Ognuno incatenato alla sua ora

Un ricordo ed un omaggio alla scrittrice Mariella Mehr, recentemente scomparsa 

Di Anna Toscano, Doppiozero.com

L’opera letteraria di Mariella Mehr esiste perché molti volevano che lei non esistesse. Invero, esiste un mondo in cui la poesia e la prosa di Mariella Mehr non sarebbero dovuti esistere: il mondo delle leggi razziali, dei programmi eugenetici, della perseveranza nell’eliminazione di chi non è conforme a una rappresentazione. Non è così arbitrario legare l’opera di Mehr alla sua vita, perché la sua scrittura è stata indissolubilmente attaccata al suo desidero di rinascita, di esistere, di essere attraverso la parola.

Mehr è una scampata – e i suoi testi ce lo dicono in modo inequivocabile – dalla ferocia umana: di etnia Jenisch nasce nel ‘47 in una Svizzera estrema verso tutte le persone appartenenti a famiglie nomadi e a quelle in qualche modo non conformi a una forma prestabilita di normalità. È un programma eugenetico, Pro Juventute, che dal 1926 al 1972, attraverso sterilizzazioni di massa e molte altre violenze, cerca di estirpare “la piaga” della società. Mehr, come la madre e per conseguenza come il proprio figlio, subisce tutti i passaggi più crudeli di questa vicenda con una costante convinzione: scrivere. Tra orfanatrofi, carceri minorili, ospedali psichiatrici, questa sua esigenza è stata sempre derisa e soppressa, come lei è stata repressa in ogni suo tentativo di essere.

Lo spirito di Mehr, la determinazione ad attuare, attraverso la scrittura, la propria ribellione, è arrivato sino a noi in versi e in prosa: attraverso non solo un atto di rivolta personale, ma anche civile e civico. Diviene giornalista e forma, dagli anni ’70, un’associazione che raccoglie famiglie Jenisch. Con loro si batte affinché questi delitti vengano quantificati e documentati, nonché resi noti all’opinione pubblica, lotta per l’abolizione del programma e i dovuti risarcimenti. Ma è la scrittura, poesie e romanzi, a dare un altro spazio di vita, uno spazio di salvezza, a Mariella Mehr. Una scrittura non continuativa e salvifica, non uno spazio dentro il quotidiano, ma quasi al di fuori, in un tempo e luogo di protezione separato dal fluire della vita: quasi una oasi di riparo, accanto ai mostri di ogni giorno.

Dal 2001 in Italia arrivano prima le opere in prosa, tradotte dal tedesco da Anna Ruchat: usciti in anni diversi i 3 volumi dedicati alla sua autobiografia (“la trilogia della violenza” che ricorda la Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf) per le Edizioni effigie – Accusata, Il marchio, Labambina –, di cui due già riediti da Fandango Libri. Nel 2010 in Italia giungono due sillogi, sempre con traduzione di Ruchat, San Colombano e attesa, per effigie, e nel 2014 per Einaudi Ognuno incatenato alla sua ora. Nell’ottobre 2021 esce L’ultimo miglio di tempo, una plaquette per Prova d’Artista: versi che quasi compongono un breve poema affiancati dalle immagini di Teresa Iaria.

La sua scrittura, in versi e in prosa, è precisa, nitida, asciuttissima, gli aggettivi hanno uno spazio ponderato. Una prosa che narra la propria storia mescolata a tante storie come la sua, centinaia, quasi un canto corale non solo di denuncia, ma soprattutto di constatazione dell’umana crudeltà. Una prosa in cui la parola è precisa, affilata, spesso chirurgica, e segna nel suo fluire ampio le voragini prodotte dall’assenza di parola.

L’autobiografia è narrata da un occhio interno, un occhio che vede e registra come su pellicola, in bianco e nero, con poche sfumature e pochi fuori campo. Un occhio concentrato sulle vicende, che non molla mai la presa, portandoci dentro un vortice fatto di eventi riportati come in un registro. La narrazione non lascia spazio ai sentimenti, al dire dei sentimenti, non indugia sui lividi, ma registra urla senza voce, sguardi senza parole, affetti senza inizio.

Non c’è vittima in questa narrazione, Mehr non fa di sé e degli altri che hanno vissuto le sue vicende degli eroi o delle vittime sacrificali, non divide il mondo in buoni e cattivi. Nella spietatezza dell’osservazione dell’animo umano mette a fuoco come ognuno sia buono e cattivo al contempo, perché chi ha ricevuto del male può fare del male, soprattutto quando il male è predominante e il bene sconosciuto.

Sulle vicende della sua vita la regista Valentina Pedicini ha realizzato un lungometraggio, presentato nel 2017 a Le Giornate degli autori della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica con il titolo Dove cadono le ombre. Una narrazione filmica importante per dare voce a quell’occhio interno che diviene voce di molti, per dare parola a una donna dalla “biografia forte”, diceva Pedicini stessa, che diventa la biografia di tanti.

La poesia di Mehr parla del confine tra l’essere e il non essere, in cui vince quasi sempre il non essere: non esistere per una società, essere considerati una piaga, una radice marcia da estirpare, un errore della natura, marchia l’essere in una accezione sociale e privata (a questo proposito rimando a Il confine nei versi).
Il luogo e il tempo della poesia di Mariella sono dentro la propria testa, un luogo privato e intimo dove lei si rannicchia per preservarsi dalle incursioni del mondo, che sappiamo essere state brutali. Il tempo viene dunque annullato in una condensa unica di buio, dove il futuro è spesso inavvicinabile, o impensabile. Lei, con i versi, combatte la parcellizzazione del tempo causata da angoscia e da depressione, la commuta sulla carta in una continuità. La speranza stessa ricorre nella sua poesia al contempo per esser negata e per essere sperata. La luce compare tra i versi, una luce che scandisce il tempo e lo cuce in giorni. Ma è inoltre vero che la luce lascia “ognuno incatenato/ alla sua ora”.

A ogni suo testo Mehr si inventa, si crea e nasce da una tradizione e da radici che non ha; a ogni lirica si partorisce con il dolore e la speranza di vedere la luce. Le sue sono poesie spesso concise, rapide, che svelte snocciolano il luogo-testa cercando talvolta di guardare fuori. A volte la punteggiatura frana e si fa invisibile, spariscono le maiuscole, rimane il verso secco, essenziale a dire. Nel dire che una vita pestata da ideali di purezza e di conformità in nome di un essere umano superiore può prendere in mano sé stessa e farne poesia e conoscenza e bellezza.

Tra esistere e non esistere in Mehr c’è il darsi alla luce attraverso la parola scritta e con la parola proteggersi. Il dolore spezza, e apre alla poesia, come bene spiega Vito Bonito: per Mehr la poesia è “una cosa che rende felici. La scrivi, la aggiusti, e poi dici, ecco questo è il meglio che posso dare di me ora e questa è la felicità”. La presunta follia, l’esilio negli psichiatrici, gli interventi chimici, le costrizioni, non hanno alterato la lucidità di una parola necessaria ed esigente: sono riusciti a far travasare la rabbia della ribellione nella prosa e nel verso, nell’azione civile del suo giornalismo di denuncia.

È grazie a Marella Mehr se una pagina drammatica del genere umano è venuta alla luce; è grazie alla sua perseveranza, alla sua determinazione, alla sua necessità di dire ma anche al suo grande amore per la letteratura. Nella relazione pronunciata in occasione del conferimento del dottorato ad honorem da parte della Philosophisch-Historiche Fakultät il 26 novembre 1998 all’Università di Basilea, con il titolo Uomini e topi, un testo importantissimo su come la diagnosi fallace sui disagi mentali segni per sempre e produca conseguenze devastanti, Mehr dice: “La mia mente non è un conto vincolato su cui posso addebitare le nostre memorie, per poi continuare a vivere allegramente, libera a tutti i ricordi. Ognuno dei miei giorni è un tentativo nuovo d’imparare a vivere con questi ricordi, i Tuoi e i mei, e il ricordo della storia del nostro popolo, senza esserne distrutta”.

