un’espressione utilizzata dalla parte più conservatrice del mondo cattolico riguardo a certe questioni politiche eticamente controverse (suicidio assistito, eutanasia, ecc.). Qualcosa di religioso, fra il profetico e il fanatico, c’è sempre nell’atteggiamento settario:” fiat justitia et pereat mundus”, “chi non è con me è contro di me”. Nella mente del settario le identità si fanno rigide: ad esempio essere all’opposizione, che di per sé non è un’ideologia ma una contingenza elettorale e istituzionale, diventa una condizione ontologica, una modalità di esistenza, come sembra pensare il coordinatore del MpS Giuseppe Sergi (Sinistre, politica, elezioni, “La Regione Ticino”, 11-02-22), che renderebbe impossibile il dialogo e la collaborazione con la sinistra di governo: o di qua, o di là. Per nobilitare la faccenda, potremmo richiamare la distinzione, proposta da Max Weber, fra etica della convinzione ed etica della responsabilità. Il settarismo, dunque, può essere un aspetto spiacevole dell’idealismo: i pragmatici, gli affaristi, gli opportunisti, si mettono più facilmente d’accordo. Ma esso può anche trasformarsi in un altro tipo di opportunismo che, come il populismo, sfrutta gli ampi margini di scontento nei confronti dei decisori politici; oppure è semplicemente un modo per mettere in difficoltà il rivale di turno.

Viviamo in un’epoca disorganica, per riprendere un’espressione di Saint-Simon, in cui non vi sono solidi paradigmi dominanti (persino il “pensiero unico” neoliberista sembra essere almeno un po’ in sofferenza: il pensiero neoliberista, non i ricchi che ne hanno profittato), singoli e gruppi seguono la propria strada, a volte vivono in bolle, parlano solo con chi la pensa come loro (una dinamica rafforzata da Internet) e denigrano chi la pensa diversamente, si concentrano su di un problema perdendo la visione d’assieme. È un po’ quello che succede quando dobbiamo orientarci nello spazio: non usiamo più le grandi mappe in formato cartaceo, in cui il particolare era sempre inserito in un quadro generale stabile, ma le piantine che appaiono sui nostri schermi digitali, dove, se ci si concentra su un particolare (con la funzione zoom), il generale scompare, e viceversa. Epoca massimamente favorevole al settarismo, la nostra, come alla dispersione, al pulviscolo partitico; e al personalismo, ovviamente, mentre di veri leader non se ne vedono.

Pure per la sinistra è disorganico il nostro tempo, perché da un pezzo si è chiuso quello che Ralph Dahrendorf ha chiamato “il secolo socialdemocratico”: presenza attiva dei poteri pubblici in economia, fiscalità fortemente progressiva, stato sociale, forte potere sindacale, eccetera. È stato un assetto politico che ha reso possibile la gestione democratica di una nuova fase dello sviluppo capitalistico, seguita alla crisi del 1929 e alla devastante guerra mondiale, e l’alternativa occidentale al “socialismo reale”. Questo periodo ha anche favorito la progressiva integrazione degli antagonismi di classe nel quadro del capitalismo consumista, un fenomeno oggetto di radicale critica, in particolare a partire dalla fine dagli anni Sessanta, da parte della “nuova sinistra”. Chi scrive non ha né lo spazio, né soprattutto la competenza per analizzare seriamente le ragioni di questa profonda trasformazione post-socialdemocratica, che ha visto intrecciarsi processi oggettivi (post-fordismo, globalizzazione, innovazione tecnologica, ecc.) e decisioni politiche (liberalizzazioni, privatizzazioni, riduzioni fiscali a vantaggio dei ricchi, politiche di austerità, ecc.) in un rincorrersi fra economia e politica che ha coinvolto anche grandi forze della sinistra, le quali non hanno creduto di poter o dover contrastare frontalmente queste tendenze, ma sperato di poter almeno condizionare la nuova fase. In realtà, essa è andata avanti per conto suo e le ha messe alle corde: una condizione da cui faticano ad uscire, orfane sia della terza via di Blair, sia del ritorno alle origini di Corbyn.

