La prospettiva elettorale in un mondo capitalista che va a rotoli

Dibattito sulle prospettive della sinistra disunita – Contributo di Giuseppe Sergi, Coordinatore Movimento per il Socialismo 

Una campagna (e l’unità) “di sinistra” non può che essere di rottura col sistema attuale e quindi con le politiche imperialiste e capitaliste, in nome dei diritti fondamentali dei cittadini

Come sarà il mondo nell’aprile del 2023 e nei mesi successivi? Difficile dirlo. Tuttavia, possiamo indicare alcune chiare tendenze politiche, sociali ed economiche attuali che, sicuramente, ritroveremo al momento della scadenza elettorale (quella cantonale, ma anche quelle successive, federale e comunale).

A cominciare, ed è l’attualità di questi giorni, dall’accelerazione di dinamiche potenzialmente distruttive – i venti di guerra soffiano forti; e non certo per amore o in difesa di “valori” (libertà, sicurezza, addirittura pace – tutti termini abusati in queste ore), ma di interessi economici contrapposti tra imperialismi di vario genere: da quello classico degli USA a quello russo o cinese, per indicare solo i più importanti. Una competizione geopolitica nella quale a perdersi e a perdere sono gli interessi e la vita dei rispettivi popoli, a favore di interessi di gruppi ristretti e dominanti.

Queste tendenze continueranno e aumenteranno: la competizione economica e commerciale, come ci insegna la storia del capitalismo, si trasforma, prima o poi, in forme di scontro militare (dirette o mediate).

E tutto questo, per venire alle altre tendenze in atto, non potrà non avere ripercussioni economiche importanti: dalla rimessa in discussione del potere d’acquisto dei salari (già con il 2021, anno di ripresa dell’inflazione, i salari reali sono diminuiti) all’aumento della precarietà occupazionale e salariale; dalle difficoltà nei conti pubblici (meno entrate fiscali e maggiori uscite) che verranno utilizzate per invocare l’attuazione di politiche di austerità, alla continua erosione dei diritti sui luoghi di lavoro e nella società, nonché sul terreno più strettamente politico.

Far emergere gli interessi dei popoli e delle classi subalterne (qui e altrove), il loro diritto ad autodeterminarsi, a disporre delle ricchezze dei propri territori: sono esigenze fondamentali che devono essere, per la “sinistra”, priorità quotidiane.

E, allora, per coloro per i quali “sinistra” significa lotta per una società radicalmente diversa dall’ordine economico, sociale e politico esistente, il richiamo ad un’alternativa anticapitalista non potrà che essere all’ordine del giorno nel momento elettorale.

E non certo perché è attraverso questa via che un radicale cambiamento sarà possibile: al massimo la presenza istituzionale può servire a fare qualche modestissimo passo che, complessivamente, non modifica né le condizioni di vita della stragrande maggioranza dei salariati e delle salariate, né le disuguaglianze sociali, di genere e cultura, né le distanze di classe. Basterebbe riandare con lo sguardo agli ultimi quarant’anni (quasi due generazioni) per vedere come tutti gli indici di tipo sociale, culturale ed economico vadano a premiare le classi possidenti e penalizzino le classi subalterne.

Come non ricordare che, 40 anni fa, il “riformismo”, più avanzato e visto in Europa, quello dell’”Union de la gauche” a guida mitterrandiana, accedeva al governo della Francia e oggi la candidata ufficiale del PS alle presidenziali (per altro sindaca di Parigi), è accreditata del 2% nelle intenzioni di voto? E come non ricordare che il riformismo socialdemocratico europeo (pur potendo contare su maggioranze di governo per molti anni nei principali paesi europei) ha aperto la strada alla destra – moderata o estrema – in quasi tutti questi paesi? Ma, soprattutto, come non vedere che questa pretesa politica delle riforme ha lasciato irrisolti i nodi fondamentali (economici, sociali, ambientali) e li ha visti anzi, aggravarsi? Come non interrogarsi sul fatto che la presenza (minoritaria o maggioritaria poco importa) di forze “progressiste” all’interno di governi sostanzialmente neoliberali non ha fatto altro che trasformare questi partiti di “sinistra” in sostenitori di politiche e logiche neoliberali? Tutto questo vale, ancora di più, in un paese come il nostro, nel quale il movimento operaio (se ha ancora senso usare questa espressione) è storicamente debole, sia dal punto di vista della sua capacità di mobilitazione (che è andata ulteriormente declinando negli ultimi anni), sia dal punto di vista della sua rappresentanza politica (una semplice occhiata ai grafici dell’evoluzione dei risultati elettorale del campo della “sinistra” lo conferma).

Una campagna elettorale deve essere inserita in questo contesto e non può fare astrazione da tutto questo; deve servire a ribadire, visto che ci dichiariamo socialisti, che la nostra idea di socialismo non ha e non può avere nulla a che vedere con regimi che reprimono e negano i diritti dei cittadini e delle cittadine a manifestare, a organizzarsi, ad esprimersi (anche in paesi che si professano “socialisti”).

Al centro deve porsi una chiara prospettiva di opposizione al capitale e ai suoi interessi, rappresentati dalle politiche dei governi (siano essi nazionali, cantonali o comunali), avanzando rivendicazioni “incompatibili” con il quadro politico -economico e sociale del capitalismo reale ma estremamente “realistiche” se effettivamente si vuole rispondere alle questioni di fondo economiche, sociali e ambientali con cui siamo quotidianamente confrontati.

Con quale obiettivo? Non certo quello – che altri perseguono da almeno un secolo marciando in definitiva sul posto se non addirittura indietreggiando – di fare balzi in avanti giganteschi nei consensi elettorali; ma, più modestamente, quello di conservare la possibilità di utilizzare la tribuna parlamentare per un’attività di denuncia.

Siamo convinti di vivere in un periodo caratterizzato dall’”attualità della rivoluzione”. Potrebbe sembrare un’affermazione irrealistica, a prima vista, dato che in questo momento sono i movimenti politici di destra che sembrano marcare la loro superiorità elettorale e sociale. Ma attualità non significa imminenza. Attualità significa, per usare le parole di quel grande regista che è stato Mario Monicelli nell’ultima intervista prima di lasciarci, che “ci vorrebbe…una rivoluzione”. Una rottura decisiva e necessaria per dare risposte adeguate a problemi esistenziali (per gli esseri umani e per il mondo nel quale vivono) che, da tempo ormai, riemergono insoluti e sempre più gravi.

