Quando “xe pèso el tacòn del buso”

Se l’obiettivo era far cessare la guerra sono veramente servite le sanzioni? 

Ragiono da cittadino comune, informato, che si pone qualche domanda e da economista che, sulla base dei dati che ha potuto ottenere, fa qualche calcolo. Oggetto d’esame (o di discussione): le sanzioni contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina. Prevale sempre una questione: le sanzioni funzionano o non funzionano, sono efficaci o inefficaci? La risposta, soprattutto da parte dei nostri media (televisione, radio, qualche giornale) sembra pressoché univoca: le sanzioni funzionano, sono efficaci. Manca sempre un giudizio complessivo (che non può essere solo economico) sul rovescio di quella domanda, che sembra pure lecito: le sanzioni quale effetto hanno su di noi, non ci si ritorcono contro (o, anche, se si vuole, siamo pronti ad accettarne tutte le conseguenze)?

Un’arma che fa cilecca

A sei mesi dall’inizio della guerra, nonostante le sanzioni e gli embargo (ultimi saranno quelli dell’Ue sul petrolio entro fine anno), la Russia ha continuato ad esportare tutto quanto poteva (o voleva) in materie prime energetiche, fonte essenziale delle entrate fiscali per il Cremlino (e, quindi, per il sostegno alla guerra o… persino per l’acquisto di droni dall’Iran e di proiettili e razzi dalla Corea del Nord, un toccasana per quelle economie in difficoltà… per altre sanzioni e maggiore benevolenza nei confronti della Russia).

I redditi del petrolio, dei prodotti petroliferi, del gas e del carbone hanno raggiunto i 158 miliardi di euro tra il 24 febbraio e il 24 agosto secondo i calcoli del Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), centro di ricerca serio, attendibile, in uno studio appena pubblicato martedì 6 settembre. Ora, le tasse sugli idrocarburi rappresentano “più del 40 per cento del bilancio annuale della Russia”. Esse avrebbero portato nelle casse di Putin 43 miliardi di euro in soli sei mesi.

Calcoli accertati dicono che la guerra in Ucraina costa circa 500 milioni di euro al giorno al Cremlino: la fattura totale in sei mesi si avvicinerebbe ai 100 miliardi. Le esportazioni di materie prime energetiche sono l’arma principale, per niente eliminata ma mantenuta dagli stessi avversari, nelle operazioni militari russe. La quale arma, si potrebbe sostenere, quasi pareggia paradossalmente i miliardi di dollari di armi inviate al presidente ucraino Zelensky (buon affare, tra l’altro, per la maggiore fornitrice che è l’industria dell’armamento statunitense, così foraggiata per fini umanitari dall’Amministrazione, che vi ha già inviato armi per 15 miliardi di dollari e sta aggiungendone altri due).

Armi di distruzione sociale per l’Europa

Il caso del gas è forse il più emblematico e per certi versi anche il più paradossale. Le esportazioni di gas mediante gasdotto sarebbero diminuite. Più per la decisione di Mosca di chiudere di quando in quando, di solito con una scusa tecnica, i rubinetti. Vera arma “politico-bellica”, come Putin ha fatto chiaramente intendere negli scorsi giorni al “forum economico” di Vladivostok (minacciando la cessazione di ogni rifornimento di idrocarburi qualora si plafonassero i prezzi, come vorrebbe fare l’Ue). Arma per creare divisione e panico economico, che gli europei definiscono “sistema ricattatorio” e gli americani “prova della debolezza di Putin”.

Anche qui si cade in un altro paradosso politico-economico. Le sanzioni con tentativi di embargo sul gas, di cui non si può però fare a meno, da un lato; la minaccia di chiudere i rubinetti e diminuire l‘offerta, d’altro lato, fanno schizzare in alto il prezzo del gas. In un anno esatto (agosto 2022) quel prezzo si è infatti moltiplicato per tredici. Il risultato: Gazprom incassa altrettanto denaro vendendo il gas all’Unione europea di quanto incassava nel primo semestre del 2021 nonostante il volume di vendite sia stato diviso per quattro per le sanzioni e sia stata persino costretta a bruciarne le eccedenze.

È vero, la sospensione di forniture di gas via Nord Stream si traduce in una perdita di entrate per Gazprom, perché l’ulteriore aumento dei prezzi che ne consegue non è sufficiente a compensare il calo del volume venduto. Può però darsi che per Putin, che promette di essere più duro, ci sarà un tornaconto politico: creerà maggior scompiglio economico e sociale in Europa. Basta guardare a ciò che succede in Italia (o a ciò che si prospetta in Germania e Francia e in Gran Bretagna) per rendersi conto che forse quelle di Putin, almeno per l’Europa, non sono solo vanterie di chi sta affogando, come pretendono la Cia o Biden. Soprattutto per l’Europa diventano… armi di distruzione sociale.

Esportazioni meglio e più di prima

Per il petrolio il caso è diverso. L’embargo europeo non entrerà in vigore prima di dicembre, probabilmente dopo aver ben rifornito le scorte. Si è sostenuto che le esportazioni verso l’Europa sono di fatto diminuite ma che siano state subito abbondantemente compensate da altri: l’India e la Cina, ma anche l’Egitto e la Turchia, che hanno aumentato di molto le importazioni, approfittando anche dei ribassi che la Russia concede per smaltire la sua produzione; ribassi che sono però anche qui da relativizzare, aggirandosi pur sempre il petrolio (Brent) attorno ai 100-95 dollari il barile (71 un anno fa). Sta di fatto che le esportazioni russe sono sempre aumentate, al ritmo di 3.41 milioni di barili al giorno (settimana sino al 19 agosto, contro 3.24 milioni le settimane precedenti; in quella sola settimana, calcola l’agenzia Bloomberg, i redditi di Mosca sono aumentati di 183 milioni di dollari per il corso del petrolio in ascesa).

Ma poi non è vero che le esportazioni verso l’Europa siano diminuite. Due settimane fa le esportazioni per via marittima di petrolio russo verso il Vecchio Continente hanno raggiunto il livello più alto dallo scorso mese di aprile, come ha indicato ancora la stessa agenzia americana Bloomberg che “scruta” tutti i movimenti petroliferi. Nel Mediterraneo, nel nord del continente, nella regione del Mare Nero, dovunque le forniture sono in aumento. Arrivano soprattutto in Italia, Turchia, Olanda, Romania, Bulgaria. Due settimane fa, il 50 per cento (1.71 milioni di barili) delle esportazioni russe sono partite per l’Asia e il 45 per cento per l’Europa (1.55 milioni di barili).

È come se i paesi europei cercassero di fare il pieno prima dell’inverno, prima della fine dell’anno, “quando ciò non sarà più tollerato” (aggiunge Bloomberg), ovvero quando il petrolio russo sarà sotto nuove sanzioni, tanto in Europa come in Svizzera a causa della guerra in Ucraina.

Ciò che dimostra, in ultima analisi, tre cose: innanzitutto che di quel petrolio, a quanto risulta, non si riesce fare a meno, anche perché l’Arabia Saudita, per fare più soldi, ha ridotto l’offerta; in secondo luogo che ognuno si salva come può, per evitare il peggio (e forse si toglie qualche scrupolo portando armi in Ucraina); in terzo luogo che sulle sanzioni corre quindi qualche ipocrisia e non è certamente un caso se l’Europa, fortemente dipendente e in crisi energetica, ha ritardato con qualche speranza recondita a fine anno la sanzione sul petrolio e non riesce neppure a intendersi sul plafonamento del prezzo di gas e petrolio (Putin minaccioso).

Due obiettivi mancati e quello vero dimenticato

Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI) l’economia russa dovrebbe essere meno penalizzata di quanto ci si attendeva dalle sanzioni internazionali: si pronosticava un crollo dell’8.5 per cento del prodotto interno lordo nel 2022, si arriverà forse a un 6 per cento. “Le esportazioni di idrocarburi e di prodotti non energetici si son mantenute a un livello migliore di quanto ci si attendeva”, constata sempre il FMI. Che continua: “diversi indicatori finanziari possono ugualmente lasciar pensar che l’economia russa resista meglio del previsto alle sanzioni. La sua esclusione dalla rete SWIFT [la rete di istituti bancari che garantisce la sicurezza delle transazioni finanziarie, da cui fu esclusa, per sanzione, la Russia – ndr] non ha fatto troppo male alla Russia, poiché tutte le banche non ne furono escluse, come Gazprombank, avendo l’Europa sempre bisogno del gas russo”.

È vero, c’è un documento del governo russo (ripreso e pubblicato martedì scorso da Bloomberg) che non manca di indicare previsioni severe per i prossimi mesi. Il blocco totale dell’import può generare veri e propri sconquassi economici e sociali nel settore farmaceutico, l’aviazione civile, le telecomunicazioni, l’allevamento e l’agricoltura, anche con probabili emigrazioni di specialisti e persone altamente qualificate.

