Dall’Ucraina alla Compagnia delle Indie Orientali, e a Twitter

Dimenticare il passato, cancellare il futuro, vivere perennemente in un frenetico presente porta al 'sonno della ragione'. Una tecnica di potere molto efficace 

“Il sonno della ragione genera mostri”: è il titolo di un’opera, famosa e citatissima, di Francisco Goya, anno 1797 – in pieno illuminismo. Molte le interpretazioni possibili date all’opera, ma qui la usiamo anche noi per rappresentare ciò che accade quando l’uomo non ragiona, non pensa e si generano mostri – come oggi la guerra criminale della Russia (la barbarie è tornata in Europa) contro Ucraina. Titolo che qui integriamo dicendo che anche il sonno della storia – la conoscenza della storia (e dei processi che la costruiscono) è ciò che supporta la ragione; la sua ignoranza, uccide invece la ragione – genera mostri.

E noi viviamo ormai da decenni in un sistema politico, economico, formativo e della comunicazione fondato sull’informazione compulsiva, sull’ora e adesso, sulla mancanza di sedimentazione e rielaborazione di ciò che è accaduto ieri per capire ciò che accade oggi e potrebbe accadere domani, sempre sopraffatti dall’emergenza, dall’eccezionalità, dall’ultima notizia per di più spettacolarizzata. E la cancellazione del pensiero complesso e critico, dell’astrazione teoretica, della progettualità e insieme della memoria hanno prodotto la fine del senso della storia, cioè del senso (sensato e responsabile) del nostro vivere come cittadini consapevoli e partecipativi e non solo come consumatori (anche di notizie, comprese le fake news).

Il sistema capitalistico-industriale in cui viviamo impone sempre più alla società (a noi) una incessante rivoluzione, una continua crisi e una crescente disruption senza senso, se non quello della massimizzazione dei profitti privati. Se un tempo la storia aveva un senso e gli uomini avevano progetti condivisi da perseguire (il Progresso degli illuministi; o la società emancipata per Marx), oggi viviamo invece senza senso e senza progetto se non quello del produrre e del consumare sempre di più (anche gas e petrolio).

Così assoggettandoci (ancora il sonno della ragione) a un caso / caos che non sappiamo più controllare e gestire, a cui però il sistema ci chiede incessantemente di adattarci (è la sua pedagogia per la nostra interiorizzazione della way of life del tecno-capitalismo), perché questo stato di caos / crisi cronico e strutturale è (1) funzionale al funzionamento di questo sistema, nichilista ed ecocida ma molto profittevole per il capitale; e perché (2) dimenticare il passato, cancellare il futuro, vivere in un eterno presente è una tecnica e una forma di esercizio del potere molto efficace e molto ricercata dal potere per la propria riproducibilità infinita, annullando ogni opposizione reale. Una prassi di potere che è de-democratizzante, semplificativa, diseducativa e disinformativa, polarizzante e produttrice essa stessa di populismo (soprattutto digitale), il tutto oggi potenziato (3) dalle nuove tecnologie che massimamente velocizzano ogni cosa, che si presentano come sempre nuove e diverse dal passato e impediscono quindi la riflessione e uccidono il pensiero critico (la fretta genera l’errore in ogni cosa, ammoniva già Erodoto), integrandosi e sommandosi alla vecchia ma sempre efficace tecnologia di potere del panem et circenses, oggi chiamato consumismo, social, società dello spettacolo, del divertimento e del godimento immediato.

Tutto questo ci concentra sui fatti e quindi esclude / rimuove ex ante (volutamente? deliberatamente? La risposta è: sì) ogni analisi complessa dei processi che hanno prodotto questi fatti – e così (ad esempio) crediamo di essere nella quarta rivoluzione industriale mentre, se ne analizzassimo i processi vedremmo che è solo la fase digitalizzata della sempre uguale rivoluzione industriale iniziata tre secoli fa.

Anche l’invasione dell’Ucraina è uno di questi fatti. Arrivata dopo che per decenni abbiamo chiuso gli occhi – in cambio di gas e petrolio (ancora il sonno della ragione) – sui processi che stavano avvenendo: sia in Russia (autocrazia nazional-religiosa, oligarchia delle materie prime e non solo, cancellazione della libertà civile, politica, culturale e altro ancora), sia in Occidente (espansione verso Est della Nato, autoritarismo / para-fascismo e populismo crescenti negli Usa e in Europa – Marine Le Pen è al suo record in Francia; metà degli americani rivoterebbe Trump – e l’oligarchia / oligopolio delle Big Tech e altro ancora).

Oggi la necessità di sostenere l’Ucraina (ma se fossimo coerenti con i nostri valori dovremmo sostenere anche i palestinesi che si oppongono all’invasione e al colonialismo decennale israeliano) ci fanno così nuovamente dimenticare (ancora il sonno della ragione) che anche l’Occidente e la Nato sono ipocriti. Perché è ipocrisia accusare (giustamente) la Russia di spegnere la libertà e di manipolare la verità se poi gli Usa vogliono processare Julian Assange la cui colpa è quella di avere esercitato – cosa normale in una democrazia che sia davvero tale – il diritto alla libertà di espressione e di informazione. Perché se l’Europa fosse coerente davvero con i suoi valori – e noi vorremmo che lo fosse, facendosi esempio virtuoso per il mondo intero, perché crediamo nella libertà, nella democrazia, nella ragione, nei diritti dell’uomo – accoglierebbe non solo i rifugiati ucraini, ma anche quelli che arrivano dall’altra parte del Mediterraneo o dall’Afghanistan (che gli Usa hanno consegnato all’oscurantismo talebano senza porsi alcun problema di coscienza), profughi che lasciamo anche morire (sì, siamo razzisti!) nascondendo la testa sotto la sabbia (che è un’altra forma di sonno della ragione).

