Ueli Maurer, il consigliere federale quasi normale

Il ministro UDC ha annunciato le sue dimissioni dopo quattordici anni di governo. Ha spesso giocato con i limiti della collegialità ma, a differenza di Christoph Blocher, ha rispettato le istituzioni 

Di Vincent Bourquin, Le Temps

Ueli Maurer ha certamente azzeccato la strategia della sua uscita di scena. È stato in grado di creare una sorpresa e di rimanere fedele a se stesso: con alcune battute contro i media e il mondo politico, ma anche con il rispetto per le istituzioni.

Il suo può definirsi un destino politico davvero particolare. In quarant’anni di carriera, è diventato una delle figure politiche più note del Paese. Nella Svizzera tedesca è una vera e propria star. Come ha ricordato, con una certa falsa modestia, non poteva attraversare le strade di Berna senza scattarsi almeno 20 selfie. Di recente è stato a Sörenberg per la festa in onore del nuovo re della lotta svizzera, Joël Wicki. È stata l’occasione per gustare una birra e una salsiccia e per rafforzare la sua immagine di uomo vicino alla gente e alla Svizzera tradizionale. Un’immagine su cui ha molto lavorato e che ha palesemente coltivato.

Sotto l’aspetto bonario, Maurer è un maestro della comunicazione politica. Per se stesso e per il suo partito. Senza Ueli Maurer, l’UDC non sarebbe mai diventata la principale forza politica del Paese. Christoph Blocher ha naturalmente svolto un ruolo decisivo a livello ideologico, ma è lui che ha girato la Svizzera in lungo e in largo per diffondere la buona novella del conservatorismo. Nonostante il suo francese molto federale, è sempe stato molto attivo anche nella parte francofona del Paese, dove ha dato un notevole impulso alla creazione di nuove sezioni.

Christoph Blocher e Ueli Maurer hanno lavorato fianco a fianco per diffondere i loro principi politici, la loro visione del mondo; ma Maurer è sempre rimasto molto indipendente dal miliardario di Herrliberg, non è mai stato il suo burattino. In effetti, è riuscito dove Christoph Blocher ha fallito miseramente: diventare e restare Consigliere federale. Blocher ci è rimasto per soli quattro anni, per poi subire una clamorosa non rielezione, mentre Maurer ha mantenuto la carica per quattordici anni senza mai doversi preoccupare di essere rieletto.

È vero, non has mai completamente “lisciato” il suo carattere piuttosto ispido e non di rado ha giocato con il sacro principio della collegialità. Durante la crisi sanitaria, per esempio, il Ministro delle Finanze ha oltrepassato il limite, indossando una maglietta di un gruppo esplicitamente contrario alla politica vaccinale. Questa è stata la sua strategia: da un lato, assumersi il proprio ruolo di riferimento nei confronti dell’elettorato UDC; dall’altro, lavorare all’interno dell’esecutivo, prendendo a volte le distanze dal suo partito. Come Ministro delle Finanze, ha rispettato le regole e la linea del governo, anche a livello internazionale. All’interno del Consiglio federale ha formato un forte asse con Karin Keller-Sutter e Alain Berset.

Nel momento in cui, ora, si tratta di fare un primo bilancio del suo operato, non si può dunque che evidenziare il suo impegno e il suo rispetto per le istituzioni. Tuttavia, il suo curriculum politico rimane piuttosto scarno. Come capo dell’esercito, dopo una campagna disastrosa, non è pr esempio riuscito a convincere gli svizzeri ad acquistare il Gripen. E, più recentemente, ha fallito sul piano delle riforme fiscali: non sono state abolite né l’imposta di bollo né, domenica scorsa, l’imposta preventiva.

Durante la conferenza stampa Ueli Maurer ha fra l’altro affermato che giunto all’età di 71 anni ha voglia di tornare a essere un “Ueli normale”. Non pare in verità così sicuro che lo voglia davvero: è un vero animale politico che sembra difficile immaginare disposto a rimanere nella sua tana.

Traduzione della redazione


La politica fiscale alla prova delle votazioni popolari

Il ministro UDC ha annunciato le sue dimissioni dopo quattordici anni di governo. Ha spesso giocato con i limiti della collegialità ma, a differenza di Christoph Blocher, ha rispettato le istituzioni 

«Nel contesto della politica fiscale, l’attenzione si concentra su due questioni di lunga data (…): la riforma dell’imposta anticipata e l’abolizione della tassa di bollo». Il 20 aprile del 2020, Economiesuisse, la più potente delle organizzazioni padronali, si esprime così in merito alla consultazione sulla soppressione della tassa di bollo. Un progetto che fa seguito a un’iniziativa parlamentare lanciata nel 2009 da alcuni parlamentari di destra guidati dall’allora presidente del Plr, il ticinese Fulvio Pelli. 

Lo stesso giorno, alla medesima consultazione dà seguito anche l’influente Associazione svizzera dei banchieri, la quale «si felicita espressamente per la direzione politica presa». Secondo Swissbanking «i mercati dei capitali e del credito e il mercato monetario in Svizzera sono ancora ostacolati, soprattutto a causa di barriere fiscali come l’imposta alla fonte e la tassa di bollo» Tre giorni dopo, l’Usam, l’organizzazione mantello delle Pmi svizzere, ribadisce il concetto: «L’imposta di bollo è una tassa che non serve più a nulla. Abolirla consentirebbe, soprattutto in questi tempi di paralisi economica, di rompere con dei meccanismi arcaici e dare nuova respiro alle attività finanziarie».

Qualche tempo dopo, i desiderata delle due lobby padronali vengono trasformati in legge. Manca poco a Natale, quando – nell’anno pandemico 2020 – Udc, Plr e Verdi liberali fanno passare in Consiglio nazionale l’abolizione parziale della tassa di bollo. Al Consiglio degli Stati, il blocco borghese si completa poi con l’appoggio dell’Alleanza del Centro. Ciò che porta al testo finale approvato nel giugno 2021. 

Il mondo economico e i suoi valletti alle Camere non hanno però fatto i conti con sinistra e sindacati che hanno lanciato un referendum. La decisione è infatti un regalo alle grandi imprese che priverebbe di un quarto di miliardo all’anno la Confederazione. Il tutto nel bel mezzo di una crisi epocale che ha già portato sul lastrico migliaia di persone e che è costata alle casse federali quasi trenta miliardi di franchi. Questo, inoltre, in un contesto in cui i profitti delle grandi aziende e di chi è già ultraricco sono esplosi, mentre in Parlamento si continua a dire che non ci sono soldi per l’Avs. 

Motivi, questi, che hanno dato una spinta al NO, che lo scorso mese di febbraio ha vinto con oltre il 62% dei voti. Solo Zugo, il Cantone delle multinazionali e del fisco leggero (oltre che di Thomas Aeschi, il deputato Udc che ha rilanciato il progetto in Parlamento) ha detto SÌ. «Bisogna riconoscere che è difficile spiegare gli oggetti fiscali al vasto pubblico»: questa è stata la reazione della direttrice di Economiesuisse, Monika Rühl. Un argomento che tende a dire che, in materia fiscale, il popolo non ci capisce nulla e quindi vota male. 

In realtà, seppur apparentemente tecnico, l’oggetto in votazione a febbraio era semplice. I dati parlavano chiaro: sulle oltre 600mila imprese basate in Svizzera, nel 2020, soltanto 2.300 hanno dovuto pagare la tassa di bollo. Secondo cifre ufficiali, di queste imprese, il 2,2% (ossia qualche decina di grosse aziende) pagano più della metà delle entrate fiscali generate da questa tassa. Altro che Pmi, come voleva far credere la campagna.