Sta di fatto che dei due obiettivi che si volevano raggiungere con le sanzioni- generare nel breve periodo una crisi di liquidità in grado i fermare l‘azione bellica russa; colpire quindi la capacità produttiva del paese per rendere meno probabili altre invasioni tipo-Ucraina- si dovrebbe avere la sincerità di ammettere che il primo lo si è mancato e che il secondo, stando ai rapporti occidentali (FMI e Bloomberg), ha perlomeno trovato una resistenza che non ci si poteva immaginare per la flessibilità della Russia in campo monetario economico e militare.

Se quindi (come continua ancora a sostenere, quasi disperato, papa Bergoglio) l’unico vero e prioritario obiettivo è quello di fermare la guerra, che pare invece destinata a non fermarsi ancora a lungo, forse bisognerebbe avere il coraggio di dire che le sanzioni (come si è già dimostrato in altri casi) smuovono poco, anzi incattiviscono e si avvitano su sé stesse. Ed è allora ancora più tragico vedere che la via diplomatica sembri ormai abbandonata o lasciata completamente al presidente turco Erdogan (il quale, almeno per il grano, qualcosa è riuscito a cavare).

Tutto sta riversandosi sull’Europa (Svizzera compresa)

Ciò che rischia di essere ancora più tragico e assurdo è che tutto si riverserà presto su tutta l’Europa (e molto meno o niente sugli Stati Uniti). Perché l’Europa finisce per trovarsi con una crisi energetica, che sta generando pericoloso panico. Perché la crisi energetica (con la guerra in Ucraina) è in massima parte causa di un altro grave problema, l’inflazione (o l’aumento generalizzato dei prezzi), la quale porta, come rimedio di dottrina tradizionale ma non sempre di efficacia reale, al freno dell’attività economica con l’aumento dei tassi di interesse o del costo del denaro e, come tutti sembrano ormai pronosticare come conseguenza, ad una recessione generalizzata (si veda la chiara e completa esposizione di Sergio Rossi nell’intervista di Naufraghi/e su questi problemi). Appaiono già tensioni sociali e politiche, nei paesi dell’Ue, in Gran Bretagna, in Svizzera, che stanno favorendo maledettamente la destra più retriva ed estrema, che dentro sa navigarvi. E si prospettano tempi grami.

Ora se è vero, come ha scritto intelligentemente qualcuno (v. Luigi De Biase, su “Il Manifesto” di venerdì scorso) che “verificare il rapporto tra sanzioni e guerra non è tradimento”, forse, per le conseguenze non solo economiche, ma soprattutto sociali o di rischio per la stessa democrazia, ci si può chiedere, con un famoso e classico detto veneziano spesso richiamato anche dai grandi politici: “xe pèso el tacon del buso” (è peggio la toppa del buco, insomma se il rimedio non faccia più danno di quello a cui si pretendeva di rimediare).

O ritornare a credere che ciò che conta, soprattutto, è porre fine alla guerra, più che continuare ad aspettare, irrealisticamente, che qualcuno la vinca o si dichiari sconfitto. Anche perché aspetteremmo molto a lungo.


Continuiamo così, facciamoci del male

Se l’obiettivo era far cessare la guerra sono veramente servite le sanzioni? 

Ogni volta che mi soffermo sull’area che genericamente si definisce di sinistra e/o di centrosinistra, mi viene in mente la celebre scena in cui Nanni Moretti, di fronte a delle persone che non sanno cosa sia la Sacher torte né tantomeno come si mangia e come si taglia, esclama sconsolato: “Vabbè! Continuiamo così, facciamoci del male”.

Non sfuggono a questa immaginifica constatazione gli avvenimenti di questi ultimi mesi, che hanno avuto una prima conclusione, sia pure ancora teoricamente provvisoria (decisivo e definitivo sarà infatti solo il congresso del 13 novembre), mercoledì 7 settembre al Comitato cantonale del PS ticinese.

Riassumiamo: la scorsa primavera i vertici di Verdi e PST annunciano urbi et orbi l’intenzione, anzi la decisione di unire le forze per il Consiglio di Stato, formando una lista unica secondo la formula del 2+2+1 (2 socialisti, 2 verdi e 1 rappresentante della cosiddetta società civile). Obiettivo dichiarato: puntare al rafforzamento dell’area “rossoverde” e ambire a un secondo seggio in Governo. La formula era un po’ uregiatta – due a me e due a te e il quinto che non lo posso dividere a un esterno ma in un paese normale avrebbe avuto il pregio di mettere tutti d’accordo e unire davvero le forze per puntare con decisione agli obiettivi dichiarati. Perché, è stato ribadito più volte mercoledì sera, bisogna suscitare entusiasmo in un elettorato che appare ormai stanco, demotivato e sfiduciato.

In un paese normale, appunto, cosa che il Ticino non è. E difatti, giusto per suscitare l’auspicato entusiasmo e dare “nuovi stimoli” che possano far “ritrovare slancio”, immediatamente sono iniziati gli psicodrammi, tra autocandidature che ammaliano, richieste di formazioni satelliti contigue rese pubbliche solo o soprattutto per suscitare imbarazzo (ossia, letteralmente, impedimento o impaccio al libero e normale svolgersi di un’azione) nella controparte e occupare, lo spazio di un mattino o poco più, le prime pagine dei media estivi, mozioni PS “suprematiste”, dietrologie su presunte manovre tese a promuovere la candidatura unica di Marina Carobbio e malcelati timori della base socialista di perdere il seggio a favore dei compagni-rivali ecologisti. Imbarazzante (questa volta nel senso di sensazione e situazione di forte perplessità e/o disagio), davvero.

Col senno di poi, forse i vertici rossoverdi avrebbero dovuto essere più chiari e decisi mesi fa, oppure rimandare l’annuncio quando i giochi sulle candidature erano già definiti. Perché è chiaro che se si ambisce al rafforzamento dell’area e a un ipotetico secondo seggio, la lista deve essere impostata per conseguire questo obiettivo; di conseguenza bando a ciance e personalismi di ogni genere e tipo e dentro tutti i candidati forti possibili. Poi al popolo decidere (e difatti Bertoli, malgrado la sua conclamata intenzione di lasciare la carica, fino a poco tempo fa si era comunque tenuto a disposizione).

In quest’ottica il “sacrificio” di Marina Carobbio, ossia il suo abbandono della difesa del seggio conquistato tre anni fa al Consiglio degli Stati (la prima donna ticinese e il primo esponente socialista del Canton Ticino ad assurgere a tale carica, non dimentichiamolo) per candidarsi al Consiglio di Stato poteva anche essere comprensibile – lasciava una carica per provare a conquistarne una supplementare, e i conti alla fine se tutto fosse andato bene sarebbero restati numericamente pari, oltre che politicamente positivi. Tuttavia, dopo l’uscita di scena dapprima della candidata di punta dei Verdi e poi del consigliere di Stato uscente PS, qualche perplessità è d’obbligo. Anzitutto perché la sua non rielezione alle Federali del 2023, data per certa praticamente da tutto il PS e dintorni (ma non si doveva infondere entusiasmo, stimoli e speranza?) è a mio modesto avviso tutt’altro che scontata, ché come tutti gli uscenti lei e Marco Chiesa partono in vantaggio rispetto a qualsiasi futuro candidato PLR e PPD, senza dimenticare che in una ipotetica e probabile corsa a quattro anche al secondo turno la presunta solidarietà borghese potrebbe/dovrebbe venire a mancare (ognuno per sé e vinca il migliore. come appunto successo nel 2019). Soprattutto vi è da chiedersi, alla luce delle rinunce eccellenti appena citate e dei numeri che garantiscono all’area sicuramente almeno un seggio in Consiglio di Stato, della sua intrinseca necessità davvero i socialisti tra i loro circa 1.000 iscritti e i circa 10.000 elettori non riescono a trovare altri due nuovi candidati degni per la carica? Rinnovamento, è stato infatti uno dei mantra più spesso recitati mercoledì sera da vertici e base PS; ebbene, l’auspicato “new deal” del partito pare che passi dal candidare e fare eleggere (perché salvo improbabili cataclismi nessuno può avere alcun dubbio su cosa succederà al congresso PS di novembre e poi alle Cantonali del prossimo aprile) una delle sue politiche di più lungo corso affiancandole, in nome di una vetera logica di quote, un esponente della Gioventù socialista. Auspicabilmente maschile, perché se quote devono essere “che si rispetti anche la ripartizione egualitaria fra i sessi” (sì, abbiamo sentito anche questa). Il nuovo che avanza è insomma prioritariamente una questione anagrafica e di sesso, non di idee, competenza e capacità di leggere interpretare la realtà.