Ovvero: il sistema ci mobilita sui fatti e sulle emergenze / contingenze (è la sua logica dello stato d’eccezione / emergenza permanente, utile al capitale e al complesso militare-industriale) così impedendoci di analizzare i processi che hanno prodotto il fatto-guerra e di provare – a contrario – a costruire invece la pace (che non è un fatto, ma un processo che richiede tempo e costanza e una continua manutenzione).

Far dimenticare il passato, far perdere la memoria collettiva, far vivere solo nel presente e nel tempo reale e non più in quello storico e progettuale: in questo, tecnica e consumismo (il tecno-capitalismo) sono abilissime (gli è appunto funzionale). Utile diventa allora – anche qui per non dimenticare, per comprendere i processi che il sistema genera, poi nascondendoceli – ripensare alla storia della Compagnia delle Indie Orientali: un impero coloniale aziendale, una società per azioni con un proprio esercito alla conquista dell’India per profitto privato e diventata poi il modello di tutte le multinazionali (industriali, commerciali, finanziarie) di oggi e dell’altro ieri. Per farlo rinviamo all’affascinante saggio storico di William Dalrymple, Anarchia, edito da Adelphi. Che scrive, nell’Epilogo del libro: “La conquista dell’India da parte della Compagnia resta quasi sicuramente il supremo atto di violenza aziendale nella storia del mondo. […] La domanda, vecchia di trecento anni, su come bilanciare il potere e i rischi delle grandi multinazionali non ha ancora ricevuto una risposta definitiva. […] Nel ventunesimo secolo una grande società di capitali può ancora sopraffare o rovesciare uno Stato con la stessa efficacia della Compagnia […] nel Settecento. […] Le più potenti tra loro non hanno [più] bisogno di armate proprie: possono contare sui governi per proteggere i propri interessi e farsi salvare dal fallimenti”. Arrivando comunque, sempre grazie alla correità degli Stati, a governare la vita intera dell’uomo. Con il potere soft di parole come amicizia, social, condivisione che permettono loro di governare, orientare, guidare la vita di miliardi di persone (ben oltre i venti milioni di indiani governati dalla Compagnia); ma anche con il potere hard della violenza – e giusto nove anni fa, per chi lo avesse dimenticato, a Dacca si contarono 1.134 morti nella tragedia del Rana Plaza, assassinati in nome del profitto.

Dopo tre secoli di rivoluzione industriale e di colonizzazione capitalistica del mondo (concetto che riprendiamo da Habermas, Gorz e Bodei) – dello spazio fisico-geografico, della vita e della coscienza delle persone, arrivando oggi al capitalismo della sorveglianza di massa secondo Shoshana Zuboff (e con una violenza aziendale in realtà ben maggiore di allora) – la domanda su come bilanciare il potere e i rischi delle grandi multinazionali, non ha ancora ricevuto una risposta definitiva. Semmai siamo affascinati dall’imprenditore Elon Musk che vuole conquistare / sfruttare e colonizzare aziendalmente Marte e lo spazio trasformandoli in business; e che si è appena comprato Twitter – che è anche una potentissima macchina algoritmica di manipolazione di massa e di controllo dell’informazione – pagandolo 44 miliardi di dollari; o da Mark Zuckerberg che ci vuole portare in un Metaverso, cioè a un processo di ulteriore alienazione dell’uomo da sé stesso e dalla ragione (e dalla libertà e dalla democrazia), facendoci delegare (alienare) la nostra vita a degli algoritmi e a viverla nello spazio virtuale – ed è una forma di colonizzazione tecnologica, oltre che ancor più aziendale, della vita e della coscienza / ragione umana.

Ancora e sempre, il sonno della ragione genera mostri.


Tracce di rosso – Rifugiati

Dimenticare il passato, cancellare il futuro, vivere perennemente in un frenetico presente porta al 'sonno della ragione'. Una tecnica di potere molto efficace 

Rifugiati

La politica di accoglienza dei fuoriusciti italiani fu sicuramente uno dei temi più celebrati del primo socialista in Consiglio di Stato; lo stesso ambasciatore italiano Egidio Reale ricordò Guglielmo Canevascini come il «più vecchio amico ticinese dei profughi italiani». A testimonianza di un impegno di lungo periodo in favore dei rifugiati antifascisti, troviamo oggi negli archivi una fitta corrispondenza che data già degli anni 1920 fino al secondo dopoguerra. La storia della politica di asilo del Canton Ticino per il periodo successivo, al centro di questo breve intervento, è tuttavia ancora tutta da scrivere. Ardua è l’impresa se si ricorda che la solidarietà ai rifugiati è in realtà trasversale alle forze politiche e spesso ha impegnato attori associativi militanti al di fuori delle istituzioni. Tale ambito rileva poi innanzitutto che la Confederazione e i consiglieri di Stato socialisti ticinesi hanno raramente diretto il Dipartimento di giustizia che si occupa appunto dei richiedenti di asilo.

Nel corso degli anni 1950 e 1960 la Svizzera si distinse per una generosa accoglienza dei profughi tibetani, ungheresi e cecoslovacchi, che fuggivano rispettivamente dalla dittatura comunista cinese e sovietica. Nel 1956 gli avvenimenti ungheresi furono sfruttati dagli ambienti borghesi per rafforzare la posizione antisovietica nell’opinione pubblica in un clima piuttosto anticomunista: a livello cantonale ne è un esempio la polemica scoppiata sul Popolo e Libertà a seguito di un infelice intervento di Silvano Ballinari su Libera Stampa che sembrò difendere i comunisti. Qualche tempo dopo, forse per placare la polemica, lo stesso Canevascini, che era rimasto piuttosto ai margini della questione, presentò al PST un intervento che superava il duro scontro avvenuto all’interno dei vertici; pubblicato poi su Libera Stampa, illustrava la posizione dei socialisti ticinesi di condanna dell’invasione dell’Ungheria.

