I nazisti di Putin: il ‘gruppo Wagner’ e la guerra nascosta dei mercenari russi

Qual è il vero ruolo della compagnia militare privata russa nell'apparato di potere putiniano? 

Di Leonardo Bianchi, Valigia Blu

In un videomessaggio pubblicato nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina, Volodymyr Zelenskyy aveva annunciato che “il nemico mi ha contrassegnato come obiettivo numero uno”, mentre “la mia famiglia è l’obiettivo numero due”.

Secondo il Times di Londra e le autorità ucraine, nella capitale Kyiv c’erano infatti centinaia di “sabotatori” e mercenari pronti a uccidere il presidente; il piano viene però sventato dai servizi di sicurezza ucraini. In tutto, i tentativi sarebbero stati tre: uno condotto dai cosiddetti “kadyroviti”, ossia i membri dell’élite militare che risponde direttamente al capo della Cecenia Ramzan Kadyrov; e gli altri due dai mercenari del famigerato “gruppo Wagner”.

Questo nome indica la più nota e controversa compagnia militare privata della Russia, sorta nel 2014 e apparsa per la prima volta durante il conflitto nel Donbass. Da allora, i membri della Wagner hanno preso parte ad altre guerre e operazioni in giro per il mondo, sono stati accusati di violazioni di diritti umani e sono stati sanzionati da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea.

Ora, stando a diversi indizi e dichiarazioni ufficiali, sarebbero tornati dove tutto è iniziato.

Subito prima dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, alcuni funzionari dell’intelligence occidentale avevano detto al New York Times che circa 300 membri della compagnia erano entrati nelle sedicenti “repubbliche popolari” di Donetsk e Lugansk – sia per condurre falsi attentati e incolpare gli ucraini, sia per supportare i separatisti (come del resto avevano fatto nel 2014).

Secondo un mercenario intervistato dalla BBC, sempre nel periodo antecedente l’invasione, molti veterani della Wagner erano stati contatti su Telegram e invitati a partecipare metaforicamente a un “picnic in Ucraina” per assaggiare il “Salo” (la pancetta di maiale, un piatto tipico ucraino). Lo stesso aveva poi parlato dell’intensificazione della campagna di reclutamento in vista dell’aggressione dell’Ucraina.

Movimenti di soldati della Wagner si sono registrati anche in Africa. Il sito HumAngle, fondato dai giornalisti nigeriani Obiora Chukwumba e Ahmad Salkida, ha riportato che diversi membri del gruppo hanno lasciato la Repubblica Centrafricana all’inizio di marzo. In un’intervista a The Voice of America, il generale americano Stephen Townsend (comandante dello U. S. Africa Command), ha parlato di “reclutamento” di mercenari russi in Libia.

L’8 marzo è emersa la prima prova della loro presenza sul campo. La pagina Facebook del Direttorato dell’intelligence militare ucraina ha postato la foto di una strana targhetta militare: su un lato si vede un indirizzo mail e un numero siriano; sull’altro c’è la scritta “per piacere aiutateci e contattateci” in inglese, francese e arabo.

Nel testo d’accompagnamento si sostiene che la targhetta in questione appartiene a un mercenario della Wagner, i cui membri – prosegue il post – “stanno morendo” e “combattendo insieme all’esercito dell’aggressore”.  Il 22 marzo, una fonte del Pentagono ha confermato che “il gruppo Wagner è attivo in Ucraina, e pensiamo che stazionino soprattutto nell’area del Donbass”.

Tuttavia, è difficile conoscere appieno il numero reale di mercenari impiegati in Ucraina le loro attività sul campo. Del resto, ha detto la ricercatrice Aanu Adeoye a iNews, le compagnie militari private sono tendenzialmente “organizzazioni molte oscure” che si muovono nella zona d’ombra informativa creata dalla cosiddetta “nebbia di guerra (“fog of war”).

Nel caso specifico c’è un ulteriore elemento di complessità: sulla carta, il gruppo Wagner non esiste nemmeno.

L’ascesa delle compagnie private militari nella Russia di Putin

La prima cosa da capire del gruppo Wagner, ha scritto Amy Mackinnon su Foreign Policy, è che “non c’è nessun gruppo Wagner” – a partire dal punto di vista legale. La legislazione russa proibisce esplicitamente le compagnie militari private e, almeno a parole, non ha alcuna tolleranza verso i mercenari.

Da un punto di vista sostanziale, continua Mackinnon, più che un’entità monolitica è

una rete di affaristi e gruppi di mercenari uniti da interessi economici […] e coinvolti in varie attività, tra cui la soppressione di insurrezioni e proteste pro-democrazia, la diffusione di disinformazione, lo sfruttamento di miniere di oro e diamanti, e naturalmente le operazioni militari.

Ma come si è arrivati a questo punto? E qual è il vero ruolo del “gruppo Wagner” all’interno dell’apparato di potere putiniano? E cosa differenzia questa compagnia militare privata russa da quelle di altri paesi, tipo l’americana Blackwater?

La nascita, come detto, risale al 2014 nell’Ucraina dell’est – ma il modello di riferimento è ancora più risalente, essendo il prodotto dell’inestricabile intreccio tra l’interesse pubblico e gli interessi privati nella Russia post-sovietica.