Niente,
nessun luogo.
C’è ancora rumore
di sventura nella testa,
e sulla mappa del cielo
io non sono presente.

Mai è stata primavera,
sussurrano le voci di cenere,
sulla bilancia del linguaggio
sono una parola senza peso
e trafiggo il tempo
con occhi armati.

Futuro?
Non assolve
me, nata sghemba.
Vieni, dice,
la morte è un ciglio
sulla palpebra della luce.

Ci ha lasciato una grande poetessa, una donna spezzata che attraverso la scrittura ha trovato una unità sulla carta. Restano con noi i suoi libri, la sua poesia, la grazia e la bellezza che fiorisce dal buio. Le siamo grati per tanta grazia e bellezza, per la conoscenza che i suoi testi portano con sé. E speriamo che per sempre per Mariella Mehr ora sia primavera.

  • Mariella Mehr è stata ospite a Chiassoletteraria ed a lei è stata dedicata una serata, nel settembre dello scorso anno, proprio per dar conto, doverosamente e meritoriamente, del suo importante percorso biografico e letterario. Una serata che si può rivedere nel sito Youtube della rassegna chiassese.


Sergio Rossi – Le drastiche mosse della BCE

Un ricordo ed un omaggio alla scrittrice Mariella Mehr, recentemente scomparsa 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Politica e previsione

Un ricordo ed un omaggio alla scrittrice Mariella Mehr, recentemente scomparsa 

Dobbiamo augurarci un inverno breve e mite oppure un inverno lungo e rigido? Nel primo caso risparmieremmo gas, corrente, nafta e sale sulle strade; nel secondo caso, vedremmo schizzare alle stelle le bollette per le energie anzidette e avvicinarsi lo spettro del razionamento. Dunque meglio il primo auspicio? No, dicono gli esperti; un no deciso: quattro mesi con scarse precipitazioni di neve e pioggia potrebbero trasformare le stagioni successive, primavera ed estate, in una fornace, una bolla di siccità peggiore di quella che abbiamo appena vissuto.

Nei Paesi confinanti l’allarme è da mesi sul tavolo dei governi. Si parla di aiuti alle imprese energivore, si cercano affannosamente fonti alternative in aree africane o mediorientali, qualche partito riabilita il nucleare, qualcun altro avvia trattative con regimi prima esecrati perché antidemocratici e nemici dei diritti umani. Da noi la discussione ha preso avvio solo in agosto: “Gli svizzeri si alzano presto ma si svegliano tardi”…

Eppure i segnali preoccupanti circolavano da tempo. La pandemia da Covid – assieme al riscaldamento climatico – avrebbe dovuto insegnare che le emergenze non sono più un fenomeno raro e occasionale, ma uno stato ricorrente, in parte prevedibile. Dal “lockdown” al “blackout”, il passaggio è sempre più probabile. Perché allora questo ritardo da parte delle autorità federali? Abulia del governo centrale oppure incapacità di individuare i fattori di rischio che minacciano la vita di imprese e famiglie?

La Svizzera, che sia durante la Seconda guerra mondiale sia dopo, dagli anni Cinquanta in poi, ha armato la sua neutralità con un capillare dispositivo di difesa, militare e ideologico, si ritrova ora disorientata e priva di strumenti d’intervento efficaci. La Confederazione si è persino scordata di istituire una cellula di crisi permanente con il compito di monitorare la situazione energetica del Paese, così com’è stato il caso, dopo qualche titubanza, con le diverse ondate pandemiche.

La politica, si dice, è l’arte del possibile, affermazione che i manuali di storia attribuiscono al cancelliere Otto von Bismarck. Seconda metà dell’Ottocento, altro clima, altre esigenze. Ora la politica dovrebbe passare dall’orizzonte della possibilità (ovvero della “Realpolitik”) a quello della previsione: sguardo lungo; allestire scenari e attrezzarsi di conseguenza; ascoltare con maggiore attenzione quanto vanno affermando, e non da ieri, intellettuali attivi nei vari campi del sapere: gli scienziati, in primo luogo, ma anche gli studiosi delle relazioni internazionali.

Una politica sorda agli appelli della scienza è una politica disarmata, miope, balbettante. Berna esorta a non cedere all’ansia, invita a ignorare la voce dei catastrofisti. Per ora si limita a diramare raccomandazioni incentrate sul “risparmio”. Effettivamente il potenziale del risparmio è enorme, ovunque si volga lo sguardo, dagli edifici privati e pubblici ai negozi, dalle aziende ai comuni urbani. Rischiarare le notti è diventata la missione delle società occidentali impaurite dal buio. Acqua ed energia sembravano inesauribili, un pozzo senza fondo, tanto da giustificare qualsiasi uso sconsiderato delle stesse. Nessuno, in Occidente, le riteneva “risorse scarse” da amministrare con oculatezza. Ma ora la fatina dell’elettricità (“Fée Électricité”), che all’Esposizione nazionale del 1896 a Ginevra inghirlandava di lampadine l’alba della nuova era, si appresta a spegnere le luci.

Nel frattempo nel dibattito pubblico sono riemerse le parole appartenenti all’economia della scarsità: sobrietà, austerità, parsimonia, frugalità… il vocabolario dei nostri nonni. Passi piccoli, gesti minimi, ma comunque in grado di ridurre gli sprechi, e non in misura trascurabile. Poi bisognerà accelerare la tanto declamata «transizione ecologica» per gradualmente svincolare il fabbisogno energetico dai combustibili fossili. Ma sarà un processo che richiederà tempo e investimenti cospicui. Per il momento siamo al paradosso di pagare di più pur consumando di meno.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: secondo le previsioni di Severe Weather Europe le precipitazioni il prossimo inverno nell’Europa centrale saranno scarse soprattutto sulle Alpi


In Germania si paga cara l’energia anche per arricchire società svizzere

Un ricordo ed un omaggio alla scrittrice Mariella Mehr, recentemente scomparsa 

Non è sete di profitto: è ubriacatura pura. Potrebbe essere birra, dato che siamo in Germania, ma si tratta, ahinoi, di soldi. Denaro che alcune redditizie società che commerciano gas vogliono intascare dallo Stato tedesco. Tra di loro alcuni colossi svizzeri e anche due società ticinesi.

Per affrontare la crisi energetica, la Germania ha introdotto di recente una tassa sul gas. Obiettivo: aiutare le imprese importatrici e di distribuzione a coprire i costi di sostituzione delle forniture russe. Dato che la Russia ha fornito ai tedeschi una quantità di gas molto inferiore a quella concordata, alcuni importatori hanno infatti subito grosse perdite dovendo comprare altrove del gas a prezzi molto più elevati.

Alcune aziende potrebbero addirittura fallire, ciò che non farebbe che peggiorare la situazione riducendo l’offerta e spingendo verso l’alto i prezzi. L’esempio è quello di Uniper, una grossa azienda di servizi pubblici in grande difficoltà in quanto principale importatore di gas russo in Germania. Quest’anno l’azienda ha registrato una perdita di oltre 12 miliardi di euro nel primo semestre dell’anno, 6,5 dei quali legati proprio all’interruzione delle forniture di gas da parte di Gazprom. Da qui, appunto, l’idea di un supplemento alla bolletta– soprannominata tassa Uniper – portata avanti dal ministro dell’economia e della protezione climatica Robert Habek (Verdi).

La nuova imposta pari a 2,4 centesimi di euro per kilowattora sarà addebitata ai clienti da ottobre 2022 fino alla fine di marzo 2024. Per i cittadini tedeschi si tratta di una nuova mazzata sui costi dell’energia: per una famiglia media di quattro persone, il balzello dovrebbe significare un costo aggiuntivo annuale di quasi 500 euro. Così facendo si spera di raccogliere circa 34 miliardi di euro. Secondo il Ministero Federale dell’Economia e della Tecnologia, questo è l’importo richiesto da tutti i fornitori di energia. Di recente, l’operatore tedesco Trading Hub Europe ha pubblicato l’elenco delle imprese che intendono chiedere un risarcimento. A questo punto è saltato fuori un putiferio politico che ha spinto lo stesso ministro Habek a ipotizzare un cambiamento.