Gli spazi di riforma, di adeguamento, di transizioni senza rotture non esistono più. I grandi movimenti sociali (da quelli che vedono scendere in campo i salariati a quelli delle donne, da quelli sul clima a quelli per i diritti democratici ovunque nel mondo) pongono l’esigenza di un altro mondo. E ci dicono, contrariamente a quanto avvenuto nel corso di tutto il dopoguerra, che non abbiamo più molto tempo. Il rischio è che non solo le crisi si trasformino in tragedie dai possibili esiti apocalittici (come quelle che potrebbero farci rischiare una guerra mondiale dalle conseguenze imprevedibili); ma che il sempre più veloce approfondirsi di altre crisi – come quella climatica – rischino di mettere in discussione l’esistenza stessa della specie umana.

Siamo pronti a correre, ad unirci, con tutti coloro che, in qualche modo, condividono questa prospettiva e questo modo di contestualizzare la contesa elettorale. Con coloro che si muovono in una prospettiva di opposizione alle politiche dominanti in un preciso contesto. Del resto, lo abbiamo dimostrato con l’alleanza senza condizioni che abbiamo stretto (e che prosegue con successo) con i Verdi a livello della città di Bellinzona.

Per il momento, è questa la nostra prospettiva; se qualcuno è interessato non ha che da manifestarsi.

Nell’immagine: Redesign, di Davide Boriani


Fin dove vuol arrivare il leader del Cremlino

Dibattito sulle prospettive della sinistra disunita – Contributo di Giuseppe Sergi, Coordinatore Movimento per il Socialismo 

Da settimane, stringendo sempre più “la presa sul collo dell’Ucraina” (denuncia del rieletto presidente tedesco, il socialdemocratico Steinmayer), la domanda è sempre la stessa: fin dove vuole (e può) arrivare Vladimir Putin? È vero che l’autocrate di Mosca dichiarò pubblicamente che “il crollo dell’Unione Sovietica è stata la più grande catastrofe del ventesimo secolo”, e se ne potrebbe perciò dedurre che egli respinga la realtà geopolitica sancita dalla fine della guerra fredda, fino al punto di voler in qualche modo ristabilire ‘l’ordine antico’. Ma è anche vero che in seguito lo stesso uomo del Cremlino se ne uscì con l’affermazione che “chi volesse restaurare l’Urss è una persona senza cervello”, e a lui di certo la materia grigia non manca. Quindi, di nuovo, dove sta il suo agognato punto d’approdo? In questo apparente rompicapo si stanno esercitando politici e analisti. Il traguardo minimo del neo-zar è quello, dopo la Crimea, di riprendersi con la forza anche l’altra parte di terra ucraina che corrisponde al Donbass, con popolazione a maggioranza russofona, dove si combatte da anni una ‘guerra a bassa intensità’ che però ha già fatto 14.000 morti? Oppure l’ambizione massima’ è pilotare e provocare a Kiev un cambio di regime favorevole all’ex ‘madre Russia’, che non vuole rinunciare a quella terra che per secoli ha fatto parte dei suoi imperi (zarista prima, sovietico poi)? O ancora, traguardo intermedio, in nome della sicurezza nazionale ‘semplicemente’ evitare che l’Ucraina finisca nella Nato (in questo caso con relative basi missilistiche) come è già avvenuto per gli ex vassalli, dall’Ungheria alla Polonia, dagli Stati baltici alla Cechia. Con un corollario di domande subordinate ma non di poco conto: dividere gli alleati delle due sponde dell’Atlantico, puntare sulle paure degli europei fortemente tributari dell’indispensabile energia (gas, petrolio) proveniente dalla Russia, dare alla Cina un motivo in più per rafforzare l’asse Mosca-Pechino in funzione anti-Usa.

Tanti interrogativi, che non si eliminano a vicenda; e qualche imprevista risposta. Per esempio quella di Richard Haas, presidente del Council on Foreign Relation, uno dei più prestigiosi think tank statunitensi, che afferma: “Dovremmo anche prepararci per un’altra possibilità, una crisi prolungata, in cui un numero significativo di forze russe rimane parcheggiato ai confini ucraini”; dunque il protrarsi di braccio di ferro militare, diplomatico, da guerra fredda, una sorta di indeterminato conflitto ibrido. Che farebbe più comodo al Cremlino, sia per la sua esibizione muscolare (tenuta comunque sotto controllo) che mette comunque in ansia il fronte nemico, sia per i vantaggi economici che nello status quo favoriscono con certezza più i russi che gli occidentali. L’agenzia Bloomberg ha in effetti calcolato che i prezzi più alti di quest’anno per gas e petrolio garantiranno al Cremlino oltre settanta miliardi di dollari in più. E se la situazione di crisi senza conflitto dovesse protrarsi, le entrate per il ministero delle finanze a Mosca potrebbero rivelarsi decisamente maggiori. Paradossi che forse più di altri vengono interpretati e rappresentati dal presidente ucraino Volodimir Zelens’kyj, che rimprovera addirittura il suo protettore americano: Kiev è assediata, “ma non è il caso di esagerare con l’allarmismo”. Bizzarro? Del resto, “drôle de guerre”, strana guerra, dicevano i francesi di una guerra poi diventata terribilmente vera.

Scritto per ‘laRegione Ticino’


Bergoglio, il papa traduttore

Dibattito sulle prospettive della sinistra disunita – Contributo di Giuseppe Sergi, Coordinatore Movimento per il Socialismo 

 Lo scorso 11 febbraio ricorreva, passato un po’ in sordina nella grande messe di notizie di «attualità» nella quale siamo costantemente immersi, il nono anniversario di un momento storico: le clamorose e tuttora misteriose dimissioni di Joseph Ratzinger dal soglio più alto della Chiesa di Roma, evento che ha coinciso con l’invenzione di una nuova istituzione religiosa e giuridica, quella del papato emerito. Nella lunga e tormentata storia del cristianesimo non sono mancati momenti in cui c’erano due o persino tre papi, in aperta lotta tra loro, ma è chiaro che siamo di fronte a qualcosa di radicalmente diverso. Non un’opposizione bensì una compresenza, un equilibrio dinamico attorno al quale si sono accapigliati i più agguerriti vaticanisti, sovente alla ricerca di vere o presunte tensioni tra i due, di ingerenze del primo (in pensione) sul secondo (in attività), dentro e fuori le mura di San Pietro. Noialtri, popolo dei comuni mortali, dobbiamo accontentarci di quello che emerge sulla stampa. La scorsa settimana, da questo punto di vista, è stata a dir poco clamorosa.