La crisi finanziaria scoppiata nel 2008, prima, e la pandemia, poi, ci lasciano un panorama di difficile decifrazione. La sinistra dei paesi democratici si trova di fronte a sfide enormi: quale atteggiamento assumere nei confronti del capitalismo globalizzato, al di là dell’alternativa secca fra neoliberismo e anticapitalismo? Come affrontare una transizione ecologica che, se mal gestita, potrebbe avere costi sociali molto alti o, ancora peggio, non andare in porto (la crisi ucraina ha già reso “tutti pazzi per il gas”)? Come avviare subito un forte contrasto alle crescenti diseguaglianze sociali, inaccettabili in sé e vera fucina di un rancore foriero di sbocchi di destra e autoritari? Come collocarsi nel confronto fra Occidente a guida americana, da un lato, e Russia e Cina? Nel caso svizzero, si aggiunge anche la questione dei rapporti del nostro paese con l’Europa.

Nessuno sa come andranno per la sinistra e nella sinistra ticinese le prossime elezioni cantonali. Credo però che chiunque abbia a cuore le sorti politiche della parte progressista del paese dovrebbe guardare con favore ad una nuova convergenza fra socialisti e verdi. Non so quanto realistica sia la possibilità del successo, in questo quadro, di un candidato o una candidata ecologista al Consiglio di Stato, a danno del PS, ma, in tal caso, si tratterebbe di un riflesso del generale affermarsi di una cultura “post-materiale” che non è quella in cui il socialismo è nato e si è sviluppato. Io credo, però, che i veri “post-materialisti” siano coloro che, come Marx, sanno quanto i condizionamenti materiali contino sempre nella vita di singoli e società, e quanto sia importante, per essere più liberi dal loro potere, affrontarli molto seriamente. Se possibile, bisognerebbe, ad esempio, evitare che si consolidasse, nelle nostre società, la spaccatura fra un mondo cittadino, individualista, incentrato su valori post-materiali, terziarizzato, ben scolarizzato, relativamente benestante, culturalmente aperto e ambientalista, e un mondo di periferia, provincia e campagna, più direttamente coinvolto nella produzione materiale, tendenzialmente più fragile e povero, meno sensibile ai problemi ambientali, ostile agli immigrati, spaventato e arrabbiato. Temo anche che la cosiddetta città-Ticino, che ha più l’aria di una grande periferia-Ticino, rischierebbe di stare dalla seconda parte. Tocca dunque alla sinistra storica essere in prima linea nello sforzo di unire le nuove battaglie per l’ambiente a quelle per libertà, eguaglianza e giustizia sociale.

In questa prospettiva, non si tratta di scegliere in astratto fra istituzioni e piazza (oggi anche digitale), fra governo e opposizione, ma di individuare gli obiettivi, le sedi, gli alleati, le strategie e le persone di volta in volta adeguati. Si pensi, ad esempio, a una figura come Elly Schlein, cresciuta in Ticino, già parlamentare europea e oggi vicepresidente della regione Emilia-Romagna, politica inserita nelle istituzioni, ma anche impegnata nella società civile, nel nome della coniugazione di giustizia sociale e ambientalismo.

Nell’immagine: Redesign, di Davide Boriani


L’ex rivoluzione che divora i suoi figli

Le strade del dialogo nella realtà globale, multiculturale e multietnica in un articolo del grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, a 15 anni dalla sua scomparsa 

Era stato ricoverato nel dicembre scorso nell’ospedale della polizia nicaraguense dopo vari svenimenti patiti nella cella del carcere El Chipote, dove sei mesi prima era stato rinchiuso (in salute) dal regime orteguista per “tradimento della patria”. Una prigione che ha cambiato luogo ma che mantiene beffardamente lo stesso nome di quella dei tempi del dittatore Somoza, sulla collina che domina Managua e il lago Xolotlan, dove finivano a marcire i ribelli sandinisti.

Mesi di regime carcerario durissimo. Fino a che Hugo Torres, 73 anni, ex comandante guerrillero, lo scorso fine settimana è deceduto.