Il problema sta soprattutto nel fatto che tra le aziende che hanno alzato la mano per ricevere questi aiuti ce ne siano molte tutt’altro che in punto di morte. Anzi: sono imprese in piena salute, floride e satolle e con bilanci gonfi come il fegato di un ubriaco. Tra di loro troviamo anche dei big trader elvetici come Vitol e Gunvor, rispettivamente prima e terza della Svizzera per volume d’affari nel 2021.

Vitol, attiva a Ginevra, è un colosso del trading che lo scorso anno ha realizzato una cifra d’affari di 255 miliardi di franchi e un utile netto di 4 miliardi di dollari. Nella lista dei richiedenti vi è anche la DXT Commodities di Lugano, la più importante ditta in Ticino per cifra d’affari. Lo scorso anno ha venduto per 19 miliardi di franchi, più 113% rispetto all’anno prima. «Questo notevole incremento è da attribuire principalmente all’aumento dei prezzi dell’energia durante l’estate» ha scritto il Ceo Benedict Sciortino nel rapporto annuale della Dxt International, la holding lussemburghese che controlla la società ticinese.

A fare una richiesta anche un’altra ticinese, la Enet Energy di Lugano, una società nel cui CdA siede il municipale di Lugano Filippo Lombardi. Non sappiamo i dati finanziari esatti della Enet, ma sul suo sito si legge “la società è in continua crescita con un fatturato al di sopra di 1 miliardo di franchi”.

In sostanza i consumatori tedeschi non solo devono salvare con una nuova imposta gli importatori che rischiano il fallimento: devono anche contribuire all’ubriacatura di soldi di imprese estere che, proprio grazie alla crisi legata all’aumento del costo del gas, si sono riempite le busecche. Salute!


Le aspettative di Arturo

Un ricordo ed un omaggio alla scrittrice Mariella Mehr, recentemente scomparsa 

Arturo è nato e cresciuto in Portogallo. Faceva l’operaio agricolo. Da due anni abita vicino a casa mia, in un monolocale. È venuto in Svizzera perché gli hanno detto che è un paese ricco. E ha immaginato che gli abitanti di un simile paese dispongono di tutto. Un bel lavoro, pagato bene, buone pensioni, vacanze, orari settimanali ridotti. Infatti, e lo aveva letto nei giornali a casa sua, la Svizzera è al quarto posto a livello mondiale nella classifica del reddito per abitante, e supera USA, Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna.

Arturo ha trovato un lavoro in un’azienda agricola della zona. Si accorge subito, però, che qualcosa non corrisponde a quanto immaginava. Lo stipendio non è molto alto. L’orario di lavoro lungo. D’estate anche 50 ore e più la settimana. Le spese sono tante. L’affitto e la cassa malati mangiano una parte importante dello stipendio. Arturo non lo sapeva che in Svizzera si lavora molto. Su questo i giornali del suo paese non avevano mai scritto nulla. Anche l’intensità del lavoro è alta. Le macchine nei cantieri, le nuove tecnologie negli uffici, le nuove tecniche negli ospedali hanno reso il lavoro molto più intenso. Anche nell’agricoltura ci sono molte macchine, alcune anche pericolose. L’impegno e il logorio professionale sono molto elevati, ma il tempo di lavoro non è diminuito. Anche l’età che da diritto alla pensione è elevata, 64, 65 anni, come in Portogallo. Arturo si chiede come fa un operaio a lavorare su un impalcatura o in un campo fino a quell’età, oppure un infermiere in sala operatoria. Lui fa molta fatica, soprattutto d’estate, quando fa molto caldo, ed è ancora giovane.

Arturo ha presto constatato che le pensioni non sono molto elevate, che la cassa malati costa molto. Lo Stato contribuisce poco a ridurre i premi. Anche il lavoro è precario, i diritti sono pochi. Quando c’è poco lavoro ti lasciano a casa, senza stipendio. Quando c’è molto lavoro dice, “lavoro dalle stelle alle stelle”.

Però Arturo è sempre convinto che la Svizzera sia un paese ricco. E in un paese ricco tutti dovrebbero essere ricchi, almeno un pochino. Immagina quindi che tutti questi problemi possono essere risolti rapidamente. Prima di una tornata elettorale, ha letto i manifesti dei partiti politici che ha ricevuto a casa. Tutti erano positivi. Arturo immaginava che dopo le elezioni avrebbero aumentato gli stipendi e le pensioni e, magari, ridotto anche i premi della cassa malati. Pure la riduzione del tempo di lavoro figurava in molti manifesti elettorali.

Qualche giorno fa ho incontrato Arturo. La sua aria era cupa. Triste. Aveva visto un articolo sul giornale nel quale si parlava dell’aumento dell’età che da diritto alla pensione delle donne. Da 64 a 65 anni. E poi, dell’aumento dell’IVA, che avrebbe rincarato tutti i prodotti che compera ogni giorno. Arturo, che sognava un cambiamento positivo dopo aver letto i manifesti elettorali, non capiva. E non capiva nemmeno perché un paese ricco, invece di migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei suoi abitanti, addirittura le voglia peggiorare.

Poi ha letto che altri peggioramenti sono in preparazione. Qualcuno ha lanciato un’iniziativa popolare per aumentare l’età di pensionamento a 67 anni, per tutti, uomini e donne. Altri vorrebbero un aumento a 70 anni. I soldi non ci sono? La Svizzera è ricca o povera? Si chiedeva. Sui giornali si parla molto degli utili miliardari di molte aziende, di alti guadagni di molte categorie professionali. I soldi sembrano esserci. Forse, si chiedeva, questa ricchezza non è distribuita molto bene. C’è chi ha tanto e c’è chi ha poco.

La sorpresa aumentò quando vide quanto scrissero le autorità federali. “Le modifiche sarebbero indispensabili, perché l’AVS sarebbe finanziariamente in una situazione critica”. Non capiva. Poi, ha saputo che, a volte, raccontano bugie. Spesso sui conti. Se compariamo, ad esempio, le previsioni dell’AVS del 2011 con i conti del 2020, si constata che invece di un disavanzo di 1,5 miliardi di franchi si è registrato un avanzo di 576 milioni. Un errore di 2.1 miliardi. Anche per quanto riguarda le riserve dell’AVS, esse sono state sottostimate di 15 miliardi. Questi errori possono essere dovuti a due ragioni: all’incapacità del personale dell’Ufficio federale competente oppure ad una scelta politica. Arturo fa l’operaio agricolo, pensa però che alti funzionari preparatissimi non possono fare errori tanto grossolani. Poi gli hanno spiegato che annunciare disavanzi facilita l’adozione di misure di risparmio. Anche in Ticino, ai tempi di Marina Masoni, una Consigliera di Stato, venivano sistematicamente annunciati disavanzi per giustificare tagli sulla socialità, gli stipendi o le pensioni. Disavanzi regolarmente smentiti dai fatti.

Arturo volle allora conoscere meglio come funziona il sistema pensionistico svizzero. Gli spiegarono che è fondato su quelli che chiamano “i tre pilastri”. Il primo pilastro è l’AVS, pubblica, dà una rendita a tutti ed è fondata sulla solidarietà. Il secondo pilastro sono le casse pensioni. Sono private e molto diverse una dall’altra. Alcune danno una buona pensione. Altre meno. C’è poi il terzo pilastro. Si tratta del risparmio individuale. Lo possono fare solo coloro che guadagnano bene e beneficiano di generosi privilegi fiscali. L’AVS non deve accumulare somme importante. Versa ai pensionati quest’anno quanto raccolto dal personale attivo lo scorso anno. Con il sistema delle casse pensioni si devono invece accumulare somme colossali. Il capitale dell’AVS ammonta infatti solo a 50 milioni di franchi e serve per coprire piccoli disavanzi occasionali. Le casse pensioni, invece, complessivamente dispongono di 1’000 milioni. Come si può facilmente immaginare, tali somme permettono, alle banche e alle assicurazioni, di realizzare grossi guadagni. E, tra l’altro, di versare salari colossali ai loro direttori. Questa, si disse Arturo, deve essere la vera ragione delle critiche formulate all’AVS. Non permette alle banche di fare affari!