Ciliegina sulla torta, come da titoli di giornali i vertici hanno dichiarato che finalmente adesso ci si potrà concentrare sui programmi e sulle idee, ammissione implicita che in questi mesi si è discusso più che altro se non solo di cadreghe e affini (in ogni caso questa è l’immagine che è passata nel cantone, non altra). Imbarazzante, di nuovo.

Anche se ogni tanto qualche dubbio mi assale, io non so se, come ha scritto Silvano Toppi su questo sito, la sinistra abbia paura dell’intelligenza; è tuttavia certo che in tutta questa vicenda abbia una volta ancora discusso più “del contenente (o del contendente, del posto da occupare) che del contenuto ignorando, come dice un antico principio della logica, che il contenuto assume sempre la forma del contenente” e dunque mancando “di una visione più ampia, anche utopistica, che sappia far lievitare idee e soluzioni, invece di agganciarsi come molluschi alle solite inerti pietre di inciampo che nessuno riesce più a smuovere”.

Risultato politico finale? Il prossimo anno l’area rossoverde avrà come oggi un, anzi una consigliera di Stato, non avrà più una consigliera agli Stati e in Gran Consiglio, visto che è utopico pensare a un ribaltamento di maggioranza, conterà più o (magari anche) meno di oggi.

Che volete che vi dica: continuiamo così, facciamoci del male (e speriamo che almeno la Sacher torte sia buona).


La Svizzera si comporta come un bambino viziato quando si tratta di energia

Se l’obiettivo era far cessare la guerra sono veramente servite le sanzioni? 

Di Sarah Sermondadaz, Heidi.news (traduzione a cura della redazione)

L’aumento dei prezzi dell’elettricità, i timori di un blackout invernale, il salvataggio di Axpo da parte del Consiglio Federale. Il prossimo autunno si preannuncia ricco di novità e di incognite in campo energetico. Heidi.news ne ha parlato con Stéphane Genoud, professore di gestione energetica presso l’Alta Scuola di gestione ambientale a Sierre.

Professor Genoud, secondo lei, il Consiglio federale, che ha recentemente annunciato una vasta campagna di comunicazione sul risparmio energetico, ha preso le misure della situazione?

La probabilità che il prossimo inverno non si verifichi un blackout non è ovviamente da scartare. Una campagna come quella che è stata annunciata però può insegnare a qualcuno come risparmiare un po’ di energia ogni inverno, ma a mio parere non è all’altezza della sfida. In qualche modo ci prendono per bambini.

Una cosa è dire che la Svizzera ha un deficit energetico, ma poi gli esperti incaricati dalle autorità e le autorità stesse dovrebbero spiegarne le implicazioni direttamente al pubblico. Mi sarebbe piaciuto vedere la signora Sommaruga in diretta televisiva con alcuni esperti per un’ora per rispondere alle domande del pubblico, sarebbe stato importante.

La radice del problema è che consumiamo troppa energia. Dobbiamo lavorare per intervenire su stabili, case e palazzi attraverso adeguate e rinnovate misure di isolazione, e dobbiamo assolutamente porre fine alla nostra dipendenza dal gas. Ma cosa stiamo facendo concretamente per ridurre la nostra produzione di CO₂? Ci comportiamo come bambini viziati.

Ma la situazione è preoccupante…

È una tempesta in un bicchier d’acqua. Ogni giorno milioni di persone sulla Terra non hanno accesso all’energia. Noi abbiamo energia in abbondanza, e siamo talmente ben abituati che quattro ore di interruzione programmata della corrente in inverno ci sembrano la fine del mondo. Naturalmente, si tratta di misure che possono diventare problematiche se non sono pianificate. Ma se dovessimo subire dei blackout programmati, non sarà la fine del mondo, sarà solo segno che siamo stati cattivi gestori del nostro patrimonio energetico.

I tagli sull’energia potrebbero però avere conseguenze disastrose per chi è già fragile e in difficoltà.

È vero. A mio avviso, il rischio principale non riguarda gli ospedali, che spesso sono attrezzati per affrontare il rischio di blackout. Sono più preoccupato per le Case per anziani e per le persone con mobilità ridotta o che necessitano di attrezzature speciali e che vivono a casa. I Comuni dovrebbero avere o approntare liste di persone vulnerabili cui destinare la massima attenzione, ma non sempre fanno questo lavoro, che logicamente risulta ancora più complesso nelle grandi città.

Perché ci è voluto così tanto tempo per reagire a questa situazione? Il rischio è ben noto dalla fine del 2021.

Il rischio è noto da quando Guy Parmelin lo ha annunciato nel settembre 2021. Cioè molto prima della guerra in Ucraina e della chiusura delle centrali nucleari francesi! Il fatto è che dobbiamo prendere davvero sul serio la nostra dipendenza dai combustibili fossili e la nostra dipendenza dalle importazioni di energia. La discussione di un accordo energetico fra Aziende elettriche dovrebbe essere un argomento da dibattere a livello popolare. Ma abbiamo già mostrato il nostro attuale grado di sensibilità per la questione con il voto sulla legge sul CO₂.

Secondo lei, i politici federali prendono abbastanza sul serio le questioni energetiche e climatiche?

Nel maggio scorso si è tenuto un importante incontro tra parlamentari e scienziati a Berna dove sono riuscito a riunire una folta delegazione del Vallese e quando il capo Dipartimento dell’Ambiente del Vallese riesce a dire alla stampa che non mette in discussione il cambiamento climatico ma che non è un’emergenza, ecco, allora siamo ad un punto drammatico, perché il Vallese, appunto, è uno dei Cantoni che soffrirà di più in Svizzera, a causa dello scioglimento dei ghiacciai e della destabilizzazione del permafrost nelle montagne, che porterà a frane. La consapevolezza è ancora troppo carente.

Sono stati annunciati aumenti record dei prezzi dell’elettricità, con un incremento medio del 27% secondo la Commissione federale dell’energia. Le autorità politiche devono intervenire?

Quante persone leggono davvero la bolletta dell’elettricità? Le persone ricche spesso non hanno idea di quanto pagano. Certo, dovremmo sostenere le persone a basso reddito, quelle che faticano ad arrivare a fine mese, e fare in modo che non debbano scegliere tra un pasto caldo e pagare l’assicurazione sanitaria. Tecnicamente, questo sarebbe abbastanza facile da fare, basterebbe la dichiarazione dei redditi. Ad ogni modo, l’intervento politico non è necessariamente auspicabile. In Francia, lo scudo energetico non ha risolto nulla, ma ha semplicemente ritardato il momento in cui il contribuente pagherà il conto, mentre riempie le tasche delle compagnie petrolifere. Ed è peccato, perché ogni franco della fattura per l’energia avrebbe potuto essere investito nelle rinnovabili. Non è che non sappiamo come costruire edifici a energia positiva, che producono più elettricità di quanta ne consumino, ma stiamo perdendo un terzo delle persone interessate a installare le energie rinnovabili nelle loro case a causa dei costi. Se lo Stato investisse maggiormente negli incentivi il costo di un impianto si ripagherebbe in meno di 10 anni.

I politici di destra e i rappresentanti dell’economia parlano ora di rilanciare l’energia nucleare e di costruire nuove centrali. Sarebbe una buona idea?

Qualche giorno fa il direttore della centrale nucleare di Gösgen, un dirigente di Alpiq, ha spiegato lui stesso la riluttanza dei produttori di energia elettrica a investire oggi in una nuova centrale nucleare. Di fronte al rischio di un blackout, abbiamo bisogno di elettricità ora, non tra 30 anni, e il costo di un chilowattora da energia nucleare sta salendo alle stelle. Certo, un giorno potrebbe esserci la fusione nucleare, ma non siamo ancora a quel punto, non possiamo certo farvi affidamento. I politici di destra pensano che il nucleare sia una formula magica. Per certi ambienti a Berna pare quasi automatico pensarci come se fosse una mera questione tecnica. Del resto sappiamo bene che sui banchi federali siedono non poche persone elette per la loro visione tecnocratica di questa fase di transizione energetica.

Secondo lei la paura di un blackout elettrico può servire da acceleratore per la transizione energetica, che è ancora così lenta?

Le risponderò facendo riferimento alla crisi del Covid-19. Quanti morti abbiamo dovuto contare durante la crisi? Eppure abbiamo abbandonato le maschere e abbiamo ricominciato ad abbracciarci e baciarci. Un vero movimento di sensibilizzazione può partire solo dal basso, come nell’isola danese di Samsø, che è diventata un modello mondiale di energia rinnovabile, anche grazie al coinvolgimento della popolazione.