A poche ore di distanza abbiamo assistito infatti a due fenomeni mediatici che hanno messo in evidenza, mai come prima d’ora in questi nove anni, la differenza di stile tra i due papi: Francesco che si concedeva a Fabio Fazio in una lunga intervista su Rai Tre, e Benedetto XVI che rispondeva per lettera alle accuse di avere coperto preti pedofili quando ancora era a capo della diocesi di Monaco. Questi due «oggetti», l’intervista e la lettera, chiedono di essere considerati con attenzione, non da ultimo per il fatto che sono assolutamente complementari.

Che papa Bergoglio sia uno straordinario comunicatore, il migliore che potesse capitare alla Chiesa del terzo millennio, è fuori di dubbio: sue sono state, da subito, formule memorabili come quella dell’ “ospedale da campo “ (per identificare una Chiesa che deve andare nel mondo, con l’agilità e la povertà di una struttura di emergenza), o come il «chi sono io per giudicare» pronunciato con disarmante sincerità di fronte a una domanda sull’omosessualità. Alcune di queste immagini sono tornate in occasione dell’intervista con Fazio, che soprattutto nella prima parte toccava temi cari a Francesco quali la questione migratoria («il Mediterraneo è il cimitero d’Europa») o quella ecologica («dobbiamo farci carico della Madre Terra, come la chiamano i popoli aborigeni»). Soltanto sul finire della lunga conversazione, durata circa un’ora, si sono toccati argomenti più prossimi alla realtà spirituale dei cristiani, sui temi della preghiera, della fede e del perdono (inteso come un diritto!), e posso capire in parte chi obietta, dall’interno del mondo cattolico, che il papa si occupi troppo di questioni sociopolitiche, e meno di quelle spirituali. «È più attento a salvare i corpi che le anime» ha riassunto un caustico Marcello Veneziani nel suo ultimo pamphlet, La Cappa. Per una critica del presente, appena apparso da Marsilio. Certo il papa fa quello che i politici non fanno: avanza, con umile ma fermo pragmatismo, proposte di soluzioni realistiche (i contingenti di migranti distribuiti proporzionalmente tra le nazioni d’Europa, ad esempio) e si fa portavoce di un buonsenso che nasce sì all’interno dell’esperienza cristiana, ma che non si esaurisce in quella.

L’intervistatore, il più democristiano dei sacerdoti laici della televisione italiana, non ha posto domande scomode ed è un bel dire che «il papa è andato da Fazio», perché è vero il contrario (come la montagna con Maometto). Non soltanto per il collegamento a distanza, che con buona pace di chi urlava alla desacralizzazione della figura papale ha in qualche modo ovviato al problema dell’ospitata televisiva, ma per la continua riverenza nei confronti del «Santo Padre»: giustificata e corretta, verrebbe da dire, perché in quei casi l’intervistatore si fa portavoce del sentimento degli 8 milioni di spettatori connessi, consapevole di non essere una Fallaci davanti ad Arafat o Khomeini. Più che uno scoop, è stata la celebrazione di un rito, o forse meglio un arricchente momento di catechesi. D’altronde Fabio Fazio, più per indole che per professionalità, avrebbe fatto lo stesso con un Dalai Lama o il metropolita Ilarion.

L’unico tema non affrontato su Rai Tre è stato invece al centro della lettera pubblica che Joseph Ratzinger si è sentito in dovere di scrivere di fronte al montare dello scandalo delle indagini sugli abusi all’interno delle diocesi tedesche (quelle francesi hanno offerto risultati scioccanti, mentre la Chiesa svizzera è attualmente sotto osservazione), indagini che hanno sfiorato anche la sua persona. Il problema contingente è di importanza relativa – la sua presenza o meno a una riunione, circa la quale è stato commesso a quanto sembra un errore di verbalizzazione, non si sa se in buona fede – ed è invece fondamentale il testo della lettera, nella quale dopo aver affermato con forza la propria estraneità ai fatti, cioè alla copertura di preti accusati di pedofilia, accetta invece in toto le colpe di cui la Chiesa si è fatta responsabile sotto il suo pontificato, in tutte le diocesi e parrocchie del mondo. Non quindi una colpa minima e personale, bensì «maxima» e generale, inaggirabile, per la quale il papa emerito ha chiesto scusa con la più sincera contrizione. La Chiesa non è d’altronde nuova a questo genere di ammissioni, inaugurate da Giovanni Paolo II.

Portare il discorso dal piano giuridico a quello morale e infine teologico (ricchissimi sono gli spunti in tal senso, soprattutto nella parte conclusiva della lettera) è tipico dello stile argomentativo di Ratzinger, sempre proiettato sulla verticalità dell’esperienza spirituale. Orizzontale è invece in prima battuta l’approccio di Bergoglio, teso a toccare le ferite dei corpi, degli uomini e della natura in pari grado, e soltanto in seguito a offrire di tutto questo una lettura secondo categorie cristiane. L’errore più comune, da non commettere, è ritenere solo il primo un grande teologo e il secondo invece una semplice (si fa per dire) persona buona. La medesima esperienza millenaria e il medesimo messaggio evangelico stanno dietro le spalle di entrambi, una ricchezza di contenuti che si declina in chiave culturale in Ratzinger e che viene invece tradotta da Bergoglio (non saprei quale parola utilizzare altrimenti) nella lingua di tutti i giorni, quella che il mondo capisce nell’immediato. È quindi inevitabile, per chi non colga questa fondamentale distinzione stilistica, che il papato di Francesco continui a deludere le aspettative dei fedeli più progressisti: nei pochi anni che ancora gli rimangono, e probabilmente nemmeno dopo, non si daranno stravolgenti aperture sul fronte del sacerdozio femminile, del matrimonio religioso per gli omosessuali o del celibato dei preti. Se il contenuto fondante dell’esperienza cristiana, fatto anche di simboli, abitudini e tradizioni consolidate, non è stato stravolto dall’arrivo di Bergoglio, è cambiato però radicalmente il linguaggio: Joseph Ratzinger non sarà stato l’ultimo papa a dare le dimissioni (è verosimile che in futuro altri lo seguiranno) ma è stato di certo l’ultimo a farlo in latino. Di «ingravescente aetate» e di tutte le altre fragilità di noi esseri umani si parlerà sempre di più, in quel paese per vecchi che è oramai diventato il mondo intero, ma lo si farà con la lingua di tutti, quella di papa Bergoglio.