Poco prima di essere arrestato, il 13 giugno scorso, lui, che avevo conosciuto, e che durante la rivoluzione era stato generale dell’Ejercito Popular Sandinista, aveva pronunciato la seguente frase: “Non avrei mai immaginato alla mia età di dover lottare in forma civica e pacifica contro un’altra e peggiore dittatura proprio di coloro con i quali avevo condiviso i valori di giustizia e libertà e oggi diventati i più grandi nemici”.

Una detenzione, la sua, fatta d’isolamento, malnutrizione, maltrattamenti, interrogatori continui e scarse visite dei familiari. I quali denunciano invano il trattamento disumano cui sono sottoposti 168 prigionieri politici di varia tendenza, la cui unica colpa è dissentire da Daniel Ortega e dalla sua co-presidente (nonché consorte) Rosario Murillo. Alcuni di essi/e erano aspiranti presidenziali alle elezioni farsa del novembre scorso dove la coppia si è rinnovata per un quarto mandato consecutivo.

Ma un accanimento particolare è riservato proprio agli ex compagni di lotta che fin dagli anni ’90, come Torres, criticano Ortega per aver ribaltato, in un delirio messianico di potere, i valori del sandinismo rivoluzionario. E che nel 2018 si solidarizzarono con la rivolta popolare lanciata dai giovani universitari e soffocata nel sangue dal neotiranno, con un saldo di almeno 352 vittime.

Fra loro, in assai precarie condizioni, il quasi ottantenne ex sacerdote-ministro (alla famiglia) Edgar Parrales; Victor Hugo Tinoco (ex viceministro degli esteri) e Doria Maria Tellez (ex ministro alla sanità), condannata la scorsa settimana a otto anni di reclusione per fantomatici “atti contro l’indipendenza e la sovranità nazionale”, dopo uno pseudo-processo che invece che in tribunale si è svolto nello stesso penitenziario, senza che avesse potuto mai incontrare un avvocato. Con loro ci sono pure in attesa di giudizio 27 detenuti fra i 19 e i 25 anni, a cominciare da uno dei leader della sollevazione giovanile, lo studente Lesther Alemán.

Altri invece hanno fatto in tempo a riparare all’estero, come lo scrittore ed ex vicepresidente Sergio Ramirez (premio Cervantes 2018); Luis Carrión, fra i nove comandanti della Dirección Nacional; i cantautori della revolución Carlos ed Enrique Mejia Godoy e Norma Gadea; la scrittrice e poeta Gioconda Belli… Senza contare gli oltre centomila nicaraguensi, soprattutto giovani, che hanno scelto di abbandonare il paese. O sono stati costretti a farlo. Certo, stavolta l’imbarazzo del clan Ortega per la morte di Hugo Torres è palpabile. E cominciano a manifestarsi sordamente i primi malumori all’interno dello stesso regime. Al di là dei comunicati ufficiali in cui non si chiariscono le cause del decesso, si arriva a inventare una precedente cancellazione del processo a suo carico per “ragioni umanitarie” e si menziona una presunta volontà dello scomparso di non volere alcun tipo di esequie. L’esoterica tuttofare Rosario Murillo è arrivata incredibilmente e beffardamente il giorno dopo a decretare festivo lunedì 14 febbraio per san Valentino.

Ma cosa starà pensando davvero Daniel Ortega del leggendario comandante Hugo Torres e (con lui) dei tre generali che si sono succeduti fino ad oggi alla testa dell’esercito, i quali furono liberati dalle prigioni somoziste proprio de El Chipote quella vigilia di Natale del 1974, dopo una brillante operazione guerrigliera cui lo stesso Hugo partecipò, e nella quale furono presi in ostaggio diversi esponenti della dittatura di allora? E come reagiranno i 60 militanti sandinisti che furono rilasciati (insieme allo scomparso fondatore del Frente Sandinista Tomás Borge) nell’agosto ’78, quando ancora lui (l’unico a cimentarsi in entrambe le azioni) partecipò con Dora Maria Tellez all’assalto del parlamento somozista, per portarli poi tutti in salvo (in entrambi i casi) a L’Avana, via Panama e Caracas? Neppure un anno dopo, il 19 luglio 1979, sarebbero entrati tutti insieme, trionfalmente, a Managua.