In particolare, ricostruisce un paper di Candace Rondeaux pubblicato sul sito New America, le basi per l’ascesa delle compagnie private militari russe vengono gettate negli anni Novanta, quando l’allora presidente Boris Yeltsin permise ai colossi energetici e petroliferi (da poco privatizzati) di costruirsi dei veri e propri “eserciti privati”.

In quel periodo molti membri di corpi d’élite dell’esercito passano nel settore della sicurezza aziendale, mantenendo comunque i legami con le forze armate e soprattutto i servizi di sicurezza militari dominati dai siloviki (gli “uomini forti” fedeli a Putin).

Una delle prime compagnie a utilizzare questa formula è Anti-Terror Orel, fondata da veterani dell’intelligence militare e degli spetsnaz (corpi speciali). Negli anni Novanta, membri del gruppo Orel sono ingaggiati in Iraq per sminare i terreni e proteggere infrastrutture energetiche.

Alla fine dello stesso decennio l’ex agente del Kgb Vyacheslav Kalashnikov crea il Moran Security Group. Inizialmente si specializza in operazioni anti-pirateria nel golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, e in seguito espande le sue attività e il proprio raggio d’azione in Iraq, Somalia, Afghanistan e altri paesi.

Un mercenario degli Slavonic Corps in Siria.

Nel 2013 alcuni mercenari del Moran Security Group inaugurano a San Pietroburgo una divisione chiamata Slavonic Corps, che ha l’obiettivo specifico di proteggere giacimenti petroliferi e gasdotti nella Siria sconquassata dalla guerra civile. L’unica missione degli Slavonic Corps, però, va malissimo: i mercenari russi, assoldati dal regime di Bashar al-Assad, hanno la peggio in uno scontro con i miliziani dell’Isis vicino a Deir el-Zor e non riescono a riconquistare un importante oleodotto.

Al ritorno in Russia, i sopravvissuti di quella battaglia – nonché alcuni dirigenti del Moran Security Group – sono arrestati dagli agenti dell’Fsb (il servizio segreto interno russo) all’aeroporto di Mosca-Vnukovo con l’accusa di “attività mercenarie”. Come ha commentato la professoressa Kimberly Marten della Columbia University, “noi non sappiamo il vero motivo del loro arresto, ma loro lo sanno benissimo”; l’ipotesi più probabile è che abbiano dato fastidio a qualcuno dentro il Gru (il servizio segreto militare) o l’esercito che non doveva essere infastidito.

Secondo la ricostruzione del giornalista investigativo russo Denis Korotkov, tra le file del gruppo Moran e degli Slavonic Corps figurava anche Dmitry Utkin – veterano delle guerre cecene e colonnello del Gru fino al 2013. Utkin è conosciuto con il nome di battaglia di “Wagner” (un omaggio al compositore preferito di Adolf Hitler) e secondo il sito Meduza ha aperte simpatie naziste.

Nel 2014 lascia il gruppo Moran e si mette in proprio, fondando una compagnia privata militare che porterà il suo nome: il “gruppo Wagner”, per l’appunto.

Hot dog a San Pietroburgo, decapitazioni in Siria e diamanti nella Repubblica Centrafricana

Pur avendo in comune molte cose con gli Slavonic Corps e il Moran Security Group – a partire dal comandante Utkin –il “gruppo Wagner” rappresenta un importante evoluzione nel modello delle compagnie militari private russe.

Per il giornalista Pjotr Sauer (che si occupa del tema dal 2014) i soldati della Wagner “di solito hanno più di 35 anni”, sono veterani “con grande esperienza di combattimento” e “sono pagati molto bene” – tra i duemila e i quattromila euro al mese, molto più di quanto guadagna un militare.

Cifre del genere si possono raggiungere soprattutto grazie a una persona, descritto da varie testate come il principale finanziatore del gruppo: l’oligarca Yevgeny Prigozhin, molto vicino a Putin. Nato nel 1961 a San Pietroburgo, ha passato quasi tutti gli anni Ottanta in carcere per reati legati alla criminalità organizzata.

Una volta uscito, si è messo a vendere hot dog nella sua città natale. Da lì in poi, la sua ascesa è stata irresistibile: insieme ad alcuni soci ha aperto una catena di ristoranti, e negli anni Duemila ha vinto appalti per la fornitura di catering per l’esercito, la polizia, le scuole, gli ospedali e il Cremlino– tant’è che la stampa l’ha ribattezzato il “cuoco di Putin”.

Prigozhin, a destra, insieme a Putin nel 2010. Foto via Wikimedia Commons.

Accanto alla ristorazione, Prigozhin ha interessi decisamente più torbidi. Secondo gli Stati Uniti (che l’hanno sanzionato più volte) l’oligarca è dietro la Internet Research Agency di San Pietroburgo, la “fabbrica di troll” accusata – tra le varie cose – di interferire nelle presidenziali americane del 2016, nelle inchieste sull’abbattimento del volo MH17 e nella campagna per la Brexit.

In altre parole, si legge in un’inchiesta del sito Bellingcat, le “operazioni di disinformazione, interferenza politica e militari” dell’oligarca “sono strettamente legate al ministero della difesa russo e al Gru”. In questa infrastruttura ibrida che mescola affari, politica e mercenari, il “gruppo Wagner” ha un ruolo cruciale.