Nell’immagine: la fumata bianca che ha segnalato l’elezione del card. Bergoglio nel 2013


Macerie #11 – Morel, Casotto e l’autogestione ‘buona’

Dibattito sulle prospettive della sinistra disunita – Contributo di Giuseppe Sergi, Coordinatore Movimento per il Socialismo 

In questo undicesimo episodio di Macerie ci permettiamo una divagazione, per raccontare alcune realtà non istituzionali che si sono sviluppate a Lugano nell’ultimo decennio: il Casotto e il Morel. Spazi con finalità e strumenti di gestione molto diverse rispetto al Molino, alcune radici comuni ma modalità di azione, comunicazione e obiettivi differenti. Forse proprio per queste differenze c’è chi ha cercato di definire “autogestione buona” quella votata alla curatela artistica del gruppo Morel e “cattiva” quella politica e antagonista del Molino.

Interessante constatare come nonostante l’apertura, il dialogo e la voglia di trovare dei compromessi, le autorità cittadine e cantonali non siano state in grado di trovare un quadro legale che permettesse alla realtà del Morel di continuare con le sue attività socioculturali e come si sia tentato di utilizzare la presenza di queste realtà come “alibi” per giustificare lo sgombero dello stabile dell’ex Macello.

I nuovi podcast vengono pubblicati quindicinalmente il martedì su naufraghi.ch così come su Spreaker,  Spotify e su Apple podcast. Inoltre vengono ritrasmessi da Radio Gwen e da alcune radio di movimento italiane. Per commenti: macerie@inventati.org

Ascolta tutte le puntate della serie


La sconfitta del neoliberismo alle urne

Dibattito sulle prospettive della sinistra disunita – Contributo di Giuseppe Sergi, Coordinatore Movimento per il Socialismo 

I risultati delle votazioni popolari vengono analizzati a caldo secondo i soliti schemi, destra – sinistra, vittoria o sconfitta del Consiglio federale, fossato città – campagna, röstigraben fra svizzero tedeschi e romandi. Questa volta dalle urne esce una tendenza più profonda e significativa. Gli elettori diffidano sempre più di un sistema economico in cui i ricchi diventano sempre più ricchi anche in barba alla pandemia. Il secco NO all’abolizione della tassa di bollo è un veto agli sconti fiscali per le grandi aziende. Sconti che assottigliano le finanze federali già prosciugate dalle misure per combattere la pandemia, fra cui anche gli aiuti ad imprese che poi hanno spudoratamente distribuito boni e dividendi. È un voto di sfiducia insomma al neoliberismo globalizzato che predica il meno stato per poi aggrapparvisi quando entrano in crisi. Questa volta l’argomento, quasi sempre imparabile, dei posti di lavoro è caduto nel vuoto.

Lo stesso è avvenuto con il chiaro e netto SI popolare all’iniziativa sul divieto della pubblicità del tabacco. Una cocente sconfitta della potente lobby delle grandi multinazionali del tabacco, coadiuvate e sostenute dai partiti borghesi. In passato avevano rintuzzato iniziative analoghe, adesso incassano una cocente sconfitta in votazione popolare. Diversi i motivi contingenti di questo capovolgimento. Sullo sfondo si intravede però la crescente avversione per i metodi senza scrupoli di multinazionali e grandi aziende che procurano enormi profitti ad una piccola minoranza, senza troppo curarsi dell’ambiente, della salute e del benessere della stragrande maggioranza della popolazione.

Questa chiave di lettura diventa più incerta per la legge sugli aiuti ai media, bocciata anche per le sue pecche e contraddizioni. Molto dipende dai motivi del NO popolare, se prevale come appare l’insofferenza nei confronti dei grandi editori privati piuttosto che i timori sull’indipendenza dei media dallo stato. Dobbiamo attendere le ben più approfondite analisi dei politologi. In qualsiasi caso rimangono i due cartellini gialli ai grandi boss dell’economia, il NO alla tassa di bollo e il Si al divieto della pubblicità per il tabacco. Sono le avvisaglie di scossoni politici che si manifestano dopo gravi crisi, come la pandemia da corona virus o la crisi finanziaria del 2008.


Media e democrazia – Una brutta domenica

Dibattito sulle prospettive della sinistra disunita – Contributo di Giuseppe Sergi, Coordinatore Movimento per il Socialismo 

Ci vorrebbe subito un bisturi, perché diverse sono le sfaccettature da esaminare separatamente per capire aspetti e cause del netto rifiuto nazionale della proposta d’aiuto ai media. Bocciatura che aggrava la situazione di molte testate già in chiara difficoltà, e che rischiano di soccombere, allungando la lista abbondante di giornali già scomparsi nella Confederazione in un paio di decenni e conseguentemente, inevitabilmente di numerosi colleghi lasciati a casa. Con il voto di ieri, un’altra brutta pagina viene scritta per uno dei tasselli imprescindibili del funzionamento delle società democratiche.

C’è soprattutto da capire quanto abbia pesato, nella vittoria del fronte del rifiuto, in particolare l’operazione truffaldina di spacciare un sopportabilissimo colpo di mano al mondo dell’informazione, regionale e locale, alla stregua di un attentato all’indipendenza dell’informazione: sussidi (pochi, insufficienti ormai) già ci sono, e nessuno ha mai potuto provare che siano serviti a Stato, governo, autorità politiche varie per condizionare, da soli, il lavoro dei giornalisti. Non è questo il problema dell’informazione allineata. Che è piuttosto il risultato di precise scelte di campo (spesso nemmeno dichiarate, ma nitide), di poco coraggio, di scarsa formazione (che la nuova legge prometteva di incoraggiare concretamente), di autocensura mentale (quella che in molte redazioni chiamano ‘min-cul-pop’, il ministero della cultura popolare di fascistica memoria, quando il solo fatto di esistere produceva ciò che il potere desiderava). Del resto non è certo un caso che a insistere pesantemente e incoerentemente sulla presunta minaccia alla libertà di espressione affossata dall’intervento dello Stato fosse soprattutto quella parte della politica affiancata da alleati economicamente potenti che han fatto shopping di testate grandi e piccole, poi costrette davvero a sacrificare la propria autonomia al propagandistico condizionamento dei nuovi padroni. In sostanza: lo Stato stia al suo posto, lasci che i piccoli si dissanguino, ci pensiamo poi noi imprenditori con le saccocce piene e con le idee politiche ‘giuste’, a proporci come unici possibili salvatori col nostro gioco, quello della libera mano del mercato (che non c’è). Guarda caso, i paesi scandinavi, dove i governi sono stati generosi nei sussidi statali, sono quelli che tutte le ricerche indicano come i migliori in fatto di indipendenza delle redazioni.