Monika Rühl e colleghi non hanno forse capito che la sinistra può certo perdere le iniziative che lancia (alcune di poco, come quella sulle multinazionali responsabili) o certe riforme che sostiene in Parlamento (vedi legge CO₂ e aiuto ai media), ma che sul fronte fiscale può ancora fare blocco. Lo si è dimostrato ancora una volta lo scorso 25 di settembre con il NO – questa volta meno secco (52%) – alla modifica della legge federale sull’imposta preventiva. Anche in questo caso, nel dicembre 2021, gli stessi schieramenti politici avevano dato il via libera in Parlamento all’abolizione dell’imposta preventiva sulle obbligazioni svizzere. Un altro vecchio sogno degli ambienti economici, che avrebbe anch’esso comportato un’altra ingente perdita per le casse federali. Soldi degli evasori che non dichiarano correttamente al fisco i loro guadagni su alcuni titoli. L’imposta preventiva infatti era stata introdotta per prevenire la frode fiscale: con quella decisione parlamentare, insomma, non dichiarare alcuni redditi sarebbe stato ancora più interessante. Anche in questo caso, come era logico, da sinistra, si è lanciato il referendum che, ancora una volta, ha avuto successo. 

La vittoria sul fronte fiscale della sinistra e dei sindacati di domenica scorsa (anche se, bisogna riconoscerlo, chiaramente annacquata dal Sì di misura ad Avs21) e quella del mese di febbraio s’inseriscono in una lista di successi che comprende la bocciatura della terza riforma sull’imposizione delle imprese (la Rie III, 2017) e delle detrazioni fiscali per i figli (2020). Tutti schiaffi in faccia a Ueli Maurer e alla sua politica fiscale dettata dal padronato. 

Unica eccezione: l’accettazione della RFFA (riforma fiscale e finanziamento dell’AVS) nel 2019. Dopo il NO contro la Rie III, il Governo era riuscito a far passare questa nuova riforma fiscale soltanto attraverso un discutibile compromesso accettato dal Ps (ma non da tutta la sinistra) che legava gli sgravi fiscali con un finanziamento complementare dell’Avs (evidentemente insufficiente). Un compromesso tipicamente svizzero che dovrebbe oggi continuare a far riflettere sulla possibilità di fare passare i diktat fiscali delle varie Economiesuisse, Swissbanking e Usam come una lettera alla posta grazie alla maggioranza parlamentare.

Anche perché a Berna il dossier fiscale rimane caldo. I parlamentari devono infatti chinarsi sull’introduzione di un’aliquota fiscale minima del 15% per le grandi imprese, così come richiesto dall’OCSE. L’obiettivo è quello di ridurre la concorrenza fiscale e la Svizzera (e il suo mondo imprenditoriale) non ha scelta: deve adattarsi, altrimenti le grandi aziende svizzere potrebbero essere tassate in modo complementare all’estero. Ad essere toccati dalla misura saranno solo le grandi società la cui cifra d’affari supera i 750 milioni di euro, ma i dettagli devono ancora essere stabiliti soprattutto in merito alla ripartizione. 

Il Consiglio federale propone un sistema che distribuisce l’imposta per il 75% ai Cantoni e per il 25% alla Confederazione. Così facendo, i Cantoni già ricchi e che ospitano le multinazionali saranno avvantaggiati favorendo nuovamente la concorrenza fiscale intercantonale (con più entrate i Cantoni più abbienti potranno promuovere nuovi sgravi). Ciò che non piace alla sinistra. Quello che è certo è che si andrà a votare perché verrà modificata la Costituzione. 

La destra e le varie lobby padronali dovranno quindi fare attenzione: per evitare un nuovo NO alle urne non potranno imporre unilateralmente i propri desiderata a discapito degli interessi della popolazione e delle regioni periferiche. Gli ultimi voti in materia di fiscalità sono lì a dimostrarlo.


È libero solo chi ha i soldi

Il ministro UDC ha annunciato le sue dimissioni dopo quattordici anni di governo. Ha spesso giocato con i limiti della collegialità ma, a differenza di Christoph Blocher, ha rispettato le istituzioni 

Di Matteo Boccacci, The Vision

Tra il 1960 e il 1962, gli economisti Friedrich Von Hayek e Milton Friedman pubblicarono due libri divenuti poi dei classici, rispettivamente, The Constitution of Liberty e Capitalism and Freedom, nei quali sostenevano che la libertà economica fosse imprescindibile per garantire la libertà individuale. La guerra fredda era anche una contrapposizione ideologica e in ottica anticomunista si provava a esaltare le società di mercato. Dopo più di trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, sarebbe importante però avere la lucidità di guardare con occhio critico alle coordinate politiche sviluppate in quegli anni. Seppur, infatti, sia ancora ben radicata l’idea per cui economisti e difensori del mercato sarebbero allo stesso tempo difensori della libertà, le contraddizioni manifestate dal capitalismo dovrebbero farci dubitare di questa relazione apparentemente virtuosa.

Nella seconda metà del Novecento diventarono preponderanti le politiche di stampo neoliberale. Si diceva che non c’era alternativa alle privatizzazioni e al mercato –  notoriamente, “There is no alternative” – ma che non c’era nulla da temere, in quanto la libertà economica avrebbe contribuito alla libertà individuale dei cittadini. Margaret Thatcher, una delle principali fautrici di quella politica, in un discorso al consiglio centrale dei conservatori del 1976, riprese quasi letteralmente gli argomenti di Friedman sostenendo: “La libertà personale e la libertà economica sono indivisibili”. Questa posizione si diffuse nel mondo politico occidentale e l’Italia non fece eccezione. Silvio Berlusconi, nel famoso discorso del 1994 che sancì la sua discesa in campo, iniziò dicendo “L’Italia è il Paese che amo. […] Qui ho appreso la passione per la libertà” e, poco dopo, parlando dei comunisti, continuava, “Non credono nel mercato, non credono nell’iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell’individuo. Non credono che il mondo possa migliorare attraverso l’apporto libero di tante persone tutte diverse l’una dall’altra”. L’allusione a una qualche corrispondenza tra libertà individuale e libertà economica fa da sfondo a quel discorso di Berlusconi e in seguito diventerà  un cavallo di battaglia della sua retorica politica e dei suoi successori, protagonisti del mondo liberista e conservatore italiano. Basti pensare che, in un discorso a Piazza del Popolo del 2020, Matteo Salvini citò direttamente il nome di Margaret Thatcher dicendo proprio: “Non esiste libertà se non c’è libertà economica”.

Quando questi politici e pensatori utilizzano, forse in maniera pretestuosa, la parola libertà, sembrano avere particolarmente a cuore l’idea di “libertà dallo Stato”. Alludendo alle dittature del passato e del presente viene enfatizzato il fatto che lo Stato può rappresentare una minaccia alla libertà individuale e che, se vogliamo difendere la libertà, dobbiamo limitare l’ingerenza statale nella vita delle persone. Tuttavia, questa posizione è piuttosto problematica e semplicistica, se non del tutto arbitraria, in quanto lo Stato è solo uno di quei tanti fattori che può eventualmente limitare la libertà. Come indicato da Paula Jean Swearengin, nel documentario Alla conquista del Congresso, le ingenti attività nelle miniere di carbone nel West Virginia, in particolare a Coal City, riducendo enormemente la qualità dell’aria e dell’acqua hanno deteriorato le condizioni di salute dei residenti provocando molteplici casi di cancro nella popolazione. Se è vero che il libero mercato ha garantito agli imprenditori la possibilità di estrarre carbone, sono le stesse attività economiche che hanno causato l’innalzamento dei tassi di cancro. Perciò, se si sottolinea che il mercato ha garantito libertà agli imprenditori privati, si deve anche riconoscere che ha tolto delle libertà ai cittadini di determinate aree, come, per esempio, la libertà di vivere nel loro territorio respirando aria pulita.

Sembra esserci una certa pretestuosità nei ragionamenti che riguardano libertà e mercato e sarebbe importante fare un po’ di chiarezza. Alcuni filosofi politici sostengono che la libertà individuale debba essere intesa come una relazione tra l’individuo, i possibili fini dell’individuo, e i potenziali vincoli di altri individui. L’idea è che siamo liberi di fare tutto quello che gli altri non ci impediscono di fare. Se, ad esempio, ho del vino sul tavolo e nessuno mi impedisce di berlo, sono a tutti gli effetti libero di bere quel vino. Quest’idea di libertà è molto diffusa nel mondo liberista, a volte definita come “libertà negativa”. Tuttavia, questa concezione non dimostra che il mercato è garante di libertà, tutt’altro. In un saggio chiamato Freedom and Money, Gerald Allan Cohen, importante filosofo contemporaneo di tradizione marxista, ribadisce ancora una volta che nel sistema capitalista il potere economico è nevralgico per la distribuzione della libertà individuale. Nonostante quello che dicono liberisti e conservatori, infatti, essere a favore del mercato non significa avere a cuore la libertà. È vero che nel sistema capitalista il mercato diventa uno strumento di autodeterminazione, ma è solo al servizio di chi ha potere economico.