La generosità si confermò dodici anni dopo nel quadro dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia del 1968 con l’accoglienza di 13’500 profughi, nonostante un clima politico già segnato da qualche iniziativa xenofoba nel 1965 e 1969. L’accoglienza dei rifugiati da parte della Confederazione fu meno calorosa dopo il 1973: i sostenitori del socialista Salvador Allende, perseguitati da Augusto Pinochet a seguito del colpo di Stato cileno, furono considerati elementi pericolosi dalla Confederazione, la quale obbligò i richiedenti d’asilo a ottenere un visto di entrata prima di poter giungere in Svizzera.

Il Canton Ticino, e dunque anche il suo consigliere di Stato socialista, sostenne invece – con il versamento delle diarie della seduta del Gran Consiglio del 4 marzo 1974 – il comitato di aiuto ai profughi cileni nel quadro di quella che oggi è ancora conosciuta come l’Azione posti liberi del sacerdote Cornelius Koch e continuata dal pastore valdese Guido Rivoir, e che permise di far entrare illegalmente numerosi cileni in Svizzera.

Come accennato, l’apporto puntuale dei consiglieri di Stato socialisti nell’ambito dell’asilo era reso difficile anche dall’assegnazione dei dipartimenti in seno al Consiglio di Stato. Lo stesso Pietro Martinelli, non ottenne nel 1987 il Dipartimento di polizia di solito associato alla giustizia, e racconta delle difficoltà di ottenere alcune pratiche relative ai casi di rigore per ricorrere contro la Confederazione. Il suo intervento fu possibile esclusivamente grazie al lavoro preliminare di una rete di giuristi e avvocati come Giorgio Snozzi, ed egli riuscì a portare avanti solo tre delle cinque pratiche alla fine della legislatura nel marzo 1991.

La politica d’asilo della Confederazione assunse a partire dagli anni 1990 e 2000 un carattere sempre più securitario inasprendo il sistema assistenziale per i richiedenti di asilo, ampliando la carcerazione amministrativa e in generale delegando ai cantoni l’applicazione della legge con l’organizzazione dei centri per asilanti e dei rimpatri. In tale senso oltre al Dipartimento delle istituzioni è possibile fare riferimento anche al Dipartimento sanità e socialità, ma ulteriori ricerche dovrebbero essere fatte attorno all’impegno della consigliera di Stato Patrizia Pesenti. Le difficoltà di gestione pratica – e politica – del tema dell’asilo nel contesto politico ticinese si evince però dal numero crescente di mozioni e interrogazioni parlamentari di vario colore politico, come anche dalle manifestazioni e dalle petizioni portate avanti da attori molto diversi tra loro. Sembra dunque sempre più urgente una storia non solo sociale, ma anche politico-amministrativa, che permetta di far ordine e comprendere più chiaramente le responsabilità del governo cantonale – e l’impegno del PS – nella politica di asilo.

Saffia Elisa Shaukat

Il libro “Tracce di rosso” è disponibile nelle librerie ticinesi


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Per una Svizzera più solidale ma con tutti i rifugiati

Dimenticare il passato, cancellare il futuro, vivere perennemente in un frenetico presente porta al 'sonno della ragione'. Una tecnica di potere molto efficace 

Nelle ultime settimane abbiamo dimostrato quanto la Svizzera possa essere solidale e che è fattibile offrire rapidamente e senza complicate procedure burocratiche protezione a decine di migliaia di persone in fuga dalle guerre. L’enorme ondata di solidarietà con le persone in fuga dall’Ucraina mi rende fiera di un paese che vanta una lunga tradizione umanitaria come è il caso della Svizzera, ma allo stesso tempo non posso non notare la palese differenziazione che facciamo con profughi dalla Siria e dall’Afghanistan, solo per citare due esempi. Per giorni, gli esperti di politica di sicurezza hanno fatto paragoni militari tra il bombardamento di Mariupol e quello di Aleppo, ma in termini di politica d’asilo sono due mondi contrapposti. Questo è inaccetabile: una politica migratoria veramente solidale non può fare distinzioni tra una persona che sta fuggendo dalla guerra di aggressione di Putin e una che fugge dalle bombe in Siria.

Come persone sensibili alle tematiche migratorie non possiamo quindi che sperare che questa attuale solidarietà sia un punto di svolta nella nostra politica d’accoglienza e d’asilo, caratterizzata purtroppo fino ad ora da chiusura, isolazionismo e xenofobia. Questo è il momento per finalmente dimostrare che una politica d’asilo solidale e umana è possibile. E questo indipendentemente dall’origine, dal colore della pelle, dal sesso o dalla religione. Perché purtroppo siamo ancora lontani da questo: la divisione dei rifugiati tra quelli “veri”, che meritano il nostro aiuto, e presunti “rifugiati economici” non ha niente a che vedere con la realtà, ma con un razzismo profondamente radicato nella nostra società.

Dobbiamo offrire a tutti i rifugiati vie di fuga sicure verso l’Europa per trovare protezione e un futuro nel nostro paese. Per questo motivo abbiamo bisogno di un NO il 15 maggio al progetto di Legge Frontex: una proposta squilibrata che rafforza solo l’isolazionismo. Votando NO abbiamo la possibilità di tornare in Parlamento per elaborare – nel rispetto dei nostri obblighi in quanto Stato membro di Schengen – una legge più solidale che aiuti maggiormente le persone in fuga.

Concretamente chiediamo di creare delle vie di fuga sicure direttamente verso la Svizzera, aumentando i contingenti di resettlement e i visti umanitari in collaborazione con l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, di reintrodurre la possibilità di fare richiesta d’asilo direttamente alle ambasciate e di aumentare il numero di rifugiati che accogliamo.