Hugo Torres, persona semplice quanto appassionata, era stato nel 1994 tra i fondatori del Movimiento de Renovación Sandinista (Mrs) il quale, pur messo fuori legge dal regime poliziesco di Ortega, si è convertito lo scorso anno nella Unión Democratica Renovadora (Unamos).

La fine in carcere per stenti del comandante Torres ha avuto una grande risonanza nel subcontinente latinoamericano. La prima a prendere le distanze è stata la futura ministro degli esteri cilena Antonia Urrejola, del governo di sinistra di Gabriel Boric, che assumerà la carica il prossimo 11 marzo. Mentre la Commissione per i Diritti umani dell’Onu ha chiesto l’apertura di un’investigazione sulla morte del prigioniero di coscienza. Un’altra pagina nera. Una delle più tragiche del sandinismo tradito proprio da chi combattè in nome di quella bandiera. E delle sue istanze democratiche, di indipendenza, e di libertà.

Nell’immagine: Hugo Torres (a sinistra) e Daniel Ortega nel 1988


Voci dal sottosuolo

Le strade del dialogo nella realtà globale, multiculturale e multietnica in un articolo del grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, a 15 anni dalla sua scomparsa 

Vi invitiamo cortesemente a far conoscere la situazione dei rifugiati del bunker segnalando il video ai vostri contatti tramite le icone dei social network presenti nella pagina, oppure segnalando il link naufraghi.ch/bunker
Grazie
Realizzazione video: Mario Conforti


E ora fuori da quel bunker!

Le strade del dialogo nella realtà globale, multiculturale e multietnica in un articolo del grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, a 15 anni dalla sua scomparsa 

INTERROGAZIONE
Bellinzona, 8 febbraio 2022

La situazione attuale nell’uso del “Bunker” di Camorino ha bisogno di risposte

Presentata da Anna Biscossa, per il Gruppo dei Verdi Claudia Crivelli Barella, Samantha Bourgoin, Cristina Gardenghi, Marco Noi, Nicola Schönenberger, Andrea Stephani; per il Gruppo socialista Ivo Durisch, Simona Buri, Nicola Corti, Danilo Forini, Fabrizio Garbani Nerini, Raoul Ghisletta, Gina Lamantia, Carlo Lepori, Daria Lepori, Laura Riget, Daniela Pugno Ghirlanda, Fabrizio Sirica; per il PC Massimiliano Ay, Lea Ferrari; per Più Donne Tamara Merlo, Mossi Nembrini Maura; degli altri gruppi  Matteo Quadranti, Diana Tenconi, Maddalena Ermotti Lepori, Giorgio Fonio.

Sulle condizioni della struttura

La struttura è sottoterra e benché fosse o sia della Protezione civile, ci risulta che quest’ultima non si ritenga più responsabile della sua manutenzione.

1. Nel merito si chiede chi sia oggi responsabile e quindi chi si faccia carico delle necessarie verifiche sul funzionamento della struttura e dei suoi impianti (areazione/riscaldamento, manutenzione, funzionamento sanitari, potabilità dell’acqua, igiene)?

La domanda nasce dal fatto che ci risulta che da anni

  • l’areazione non funzioni come previsto (provocando in estate temperature molto elevate fino a 40 gradi e d’inverno temperature basse),
  • i bagni siano pieni di muffa,
  • l’acqua che esce dai sanitari sia giallognola e quindi non bevibile/apparentemente non potabile.
2. Sulla base di quali considerazioni proposte dal vostro Dipartimento si può ritenere questa struttura ancora adatta ad accogliere persone, nello stato in cui si trova, anche per lunghi periodi?

Non si può ignorare infatti che una struttura sotterranea, anche se in perfette condizioni, è ritenuta idonea ad un pernottamento al massimo di 21 giorni in base al rapporto della Commissione contro la tortura (visto che non ci sono finestre, non c’è luce naturale, oltre, in questo caso, a non esserci il necessario ricambio di aria o un minimo di privacy).