Mi chiedo se la Svizzera abbia perso questa opportunità. Ci sono stati movimenti giovanili per il clima (Sciopero per il clima, Extinction Rebellion), che hanno molti più alleati che nemici. Ma se questi giovani, che scendono in strada e protestano, sono forti collettivamente, sono invece fragili individualmente, e tanto più da soli davanti a un giudice, come capita che finiscano certe manifestazioni. Se li separiamo, è finita. Ma abbiamo bisogno di movimenti dalla strada. Noi adulti abbiamo troppo da perdere, e naturalmente non siamo portati a correre il rischio di finire in prigione.

In filigrana, dietro la questione della scarsità di energia c’è anche la questione della sobrietà.

Abbiamo vissuto a lungo al di sopra delle nostre possibilità e ora ci troviamo davanti segnali seri di cambiamento radicale. Non è solo una questione di energia, ma anche di sicurezza alimentare, poiché l’Ucraina, che è in guerra, è stata a lungo uno dei granai del mondo. Non stiamo parlando di caviale, ma di grano. Ma restando strettamente al solo tema energetico, si pensi, ad esempio, al modo in cui il problema si sta presentando nel Regno Unito, dove le bollette stanno aumentando a ritmi allarmanti.

Dobbiamo parlare di resilienza e sobrietà, certo, ma dobbiamo anche parlare di decrescita. Io formo economisti, e una delle uniche volte che sentono parlare di decrescita è probabilmente nel mio corso. Dobbiamo parlare di modelli di economia circolare, di cooperative… Non siamo assolutamente ancora pronti, come forma mentale, per affrontare quello che ci accadrà. Dobbiamo cominciare subito a chinarci sulle condizioni che ci permetteranno di essere più resilienti. Questa è la prossima grande questione, e i governi e le aziende non l’hanno ancora capito.

Nell’immagine: visualizzazione delle perdite di calore di un edificio per mezzo della termografia a raggi infrarossi


La nave distopica di Giorgia e i suoi fratelli

Se l’obiettivo era far cessare la guerra sono veramente servite le sanzioni? 

Di Ida Dominijanni, L’Essenziale.it

Conosco molte femministe che non prendono neanche in considerazione l’ipotesi di votare per Giorgia Meloni, a causa delle sue idee e nonostante sia una donna. Non ne conosco nessuna intenzionata a votarla in quanto donna e nonostante le sue idee. Sarà pure un sondaggio personale e limitato, ma magari fornisce una piccola bussola per orientarsi nel dibattito assai confuso e non poco strumentale che sta montando sul tema e che, come sempre quando si discute di femminismo e politica, ha come principale obiettivo la spettralizzazione e la colpevolizzazione del femminismo.

Per spettralizzazione intendo la pessima abitudine di parlare del femminismo approssimativamente, senza riguardo per la sua storia, le sue articolazioni interne, le sue trasformazioni maturate nel susseguirsi delle stagioni politiche; e quindi facendone una galassia confusa che riparte ogni volta dal grado zero su ogni questione. La colpevolizzazione ne consegue: così rappresentato, il femminismo si può sempre cogliere in castagna per qualche cosa.

Esempi. Non è vero che “il femminismo” abbia mai fatto proprio lo slogan di “una donna” presidente del consiglio, o della repubblica o in altri ruoli apicali, lanciato a più riprese da pezzi di opinione pubblica femminile progressista. Il femminismo radicale l’ha anzi contestato vibratamente, l’ultima volta durante l’elezione del presidente della repubblica: primo perché “una donna” senza un nome e un cognome non esiste, secondo perché “una donna” senza ancoraggio nella politica delle donne non è una garanzia per nessuna, terzo perché il problema, per il femminismo radicale, non è mai stato quello di espugnare o di spartire i vertici della politica maschile, ma di cambiarla.

Secondo esempio. Non è di oggi l’illusione, di recente rilanciata da una petizione promossa da Marina Terragni e contestata da Natalia Aspesi, che tra donne si possa creare un fronte unitario, basato su istanze condivise e trasversale alle appartenenze politiche. E non è di oggi neanche la disillusione, perché se ognuna è in primo luogo una donna nessuna è soltanto una donna e le appartenenze, politiche nonché sociali e culturali, contano, così come contano le differenze e i conflitti interni al femminismo su temi importanti che tanto condivisi non sono, e che alla faccia del trasversalismo portano acqua al mulino di certe forze politiche e non di altre: se della maternità o della gestazione per altri si parla negli stessi termini di Giorgia Meloni se ne avvantaggerà Giorgia Meloni, bisogna saperlo e magari anche avere la schiettezza di dirlo.

Terzo e ultimo esempio. Non è nemmeno di oggi, né di ieri l’altro, la scoperta che nel centrodestra la promozione di alcune donne in ruoli di rilievo è meno infrequente che nel centrosinistra: tema e svolgimento risalgono nientemeno che all’elezione alla presidenza della camera di Irene Pivetti, nell’ormai lontano 1994. Già allora era chiaro – molto se ne discusse, e molto si trarrebbe di utile per l’oggi rileggendo quella discussione – che nel campo berlusconiano si faceva avanti un protagonismo competitivo femminile, aiutato dalla cooptazione maschile, che spiazzava un centrosinistra dove il secondo sesso restava immancabilmente tale. Trent’anni dopo, la resistibile ascesa di Giorgia Meloni a candidata presidente del consiglio ci rimette di fronte alla stessa evidenza, accentuandola.

È un po’ poco però cavarsela contrapponendo al curriculum di Meloni quello di Elly Schlein e continuare a prendersela con l’incapacità dei leader del Partito democratico di cedere il passo al gentil sesso: forse c’è sotto un difetto d’analisi più sostanziale, nonché una granitica incapacità delle donne del centrosinistra di metterlo a fuoco e correggerlo. Né si può all’inverso continuare a invocare la separazione dei destini del femminismo da quelli della sinistra: quel taglio è stato fatto una volta per tutte dal femminismo della differenza negli anni settanta, e non mi pare che qualcuna l’abbia mai revocato per occuparsi della “salvezza della sinistra”.

Temo dunque che rivangare questo tipo di questioni serva a poco per mettere a fuoco “l’elefante nella stanza”, come l’ha definito Giorgia Serughetti, ovvero il fatto che la prima donna candidata a guidare il governo in Italia sia una leader quarantacinquenne della destra radicale che con la politica delle donne non ha niente a che fare. Proporrei piuttosto di capovolgere il cannocchiale, e provare a capire non come noi la guardiamo ma come lei guarda noi, la storia d’Italia e il presente che abitiamo.

L’impronta degli anni settanta

Come per uno scherzo del destino, Giorgia Meloni nasce nel 1977, l’anno apicale dei famigerati anni settanta, quello in cui si consuma il divorzio mai più ricomposto tra la cultura della sinistra storica e quelle dei movimenti giovanili e del femminismo. Nella sua autobiografia, Io sono Giorgia, a quella data non dà tuttavia particolare rilievo, mentre del decennio restituisce, attraverso la memoria della madre che all’epoca era una simpatizzante dell’estrema destra, un quadro tutto sommato più veritiero del ritornante scongiuro mainstream sugli anni di piombo: erano anni, scrive, «animati da un impeto giovanile presto dirottato da un potere cinico e spietato nella logica degli opposti estremismi», ma mossi anche «da una insaziabile voglia di cambiare tutto, condividere tutto, discutere tutto, che ti viene quasi da invidiare in quest’epoca di vuoto a perdere».

Quella memoria indiretta si installerà in lei come un’impronta decisiva: è da lì che nasce la missione di riscattare i suoi fratelli della destra neofascista, la parte perdente del conflitto di quella stagione, dal destino di marginalità cui erano stati consegnati. Del femminismo degli anni settanta, invece, Giorgia non ha memoria politica e non fa menzione; ne reca tuttavia una traccia inconscia e privatizzata, nel rapporto di gratitudine verso la madre (“le devo tutto, a cominciare dalla vita”) e nell’amicizia tenace con alcune collaboratrici irrinunciabili. Se aggiungiamo il tassello come vedremo cruciale dell’assenza del padre che l’abbandona da piccola, in questo quadro di partenza c’è già in nuce tutto il seguito della vicenda.

Ancora due date prima di entrare nelle scelte politiche da adulta. Nel 1989, quando cade il muro di Berlino, Giorgia ha dodici anni; pochi, ma le bastano per annotare, da grande, che «per il nostro mondo fu festa grande. Nei decenni in cui tutti avevano fatto finta di non vedere, o persino esaltato quel modello come il Pci, la destra non aveva dimenticato i fratelli dell’Est Europa schiacciati dall’oppressione comunista»: ecco degli altri fratelli da salvare. Tre anni ancora e Giorgia trova quelli con cui avviare l’impresa. È il 19 luglio 1992, Paolo Borsellino viene crivellato sotto casa di sua madre, cinquantasei giorni dopo che Giovanni Falcone era saltato in aria a Capaci.