Arturo è deluso da questo paese ricco, dal quale si aspettava molto. Si chiede se non gli convenga tornare in Portogallo. Ha anche sentito dire che quest’inverno i prezzi aumenteranno, in particolare quelli per le casse malati e l’olio di riscaldamento. Visto che il suo stipendio è piccolo, spera che non sarà costretto a scegliere tra scaldarsi e mangiare.


Prima di lei solo il Re Sole

Un ricordo ed un omaggio alla scrittrice Mariella Mehr, recentemente scomparsa 

Se ne è andata nell’anno del Giubileo di platino, che lo scorso giugno ha segnato i suoi settant’anni di regno, facendola diventare la più longeva regnante della storia, seconda, in assoluto, solo a Luigi XVI di Francia. Tutti i mezzi di informazione stanno inondando reti, canali e pagine di commenti, ricordi per una figura straordinaria della vita politica, sociale, culturale e di costume non solo della Gran Bretagna, ma certamente europea e mondiale, la regina che per un’intera “era” ha saputo tenere fede ad un motto che aveva espresso alla sua incoronazione e che aveva ricordato in un discorso ufficiale nel 1977: «Quando avevo 21 anni dedicai la mia vita al servizio del nostro popolo e chiesi l’aiuto di Dio per tener fede a quel voto. E per quanto abbia fatto quella promessa nei miei anni verdi, quando ero inesperta, non rimpiango né intendo ritrattare una sola parola.» Sono parole che aprono una recentissima e aggiornata pubblicazione di un volume dedicato appunto alla sua incredibile storia, intitolato “Elisabetta e i segreti di Buckingham Palace” (Cairo Editore). Ne è autrice la giornalista e scrittrice Enrica Roddolo, Vice Caporedattore ad personam al Corriere della Sera dove scrive di attualità italiana e internazionale e firma la rubrica On Royalty su Corriere.it. Dall’Introduzione proponiamo qui un estratto, rimandando alla lettura integrale del volume.


Perché ci siamo «innamorati» della regina? Da che cosa scaturisce il fascino di una donna che da quando aveva 25 anni ha ereditato il trono di San Giacomo, prima regina britannica a guardare al traguardo del Platinum Jubilee, 70 anni di regno? E dal 9 settembre 2015 la sovrana da più tempo alla guida della Gran Bretagna? Cosa si cela dietro al suo sorriso enigmatico, come una Monna Lisa contemporanea? E come la Gioconda di Leonardo, magnetica?

Sono stata al cospetto della regina, ospite di un party reale nel giardino di Buckingham Palace, bellissimo e fiorito nell’estate di Londra. Vestiva di un verde smeraldo, per tutti i suoi ospiti aveva una parola di attenzione. Non alla moda, non giovanile a ogni costo come tante donne avanti negli anni, ma impeccabile con il suo rossetto studiato per accendere la carnagione da English Rose.

Ma dietro a quel sorriso – per una vita – si è trincerata la ferrea disciplina con la quale ha portato avanti il suo ruolo. Come giurò con il Coronation Oath pronunciato a Westminster Abbey nel giugno del 1953, durante la solenne incoronazione. E come si era già impegnata in cuor suo sin dal momento in cui – appresa la morte del padre Giorgio VI il 6 febbraio 1952 – si calò all’istante nella parte. Nella gravitas di una sovrana. Senso di responsabilità, saggezza, fermezza che Winston Churchill, il suo primo Primo ministro, aveva già intuito quando l’incontrò bambina.

Venne alla luce il 21 aprile del 1926 al numero 17 di Bruton Street a Londra. Adesso, in quella via a un passo da Bond Street si affacciano vetrine di lusso e moda, allora era una strada centrale di Londra ma nulla di troppo elegante, e il palazzo dove aprì gli occhi al mondo non era per niente sfarzoso ed esagerato. In fondo lei, Lilibet, era solo la figlia del cadetto di Giorgio V. Alla folla di cronisti che attendeva la nascita del Royal Baby, la madre della piccola – Elizabeth Bowes-Lyon, figlia del conte di Strathmore, che sarà conosciuta come la Queen Mum – volle offrire un tè e dei sandwich per ringraziare dell’attenzione, delle tante ore di attesa durante il parto complesso. Del resto la sua Lilibet non era destinata al trono, non ancora. Sarà solo la rinuncia di Edoardo VIII e l’ascesa di Giorgio VI ad aprire a Elisabetta il futuro della corona. E del lavoro con Churchill. Il grande statista, che era già stato al fianco dei genitori di Elisabetta, Giorgio VI e la regina madre Elizabeth Bowes-Lyon, nei momenti più duri del secondo conflitto mondiale, disse che sin da piccola Lilibet trasmetteva un senso di autorevolezza e sembrava riflessiva: «She has an air of authority and reflectiveness».

C’era Churchill ad attendere ai piedi dell’aereo la giovane regina di ritorno a Londra dal Kenya alla morte improvvisa del padre Giorgio VI. Un Churchill stanco, appena rientrato dagli Usa dove aveva discusso della minaccia atomica causata dalla Guerra Fredda, ma sempre infaticabile. Proprio come adesso l’anziana sovrana, che nel 1965 per lui vorrà un funerale di Stato, un onore soltanto regale, concesso eccezionalmente anche a meno di una decina di personalità britanniche in cinquecento anni di storia.

Dunque è questa resilienza, forza di volontà, senso di responsabilità, il segreto dell’affascinante ed enigmatico sorriso di Elisabetta? Di certo è parte della risposta. Un sorriso e uno sguardo indecifrabile che David Bailey catturò nel 2014 con uno scatto fotografico che la regina scelse poi nel 2017 per festeggiare il Sapphire Jubilee, l’ultimo Giubileo – 65 anni sul trono – prima di quello del 2022. Con la parure di zaffiri, dono del padre Giorgio VI per le nozze con il suo amore di una vita, Filippo, la regina nel ritratto del fotografo della Swinging London appare in tutta la sua carismatica serenità.(…)

Come dimostra l’entusiasmo per il nuovo Giubileo della regina nel 2022 – e come confermano periodicamente, da anni, i sondaggi di opinione – con il suo sorriso impenetrabile e seducente Elisabetta ha saputo adattarsi ai tempi. Nel 2021, secondo l’istituto di sondaggi londinese YouGov, la regina convince l’85 per cento dei britannici (e anche nel 2020 non è mai scesa sotto quota 80 per cento). Di più, solo una frangia del 3 per cento ha un’opinione davvero negativa su di lei. Consenso corale, da far invidia a qualsiasi istituzione globale. È stata capace di aggiornarsi, senza scendere a compromessi. Ma assecondando le novità. Così, per esempio, per condividere con tutti i suoi sudditi (concittadini) la festa del Giubileo di platino ha deciso di aprire le porte di Buckingham Palace a un grande e rumoroso concerto rock.