A questo si aggiunge il fatto che della struttura fa parte anche la casetta compresa nell’area esterna chiusa da cancelli e immediatamente confinante con la polizia.

L’accesso è concesso solo al piano terra dove si trova una piccola cucina con divani, unico spazio di ritrovo a disposizione degli ospiti.

La cucina risulta essere fatiscente (ad esempio il forno non funziona da diversi mesi), vi sono finestre e una porta rotte che, nonostante sia stato segnalato, non vengono riparate, ragione per cui anche questo luogo risulta essere molto freddo in questi mesi.

Pur essendo coscienti che il Cantone garantisce il lavaggio dei vestiti e la pulizia di base nel bunker e nella casetta tramite un servizio di pulizia esterno, il problema appare strutturale visto che gli spazi fanno ritenere di essere, per diversi aspetti, malsani in assenza di finestre, con presenza di muffa, con un funzionamento del ricircolo dell’aria dubbio e con probabili problemi alle canalizzazioni dell’acqua.

3. Alla luce di quanto precede vi è una certificazione di abitabilità, per questi spazi, rilasciata dagli Uffici preposti e, se così fosse, tale certificazione indica, per l’uso della struttura, limiti temporali di soggiorno o propone interventi particolari?

Sulle condizioni delle persone

Le persone accolte nel Bunker sono persone relativamente giovani (dai 25 anni in su).

Benché sia un luogo di espulsione, di fatto molte persone lì rinchiuse non possono essere rinviate nemmeno con la forza nel proprio paese (perché i loro paesi non hanno accordi con la Svizzera per il rimpatrio) e quindi rimangono bloccate in questa struttura per anni, anche considerando il fatto che, se volessero andare in un altro paese, per il Regolamento Dublino verrebbero comunque rinviate in Svizzera quale paese competente.

Sono persone in grave difficoltà personale e psicologica, come mostra e dimostra l’allegato in cui vengono riportati i pareri nel merito da parte di un gruppo di medici della svizzera francese nel 2021 (vedi allegato 1).

Attualmente ci risultano essere presenti nel Bunker persone che vivono lì da anni (da 1 fino a 6 anni) perché, seppur espulsi, non possono essere rimpatriati nei loro Paesi di origine.

A questi si aggiungono coloro che potendo essere rimpatriati forzatamente, vi soggiornano il tempo necessario per permettere alla polizia incaricata dei rimpatri, che sono gestiti dai Cantoni e nel nostro Ticino dal DI, di organizzare il volo di rimpatrio forzato.

Tutte sono persone che non hanno un permesso, perché non è stata accolta la loro domanda d’asilo.

Pertanto sono persone che:

  • non possono lavorare, anche se diversi di loro hanno ricevuto offerte di lavoro;
  • percepiscono 10 CHF al giorno come aiuto d’urgenza, che deve servire per tutto ad eccezione di “alloggio” e Cassa malati. Nel merito va detto che ci risulta che tale somma possa esser loro detratta a discrezione della Securitas, se non dormono lì o per altri motivi come, ad esempio, ritardi all’entrata;
  • sono soggetti a “divieti di abbandonare/accedere ad un territorio” che vuol dire che non possono allontanarsi da una determinata area che spesso è il quartiere di Camorino;
  • non hanno accesso, anche coloro che soggiornano per anni nella struttura, a corsi linguistici di media – lunga durata, né accesso a percorsi formativi di vario tipo, compreso l’apprendistato;
  • l’accesso alle cure è solo d’urgenza quando vi sono, all’interno della struttura, persone con evidenti problemi psicologici anche gravi dovuti sia al loro passato migratorio, sia allo stato di “sospensione” in cui vivono a volte per periodi molto lunghi (anni interi), senza avere la possibilità di muoversi, di lavorare, di formarsi, ecc.

