Sulle tracce dei grandi interpreti della musica africana – 7

L'autentica musica africana di oggi nell'ultima tappa del nostro percorso estivo 

Apprezzato fra l’altro per la fluidità con cui rappa e per la sua padronanza di diversi stili di hip hop, nei suoi testi Sarkodie utilizza abbondantemente la lingua twi parlata in Ghana da milioni di persone. In Trumpet, brano/clip uscito nel 2016, Sarkodie offre una vetrina a sei rapper emergenti

Come abbiamo visto in queste puntate, un salto cruciale nella percezione della musica africana a livello globale si è verificato quando con gli anni ottanta la musica del continente nero non è apparsa più come un fenomeno riassumibile in poche, singole figure – Miriam Makeba, Hugh Masekela, Manu Dibango, Fela Kuti – ma come una scena attraversata da grandi filoni stilistici e popolata da una quantità di protagonisti. Oltre ai nomi appena citati, si è imparato a conoscere artisti e gruppi come Youssou Ndour, Toure Kunda, Baaba Maal, Salif Keita, Mory Kanté, Alpha Blondy, Franco, Tabu Ley Rochereau, Zaiko Langa Langa, Papa Wemba, King Sunny Ade, Mahlathini and the Mahotella Queens, e tanti altri. Molti dei musicisti africani venuti alla ribalta internazionale negli anni ottanta apparivano delle star al pubblico occidentale, e lo erano effettivamente nei rispettivi paesi, spesso con un seguito gigantesco.

Con qualche perdita (il grande Franco muore già nell’89) e il declino di alcune carriere, questo scenario popolato di molti personaggi si prolunga negli anni novanta – con addirittura qualche arricchimento, come l’assurgere a nuova star della già anziana Cesaria Evora, il successo di Ali Farka Touré, o l’affermazione della giovane cantante maliana Oumou Sangaré – dando al pubblico internazionale l’impressione che tutto proceda normalmente. Sotto questa apparenza, in realtà nella musica del continente nero avvengono dei cambiamenti enormi: in effetti il pubblico occidentale comincia a scoprire la musica africana proprio pochi anni prima che dei clamorosi mutamenti ne modifichino drasticamente il panorama.

Già alla fine degli anni ottanta si hanno le prime avvisaglie dell’emergere del rap, per esempio in un paese per certi versi molto avanzato come la Costa d’Avorio, che nei decenni precedenti è stato un importantissimo polo di industria musicale per l’Africa occidentale. Attraverso i canali della world music è poi soprattutto l’hip hop senegalese ad arrivare al pubblico europeo e statunitense: ma è un po’ come se fosse una curiosità, una ulteriore variante di musica africana. Invece negli anni novanta l’hip hop in Africa si diffonde a macchia d’olio. Naturalmente, per fare un esempio, in Senegal un artista come Youssou Ndour non smette di essere amato, ascoltato, e di essere una figura altamente rappresentativa dell’identità del proprio paese: ma i giovani delle aree urbane man man passano ad ascoltare prioritariamente altro, ad identificare se stessi e il tempo storico in cui vivono in un altro tipo di musica.

Che ci sia qualcosa che non quadra inizia a diventare evidente nel nuovo millennio, quando ci si comincia ad accorgere che nell’universo delle star della musica africana non c’è un ricambio, non ci sono delle giovani star che si affiancano alle vecchie; un po’ per volta poi diverse delle figure storiche vengono a mancare, e il firmamento che costituivano si restringe sempre di più.

Delle nuove star per la verità ci sono: solo che non assomigliano affatto alle vecchie star della musica africana a cui eravamo abituati dagli anni ottanta. Assomigliano molto di più alle star dell’hip hop, ai produttori di grido, agli alchimisti di successo dell’elettronica, ai deejay di culto della scena musicale internazionale. E della scena internazionale spesso fanno parte a pieno titolo: tanto che mentre è del tutto improbabile che di loro si accorga chi segue la musica africana attraverso i filtri mediatici della world music, è molto più facile che li conoscano invece dei giovani che senza nessuna motivazione specifica rispetto alla musica africana seguono però le novità dell’hip hop, dell’elettronica, delle musiche da ballo. Un mondo in cui musiche create da musicisti africani circolano attraverso canali – internet, social, videoclip, collaborazioni intercontinentali, ecc. – che non sono più quelli tradizionali attraverso cui ci arrivava la musica africana degli anni ottanta e novanta e che configurano una nuova dimensione di produzione e consumo.