Dopo la prima apparizione ufficiosa nell’Ucraina dell’est, i mercenari della compagnia militare privata sono volati in Siria per combattere a fianco delle truppe governative di Bashar al-Assad e dell’esercito russo. In base a vari resoconti il “gruppo Wagner” ha contribuito alla riconquista di Palmira, ha preso parte a operazioni contro l’Isis e si è occupato della sicurezza di giacimenti petroliferi e oleodotti – in cambio, ovviamente, di una considerevole quota dei profitti.

Non solo: ha commesso diversi crimini di guerra, compresa la decapitazione del disertore dell’esercito siriano Muhammad “Hamdi Bouta” Taha al-Abdullah (un brutale omicidio ripreso in video, su ordine di Utkin in persona); e nel 2018 si è addirittura scontrato con membri delle forze speciali statunitensi in una battaglia di quattro ore svoltasi intorno alla centrale di gas di Conoco a Deir el-Zor, dove ha subito pesanti perdite (le stime variano dai cento ai duecento morti). Per i servizi resi in Ucraina e Siria, comunque, nel dicembre del 2016 Utkin è stato premiato con una medaglia al valore al Cremlino, alla presenza di Vladimir Putin.

https://twitter.com/mentecritica/status/1506200611125145608

 

Oltre alla Siria, il “gruppo Wagner” è stato impiegato in vari paesi africani. Tra il 2019 e il 2020 si è unito al Libyan National Army (“Esercito nazionale libico”) del generale Khalifa Haftar, partecipando al fallito assedio di Tripoli e all’offensiva contro il premier Fayez al-Serraj e il Governo di accordo nazionale.

Un’inchiesta della BBC, resa possibile dal ritrovamento di un tablet appartenente a un mercenario di Wagner, ha rivelato che anche in Libia la compagnia privata militare si è resa responsabile di crimini di guerra – tra cui l’uccisione indiscriminata di cittadini e prigionieri, nonché la disseminazione di mine ed esplosivi in aree civili.

Nel settembre del 2019 i mercenari russi sono arrivati in Mozambico per reprimere le milizie jihadiste di Al-Shabaab (legate all’Isis) nella regione di Cabo Delgado, ricca di gas naturale e pietre preziose. Stando al Moscow Times l’incarico è stato affidato dal presidente Filipe Nyusi, che nell’agosto dello stesso anno era stato in visita a Mosca per siglare con Putin diversi accordi di cooperazione su energia e sicurezza.

La sconfitta delle milizie era uno dei punti chiave della campagna elettorale di Nyusi (vinta con ampio margine, in quella che l’opposizione ha definito una “mega truffa”), ma il “gruppo Wagner” si è trovato parecchio in difficoltà sia per le difficili condizioni ambientali, sia per le incomprensioni con l’esercito del Mozambico. Il suo intervento, insomma, non è stato affatto risolutivo; anzi, i mercenari hanno subito pesanti perdite.

È andata decisamente meglio nella Repubblica Centrafricana, dove il “gruppo Wagner” è arrivato nel 2017 e ha salvato il presidente Faustin-Archange Touadéra e il suo governo, contribuendo a fermare un’insurrezione armata dei ribelli in varie parti del paese. Da quel momento, secondo un dettagliato articolo del Financial Times, l’esecutivo di Bangui è “ostaggio” dei mercenari; la scorta di Touadéra è gestita dai russi, e dal 2018 il suo “consulente speciale alla sicurezza nazionale” è Valery Zakharov, un ex agente dei servizi a libro paga di Prigozhin.

I servizi della compagnia militare privata, che comprendono anche l’addestramento dell’esercito locale, sono ripagati con contratti per la “sicurezza” delle miniere di oro e diamanti e soprattutto con le concessioni esplorative nei giacimenti, stipulate con aziende riconducibili all’oligarca russo.

Una statua dedicata ai mercenari russi a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana. Foto via Wikimedia Commons.

Anche in Centrafrica i soldati della Wagner sono stati accusati di violazioni di diritti umani, compresi saccheggi, torture, uccisioni sommarie (anche di tre giornalisti russi) e stupri. Fatima, una donna intervistata dal Financial Times nel 2021, ha raccontato di essere stata violentata da tre mercenari russi in una base militare. “Facevano paura”, dice, “pensavamo che fossero venuti a riportare la pace. Ora vorrei che non fossero mai arrivati”.

Una strategia molto simile a quella della Repubblica Centrafricana è stata successivamente dispiegata in Mali. L’intervento del “gruppo Wagner” è iniziato a gennaio del 2022 su richiesta del governo, contestualmente al ritiro delle truppe francesi (che erano nel paese dal 2013).

Ufficialmente, per quasi undici milioni di dollari al mese, i mercenari russi devono addestrare le forze armate locali e combattere contro le milizie jihadiste di Al-Qaeda e Isis nel Sahel. In realtà, nel pacchetto sono comprese anche campagne di disinformazione (come la diffusione di sondaggi falsi e propaganda pro-governativa) e lo sfruttamento di risorse naturali, che in Mali è decisamente più complicato rispetto alla Repubblica Centrafricana: gran parte delle miniere sono gestite da gruppi armati, contrari all’arrivo dei mercenari russi.

L’esercito privato di Putin e la “denazificazione” omeopatica dell’Ucraina

Osservando questi casi, è evidente che il “gruppo Wagner” persegue obiettivi geopolitici, militari e commerciali che sono perfettamente sovrapponibili a quelli dello stato russo. Non a caso, un’inchiesta della BBC l’ha descritto come “l’esercito privato di Putin”.