Un bel salto per una tradizione, quella dei Jubilee londinesi, iniziata – solennemente – da re Giorgio III, che il 25 ottobre 1809 volle celebrare tra Windsor e Frogmore con festeggiamenti e fuochi d’artificio i suoi 50 anni di regno sulla Gran Bretagna e le colonie (era il re che perse le colonie americane). Alcuni decenni dopo, la regina Vittoria festeggerà ben due Giubilei: quello dei 50 anni (nel 1887) e poi quello dei 60 anni sul trono.(…)

E pensando alla gioia interiore dell’anziana regina Vittoria, commossa di vedere al suo Giubileo di diamante la folla felice di salutarla, la mente va alla spensieratezza che per le strade di Londra, da settant’anni, contraddistingue i Giubilei della regina. Che restituisce il calore dei suoi concittadini con la serenità del suo sguardo. Ecco dunque un secondo elemento di forza di The Queen sul quale soffermarsi: la serenità. Che fa il paio con un guizzo di ironia. «Oh sì, la regina è anche incredibilmente spiritosa, ironica» mi ha invitata a riflettere l’ottava contessa di Carnarvon, Lady Fiona, che ha sposato il figlio del più caro amico di Elisabetta II, Lord Porchester. Her Majesty è madrina dell’attuale conte, il padre era racing manager della regina e con poche altre persone al di fuori del circuito familiare dei Windsor la sovrana è mai stata in tanta confidenza e intimità.

Ho chiesto a Lady Fiona – nel suo castello di Highclere, a Newbury, nella campagna inglese, è facile imbattersi in foto di famiglia con la regina e il principe Carlo –, come abbia fatto a non fermarsi mai, neppure dopo la morte di Filippo, il duca di Edimburgo. Come c’è riuscita? «Perché la regina è una donna molto cristiana, con una fede profonda e dunque, anche se so bene che non passa un solo giorno che il principe Filippo le manchi immensamente, va avanti. Sapeva che questo era il suo dovere: andare avanti. Ma Filippo lo pensa sempre, perché era un uomo straordinario, capace di incoraggiare e spronare le persone e, come lei, ha fatto tantissimo lavoro.»

Questo spiega forse perché i britannici, ma non solo, amino Elisabetta II e l’abbiano sempre rispettata. «Troppe persone offrono solo parole e zero azione. La regina al contrario ha costantemente lavorato per dare un senso concreto alle sue promesse, una vera inspirational leader» aggiunge Lady Carnarvon. Il pensiero corre alle parole pronunciate dalla sovrana alla vigilia della Cop26 di Glasgow nell’autunno 2021: «È davvero irritante quando parlano e non fanno niente». E rincarate nel messaggio video affidato a capi di Stato e personalità intervenute al vertice Onu sul clima, facendo appello perché dalla politica lo sguardo si elevi a quello di veri statisti. Per auspicare: «In tanti speriamo che l’opportunità (di agire) non sia sprecata».

Parole dalle quali emerge tutto il disappunto dell’anziana sovrana per leader globali sin qui incapaci di dar seguito con azioni efficaci agli impegni presi. «Il fatto è che i politici spesso dimostrano una visione piuttosto corta, mentre basta guardare all’esempio della regina Elisabetta II che nel 2022 festeggia 70 anni di regno: beh, è chiaro che lei ha sempre saputo gettare lo sguardo lontano» conclude Lady Carnarvon. Già, la forza di Elisabetta è anche questa capacità di proiettare le energie su sfide del futuro: è la cifra di una regina che continua il lavoro di una dinastia. Sguardo di lunghissimo periodo, il contrario dell’approccio usa e getta imperante ai nostri giorni.

Imbrigliati nostro malgrado nelle logiche dell’oggi, la sua figura ci affascina dunque anche per quel sorriso aperto su un futuro lontano. In un certo senso, la sua lungimiranza ha supplito per settant’anni alla miopia della società contemporanea. E proprio perché la regina, la Corona, ha una prospettiva a lungo termine, per il Giubileo di platino 2022 The Queen ha voluto un «cuore verde», nel segno del percorso sostenibile avviato dal principe Filippo e continuato oggi da Carlo e William. Non c’è futuro per il pianeta e per la Corona, se non si inverte la rotta del climate change. Anche Elisabetta ne è consapevole.(…)

Una regina, una monarchia. Dai primi vagiti nella borghese Bruton Street, ai venti di guerra nei cieli di Londra. Dall’amore per Filippo, che sposerà nel 1947, alla nascita dei figli. Da Churchill alla Swinging London, fino alla Cool Britannia e oltre la Brexit. Elisabetta II ha attraversato il Novecento con il suo sorriso soave ed enigmatico, ed è entrata nella Storia. Una grande regina, per 70 anni sul trono.

Da Enrica Riddolo, “Elisabetta & I segreti di Buckingham Palace”, Cairo Editore


Disruption? No, grazie!

Un ricordo ed un omaggio alla scrittrice Mariella Mehr, recentemente scomparsa 

In Svizzera esiste uno Swiss Institute for Disruptive Innovation. Qual è il suo scopo? Dal sito leggiamo che esso (corsivi nostri) “identifica, studia ed esplora le opportunità e i rischi legati alle tendenze e tecnologie emergenti che hanno il potenziale di sconvolgere i processi esistenti e di produrre un cambiamento significativo nei sistemi economici e sociali, per aiutare imprese, istituzioni e amministrazioni pubbliche a liberare il loro potenziale di crescita”. Il prossimo 14 settembre si terrà al Lac di Lugano un evento (ingresso su prenotazione), dal titolo: La rivoluzione dell’industria delle costruzioni e del real estate. Nella presentazione è scritto: “L’industria delle costruzioni (AEC) e il Real Estate stanno per affrontare un cambiamento epocale. Sono tantissime le innovazioni tecnologiche, i cambiamenti sociali e geopolitici, e le nuove esigenze abitative che ne ridefiniranno i paradigmi. Conoscere con anticipo quali saranno i fattori che innescheranno questa rivoluzione significa soprattutto acquisire le conoscenze necessarie per prendere le decisioni migliori per assicurarsi un importante vantaggio competitivo sul mercato”. 

Queste citazioni ci permettono di fare qualche riflessione sulla filosofia dell’innovazione tecnologica, poi cercheremo di capire cosa si intende con disruption.

Partiamo dalla neolingua che da decenni accompagna ogni promozione dell’innovazione tecnologica da parte delle imprese. Neolingua (e rinviamo anche a 1984 di Orwell) perché sostituisce la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, rendendo impossibile ogni altra forma di pensiero che non sia, nel nostro caso, pro-innovazione tecnologica a prescindere dalla sua sostenibilità sociale e ambientale e dalla sua effettiva utilità. E pensiamo alle parole usate sopra: epocale, paradigma, rivoluzione, potenziale di crescita. Ma pensiamo a smart-working, che sembra tutto nuovo e appunto smart (il suono stesso della parola evoca qualcosa di piacevole e intelligente), ma che è in realtà il vecchio lavoro a domicilio di cui scriveva già Marx e dove l’innovazione è solo nel mezzo di connessione (la rete, un algoritmo/app) che permette di organizzare, comandare e sorvegliare (come ieri) i dipendenti che lavorano da casa; pensiamo ad Amazon, per eccellenza il nuovo che avanza e che non si deve fermare secondo lo storytelling tecno-capitalista ma che, a parte un po’ di algoritmi si basa sulle vecchie vendite per corrispondenza nate negli Usa nel lontano 1872; pensiamo (ci ripetiamo, scusate) alla propaganda capitalista e tecnologica degli anni ’90 del ‘900, secondo la quale grazie alle nuove tecnologie avremmo lavorato meno, fatto meno fatica e avuto più tempo libero da dedicare alle cose belle della vita, mentre oggi (e non è stata una eterogenesi dei fini ma lo sviluppo inevitabile dell’essenza della tecnica) ci ritroviamo invece a lavorare e a consumare h24, con ritmi esasperati di lavoro – un pessimo taylorismo digitale invece della magnificata e propagandata Industria 4.0 – con non più solo il nostro lavoro ma tutta la nostra vita (relazioni, pensieri, emozioni, eccetera) messa a profitto da imprese private, attraverso i dati che noi produciamo in rete. Se volessimo usare Marx, potremmo dire che, grazie alle nuove tecnologie ormai siamo a un pluslavoro (quasi) totale, per la massimizzazione del plusvalore capitalistico (farci lavorare gratis: la più grande magia del capitale).