Per la generazione cresciuta dopo gli anni settanta, quelle due stragi hanno lo stesso effetto che per la precedente aveva avuto piazza Fontana: sono la scoperta che nello stato italiano c’è del marcio come nella Danimarca di Amleto, tanto più che si sovrappongono alla scoperta di Tangentopoli che mette sotto processo tutto il sistema politico. Giorgia infila il portone blindato della sezione del Fronte della gioventù della Garbatella e trova lì casa e famiglia, convinta e confortata dalla estraneità del Movimento sociale italiano ai fasti e ai nefasti della cosiddetta prima repubblica: altri fratelli da riscattare dal ruolo dei perdenti della storia.

All’ombra di Papi

A tirarli fuori da quel ruolo ci sta pensando intanto, con mezzi ben più potenti, anche Silvio Berlusconi, che due anni dopo scenderà in campo sdoganando il Movimento sociale italiano e accogliendolo, col rinnovato nome di Alleanza nazionale, nel Polo delle libertà. Curiosamente, però, dell’avventura all’interno della coalizione berlusconiana Meloni nel suo libro tace, limitandosi a raccontare solo la sua strenua militanza e la sua rapida carriera nel retrobottega delle organizzazioni giovanili di An: ne parlerà solo ex post, al momento della rottura con Berlusconi, ricordando come sia stato difficile per lei accettare, nel 2008, la confluenza di An nel Popolo della libertà e «amalgamare i nostri ragazzi con quei giovani rampanti in giacca blu e tacchi alti». Pure, con quei tacchi alti Giorgia è a lungo convissuta negli anni a cavallo del cambio di secolo, che sono tutt’altro che secondari nel suo romanzo di formazione.

Sono gli anni in cui, sotto la regia televisiva e politica del Cavaliere, si dispiega quella sorta di rivoluzione passiva che ha come obiettivo privilegiato il riaddomesticamento delle donne dopo la sovversione degli anni settanta, e che consiste nella traduzione della libertà politica e collettiva guadagnata nel femminismo in (auto)promozione individuale e competitiva, attraverso una forma perversa di “valorizzazione” del femminile nel mercato del lavoro, del consumo e del sesso, nonché nel mercato politico. Aspetto non marginale della (contro)rivoluzione neoliberale in tutto l’occidente, questa operazione mostra nel laboratorio italiano anche il suo presupposto simbolico, ovvero quel declino della legge del padre che è il risvolto del trionfo dell’etica del mercato: la maschera tragicomica di Papi condensa in sé questi due lati di un cambiamento che investe in pieno l’ordine simbolico e sociale del rapporto tra i sessi.

Ma mentre tutto questo si mostra plasticamente nel teatro politico del centrodestra, e mentre il femminismo radicale, dal canto suo, diagnostica la fine dell’ordine patriarcale avvertendo che non si tratterà di un pranzo di gala, sul fronte del centrosinistra le lancette del tempo vanno a ritroso. Finito nel dimenticatoio lo slogan “dalle donne la forza delle donne” che nei tardi anni ottanta aveva tentato di ibridare la cultura dell’allora Pci con le pratiche femministe, nel Pds-Ds-Pd rispunta, sotto la verniciatura della “questione di genere”, la vecchia “questione femminile” fatta solo di discriminazione, auto-vittimizzazione e rivendicazione di quote rosa e ruoli di potere.

Meloni – che, lo sottolinea, discriminata non si è mai sentita – si accorge di questa asimmetria tra i due campi e la interpreta e la capitalizza a modo suo. Annota che «a sinistra parlano tanto di parità, ma in fondo pensano che la presenza femminile in politica debba essere una concessione maschile», mentre «è la destra ad aver fatto emergere più donne al vertice». Ma chiude tutti e due gli occhi di fronte al lato osceno di questa valorizzazione delle donne: in parlamento vota senza battere ciglio sulla nipote di Mubarak, e nel suo libro liquida il sistema berlusconiano di scambio tra sesso e potere come «una condotta privata francamente un po’ spregiudicata».

Cambio di stagione

Eppure del berlusconismo, dalla cui superficie glamour ci tiene a prendere spesso le distanze, Meloni interiorizza i due aspetti profondi che abbiamo già menzionati: l’etica competitiva, che le consente di sfidare gli uomini, e il declino dell’ordine paterno, che fa da sfondo al momento cruciale della sua ascesa politica. Siamo nel 2011, «quando tutto stava per finire». Giorgia è deputata da cinque anni, grazie a Gianfranco Fini è diventata vicepresidente della camera dal 2006 al 2008 e poi ministra della gioventù nel quarto governo Berlusconi. Quando lo spread, nonché l’onda lunga del sexgate, costringe Berlusconi a dimettersi non c’è solo una crisi di governo ma la fine di un mondo. All’imperativo del godimento subentra la disciplina del debito, al carnevale berlusconiano la quaresima di Mario Monti, alle promesse scintillanti della fase trionfale del neoliberalismo l’austerità e un destino di precarizzazione tanto più amaro per le giovani generazioni: l’imprenditore di se stesso che scommetteva sul futuro e sui futures si trasforma nel proprietario di beni e di diritti in cerca di protezione, sicurezza, valori e credenze sostitutivi di quelli che la “società senza padri” non offre più. Il neoliberalismo perde ovunque la sua faccia gaudente e ovunque cerca e trova sponde nelle ideologie neoconservatrici e sovraniste.

Meloni fiuta il cambio di stagione e decide che non può stare con quelli che ne reggono il timone tecnocratico, e che è venuto il momento di “conservare il futuro” e di imbarcare i suoi fratelli verso la terra promessa della riscossa della destra. Aveva già rotto con Fini, quando quest’ultimo l’aveva mollata nel Popolo della libertà (Pdl) andandosene e rischiando “di condannare la destra all’estinzione”. Adesso rompe con Berlusconi che si arrende a Monti: “non mi sento più a casa”, gli comunica. Alza i tacchi, chiude con l’addio ai padri politici il cerchio di una vita cominciata con l’addio di suo padre, vede davanti a sé “un popolo di destra, smarrito dopo anni di scandali e di crisi economica”, e fonda Fratelli d’Italia.

Commento di Franco Berardi Bifo, in una acuta lettura di qualche mese fa dell’autobiografia di Meloni: «Il retroterra psicoculturale della crisi psicopolitica dilagante è la disgregazione della figura paterna e il senso di sperdimento che questo provoca nei figli e nelle figlie. Ma sono le figlie che sanno reagire a questa condizione, grazie alla forza che ha dato loro la storia del femminismo… Invece di piagnucolare per le quote rosa, Giorgia ha preso il comando della nave che affondava. Dimentica il padre, e rifonda il patriarcato partendo dalla fratellizzazione delle donne». Non si potrebbe dire meglio, salvo forse sostituire patriarcato con fratriarcato: Giorgia è una donna che sutura la ferita inferta nei fratelli dalla crisi del patriarcato, compattandoli e imbarcandoli da condottiera sulla nave della terra promessa. Per portarla dove?

Madri e muri

Dalla nave intanto sono scomparse le sorelle: c’è solo lei al comando, e lei decide anche del loro destino, che è né più né meno che il destino materno tradizionale, per quanto corretto con il sale e il pepe della competenza e della competizione, all’interno di una famiglia tradizionale, dove i ruoli di genere tornano al posto loro e gli orientamenti sessuali “devianti” sono risospinti in una maltollerata privatezza senza riconoscimento di diritto. Certo, è un destino centrale, perché siamo in piena crisi da denatalità e questa per Meloni è l’ossessione numero uno, in nessun modo riparabile con l’immigrazione che è la sua ossessione numero due, e dunque tutta affidata alla riproduzione – “naturale”, intende – degli autoctoni: sono i fratelli d’Italia, e solo loro, a poter ingravidare le “loro” donne, nel più classico schema sovranista.

Ma non è solo per questo destino femminile, tanto simile a quello allestito per le donne dal ventennio fascista, che sulla sua nave fratriarcale non possiamo salire: bensì perché la stiva è stipata di una paccottiglia vecchia e nuova di cui bisogna solo liberarsi. C’è una fissazione identitaria che procede per sommatoria di etichette (“io sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana, sono patriota, sono italiana”) e che è l’inverso, concettuale e politico, della concezione anti-identitaria della differenza nel femminismo. C’è un’apologia esplicita dei muri come dispositivi di protezione invece del loro rifiuto come dispositivi di segregazione. C’è una monumentalizzazione del passato europeo che dimentica la colpa del colonialismo e derubrica quella del razzismo. C’è, come in tutto pensiero reazionario di oggi a cominciare da quello di Alexander Dugin, un astio verso la sinistra che unisce in un’unica parabola l’anticomunismo e l’antiliberalismo, e una fobia del postmodernismo che rivela, non a caso nella scia di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, una matrice antimoderna schiettamente reazionaria.