Per illustrare questo aspetto, possiamo immaginare di essere davanti a una discoteca: in casi come questo, abbiamo la libertà di entrare solo se abbiamo i soldi richiesti per il biglietto; la security ci impedirebbe di entrare se provassimo a farlo senza. Esempi come questo, secondo Cohen, evidenziano il funzionamento del sistema capitalismo-libertà: sono libero di vivere indisturbato in una casa se ho i soldi per pagare l’affitto, libero di mangiare al ristorante se ho i soldi per pagare il conto, libero di fare una crociera se ho i soldi per il biglietto, e via dicendo. Ma questo significa che, piuttosto che garantire libertà, il mercato distribuisce libertà a seconda del potere economico degli individui.

Inoltre, il mercato sancisce che chi ha potere economico può imporre le proprie scelte agli altri, violando così la loro libertà. Lo spiega bene il caso precedentemente menzionato del West Virginia: è chiaro che il mercato ha garantito all’imprenditore la libertà di estrarre carbone, ma allo stesso tempo l’imprenditore ha ridotto la libertà della popolazione di respirare aria pulita. In questo caso, per difendere la libertà della popolazione, lo Stato dovrebbe intervenire limitando il mercato e di conseguenza la libertà degli imprenditori; ma se questo è vero, la retorica antistatalista di liberisti e conservatori è fuorviante: lo Stato non è necessariamente una minaccia alla libertà individuale perché, così come può ridurla, può anche promuoverla.

Va riconosciuto che il mercato permette un’ampia scelta tra qualsiasi tipologia di prodotti, ormai facilmente ottenibili se si ha sufficiente potere economico. Tuttavia, dobbiamo comprendere se è questa la tipologia di libertà a cui aspiriamo durante le nostre vite. Se da una parte quest’ampia possibilità può influire positivamente sulla nostra vita, dall’altra questa “libertà di consumare” non è sufficiente per considerarci liberi, anzi. Sono famose le parole che fanno da incipit a Trainspotting: “Scegliete la vita; scegliete un lavoro, scegliete una carriera; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. […] Ma perché dovrei fare una cosa così?”. Questo passaggio mette chiaramente in discussione il valore della libertà che il mercato offre: piuttosto che la libertà di scegliere tra un maxitelevisore o un apriscatole elettrico, ci sono altri aspetti della nostra vita in cui sembra importante essere liberi, come la possibilità di gestire il proprio tempo autonomamente.

Tuttavia, nel sistema capitalista, gli individui sono schiavi dei loro bisogni e della necessità di creare reddito per mantenersi, anche a condizione di spendere gran parte del loro tempo in attività che non suscitano il loro interesse e di vivere in case anguste solo perché vicine ai posti di lavoro. Questa sembra essere tutt’altro che libertà. Nel suo libro How to Be an Anticapitalist in the 21st Century, Erik Olin Wright, sociologo e attivista statunitense, sostiene che un reddito di base universale potrebbe essere decisivo per garantire libertà all’interno del sistema capitalista. Se almeno questa condizione si verificasse, le persone avrebbero la capacità di gestire le proprie attività economiche autonomamente, di dire “no” alle pessime condizioni di lavoro dell’epoca capitalista, di dedicarsi ad attività creative senza essere schiave dell’idea di dover costantemente creare reddito.

Nonostante quel che dicono alcuni economisti, politici e pensatori, consacrare il mercato come strumento di libertà è illusorio. Il mercato può garantire una vasta disponibilità di prodotti tra i quali scegliere ma, all’interno del sistema capitalista, questa è distribuita attraverso la ripartizione ineguale del potere economico e, per giunta, questa libertà di scelta sembra essere di dubbio valore. Piuttosto che provare ad ampliare costantemente la libertà all’interno del mercato, potrebbe essere importante comprendere quali sono gli aspetti della vita in cui gli individui dovrebbero essere in grado di scegliere autonomamente e cercare di creare le condizioni affinché ciò accada. Se invece lasciamo la discussione sulla libertà a conservatori e liberisti, perderemo l’occasione di comprendere quali potrebbero essere le condizioni di cui abbiamo bisogno per vivere liberi in società.

Nell’immagine: Friedrich Von Hayek nel 1984. Secondo i suoi fan aveva profetizzato persino l’avvento dei Bitcoin


La ‘rivoluzione’ contro il velo

Il ministro UDC ha annunciato le sue dimissioni dopo quattordici anni di governo. Ha spesso giocato con i limiti della collegialità ma, a differenza di Christoph Blocher, ha rispettato le istituzioni 

Del progettato ‘mondo altro’, o alternativo all’Occidente, che Cina e Russia proclamano di voler edificare sulle macerie della tragedia ucraina, dovrebbe far parte anche l’Iran teocratico: non a caso, visto che Xi Jinping fa incetta di petrolio persiano, mentre Putin è legato al regime degli ayatollah nella difesa militare della dittatura sanguinaria di Bashir Assad in Siria. Il tasso di democraticità non è del resto una preoccupazione del nuovo (per ora incerto) nuovo asse internazionale in gestazione, visto che le due ‘capitali guida’, Pechino e Mosca, non sono certo modelli basati sullo Stato di diritto. Va tuttavia ricordato che gli Stati Uniti (con l’Europa più o meno al traino) non sono estranei all’ennesima tragedia che sta vivendo l’Iran, visto che sono state le pesantissime sanzioni economiche volute da Trump – varate insieme alla ingiustificata disdetta dell’accordo sul nucleare – a indebolire fortemente la parte più moderata degli ayatollah, favorendo l’arrivo alla presidenza dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi. Insomma: sia ad Est sia ad Ovest, pur con propositi diversi, c’è stata una obiettiva coincidenza nel favorire il peggior governo dell’arcaico e violento clero, che ha contribuito a trascinare una nazione con notevoli potenzialità in un vortice di crisi economica, povertà, corruzione, e leggi sempre più liberticide.

È la coraggiosissima ‘ribellione del velo’ [di cui ha scritto qui anche Simona Sala], partita dalla regione curda del Roijla dopo l’uccisione in carcere, per mano della truce ‘polizia morale’, della 22enne Mahsa Amini, arrestata perché ‘colpevole’ di indossare in ‘modo non conforme’ lo hijab, obbligatorio per legge e che non deve coprire solo la testa, ma anche collo e gote. Tragica scintilla che ha infiammato diverse regioni, principali protagoniste le donne: taglio in pubblico dei capelli, veli dati alle fiamme, soprattutto lo slogan ‘donna-vita-libertà’. Da parte del regime islamico l’immancabile risposta: soltanto pallottole, e in tre settimane almeno una settantina di morti, migliaia di fermati e ieri anche l’arresto della figlia dell’ex presidente Rafsanjani. Musulmana in chador ma attivista per i diritti umani, aveva definito l’uccisione di Amini ‘terrorismo di Stato’. Le dimensioni assunte dalla protesta, l’aperta solidarietà degli uomini, e il fatto che essa sia animata da ragazze diventate anche le principali vittime della repressione, rende diversa questa protesta da quelle che l’hanno preceduta soprattutto nell’ultimo ventennio. Non mobilita soltanto giovani e studenti della piccola borghesia, ma riguarda tutte le classi sociali.