Purtroppo il fatto di poter accedere solo a risposte sanitarie d’urgenza ci risulta tradursi, di fronte a questi profondi disagi, in risposte solo farmacologiche, con un ampio uso di prodotti psicoattivi o sedativi, visto che non vi è il diritto di accedere ad un percorso terapeutico medico

Nel merito:

4. Perché il cantone Ticino, nonostante la Commissione contro la tortura abbia indicato alla Svizzera di chiudere i bunker perché non ritenuti idonei all’alloggiamento di persone migranti con trascorsi traumatici, non ha dato seguito a questa richiesta? Pur essendo coscienti del fatto che risultano mancare spazi di accoglienza collettivi idonei, che tale richiesta è stata sottoposta ai Comuni senza ricevere alcuna disponibilità nel merito, ci risulta che precedentemente queste persone fossero comunque alloggiate in altre strutture di accoglienza o in appartamenti.   Alla luce di quanto precede, chiediamo perché, in assenza come già ricordato di spazi collettivi alternativi al bunker, non si siano lasciati e non si lascino semplicemente queste persone che tra l’altro hanno alle spalle trascorsi traumatici, dove erano alloggiate precedentemente?
5. Chiediamo inoltre da chi siano registrati, gestiti e contabilizzati i soldi detratti alle persone accolte nella struttura per le misure crediamo di poter dire prevalentemente punitive sopra ricordate, nonché chi sia responsabile di tali decisioni di intervento?
6. Chi controlla indicazioni, dosaggi, risposte terapeutiche ed eventuali effetti collaterali delle medicine somministrate visto che ci risulta che vi sia solo un’infermiera della CR a recarsi nella struttura una volta alla settimana, ma solo se non vi sono altre priorità in altri centri? Non si ritiene che per alcuni casi, soprattutto per coloro che hanno una lunga permanenza nella struttura o per coloro che hanno problemi psicologici gravi, possa essere necessario un intervento esteso anche a un accompagnamento terapeutico medico? Non si ritiene inoltre che una presa a carico mirata o complessiva potrebbe evitare situazioni di stress e/o di conflitto all’interno della struttura, situazioni non sempre facili e spesso molto onerose, da diversi punti di vista, da gestire? (vedi allegato 1)
7. Ci risulta che molti enti pubblici e para pubblici facciano capo ai richiedenti l’asilo del Centro federale di Chiasso per lavori di pubblica utilità (pulizia sentieri, strutture e spazi pubblici, riali, ecc.) con buona soddisfazione degli enti coinvolti e con buon apprezzamento da parte dei richiedenti l’asilo per il fatto di avere l’occasione di svolgere un’attività fuori dal centro e in contatto con il territorio. Una simile misura non sarebbe applicabile anche alle persone residenti nel bunker?
8. Quali sono i costi effettivi e complessivi sostenuti dal Cantone per la gestione di questa struttura?
9. Questa struttura ci risulta continuerà ad essere utilizzata anche in futuro, limitandone l’uso ai momenti di eccezionale affluenza nel settore della migrazione e comunque solo per brevi periodi. E’ confermato questo uso della struttura per il futuro?  Qual è la previsione temporale per il passaggio di questa struttura dall’uso che oggi se ne fa a questo ruolo di “valvola di sfogo” solo per momenti di emergenza?

Più specificatamente a pagina 5 del Rapporto della Commissione gestione e finanze sul messaggio 1° ottobre 2020 concernente la concessione di un credito di CHF 11’000’000.00 per la realizzazione di un Centro cantonale polivalente a Camorino, approvato dal Gran Consiglio, si legge:

L’impianto di PCi verrà ancora utilizzato?

    • Sono previsti interventi nell’ordine di ca. 200’000.- franchi per convertire il Rifugio Privato in spogliatoi e servizi per il personale così come un magazzino per stoccare i beni delle persone che partiranno dal centro senza preavviso (suggestione arrivata dalla SEM).
    • L’impianto verrà riorganizzato in settori con 8 posti letto e uno spazio comune per un totale di 48 posti disponibili. Saranno parte integrante del dispositivo e verrebbero utilizzati per un periodo limitato per alloggiare esclusivamente persone considerate non vulnerabili (maschi adulti in buona salute senza famiglia a carico).
    • Avere nel dispositivo di Camorino una struttura protetta permetterà di gestire all’interno del centro un’accolta a fronte di repentini aumenti di RA dovuti a flussi migratori senza dover ricorrere a Rifugi Pubblici nel territorio, per la quale l’attivazione verrebbe richiesta solo in una fase successiva.