C’è infine, ed è posta in gioco discriminante in questa campagna elettorale, un desiderio allarmante di rivincita rispetto alla storia e alla memoria della repubblica. Se Meloni sponsorizza con tanta convinzione il presidenzialismo, attenzione, non è per le ragioni di funzionalità o di efficienza dell’ordinamento accampate dai solerti liberali che le stanno aprendo le porte, ma per farne dichiaratamente la bandiera ideologica dello “scontro fra patrioti e sinistra” sulla base di una lettura fantasiosa e inaccettabile della storia nazionale di prima e dopo l’89. E se accetta di «ribadire per l’ennesima volta di non avere il culto del fascismo» è solo perché non nasconde che tuttavia il vero obiettivo da colpire per lei è l’antifascismo: niente di più e niente di meno che il fondamento della nostra costituzione.

Possiamo guardare con simpatia l’orgoglio con cui Meloni dice «sono una donna», e rintracciarvi perfino un’impronta inconsapevole dell’eredità femminista, all’interno di una storia che tuttavia è il rovescio della nostra. Ma non possiamo seguirla nemmeno per qualche tratto sulla sua nave distopica, e dobbiamo fare di tutto perché affondi. Se fosse ancora in questo mondo, Angela Putino ci inviterebbe a praticare decisamente con lei (e un po’ meglio anche fra di noi) l’arte di polemizzare fra donne.

Nell’immagine: tweet di @GiorgiaMeloni: Buon Ferragosto a tutti


E arriverà il “Generale Inverno”

Se l’obiettivo era far cessare la guerra sono veramente servite le sanzioni? 

Ora il Cremlino potrebbe puntare sul ‘Generale Inverno’. Sul grande gelo. Quello che ti imprigiona e ti blocca nel ghiaccio e nel fango. Quello che, secondo una narrazione storica in realtà assai sommaria, consentì al generale Kutuzov in epoca zarista di sconfiggere la Grande Armata di Napoleone e in epoca sovietica al comandante Zukov di sopraffare i panzer e gli assedianti nazisti. Oggi, la disfatta dell’esercito russo a Izyum, nonché in una vasta area dell’Ucraina orientale, con conseguente precipitoso ritiro dell’esercito del neo-zar, riapre al governo di Kiev le porte del Donbass ribelle, obiettivo prioritario ma non unico dell’“operazione militare speciale” lanciata da Putin 24 febbraio.

“Non ritirata, ma tattico riposizionamento delle nostre truppe”, assicura Mosca, contro ogni evidenza. “Spettacolare riconquista di vasti territori già occupati dal nemico”, ribadisce invece Zelensky. Che però aggiunge di temere l’arrivo dei mesi gelidi, quando il nemico sarà in grado di lasciare al freddo e al buio milioni di compatrioti tagliando le fonti energetiche, e di tentare la contro-contro-offensiva. Il ‘Generale Inverno’, appunto. A cui Vladimir Putin affida anche la speranza di piegare gli Europei, ancora dipendenti dal gas russo e già alle prese con la fortissima spirale dei prezzi che si abbatte non solo su settori produttivi energivori ma anche sulle economie domestiche, con la prospettiva di migliaia di fabbriche chiuse, disoccupazione, altissime tensioni sociali, governi in netta difficoltà, vantaggi politici ed elettorali per le opposizioni populiste considerate dal Cremlino possibili alleati contro le sanzioni economiche, l’eventuale grimaldello da manovrare contro l’“ostilità guerriera” di Nato e Unione Europea (consegna di ordigni sofisticati all’Ucraina, che, grazie all’addestramento occidentale, ne sa fare ‘buon’ uso).

Sanzioni inefficaci e che non fanno male alla Russia, si insiste da più parti. E, come se si trattasse del ‘Libro dei libri’, a supporto di questa conclusione viene citato l’’Economist” per una sua recente analisi. Della quale, in realtà, converrebbe rileggere questa parte centrale: “Il susseguirsi delle sanzioni non ha espugnato la fortezza Russia. Nel frattempo i costi del gas sono saliti alle stelle e (per l’Europa, ndr) il costo politico delle sanzioni è in aumento. Quindi l’Occidente sta perdendo la sfida economica? Non proprio”: soprattutto se perdurasse per la Russia l’impossibilità di importare tecnologia e componenti essenziali per la propria industria, se continuassero le grandi difficoltà di trovare a breve mercati alternativi, se le esportazioni dei prodotti energetici continuassero a essere venduti fuori dal Vecchio continente con obbligati sconti anche al 20 per cento. In prospettiva (fra il 2022-2023, pronostica la Banca mondiale) rischia ancor più l’industria di Putin, con un Pil quest’anno in discesa dell’11 e un’inflazione al 22 per cento.

Ecco lo scenario per diversi aspetti paradossale di una parallela doppia crisi, su entrambi i lati della nuova “cortina d’acciaio”. Certo: inflazione, vergognose speculazioni sui prezzi, carenze di materie prime, merci bloccate nei porti, tutto è cominciato prima della guerra. Prima dell’aggressione imperiale russa. Che vi ha aggiunto tragedie e micidiali veleni. “Too big to fail”, la Russia di Putin? La domanda rimane aperta. Tragicamente aperta. In una totale mancanza di spiragli.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: il Generale Inverno su Le Petit Journal del 9 gennaio 1916


Collegialità? Non a tutti i costi

Se l’obiettivo era far cessare la guerra sono veramente servite le sanzioni? 

Si comincia a guardare alle prossime elezioni cantonali di aprile 2023. In perfetto stile iperbolico, che contraddistingue la nostra politica “provinciale, ripiegata su sé stessa, in preda a tormentoni triti e ritriti, mediocre e senza guizzi” (Corriere del Ticino). Fanno discutere la sinistra e il Partito socialista, che dovrà sostituire l’uscente Manuele Bertoli. Gli altri quattro consiglieri di stato si ripresentano e saranno verosimilmente rieletti.

La novità, confermata dalla Conferenza cantonale del PS mercoledì 7 settembre, è data dalla decisione di proporre una lista unitaria rossoverde (2 PS + 2 Verdi +1 società civile). Una prospettiva intelligente politicamente e quasi obbligatoria tatticamente, visto che in passato l’elezione di Bertoli non fu trionfale. Sommando le forze, PS e Verdi garantiscono la conquista di un seggio e potrebbero sognare un raddoppio.

Nel 2019, considerando i voti preferenziali, il PS ottenne il 17,06 % dei suffragi, i Verdi il 4,33%, PPD 18,23, PLR 24,49, Lega 27,86. Sommando PS e Verdi si ottiene il 21,39%. Se l’andamento del prossimo aprile fosse simile, sarebbe impossibile il raddoppio, perché Lega e PLR rimarrebbero in vantaggio.

Nel 2015 il risultato complessivo dell’area fu identico. Per conquistare due seggi in governo, ad aprile la coalizione di sinistra dovrebbe dunque fare un balzo in avanti notevole.

Sul piano nazionale la sinistra non canta vittoria. Il miglioramento dei Verdi è dato dalle perdite del PS, meno 45 seggi parlamentari negli ultimi tre anni.

Per ambire al raddoppio è tardi. L’alleanza rossoverde doveva nascere tre anni fa e non, come ora, alla vigilia delle elezioni. Era necessario un progetto politico, fondato su un programma condiviso, di alleanza delle sinistre che coinvolgesse i due partiti maggiori, ma anche il Forum alternativo e i comunisti e cercando di mobilitare anche istanze della società civile. Il Movimento per il socialismo, si sa, ama correre da solo.

Cosa succederà ad aprile? L’alleanza confermata mercoledì darà frutti sostanziosi? La socialista Marina Carobbio ha, finalmente, annunciato la sua disponibilità, Boas Erez è ancora in sospeso. Erez potrebbe scendere in campo ad aprile per poi, se non eletto, rilanciare alle federali di ottobre. I verdi devono scegliere i loro candidati. In casa PS sarà il congresso, il prossimo 13 novembre, a nominare i due candidati. Amalia Mirante, già due volte in lizza, si ripropone, contro i disegni della direzione del partito. Ce la farà a entrare in lista?

Il dibattito sui nomi è sterile se non si riesce a valutare e definire il ruolo del prossimo consigliere di stato di sinistra. Non c’entrano le famiglie, non c’entra essere economisti (ma da quando in qua?), conta la personalità e il profilo politico. Conta l’autorevolezza e la volontà di profilarsi anche al di fuori dei compiti del proprio dipartimento.