“Bruciare il velo – spiega il regista Fariborz Kamkari, costretto all’esilio – equivale a bruciare la bandiera stessa del regime, che usa lo hijab come rappresentazione della sua ideologia… e umilia il corpo delle donne per marginalizzarle togliendo loro ogni effettivo ruolo politico, culturale e sociale, e comunque in questa sollevazione c’è la sofferenza di tutto un popolo”. Certe esitazioni del regime, le (inedite) scuse del capo dello Stato alla famiglia di Masha Amini, alcune voci dall’interno dell’apparato dirigente contro metodi e violenza della ‘polizia morale’, segnalano le preoccupazioni dei vertici. Che tuttavia conservano sicuramente la determinazione e l’apparato repressivo necessari per soffocare la ribellione, servendosi oltretutto dello spauracchio della presunta volontà secessionista e indipendentista della minoranza curda. Difficile immaginare che con la rivoluzione del velo possa bruciare anche il regime. Soprattutto se continuerà a godere della complicità di quel ‘mondo alternativo’ a traino russo-cinese.

Scritto per ‘laRegione’
Nell’immagine: una studente universitaria stacca dal muro e fa a pezzi il ritratto degli ayatollah Khomeini e Khamenei
Nel video: l’ormai celebre versione di
Bella ciao cantata da una giovane iraniana


Ma la purezza permette davvero di sostenere le categorie di persone che si vogliono tutelare?

Il ministro UDC ha annunciato le sue dimissioni dopo quattordici anni di governo. Ha spesso giocato con i limiti della collegialità ma, a differenza di Christoph Blocher, ha rispettato le istituzioni 

Ha ragione Pino Sergi (Naufraghi-e del 22 settembre) nel dire che viviamo in un periodo di declino capitalistico nel quale la guerra in Europa (anche se non c’è purtroppo solo quella), ma soprattutto la crisi ambientale dirompente, mettono a nudo una serie di problemi irrisolti, ai quali va naturalmente aggiunto il grande tema dell’ingiusta ridistribuzione della ricchezza. Non concordo invece con la sua visione della sinistra, la quale sarebbe utile solo se pronta a prefigurare un altro ordine economico-politico e sociale che rompa con la logica del sistema attuale, mentre qualsiasi postura diversa non farebbe che sostenere visioni di destra o di estrema destra.

Qual è l’obiettivo?

Cominciamo a dire che se l’obiettivo è il cambiamento verso valori che io e Sergi possiamo condividere, bisogna ragionevolmente anche porsi la domanda “con quali forze ci arriviamo”. Non mi pare che le posizioni di rottura sostenute dall’estrema sinistra, a volte ammiccanti ad un’ipotetica rivoluzione, abbiano la capacità di smuovere grandi masse di persone. Altrimenti i risultati elettorali, per esempio del MPS, sarebbero nettamente più elevati, oppure le battaglie politiche vinte a muso duro sarebbero numerose. I dati degli ultimi tre decenni a questo proposito mi paiono invece indicare altro, a meno di volerli leggere con occhiali deformanti.

Può darsi invece, ma è un’ipotesi, che l’obiettivo sia un altro, più introspettivo, ovvero potersi beare della propria purezza, tale da non concepire alcun tipo di compromesso con nessuno. Posizione del tutto legittima, che però non può non suscitare una domanda diversa, ovvero “ma la purezza permette davvero di far avanzare le cose per le categorie di persone che si vogliono tutelare? Serve davvero a qualcuno?”

In attesa della rivoluzione, nel nostro sistema politico bisogna volenti o nolenti arrivare a delle maggioranze per cambiare qualcosa. Davanti al popolo, in Parlamento o in Governo, il nocciolo rimane questo. E per arrivarci a volte serve risolutezza, quel picchiare i pugni sul tavolo che tra l’altro piace molto alla destra, ma molto più spesso serve pazienza e capacità di convincimento. In ogni caso spesso bisogna sporcarsi le mani, perché da soli al 51% è molto difficile arrivarci.

La tesi di Sergi, oltre a sostenere la bontà di scelte radicali pur di fronte a dati impietosi quanto al loro reale gradimento nella popolazione, parte anche da un altro assunto, ovvero che l’azione della sinistra “impura” si sia concretizzata in risultati praticamente nulli a favore delle classi meno favorite e nell’affermarsi di una politica di controriforme che ci avrebbe riportati indietro di decenni. Non so bene a quali dossier faccia allusione, ma qualche esempio può forse essere utile per mostrare una realtà che a me pare un po’ diversa.

Le teorie e i fatti

Senza scomodare l’AVS e l’AI, la cassa malati obbligatoria, l’assicurazione maternità, la creazione dell’Ente ospedaliero, gli assegni familiari ticinesi, l’armonizzazione delle prestazioni sociali, la legge per le famiglie, la legge sugli aiuti allo studio, l’abbandono del nucleare, la costruzione di Alptransit, il potenziamento del trasporto pubblico nel nostro Cantone, gli investimenti nella riconversione energetica degli alloggi, la tassa sul sacco, il salario minimo, il potenziamento della scuola inclusiva, l’obbligo formativo fino a 18 anni, la legge sul sostegno alla cultura, per fare alcuni esempi, sono tutti dossier sui quali la sinistra “impura” ha lavorato parecchio per concorrere a trovare maggioranze e che a me non paiono banalità da disprezzare con sussiego. Ma probabilmente su questo le visioni divergono.

Divergono anche quanto alle strategie per difendere gli interessi delle classi meno fortunate.

Prendiamo il problema delle pensioni. L’estrema sinistra, assieme alla destra, ha combattuto Previdenza 2020 qualche anno fa ed assieme hanno vinto. Ovviamente il desiderio dell’estrema sinistra era ottenere qualcosa di meglio, ma qual è il risultato finale per quanto riguarda l’AVS? È peggiore, come ha purtroppo decretato il popolo domenica scorsa. Eppure lo si era detto e stradetto, ottenere qualcosa di meglio sarebbe stato molto difficile, mentre molto più probabile sarebbe stato quell’arretramento che poi si è verificato. A chi serve questo risultato? Alle donne che in cambio della parificazione dell’età di pensionamento avranno ricevuto meno compensazioni e non sanno ancora come andrà con la LPP?

Prendiamo un tema più modesto, ma non per questo di poco conto, il superamento dell’anacronistico sistema dei livelli alla scuola media ticinese. In settembre avremmo potuto cominciare con una sperimentazione per finalmente avviarci a cambiare le cose, ma un incomprensibile voto negativo dell’estrema sinistra in Gran Consiglio ha rinviato tutto a non si sa quando. A chi è servito quel NO? Ai ragazzi e alle ragazze provenienti dalle classi sociali meno favorite? Alle loro famiglie?

La partita da giocare, per tornare al titolo del contributo di Sergi, è quella dei miglioramenti sociali e ambientali nel segno di una maggior giustizia per tutti. La si può giocare scendendo in campo ben sapendo di andare incontro anche a sgambetti e falli pesanti, oppure la si può sostanzialmente non giocare, rinnegando il campo, teorizzando e fantasticando sul calcio perfetto mentre la destra vince per forfait. Per me e per il PS la scelta è sempre stata chiara ed è la prima. Senza naturalmente abbandonare visioni più nette, ma con i piedi piantati per terra, avanzando passo per passo quando è possibile.

Le prossime elezioni cantonali, se tutto andrà come previsto, vedranno in campo una lista unitaria per il Consiglio di Stato sostenuta da socialisti e ambientalisti. Anche la lista unitaria servirà a portare in Governo qualcuno che possa pesare e spingere in questa direzione. Il resto è sostanzialmente un dettaglio, indipendentemente dalle lunghe, un po’ curiose elucubrazioni di Sergi, o se si preferisce del banale chiacchiericcio.


Come batter CASSA

Il ministro UDC ha annunciato le sue dimissioni dopo quattordici anni di governo. Ha spesso giocato con i limiti della collegialità ma, a differenza di Christoph Blocher, ha rispettato le istituzioni 


Sergio Rossi – La stangata

Il ministro UDC ha annunciato le sue dimissioni dopo quattordici anni di governo. Ha spesso giocato con i limiti della collegialità ma, a differenza di Christoph Blocher, ha rispettato le istituzioni 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Pensioni e società, quale nesso?

Il ministro UDC ha annunciato le sue dimissioni dopo quattordici anni di governo. Ha spesso giocato con i limiti della collegialità ma, a differenza di Christoph Blocher, ha rispettato le istituzioni 

È prevista per oggi alle 17.30 a Bellinzona, con partenza da Piazza Stazione, la manifestazione organizzata dalla rete ErreDiPi (la rete per la difesa delle pensioni dei dipendenti statali e parastatali)  in difesa delle attuali prestazioni dell’Istituto di previdenza del Canton Ticino (IPCT). Tali prestazioni coinvolgono circa 16’000 persone che, come noto, hanno già subìto una riduzione del 20% nel 2013, per cui un ventilato e programmato ulteriore taglio di un altro 20% a partire dal gennaio 2024 comporterebbe una riduzione della pensione del 40% in poco più di 10 anni.

Al centro della manifestazione, la richiesta di bloccare il tasso di conversione e di cercare strumenti alternativi al taglio delle pensioni degli affiliati per sanare le casse dell’Istituto. La riduzione, infatti, è stata decisa recentemente dal Consiglio di amministrazione dell’IPCT per porre rimedio all’insufficiente grado di copertura della cassa, senza alcun coinvolgimento degli stessi affiliati.

Fra i relatori della manifestazione, che coinvolge docenti, personale medico e paramedico, agenti di polizia, pompieri, funzionari del Cantone di vario genere e livello (compresi gli addetti delle pulizie), vi è anche Michel Petrocchi, educatore e membro della commissione del personale dell’Osc, che spiega e riassume i motivi di fondo che lo hanno spinto ad aderire alla protesta.(red)


La rete ErreDiPi, come noto, è democratica, aperta a tutti e sta favorendo un dialogo tra le varie professioni che lavorano per il Cantone. Le riflessioni emerse nelle assemblee e nei comitati di questi ultimi tre mesi hanno riguardato diverse tematiche che a mio avviso meriterebbero delle riflessioni ampie e che mettono in relazione la difesa delle pensioni con l’interrogativo circa quale società desideriamo. Possiamo immaginare che tutti vogliano il bene della società in generale, tuttavia, se guardiamo ai modi utilizzati dalla politica per ottenere tale scopo, possiamo legittimamente avanzare non pochi dubbi.

A mio modesto parere il taglio alle pensioni si inscrive in un contesto che limita la funzione dello Stato ad una pura e semplice attività contabile, concentrandosi sulle modalità con cui si possa intervenire sul bilancio di una famiglia senza considerare, invece, che dovrebbe assumere ben altri compiti e responsabilità, a cominciare da quello di promuovere il benessere della popolazione. I tagli in generale vanno inoltre a colpire molto spesso quei settori che offrono servizi di base fondamentali per la popolazione (scuola, sanità, ecc). 

Cambiando solo apparentemente i termini del discorso, potremmo chiederci quanto la politica di oggi è disposta a considerare prioritaria una sua specifica attenzione per un’equa distribuzione della ricchezza che tutti concorriamo a produrre e a domandarsi, dunque, in che misura sia capace e voglia rappresentare realmente tutti i cittadini. Possiamo chiederci se è veramente giusto che il personale dello Stato, che concorre a mantenere in funzione servizi fondamentali per l’intera popolazione, venga continuamente indicato come “costo” e come “privilegiato” e per questo debba subire in continuazione dei tagli, come avvenuto negli ultimi trent’anni. 

Allo stesso tempo abbiamo una politica che continua a perseguire tagli alle tasse di cui beneficiano in particolare gli alti redditi e una parte dell’economia (non certo quella delle Pmi!). Ci si attenderebbe dall’economia quindi un contributo al benessere generale; certamente in parte svolgerà anche questo ruolo, ma basta aprire gli occhi sui livelli salariali, sulla diminuzione dei diritti del lavoro, sulla precarietà dei contratti, sulla continua richiesta di liberalizzazione che si traduce in mancanza di controlli, sul continuo chiedere aiuto allo Stato quando arrivano le crisi, e ci si accorge che le cose non vanno sempre nella direzione degli interessi generali. 

Qualcuno deve garantire le regole del gioco in modo da limitare gli squilibri e questo qualcuno è lo Stato. Ora, con il taglio alle pensioni, quest’ultimo si sta muovendo come un’azienda privata, con la stessa logica; diminuire le “spese” (quelle a favore della collettività) per sgravare fiscalmente chi non ne ha bisogno (una minoranza). Il mio parere è che una società può progredire solo laddove vi sia una sufficiente solidarietà tra chi ha e chi non ha, altrimenti il rischio di produrre maggiori disparità e serie tensioni sociali aumenterà insieme alla sfiducia nel futuro e nelle istituzioni.

Tagliare sulla cassa pensione significa aumentare il numero di chi in futuro non se la vedrà riconoscere; la politica si sta muovendo quindi nella direzione sbagliata colpendo e demotivando 16’000 persone che non portano alcuna responsabilità per la situazione finanziaria dell’IPCT. 

Questa responsabilità è dello Stato e dell’autorità politica, a cui spetta interamente l’assunzione dell’onere di risanamento della cassa, così come è stato fatto in altri Cantoni che si sono trovati nella medesima situazione.

E il Ticino?


Alcuni momenti della manifestazione


Propaganda e interferenze: dal Cremlino 5 linee di azione per influenzare l’Europa

Il ministro UDC ha annunciato le sue dimissioni dopo quattordici anni di governo. Ha spesso giocato con i limiti della collegialità ma, a differenza di Christoph Blocher, ha rispettato le istituzioni 

Di Gianni Cipriani, Globalist

In questi mesi l’analisi metodica delle fonti legate a Putin come la Tass, Ria Novosti, ed altre testate espressione del Cremlino e degli oligarchi (oltre al ricasco social o sulla stampa internazionale filo-Putin), mostra in maniera chiara quali sono stati (e quali sono fino ad oggi) i cinque assi principali della propaganda di Putin e come i differenti approcci siano modulati nel corso dei mesi.

Il rovesciamento delle responsabilità

Soprattutto nei primi mesi, anche se questo tipo di propaganda non è mai venuta meno ma se ne è fatto un uso assai più limitato, da parte del Cremlino c’è stata una costante e assidua azione di rovesciamento delle responsabilità dell’invasione. Ossia – su questo si è insistito più nelle prime settimane – quella scatenata da Mosca non era una guerra di invasione ma una “operazione militare speciale” che aveva come unico scopo quello di fermare il “genocidio” delle popolazioni russofone del Donbass massacrate da Kiev e dai nazisti del battaglione Azov.

Una narrazione volta a demonizzare gli aggrediti e far apparire come “liberatori” gli aggressori. Quindi nessuna invasione ma una sorta di operazione di peace keeping limitata negli scopi e nel tempo. Propaganda dalla quale è discesa la leggenda dei 14 mila russofoni uccisi dagli ucraini nel silenzio o nella complicità internazionale.

In realtà la cifra dei 14 mila morti va letta diversamente (secondo l’Onu, 10.900 vittime erano soldati, di cui 4.400 ucraini e 6.500 combattenti filorussi. Le vittime civili sono state tra 3.400 e 3.500, anche qui ripartite tra i contendenti) e anche il numero delle vittime nel corso degli anni è andato scemando. Ma ai fini propagandistici era utile far trasparire che la Russia fosse stata costretta a intervenire senza poter aspettare.

Ad ogni modo nelle prime settimane la propaganda di Putin ha puntato tutto sul dare la colpa all’Ucraina e aggredire la dirigenza di Kiev puntando tutta la retorica sulla figura di Zelensky e sui nazisti del battaglione Azov, anche ingigantendone le dimensioni. Tant’è che la parola ‘denazificazione’ è stata tra le più usate nei primi giorni di guerra ma poi – come si è visto – con il passare delle settimane è finita sempre più in secondo piano.

Nella seconda fase l’obiettivo principale dell’operazione propagandistica centrata sul rovesciamento delle responsabilità, ha cominciato a puntare i riflettori non solo su Kiev ma anche contro gli Stati Uniti, la Nato, il Regno Unito e fondamentalmente contro gli stessi paesi dell’Unione Europea, Ungheria esclusa.