E ancora: “Il futuro centro non contempla l’alloggio degli attuali ospiti di Camorino (statuti differenti)”.

Alla luce di quanto precede si chiede:

La struttura sarà quindi utilizzata ma per altri Rifugiati con statuto diverso?
Per i Rifugiati che oggi vi risiedono sarà trovata altra destinazione?
10. Alla luce di tutto quanto precede chiediamo di poter visitare la struttura in questione per avere un quadro della situazione attuale del Centro stesso.


Giù la maschera

Le strade del dialogo nella realtà globale, multiculturale e multietnica in un articolo del grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, a 15 anni dalla sua scomparsa 

Allora ci siamo, è finita l’era della mascherina, guarda un po’, quando si dice l’ironia della sorte, proprio nei giorni di carnevale. E infatti i vari comitati dei diversi carnevali cantonali sono già corsi a ripristinare urgenti maccheronate e risottate, al fiato finalmente liberato delle Guggen.

Liberi tutti, come bambini inebriati dal suono del campanello, a sciamare nei cortili, senza ingombri insopportabili, a godersi il “Freedom Day”, che fino a ieri era la ricorrenza delle prime elezioni libere in Sudafrica, e che oggi diventa la giornata in cui la politica ci annuncia che della variante sudafricana (del virus, naturalmente) non dobbiamo più aver timore.

Lo attestano i grafici, lo decretano nude e crude le cifre, quelle che ci hanno ammorbato per due anni e che adesso, benché non dissimili da quelle di qualche mese fa, ci dicono “chiaramente” che il pericolo è (definitivamente?) passato. Così decreta la politica governativa, nel mare di dubbi espressi una volta di più dal fronte medico.

“Libertà”, nel “Freedom day”, torna ad essere il termine in cui tutti confidiamo e confluiamo, dopo che per due anni ha diviso la società in nome delle sue più diverse interpretazioni, impugnato da favorevoli, scettici e contrari alle campagne vaccinali, per dire che “finisce dove comincia quella dell’altro” oppure che “mi è garantita dalla Costituzione come principio assoluto, in nome del quale del mio corpo faccio quello che voglio IO”.

Dietro le mascherine, in due anni di pandemia, una miriade di “io” a ritenersi diversi dagli altri, unici, singole monadi a confrontarsi, con malcelata preoccupazione, fra dubbi e certezze, con misure sanitarie fondate su riscontri scientifici a geometria variabile, non di rado francamente incomprensibili, diffusi dai media come piovesse, spesso senza filtri, senza verifiche, senza distinzioni, mentre stuoli di epidemiologi e virologi hanno dato di sé e della loro rispettabilissima (dovremmo pur dire provvidenziale) categoria professionale, anche qualche triste esempio di vittima del proprio ego e della macchina tritatutto dell’infotainement mediatico.

In pochi giorni, dalla preoccupazione che si è continuata ad esibire per dire della legittimità delle restrizioni dettate dai preavvisi scientifici, si è passati ad annunciare un possibile, poi divenuto certo, stop a quasi tutte le restrizioni. Così, senza quelle forme di “transizione” che fino a pochi giorni fa venivano prospettate dal Governo Federale, in barba alle lamentazioni costanti e reiterate di diversi settori economici, spalleggiati politicamente in particolare da Liberali e UDC.

Domani si farà proprio come da tempo chiedevano vari settori economici (pensiamo a Gastrosuisse, per dirne uno), come ribadiva l’USAM per voce del suo presidente Fabio Regazzi, come cantavano in coro i democentristi e, da noi, naturalmente, la Lega.