E rivoluzione. Che non è quella politica e sociale francese (illuministica) del 1789; che non è quella per abbattere lo sfruttamento capitalistico (direbbe sempre Marx), ma quella tecnologica del capitale che innova incessantemente a prescindere dai reali bisogni umani e da ogni principio di responsabilità e di precauzione verso la biosfera e le future generazioni, per soddisfare solo il proprio desiderio compulsivo di accrescere incessantemente il proprio profitto privato – e sempre Marx scriveva di un imprenditore “fanatico della valorizzazione e che costringe l’umanità a produrre per amore del produrre”.

E da rivoluzione arriviamo a disruption, che è oltre la vecchia distruzione creatrice di Schumpeter e tipica dell’imprenditore di un tempo ma che già allora era in realtà più distruzione (soprattutto di biosfera e di società) che creazione. Cosa significano dunque disruption e innovazione distruttiva? Disruptiva è una innovazione che crea un nuovo mercato e una nuova rete di valori e alla fine interrompe un mercato esistente, sostituendo aziende e prodotti. Significa (SIDI) una tecnologia che sconvolge i processi esistenti e produce un cambiamento significativo nei sistemi economici e sociali. E già da qui si evidenzia la non democraticità della disruption, perché imposta da imprese private che vanno però a sconvolgere – a prescindere appunto dalla democrazia e dal consenso di coloro sui quali impatta la disruption – i sistemi economici e sociali, imponendosi come un dato di fatto e così appunto violando tutti i principi di democrazia e di libertà. Un caso su molti, ancora Amazon, dove un solo uomo, Jeff Bezos, ha sconvolto a livello planetario – e molto velocemente, grazie alla tecnologia digitale – tutto il sistema della piccola e media distribuzione, oggi arrivando a mettere in crisi anche la grande distribuzione organizzata; e questo senza farsi minimamente carico delle conseguenze economiche e sociali prodotte, massimizzando anzi i profitti per sé e sfruttando in massimo grado il lavoro e le persone – con la correità di noi consumatori compulsivi.

E “disruption viene dal latino disrumpere, che vuol dire rompere, spezzare, mandare in frantumi”, ricorda Éric Sadin nel suo La siliconizzazione del mondo. L’irresistibile espansione del liberismo digitale (Einaudi). La disruption cioè distrugge, manda in frantumi (lo dice il nome stesso); ma si veste di innovazione, di rivoluzione, soprattutto di neolingua e questo la rende il nuovo che non si deve fermare. In realtà essa è sempre il vecchio nichilismo del capitale con altro nome; è sempre il vecchio sfruttamento dell’uomo e della biosfera – è la morte della democrazia. Disruption esprime cioè un processo molto stupido – molto simile alla guerra e alla concorrenza – soprattutto molto irresponsabile e socialmente e ambientalmente insostenibile. Produce una sconfitta esistenziale dell’uomo, ancora secondo il filosofo Sadin. Che aggiunge: “Disruption è il nome di questa sconfitta, una catastrofe che rovescia la nostra società dalle fondamenta, alla velocità della luce e in nome dell’interesse di pochi, e istituisce fin da subito il grado zero dell’immaginazione umana”. 

Disruption? No, grazie!

Nell’immagine: un celebre fotogramma dal film “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick (1971)


La ricetta senza fantasia del magistrato dei minorenni

Un ricordo ed un omaggio alla scrittrice Mariella Mehr, recentemente scomparsa 

In un articolo ed un’intervista apparsi su “La Regione” del 29.07.22 il Magistrato dei minorenni ormai partente, Reto Medici, fornisce inquietanti previsioni sulla realtà giovanile attraverso il numero dei casi di cui la magistratura si è occupata nel primo semestre di quest’anno.

700 procedimenti penali nei confronti di “ragazzini” – come vengono definiti dalla giornalista Simonetta Caratti e dallo stesso magistrato – sono un numero spropositato in poco più di 180 giorni!

L’ormai prossimo pensionato ne analizza le cause con una certa approssimazione e direi superficialità. Basta vedere la sua ricetta posta come incipit dell’articolo: “Che i ragazzi abbiano una giornata strutturata, occupata dal lavoro o da una formazione”; un po’ come evocare “il lavoro rende liberi” di triste memoria.

E il tempo libero? Il lavoro, l’occupazione del tempo in generale, sono sicuramente aspetti importanti per la vita di ognuno, ma poi ci sarebbe un altro “tempo”, che non è quello di lavoro ma che è pure, e forse più, uno spazio temporale di esperienza, di formazione, di crescita. Vogliamo a tutti i costi descriverlo soltanto evocandone gli “eccessi”, tanto per condurre rapidamente il discorso alle forme di arginamento e di “sanzione”, magari per enfatizzare e rafforzare l’idea della bontà del CECM (il Centro Educativo Chiuso per Minorenni che forse sorgerà a Castione)?

Il CECM è un centro anacronistico, fortemente voluto dal Giudice e che è stato sostenuto in Gran Consiglio a larga maggioranza da tutti i partiti, ad eccezione del solo Mps e del partito Comunista, per un totale di cinque voti.

Una spesa milionaria che potrebbe invece essere investita per implementare e sostenere i servizi esistenti e promuovere nuove soluzioni, se solo ci fosse lungimiranza e soprattutto la conoscenza dei bisogni reali, legati, ad esempio, alla carenza cronica di servizi per giovani che hanno gravi problemi psichici.

Non si tratta qui, beninteso, di voler negare che esista una problematica questione giovanile che sfocia anche in tafferugli e zuffe di vario genere; andrebbe poi però aggiunto che si tratta di fenomeni per nulla nuovi, che esistono da generazioni per svariati motivi; non è che addebitandone le cause all’eccessivo consumo di alcool (che si vorrebbe reso meno accessibile con un consistente aumento dei prezzi delle bevande) la questione sarebbe risolta, anzi.

Da un magistrato con cotanta esperienza ci si potrebbe legittimamente attendere un’analisi un po’ più approfondita. Non bastano considerazioni del tipo “C’è una fragilità di fondo della società, dei genitori, delle istituzioni, tante frustrazioni, anche economiche, accumulate durante la pandemia”. Lo sappiamo, lo sanno un po’ tutti, i professionisti, i politici. Beh, forse non proprio tutti pensano che questa società abbia molte responsabilità circa il degrado di situazioni famigliari allo sbando, un degrado che ricade anche e soprattutto sui figli.

In molti, però, ritengono che soluzioni facili e dogmatiche non risolveranno un bel niente e che di sicuro il centro prospettato non sarà la soluzione. Ci vuole ben altro. Occorre stimolare i politici e gli amministratori a prendere provvedimenti che non siano solo e unicamente repressivi, ma che possano creare speranza e un futuro da immaginare. Capisco che il ruolo di magistrato sia quello di far rispettare la legge, ma avendo a che fare con giovani, forse, adottare una visione educativa, di accompagnamento, di prospettive costruttive, di opportunità ed esperienze, potrebbe indurre tutta la società ad essere più vigile e comprensiva verso il disagio giovanile ed alcuni suoi “effetti collaterali”. Dire che devono essere più occupati con lavoro o formazione è quanto mai banale, fuorviante e pretestuoso. Chiudere centri sociali e lamentarsi di aggregazioni spontanee in luoghi d’incontro improvvisati è altrettanto da irresponsabili.

Allora che fare? Per esempio, non perpetrare ricette facili e soprattutto non pensare che con del “buon autoritarismo“ delegato, per esempio, ad una fondazione privata prodiga di concetti e valori cristiani, si possa nascondere tra quattro mura, quasi con vergogna, il disagio giovanile.

Per non sembrare solo ostili e critici verso la soluzione prospettata dai politici ticinesi, inclini a scopare sotto il tappeto a suon di milioni i problemi giovanili, potremmo proporre un esempio alternativo a quanto prospettato finora: esiste una realtà straordinaria che purtroppo malgrado vari appelli, rischia di scomparire. Si tratta della fondazione Terra Vecchia, dei villaggi di Terra Vecchia e Bordei nelle Centovalli. Ristrutturati in modo esemplare, due gioielli, due luoghi dove tutti i buoni propositi del magistrato -ma non solo – potrebbero prendere forma con criteri pedagogici, educativi e formativi. Un luogo dove c’è già tutto per accogliere giovani in difficoltà anche gravi, luoghi con un potenziale tuttora inesplorato per immaginare forme diverse di “recupero”, sicuramente più economiche di quelle prospettate con il cubo di cemento armato del CECM previsto a Castione.

Un progetto già concreto, pronto da far rivivere con pochi accorgimenti sotto l’egida del Cantone e una rete di collaborazioni e sinergie fra parastatale e società civile. Ma per realizzarlo ci vogliono buona volontà e lungimiranza, che per ora sembrano soccombere di fronte a soluzioni costose, improntate alla punizione e alla repressione.

Nell’immagine: fotogramma da un servizio della TV SRF sull’esperienza di Terravecchia (in tedesco)


Cosa i social media (non) stanno facendo per combattere le fake news sulla crisi climatica

Un ricordo ed un omaggio alla scrittrice Mariella Mehr, recentemente scomparsa 

Per anni, l’industria dei combustibili fossili ha investito quantità enormi di denaro per diffondere in tutto il mondo disinformazione sul tema del cambiamento climatico, con l’obiettivo di polarizzare l’opinione pubblica e impedire una reale mobilitazione sociale contro il riscaldamento globale.

Nonostante l’ultimo decennio sia stato caratterizzato da una forte tendenza a scuotere le coscienze (individuali e politiche) e dalla diffusione di una maggiore consapevolezza riguardo a questi temi, le fake news e la cattiva informazione generate dal comparto mediatico continuano a rappresentare una minaccia concreta per l’azione sul clima. Uno dei maggiori incubatori di questo problema – come ormai noto – è il mondo dei social.

Lo dimostrano gli ultimi rapporti sul clima delle Nazioni Unite, ma l’accusa ha recentemente preso forma anche nel documento “In the Dark: How Social Media Companies’ Climate Disinformation Problem is Hidden from the Public”, pubblicato da Greenpeace, Aavaz e Friends of the Earth.

Il report mette in luce la grave mancanza di trasparenza da parte delle aziende proprietarie delle principali piattaforme, con molte realtà che nascondono gran parte dei dati relativi alla diffusione della disinformazione (o della misinformazione) climatica.

Nello specifico, Facebook, TikTok e Twitter risultano notevolmente in ritardo nei loro sforzi per affrontare il problema. Ad aver compiuto passi avanti in questa direzione sono invece Pinterest e YouTube: nella classifica stilata dalle tre organizzazioni ambientaliste – basata su un sistema di domande di valutazione a 27 punti per analizzare le politiche di dis/misinformazione climatica -, la piattaforma di condivisione delle immagini e il servizio di video sharing di Google vincono il premio al virtuosismo (più per assenza di competitor che per meriti propri, dato che entrambe raggiungono a malapena un punteggio sufficiente).

Fonte: “In the Dark: How Social Media Companies’ Climate Disinformation Problem is Hidden from the Public”

Tra i fattori presi in considerazione per classifica ci sono: il funzionamento del meccanismo di fact-checking utilizzato dal social media, la presenza o meno di un’informativa sulle conseguenze per i contenuti che violano i termini di servizio, l’esistenza di definizioni chiare di «disinformazione climatica», l’affidabilità dell’algoritmo nel penalizzare i post disinformativi (anche in termini di sponsorizzazione e monetizzazione) e la possibilità per gli utenti di segnalare in maniera efficace questa tipologia di contenuti.

Quella presa in analisi nel report è una preoccupazione tutt’altro che secondaria. Alcuni studi hanno dimostrato come ormai circa la metà degli adulti (nel caso statunitense il 53%) si informi principalmente attraverso le piattaforme social (più di un terzo con Facebook, sempre stando al campione Usa). Ciononostante, le aziende che si muovono in questo mercato non hanno adottato le misure necessarie a combattere le falsità propugnate dai complottisti e da chi da tutto ciò ottiene beneficio. Viceversa, hanno permesso che queste bugie sul clima inquinassero le bacheche e i feed degli utenti per anni.

Nel contesto dell’Unione europea, tuttavia, si sta assistendo a un’inversione di rotta: la tendenza – in linea con la crescente regolamentazione delle Big Tech – è di chiedere ai colossi di internet maggiore trasparenza sulle politiche e sulle pratiche in materia di contenuti pubblicati. Dopo l’approvazione da parte del Parlamento europeo, lo scorso 5 luglio è stato varato il Digital Service Act – il nuovo regolamento sui servizi digitali -, che prevede obblighi e una nuova cultura della prevenzione alla disinformazione (così come ai contenuti illegali).

La speranza è che la legge possa segnare un cambiamento di paradigma sotto il profilo della responsabilità delle aziende tecnologiche in materia di fake news, nello stesso modo in cui il Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr, General Data Protection Regulation) ha cambiato gli standard per la protezione dei dati personali in Europa.

Del resto, la disinformazione climatica serpeggia tra i meandri della rete e continua a essere un problema notevolmente sottovalutato. Uno degli ultimi casi eclatanti è stato quello della World Climate Declaration, una petizione firmata da «oltre 1.100 scienziati e professionisti preoccupati che il dibattito sul cambiamento climatico si sia allontanato dall’evidenza empirica e sia diventato troppo politico». L’istanza starebbe «coraggiosamente rompendo con il pericoloso pensiero generale per dichiarare che non c’è, nei fatti, nessuna emergenza climatica».

La dichiarazione, il cui primo firmatario è un fisico premio Nobel di nome Ivar Giaever (93 anni), è stata condivisa decine di migliaia di volte sui social nel mese di agosto. Persino da un senatore del Partito Liberale australiano, Alex Antic, che in un post su Facebook (con oltre 8mila like e quasi 3mila condivisioni) ha affermato come la dichiarazione assesti «un ulteriore colpo» ai «fanatici verdi del mondo accademico».

Tuttavia, si tratta solo dell’ennesima iterazione di una più ampia campagna di disinformazione che l’organizzazione dietro alla petizione porta avanti da tempo. Stiamo parlando della Climate Intelligence Foundation (Clintel), che da anni propina una serie di argomenti largamente screditati dalla comunità scientifica di tutto il mondo. Come dimostrato da Inside Climate News, la stragrande maggioranza dei firmatari della dichiarazione non ha alcuna esperienza nel campo climatico e l’organizzazione ha legami ben documentati con le lobby del petrolio e dei combustibili fossili.

Purtroppo, anche l’Italia è coinvolta. Sulla scia della World Climate Declaration, gli otto firmatari della Petizione Italiana sul clima – il documento «anti catastrofista» in linea con le posizioni di Giaever che era stato inviato alle massime autorità politiche nel 2019 – hanno recentemente invitato i promotori di Un voto per il clima (una lettera aperta che su Change.org ha raccolto quasi 200mila adesioni e che spinge affinché al centro dei programmi politici in vista delle elezioni ci sia la crisi climatica) a un dibattito pubblico in una sede istituzionale, accademica o politica. Inutile dire che anche in questo caso la notizia è rapidamente circolata sui social come fuorviante testimonianza anti-emergenziale, senza neppure considerare il numero irrisorio dei professionisti coinvolti.

Nell’immagine: “Non c’è nessuna emergenza climatica”, una delle affermazioni della World Climate Declaration diffuse acriticamente dai “social media”


La sinistra ha vergogna dell’intelligenza?