I governi che si sono rivolti ai mercenari della Wagner, del resto, l’hanno fatto proprio per le loro connessione politiche e militari di alto livello; gli stessi mercenari, inoltre, sono convinti di agire per conto del governo russo.

Dopotutto si addestrano nella base di “Molkino” a Krasnodar, di fianco alle baracche del Gru; hanno combattuto fianco a fianco con i soldati regolari, si sono spostati con i mezzi dell’esercito e sono stati curati negli ospedali militari; Utkin è stato premiato da Putin in persona; e alcuni dei loro caduti hanno ricevuto gli onori funebri militari.

Nel documentario di France 5 intitolato Wagner, l’armée de l’ombre de Poutine, un soldato della Wagner dice ai giornalisti francesi che “al momento la Federazione russa non è ancora un impero, ma vuole tornare ad esserlo…il gruppo Wagner è uno degli strumenti per farlo”.

Un altro, parlando con il giornale russo Moskovsky Komsomoletsma a proposito del disastro di Deir el-Zor, spiega che i caduti della Wagner “erano andati a difendere la Russia ai confini della nostra sfera d’influenza. Sono morti per la patria, per un’idea”.

Marat Gabidullin– l’unico ex membro di Wagner ad aver pubblicato un libro di memorie sulle sue esperienze in Siria – ha detto a Meduza che nella preparazione delle missioni era chiaro a tutti che “si partecipava a guerre dove il nostro stato ha interessi”.

Per Gabidullin “i sacrifici dei mercenari” nel conflitto siriano sono stati molto più decisivi di quanto non sia mai stato raccontato, e i successi della compagnia sarebbero stati sfruttati dagli ufficiali dell’esercito russo per fare carriera. Quello che manca davvero, a suo avviso, è una forma di riconoscimento da parte dello stato. “Tutto il mondo sa che una compagnia militare privata è coinvolta nei combattimenti“, dice, “solo i nostri non lo ammettono”.

Il Cremlino, dal canto suo, ha sempre negato ogni tipo di legame con il “gruppo Wagner”; eppure, è innegabile che se ne sia servito in vari modi, e per svariate ragioni.

Anzitutto, c’è la convenienza economica: i mercenari si autofinanziano, e non vanno a pesare sul bilancio pubblico. In secondo luogo, l’impiego della Wagner permette di sottostimare le perdite nei vari scenari di guerra. Inoltre, è uno strumento molto utile per sperimentare metodi non convenzionali di influenza politica e al tempo stesso vendere armamenti, senza che ci sia un coinvolgimento diretto da parte dello stato.

Se le cose vanno bene, come nella Repubblica Centroafricana, il guadagno è massimo e la spesa è pressoché inesistente; se vanno male, il governo può sempre distaccarsene ed evitare ripercussioni diplomatiche – com’è effettivamente successo nel disastro di Deir el-Zor. È anche per questo che le compagnie militari private sono fuori legge in Russia: “l’illegalità è una forma di controllo”, argomenta la professoressa Kymberly Marten, “dal momento che lo stato russo può prenderti di mira quando vuole”.

Infine, il “gruppo Wagner” si trova in una zona d’ombra anche per motivi di opportunità politica. L’ideologia di riferimento di Utkin è il nazismo, e anche altri soldati – secondo un veterano intervistato da New Lines Magazine – hanno “posizioni estremiste” o esibiscono tatuaggi di rune pagane, prediletti dai suprematisti bianchi.

All’interno della compagnia c’è pure un’unità interamente formata da neonazisti, la cosiddetta “Task Force Rusich”. Apparsa per la prima volta in Donbass nell’estate del 2014, la “Rusich” si è distinta per la brutalità e per aver commesso crimini di guerra. Il comandante dell’unità, Alexey Milchakov (nome di battaglia “Fritz”), è accusato dalla magistratura ucraina di aver tagliato le orecchie ai prigionieri, di aver inciso svastiche sui corpi dei soldati e di essersi fatto dei selfie davanti a pile di cadaveri bruciati. Nel 2015 è stato sanzionato da Regno Unito, Canada e Unione Europea.

In base a una ricerca su Telegram e VKontatke effettuata dall’ong britannica Tech Against Terrorism, i mercenari della Rusich sono tornati in Ucraina per prendere parte all’invasione – insieme ad altri gruppi paramilitari dell’estrema destra russa.

A Donetsk, ad esempio, si è vista sventolare la bandiera del Movimento Imperiale Russo (Rim) – una formazione neonazista stanziata a San Pietroburgo che gli Stati Uniti hanno incluso nella lista delle “organizzazioni terroristiche straniere”. Sempre nell’Ucraina del est sarebbero inoltre presenti i militanti dell’Unità Nazionale Russa, un altro raggruppamento neofascista che aveva già combattuto con i separatisti filorussi.

Il grande paradosso è che la sbandierata “denazificazione” Putin è una specie di rimedio omeopatico: a liberare l’Ucraina dai “nazisti”, infatti, ci sono in prima linea anche i nazisti russi.

Nell’immagine: membri della “Task Force Rusich”, dal loro account Instagram (poi cancellato)


David Puente – “Svelati i piani del Cremlino”

Qual è il vero ruolo della compagnia militare privata russa nell'apparato di potere putiniano? 