Una campagna molto serrata attraverso la quale far credere all’opinione pubblica che non solo l’Ucraina – anzi, i nazisti ucraini – massacravano i russofoni del Donbass, ma che l’operazione militare speciale si era resa necessaria per impedire che la stessa Ucraina diventasse una pericolosa base della Nato dalla quale poter attaccare militarmente perfino la Russia.
Ossia, in termini di rovesciamento della realtà, l’idea era quella di sostenere che quella di Mosca fosse stata una sorta di azione preventiva, altrimenti l’invasione sarebbe stata a parti inverse.

Ovviamente l’Ucraina il 24 febbraio non faceva parte della Nato, il suo ingresso, respinto già più volte dai Paesi membri,  non era all’ordine del giorno. Ma certamente dopo il 2014, l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa considerata illegale dalla comunità internazionale e la sottrazione dalla sovranità dell’Ucraina di una parte del Donbass operata dai filo-russi aiutati dall’esercito di Mosca e dalla famigerata organizzazione Wagner, aveva fatto aumentare il livello di aiuto e assistenza militare a Kiev da parte degli Stati Uniti e altri paesi occidentali. Quindi  la guerra è stata giustificata prima come necessario intervento per impedire il protrarsi di un genocidio e subito dopo come azione preventiva per impedire che l’Ucraina diventasse una piattaforma Nato pronta per aggredire la Russia.

Come addentellato va aggiunto che successivamente per giustificare il tentativo di Putin di annettere alla Federazione Russa altre regioni dell’Ucraina è stato spiegato come la legittima decisione di proteggere le comunità russofone, visto che il fallimento degli accordi di Minsk giustificava la scelta della Russia di non fermarsi al Donbass. Spiegazione che in qualche  modo doveva rendere meno evidente il tentativo di Mosca di controllare tutti i porti sul Mar Nero fino alle foci del Danubio (alcuni generali e politici vicini a Putin si sono spinti a parlare anche di collegare la Transnistria alla Federazione Russa) quale parte di un disegno imperiale di stampo neo-zarista per controllare importanti rotte commerciali e ampliare l’influenza e il potere contrattuale di Mosca.

Il sentimento anti-americano e il sovranismo

Un altro fronte della propaganda russa, strettamente connesso al rovesciamento delle responsabilità, è stato il sentimento anti-americano presente in maniera non trascurabile sia in un’area di estrema destra, soprattutto sovranista ed euroscettica che in un’altra altra area che potremmo definire anti-imperialista e che, per una serie di motivi che non è il caso in questo ragionamento di specificare, ha in simpatia Putin e la Russia ed è ostile a qualsiasi cosa possa ricondursi agli Stati Uniti e alla Nato. Oltre a ciò si può citare anche quella fetta di opinione pubblica definita “no-vax/sì-Putin” che è fondamentalmente anti-sistema e che vede nella Russia un’alternativa al sistema di potere Occidentale in mano a big-pharma, finanza, banche e tutta la narrazione del mondo complottista.

Sostanzialmente il Cremlino ha tentato di sfruttare questo campo su quattro principali sotto-insiemi.

  • La responsabilità della Nato come elemento di provocazione della Russia di Putin che parte dall’allargamento dell’Alleanza atlantica a paesi ex sovietici, passa per il riarmo dell’Ucraina e come punto finale ha avuto le ‘provocazioni’ a Mosca rappresentate dalle esercitazioni militari in territori non graditi alla Russia.
  • L’altro elemento è stato quello di sottolineare come lo scontro militare non fosse una guerra tra la Federazione Russa che ha invaso e l’Ucraina che difende la propria sovranità, ma una guerra per procura. In altri termini il tentativo è quello di far passare l’idea che mentre il pacifico popolo russo vorrebbe la pace, il governo di Kiev nelle mani degli americani combatte una battaglia non per salvare l’integrità territoriale e il futuro dello Stato ma solo perché ciò è ordinato da Washington o dalla Nato, a seconda del tipo di lettura.

    La storia della ‘guerra per procura’ ha fatto molta presa nell’opinione pubblica occidentale, anche perché legata alle forniture di armi presentate dalla propaganda come un trucco di Washington per indebolire Mosca o per indebolire l’Unione Europea o per fare affari a spese di tedeschi, francesi, italiani, spagnoli o quant’altro, retti da governi complici o ignari della manovra di Washington.

  • La propaganda dunque ha battuto molto sul fatto che l’Unione Europea e i singoli stati fossero solo organizzazioni o stati subordinati agli Stati Uniti. In altri termini si è insistito in quello che potremmo riassumere in uno slogan come: “Washington decide e Bruxelles esegue”. Argomento questo di grande impatto in tutto il campo dell’estrema destra o delle forze euro-scettiche già convinte da tempo del fatto che l’Unione Europea non faccia gli interessi della gente ma – anche in questo caso – di banche, multinazionali e poteri forti. Ed inoltre un altro elemento in favore della tesi secondo la quale uno stato aderente all’Ue già rinuncia a gran parte della propria sovranità per stare in Europa ma in questa situazione bellica è ancora più gabbato perché a sua volta la Ue è solo una obbediente esecutrice degli ordini degli Stati Uniti. C’è da sottolineare questo tipo di ‘bersaglio’ della propaganda della Russia non ha avuto oscillazioni, ossia è stato riproposto in maniera quasi continua dal 24 febbraio ad oggi.
  • Altro elemento molto presente nella propaganda del Cremlino è stato quello di spostare l’attenzione – come se si trattasse di una sorte di legittimazione delle scelte attuali di Putin – sulle responsabilità degli Stati Uniti nelle guerre e negli interventi militari che hanno destabilizzato l’Europa e non solo almeno negli ultimi 30 anni. Elemento solido perché – con tutta evidenza – gran parte delle condotte che ora si imputano a Putin sono state compiute anche dall’Occidente: i bombardamenti su obiettivi civili in Serbia all’epoca della guerra del Kosovo, i bombardamenti in Iraq, l’Afghanistan, la guerra di Libia, la Siria fino alla presenza di Erdogan nella Nato, ossia la contraddizione di un’alleanza che si descrive come un baluardo della democrazia che però accetta senza problemi un Erdogan che lo stesso premier Draghi ha definito un ‘dittatore’ con il quale venire a patti. In altri termini la Federazione Russa ha usato il cosiddetto ‘rinfaccio’ per replicare a molte delle accuse americane o occidentali. Usandole per giustificare i propri crimini e depotenziare gli accusatori, come Stati o persone che non avevano alcuna autorità morale per farlo.
Discredito dei dirigenti ucraini e delle personalità avversarie

Soprattutto nelle prime settimane della guerra (poi questo tipo di attacco si è affievolito) la propaganda di Putin si è concentrata molto su un’operazione di discredito del campo avverso e dei diversi leader. Questo è un classico in tante e diverse situazioni, non solo nel conflitto russo-ucraino. Il principale bersaglio, come era ovvio che fosse, è stato Volodimir Zelensky, descritto direttamente da Putin in uno dei primi discorsi come a capo di un governo composto essenzialmente da drogati e pervertiti. Qui – andiamo per un attimo fuori dal seminato – la propaganda è andata di pari passo con la disinformazione e con la diffusione sui social di storie di sesso, festini, droga, ruberie e molto altro.

La Russia ha sottolineato molto come Zelensky fosse un comico e in quanto tale non avesse la statura da statista (e quindi Mosca aveva ragione a cercare di sbarazzarsene) e fosse a sua volta il burattino di altri poteri forti. Zelensky creato dal nulla dall’oligarca Igor Kolomoisky, nella cui tv l’allora attore aveva interpretato la serie tv che gli aveva dato popolarità spalancandogli le porte alla presidenza. Oppure Zelensky che in quanto ebreo rispondeva ad Israele. Oppure le sue ricchezze (la villa a Forte dei Marmi citata più volte) e quelle degli oligarchi ucraini che facevano da contraltare a quelli russi in modo da annullarle. Propaganda che è proseguita chiamando in causa la stessa Ucraina presentata come Stato fallito, corrotto, nazista, malavitoso e quant’altro per farlo apparire come indegno dell’aiuto Occidentale e pericoloso per l’Unione Europea.