NO a Frontex significa più solidarietà con le persone in fuga, indipendentemente da dove fuggono.


Se il lupo azzanna la pecorella…

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Le pecore scaricate davanti al Palazzo del Governo a Bellinzona sono una “prima” elvetica, dimostrazione del profondo disagio degli allevatori, che di questo passo si trasformeranno in cacciatori di lupi: invece della auspicata convivenza fra il lupo e gli animali dei pascoli alpini (ma anche sub-alpini) assisteremo al ritorno della legge del far-west: chi spara per primo ha ragione: in questo caso gli allevatori abbatteranno i lupi, o ingaggeranno dei “pistolero” per farlo.

“Recintate e affidatevi ai cani di guardia” è quanto dicono gli amici del predatore.

Ma i pascoli, con balze, muri e anfratti non sono lisci campi di calcio; in Mesolcina due cani sono stati aggrediti, inoltre i cani da guardia non sempre vedono di buon occhio chi passeggia in montagna.

La realtà è molto semplice: la Svizzera non è il Kirghizistan, non ha sterminate steppe.

Se vogliamo il lupo e anche l’orso che in Val Poschiavo era sceso a mangiare il miele a pochi passi dal centro, e voleva farmi visita a Zalende “Cà da Sura” dobbiamo rinunciare al preziosissimo territorio che abbiamo sottratto ai piccoli e grandi predatori nell’Ottocento.

Il territorio svizzero è ammirato in tutto il mondo per la sua preziosa cura. Lo abbiamo sempre più colonizzato sia con la presenza umana che, e soprattutto, con gli alpeggi. D’estate gli animali vanno portati in alto: serve alla loro salute, al pascolo e al portamonete: il contadino risparmia almeno 3 mesi di fieno. Altrimenti il latte costerebbe 3 volte tanto, gli animali si ammalerebbero.

I lupi (strano ma vero…) si moltiplicano. Ora il limite per l’ abbattimento nel caso di uccisione di pecore e capre è scesa da 15 a 10. È già una sconfitta.

Aumentando i branchi si dovrà ridurre a 7, poi a 5. E poi? Gli umani elvetici devono fare un “gentlemen’s agreement” con il lupo: noi sino a 11OO-1200 metri (o qualsiasi altra altezza, trattabile), tu sopra. Devono fare come S. Francesco d’Assisi con il ferocissimo lupo di Gubbio: “io non sbrano più nessuno, ma la gente del Paese, di porta in porta, mi dovrà sfamare, come si sfama un cagnolino”. E così fu. Ma il lupo, non ammansito da un Santo, potrebbe rispondere: ” il cibo degli umani non mi piace; inoltre mi piace predare a qualsiasi ora”.

Un po’ come i ladri di frontiera che ce l’avevano con l’onorevole Pantani: “tu mi chiudi i valichi di notte? Io rapino di giorno. Li chiudi di giorno? Rapino di notte”.

Il BAFU, Dipartimento federale dell’ambiente, ha inventato il termine “problematico”, come si usa per i ragazzi “difficili” che vanno rieducati. Il lupo non deve avvicinarsi a più di 10 metri dalle greggi e dagli umani: se lo fa è “problematico”: potrebbe fare il “lupo cattivo” invece di fare il bravo ragazzo. Oltretutto il lupo ha una strana abitudine: uccide 10-15 pecorelle e caprette e non le mangia: ne mangiasse una e basta! Che sia un succhia-sangue non pare.

Insomma, a prima vista non è propriamente un cannibale, lui uccide per uccidere. E se la prende pure con gli asinelli e i vitellini che lascia con le budella a penzoloni, nell’indifferenza dei suoi amici, delle fanciulle specialmente, mai sentite dire “povero asinello, povero vitellino”.

Non resta che andare sino in fondo con il collaudato metodo elvetico; la rieducazione. Qualche proposta al BAFU:

  1. Le pecorelle e le caprette a turno vengono fatte sfilare dietro una siepe di 30cm a 10 metri di distanza. Se il lupo, tenuto al guinzaglio da un robusto guardiano, strappa per avvicinarsi, viene ripetutamente colpito sul naso da un secondo guardiano con un nodoso bastone di rovere della Slavonia.
  2. Il lupo viene svegliato alle 6:30 e rimane senza cibo sino alle 11:00. Così impara a sfamarsi alle 8:00 come ha fatto di recente a Cerentino.
  3. Il lupo viene abituato a menu estranei alla sua natura: sbobba di coste di verza e ortiche In compagnia del maiale. Due topi di campagna per cena in compagnia del micio, ma a debita distanza, alternati a una pantegana. Uno “scurzon” o un’altra biscia ogni tanto. Se fa il bravo, risotto e pesce persico, spinaci al burro, patate bollite ogni 3 giorni. La domenica, tofu e gamberi in agrodolce.

Nell’immagine: l’indimenticabile Lupo Lupone dei tempi d’oro della RSI


Tracce di rosso

Dimenticare il passato, cancellare il futuro, vivere perennemente in un frenetico presente porta al 'sonno della ragione'. Una tecnica di potere molto efficace 

Sono passati cento anni da quando il 23 aprile 1922, con l’elezione di Guglielmo Canevascini, il Partito Socialista è entrato a far parte del Governo cantonale. In questi cento anni la presenza socialista ha rappresentato una componente essenziale nel dibattito e nel dialogo per contribuire allo sviluppo del Cantone, ed ha costituito, in diverse occasioni lungo il percorso di un secolo, un tema molto discusso, spesso conflittuale, dentro la sinistra ticinese.

Per ricordare le diverse fasi che hanno contrassegnato questi cento anni, la Fondazione Pellegrini Canevascini promuove una mostra fotografica itinerante, allestita per iniziativa del PS, che presenta alcuni aspetti, eventi e personaggi che hanno contraddistinto la storia del Partito Socialista in Consiglio di Stato. L’inaugurazione si terrà domani, 30 aprile, alla Casa del Popolo di Bellinzona alle ore 17.00.