Un ricordo ed un omaggio alla scrittrice Mariella Mehr, recentemente scomparsa 

È tornato spesso, su queste pagine, il discorso su ciò che sta capitando o non capitando in quell’area politica che potremmo definire, genericamente, per intenderci, sinistra ticinese. Ad uno che per professione ha sempre seguito la politica, dall’esterno, non dentro gli schieramenti, pare l’eterno arrotarsi su sé stessi, in cerca di una differenza dall’altro o delle pretese carenze da rimproverargli. Valutando il risultato dell’osservazione con l’intensità di imbarazzo che si provoca (dimenticando che l’imbarazzo non è mai singolo, è binario); discutendo quindi più del contenente (o del contendente, del posto da occupare) che del contenuto; ignorando, come diceva un antico principio della logica, che il contenuto assume sempre la forma del contenente; rimobilitando anche un antico brutto vezzo cantonticinese (sin dal Franscini, che ne fu vittima), mai caduto in disuso e ormai dilagato nell’era dei “social media”, l’anonimato: forse anche perché si continua a ritenere che un anonimo… è più di un singolo; mancando poi sempre, infine, di una visione più ampia, anche utopistica, che sappia far lievitare idee e soluzioni, invece di agganciarsi come molluschi alle solite inerti pietre di inciampo che nessuno riesce più a smuovere.

Fatta questa premessa, va aggiunto che ci sono forse tre cose che non si considerano o si sottovalutano: il paradosso di sinistra, la fragilità democratica nella sinistra, il credere nell’intelligenza.

Il paradosso della sinistra

Questi nostri tempi sono di destra, le soluzioni sono di sinistra: che la sinistra, tutta la sinistra, sembra ignorarlo o rimanga con questa constatazione come irretita e imbambolata, è il suo paradosso. Questi tempi vedono la destra preponderante perché si ha paura degli sconvolgimenti in corso, quelli geopolitici (con una o più guerre) o quelli economici, conseguenza (con la fine della “demondializzazione felice”, quella dei prezzi sempre più bassi). Persino di quelli climatici, ormai innegabili, sempre più catastrofici, anche se la destra li camuffa ora come pretesto per la “dittatura ecologica”, ritenuta ovviamente di sinistra, perché è a sinistra e non a destra che si propongono improrogabili cambiamenti, che sconvolgono la destra.

Sconvolgimenti che favoriscono il ritirarsi in casa propria, il ripristinare frontiere, rimettere barriere protezionistiche, armarsi e spendere più soldi per l’esercito, rendere il nazionalismo (il patriottismo) o il sovranismo, divenuti sinonimi di identità, differenza, dignità, e salvaguardia della democrazia, l’unica scelta culturale e politica possibile. O anche la strategia economica, sempre e solo bilaterale, per i buoni affari da salvare, con i condizionamenti che si possono subire, venduti come neutralità attiva.

Sono questi tempi così complessi e fragili da diventare il terreno ideale, come ha già insegnato la storia del secolo scorso, per l’ascesa delle estreme destre. Che possono riuscirci facilmente se riescono a soddisfare i desideri di ordine e di rassicurazione. Quanto sta succedendo in Italia, sempre ritenuta un laboratorio politico, è forse più emblematico che altrove.

Questi tempi sfidano o portano addirittura fuori asse la sinistra, area del cambiamento sociale, dell’universalismo, dell’equità, dell’apertura all’altro e alle novità, del non sfruttamento dell’uomo, che è esso stesso natura, e quindi del rapporto con tutta la natura, che è di vita prima che di uso e sfruttamento.

Questi tempi non sono di sinistra, ma paradossalmente la portata degli sconvolgimenti, che sono il concime della destre estreme, implica un tale bisogno di intervento dello Stato, e quindi di gettito fiscale, di lotta pronta e organizzata al riscaldamento del clima, di coesione sociale che esiga la riduzione delle diseguaglianze… che le soluzioni non possono più essere quelle di destra (o del neoliberismo), possono essere solo di sinistra.

Di questa sorta di paradosso le sinistre non sembrano rendersi conto. Se se ne rendessero conto non dovrebbero imbarazzarsi a vicenda nel discuterne, dovrebbero privilegiare le loro convergenze, non le loro divergenze. E non tanto per riuscire a governare assieme (gonfiando a dismisura e persino ridicolmente il problema della presenza o del chi in Consiglio di Stato), ma per difendere lo Stato previdenziale, per contrastare le dittature di fatto della destra; per la giustizia sociale, la libertà, per non temere mai l’apertura, non evitare il cambiamento, opporsi all’uso disumano e distruttivo del territorio, dell’ambiente, del pianeta; per combattere il servilismo o il vassallaggio politico, economico, militare rispetto ad ogni potenza, interna o esterna, anche quando torna comodo ai propri affari o a una pretesa sicurezza nazionale.

La mente democratica debole

Per rendersi conto di questa sorta di paradosso della sinistra e della sua efficacia a tradurlo in risorsa politica è necessaria una mente democratica (come dice Massimo Recalcati, psicanalista, sul caso italiano, problema quasi analogo al nostro, in un articolo [riservato agli abbonati, ndr] apparso su “Repubblica”). Se una mente democratica funziona includendo e non escludendo, per integrazioni e non per scissioni, se lavora per cogliere la forza delle differenze senza pretendere di assimilarla ad un solo modello, considerati i fatti tra la sinistra ticinese, bisognerebbe concludere che da qualche parte c’è un manco… di mente democratica. Quali sono gli ostacoli che possono ingrippare una mente democratica? Aristocraticismo, pregiudizio, supponenza, arroganza, disprezzo nei confronti delle forze minori (sono i termini usati da Recalcati)? Forse, sotto sotto, c’è un po’ di tutto questo,unito ad una dose di narcisismo. Ritengo però che la deficienza di mente democratica stia ancora altrove.

Rispetto a quanto si diceva prima, essa consiste nel paradossale atteggiamento acronico (fuori dal  tempo) della sinistra nel posporre la responsabilità che le spetta nella società, soprattutto in questo tempo, (cioè opporsi alla mareggiata di destra populista e feudataria nello stesso tempo); consiste nell’arroccamento sulle piccole differenze, l’ambizione di contare di più del proprio partner di sinistra, l’isterilimento delle idee perché non si riesce più a sottrarsi alle minutaglie locali, solo perché si ritiene di poterle far rendere elettoralisticamente, snobbando così le “grandi visioni” che sono invece le sole che possono dar anima e togliere dalla miseria della piccola politica.

È la persistente e sterile tentazione che corrompe anche i migliori, è il complesso dell’affidabilità o della critica di “non essere vicina alla ggente”.

Non aver vergogna dell’intelligenza

Siamo anche in tempi in cui si ha vergogna dell’intelligenza. L’acronicità o il non sentire il tempo che corre è appunto anche conseguenza di un “pensiero globale” o di una visione coerente che è venuta a mancare alla sinistra, che è anche una rottura storica del suo continuum ideologico. (La gauche a-t-elle renoncé à l’intelligence? si interrogava qualche tempo fa “Le Monde”, tanto per dire che il problema è forse universale) È una incapacità a elaborare o anche solo a schizzare una visione di tempi lunghi, poiché si è prigionieri di troppe quisquilie interne o cantonali.

Chi osa dirlo sarà ovviamente tacciato di essere, appunto, “lontano dalla ggente”, sarà definito “intellettuale”, “accademico”. Ma non è forse grave rivelarsi troppo spesso incapaci o indolenti nell’oppore la coerenza di un pensiero strutturato e costruttivo al semplicismo estremo e violento, di violenza sociale, in ultima analisi nient’altro che distruttivo?

La sinistra non dovrebbe aver vergogna dell’intelligenza, dovrebbe finalmente cercare di parlare all’intelligenza dei cittadini; non è compito facile, ma solo qui si può fare la differerenza, andare controtempo, questa volta, perché solo così si saprà mostrare di credere nell’intelligenza delle persone e operare con essa, e non rassegnarsi a ciò che muove solo visceralmente o elettoralmente.

Anche perché solo in questo modo si può rivitalizzare la democrazia che può essere solo intelligenza: l’ignoranza porta altrove.