Questa intervista si riferisce al nostro articolo “Come la Russia vuole ‘denazificare’ l’Ucraina”
Invitiamo a seguire l’ottimo lavoro di verifica delle notizie dall’Ucraina di Open.online


Massimo Nava – Marine e la prova finale

Qual è il vero ruolo della compagnia militare privata russa nell'apparato di potere putiniano? 

Massimo Nava è corrispondente da Parigi e analista politico del Corriere della Sera


Uno spettro si aggira per il mondo (ma non è il comunismo)

Qual è il vero ruolo della compagnia militare privata russa nell'apparato di potere putiniano? 

Premessa – doverosa per evitare di essere arruolati tra i filo-russi, cosa che non siamo mai stati: Putin è un criminale. E come tale dovrebbe essere processato (insieme ai suoi generali, ma anche al patriarca Kirill) e giudicato da un Tribunale: come quello di Norimberga (di ieri) o dal Tribunale penale internazionale (oggi); ma dubitiamo fortemente che qualcuno lo voglia davvero, troppi e troppo grandi sono gli interessi economici che l’Occidente ha con la Russia (che, non dimentichiamolo, può fare ciò che sta facendo in Ucraina anche grazie alle armi e ai soldi dell’Occidente).

Detto questo, a preoccupare seriamente dovrebbe essere soprattutto il clima guerrafondaio che si sta diffondendo per il globo, con la guerra che viene cioè vista da troppi governi come ineluttabile e le armi da fornire all’Ucraina come una esigenza irrinunciabile (e vengono fatti impropri paragoni con i partigiani che combatterono il nazi-fascismo; mentre si cerca di evitare ogni imbarazzante confronto con l’invasione americana dell’Iraq). La battaglia della propaganda e della disinformazione è combattuta infatti ogni giorno ad alzo zero su quell’altro teatro di guerra che si chiama mondo dell’informazione, reale e virtuale che sia. E allora, usando una frase famosa di Marx ed Engels (nel Manifesto del partito comunista – 1848), dovremmo dire che uno spettro si aggira per il mondo, ma è quello della guerra. Molti, troppi, nella politica e nei mass media sono diventati appunto guerrafondai, producendo nell’immaginario collettivo una replica della futurista guerra come igiene del mondo. Nessuno lo dice esplicitamente, ovviamente: ma i messaggi subliminali che vengono prodotti quotidianamente da politici, mass media e intellettuali organici – al di là della tattica di posizionamento retorico davanti a Putin – questo sembrano voler generare: creare consenso o almeno accettazione di massa della ineluttabilità della guerra su scala più ampia – ma che diviene ineluttabile solo se la si considera appunto tale, in una escalation verbale che passa dalla costruzione della contrapposizione ferina e nichilista tra amico e nemico alla rimozione di ogni pensiero complesso, di ogni valutazione oggettiva dei fatti (magari verificando se nel passato vi siano le cause che hanno determinato gli effetti di oggi), alla rinuncia della ricerca di soluzioni alternative.

Roger Caillois – citato da Marco Revelli in un suo recentissimo commento – nel 1943 aveva scritto di vertigine: “Va chiamata ‘vertigine’ ogni attrazione il cui primo effetto sorprenda e disorienti l’istinto di conservazione”. Cioè, “l’essere umano è trascinato alla rovina e come persuaso dalla visione del proprio annientamento a non resistere alla potente fascinazione che lo seduce terrorizzandolo”. E vertigine è la nostra reazione davanti alla guerra in Ucraina. Ma questa vertigine è anche deliberatamente alimentata e sostenuta dallo spettro della guerra ineluttabile che sembra appunto diffondersi nel mondo e che – a differenza del comunismo di Marx ed Engels che volevano cambiare in meglio il mondo – è puro nichilismo, è azzeramento della morale e della politica, della responsabilità e della possibilità di sopravvivenza, è distruzione dell’uomo e della società. Ma questo messaggio/mantra – ripetuto usando le migliori tecniche del marketing – a poco a poco ci sta abituando a considerare davvero la guerra come ineluttabile e inevitabile. E così (Revelli) “la distruzione e l’autodistruzione, [diventano] come un destino a cui è dolce abbandonarsi, cessando di tentare di nuotare contro una corrente che appare l’ineluttabile corso del mondo”.

Certo, la guerra in Ucraina ha prodotto un’importante gara di solidarietà (ma troppi governi distinguono cinicamente e razzisticamente tra profughi buoni e profughi cattivi – che poi sarebbero gli immigrati/profughi/naufraghi dei Sud del mondo); certo, aumentano le manifestazioni e le marce per la pace; certo, nei sondaggi gran parte della gente si dimostra contraria all’invio di armi, per non dire del resto. Ma la vertigine della guerra è potente, annichilente. E solo Papa Francesco sembra opporsi a questa deriva.