Sempre da domani è in libreria un volume, intitolato “Tracce di rosso”, edito dalla stessa Fondazione Pellegrini Canevascini e curato da un gruppo di lavoro coordinato da Pasquale Genasci e Gabriele Rossi.

Si tratta di un volume che sfugge alla retorica della pura celebrazione, per dar conto, con l’accuratezza della documentazione storica, del percorso tutt’altro che lineare e privo di conflitti che ha portato i socialisti ticinesi per cento anni ad essere rappresentati nel Governo cantonale.

Ecco dunque un saggio introduttivo di Genasci e Rossi che propone una sintetica ricostruzione delle principali tappe che hanno segnato il secolo, così come un interessante saggio di Andrea Pilotti, in chiusura di volume, su “L’elettorato del Partito socialista ticinese all’inizio del XXI secolo”. Ma una nota particolare la merita la scelta di offrire, nella parte centrale e più cospicua del libro (peraltro riccamente corredato da un notevole apparato fotografico) una serie di 30 brevi contributi, firmati da diversi studiosi, proposti come “Lessico imperfetto dei socialisti al governo”, per concentrare l’attenzione, con uno sguardo puntuale ma aperto alla discussione, su “parole chiave” che si legano a temi cruciali affrontati dalla sinistra, non solo socialista, in questi cento anni.

Per rendere l’idea, si va, in ordine alfabetico, da “Aggregazioni comunali” a “Clientelismo”; da “Leggi sul lavoro” a “Politiche giovanili”; da “Scuola” a “Tagli alla spesa pubblica”, solo per fare alcuni esempi.

In questa sede, per gentile concessione della Fondazione Pellegrini Canevascini, proponiamo oggi la prefazione al volume ed un primo breve ed esemplare capitolo, dedicato al “Padreterno”, ovvero a Guglielmo Canevascini e al soprannome che gli è stato dato. Ne è autrice Nelly Valsangiacomo.

Domani e domenica proporremo altri due contributi che toccano temi che possiamo definire di particolare attualità: “Rifugiati”, a cura di Saffia Elisa Shaukat e “Unità di sinistra”, firmato da Tobia Bernardi e Giacomo Müller.


Prefazione

Il 23 aprile 1922, esattamente cento anni fa, con l’elezione di Guglielmo Canevascini, il Partito socialista ticinese (PST) faceva il suo ingresso nel Consiglio di Stato. Da allora, il giudizio e le critiche sull’attività (o inattività) in governo hanno accompagnato la vita del partito; la volontà di offrire spazio e sostegno ai consiglieri di Stato si è sempre scontrata con la necessità di contenerne l’inevitabile invadenza.

Nel dopoguerra, il PST aveva conosciuto un’importante crescita in termini di voti e, nel sistema svizzero, quando un partito acquisisce un certo peso elettorale, l’entrata in un esecutivo si fa più vicina e pone inevitabilmente la questione della concordanza. Per i socialisti però vi fu come ostacolo all’accesso alla stanza dei bottoni anche una questione ideologica, di lotta allo Stato borghese che ritardò la loro entrata nel governo federale. Diversa la situazione sul piano cantonale dove non pesava la scelta di rifiutare i crediti mi- litari; alcuni partiti socialisti divennero partiti di governo già alla fine dell’Ottocento (Zurigo e Ginevra). In Ticino, una coalizione di minoranze (conservatori, agrari e socialisti), permise l’entrata del PST nell’esecutivo cantonale, non prima però di un serrato dibattito all’interno del partito stesso sull’opportunità di partecipare al governo.

Negli ultimi decenni diversi sono stati gli studi sul movimento operaio ticinese e le sue organizzazioni politiche e sindacali. Nella ricorrenza di questo centenario non ci è parso sensato riprendere quanto già scritto in altre occasioni; inoltre si desiderava proporre un testo agile, di facile lettura e che tenesse conto essenzialmente del punto di vista dei socialisti al governo. Infine si è voluto riprendere una tradizione che ha spesso caratterizzato il gruppo di lavoro della Fondazione Pellegrini Canevascini, quella cioè di lavorare in team. La pubblicazione è infatti il frutto di un lavoro collettivo.

Come scelta iniziale, per confezionare un libro un po’ particolare e non troppo serioso, si è deciso di puntare, accanto a due contributi più corposi, su testi piuttosto brevi e sintetici senza note e referenze, riferiti a temi che hanno coinvolto direttamente i consiglieri di Stato socialisti. E siamo consapevoli delle possibili lacune in quello che abbiamo appunto definito un «lessico imperfetto», nel quale, come si usa in questo genere d’esercizio, le voci sono presentate in ordine alfabetico e lasciate alla responsabilità degli autori e delle autrici.

L’adozione di questa linea ci ha spinti quasi automaticamente a coinvolgere il maggior numero possibile di specialisti in campi diversi, sia per formazione o ricerca sia per esperienza diretta. Sono quindi una ventina gli autori e le autrici che hanno accolto l’invito e, con un grosso sforzo di concisione, hanno redatto queste voci.

Lo scopo ultimo del nostro lavoro non era di dare un giudizio sulla partecipazione dei socialisti al governo, bensì di illustrare le numerose sfumature di questa secolare esperienza politica. Ci premeva soprattutto di fornire una serie di elementi che permettesse a ogni lettore di valutare il senso e l’importanza della presenza socialista nel governo cantonale ticinese.