Marina Carobbio ha la statura per far parte di un esecutivo, dopo una vita da parlamentare? Boas Erez rispecchia il programma rossoverde? Samantha Bourgoin ha sufficiente esperienza politica? I socialisti sono in governo da 100 anni. La recente e interessante pubblicazione della Fondazione Pellegrini Canevascini, Tracce di rosso, sul secolo di PS in governo, mostra le luci, ma anche le ombre di questa esperienza. Molto istruttivo: meno ministerialismo, più vicinanza alla società civile. Non sottostare pedissequamente al mito del risparmio. Evitare il complesso dell’affidabilità, ereditato dall’ammiccamento della socialdemocrazia al neoliberismo (“terza via”). Insomma: collegialità, ma non a tutti i costi!

Chi sarà eletto dovrà dirigere il DECS, perché gli uscenti rimarranno al loro posto. Bertoli ha rinunciato a prendere il DSS quattro anni fa, un errore politico che riduce il campo d’azione della sinistra. Che fare? Werner Carobbio, protagonista di mezzo secolo e più di storia socialista valuta positivamente la centenaria presenza del PS in Governo ma definisce, sul Quaderno del Forum alternativo, “aspetti negativi e discutibili l’eccessivo adeguamento del partito alla politica governativa”. Un monito che vale, a maggior ragione, per la nuova coalizione rossoverde.


Il Bitcoin tra il fumo e l’arrosto

Se l’obiettivo era far cessare la guerra sono veramente servite le sanzioni? 

Il fumo e l’arrosto

Nelle città orientali vi sono strade in cui i cuochi preparano le pietanze più squisite sul posto, e la gente si affolla intorno alle loro bancarelle per mangiare e far acquisti. Ad una di queste bottegucce ambulanti, si avvicinò un giorno un povero saraceno. Non avendo denari per comprarsi qualcosa, allungò il suo pane sopra una teglia di arrosto, lo impregnò del fumo appetitoso che ne usciva, e se lo mangiò avidamente.

Ma proprio quella mattina, il cuciniere non aveva fatto buoni affari ed era di malumore. Perciò si rivolse con ira al povero saraceno e gli disse: «Pagami quello che hai preso». «Ma io dalla tua cucina non ho preso altro che fumo», rispose il poveretto. «E tu pagami il fumo!» tuonò il cuoco inviperito.

La cosa finì in tribunale. Il Sultano chiamò a raduno tutti i saggi del regno e propose loro di risolvere la questione. Cominciarono dunque a discutere e sottilizzare: chi dava ragione all’uno col pretesto che il fumo appartiene al padrone dell’arrosto, e chi all’altro, sostenendo che il fumo è di tutti, come l’aria che si respira.

Finalmente, dopo lunghe perplessità, la sentenza fu questa: «Dacché il povero ha goduto il fumo, ma non ha toccato l’arrosto, prenda una moneta e la batta sul banco. Il suono della moneta pagherà il cuciniere».

Così fu fatto. In cambio del fumo dell’arrosto, il cuoco ebbe il suono della moneta.


All’indomani del mancato successo del referendum costituzionale in Cile

Se l’obiettivo era far cessare la guerra sono veramente servite le sanzioni? 

Col 62% di “no” al referendum costituzionale di domenica scorsa in Cile si è andati purtroppo ben oltre le già pessimistiche previsioni della vigilia. Si è interrotto così traumaticamente un promettente percorso di emancipazione (che doveva essere definitiva) dal neoliberismo dei tempi di Augusto Pinochet. Un percorso che aveva preso il via con le rivolte popolari dell’autunno 2019, seguite l’anno dopo dal 78% del plebiscito che ha disposto una riforma della costituzione­; e, nel maggio 2021, dalla nomina di redattori del nuovo testo maggioritariamente progressisti. Per arrivare all’elezione a presidente di Gabriel Boric, insediatosi nel marzo scorso alla testa di un ampio schieramento di sinistra.

Al di là delle inesorabili manipolazioni mediatiche della destra, la formulazione della nuova carta magna è apparsa talmente “sbilanciata” in senso progressista che i settori moderati, in tutte le regioni del paese, hanno finito per sommarsi nel “rifiuto” a quelli reazionari. Oltre a tematiche come il diritto alla casa, la parità di genere, la difesa dell’ambiente… a preoccupare è stato soprattutto il concetto di plurinazionalità, con il riconoscimento di uguali diritti per i popoli nativi (il 12% della popolazione); che poteva significare l’espropriazione ai latifondisti di territori da loro storicamente rivendicati. Non è un caso che la presidente della costituente, Elisa Loncón, fosse nientemeno che un’indigena mapuche. Nel tormentato processo di stesura della carta costituzionale, il cenno al diritto all’aborto ha messo poi in allerta l’intero elettorato democristiano, oltre a quello tradizionalmente conservatore.

Sta di fatto che così come alle elezioni presidenziali dello scorso anno il nostalgico candidato pinochetista, Antonio Kast, è stato battuto dal giovanissimo Boric subito al primo turno, allo stesso modo in questo appuntamento referendario (che prevedeva il voto obbligatorio) si è registrata all’opposto la sonora bocciatura di un progetto ritenuto eccessivamente avanzato. Confermando l’estrema polarizzazione della nazione cilena, in un paese tra i più benestanti del Centro e Sudamerica ma che vanta al contempo il record di disuguaglianze sociali.

Resterà dunque in vigore l’infausta costituzione pinochetista del 1980, in attesa che venga comunque obbligatoriamente riformata, come stabilito da quella prima consultazione popolare dell’ottobre 2020. Ma per il giovanissimo presidente Boric, già in discesa nei consensi, si profila un percorso assai complicato. Sarà ora la destra a dettare le condizioni per la stesura del nuovo testo costituzionale, tenendo conto che dovrà ottenere in prima istanza il favore dei 4/7 del parlamento. Boric è stato poi costretto ad operare un primo rimpasto dei ministri del suo governo a soli sei mesi dalla sua entrata al Palacio de la Moneda.

Allo stesso modo si è profilato assai impervio, sin dalle prime battute, il percorso del primo capo di stato di sinistra in Colombia, l’ex “guerrillero” Gustavo Petro, che ha assunto la carica da appena un mese, nel paese che ha registrato il conflitto bellico interno più antico e prolungato del subcontinente, oltre alla più sistematica e brutale eliminazione fisica (tutt’oggi) di attivisti sociali e comunitari. Senza contare che la Colombia è l’unico stato in America Latina ad essere associato alla Nato; e di conseguenza più militarmente legato agli Usa.

Non sarà poi per niente semplice per Lula tornare a governare il colosso Brasile nell’ipotesi che nell’ottobre prossimo riesca a sconfiggere (come suggeriscono al momento i sondaggi) l’uscente Jair Bolsonaro. Nel qual caso si completerebbe la nuova ondata latinoamericana della sinistra che lascerebbe fuori solo le conduzioni di destre estreme in Ecuador e in Paraguay (con l’Uruguay retto da una destra passabilmente democratica).

Un trend che ripeterebbe quello ben più marcato di inizio del nuovo millennio: con alla testa il bolivariano Hugo Chavez in Venezuela, spalleggiato da Evo Morales in Bolivia (il cui partito Mas è tornato al potere lo scorso anno dopo il golpe istituzionale del 2019), di Pepe Mujica in Uruguay e dei fratelli Castro a Cuba. E col brasiliano Lula, Michelle Bachelet in Cile e i coniugi Kirchner in Argentina a fare allora da sponda moderata di quella straordinaria spinta verso il cambiamento.

Argentina che, dopo il fallito attentato alla vicepresidente Cristina Kirchner consumatosi due giorni prima l’infausto esito referendario del confinante Cile, potrebbe decidere di anticipare le elezioni presidenziali.

Ma il dilemma nel subcontinente latinoamericano è sempre quello di come superare le contraddizioni che ne fanno la regione più violenta al mondo in tempo di pace, contando 43 delle cinquanta città con gli indici più alti di morti ammazzati ogni centomila abitanti. E non perché sia campione di povertà, bensì per la peggiore distribuzione delle ricchezze. Dove, dopo il sistema coloniale dei conquistadores (oligarchia versus peones) ereditato dagli Stati Uniti, si è diffuso il sistema a libero mercato più selvaggio del pianeta. Con gli Usa che da George Bush jr. in poi se ne occupano sempre meno. Mentre la Cina imperversa discretamente sempre di più.


La vera vita da fiction della Regina. Film e serie tv per ricordare Elisabetta II

Se l’obiettivo era far cessare la guerra sono veramente servite le sanzioni? 