Poi, sul lato opposto, c’è stato anche chi ha ‘votato contro’ perché consapevole e convinto che con l’aiuto si sarebbero ingiustamente messi altri soldi nelle casse dei pochi colossi dell’editoria svizzera che in verità non ne hanno davvero bisogno (risultato di un compromesso politico pasticciato), ‘giganti’ che procedono a colpi di fusioni di giornali, che da anni non accettano il rinnovo del contratto collettivo di lavoro dei giornalisti, che hanno fatto utili e distribuito dividendi anche nell’era economicamente difficile della pandemia. Non si può negare che sia vero, anche se è inevitabile che ormai un certo giornalismo di qualità, che presuppone investimenti economici di personale e di tempo importanti, ormai lo possono garantire soltanto loro. Il problema è però che nel tritacarne del ‘gran rifiuto popolare’ ci finiscono soprattutto (meglio: esclusivamente) i meno attrezzati economicamente, i più deboli, i più colpiti dal precipitoso calo della pubblicità assorbita anche dalle grandi piattaforme della rete internazionali. Ma sono proprio questi ‘piccoli’ a garantire la nervatura vitale e indispensabile dell’informazione anche delle realtà apparentemente periferiche.

Infine, si paga il prezzo per le abitudini cristallizzate con l’avvento di media elettronici e social: nel primo caso col lungo gratuito saccheggio di articoli della stampa scritta, e nel secondo con notizie e opinioni a cascata, scarsissime volte attendibili, quasi mai verificate, un serbatoio traboccante anche di scemenze e veleni a cui, segnalano ancora una volta le statistiche, molti si abbeverano per ottenere ‘informazioni’, soprattutto nella platea dei più giovani (per il 45 per cento di loro, Facebook è in Svizzera l’unica fonte). E non può bastare, non ancora, la nascita di diverse piattaforme online alternative – che qualcosa avrebbero ottenuto dalla mano pubblica – per sperare in un futuro solidamente pluralista del nostro tormentato mercato editoriale.

Tutto questo mentre all’orizzonte si profila un’altra battaglia, che rischia di infliggere un altro distruttivo colpo di maglio in questo preoccupante panorama. La prospettiva, ma forse si può già parlare di certezza, che la destra nazionale (UDC, vedremo se con l’appoggio di quale parte dei partiti borghesi) lanci l’ulteriore attacco al servizio pubblico radio-televisivo, chiedendo in pratica il dimezzamento del canone. Non è trascorso molto tempo dalla battaglia (vinta) sul No-Billag che voleva in sostanza azzerare la SSR. Ma molta acqua è passata sotto i nostri ponti. Acqua limacciosa.


Odermatt, baciato dalla grazia

Dibattito sulle prospettive della sinistra disunita – Contributo di Giuseppe Sergi, Coordinatore Movimento per il Socialismo 

Odermatt ha compiuto una vera prodezza: avendo vinto la prima manche dopo un errore iniziale con soli 4 centesimi sull’austriaco Brennsteiner, 8 sul francese Faivre, 12 sul norvegese Kristoffersen in una tempesta di neve, nella seconda è stato il 30esimo a scendere, oltretutto stupefatto dalla prodezza dello sloveno Kraniec autore di un tempo straordinario: poco dopo la situazione è peggiorata, alla pista scalinata si è aggiunto lo svantaggio di una luce sempre più diffusa che faceva annegare il tracciato in un mare opaco, rendendo impossibile vedere le asperità del tracciato: pochi hanno creduto che Marco potesse farcela, specialmente quando all’ultimo rilievo del tempo, il suo vantaggio di 78 centesimi su Kraniec è svanito a 15: eppure nelle ultime porte il fenomeno ha salvato 19 centesimi entrando già sin d’ora nella storia dello sci: solo un uomo dotato di qualità superiori poteva realizzare un’impresa del genere: anzi, uno toccato dal dio: più che da quelli del beato monte Olimpo, dai numi delle lande nordiche percorse sugli sci da Ullr e dalla dea Skadi che abbiamo imparato a conoscere alle Olimpiadi norvegesi di Lillehammer.

Tipi come il 24enne Odermatt nascono ogni 30-40 anni: sono dei predestinati: a loro tutto riesce facile. Ciò che agli altri costa enorme fatica, grande applicazione, per loro è un gioco: al suo debutto ai mondiali juniores di Davos, a 19 anni vince 5 medaglie d’oro: gigante, discesa, supergigante, combinata e gara a squadre.

Vincerà la Coppa del Mondo anche se dovesse andare 2 settimane al mare: salute permettendo, ed è questa l’unica incognita. L’infortunio può colpire anche chi è toccato dal dio: si sa che gli dei sono dispettosi nei confronti degli umani che fanno loro ombra… Odermatt come Toni Seiler, che debutta alle Olimpiadi di Cortina nel 1956 e vince slalom, discesa e gigante con un vantaggio di 6,2 secondi su Molterer. Come Jean-Claude Killy che ripete l’impresa a Grenoble nel 1958. Come Pirmin Zurbriggen, capace di imporsi in tutte le discipline. Altri grandi campioni hanno fatto la storia, ma solo in una, al massimo in due discipline, come di recente l’austriaco Marcel Hirscher.

Odermatt, con una minima preparazione mirata, sarebbe perlomeno fra i primi 10 anche nello slalom: è solo una questione di tempo, di calendario troppo fitto, non di capacità.

Questa tipologia umana è dotata di particolare grazia: sorridenti, distaccati quasi, hanno molte altre cose per la testa: possono diventare piloti d’auto, attori, allenatori. Per hobby, in poco tempo, vincerebbero anche nel curling o nel gioco della lippa. Senza minimamente insuperbire.