Padreterno

Si narra che l’incipit della parodia nostrana della famosa canzone Bandiera rossa fosse «Bandiera rossa l’el culur/del vin/e quel che l’a inventada l’è l Canevascin» Guglielmo Canevascini (1886-1965) fu il capo incontrastato del socialismo ticinese dalla sua riunificazione nel 1917 fino alla fine degli anni Cinquanta. Più volte deputato al Gran Consiglio, è soprattutto ricordato per essere il primo e più longevo consigliere di Stato socialista nel Cantone Ticino (1922-1959). La sua personalità forte e carismatica, il suo occhio attento a tutto ciò che accadeva nel PST, diede origine al soprannome Padreterno, poiché nulla sembrava sfuggirgli. Lo ricordano così, sul numero del 6 ottobre 1979, i redattori di Libera Stampa, giornale socialista fondato dallo stesso Canevascini, poiché nel pieno della sua longeva carriera politica, si era negli anni Trenta, di buon mattino il Padreterno telefonava da Bellinzona alla redazione, coordinata da Piero Pellegrini, dapprima per dare degli imbecilli per un articolo errato o una notizia sfuggita e subito dopo per suggerire e consigliare. Così è ricordato anche nell’esposizione a lui dedicata, nel 1986, dal titolo Padreterno i l’a ciamà, organizzata dalla Fondazione Pellegrini Canevascini.

Nelly Valsangiacomo

Il libro “Tracce di rosso” è disponibile nelle librerie ticinesi


Gad Lerner – Se c’è solo l’escalation

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Nell’immagine: percentuale di popolazione di cultura e lingua russa negli stati confinanti con la Russia (cartina citata da Gad Lerner nell’intervista)


Ti facciamo lavorare, pretendi anche la paga?

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Venerdì 29 aprile alle ore 20.00 presso l’Aula magna della SUPSI di Locarno (con diretta video su Naufraghi/e) si terrà una serata di discussione sugli sviluppi del mondo del lavoro e della gig economy, con  la partecipazione di Christian Marazzi, Spartaco Greppi, Samuele Cavalli, Marina Carobbio e Fabrizio Sirica.

Il libro “La gratuità si paga. Le metamorfosi nascoste del lavoro” edito da Casagrande di Bellinzona, è il frutto di una ricerca condotta unitamente all’USS e finanziata da SUPSI e da Innosuisse con un assegno per l’innovazione e pubblicato con il sostegno della Repubblica e Cantone Ticino (Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana) e del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica. Si inserisce in un lungo percorso di studi, peculiari al Centro lavoro, welfare e società (CLWS) dell’area lavoro sociale del DEASS iniziato oltre venti anni fa, sulle trasformazioni del mondo del lavoro e gli intrecci tra flessibilità, precarietà e salute al lavoro. L’ultima frontiera di queste trasformazioni, vere e proprie metamorfosi, è il cosiddetto capitalismo delle piattaforme, caratterizzato dalla messa a valore di tutte le informazioni cedute nel momento stesso in cui si utilizza un dispositivo tecnologico e si accede alla Rete. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) consentono infatti di estrarre ricchezza al di fuori dei luoghi deputati alla produzione, estendendosi direttamente a tutti gli ambiti della vita quotidiana.

Il modo di organizzare il lavoro e di creare ricchezza attraverso le tecnologie e le piattaforme digitali (comprese quelle, come Facebook o Youtube, attive nella comunicazione e nell’intrattenimento o quelle presenti nel cosiddetto e-commerce, come Ebay o ETSY), è rilevante su un piano ben più vasto, in quanto svela l’esistenza di vaste aree di gratuità lavorativa e invisibilità statistica che trascendono l’economia delle piattaforme.

Se è vero che la gratuità scaturisce dall’intersezione tra evoluzione tecnologica, nuove forme di organizzazione dell’impresa, bisogno di reddito, riconoscimento e inclusione da parte di un numero crescente di soggetti, sarebbe però un errore considerare la gratuità un fenomeno avulso dall’universo del lavoro normalmente retribuito.

Aspettare accanto allo smartphone o al pc di essere chiamati in servizio per svolgere in un dato intervallo di tempo una prestazione remunerata specifica, senza considerare altro se non i tempi effettivi di esecuzione della prestazione, si sta affermando in molti altri settori e non riguarda esclusivamente coloro che svolgono un’attività precaria, occasionale o temporanea. Coinvolge anche coloro che esercitano un lavoro part time e restano in attesa di una richiesta di rientrare in sevizio in caso di necessità, come pure chi è occupato a tempo pieno, nella misura in cui è disposto a lavorare la sera e il fine settimana anche da casa, oppure “sconfinando” dal normale orario di lavoro riconosciuto contrattualmente per garantirne la qualità. Questa forma di disponibilità non remunerata, vincola e penalizza fortemente la vita privata e quella professionale.

La massima flessibilità e la disponibilità permanente sulle quali si basa il lavoro digitale nella gig economy (l’economia dei lavoretti), hanno perciò un impatto che si estende al mondo del lavoro in generale.

In una prima parte, il volume si concentra su un’analisi di dati disponibili in alcune importanti banche dati della statistica pubblica, non solo per dare una misura quantitativa del fenomeno, ma anche per indicare alcune piste di analisi attraverso lo sviluppo di alcuni indicatori delle attività che hanno una rilevanza economica e che però non sono remunerate. Nella seconda parte, il volume documenta i risultati di una indagine qualitativa basata su interviste in profondità. È attraverso l’analisi del materiale empirico di tipo qualitativo, quindi con una ricerca di tipo etnografico, che lo studio riesce a dare “voce e carne” al fenomeno della gratuità, riportando le tonalità emotive di soggetti isolati in un mondo assoggettato e frammentato, ma anche capace di trasformarsi e di ribellarsi.