Eppure, la guerra in Ucraina è anche altro rispetto alla narrazione dominante. È una potentissima arma di distrazione di massa – sganciata sulla pelle degli ucraini – per farci dimenticare la guerra che da tre secoli il mondo industrializzato sta combattendo contro l’uomo e contro la Terra, contro l’ambiente e contro il futuro delle prossime generazioni. Di lunedì scorso il nuovo allarme degli scienziati dell’IPCC: “Senza riduzione immediata delle emissioni di CO2, impossibile limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi” – e la Svizzera è uno dei 20 Paesi più inquinanti del mondo. Non dimentichiamo infatti – e rinviamo all’intervento di Bruno Giussani su queste ‘pagine’ – che la Russia è un grande produttore di fonti fossili e che ha tutto l’interesse, così come il sistema industriale/consumistico occidentale, a far fallire o almeno a ritardare ogni transizione ecologica ed energetica; e infatti l’Occidente sta cercando altro gas e altro petrolio, evitando di puntare seriamente sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico – per non dire dell’aberrante rilancio del nucleare. E se oggi qualcuno sostiene che la globalizzazione sta tramontando, sconfitta dalla guerra e dai nazionalismi, ebbene mai il tecno-capitalismo è stato così globalmente ecocida come oggi – e mai come oggi il complesso militare industriale è stato così globale, aggiungendo guerra alla guerra, essendo la guerra (non la pace) il suo scopo (la produzione di armi, impone prima o poi il loro consumo, così come la produzione di merci e beni impone che questi siano consumati – e sempre più in fretta).

E allora, la vertigine che ci prende davanti alla guerra impedendoci di reagire cercando di evitare di aggiungere guerra alla guerra, ci sembra analoga alla vertigine che ci cattura davanti al cambiamento climatico, rispetto al quale non facciamo nulla di realmente concreto e nulla di ciò che sarebbe urgente e necessario – cioè: cambiare profondamente, radicalmente il modello di produzione e di consumo tecno-capitalista – e ci abbandoniamo invece a questo che ci viene presentato sempre più spesso (il riscaldamento globale) come un destino ormai ineluttabile a cui dovremo adattarci (avendolo ormai introiettato come way of life), non resistendo, non invertendo la rotta, ma appunto adattandoci alla potente fascinazione del nulla (l’ecocidio) perché da sempre ci seduce il nichilismo: terrorizzandoci sì, ma insieme appunto affascinandoci, perché anche l’indifferenza è vertigine, una vertigine diventata abitudine sublimata. Portandoci nel totalitarismo di un nichilismo integrale (questo è l’ecocidio – oltre alla guerra), neppure più mascherato dalle ideologie totalitarie, ma politiche del Novecento.

Immanuel Kant, molto tempo fa (1795) ci invitava a costruire la pace perpetua. Noi stiamo invece continuando a costruire ogni giorno la guerra perpetua. Guerra militare contro i popoli del mondo (e oggi anche – e di nuovo – tra popoli europei) e guerra tecno-capitalistica contro l’uomo e la biosfera.

Sarebbe tempo – finalmente – di smettere. Di uscire dalla vertigine – dalla nostra fascinazione perversa per il nulla.


Quel cappellino bianco del giorno più bello

Qual è il vero ruolo della compagnia militare privata russa nell'apparato di potere putiniano? 

Mai più vista con il cappello ma in quella solenne gioiosa giornata in cui decise di dividere il resto della sua vita con il diletto Marco, nel Municipio ne portava uno bianco tipo borsalino che poi lasciò nel guardaroba. Sembrava una delle ragazzine di Godard: la Wiazemsky che dava vita al personaggio della Chinoise o Anna Karina, che il suo cappello bianco, gemello di quello portato da Tiziana, non l’ha mai rinnegato. Io ero testimone di nozze e nella foto mi si vede firmare l’atto solenne sotto lo sguardo divertito di Dario Robbiani.

Il novello sposo lo si vede invece portare sulle spalle un figlio di Renzo Balmelli, mentre un altro invitato del TG, Arnaldo (detto Nano) Dell’Avo, tiene stretto mio figlio Siro. Sullo sfondo le Riegelhäuser le vetuste case a graticcio che un matrimonio così vivo e allegro e godardiano non l’avevano mai visto.

Di quella gioiosa atmosfera, rigorosamente anticonformistica in quel villaggio della campagna zurighese, nel Telegiornale–Tagesschau-Téléjournal è rimasta a lungo una vivissima testimonianza: il manifesto della Chinoise che si affacciava allegro in redazione alle spalle della Tiziana e che i potenti della SSR che si smarrivano talvolta dalle nostre parti guardavano con severo cipiglio per poi allungare il passo. All’orizzonte si era manifestato con tutta la sua forza esplosiva il Maggio francese e la Tiziana ne avrebbe cavalcato con gioia i marosi agitando la bandiera dei sindacati in fermento.

Ma non andiamo oltre: uno stand by in quella giornata di sole a Grüningen e la Tiziana è ancora qui, tra noi, con il suo bel sorriso a illuminare tanti cari ricordi.


Massimo Nava – La campagna di Macron la sta facendo Mosca

Qual è il vero ruolo della compagnia militare privata russa nell'apparato di potere putiniano? 

Massimo Nava è corrispondente da Parigi e analista politico del Corriere della Sera


Bucha cambia tutto (anche per Putin)

Qual è il vero ruolo della compagnia militare privata russa nell'apparato di potere putiniano? 

Di Francesco Bechis, Formiche.net

La strage di Bucha segna un prima e un dopo nella guerra russa in Ucraina. Perché, dice Edward Lucas, vicepresidente del Cepa (Center for european policy analysis), l’orrore dei civili ammanettati e giustiziati per strada nei sobborghi di Kiev può portare le “linee rosse” del conflitto più in là.

Cosa cambia il giorno dopo Bucha?