Perché oltre al talento innato, all’istinto per la linea, alla scelta del tempo nell’attacco e nella chiusura di una curva, alla sensibilità nel dosare la pressione e l’inclinazione dell’attrezzo, hanno anche quella intelligenza razionale che permette loro di vivere accanto agli altri umani, loro che lo sono in modo diverso rispetto a noi.

Immagine dalla diretta RSI


Sinistra e sinistre

Dibattito sulle prospettive della sinistra disunita – Contributo di Giuseppe Sergi, Coordinatore Movimento per il Socialismo 

Le radici e l’attualità di dissensi e contrasti senza fine nella sinistra ticinese

La politica e la guerra hanno radici comuni: «polis» e «polemos». Perciò non sorprende che nel dibattito politico si ricorra largamente alla terminologia militare. Già è possibile udire i primi scoppiettii in vista delle elezioni cantonali, in agenda il 2 aprile 2023. Piccole manovre, che poi diventeranno grandi dal prossimo autunno; scaramucce sparse e formazione di capisaldi, in attesa della guerra di movimento. E infine gli immancabili duelli, specie a sinistra, che teme di perdere il seggio in Consiglio di Stato. Questa volta, si dice, toccherà di nuovo ad una donna scendere nell’arena (sinora nessun uomo ha manifestato l’intenzione di candidarsi). I liberali-radicali vorranno verosimilmente tornare a dirigere il Dipartimento educazione, in mano socialista dal 2011 (tre legislature).

Ma che volto avrà la sinistra l’anno venturo, questo arcipelago frastagliato che da sempre (si è tentati di dire, fin dal suo apparire sul palcoscenico della storia) ama litigare, combattersi e alla fine imboccare strade divergenti senza più guardarsi in faccia? Il gruppo socialista è ovviamente inquieto dopo le sconfitte sulle sperimentazioni nella scuola. L’ultima, quella riguardante i livelli, sarebbe passata in parlamento se il gruppo rivale, il Movimento per il Socialismo (MpS), l’avesse appoggiata come hanno fatto i compagni comunisti, il Partito dei verdi e Più Donne. Così non è stato, scavando fossati e alimentando inimicizie che non sarà facile superare nei prossimi mesi.

Il fatto è che l’animosità tra le parti viene da lontano. PS e MpS sono spesso in contrasto, e fin da quando si conoscono. Oltre che sulla scuola, hanno visioni diverse sugli ospedali, sul salario minimo (iniziativa promossa dai Verdi), sulle scelte della città di Bellinzona (retta da un sindaco socialista) e da ultimo sui piani urbanistici di Lugano. Per l’ultima campagna sul Polo sportivo e degli eventi, l’MpS ha valicato il Ceneri, riuscendo a portare alle urne i cittadini luganesi. Alla resa dei conti il referendum è stato bocciato (56,8 no contro 43,2 sì), ma anche qui lasciando sul terreno scorie emotive, dissapori e amarezze.

All’origine c’è una differenza cromosomica: ideologica, politica, organizzativa.

L’ideologia
Il PST muove i primi passi al tramonto dell’Ottocento, per costituirsi in partito all’alba del XX secolo; è un socialismo di frontiera, in cui confluiscono varie correnti, autoctone, italiane e nordiche. Sulle prime alleato al radicalismo liberale (Romeo Manzoni, Emilio Bossi), il Partito cresce sull’onda delle battaglie politiche e sindacali dell’epoca. Nel 1922 Guglielmo Canevascini fa il suo ingresso in governo, rimanendoci fino al 1959.

Il Movimento per il Socialismo è invece un discendente del Sessantotto, un nipote della Lega marxista rivoluzionaria formatasi nel 1969 nella Svizzera francese (lo stesso anno in cui in Ticino vede la luce il PSA in rottura con il PST). È quindi un frutto della «nuova sinistra» anti-autoritaria e anti-stalinista. I suoi riferimenti vanno ricercati nella Quarta Internazionale fondata nel 1938 dal principale avversario di Stalin, ossia Lev Trotzky, il teorico della «rivoluzione permanente»: «la conquista del potere da parte del proletariato non pone termine alla rivoluzione, al contrario, non fa che inaugurarla. L’edificazione socialista è concepibile solo sulla base della lotta di classe su scala nazionale e internazionale». L’internazionalismo occupa una casella centrale nella piattaforma ideologica dell’MpS; costante è infatti l’attenzione rivolta alle mobilitazioni dal basso e alle azioni di rivolta contro i poteri forti, gli gnomi della finanza, le multinazionali, i club esclusivi. Risuonano qui gli echi della lezione luxemburghiana, ovvero che la coscienza di classe germina sul terreno della lotta e non nelle pratiche negoziali tra padronato e commissioni operaie. La stella polare rimane comunque Marx, il cui insegnamento è ritenuto imprescindibile per una corretta lettura del sociale. Perciò i militanti sono caldamente invitati a frequentare il circolo di studio e riflessione sul marxismo, articolato in politica, storia e attualità (un programma simile è proposto anche dal Forum alternativo). Fortemente raccomandata è pura la lettura del mensile «Le Monde diplomatique» e di «Alternatives économiques».

La politica
In campo politico, il Movimento si prefigge di combattere da un lato il liberalismo, con la sua variante economica (il neoliberismo), e dall’altro la socialdemocrazia, considerata subalterna ai partiti borghesi. La categoria fondamentale è quella di «antagonismo», ossia della non-collaborazione con il Potere. A giudizio degli antagonisti la «terza via» si è rivelata disastrosa. Propugnata da Blair, Schröder, Hollande e Prodi ha condotto le principali formazioni socialiste e post-comuniste europee in un vicolo cieco, rendendole innocue e prone al capitale.

A quest’accusa, il PS ticinese risponde con la sua lunga presenza nelle istituzioni: principalmente a Bellinzona (nell’esecutivo cantonale senza interruzioni dal 1922), ma anche nei comuni e infine a Berna, nelle due camere federali e nelle commissioni. Un’esperienza che invece il Movimento non può vantare, in nessun municipio, né urbano né rurale. La divaricazione tra le due traiettorie è dunque evidente: cultura di governo/cultura di opposizione, Palazzo/Piazza, collegialità/movimentismo. Fondamentalmente, insomma, l’MpS rimane una forza guidata da una mentalità extraparlamentare, mentre il Ps resta ancorato alla sua secolare tradizione governativa.