Ovviamente va precisato che la propaganda – a differenza della disinformazione – non si basa sul falso. Ma nemmeno sulla verità. Ossia si prendono aspetti che si basano su fatti ed elementi reali che poi vengono deformati, usati al di fuori del contesto e ripetuti ossessivamente. Sicuramente l’Ucraina non è la patria dei diritti civili, della legalità e di tante altre cose. Ma la propaganda ha caricato di significato quella negatività per far passare l’idea di uno stato retto da un comico drogato, protettore dei nazisti ed espressione degli oligarchi. In questo caso, però, si può dire che questo tipo di propaganda ha solo convinto di più chi già aveva in odio l’Ucraina e in simpatia la Russia. Perché la contro-propaganda di Kiev (e dell’Occidente) ha sfruttato le capacità comunicative del presidente ucraino per annullare in gran parte l’operazione di discredito.Tant’è che oggi – come è evidente – gli attacchi personali a Zelensky sono diventati quasi residuali.

Paura della guerra nucleare e terza guerra mondiale

La paura guerra nucleare e della terza guerra mondiale è stata cavalcata dalla propaganda russa in maniera ossessiva soprattutto nella prima parte della guerra. In questo caso si è tentato di sfruttare l’onda emotiva delle prime settimane di un’opinione pubblica impreparata e molto spaventata da eventi con i quali non si era mai confrontata. Per fare un esempio: tutti ricordiamo le prime settimane della pandemia. All’epoca si aveva a che fare con una realtà del tutto inedita e la paura ha portato a comportamenti che oggi giudicheremmo irrazionali se non stupidi. Si pensi solo alle quantità di disinfettanti usate per pulire strade e pavimenti, ossia azioni assolutamente inutili per prevenire il covid. E anche si pensi a come la paura sia diminuita nel mesi successivi nonostante il numero dei morti sia salito tra la prima e la seconda ondata.

Egualmente la paura della guerra nucleare è stato usata subito dai russi per ‘paralizzare’ l’Occidente e soprattutto facendo in modo che la pressione dell’opinione pubblica (nelle democrazie liberali si vota) potesse in qualche modo imbrigliare gli aiuti all’Ucraina. La carta della guerra mondiale è stata successivamente accantonata dalla Russia sia perché le dinamiche della guerra hanno seguito altri percorsi, sua perché l’eccesso di minaccia si sarebbe trasformato in una minaccia poco credibile.Attualmente la Russia ha ripreso – ma in maniera sporadica – a parlare di Terza Guerra Mondiale riguardo nuove possibili forniture di armi agli ucraini e a proposito del piano di sicurezza elaborato da Kiev che non prevede una smilitarizzazione dell’Ucraina. Ma in questo caso le parole di Dmitrij Anatol’evič Medvedev sono state poco efficaci proprio per l’eccesso di esposizione retorica dell’ex presidente. [Resta però da interpretare, alla luce della decisione di Putin di procedere con la “mobilitazione parziale” dei riservisti, cosa significhi ora evocare un terzo conflitto mondiale e l’uso di armi nucleari “per difendersi dalla minaccia nucleare dell’Occidente”: certamente siamo ancora nel campo della propaganda che “rovescia le responsabilità”, ma forse non è il solo aspetto che ci possa e debba inquietare, n.d.r.] 

Egoismo e danni economici

Questo aspetto, quasi inesistente all’inizio dell’invasione, è diventato preminente man mano che la guerra, le sanzioni e la risposta dell’Occidente ha iniziato a pesare sulle tasche dei cittadini in termini di rincari e di inflazione tornata a livelli altissimi dopo anni di stabilità. A questo di sono aggiunti altri danni ‘collaterali’ come le speculazioni e quant’altro proprie delle società liberiste. La Russia in questa fase sta puntando moltissimo su questo tipo di arma. Ossia convincere che se da un lato le sanzioni non hanno provocato conseguenze a Mosca, dall’altro loro potranno spostare l’asse verso la Cina, l’India e tanti altri paesi creando un nuovo ordine mondiale alternativo a quello Occidentale dominato dagli Usa. Per cui con le sanzioni i cittadini europei e occidentali si impoveriranno mentre la Russia è destinata ad arricchirsi. E tutto questo perché? Per difendere l’Ucraina.

Questo è lo schema che in questa fase è seguito da Putin e che rischia di trovare molte sponde sia tra partiti filo-russi od euro-scettici sia da partiti o governi spaventati da scelte che possano essere impopolari. Dunque  – secondo lo schema propagandistico – il fallimento dell’Europa asservita agli Stati Uniti solo per inseguire una guerra per procura che gli Stati Uniti hanno scatenato contro la Russia per il tramite dell’Ucraina.

Gli esiti di questa propaganda sono ancora incerti e sono legati anche al campo di battaglia. Di certo c’è l’idea del Cremlino di indebolire il sostegno internazionale all’Ucraina e l’ipotesi di una guerra di lunga durata potrebbe rivelarsi favorevole alla Russia, proprio perché si pensa che in pochi siano disposti a pagare un prezzo personale. In altri termini si ritiene di creare una condizione materiale e psicologica per la quale nel binomio egoismo/solidarietà possa prevalere il primo. Conquistando così anche quella fetta di opinione pubblica o di elettorato che era rimasta abbastanza immune dalle altre forme di propaganda. Nella sostanza il messaggio di Mosca è quello secondo il quale le sanzioni danneggiano chi le fa e non chi le subisce, che la Russia si sta arricchendo e che voltare le spalle alla Federazione Russa sarà l’inizio della fine dell’Occidente. Parole del Cremlino lanciate attraverso tutte le piattaforme e i dirigenti possibili e parole di una parte non trascurabile della classe politica occidentale, a cominciare da quella Europea.

Quest’ ultimo aspetto è in evoluzione ed è difficile prevedere i suoi sviluppi. A Natale capiremo. Ad ogni modo fino ad oggi questi sono stati gli assi della propaganda russa che è arrivata su giornali, televisioni e social attraverso mille rivoli. Agenti di influenza, politici venduti, utili idioti, sinceri putiniani e sinceri anti-americani. Non sta a me dirlo. Ma quello che è evidente è che il Cremlino ha seguito una precisa strategia, al momento con alterne fortune. Anche perché c’è la propaganda e c’è la contro-propaganda: Ucraina, Stati Uniti e Occidente non sono restati con le mani in mano. Si chiama guerra psicologica ed è nata con la guerra stessa e non quella di oggi. Da sempre.

 


Qualche guardata sulla “nave dei folli”

Il ministro UDC ha annunciato le sue dimissioni dopo quattordici anni di governo. Ha spesso giocato con i limiti della collegialità ma, a differenza di Christoph Blocher, ha rispettato le istituzioni 

Non di una zattera di naufraghi, come questa, con immaginari e ottimisti Robinson Crusoe forse finiti su un’isola deserta e a tratti ostile (ma quanto si può ancora credere, come in quel romanzo della nostra infanzia, che la possibilità di cambiare vita stia nell’ottimismo?). No, è della nave dei folli, con nocchieri paranoici e ciurma imbriacata, che si dovrebbe parlare, con qualche guardata a terra, sul filo dell’attualità che si vede (trovandoci comunque ottimisti sul futuro del pessimismo).

Escalation nucleare

Se ne è tornato a parlare: metà in inglese, come lingua imperiale comanda. Faccio un conto e scopro che nel mondo (su quella nave di folli) ci sarebbero 12.705 testate nucleari. Ed è come un gioco di bussolotti: se gli Stati Uniti ne hanno 5.428, la Russia deve averne 5.997; se l’India ne ha 160, il Pakistan deve averne 165; se il Regno Unito ne ha 225, la Francia deve averne 290; se Israele ne ha 90, l’Iran (che dev’essere il meno fidato di tutti) non deve averne per nessuno. Appare singolare che in Svizzera qualcuno ci abbia pensato (almeno, a quanto risulta da Palazzo: come faremmo altrimenti a difenderci o incutere timore?), ma non si è ancora osato proporre, contando comunque sull’”ombrello atlantico”; avremo infatti gli F35A progettati per piazzare le testate americane, già abbondantemente dislocate (almeno 100) nelle vicinanze del Ticino, a Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone), pronte da imbarcare e per l’uso.

Insomma, quanto basta per annientare ogni vita o distruggere il pianeta non una volta ma almeno tre volte, se dopo la prima e la seconda rimarrà ancora qualche robot per sganciare le rimanenti testate o qualche vivente da polverizzare. 

“Et in pulverem reverteris”, e tutto ritornerà polvere. Lo prevedeva anche la Genesi (3,19), così ci suggerirà qualche Cirillo patriarca, giustificando tutto.

Fuoco e ghiaccio nei quattro angoli del mondo

Dall’inizio dell’anno, facendo anche qui qualche calcolo, sono stati bruciati nella sola Europa 766 mila ettari di foreste. Ciò che equivale, per intenderci, a metà di tutta la superficie forestale svizzera o a tutto l’Altipiano della Svizzera. Il riscaldamento climatico e le foreste in fiamme sono strettamente legati: una temperatura elevata favorisce la traspirazione delle piante, l’effetto di essiccazione aumenta il rischio d’incendio, si libera carbonio (6.4 mega tonnellate secondo i rilievi del Global Fire Assimilation System), si aumenta l’effetto serra e l’emissione di polveri fini che accelerano, annerendoli, lo scioglimento dei ghiacciai.

In Svizzera l’isoterma di 0°C (chiamata anche livello di congelamento) è stata collocata quest’estate all’altezza di 5.184 metri (era un tempo tra 3.000 e 3.500 m.). I ghiacciai svizzeri, a causa del clima, hanno perso in poco meno di quindici anni 22 chilometri cubi di ghiaccio, ciò che corrisponde a uno strato di ghiaccio di poco più di un metro su tutta la superficie della Svizzera. Se il surriscaldamento ambientale proseguirà, tra un secolo non avremo più ghiacciai, ci dicono i glaciologi. Le conseguenze si sono già drammaticamente manifestate in quattro settori: dei rischi naturali, dello sfruttamento idroelettrico e produzione di elettricità, del turismo, dell’agricoltura-allevamento.

Fuoco e ghiaccio (acqua), due dei quattro elementi (con aria e terra) che sono alla base della creazione del mondo (come già ci insegnavano Anassimete di Mileto e Talete, filosofi greci, nel VI secolo a.C.): la nave dei folli li ha resi estremi, li ha resi distruttivi o autodistruttivi, sta annientandoli. 

Alcuni nocchieri (capintesta di partiti politici) ritengono però che è stato allarmando su quei quattro elementi vitali, facendone un terrore, che si è generata una crisi dell’energia. Per lasciar campo, non a foreste e ghiacciai, ma ad una dittatura (della sinistra, terrorista) e quindi alla fine della democrazia più che della vita sulla terra. Hanno riscoperto “Moriae encomium” (o anche “Stultitiae laus” o Elogio della follia) di Erasmo quando dice, ad esempio, che “a forza di sterminare animali s’era capito che anche sopprimere l’uomo non richiedeva un gran sforzo”.

L’inflazione e la spirale

L’inflazione è l’aumento generalizzato dei prezzi. È un altro terrore che muove tutte le artiglierie monetarie delle Banche centrali, sulla scia della Federal Reserve americana, compresa la Banca Nazionale svizzera. Le quali, per farvi fronte, alzano i tassi di interesse, rendendo il denaro più caro (dopo averlo sparso per anni a diffusione, a grande godimento del settore finanziario gonfiatosi a dismisura nei corsi e valori dei titoli e nei dividendi distribuiti; ma qui non si parla mai di inflazione).

Nella composizione di un costo (e quindi del prezzo) di un bene, di un prodotto, rientra il costo del lavoro (il salario). E siccome il salariato è sempre il bersaglio da colpire (o il disgraziato che gli tempesta anche nel forno o che anche le pecore lo mordono, come dicono due proverbi fiorentini), ecco che riappare, come causa dell’inflazione, la famosa spirale prezzi-salari: diminuisce il potere d’acquisto, lavoratori e sindacati chiedono salari più alti, aumenta in tal modo il costo del lavoro e del prodotto, aumentano i prezzi, cresce di più l’inflazione. Minacce di disoccupazione da parte del padronato, fallimenti annunciati per perdita di competitività e ventilate dislocazioni di attività là dove i salari sono bassi, dumping salariale ricorrendo a frontalieri, emigranti, rifugiati (magari ucraini).

Esce un accurato ed esteso studio del quotato Economic Policy Insitute con un titolo e una domanda già significativi (Corporate profits have contributed disproportionately to inflation. How should policymakers respond? [I profitti aziendali hanno contribuito in modo sproporzionato all’inflazione. Come dovrebbero reagire i politici?]). Operando sugli ultimi due anni (sull’economia americana, sulle società non finanziarie) risulta, per riassumere al massimo, che hanno contribuito nella misura del 53.9 per cento all’aumento dell’inflazione i profitti delle società, nella misura del 38.3 per cento i “nonlabor input costs” (in pratica i costi delle materie prime, dei prodotti semifiniti ecc.) e solo nella misura del 7.9 per cento i costi del lavoro.

La conclusione cui si arriva è triplice: non è un semplice squilibrio macroeconomico tra domanda e offerta che sta alimentando l’inflazione; il potere già eccessivo delle società è stato ancora accresciuto indirizzandolo verso l’aumento dei prezzi (e dell’inflazione), con un aumento dei margini di profitto sproporzionato; non sono  gli aumenti rapidi e bruschi dei tassi di interesse che freneranno le pressioni inflazionistiche a breve e medio termine, potrebbe essere più efficace, nel corso dell’anno, un’imposta sugli “excess profits”, sugli utili eccessivi, che avrebbe un certo peso compensativo rispetto al potere sui prezzi delle imprese. Per averne una semplice conferma basterebbe pensare che, secondo la stessa Agenzia internazionale dell’energia, i superprofitti del settore energetico hanno superato il 40 per cento (200 miliardi di franchi).

Siamo quindi nel bel mezzo di una delle più grosse follie della nostra epoca (paradox of our age, dice lo studio). E cioè: l’organizzazione economica e sociale che doveva garantire prezzi bassi in cambio della cosiddetta “moderazione salariale” (giocando anche sul ricatto di salvare la nave comune con la mitica competitività e l’occupazione) ha condotto invece a prezzi elevati per incrementare i profitti, senza la possibilità per i salari di adeguarvisi. Ed è quanto tornano a dirci in questi giorni gli ambienti economici.

La salute se può rendere

Nel primo semestre di quest’anno, mentre i mercati borsistici impazzivano, il settore della salute è stato l’unico a offrire un rifugio sicuro e un guadagno certo agli investitori: in otto mesi, sui mercati internazionali delle azioni, è infatti cresciuto del 15 per cento. Gli esperti del settore ci dicono che siamo solo agli inizi di una terza ondata di innovazioni nel campo della biotecnologia e della scoperta di nuove medicine, promessa di guadagni stratosferici per gli investitori. Non possiamo ovviamente negare che l’investimento, anche con il fattore rischio che comporta, è essenziale per la ricerca, l’innovazione, la scoperta di nuovi medicamenti o di nuove procedure d’intervento sulla salute. “Tanto che industrie farmaceutiche o varie imprese del settore della salute hanno tutte le chances di trarre grandi profitti dal prossimo mercato che sarà sempre al rialzo” (come si scrive in un dispaccio informativo di Capital Group, agenzia americana di investimenti, specializzata nel settore, una delle più grandi al mondo, che ha sede anche in Svizzera).

Qui la follia sta nell’identificare o assimilare la salute con i redditi o il cash-flow reali che riesce a generare nelle imprese. O li genera o è inutile. La follia sta nel ritrovare tutto questo nei premi delle casse malati che, per generare profitti e dividendi, devono stare al passo, cavando redditi dalle famiglie e dalla loro salute.

Nel’immagine: una scena dall’opera teatrale “Narrenschiff” di Goyo Montero