In realtà nulla, quelle persone erano già morte. Forse sarà più difficile chiudere gli occhi sulla vera natura di questa guerra. Se questa è Bucha, non è impossibile immaginare i massacri e le torture nelle zone ancora sotto il controllo dei russi.

È un copione già visto?

Un orribile flashback. Ci riporta all’occupazione russa dell’Estonia nel 1940 e prima ancora della Polonia, nel ’39. Queste vendette sulla popolazione civile sono un marchio di fabbrica delle conquiste sovietiche.

Perché lasciare quei corpi in mezzo alla strada? Un messaggio?

Perché manca anche il minimo senso della vergogna, figuriamoci il senso di colpa. Non c’è da sorprendersi se le tv russe parlano di una “messinscena” dei “nazisti” ucraini. È un’arte praticata da anni, si chiama maskirovska. La Russia non si preoccupa della verità, fa quello che vuole. Poi mente.

L’Occidente ha le sue responsabilità?

Sì, ed è la cosa più difficile da digerire. Questo è un massacro annunciato da trent’anni, e per trent’anni siamo stati a guardare. Gli estoni, i lituani, i lettoni, i cecoslovacchi, gli ucraini ci hanno avvisato di continuo, li abbiamo ignorati, snobbandoli. Ora sono loro a pagare il prezzo più alto.

Da Bucha a Mariupol. L’orrore in Ucraina può spostare in là le “linee rosse” della Nato?

Da quando è iniziata la guerra quel che credevamo impossibile è diventato possibile. Le testimonianze dei massacri si moltiplicheranno, abbiamo appena sollevato il tappeto. Alcune linee rosse sono già state varcate. L’invio di armi pesanti continua, nelle prossime settimane potremmo vedere un’accelerazione.

Intanto la Lituania chiude i rubinetti del gas russo. Allora si può fare?

Si può se si vuole. La Lituania è sulla prima linea della resistenza fin dagli anni ’80, bene ha fatto ad espellere l’ambasciatore russo e tagliare le importazioni di gas. Saranno un po’ più poveri e infreddoliti ma ne vale la pena. A Mariupol vivono ben altro dramma da un mese.

Finlandia e Svezia ora guardano alla Nato. Un’adesione è realistica?

Ci vorranno settimane, forse mesi prima di avviare il procedimento. Nel frattempo può succedere di tutto. Putin sta perdendo la faccia in Ucraina, può tentare un’escalation perché non ha più opzioni. Se finisce all’angolo niente, dalle armi chimiche al nucleare, è più fuori portata.


La guerra di Putin

Qual è il vero ruolo della compagnia militare privata russa nell'apparato di potere putiniano? 


Nella testa di Vladimir

Qual è il vero ruolo della compagnia militare privata russa nell'apparato di potere putiniano? 

Di Roberto Antonini, laRegione

“Non si tratta unicamente di una guerra condotta a colpi di massacri, ma pure di un conflitto di civiltà”: a parlare così è uno dei maggiori conoscitori della cultura politica russa. Michel Eltchaninoff (‘Dans la tête de Vladimir Poutine’, Actes Sud) ci fornisce preziosi strumenti per contestualizzare le derive violente e bellicistiche di Putin [Silvano Toppi ne ha scritto su Naufraghi/e, ndr]. L’ideologia dell’autocrate si iscrive in una corrente di pensiero lunga secoli che considera l’occidentalizzazione del Paese, inaugurata da Pietro il Grande e rafforzatasi con le guerre napoleoniche e il materialismo bolscevico, come il male assoluto.

Tra i diversi mentori del presidente troviamo il ben noto – per le sue frequentazioni negli ambienti dell’estrema destra europea – Aleksandr Dugin (“l’Occidente è l’Anticristo”) e soprattutto Ivan Il’in. Il percorso umano e intellettuale di quest’ultimo è illuminante per addentrarsi nella mente di Putin. Il’in, che morì in esilio in Svizzera nel 1954, anticomunista e antibolscevico, fu espulso da Lenin nel 1922 assieme a 160 altri intellettuali nell’operazione nota come “il battello dei filosofi”. Affascinato dal fascismo mussoliniano e a tratti dal nazismo, considerava che l’unità del popolo russo fosse minacciata dalla decadenza dei costumi propugnando la rinascita spirituale attraverso una dittatura nazional-patriottico-religiosa del mondo slavo. Ritroviamo l’identica condanna del bolscevismo nel discorso che Putin tenne poco prima dell’aggressione al suo vicino ucraino: Lenin, riconoscendo il diritto all’autodeterminazione dei popoli, avrebbe messo “una bomba nucleare sotto l’Urss”.

Ecco dunque il ricorso alla mitizzazione e manipolazione della storia (“chi controlla il passato controlla il futuro” ricorda in ‘1984’ di George Orwell il “ministero della Verità”): l’unità dei popoli ucraino e russo sin dai tempi della Rus’ di Kiev nel IX secolo sui quali si fonda, anche per la conversione del principe Vladimir I, la tradizione del cristianesimo ortodosso. Dalla guerra di Crimea del 1856 (in cui la Russia fu sconfitta da una coalizione tra Francia, Inghilterra e impero ottomano) il revanscismo slavofilo e conservatore è rimasto una costante nel pensiero russo. L’“eurasiatismo” di Putin offre al popolo l’orizzonte di un futuro fittizio di “grandeur”, portatore di valori universali, al termine di una “guerra di civiltà” a cui aderisce con convinzione anche il patriarca Kirill. Putin ne aveva d’altronde illustrato i contorni in un celebre discorso tenuto nel 2013 in cui si scagliava contro le derive occidentali con il matrimonio gay, l’esaltazione del femminismo, il politically correct, il materialismo. Proprio pochi giorni fa, ricorda Eltchaninoff in un’intervista a ‘Le Monde’, il capo della Chiesa ortodossa russa aveva sostenuto che la guerra in Ucraina era una «lotta metafisica».