L’organizzazione
Diverso è pure il modo di concepire l’organizzazione e i processi decisionali interni. Sebbene il Movimento sia guidato non da un presidente ma da un «semplice» coordinatore, l’«imprinting» resta leninista, ossia determinato dall’alto da una cerchia ristretta di attivisti, una direzione quasi familiare. Senza una disciplina ferrea è impossibile conseguire gli obiettivi fissati. Il gruppo dirigente dev’essere coeso e convinto della causa. A decisione presa, ogni obiezione cade.

Molto più lasca e policentrica è invece l’organizzazione del PS, tant’è vero che deve fare i conti con dissensi intestini frequenti, provenienti sia dall’ala destra (i liberalsocialisti di Piattaforma riformista), sia dai frondisti del Forum alternativo. Anche a livello nazionale, il PSS deve mediare tra tendenze radicali, incarnate soprattutto da Gioventù socialista, e correnti moderate e pragmatiche: una creatura tricefala, la cui origine va ricercata nel dibattito sul revisionismo che al principio del Novecento scosse la socialdemocrazia tedesca spaccandola in tre tronconi.

Spina nel fianco
Se quanto detto sin qui ha qualche fondamento, è davvero poco probabile che l’MpS darà una mano al PS per la riconferma del seggio in governo. Rimarrà una spina nel fianco, una faina lesta ad infilarsi nelle contraddizioni che dovessero esplodere in casa socialista. La tattica, anch’essa d’impronta leninista, è quella della filibusta. Il PS, per riuscire nell’impresa, dovrà in primis far capo ai Verdi, al gruppo donne e ai comunisti, e in seconda battuta al soccorso esterno. Ci attendono mesi caldi. D’altronde la politica locale non è mai stata avara di sorprese.

Nell’immagine: Redesign, di Davide Boriani


Il comun denominatore che proprio non c’è

Dibattito sulle prospettive della sinistra disunita – Contributo di Giuseppe Sergi, Coordinatore Movimento per il Socialismo 

Interrogativi sull’ipotesi di una politica unitaria di una sinistra divisa, frazionata e litigiosa

A più di un anno di distanza siamo già con la testa nella campagna elettorale per le Cantonali ‘23 e qua e là si cominciano ad intravvedere i primi movimenti di partito, le varie chiusure tipo “serrate i ranghi” ma anche ragionamenti e calcoli che hanno fin troppo evidentemente un implicito sapore elettoralistico. È un fenomeno che si manifesta un po’ in tutti gli schieramenti e che qui si vorrebbe provare ad indagare per provare a sollevare, nella litigiosa e frammentata realtà della sinistra, qualche possibile questione cruciale che pare costantemente elusa.

Mi sembra infatti urgente chiedersi perché una sorta di triste teatrino si manifesti ogni quattro anni, senza che dentro questo lasso di tempo vi siano stati segnali di un rinnovato e necessario dialogo, un progetto di lavoro comune per almeno alcuni temi imprescindibili di area.

Non vi sembra strano che ognuno vada per la sua strada per poco più di tre anni e poi di assemblea in assemblea, emergano, sempre più numerosi, appelli, aperture, simpatie ed antipatie a gogo? Possibile che non si possano costruire delle basi solide e chiare nel corso delle legislature, che vadano nell’interesse dei cittadini e di quelle fasce che necessitano di maggior attenzione? Potrei enumerare una lunga serie di casi specifici relativi a temi di grande rilievo che rimangono sul tavolo per anni a causa della mancanza di progetti condivisi da parte di espressioni della sinistra che a parole paiono tutte orientate verso gli stessi obiettivi, ma che poi di fatto, passano il tempo ad affermare le proprie specifiche posizioni, sempre un po’ diverse, sempre un po’ migliori di quelle degli altri. E intanto, a destra, si continua a dettare indisturbati l’agenda e le scelte di fondo della politica cantonale.

Potrei porre un’infinità di domande a cui, per ora, non ho avuto risposta. Ne vorrei ribadire una, in particolare: con quale “linguaggio” la sinistra può elaborare o rielaborare i termini di un dialogo costruttivo che sia sufficientemente condiviso e nel contempo comprensibile, accessibile, per le persone, le fasce popolari di lavoratori e lavoratrici, cui idealmente ci si rivolge ma che troppo spesso non si sanno raggiungere? Quello che le destre hanno intuito da tempo, è la forza della comunicazione diretta e apparentemente schietta. Dove tutto viene fatto sembrare semplice con l’aggiunta di facili ricette.

Tutto viene ridotto ad un discorso, quello del populismo, che si rivolge alle pance (e al borsello) degli elettori molto più che alla ragione e alla ragionevolezza. Funziona, in modo perverso ma funziona.

Come adottare dunque un codice di comunicazione “virtuoso” che sia altrettanto capace di essere accolto, capito e sostenuto? Naturalmente io non ho una risposta, ma, appunto, mi ostino a porre la domanda, perché mi pare importante e perché credo che a partire da qui, forse, potrebbe nascere un modo nuovo per trovare quelle intese che non siano soltanto opportunisticamente elaborate ogni quattro anni per le scadenze elettorali, ma che nutrano il necessario dibattito interno alle diverse correnti della sinistra affinché, per prima cosa, sappiano parlarsi fra di loro.

A livello ticinese, mi vengono in mente, in proposito, due casi. Le lunghe e pedanti prese di posizione del Movimento per il socialismo e le elucubrazioni del Partito Comunista con i suoi toni piuttosto nostalgici di un passato vetero-comunista.

Prendiamo l’esempio dell’Mps: chi lo capisce? Chi riesce oggettivamente a comprendere quale sia il disegno di Sergi e dei suoi sostenitori? Il Movimento si definisce l’unica vera forza di opposizione, già, ma opposizione a cosa, a chi? Sono così prevedibili nel loro essere soli contro tutti e nella pretesa di essere gli unici alfieri dei valori socialisti in Ticino che nessuno degli altri partiti sembra più disposto ad ascoltarli.

Allora, proviamo a vedere come si muovono le altre forze di sinistra. Partiamo dalle ultime elezioni federali. Avere ottenuto una rappresentante donna di sinistra agli Stati e una verde, eletta al Nazionale grazie all’alleanza rosso-verde, ci autorizza a credere che negli ultimi anni l’area si sia rafforzata? Credo di no, tutt’altro; all’insaputa degli elettori, la conflittualità tra i vari gruppi e la loro gara a prevalere e a distinguersi ha spesso inficiato la realizzazione degli obiettivi comuni che nelle alleanze erano stati sbandierati. Il rafforzamento non si è affatto concretizzato.