Di Krizia Ricupero, filmforlife.org

“London Bridge is down”. La frase, che noi non sentiremo mai ma della quale abbiamo sempre sentito parlare, è stata pronunciata ieri pomeriggio. E con questa frase si è concluso il regno più lungo di sempre, secondo solo a quello del Re Sole. La scomparsa della Regina Elisabetta di Gran Bretagna ha colto di sorpresa il mondo intero, in apprensione per il suo stato di salute già da giorni, in un crescendo di apprensione, con la famiglia reale chiamata al capezzale della sovrana e  che ha raggiunto il culmine ieri sera con l’annuncio ufficiale dato dalla BBC, già vestita a lutto.

Con la morte della Regina Elisabetta perdiamo non solo una monarca che ha regnato per 70 anni, unendo due secoli, tenendo insieme una nazione e coltivando legami profondi fra i popoli. Ma la sua morte ci priva anche di un’icona, di una regina pop, di una personalità così importante e sfaccettata. Non è un caso che la sua figura sia stata al centro di numerose opere cinematografiche e televisive.

Alcuni titoli raccontano la sua storia e la sua vita, altri sono interventi della stessa Regina in film e altri ancora sono dedicati a persone a lei molto vicine.  Fra tutti la più recente è la serie tv di Netflix The Crown (2016- oggi), una serie pluripremiata, diretta da Peter Morgan e dedicata proprio alla storia di Elisabetta II dal 1947. A prestare il volto alla Regina si alternano varie attrici, a partire da Claire Foy presente nelle prime due stagioni, a Olivia Colman  che la interpreta nella terza e quarta. La quinta stagione debutterà a novembre 2022 e a interpretare la Regina sarà Imelda Staunton (presente anche nella sesta e ultima stagione). Entrambe le prime due attrici hanno ottenuto un Golden Globe come Miglior attrice in una serie drammatica.

Un’altra importante interpretazione iconica della sovrana è quella arrivata con il film The Queen  di Stephen Frears (2006).  Helen Mirren, vincitrice per la sua interpretazione del premio Oscar, ha interpretato la Regina nelle settimane successive alla morte di Lady Diana, con il crollo della sua popolarità fra i sudditi inglesi e il suo rifiuto di rendere pubblicamente omaggio all’ex moglie di Carlo. Al suo fianco in questi momenti dolorosi e difficili ci sarà un insolito alleato, il neoeletto primo ministro laburista Tony Blair (Michael Sheen).

Nel 2010 la vediamo bambina, interpretata da Freya Wilson, ne Il discorso del Re, al fianco di suo padre (Colin Firth) appena arrivato sul trono dopo l’abdicazione di Edoardo VIII. Resta, invece, sullo sfondo, interpretata da Stella Gonet nel ritratto di Diana (Kristen Stewart) nel film Spencer (2021) diretto da Pedro Larrain. 

Non sono mancati, poi,  documentari sulla monarca, raccontata nelle diverse fasi della sua vita:  Royal Journey (1951) di David Bairstow, Gudrun Parker e Roger Blais,  Our Queen at War (2020) di Christopher Bruce riguardo l’impegno di Elisabetta durante la seconda guerra mondiale o Elizabeth Windsor (2022) di Patrick Dickinson.

Ma la Regina Elisabetta è stata spesso protagonista degli sketch del programma comico americano, Saturday Night live e ha preso parte anche nel cartone animato The  Simpson, con le voci di Tress MacNeille, Eddie Izzard e Maggie Roswell.  Nel 2012 la regina ha recitato, nei panni di  se stessa ovviamente, al fianco di Daniel Craig (James Bond), lo 007 più famoso al mondo nel cortometraggio di Danny Boyle Happy and Glorious, realizzato per la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi di Londra.

E fra i tanti messaggi di cordoglio arrivati oggi alla famiglia reale, quello più tenero è giunto dall’orsetto più dolce del cinema, Paddington con il quale la Regina aveva preso un tè in mondovisione in occasione del Giubileo di Platino.  Ed è con questo video che vogliamo salutarla e ricordarla.


“Con le mani, io, posso fare castelli / Costruire autostrade e parlare con Pablo”

Se l’obiettivo era far cessare la guerra sono veramente servite le sanzioni? 

Fra i nostri articoli usciti ieri vi è un contributo di Graziano Pestoni intitolato “Le aspettative di Arturo”che riferendosi all’imminente votazione sulla revisione dell’AVS ha ricordato le vicende di vita da immigrato di un operaio portoghese, che al nostro paese ha dato le sue forze, il suo lavoro, fino all’età in cui, per lui come per ognuno di noi, arriva (o arriverebbe) il momento della cosiddetta “quiescenza”. Ma proprio l’oggetto in votazione il 25 settembre, ci dice come non sia per nulla scontato che Arturo possa raggiungere serenamente questo “traguardo” e, lo sappiamo, questo vale a maggior ragione per le tante donne che si vedono messa in discussione l’età del pensionamento, dopo che il loro lavoro per anni, decenni, già è stato pagato meno rispetto agli uomini. Nella votazione sul tema AVS21, di cui ha scritto opportunamente in questa sede anche Delta Geiler Caroli, si racchiude, in un certo senso, anche un discorso profondo sul senso ed il valore del lavoro di ciascuno, di uomini e donne che con le loro storie personali, fatte spesso di fatiche e sacrifici, hanno fatto la Storia del nostro Paese. Una Storia che è di svizzeri e di chi svizzero lo è stato o lo è diventato, come Arturo, o come il Pablo della splendida canzone di Francesco De Gregori (scritta con Lucio Dalla) cui è dedicato questo intervento di Mattia Pelli. (red.)


Non sono mai stato appassionato di De Gregori, appartengo alla parrocchia De André, cantautore che ho adorato con fede incrollabile. Ma riconosco al romano alcune delle canzoni più belle della tradizione cantautorale italiana. 

Tra queste,  due che – forse non è un caso – parlano di storia. Una è naturalmente il suo grande capolavoro, “La storia siamo noi”. L’altra è “Pablo”. Una canzone sull’emigrazione in Svizzera, che mette uno di fronte all’altro due migranti, uno spagnolo e un italiano, il protagonista della canzone, colui che racconta. 

Abbiamo dunque un migrante che parla di un altro migrante, con la tenerezza e la partecipazione che gli viene dal condividere la sua stessa sorte. Il luogo di questo dialogo è il lavoro nell’edilizia. De Gregori si immedesima in Pablo e nel suo destino malinconico e tragico. Ma soprattutto i particolari che si susseguono nel testo – la latteria, il gallo da battaglia, la stessa “Svizzera verde” – sono così specifici da fare venire il sospetto che De Gregori abbia vissuto questa situazione o che ne abbia avuto un racconto diretto. 

Nonostante le numerose dichiarazioni di disimpegno del cantautore, in generale e nello specifico, per quanto riguarda proprio “Pablo”, la pietas che emerge da questo testo, così come i dettagli che la costellano, ne fanno la canzone più bella sull’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra.

Ne ho capito la profondità e la sua specifica qualità, quasi documentaria, solo dopo aver passato sei mesi a lavorare come manovale alla centrale delle poste svizzere a Zurigo negli anni ‘90. In questo enorme edificio accanto alla stazione tutte le nazionalità lavoravano fianco a fianco nello smistare posta e pacchi, ininterrottamente. Varie lingue si mescolavano a raccontare storie di famiglie lontane, di case in costruzione e di galli da battaglia. E spesso le mani diventavano davvero strumento di comunicazione, per colmare i vuoti tra una parola in serbo e una in portoghese. 

Come dimenticare dunque quel testo:

Mio padre seppellito un anno fa
Nessuno più coltivare la vite
Verde rame sulle sue poche, poche unghie
E troppi figli da cullare

E il treno io l’ho preso e ho fatto bene
Spago sulla mia valigia non ce n’era
Solo un po’ d’amore la teneva insieme
Solo un po’ di rancore la teneva insieme
Il collega spagnolo non sente e non vede
Ma parla del suo gallo da battaglia e la latteria diventa terra

Prima parlava strano e io non lo capivo
Però il pane con lui lo dividevo
E il padrone non sembrava poi cattivo

Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo
Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo
Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo
Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo

Con le mani, io, posso fare castelli
Costruire autostrade e parlare con Pablo
Lui conosce le donne e tradisce la moglie
Con le donne ed il vino e la Svizzera verde
E se un giorno è caduto, è caduto per caso
Pensando al suo gallo o alla moglie ingrassata come da foto

Prima parlava strano e io non lo capivo
Però il fumo con lui lo dividevo
E il padrone non sembrava poi cattivo

Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo, vivo, vivo, vivo

Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo, vivo, vivo, vivo

E come dimenticare la sua interpretazione?