Maidan con le sue rivoluzioni popolari filoeuropee (2004 e 2013-14) è stata considerata dal Cremlino alla stregua di una minaccia mortale. Non è dunque un caso che il suo discorso attecchisca in Occidente negli ambienti dell’estrema destra, o in quella parte della sinistra che ha abbandonato il riferimento alle grandi lotte per i diritti umani, le conquiste dell’illuminismo, o l’autodeterminazione dei popoli: la guerra di Putin è anche uno scontro culturale contro la democrazia che, seppur con tutte le sue imperfezioni, rimane il grande retaggio della storia europea.

Nell’immagine: Diego Fusaro, Aleksandr Dugin e Gianluca Savoini in un selfie pubblicato su Twitter


Quando le bombe cadono lontano da casa

Qual è il vero ruolo della compagnia militare privata russa nell'apparato di potere putiniano? 

Di Michele Serra, intervento in “Che tempo che fa” (RAI 3)

Quando una bomba cade lontano dalle città e dalle case, gli uomini tirano un sospiro di sollievo. È comprensibile. Dentro le case ci abitiamo noi. Ma lontano dalle case non c’è il nulla. Lontano dalle case ci sono i campi coltivati, i boschi, gli alberi, gli animali, i fiumi, i canali di irrigazione. Lontano dalle case c’è la terra. C’è il nostro cibo e l’acqua che beviamo. C’è il lavoro agricolo, che impiega anni per fare crescere quello che i cingoli schiacciano.

La vita è fatta di tempo. Un albero, per crescere, ci mette anni. La guerra, invece, il tempo lo brucia. Ogni albero, ogni animale ucciso dalla guerra significa anni di vita bruciati. Dieci, venti, cento giri della Terra attorno al Sole azzerati in un attimo.

Un animale che muore in guerra non ha nemmeno la magra consolazione di sentirsi martire di una giusta causa. Non ne sa niente e niente vuole saperne, un gatto o una pecora, delle nostre beghe. Sotto le bombe un animale muore e basta, nessuna ragione giusta, nessuna ragione sbagliata. Semplicemente: nessuna ragione.

Non sono animalista, anche se mi piacciono molto gli animali. Così come non mi sento alberista se difendo un albero, o umanista se difendo la vita umana. Penso che bisognerebbe riuscire a diventare terristi. Dentro la Terra c’è tutto: piante, bestie, uomini. La Terra è una casa comune. E dunque anche il bombardamento di un bosco, o di un campo coltivato, o di un atollo sperduto nel Pacifico, è il bombardamento di una casa.

Le frasi “fare terra bruciata” e “avvelenare i pozzi” sono prese direttamente dalle pratiche di guerra. Fare terra bruciata per procurare la fame. Avvelenare i pozzi per procurare la sete. Non sono riuscito ad ammazzare te, dunque ammazzo la terra che ti nutre. Ammazzo tua madre, e pazienza se è anche la mia. La guerra è un matricidio.

Lo è in almeno due modi. Il primo, quello più evidente, è la distruzione in forma diretta. I cingoli che scorticano il terreno, i missili che bruciano tutto, le sostanze chimiche che avvelenano l’aria e l’acqua, i defolianti, i crateri, le schifose mine che gli eserciti seminano ovunque.

Il secondo modo di uccidere la terra, meno immediato ma altrettanto devastante, è il consumo smisurato di energia. La guerra è l’attività umana più energivora: mangia energia in quantità esorbitanti.

Il singolo maggiore consumatore di petrolio al mondo, dunque il singolo maggiore produttore di gas serra al mondo, è il Pentagono. L’America spende il 3,7 per cento del suo Pil in armamenti. 800 miliardi di dollari all’anno. La Russia spende parecchio di meno, ma in proporzione riesce a fare peggio degli Stati Uniti, perché investe in armamenti più del 4 per cento del suo Pil. Non è un paese ricco. Produce poco, vive vendendo gas e petrolio. Per mantenere la loro chiostra di missili, molti governi affamano i loro popoli.

L’Europa, in proporzione alla sua potenza economica, non spende molto in armamenti, perché ha scelto di starsene comoda sotto l’ombrello degli Stati Uniti. Detto volgarmente: noi europei usiamo, per la difesa, soprattutto i soldi degli americani. E siccome niente è gratis, a causa di questa dipendenza militare siamo meno liberi di determinare il nostro destino politico.

Ma di tutti questi numeri importa poco, anzi nulla, al campo di grano bruciato, o al cane disperso tra le macerie.  A loro vantaggio, va detto che quando dovessimo sparire per sempre noi scimmie cingolate, le piante e le bestie sapranno come cavarsela. Quando l’ultima mina sarà esplosa, la volpe, già il giorno dopo, andrà ad abbeverarsi nel cratere.