Non so fino a che punto l’elettorato di sinistra sarà ancora disposto ad assistere, senza smobilitarsi, al teatrino degli accordi e delle ammucchiate elettorali.

Quello che ci attende fra poco più di un anno non si prospetta, infatti, come un confronto trasparente tra programmi e visioni politiche, ma piuttosto come una lotta fratricida tra persone, magari tra una militante verde e poco rossa come Greta Gysin e un’esponente della deriva socialista come Amalia Mirante.

Non c’è un solo movimento o partito che crede veramente nell’unità di area al di là di interessi personali. Nessuno che abbia qualche legittimo dubbio, da fugare, magari, ascoltando altre voci, differenti posizioni. Tutti con la certezza di essere nel giusto, per definizione.

La sinistra cosiddetta radicale non riesce a produrre alcunché se non qualche timida apparizione sul territorio (vedi sit-in per lavoratori della logistica, più che altro di stampo sindacale) mentre per altri temi si trova il più delle volte disunita.

Non la unisce la tematica ambientalista perché i verdi propongono soluzioni che possono spesso andare a toccare finanziariamente gli interessi immediati del ceto medio e dei ceti più deboli, soprattutto per chi vive in periferia.

Poi abbiamo le ambiguità del PS che sostiene sia in campo comunale che cantonale posizioni e scelte di esecutivi a maggioranza borghese senza una linea precisa e senza disporre di una direzione autorevole.

Nel mezzo di questo “minestrone” abbiamo l’ombrosa presenza di “Forum Alternativo”. Un movimento nato per unire l’area rosso-verde e per cercare di riportare il PS a scelte più coraggiose e stabili di sinistra. Purtroppo, in questi due anni, ho assistito, dall’interno, a scelte e prese di posizione quantomeno discutibili, con continui attacchi e continue critiche a quelli che dovevano essere sulla carta degli “alleati”.

E così, paradossalmente, ma anche significativamente, quello che per definizione si vorrebbe “forum”, ovvero piattaforma per un dibattito costruttivo che sappia porre le basi per creare un comun denominatore nella sinistra, si mostra come l’ennesima forma di “frazione”, volta a distinguersi e dissociarsi.

E allora io mi permetto soltanto di tornare a porre la mia domanda: quale “linguaggio” saprà far parlare la sinistra al proprio interno, e farla parlare in modo chiaro e trasparente agli elettori?

Nell’immagine: Redesign, di Davide Boriani


“Questa bottiglia è la mia interpellanza!”

Dibattito sulle prospettive della sinistra disunita – Contributo di Giuseppe Sergi, Coordinatore Movimento per il Socialismo 

Perché si deve? Non per un semplice necrologio. Di Paolo Poma, recentemente scomparso, si deve parlare perché è stato un politico eccezionale. Per almeno tre motivi, che non riguardano solo il passato: perché era un vero politico, classe che sembra in via di estinzione; perché era sempre preoccupato del bene comune e di ciò che serve a costituire il bene comune ed a lui, antesignano della difesa dell’ambiente, bene comune, il Ticino deve molto; perché, keynesiano senza saperlo ma con grande senso politico, capì e insegnò che la spesa pubblica è spesso un dovere sacrosanto e che anche l’indebitamento può e deve essere la salvaguardia o la costituzione di un patrimonio futuro. Ed è quindi politicamente miope e irresponsabile o tremendamente tartufo (perché si teme solo l’aumento dei contributi o una diversa ridistribuzione della ricchezza creata) oppure ipocrita (perché si tira in ballo anche l’etica in quanto si addosseranno alle future generazioni i costi) opporvisi o rimanere immobili (come pretende ancora oggi la schiera neoliberista granconsigliare).

Paolo Poma, morcotese, impiegato della posta, parlamentare cantonale socialista, già presidente del Gran Consiglio, ha combattuto per oltre vent’anni contro l’inquinamento delle acque dei laghi e dei fiumi, pretendendo serie politiche di salvaguardia e onerose opere di depurazione. Lo fece anche a livello transfrontaliero (giunse persino a chiedere che le rimesse dei frontalieri fossero assegnate ai comuni limitrofi italiani con l’obbligo di utilizzarle nelle opere di depurazione!). Fu deriso, sbeffeggiato, considerato una sorta di maniaco lacustre, di psicopatico politico. Sostenuto da pochi deputati (lo capirono e lo sostennero due liberali, non a caso radicali: Barchi e Salvioni).

Fece clamore una sua denuncia simbolica, ma concreta (novembre 1981): portò una bottiglia di acqua quasi melmosa prelevata nel Ceresio sotto l’occhio attento di alcuni colleghi deputati e la presentò in Gran Consiglio dicendo: ”Questa bottiglia è la mia interpellanza; non mi sono rimasti altri mezzi per farmi capire”. Riuscì a farsi capire nel 1983, dopo vent’anni di battaglie, ottenendo con un suo rapporto l’unanimità del parlamento che accettava finalmente un investimento di 30 milioni annui su tre anni per sanare laghi e corsi d’acqua.

Tre lezioni-valori si ricavano da questa storia dimenticata. La concretezza, la lungimiranza, la tenacia di un politico (allora semplice impiegato di posta), “contra bestias et universas pecoras” (direbbe Merlin Cocai) nella difesa di un bene comune, l’acqua. Il simbolismo politico (la bottiglia) molto concreto, nell’interesse e per il benessere di tutti, e non contro qualcuno o per accalappiamento elettoralistico (ratti e pecore, divenuti di moda). Il coraggio politico di un forte investimento (e già allora l’indebitamento era tema corrente) perché si trasmetteva alle generazioni future non un peso, ma un patrimonio di incalcolabile valore, che a quarant’anni di distanza possiamo goderci. Qualcosa da imparare c’è, da Paolo Poma (che ha pubblicato nel 2012, con la collaborazione del collega Raimondo Locatelli, un corposo e interessante volume: Morcote e i miei ricordi, dedicatomi, con la sua semplicità, con la scritta ”questi autentici squarci di quotidianità”).

Nell’immagine: Paolo Poma mostra in Gran Consiglio la bottiglia con l’acqua del Ceresio (dal documentario di Werner Weick “Paolo Poma: confesso di aver vissuto”)