L’Afghanistan al cinema

Dimenticare il passato, cancellare il futuro, vivere perennemente in un frenetico presente porta al 'sonno della ragione'. Una tecnica di potere molto efficace 

Anche se di questi tempi le vicende politiche e umane dell’Afghanistan sono passate in secondo piano, messe all’angolo in poco più di due mesi dai tragici sviluppi della guerra in Ucraina, non significa che la situazione di un paese martoriato e dilaniato da quasi mezzo secolo di guerra si sia in qualche modo appianata, specie dopo la presa del potere da parte dei talebani. A ricordarci la dolorosa vicenda del popolo afghano però non sono né i titoli dei telegiornali, né quelli dei giornali, quanto più, proprio in questi giorni, due importanti e pluripremiate pellicole di animazione che hanno per protagonista l’Afghanistan, la danese Flee (Flugt, di Jonas Poher Rasmussen) e la ceca My Sunny Maad (di Michaela Pavlátová).

Molto simili nella forma e anche per un certo modo di leggere la guerra, i due film ricordano il fortunato Valzer con Bashir, film d’animazione israeliano scritto e diretto da Ari Folman nel 2008, in cui si narrava la “perdita di memoria” o mancanza di ricordi da parte di alcuni soldati che avevano partecipato al massacro di Sabra e Shatila nel 1982.

Sia Flee sia My Sunny Maad raccontano una storia a doppia dimensione, come spesso accade quando di mezzo vi è un conflitto che si riverbera sulla popolazione inerme. Da una parte troviamo così la cornice dei grandi avvenimenti geopolitici che hanno ridotto una delle perle del Medioriente in un cumulo di macerie e dolore, e dall’altra una società oppressa al proprio interno, in virtù di antiche e severe leggi legate a patriarcato e decoro.

Il protagonista di Flee è il giovane afgano Amin, oggi cittadino danese in procinto di sposarsi con il suo compagno di vita, che poco prima di convolare a nozze si sottopone a un doloroso e tormentato viaggio nel passato, e racconta la propria storia a Jonas, regista del film, nell’intento di ripercorrere la sua vicenda umana partendo dalle radici (in questo ci sembra forte la somiglianza con il film di Ari Folman, che in Valzer con Bashir raccontava quanto emergeva dalle sedute psicanalitiche di chi aveva “dimenticato” il proprio passato). Oggi Amin vive in Danimarca, ma è il frutto umano di una biografia (fino al film rimasta segreta) che ha visto lo smembramento di una famiglia e subìto l’oppressione russa in alcune delle sue molteplici e sempre fantasiose forme.

Protagonista del toccante e al contempo divertente My Sunny Maad è invece la giovane Helena-Herra, che per amore di Nazir lascia Praga alla volta di Kabul, dove verrà catapultata all’interno di una famiglia numerosa e contrassegnata da un desiderio di progresso e libertà contrapposto alle ferree leggi patriarcali e sociali. Herra, che in cerca di una vita semplice (e in fondo, l’obbedienza, è in grado di rendere semplice qualsiasi vita, poiché esclude la libertà della scelta) ha lasciato agi, carriera e forse anche la propria identità, si rende conto invece che certe convinzioni e certe consuetudini, il buon senso e il desiderio di progresso non possono nulla, ma anche che decenni di guerra hanno reso la violenza endemica nella società afghana. My Sunny Maad è tratto dal romanzo Frišta della giornalista Petra Procházková, per anni colpita da un divieto di ingresso in Russia, dopo avere narrato delle guerre di Cecenia con dovizia di particolari, e amore di verità.

Se all’inizio di questo articolo affermavamo che il travaglio dell’Afghanistan ha oggi più che mai diritto di attenzione, e questi film ce lo ricordano mettendo in campo esseri umani, prima che strategie di invasione e conquista, è pur vero che in un modo o nell’altro la Russia c’entra anche qui, confermandosi ancora una volta (anche se non ve n’era bisogno) come grande, disordinata burattinaia, capace, laddove interviene, di lasciarsi alle spalle più spesso che non, caos, disperazione e dolore.

“My Sunny Maad” (nell’immagine) viene proiettato stasera al Cinema Lux di Massagno, seguito da un dibattito pubblico


Interregno monetario

Dimenticare il passato, cancellare il futuro, vivere perennemente in un frenetico presente porta al 'sonno della ragione'. Una tecnica di potere molto efficace 

Secondo la definizione di Gramsci, l’interregno è il tempo “in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. È una definizione che ben si attaglia al sistema monetario internazionale alle prese con gli effetti della guerra e delle sanzioni contro la Federazione russa, in particolare il divieto d’accesso alle valute di riserva straniere detenute dalla Banca centrale russa. Una mossa ardita, che mette a rischio il dollaro (ma anche l’euro), la moneta che domina il commercio e gli investimenti globali, se è vero che tutti i paesi che vogliono evitare un destino simile a quello russo cercheranno d’ora in poi di diversificare le loro riserve valutarie, sostituendo il dollaro (e l’euro) con altre valute. C’è il rischio, insomma, che una sanzione che vuole penalizzare economicamente la Russia si ritorca contro tutto ciò che è denominato in dollari e in euro, dunque contro il fronte dei paesi occidentali e delle loro economie.