E così è tutto uno scatenarsi di dichiarazioni a caldo di viva soddisfazione (almeno quella) con annessi appelli a ricordarsi dei più fragili (Regazzi dixit, proprio lui), a tener presente che con il virus si dovrà convivere (ma, vien da dire, si dovrà convivere anche senza il virus, e questo, dopo gli ultimi due anni, non pare proprio così ovvio), che il ritorno alla normalità è affidato al senso di responsabilità dei cittadini (perché, quello della politica finisce qui?).

Ecco, sul “senso di responsabilità” si tornerà a battere il chiodo per i prossimi mesi, sempre sperando che nel frattempo il “maledetto virus” non escogiti qualche sua nuova variante, scaricando sui singoli quello che le autorità hanno ritenuto di potersi togliere di torno.

Già, perché se domani si dovesse malauguratamente riproporre una situazione critica, di chi sarà la “responsabilità”? Del Governo Federale? Dei partiti che invocano da una vita che in fondo il Covid è poco più di un’influenza, e magari, pur sedendo in Governo, frequentano gruppi di accesi no-vax con tanto di campanacci e canti jodel? Sarà della classe medica, delle autorità sanitarie, che continuano a definire queste decisioni precipitose e avventate? Certo che no, la “responsabilità” sarà del cittadino, che anche senza mascherina si ritroverà solo con il proprio “io” a dar la colpa al vicino, al giovane, ai vecchi, un po’ a tutti e un po’ a casaccio, ma sempre animato dalla convinzione di essere abbandonato da tutti, istituzioni, partiti, media, tutti lontani anni luce, tutti oggetto di sempre più cosmica “sfiducia”.

È infatti di termini come “fiducia”, “solidarietà”, “comprensione”, “condivisione” che dovremmo aver avuto bisogno durante la pandemia e di cui, ancor di più, in questa nuova (forse) fase post-pandemica dovremmo ritrovare il senso più profondo.

La “responsabilità”, certo, c’è anche quella, ma la si vorrebbe anzitutto assunta da chi le decisioni le ha prese, e da chi quelle decisioni, fra pressioni di vario genere, le ha imposte. Ma così, c’è da temere, non sarà.

I prossimi mesi, fra i tanti strascichi che nel “giorno della libertà” certamente passeranno in secondo piano, saranno quelli del “long Covid”, che non riguarda solo i lunghi decorsi di chi ha contratto in modo grave la malattia, ma è anche un effetto diffuso di incertezza e solitudine generato dal periodo pandemico e dai riflessi psico-sociali della sua gestione.

“Andrà tutto bene”, si gridava dai balconi nei primi mesi del 2020, e se è andata com’è andata, dal punto di vista strettamente sanitario, lo si deve a tanti, eroici operatori di centri medici, cliniche, ospedali, case anziani, non c’è dubbio. Ma per tutto quanto ha accompagnato e segnato gli ultimi due anni, quell’inno all’ottimismo pare davvero necessitare di una certa revisione.

La pandemia non ci ha resi migliori, ha piuttosto amplificato, anche subdolamente, tutte le storture di relazioni sociali già gravemente messe alla prova da un contesto politico ed economico che da questi due anni è comunque uscito ampiamente confermato nei propri “valori”: quelli della competitività più sfrenata, del ricorso all’aiuto pubblico in nome dei posti di lavoro (sottacendo gli utili comunque raggiunti), della liberalizzazione economica ad ogni costo, anche nel campo dei vaccini, anche e tristemente, sulla pelle dei cittadini-pazienti, malati, morti.

Nel giorno in cui ci si può praticamente e finalmente togliere la mascherina, c’è da pensare che, certamente, ci sarà chi preferirà continuare ad indossarla, vestendo i panni di chi opera, sempre e comunque, “per il bene del paese”, “per i valori più profondi” ed altre tirate retoriche, a mascherare, appunto, la logica più bieca del puro calcolo economico e politico.


Postpandemia 3022

Le strade del dialogo nella realtà globale, multiculturale e multietnica in un articolo del grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, a 15 anni dalla sua scomparsa 


Sergio Rossi – Fino a quando la Svizzera “isola felice”?

Le strade del dialogo nella realtà globale, multiculturale e multietnica in un articolo del grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, a 15 anni dalla sua scomparsa 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria