Voci a stelle e strisce

“Racconti di due Americhe” e “Donne d’America”, due libri per narrare un continente contradditorio e pieno di sorprese 

Di Daniela Gross , Doppiozero

Questa storia forse la sapete già. Eppure vale la pena riavvolgere il film e tornare a quella sera. È il tramonto quando Alejandro Nieto, 28 anni, si ferma al parco e mangia qualcosa prima di andare al lavoro. 21 marzo 2014. Siamo nel quartiere di Bernal Heights, nel sud del Mission District, cuore della cultura latina a San Francisco. Alex abita lì da quand’è nato.

Succede che un cane arriva di corsa e prova a sfilargli il cibo di mano. Vola qualche insulto con il proprietario e potrebbe finire qui. Se non che un passante si sente minacciato e chiama la polizia. Nessuno gli dà il tempo di spiegare. Gli agenti esplodono 59 colpi – una guerra nel centro della città. L’autopsia rivelerà che il giovane è stato crivellato da 14 proiettili.

A prima vista gli ingredienti della vicenda sono chiari. Odio razzista, brutalità poliziesca. Se si aggiungono le proteste e un processo che manda tutti assolti è un copione risaputo. A guardarla con attenzione però non finisce qui – la morte di Alex Nieto è una storia molto più complicata, sfumata e se possibile straziante.

I retroscena tornano nel magistrale saggio di Rebecca Solnit che apre Racconti di due Americhe – Storie di disuguaglianze di una nazione divisa (Mondadori, 444 pp.), l’antologia curata da John Freeman che una coincidenza editoriale manda in libreria insieme alla raccolta Donne d’America (Bompiani, 408 pp.). I due libri prendono le mosse da spunti e prospettive diverse, il primo dedicato al contemporaneo e il secondo alla scrittura femminile fra Otto e Novecento, che si completano in uno straordinario ritratto a più voci degli Stati Uniti e della sua gente.

Racconti di due Americhe (traduzione di Federica Aceto) è il secondo della trilogia di libri dedicati alle trasformazioni del mondo curata di John Freeman – il primo, Tales of two cities (2014) dedicato a New York e l’ultimo, Tales of two planets (2020) al cambiamento climatico.

Freeman è stato direttore della rivista Granta, ideatore di Lithub, il sito che molti considerano il New Yorker di Internet, ed è tra i fondatori di Freeman’s, rivista letteraria tematica che esce con cadenza annuale e ogni volta incassa recensioni entusiastiche.

Saggista prolifico, è considerato un maestro della forma antologica e questo lavoro non fa eccezione. Il libro raccoglie 36 contributi di scrittori più o meno noti che raccontano l’esperienza di vivere in America. In queste pagine s’incontrano Joyce Carol Oates, Sandra Cisneros, Richard Russo, Kiese Laymon, Chris Offutt, Roxane Gay, Eula Bliss e tanti altri.

Il risultato è un racconto collettivo che ricrea la complessità di un paese alle prese con tensioni razziali, sociali ed economiche difficili da decifrare – un testamento al sogno americano e al tempo stesso un grido di battaglia. “L’America è spezzata”, scrive Freeman nell’introduzione. “Non c’è bisogno di dati statistici per rendersene conto. Basta avere occhi e orecchie e ascoltare i racconti che si sentono in giro”. Basta uscire di casa per vedere “strade dissestate, scuole sovraffollate, poliziotti con i nervi a fior di pelle, gruppetti di senzatetto, a volte vere e proprie tendopoli, a due passi da zone commerciali con negozi che sono sempre meno a portata di tutte le tasche e somigliano sempre più a baluardi del benessere”.

Il libro è uscito negli Stati Uniti nel 2017 e per certi aspetti rinvia all’elezione di Trump – a partire dall’autocritica degli intellettuali liberal. La sostanza del quadro generale non è però mutata. La pandemia ha semmai esacerbato le diseguaglianze e l’inflazione oggi sta completando l’opera: i ricchi si arricchiscono (Elon Musk ormai vale almeno 200 miliardi) e i poveri annaspano, lavori un tempo sicuri diventano precari e la gentrificazione inghiotte le grandi città e i suoi abitanti.

La storia di Alex Nieto è anche questa storia. A San Francisco, le nuove ricchezze generate da Silicon Valley hanno spinto i valori degli immobili alle stelle: il prezzo medio di un’abitazione ha raggiunto il milione di dollari. I lavoratori della new economy stanno scacciando i residenti di lunga data anche da quartieri come Mission, un tempo riservati ai poveri. Insegnanti, infermieri, impiegati, giovani – la linfa della città – se ne vanno. È una lotta per la sopravvivenza e le vittime più evidenti sono gli homeless accampati a migliaia sotto i ponti, nelle aiole, a bordo strada.

In questo scenario, Alejandro, figlio di immigrati messicani, è diventato un intruso. Il tessuto sociale del suo quartiere si è sfilacciato, nessuno conosce più i vicini e ciascuno fa per sé. A chiamare la polizia è una coppia gay che lavora nel marketing e si è trasferita in zona da poco. Non conta che il giovane viva lì da sempre, abbia lavorato con i ragazzi del rione, sia diplomato al college, faccia la guardia giurata in discoteca e sogni di entrare in polizia. Ai loro occhi è solo un giovane dalla pelle scura – un potenziale pericolo.

Il saggio di Solnit smonta i meccanismi della vicenda senza cedere alle scorciatoie o alla retorica. Ed è questa la sfida che guida l’antologia, scrive il curatore Freeman: creare un nuovo quadro di riferimenti che vada oltre i numeri e le statistiche e contrastare quella cultura dell’irrealtà che nelle teorie del complotto e nelle fake news ha trovato l’espressione più terrificante.

Ecco allora il fratello di Sara Smarsh che per sbarcare il lunario dona plasma – fanno 50-100 dollari a donazione ed è un’industria che non conosce crisi. Lo sapevate che il 60 per cento del plasma usato nel mondo viene dagli Stati Uniti? Ecco le nanny di Edwige Danticat e Patricia Engel che arrivano a Miami dal centro America e la considerano la loro patria, mentre per i bianchi l’idea sempre più si lega all’esclusione e alla purezza razziale.

Ecco la razza a segnare il confine di uno svantaggio abissale, come racconta lo scrittore afroamericano Kiese Laymon ricostruendo le vicissitudini di un amico condannato per droga a una pena esorbitante rispetto ai bianchi. Ed ecco l’altra faccia del “privilegio bianco”.

In un saggio potente, Richard Russo riflette sulla rabbia dei maschi bianchi americani. C’è poco da stupirsi, nota, se stretti fra disoccupazione, precariato, perdita di ruolo e identità hanno trovato in Trump uno specchio maligno – chi altri è riuscito a vederli? “Chi è venuto dopo Steinbeck e gli altri grandi narratori che hanno raccontato la classe lavoratrice americana?”.

Se molti degli autori di quest’antologia sono una novità per il lettore italiano, ancora più sorprendente è da questo punto di vista la raccolta Donne d’America. Curata da Giulia Caminito e Paola Moretti (traduzione di Paola Moretti e Amanda Rosso), raccoglie diciotto racconti di scrittrici vissute fra il 1850 e il 1950, alcuni mai pubblicati o tradotti in Italia, illuminando uno spaccato letterario spesso trascurato.

“Tutte le chiese letterarie italiane hanno i ceri accesi presso gli altari di Jack London, di Herman Melville, di Mark Twain, di Francis Scott Fitzgerald (e molti altri); a loro si scrivono lettere d’amore, in forma di racconti e saggi, a loro si dedicano eserghi a inizio romanzo”, notano le curatrici. “Quanta letteratura italiana ha preso da questi uomini, dagli statunitensi, dalle loro vite morti miracoli, per mangiarseli, farne carne della scrittura: tanta, tantissima. E intanto le donne?”.

A partire da questo interrogativo, il libro restituisce autrici e scenari che s’imprimono nella memoria. C’è Kate Chopin, che nel 1899 fa scandalo per la sensualità del romanzo Il risveglio ed è poi dimenticata fino agli anni Sessanta. Il suo La storia di un’ora, in cui una donna muore di gioia appena scopre che il marito è sopravvissuto, è un piccolo capolavoro.

Ci sono Zitkala-Sa che racconta i primi giorni dei bambini nativi americani nelle scuole dei bianchi; Charlotte Perkins Gilmore, autrice di uno dei racconti più inquietanti della letteratura americana, La carta da parati gialla. E ancora, Susan Glaspell che porta in scena una desolata fattoria alla periferia d’America e la muta solidarietà delle sue donne; Rebecca Harding che descrive la vita grama nelle ferriere e le più famose Edith Wharton, Willa Cather e molte altre.

Alcune sono state autrici di best seller. Altre, come Zora Neale Hurston, oggi considerata una delle madri della letteratura afroamericana, in vita hanno stentato a trovare pubblicazione. Tutte, come mostrano le tracce biografiche che chiudono il libro, sono state donne indipendenti, creative, protagoniste del loro tempo che meritano la nostra piena attenzione.

Nella cultura americana le antologie spesso sono state preludio a una scoperta o riscoperta. Fra gli esempi più noti, The Black Book, curato da Toni Morrison, che ripercorre la storia degli afroamericani attraverso un collage di testi, foto e documenti. L’editore Random House esita a pubblicarlo. “Non sapevano come venderlo”, racconterà la scrittrice in un’intervista al New Yorker. Esce nel 1974, diventa un best seller e resta un testo fondamentale.

Sessant’anni prima, il movimento per i diritti dei lavoratori aveva trovato espressione in un’altra raccolta, The cry for justice, curata da Upton Sinclair, con 5 mila testi di intellettuali e attivisti. E negli anni Ottanta sarà un’antologia, This bridge called my back, a cura di Gloria Anzaldúa e Cherrie Moraga a illuminare la realtà delle donne di colore rivendicando un nuovo femminismo.

Allo stesso modo, la collezione di voci che animano Racconti di due Americhe e Donne d’America rappresenta l’antidoto perfetto alle semplificazioni e ai luoghi comuni che spesso segnano il racconto degli Stati Uniti e rappresentano un osservatorio formidabile sul futuro. A volerla leggere davvero, la morte di Alex Nieto, nel 2014 a San Francisco, non suona più così esotica e distante – basta scorrere certe cronache di casa nostra.


La compagna elettorale torna alla carica

“Racconti di due Americhe” e “Donne d’America”, due libri per narrare un continente contradditorio e pieno di sorprese 

Se ne sta parlando ormai da settimane e ancora negli scorsi giorni se n’è dato conto anche in questo sito con i recenti interventi di Fabio Dozio e di Rocco Bianchi. La campagna elettorale dello schieramento rosso-verde continua a manifestarsi, soprattutto, come una questione di nomi e di seggi.

Prima l’obiettivo raddoppio ed i “nomi forti” di Carobbio e Gysin, con Bertoli parcheggiato in attesa. Poi i dubbi sulla candidatura Carobbio di una parte di militanti del PS (quella definita “di destra”) con il ritorno in scena di Amalia Mirante esplicitamente disposta a ricandidarsi per la terza volta. Poi un po’ meno fiducia nelle possibilità di raddoppio e la rinuncia di Greta Gysin, con il “congedo sommesso” (ma sempre disponibile) di Bertoli, fino alla Conferenza Cantonale dello scorso 7 settembre che ha pressoché plebiscitato le scelte della direzione del partito dando di fatto via libera a Carobbio, affiancata dal “giovane” e “rinnovatore” Yannick Demaria, del comitato GISO, studente e militante per l’ambiente. Insomma, il profilo “giusto” per smettere di parlare di posti e di nomi e passare ai temi, come auspicato dai copresidenti Sirica e Riget, e finalmente occuparsi dell’agenda politica.

Ma non per tutti, eh no. Perché questa doppia designazione deve comunque ancora passare al vaglio della decisione definitiva che sarà presa dal Congresso PS il prossimo 13 novembre ed Amalia Mirante ha già tuonato via social: “Care e cari amici”, scrive in Facebook, “ negli ultimi giorni moltissimi di voi mi hanno espresso la propria solidarietà e sostegno. In molti in effetti intravedono una strategia precisa volta a tenere fuori me dalla lista e blindare le candidature “giuste”. Un metodo ben poco democratico che adesso colpisce o vorrebbe colpire me, ma in passato è stato usato contro altre e altri e se non si dice basta verrà usato anche in futuro.” E in chiusura promette battaglia:” Il mio impegno c’è e io ci sarò, il 13 novembre. Perché non ho alcuna intenzione di mollare e con il vostro aiuto, vinceremo.” Neanche ci fossero gli Inti Illimani.

Mentre si vorrebbe tanto capire, nel PS, a sinistra, ma non solo, quali siano i punti principali, le priorità individuate da partito e area per affrontare la campagna dei prossimi mesi, magari per riprendere ed ampliare, ad esempio, il pacchetto di misure concrete presentate (anche in questa sede) da Ivo Durisch per sostenere le famiglia nell’affrontare l’inflazione, per combattere l’escalation di costi, dell’energia e delle casse malattia, per esempio, ebbene no, a tenere banco continua a restare questa sorta di duello fra compagne elettorali: l’una tendenzialmente sempre vincente (e ben presente, con tanti meriti, nel dibattito politico), l’altra quadriennalmente attivissima nel riproporsi come il nuovo che avanza, l’alternativa soffocata che manca al partito; colei che quando parla di democraticità dovrebbe forse ricordare, come suggerisce un intervento di Aurelio Sargenti in “ticinonews”, che il partito l’ha già candidata due volte e gli elettori non l’hanno votata. Se ne facesse una ragione.

Insomma, il confronto, dentro il PS, continua a restare ancorato a questi personalismi, mentre al di fuori del partito i Verdi sui nomi tacciono e lanciano iniziative puntuali di tipo ecologico. L’Mps, per parlare solo un momento del “convitato di pietra” al banchetto della sinistra unita da cui si è autoescluso (o da cui è stato rapidamente allontanato per non essere tredici a tavola) sta lanciando a sua volta iniziative, interpellanze e petizioni a raffica su temi sociali, a livello cantonale e comunale, a Bellinzona.

Nell’anno della ricorrenza del secolo di presenza in Governo, il PS sembra insomma riuscire ad attirare l’attenzione dei media solo sulla questione del seggio in Consiglio di Stato e, tutt’al più, su quella dell’alleanza elettorale (si spera poi anche programmatica) con i Verdi ed il Forum Alternativo.

Ma anche restando, ancora solo per un momento a questo tema, e provando ad immaginare le implicazioni e le possibili conseguenze della candidatura di Marina Carobbio, vi è un aspetto che non sembra troppo preso in considerazione (men che meno evocato come tema di discussione e riflessione interna) e che pure dovrebbe meritare, istituzionalmente e politicamente, una certa attenzione: quello, diciamo, della sovrapposizione, per Carobbio, di due cariche importanti. 

Nel suo caso, venisse eletta, si tratterebbe per lei di lasciare Berna il prossimo aprile, per sedersi in Consiglio di Stato a Bellinzona, con una non comune retromarcia (per carità, del tutto legittima) ma non priva di “effetti secondari”. Così facendo, infatti, lascerebbe vacante per almeno 6 mesi (da aprile ad ottobre 2023) il suo posto alla Camera alta federale. Un aspetto trascurabile? Mica tanto, visto che sulla questione ci si sta chinando anche nelle stanze della nostra Cancelleria di Stato cantonale.

Istituzionalmente l’abbandono di un posto come quello di senatore dovrebbe implicare una nuova votazione politica che, nel caso specifico, essendo a carattere maggioritario, implica anche un possibile ballottaggio, dunque due turni. Ora, considerati i tempi tecnici previsti dalla Legge sull’esercizio dei diritti politici  che contempla 60 giorni di tempo per inoltrare candidature e impone che in luglio e agosto in Ticino non si vota, l’organizzazione di un’elezione suppletiva, ha  come conseguenza che certamente per i lavori delle camere federali del giugno ’23 il posto di Carobbio non sarà occupato, per quelli di settembre, forse neanche, perché a quel punto, chi sta a Berna per un solo mese prima delle nuove elezioni? 

Un bel grattacapo, non c’è che dire, che per di più potrebbe implicare una spesa non prevista per il Cantone di alcune centinaia di migliaia di franchi. Poi si potrebbe pure aggiungere che nei sei mesi di campagna elettorale cantonale Marina Carobbio dovrebbe anche sdoppiarsi, per rappresentare il Cantone a Berna e sé stessa (ed il PS) in Ticino. 

Su quest’ultimo punto si può legittimamente immaginare che le qualità e le capacità di lavoro di Carobbio le consentiranno di essere presente su entrambi i fronti. Resta però un fatto incontestabile: quasi certamente, per almeno sei mesi e più, il seggio tanto miracolosamente conquistato, per la prima volta nella sua storia, dal PS alla Camera dei Cantoni, resterà vacante ed il Ticino, in quel contesto, sarà rappresentato dal solo Marco Chiesa. Forse, sulla questione, la Sinistra potrebbe porsi qualche domanda o fornire, prima o poi, qualche risposta. Almeno entro primavera. 


Benvenuti al Grand Hotel del terrore

“Racconti di due Americhe” e “Donne d’America”, due libri per narrare un continente contradditorio e pieno di sorprese 

Era il mese di marzo del 1976 quando Sergio Ferrari, allora poco più che ventenne, fu arrestato dalla polizia argentina e portato nella prigione di Coronda, a 500 km da Buenos Aires. La sua colpa? Essere un dirigente del fronte studentesco, un fatto quasi imperdonabile per il regime dittatoriale che opprimeva l’Argentina all’epoca. A lui andò meglio dei 30.000 desaparecidos e delle altre migliaia di morti che i generali han lasciato alle loro spalle: nel 1979 fu infatti liberato e raggiunse la Svizzera, dove tuttora vive.

Questi tre anni di vita al di fuori del mondo in un ambiente dai prigionieri ironicamente soprannominato Grand Hotel, è stata raccontata in un libro – “Grand Hotel Coronda”, appunto – scritto in modo collettivo da 70 ex prigionieri politici, dal maggio 2003 riuniti nell’associazione “El Periscopio”, il cui obiettivo è contribuire alla promozione e al sostegno di progetti per il recupero della memoria storica e di azioni volte a indagare, testimoniare, ricreare e promuovere in ogni forma possibile le esperienze solidali, i Diritti Umani, la verità e la giustizia.

Il libro esce adesso in traduzione italiana, per le edizioni Albatros. Sergio Ferrari e due altri suoi compagni di (s)ventura provenienti dall’Argentina, Alfredo Vivo e il presidente dell’associazione El Periscopio Augusto Saro, presenteranno il libro in Italia e in Ticino. Quattro le tappe previste nel nostro cantone: dopo l’esordio ieri sera a Bellinzona, questa sera il tour farà tappa a Biasca per poi spostarsi domani a Lugano e domenica Mendrisio.

Abbiamo incontrato Ferrari e Saro prima della tappa di Bellinzona.

Nell’immagine: Sergio Ferrari in visita al carcere di Coronda nel 2019


Siria,il martirio di un popolo continua ma il mondo ha chiuso gli occhi

“Racconti di due Americhe” e “Donne d’America”, due libri per narrare un continente contradditorio e pieno di sorprese 

Da globalist.it

Un obbligo morale. Un dovere professionale: non spegnere i riflettori sulla tragedia siriana. Una tragedia che continua undici anni dopo l’inizio della guerra dichiarata dal “macellaio di Damasco”, al secolo il presidente Hafiz al-Asad, al suo popolo, “colpevole” di essere sceso in strada per reclamare libere elezioni, giustizia, diritti. La Siria, il martirio di un popolo continua.

La testimonianza di Grandi

Una nota ufficiale dell’Unhcr : “A seguito di una visita terminata ieri, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha esortato ad assicurare maggiore sostegno per far fronte alle drammatiche esigenze umanitarie rilevate in Siria. La visita dell’Alto Commissario mirava ad attirare l’attenzione della comunità internazionale sui 14,6 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria nel Paese, di cui oltre 6,9 sono sfollati interni. Circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.

“È diritto di tutti vivere al sicuro e avere accesso a cibo, mezzi essenziali di sostentamento, acqua, alloggio e calore”, ha affermato Grandi. “È questo il motivo per cui da Aleppo rivolgo un appello ai donatori affinché continuino a supportarci per permetterci di assicurare assistenza umanitaria al popolo siriano, specialmente con l’inverno alle porte”. “L’Unhcr, insieme ad altre agenzie Onu, Ong e partner locali, sta lavorando senza sosta per assicurare aiuto. Sebbene sul piano politico e della sicurezza la situazione in Siria e nella regione resti complessa, è necessario che le operazioni di risposta umanitaria non siano condizionate da considerazioni di carattere politico”, ha aggiunto Grandi.
L’Unhcr in Siria assicura protezione e assistenza a sfollati interni, persone che hanno fatto ritorno, rifugiati e apolidi sulla base delle esigenze e delle vulnerabilità individuate.

Durante la visita di due giorni in Siria, Grandi si è recato nella storica città di Aleppo e nelle aree circostanti, dove ha incontrato famiglie siriane che hanno raccontato delle crescenti difficoltà a cui devono far fronte per sostentare i propri figli. Alcune di queste erano ancora sfollate, altre avevano fatto ritorno dopo essere rimaste sfollate sul territorio nazionale o costrette a fuggire all’estero.

Ad Aleppo, l’Alto Commissario ha incontrato Budoor Kero, vedova e madre di quattro bambini, in passato costretta a fuggire e ora ritornata per vivere insieme agli anziani genitori. Priva di fonti di reddito e costretta in una casa senza elettricità e dotata di poca acqua corrente, ha confidato all’Alto Commissario l’impossibilità di soddisfare un’esigenza quotidiana: procurarsi cibo sufficiente per i figli e mandarli a scuola. Unhcr e partner sostengono i siriani più vulnerabili, come Budoor. Gli aiuti comprendono coperte, materassi, e lampade a energia solare che permettono ai figli di Budoor di fare i compiti la sera. Durante la visita, Grandi ha tenuto incontri con funzionari del governo siriano, tra cui il Ministro per gli affari esteri e gli espatriati, Faisal al-Mekdad, e ha discusso una serie di tematiche al fine di assicurare aiuti e soluzioni al popolo siriano.

“Ho potuto riscontrare la forza, la resilienza e le energie eccezionali di siriani ordinari che cercano duramente di costruire un futuro migliore per se stessi e per i propri figli, nonostante le sfide straordinarie a cui devono far fronte”, ha dichiarato Grandi. “Finché si troveranno a fronteggiare queste avversità, dovremmo dare loro aiuto e speranza”. Per continuare a fornire assistenza a rifugiati e sfollati interni in Siria e nei Paesi di accoglienza limitrofi fino alla fine dell’anno, l’Unhcr necessita con urgenza di 271 milioni di dollari. In caso contrario, sarà costretta a tagliare aiuti essenziali e di importanza vitale”.

La piaga del colera

Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la prima epidemia di colera confermata da anni nella regione: è necessaria un’azione urgente per prevenire ulteriori casi e morti, dicono dal Palazzo di Vetro.

Imran Riza, che rimane per il momento il rappresentante delle Nazioni Unite e il coordinatore umanitario in Siria, ha espresso seria preoccupazione per l’epidemia. Il numero di casi confermati di colera finora è di 20 ad Aleppo, 4 a Latakia e 2 a Damasco. Le Nazioni Unite in Siria chiedono ai paesi donatori di fornire urgenti finanziamenti aggiuntivi per contenere l’epidemia e impedirne la diffusione. “Esortiamo tutte le parti interessate a garantire un accesso senza ostacoli e duraturo alle comunità colpite, nonché il sostegno dei paesi vicini per accelerare le approvazioni necessarie per garantire la consegna tempestiva di medicinali salvavita e forniture mediche”.

L’epidemia si concentra nelle province di Aleppo e Deir al Zor. Si ritiene che derivi dall’acqua contaminata del fiume Eufrate, che scorre attraverso le province, e che viene usata sui raccolti.

L’epidemia è un indicatore della grave carenza di acqua in tutta la Siria causata dai cambiamenti climatici e dal conflitto.

I numeri dell’emergenza umanitaria

La guerra ha provocato quasi 400mila morti e 200 mila dispersi, secondo le cifre dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Su una popolazione di 21 milioni di persone prima della guerra, 6,6 milioni sono fuggite dalla Siria per cercare rifugio all’estero, principalmente negli Stati vicini. Inoltre le statistiche rivelano che il 90 per cento della popolazione rimasta nel Paese è costretta a vivere sotto la soglia della povertà. Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha stimato che più di 12 milioni di siriani, ossia il 60 per cento della popolazione, vive in situazione di insicurezza alimentare. In totale sono 14,6 milioni le persone con bisogno di aiuto umanitario, di cui 9,6 urgente.

L’illusione della pace

Il sanguinoso conflitto in Siria, in corso da più di undici anni e che ha finora ucciso almeno mezzo milione di persone, rischia di riaccendersi dopo l’inasprimento della tensione lungo diverse linee del fronte. Lo afferma o l’ultima relazione della commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu sulle violazioni commesse in Siria. “La Siria non può permettersi un ritorno a combattimenti su larga scala, ma questo è ciò verso cui si sta andando”, ha affermato Paulo Sergio Pinheiro, presidente della commissione d’inchiesta.

“A un certo punto – ha detto Pinheiro parlando ai giornalisti a Ginevra e citato dai media siriani e libanesi – credevamo che la guerra in Siria fosse completamente finita (…) le violazioni documentate hanno dimostrato che non è così”.

La relazione di 50 pagine afferma che nonostante il fatto che numerosi fronti di guerra, a lungo attivi, si siano in apparenza pacificati, negli ultimi sei mesi si sono registrate numerose e gravi violazioni dei diritti umani fondamentali.

In particolare, si legge nella relazione dell’Onu, l’inasprimento di combattimenti e raid aerei nel nord-est e nel nord-ovest della Siria hanno provocato la morte di decine di civili. Le popolazioni sono inoltre private in diverse aree di cibo e acqua potabile.

Secondo la commissione d’inchiesta, negli ultimi tre mesi si è inoltre registrato un aumento dei bombardamenti aerei russi nelle regioni nord-occidentali, dove da anni sono ammassati circa 4 milioni di persone, fuggite negli anni da altre zone del martoriato paese.

La Siria “dimenticata” è l’inferno raccontato da Catherine Russell, Direttore Generale dell’Unicef (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia) nel suo intervento alla VI Conferenza di Bruxelles: “Sostenere il futuro della Siria e della regione”.

Inferno siriano

Così Russell: “La Siria oggi è uno dei posti più pericolosi al mondo per essere un bambino. Un’intera generazione sta lottando per sopravvivere. Quasi il 90% delle persone in Siria vive in povertà. Più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente – il maggior numero di bambini siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto. Undici anni di conflitto e sanzioni hanno avuto un impatto devastante sull’economia della Siria, riportando lo sviluppo indietro di 25 anni. La maggior parte dei sistemi e dei servizi di base da cui dipendono i bambini – salute, nutrizione, acqua e servizi igienici, istruzione e protezione sociale – sono stati ridotti all’osso. Le famiglie stanno lottando per mettere il cibo in tavola. Tra febbraio e marzo (quest’anno), il prezzo del paniere alimentare standard è aumentato di quasi il 24%. Quasi un terzo di tutti i bambini soffre di malnutrizione cronica. E l’impatto della guerra in Ucraina sui prezzi del cibo sta rendendo una brutta situazione ancora peggiore.

Questi sono tempi pericolosi, persino mortali, per essere un bambino in Siria. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono diventati comuni. Più di 600 strutture mediche, tra cui ospedali materni e infantili, sono state attaccate. Dall’inizio della guerra, abbiamo potuto verificare che quasi 13.000 bambini sono stati uccisi o feriti – ma sappiamo che la cifra è molto più alta. La guerra non ha segnato solo fisicamente i bambini della Siria. L’anno scorso, un terzo di tutti i bambini in Siria ha mostrato segni di stress psicologico – ferite invisibili che possono durare tutta la vita. Anche i bambini che sono fuggiti dalla guerra in Siria hanno subito un trauma. Circa 2,8 milioni di bambini (siriani) vivono ora in Giordania, Libano, Iraq, Egitto e Turchia. Le vite di questi bambini sono piene di perdite, rischi e incertezze. Come ha detto una bambina di 11 anni a un operatore Unicef, “Non so cosa significhi la parola casa”.

Undici anni di guerra, disordini e sfollamenti hanno anche minacciato l’istruzione di un’intera generazione. Più di 3 milioni di bambini siriani non vanno ancora a scuola. Ma contro ogni previsione, circa 4,5 milioni di bambini siriani hanno accesso a opportunità di apprendimento. Questo grazie ai generosi finanziamenti dei donatori attraverso iniziative come (The) No Lost Generation, co-guidata dall’Unicef. Ma non potrebbe accadere senza i continui sforzi delle comunità locali, degli insegnanti, della società civile e delle organizzazioni internazionali.
Sappiamo che altre crisi che colpiscono i bambini stanno dominando i titoli dei giornali.

Ma il mondo non deve dimenticare i bambini della Siria. Le loro vite sono altrettanto preziose e il loro futuro è altrettanto importante. Prima di tutto, hanno bisogno della fine di questa lunga e infruttuosa guerra. Non ci può essere una soluzione militare a questa crisi. Solo la pace può evitare che i bambini della Siria diventino davvero una generazione perduta. Chiediamo anche la fine immediata di tutte le gravi violazioni contro i bambini in Siria, compresi l’uccisione e il ferimento dei bambini. Fino a quando non sarà raggiunta una soluzione sostenibile, l’Unicef e i nostri partner continueranno a fare tutto il possibile per raggiungere ogni bambino, ovunque si trovi”, conclude Russell.

La denuncia di Oxfam

“6 siriani su 10 non sanno letteralmente come procurarsi il cibo– rimarca Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – Nell’area intorno a Damasco le persone fanno ore e ore di fila per il pane, mentre i bambini cercano qualcosa da mangiare tra i rifiuti. Per sopravvivere molte famiglie si stanno indebitando, o decidono di mandare i figli a lavorare, razionano il numero di pasti. Per avere una bocca in meno da sfamare, fanno sposare le figlie, anche minorenni. Sono questi gli indicibili effetti di un conflitto dimenticato, in un Paese dove il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il tasso di disoccupazione è arrivato al 60% e il salario minimo mensile nel settore pubblico è di 26 dollari”

Oxfam ha raccolto diverse testimonianze che raccontano il dramma che in questo momento sta vivendo il popolo siriano. “Per noi non ha senso pensare al domani, se non sappiamo cosa mettere in tavola oggi per sfamare i nostri figli”, racconta Hala, che vive a Deir-ez-Zor una delle zone più devastate dalla guerra dove Oxfam è al lavoro per soccorrere la popolazione.

“Lavoro 13 ore al giorno per sfamare i miei figli, ma non sembra bastare – continua Majed che vive nel governatorato di Rural Damascus – A volte vorrei che la giornata durasse più di 24 ore per lavorare di più. Sono stanchissimo e non so se riusciremo a sopravvivere.”

“Uno stipendio medio basta appena per le spese essenziali”,aggiunge Moutaz Adam.

“Per quanto scioccante sia, i siriani dicono che vivere sotto le bombe era terribile, ma non aver da mangiare per i figli lo è ancor di più. – sottolinea Pezzati – A oltre 11 anni dall’inizio della crisi siriana, il dolore e la sofferenza sembrano non avere fine. Per questo lanciamo un appello urgente alla comunità internazionale e ai paesi donatori perché concentrino gli aiuti sul finanziamento di programmi urgenti di risposta alla fame e di protezione sociale per salvare vite e ridare speranza ad un intero popolo”.

Siria, per non dimenticare.

Nell’immagine: Rural Damascus (foto CICR, Yusef Ali)


Dopo la nuova sentenza USA sull’aborto: le questioni rimaste sul tavolo

“Racconti di due Americhe” e “Donne d’America”, due libri per narrare un continente contradditorio e pieno di sorprese 

Davvero non è possibile gioire per la decisione della Corte Suprema statunitense dello scorso 24 giugno, con la quale è stata annullata la ben nota sentenza “Roe vs Wade” del 1973 sulla liceità dell’aborto. Quella giunta d’oltreoceano a inizio estate non è una buona notizia perché non affronta veramente un problema ma lo demanda ai piani più bassi della gerarchia federale: una scelta che, lungi dall’essere un atto di vera democrazia, in realtà non farà che aumentare – e lo si sta già vedendo – un far west legislativo che favorirà inevitabilmente un “turismo dell’aborto” (brutto termine ma si capisce) tra gli Stati più conservatori e quelli più progressisti della Confederazione americana.

Ho vissuto sufficientemente a lungo negli Stati Uniti per tastare con mano quanto sia da tempo esasperato e incancrenito il dibattito attorno alla questione, oramai privo di qualunque confronto dialettico e ridotto a un mero scontro di fronti contrapposti: da un lato i “pro life” che sventolano crocifissi e bambolotti sanguinanti e gridano agli assassini, dall’altro i “pro choice” che non accettano di affrontare l’argomento da un punto di vista diverso da quello strettamente connesso ai diritti femminili e al libero utilizzo del proprio corpo. Un dialogo tra sordi (con la clava) che ha sempre covato nervosamente sotto la cenere e che negli ultimi tempi è riemerso con particolare virulenza.

Tutto ciò potrebbe avere un senso soltanto se favorisse in qualche modo il rilancio del dibattito su un tema troppo importante per illuderci di averlo risolto già nel 1973 e con le leggi che ne erano seguite. Per provare a inquadrare la questione proporrei allora di partire da un passo della Politica di Aristotele, un testo che, pur con i dovuti distinguo, assieme alla Repubblica di Platone sta alla base di gran parte del nostro modo di ragionare attorno alla società e al suo futuro: «sia legge di non allevare nessun bimbo deforme […]: si deve fissare un limite alla procreazione e se alcune coppie sono feconde oltre tale limite, bisogna procurare l’aborto, prima che nel feto siano sviluppate la sensibilità e la vita, perché sono la sensibilità e la vita che determinano la colpevolezza e la non colpevolezza dell’atto» (Politica, 1335b).

L’argomentare stringente di Aristotele, che preso dal desiderio di sviscerare fino in fondo le questioni non teme di sconfinare nel cinismo, mette il dito su almeno tre punti dolenti: quando inizia veramente la vita, se l’aborto debba avere conseguenze penali oppure no e, terzo, gli inevitabili legami con una prospettiva eugenetica. Le leggi attualmente in vigore in gran parte del mondo, più o meno progressiste a seconda dei casi, rispondono soltanto alla seconda domanda, glissano un po’ sulla prima (da cui la seconda comunque dipende) e non affrontano del tutto la terza. Si potrebbe facilmente obiettare che non spetta al legislatore affrontare questioni morali tanto complesse. È pur vero che il dibattito presso l’opinione pubblica, nonostante tutto, continua a languire.

Chiedersi quando inizino in un feto “la sensibilità e la vita”, come dice Aristotele, non è domanda di minore importanza, perché da questa dipende la concezione stessa del feto come un futuro cittadino della società, cioè il detentore di tutta una serie di diritti di cui la (speranza di) vita dovrebbe essere proprio il primo, a inaugurare gli altri che seguiranno (motivo per cui sono persuaso che l’aborto non sia soltanto un argomento “femminile” e che tutti, compresi i cittadini di sesso maschile o le donne sterili, debbano e possano esprimersi in merito). Fissare una settimana di gestazione a partire dalla quale si può cominciare a parlare di “vita”, e perciò a ragionare in termini penali in caso di interruzione della stessa (Aristotele parla di “colpa”, ma la sua è una riflessione morale più che legislativa), è forse l’unica via percorribile ed è stata giustamente seguita. Mi chiedo però se tale questione possa essere risolta una volta per tutte oppure se non debba, regolarmente, essere riposta sul tavolo, con un occhio di riguardo ai progressi della medicina che oggi riescono a garantire la sopravvivenza di feti del peso di 500-600 grammi e di poche settimane di sviluppo embrionale. In tutta sincerità preferirei sapere che la domanda rimane aperta, piuttosto che saperla chiusa per sempre.

Ancora più scomoda, e perciò raramente affrontata, è l’implicazione della pratica dell’aborto legale in prospettiva eugenetica, alla quale partecipa tutta la società tramite la costante promozione dei corpi perfetti, l’illusione del superamento di ogni malattia e non da ultimo politiche aziendali e professionali che troppo spesso scoraggiano le gravidanze, specie nelle donne che sarebbero proprio nell’età più adatta per portarle a conclusione. Possiamo dire di essere del tutto esenti da queste dinamiche?

Sono interrogativi che ci tormentano e che chiedono, con la pacatezza e la ragionevolezza suggerita da questioni di natura epocale, un dibattito adatto alla loro reale portata.


La rivelazione degli 007 americani

“Racconti di due Americhe” e “Donne d’America”, due libri per narrare un continente contradditorio e pieno di sorprese 

Da Linkiesta

La Russia ha speso almeno trecento milioni di dollari, a partire dal 2014, cioè dall’anno dell’annessione della Crimea, per finanziare partiti politici, think tank e candidati di 24 Paesi e influenzare così i risultati elettorali. La rivelazione è contenuta in un report dell’intelligence americana di cui ha parlato in un briefing con i giornalisti un alto funzionario dell’amministrazione Biden. Mentre il Dipartimento di Stato rendeva noto un cablogramma inviato dal segretario di Stato Antony Blinken a numerose ambasciate e consolati Usa all’estero – molti dei quali in Europa, Africa e Asia del Sud – manifestando le preoccupazioni americane e spiegando ai funzionari come rispondere, con misure che vanno dalle sanzioni economiche al bando dei viaggi.

Non sono stati resi pubblici né le nazioni bersaglio del soft power russo, né i partiti o i dirigenti coinvolti in questo schema. Ma gli Stati Uniti ritengono che i 300 milioni siano una parte di uno sforzo economico più esteso da parte russa.

Il Washington Post, citando fonti anonime del governo americano, riporta che tra i partiti coinvolti ci sono anche candidati alla presidenza. Tra gli oltre venti paesi interessati ci sarebbero Albania, Montenegro, Madagascar e forse anche l’Ecuador. Si parla anche di un Paese asiatico non identificato, in cui l’ambasciatore russo avrebbe dato milioni di dollari in contanti a un candidato. Gli altri Paesi e politici coinvolti non sono stati rivelati, ma sono concentrati soprattutto in Europa.

«Facendo luce sul finanziamento politico segreto russo e sui tentativi di minare i processi democratici, stiamo avvisando questi partiti e candidati stranieri che se accettano segretamente denaro di Mosca, noi possiamo denunciarli e lo faremo», dice una fonte dell’amministrazione al quotidiano americano. I funzionari, sempre secondo il Washington Post, hanno affermato che le forze legate al Cremlino hanno utilizzato società di comodo, think tank e altri mezzi per influenzare gli eventi politici, a volte a beneficio di gruppi di estrema destra. Il cablo nomina gli oligarchi russi coinvolti negli «schemi di finanziamento», tra cui Yevgeniy Prigozhin e Aleksandr Babakov.

Materiale potenzialmente esplosivo soprattutto in Italia, che tra 11 giorni andrà alle urne. Roma – come spiega Repubblica – ha chiesto a Washington tramite i canali ufficiali di intelligence se l’Italia è parte del dossier e l’identità degli eventuali politici finiti nella rete. Ma gli Stati Uniti mantengono ancora una certa riservatezza. È più probabile quindi che i nomi escano prima da fonti americane che da canali italiani ufficiali. O che magari vengano rilanciati dai media statunitensi.

Palazzo Chigi avrebbe preso molto sul serio la questione, soprattutto in vista del 25 settembre. Unanime la reazione dei partiti italiani, che hanno chiesto al Copasir di fare chiarezza e comunicare eventualmente al Parlamento le informazioni che arrivano dal Paese alleato.

Intanto la Lega in una nota ha già fatto sapere di voler querelare chiunque associ il nome della Lega a questa vicenda. Ma nell’intervista rilasciata a Paolo Mastrolilli di Repubblica, l’ex ambasciatore americano alla Nato Kurt Volker fa esplicitamente i nomi di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. «Sapevamo da anni che i russi spendono per influenzare le elezioni in tutto l’Occidente. Cercano di promuovere la divisione nelle nostre società e fra i nostri Paesi. Questi 300 milioni non hanno fruttato molto, però hanno migliorato le prospettive di alcuni partiti, come quello di Le Pen in Francia e Fratelli d’Italia da voi», dice.

Come? «Per promuovere la loro narrazione. A volte i fondi vanno ai partiti in Europa, o anche ai singoli politici, con pagamenti diretti oppure affari conclusi da compagnie russe che beneficiano questi politici, creando in loro un interesse diretto ad aiutare Mosca».

L’ambasciatore ammette di non avere prove dirette personali, «ma è un ritornello costante che c’è stata qualche forma di assistenza». E poi, aggiunge, «la Lega è in circolazione da parecchio tempo ed era noto che riflettesse le prospettive russe. Fratelli d’Italia è una formazione più recente, anche se erede di altri partiti, ed è cresciuta in maniera straordinaria nell’ultimo anno. Ciò obbliga a porsi domande su quali sono le fonti dei loro finanziamenti, delle posizioni prese e dell’aumento della popolarità».

E secondo l’ambasciatore, ci sono sospetti anche riguardo Forza Italia. «È interessante che Berlusconi non fosse così filo russo, quando aveva fatto il premier la prima e la seconda volta, ma alla terza è completamente cambiato. Ha sviluppato uno stretto rapporto personale con Putin, e forti relazioni di business con la Russia», sostiene Volker.

Nell’immagine: russian doll(ars)


Il vero “allarme democratico” è la deriva clanica della società

“Racconti di due Americhe” e “Donne d’America”, due libri per narrare un continente contradditorio e pieno di sorprese 

Di Fabio Armao, Micromega

Il dibattito sull’esistenza o meno di un “allarme democratico” in Italia è sembrato rianimare per qualche giorno una campagna elettorale che, come previsto, si sta rivelando tra le più sterili degli ultimi decenni, a fronte di una contingenza che, all’opposto, è tra le più drammatiche. Siamo sinceri: se non ci fosse la guerra in Ucraina, con le sue devastanti conseguenze sull’economia italiana ed europea, i leader dei partiti farebbero ancora più fatica a vendersi come paladini degli interessi dei cittadini e degli imprenditori italiani e rischieremmo, con ogni probabilità, tassi di astensionismo ancora più elevati di quelli prefigurati dai sondaggi. Il fatto poi che sfruttino il conflitto a proprio uso e consumo, rimuovendo dallo scenario le macerie delle città distrutte e i corpi dei civili e dei soldati massacrati, nonché le proprie responsabilità pregresse nell’aver contribuito a rendere così precaria la situazione energetica nel nostro paese, dà soltanto la misura della loro abilità comunicativa (e del loro cinismo).

Ora, non c’è alcun dubbio che un allarme democratico esista, ma se si esaurisse nell’eventuale affermazione di una destra illiberale e liberista alle prossime elezioni del 25 settembre potremmo ancora considerarci fortunati. Il vero problema, infatti, è che ormai da decenni stiamo assistendo a una radicale e continua erosione dei fondamenti stessi della nostra democrazia prodotta dalla rinascita delle subculture claniche e dal loro dilagare in ogni sfera della società, a partire proprio da quella politica. Lo dimostra, del resto, proprio la campagna elettorale in corso, in grande prevalenza giocata sulle faide tra fazioni, persino all’interno di uno stesso schieramento. (Vale la pena osservare, a margine, che siamo in buona compagnia: il nuovo Primo ministro britannico Elizabeth Truss, appena insediata, è stata accusata di aver scelto i membri dell’esecutivo soltanto all’interno della più ristretta cerchia di amici, al punto che il suo governo si è già meritato l’appellativo di “mafia di Greenwich”, dal nome del distretto in cui risiedono molti di loro.)

L’origine di questo vero e proprio processo di clanizzazione della nostra società va cercata in quello che definirei incivismo, mutuando un concetto tratto da una ricerca molto nota e dibattuta di Robert Putnam dal titolo La tradizione civica nelle regioni italiane (Mondadori, Milano 1994), che metteva in risalto come il “senso civico” contribuisca a determinare la qualità delle istituzioni democratiche e come la sua carenza, più ancora del divario economico, spieghi il minore sviluppo delle regioni meridionali rispetto a quelle del nord. A scanso di equivoci, il termine uncivic (tradotto nell’edizione italiana, forse per un eccesso di cautela, con l’espressione “meno civico”) non va inteso come un sinonimo di “incivile”, che possiede una connotazione valoriale molto alta, perché riferito a popoli che mostrano un grado di civiltà materiale e spirituale molto basso o a persone che manifestano comportamenti contrari alla buona educazione. “Incivico”, piuttosto, fa riferimento – per citare un vecchio articolo di Albert Hirschman sulla complessità del discorso economico – alla “tensione esistente tra il sé e gli altri, tra l’interesse personale, da un lato, e la moralità pubblica, il servizio a favore della comunità, o persino il sacrificio personale, dall’altro”, che è presente in tutte le società, a prescindere dal loro grado di civiltà. La plausibilità di una simile distinzione trova conferma nel fatto che essa viene recepita sia nella lingua francese (che distingue incivilité da incivisme) sia in quella spagnola (che, analogamente, possiede i termini incivilidad e incivismo).

In Italia, questo dilemma tra bene pubblico e interesse privato raramente si è risolto a favore del primo termine, come dimostrano una storia ormai consolidata di corruzione sistemica e quella vera e propria patologia di massa che è l’evasione fiscale, con i suoi corollari della semplice elusione e delle frodi organizzate. Su questo humus sociale ha potuto attecchire con estrema facilità la rinascita dei clan. Detto in altri termini, l’odierna clanizzazione delle relazioni sociali non è altro che la forma organizzativa assunta dall’incivismo: un diverso modo di intendere i rapporti tra pubblico e privato che riduce la società a un’arena nella quale si confrontano e scontrano interessi di parte in competizione tra loro. Con la politica che, anziché proporsi di conciliarli per il raggiungimento di un bene collettivo superiore, li gioca uno contro l’altro a proprio esclusivo vantaggio.

Il problema è che non tutti i gruppi che incarnano questi diversi interessi di parte possono contare su pari risorse e analogo potere di contrattazione (la libera concorrenza non funziona nel mercato, figuriamoci in politica). Per questa ragione le mafie, dotate come sono di un potere di intimidazione e di mezzi finanziari illimitati, non hanno avuto grosse difficoltà a infiltrarsi nell’economia e nella società di tutte le regioni del nostro paese. L’unico vero ostacolo è stato rappresentato dall’iniziativa della magistratura e delle forze dell’ordine. Lo dimostra, se non ne foste convinti, la totale assenza del tema della lotta alla criminalità organizzata nella campagna elettorale in corso, a fronte di uno stillicidio quasi quotidiano di cronache giudiziarie che vedono il coinvolgimento di mafiosi, politici e amministratori e persino personaggi del mondo dello spettacolo.

Il ritorno del clan, la sua rivalsa nei confronti della democrazia, trova poi un’ulteriore manifestazione nella diffusione crescente in diversi contesti urbani delle gang giovanili, un fenomeno che ci si sforza di far rientrare nella categoria (riduttiva e consolatoria) delle devianze sociali invece di affrontarlo per quello che realmente è: una forma alternativa – e, certo, in alcune sue manifestazioni criminale – di auto-organizzazione di adolescenti in cerca di un senso di identità e di appartenenza che le istituzioni democratiche non si sono dimostrate capaci di offrire loro, evidentemente dimentiche della propria funzione di inclusione sociale.

E, infine, come altro spiegare il dilagare nel nostro paese dei femminicidi – che dall’incivismo ci conducono all’inciviltà – se non anche con la riscoperta di una concezione patologicamente tribale dei rapporti tra generi? I troppi uomini che uccidono le donne, oltre a poter essere affetti da patologie psichiatriche individuali, sono anche spesso il prodotto di subculture claniche intrise di maschilismo e violenza che i processi di democratizzazione non sono mai riusciti a debellare del tutto (ammesso che ci abbiano realmente provato).

Nell’immagine: una scena di Game of Thrones. L’identificazione totale, acritica e indiscutibile con il proprio clan, i suoi “valori” e le sue pretese territoriali è spesso l’ingrediente principale delle serie televisive e dei videogiochi fantasy 


Il Re è morto. Viva il Re!

“Racconti di due Americhe” e “Donne d’America”, due libri per narrare un continente contradditorio e pieno di sorprese 

Lo so: tecnicamente, in questo caso si avvicendano una Regina e un Re, ma nella sua perfetta simmetria la formula generica al maschile rende meglio l’idea. Nel momento stesso in cui un sovrano si spegne, i riflettori si spostano sul nuovo monarca. The Queen is dead. Long live the King! Il principio vitale dell’istituto monarchico non ha concesso eccezioni nemmeno per la scomparsa della Regina Elisabetta, incarnazione assoluta della regalità per chiunque al mondo abbia alle spalle meno di otto decenni di vita.

Un istante prima che si scatenasse la retorica funebre di testate giornalistiche e radiotelevisive, un comunicato ufficiale ha trasmesso la notizia della morte spendendo appena otto parole («The Queen died peacefully at Balmoral this afternoon», la regina è morta serenamente a Balmoral questo pomeriggio). Le restanti diciotto parole erano dedicate a rassicurare i sudditi sul prossimo rientro a Londra del Re e della Regina Consorte («The King and The Queen Consort will remain at Balmoral this evening and will return to London tomorrow»).

Certo, il lungo periodo di lutto che Regno Unito e Commonwealth stanno attraversando è costellato di omaggi alla compianta sovrana, nella forma delle solenni cerimonie rituali come delle manifestazioni più spontanee e toccanti dei sudditi. Ma entro le ventiquattr’ore dalla dipartita della Regina, prima ancora che un’immagine del feretro rendesse tangibile la realtà dei fatti, l’unico rito che non abbia potuto attendere è stato quello della Proclamazione ufficiale di Carlo III. Da venerdì 9 settembre, il God save the King risuona ininterrottamente, da Saint James’ Palace al Parlamento di Londra, da Edimburgo a Cardiff e Belfast, fino ai più remoti angoli del Regno. 

Requiem per una sovrana, verrebbe da commentare, ma Dio ormai ha da proteggere il successore. L’apoteosi si è avuta nel pomeriggio di domenica: mentre il convoglio funebre con le spoglie mortali di Elisabetta II attraversava per l’ultima volta le lande scozzesi nel silenzio della popolazione rispettosamente allineata lungo il percorso, la folla assiepata in attesa del corteo lungo il Royal Mile di Edimburgo veniva rumorosamente invitata da banditori e trombettieri ad inneggiare al suo erede. O forse no: forse, l’apice si è toccato quando la Banca d’Inghilterra si è sentita in dovere di assicurare i risparmiatori che banconote e monete con l’effigie della Regina continueranno ad essere accettate e non finiranno nella cartastraccia. Sic transit gloria mundi.

Ecco, credo che il punto qui stia proprio nella consapevolezza della transitorietà di qualunque gloria mondana. È curioso che a rammentarcene sia la forma istituzionale apparentemente più vincolata al culto della persona. Eppure, i rituali della monarchia convergono tutti a ricordare che la devozione nei confronti del sovrano è legittima se l’individuo che indossa la corona simboleggia qualcosa di più nobile del suo prestigio personale, se nella fragilità di un comune mortale si riesce a riconoscere la grandezza di valori imperituri. Per questo Re e Regine possono susseguirsi, in un immediato passaggio di consegne molto più indolore di quanto si possa immaginare. Un sovrano è tale perché, o meglio finché è al servizio delle istituzioni e della nazione che rappresenta: l’ultimo atto che gli è richiesto è lasciare in eredità il compito a chi verrà in seguito. Un attimo dopo, il suo ruolo può considerarsi ormai compiuto.

Sarebbe utile che lo tenessero a mente anche i politici democraticamente eletti, quando si affaccia la tentazione del protagonismo o la brama di difendere anzitutto la propria poltrona, neanche fosse un trono. Forse, la lezione che tutti possiamo trarre da una donna d’altri tempi, che ha regnato settant’anni per diritto di nascita, è che il maggior privilegio che otteniamo nascendo è la capacità di mettersi al servizio degli altri.


Crisi energetica e bollette bollenti

“Racconti di due Americhe” e “Donne d’America”, due libri per narrare un continente contradditorio e pieno di sorprese 

Di Giorgia Audiello, L’Indipendente

Legare i prezzi del gas al TTF (Title Transfer Facility) di Amsterdam, ossia la borsa virtuale con sede nei Paesi Bassi dove vengono contrattate le forniture energetiche, ha enormemente aumentato le speculazioni finanziarie grazie ai cosiddetti contratti futures, esponendo così gli Stati europei ad un aumento disastroso delle spese energetiche, specialmente in una situazione di tensione e instabilità geopolitica come quella attuale. È quanto emerge da un rapporto non ufficiale – i cosiddetti “non paper” – redatto dagli stessi funzionari della Commissione europea in vista del Consiglio dei ministri dell’energia tenutosi venerdì scorso. Nel non paper, composto da 17 pagine, i funzionari ammettono che il mercato virtuale olandese è piccolo e con una volatilità dei prezzi fuori controllo che rischia di mettere in ginocchio l’intera economia europea. Il che equivale sostanzialmente ad una implicita ammissione di colpa dell’Unione Europea stessa, perché fu proprio la Commissione a decidere nel 2003 di interrompere le sottoscrizioni dei contratti a lungo termine con Gazprom per passare a legare la quotazione alle leggi di mercato, con le fluttuazioni di valore data dalla dinamica della domanda e dell’offerta stabilite alla borsa di Amsterdam. Decisione che tra l’altro venne prese nonostante la forte contrarietà espressa dal colosso energetico russo. L’obiettivo della Commissione europea, infatti, era la liberalizzazione del settore energetico.

Il TTF è stato istituito come alternativa al National Balancing Point, il mercato del gas del Regno Unito, con il supporto dell’ICE (Intercontinental Exchange), il gigante delle piattaforme finanziarie fondato nel 2000 con l’appoggio delle grandi banche che controlla anche la Borsa di New York. Va da sé che quanti più scambi avvengono sul TTF, quanto più ICE guadagna. Non a caso, i volumi scambiati ad Amsterdam sono esponenzialmente cresciuti negli ultimi due decenni e rappresentano al momento oltre 14 volte la quantità di gas utilizzata dai Paesi Bassi per scopi domestici: in particolare, nel rapporto si evidenzia che, «secondo i dati di ICE, nel 2020 il volume di scambi è aumentato del 24%, dopo aver assistito a una crescita del 100% negli ultimi due anni». Ciò ha permesso al gruppo ICE di registrare nel 2021 una crescita del 10%dei suoi ricavi nel settore dell’energia, pari a 1,2 miliardi di dollari.

Nonostante sia un mercato piccolo, i fondi speculativi e le compagnie energetiche hanno adottato sempre di più la Borsa di Amsterdam come indice di riferimento per la determinazione del prezzo del gas a livello continentale, legando le forniture all’andamento del trimestre precedente dei contratti future. Tanto che nel non-report si legge che «nonostante sia indicativo del mercato nordoccidentale, grazie ai suoi volumi commerciali e alla liquidità, il TTF influenza gli altri centri europei di scambio che altrimenti sarebbero più vicini ai prezzi d’importazione del GNL». Inoltre, viene sottolineato che i valori del TTF sono del 30% superiori alla media dei prezzi registrati nei punti di scambio virtuali degli altri Paesi europei e ciò a causa dell’ampio utilizzo dei contratti futures. In questi contratti si scommette sul prezzo “futuro” del gas (o di altri beni reali detti commodities) e l’attuale situazione in Ucraina insieme allo stop del Nord Stream da parte di Gazprom, facendo presagire un calo delle forniture, ha dato il pretesto per poter mettere in atto le speculazioni: anche quando il gas arrivava ancora regolarmente infatti – ossia prima che Gazprom fermasse il Nord Stream – il solo timore che in futuro i quantitativi potessero diminuire ha giustificato scommesse al rialzo che hanno determinato l’aumento esponenziale dei prezzi in Europa. Cosa che non potrebbe accadere in un mercato maggiormente regolamentato o attraverso la stipula di contratti a lungo termine indipendenti dalle dinamiche di domanda e offerta.

Il non paper dei funzionari europei, dunque, prende in esame la possibilità di «congelare» il prezzo del TTF, ma preso atto che ciò potrebbe causare molti problemi e minare la “credibilità del mercato”, nel rapporto si suggeriscono subito altre due soluzioni: sottoporre il TTF ad una supervisione finanziaria e sviluppare un indice europeo complementare per le transazioni di gas importato. «Un indice europeo parallelo e più armonizzato in termini di equilibri regionali e di fonti di approvvigionamento che metta insieme i differenti indici europei può rappresentare una valida alternativa», si legge nel report.

In sintesi, la Commissione europea sta studiando delle contromisure per rimediare alle conseguenze negative che derivano dalle sue stesse decisioni: la liberalizzazione del settore energetico, infatti, ha permesso ancora una volta ai fondi finanziari e ai gruppi privati di speculare e arricchirsi a dismisura a fronte di un’inflazione dilagante che ha colpito i cittadini europei, confermando così i risvolti nefasti della liberalizzazione che rappresenta la stella polare delle politiche economiche europee. Ora, la stessa Commissione ha dovuto ammettere gli svantaggi e i disequilibri di questa impostazione, elaborando delle alternative ai meccanismi del libero mercato che, ad ora però, non sono ancora state messe in atto. Si tratta, dunque, di capire se l’esecutivo comunitario avrà la volontà di passare dalle ipotesi ai fatti in tempi rapidi con l’obiettivo di contenere il più possibile i danni economici nel Vecchio continente.

Nell’immagine: l’epicentro del terremoto, la borsa di Amsterdam


La controffensiva Ucraina indebolisce Putin

“Racconti di due Americhe” e “Donne d’America”, due libri per narrare un continente contradditorio e pieno di sorprese 

Di Lorenzo Vita, InsideOver

La guerra in Ucraina e la leadership di Vladimir Putin vivono un percorso direttamente proporzionale. La vittoria militare equivale a una vittoria politica, al consolidamento dell’autorità del presidente e al conseguente silenzio di un’opposizione interna fatta contemporaneamente di falchi e “colombe”. La sconfitta sul campo, invece, per il Cremlino sarebbe il punto di non ritorno non solo per la lunga stagione di potere di Putin ma forse anche della stessa Federazione Russa per come le intendiamo oggi. Eventualità opposte ma legate di un filo conduttore: la personalizzazione del conflitto da parte dello stesso “zar”. Questa è la sua guerra, o meglio, la sua “operazione militare speciale”, e questo rende il conflitto un problema politico sia individuale che sistemico. Finora a ruotare sono stati i comandanti in campo, a essere silurati, gli uomini che potevano essere messi al bando per le mancate vittorie. Ma la perdita del conflitto – qualora assumesse le caratteristiche di una debacle – verrebbe addebitata al presidente russo.

Con la più recente ritirata dal fronte orientale ucraino dopo la controffensiva dell’esercito di Kiev, è pertanto naturale che si torni a parlare della leadership di Putin. Fino a questo momento la Russia ha cercato di vivere come se nulla stesse accadendo dall’altra parte del confine, nascondendo la realtà dell’invasione sotto una coltre di apparente normalità e con un sistema mediatico e politico ben saldo nel sostenere la scelta di scatenare il conflitto. La propaganda faceva il proprio corso e l’immagine che scaturiva dal Cremlino era quella di un’autorità che non negava l’esistenza di una guerra, ma certamente ne sapeva gestire le conseguenze sia sul piano militare che economico e politico. Lo stesso Putin ha parlato proprio nelle ultime ore di una “guerra lampo economica” dell’Occidente che non era riuscita a danneggiare la Russia, mentre dal Cremlino è stato il portavoce Dimitry Peskov a sottolineare il fatto che il presidente fosse pienamente consapevole dei movimenti in Ucraina e in particolare del “riposizionamento”, come viene chiamata la ritirata, verso il Donbass.

La controffensiva ucraina nella regione di Karkiv ha bucato però la fitta rete di sicurezza intorno all’opinione pubblica russa. Tra critiche interne al sistema di potere (Razman Kadyrov in primis), siluramenti di generali, morti sospette, lettere di consiglieri per chiedere le dimissioni di Putin (da Mosca e San Pietroburgo) e trasmissioni televisive in cui si mostrano dubbi sull’andamento della guerra, l’impressione è che questa ritirata di settembre – per quanto minimizzata dal circuito di Putin – venga letta in modo ben diverso rispetto alle precedenti sconfitte o fasi di immobilismo. E questo, unito al fisiologico dispiegarsi degli effetti delle sanzioni, può avere un peso rilevante nella politica russa e nella leadership del presidente. La situazione non indica una sconfitta generalizzata da parte delle truppe russe: l’avanzata delle forze ucraine non può ancora definirsi una situazione cristallizzata e certa. Tuttavia, la mossa di Kiev ha spezzato una sorta di “incantesimo” collettivo costruito in questi mesi da parte di Mosca, e specialmente nelle settimane estive in cu tra crisi del grano e del gas, era Putin ad apparire come il vero “dominus” di questa fase di guerra di “trincea”.

Finora il capo del Cremlino ha reagito allo stallo in Ucraina attraverso due binari: sul campo, con il cambio dei comandanti delle operazioni; a livello diplomatico, con l’utilizzo del gas (e in parte dei cereali) come arma per convincere gli europei e la Nato a scendere a compromessi. Il primo, un vero e proprio valzer di alti ufficiali rimossi per accuse di incapacità o per morte e ferimento, continua ancora oggi. Il secondo, cioè l’uso di leve negoziali con i partner europei, è invece ora l’unica vera arma con cui Mosca può agire su base internazionale.

Ma questi due metodi non sembrano avere smosso molto, e anzi lo stallo alimenta una frustrazione che non sembra necessariamente portare a un cambio di passo in chiave di accordo con le controparti. I siloviki hanno resistito in parte alle varie “purghe” e anzi, soprattutto i falchi alimentano la critica nei confronti di Putin per avere evitato il pugno duro con l’Ucraina. Falchi che vorrebbero la mobilitazione generale, una guerra più impegnativa, uno scontro frontale, ma su cui Putin tentenna per gli effetti che potrebbe avere forse anche sul piano internazionale. La popolazione, invece, non è stata mai interessata dalle azioni messe in campo dal presidente tra esercito e diplomazia, ma ora appare sempre meno granitica sul conflitto, con una classe media preoccupata dal futuro anche se la popolazione, in base alle analisi sociologiche, non rinnega la vicinanza al leader né vuole al momento una pace che abbia il sapore della sconfitta.

Tutto passa dalla reazione della Russia alla controffensiva. L’immagine di Putin e delle forze armate russe ne esce lesa. Ma quello che molti analisti sottolineano è che la differenza tra le precedenti sortite ucraine e quella di di questi giorni è che le prime avevano luogo in territori considerati come occupati. Mentre questa volta, le forze armate di Volodymyr Zelensky hanno penetrato un territorio che molti considerano sostanzialmente russo. Questo ha due conseguenze. Da un lato significa che con il riconoscimento delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, Putin, se le truppe ucraine arrivano in questi territori, può considerarla una paradossale invasione, giustificando anche la mobilitazione richiesta dai falchi. Dall’altro lato, significa uno schiaffo morale di non poco conto visto che i russi davano per assodato che il Donbass fosse ormai russo, e giustificare un arretramento di fronte a un’opinione pubblica che subisce sacrifici e vittime, non è semplice nemmeno per un leader come Putin.

Il presidente russo sembra volere evitare “colpi di testa”: non ci sono notizie di rimozioni tra i ranghi dei politici e continua a mostrarsi pienamente consapevole di quanto accade nell’est e nel sud dell’Ucraina. Sul fronte internazionale, i prossimi incontri con il leader cinese Xi Jinpingn e il turco Recep Tayyip Erdogan possono ribadire le connessioni asiatiche cancellando l’immagine di Paese isolato. Ma il rischio è il venir meno della fiducia da parte della popolazione, tra isolamento internazionale e “operazione militare speciale” nel pantano, mentre i “falchi” iniziano a chiedere un impegno che potrebbe concretizzarsi in una nuova spinta all’aggressione. Se per il leader russo inizia una partita per la sopravvivenza, tutto potrebbe assumere caratteristiche molto diverse.

Nell’immagine: in blu alcune delle aree riconquistate dall’esercito ucraino