Non sembra che, almeno per il momento, questo rischio possa concretizzarsi, per la semplice ragione che, come molti analisti si sono affrettati a dimostrare, non esistono valute in grado di detronizzare il dollaro. Certo, tentativi di “de-dollarizzazione”, di diversificazione delle riserve valutarie fuori dal dollaro (ma anche dall’euro), se ne sono visti nel passato, se solo si pensa alla crisi finanziaria del 2008 che diede un duro colpo all’immagine del sistema finanziario americano, oppure alla crisi del debito sovrano greco, che ebbe il suo apice nel 2012, in cui l’intera architettura monetaria europea sembrò collassare. Nel 2018 la Russia, e in parte la Cina, avevano deciso di passare gradualmente all’euro per sganciarsi dal dollaro e legare maggiormente a sé l’Europa per le forniture energetiche e per espandere gli investimenti in infrastrutture e tecnologia europea. Vedremo se il decreto di Putin, secondo cui da inizio maggio il gas russo andrà pagato in rubli, quindi non più in euro o in dollari come da contratto, cambierà qualcosa sotto il profilo valutario. A tutt’oggi l’80% dei pagamenti per le importazioni di materie energetiche dalla Russia viene già convertito immediatamente in rubli. La mossa di Putin sembra più che altro un’astuzia giuridico-politica, dato che l’operazione di cambio da euro in rubli, che si dovrà effettuare attraverso le banche russe e la Banca centrale quale fornitore finale di rubli, rimettendo così al centro dei giochi la Banca centrale di Mosca sanzionata, costringe gli importatori a violare le stesse sanzioni occidentali.

Sta di fatto che in questo balletto valutario internazionale, in cui anche la minima rivalutazione di una moneta, per quanto minore, sembra preludere ad un aumento del suo ruolo in quanto valuta di riserva, il dollaro la fa sempre da padrone. Certo, dal 1999 al 2021, la quota di riserve valutarie in dollari è passata dal 71% al 59%, il che rappresenta comunque sempre circa il triplo dell’euro, che segue col 20%. Della relativa perdita di peso del dollaro, il renminbi ha beneficiato solo per un quarto, attestandosi a un mero 3% delle riserve mondiali, mentre a beneficiare della uscita dal dollaro quale riserva valutaria sono state valute di economie più piccole, come l’Australia, il Canada, Singapore, la Corea del Sud e la Svezia, tutti paesi che hanno aderito alle sanzioni contro la Russia e quindi non rappresentano un’alternativa al dollaro.

Difficile immaginare, almeno nel medio termine, che il renminbi, peraltro non convertibile fuori dalla Cina, possa rappresentare un pericolo per il dollaro. Basti ricordare che la grande maggioranza delle materie prime importate dalla Russia erano e sono denominate in dollari e in euro. Oltretutto, se la Cina volesse davvero sostituirsi ai paesi europei quale importatore di materie energetiche, potrebbe farlo solo vendendo un bel po’ di Buoni del Tesoro americani, i titoli del debito pubblico statunitense in cui la Cina investe (“sterilizza”) le sue riserve in dollari, provocando in tal modo una notevole perdita del loro valore. Potrebbe stampare moneta, certo, ma col rischio di generare inflazione in un momento in cui il Partito comunista sta cercando di stabilizzare la crescita economica.

Insomma, gira e rigira, anche ipotizzando un ruolo per le criptovalute nel novero delle future riserve valutarie (oggi rappresentano il 15% delle riserve valutarie globali, ma sono poco o punto utilizzabili come mezzi di pagamento internazionali, con un valore assai aleatorio), è difficile immaginare un sistema valutario globale in cui il dollaro non sia più la moneta dominante. Semmai, è l’euro che, dopo essersi conquistato un certo spazio su scala mondiale, corre il rischio di perdere d’importanza. Il grosso delle riserve valutarie in euro risiede nell’area geopolitica rappresentata dalla Russia e dalla Cina. Il suo raggio d’azione, in assenza di una politica monetaria veramente unitaria (che presuppone la mutualizzazione del debito su scala europea) che la rafforzi in quanto moneta internazionale, può quindi venir ridotto di molto, a maggior ragione se dalla guerra in Ucraina si uscirà con un mondo bipolare.

In Europa, la Banca centrale europea deve far fronte a forti rischi recessivi indotti dal rincaro delle materie energetiche e dalle continue strozzature delle catene di rifornimento internazionali. Di conseguenza, non può perseguire una politica monetaria restrittiva, a maggior ragione se, oltre a contrastare la pandemia, è chiamata a finanziare i costi della guerra ai confini orientali. Il rischio di stagflazione in Europa è quindi molto elevato. Negli USA, invece, la Fed da mesi sta alzando i tassi d’interesse per contrastare un’inflazione che non accenna a diminuire. In questo contesto, e con un debito pubblico in aumento, gli Stati Uniti devono a tutti i costi garantirsi la copertura del debito vendendo Buoni del Tesoro al resto del mondo. Insomma, sta esplodendo la divergenza tra politiche monetarie, col rischio reale che l’euro venga schiacciato sotto il peso di un dollaro armato più che mai.

Una guerra monetaria quale “prolungamento della guerra con altri mezzi” è del tutto plausibile, di fatto è già in corso. Nel 1944, prima della fine della Seconda guerra mondiale, le economie alleate si trovarono a Bretton Woods, negli Stati Uniti [nell’immagine], per decidere del futuro assetto del sistema monetario internazionale. Keynes fu sconfitto da Harry White, il rappresentante americano, che riuscì a far passare l’idea di un sistema ruotante attorno al dollaro. Ma la proposta di Keynes di instaurare una moneta sovranazionale (il Bancor) capace di assicurare l’autodeterminazione economica delle economie nazionali, è di estrema attualità. Nessuna moneta nazionale dovrebbe mai fungere contemporaneamente da moneta internazionale. È questo il famoso “privilegio esorbitante” del dollaro denunciato da Valéry Giscard d’Estaing, ministro delle finanze negli anni ’60, poi presidente francese negli anni ’70.

Come ha scritto l’economista Sergio Rossi, “Non si tratta di sostituire il dollaro americano con la moneta cinese oppure con la moneta della Russia, ma di trovare un accordo per l’emissione di una moneta da parte di una istituzione monetaria internazionale – il cui nome potrebbe essere quello della Banca dei regolamenti internazionali con sede a Basilea”. Lottare per la pace significa anche lavorare per la costruzione di “un vero ordine monetario internazionale in quanto nessun paese potrà vivere al di sopra dei propri mezzi”.