Nella puntata precedente segnalavamo il paradosso per cui attraverso i canali della world music la musica del Mali, un paese povero e con una industria musicale ancora oggi piuttosto debole, appare enormemente più rappresentato della Nigeria, un paese con grandi risorse, una popolazione dieci volte più grande e una industria discografica e cinematografica poderose: non è un caso però se nella musica africana di oggi molte delle star con una dimensione panafricana e internazionale sono nigeriane.

Abbiamo tuttavia lasciato in sospeso una spiegazione del paradosso che abbiamo appena ricordato. Non c’è dubbio che la musica maliana meriti pienamente la sua esposizione internazionale. Ma come mai proprio la musica del Mali ha ottenuto tanta visibilità e tanto successo presso il pubblico occidentale? Diamo una risposta il più possibile semplice: da un lato a ben vedere nell’insieme le musiche del Mali corrispondono più delle musiche di altri paesi africani a dei canoni di bellezza occidentali, alla sensibilità estetica dell’ascoltatore europeo o statunitense; dall’altro allo stesso tempo soddisfano una idea romantica dell’Africa (che nell’immaginario occidentale convive comodamente col suo opposto, a cui è complementare, e cioè un’idea da incubo del continente, tutta bambini affamati, aids, ebola, guerre interetniche, massacri…), che nell’Africa cerca l’”altro” e l’”autentico”.

Nel ’99, in un famoso articolo apparso sul New York Times, David Byrne ironizzava brillantemente sull’ossessione occidentale per l’”autenticità”: “c’è un bisogno perverso di vedere gli artisti stranieri con gli abiti tradizionali del loro paese anziché con le magliette e i calzoncini che di solito indossano quando non sono sul palco. Non vogliamo che somiglino troppo a noi, e quando succede presumiamo che la loro musica sia calcolata, studiata a tavolino, impura”.

Con quell’idea di autenticità, molta della musica oggi di maggiore successo in Africa non ha molto a che vedere: ma quella di star come il nigeriano Burna Boy o il ghanese Sarkodie è autentica musica africana di oggi. A partire dagli anni ottanta la scoperta della nuova musica africana ha cambiato il nostro sguardo sul continente. Quello che abbiamo acquisito è stato importante, ma ormai è il momento di un’altra, radicalmente nuova scoperta della musica africana, che ci aiuti a vedere, senza lenti deformanti, la realtà dell’Africa di oggi.


Produzione locale, prezzi internazionali

L'autentica musica africana di oggi nell'ultima tappa del nostro percorso estivo 

Bruno Storni, ieri è intervenuto pubblicamente per denunciare quello che secondo lei è un aumento ingiustificato delle tariffe per il 2023 della Società Elettrica Sopracenerina (SES). Tuttavia oggi assistiamo al rincaro generalizzato dell’energia in tutta Europa. Perché considera strano che anche in Ticino il prezzo dell’energia aumenti?

È strano perché si riferisce in gran parte al consumo di energia idroelettrica ticinese, la cosiddetta “TIacqua”. Ma l’idroelettrico ticinese costa come prima, come cinque anni fa, come dieci anni fa, poiché gli impianti sono quelli di 50, 60 anni fa e i costi per la produzione non sono cambiati di molto. La stessa cosa penso valga anche per l’AIL (Aziende Industriali di Lugano), perché anche l’AIL ha aumentato notevolmente le tariffe.

TIacqua doveva essere un prodotto locale, quindi in quantità sufficiente per coloro che lo compravano. E quindi è strano che sia aumentato di 4 centesimi al chilowattora. Bisogna dire inoltre che la SES è anche riuscita aumentare la tassa per l’utilizzo della rete, che adesso è più di 10 centesimi al kWh. Secondo me è un altro schiaffo ai consumatori, perché sappiamo che la SES fa utili, e l’utile lo fa soprattutto sull’utilizzo della rete.

È questo che trovo scorretto in un cantone dove l’idroelettrico in fondo è un po l’oro blu, cioè una delle risorse naturali che sfruttiamo molto bene da oltre 50 anni. Siamo al punto di dover pagare l’energia elettrica molto di più di certe città d’Oltralpe che in questo momento non hanno neanche dovuto aumentare i prezzi, che erano già inferiori ai nostri. Perché tutto il loro fabbisogno lo producono loro. Tutto Il consumo di Zurigo è prodotto dagli impianti che la città di Zurigo ha anche in Ticino.

Va inoltre sottolineato che la SES è di proprietà pubblica, non è più un’azienda privata.

E questo è grave. Dopo l’acquisto da parte del cantone (nel 2014) il 70% del capitale azionario appartiene a 37 comuni, la metà di questo è in mano a cinque o sei grossi comuni come Locarno, Muralto, Minusio, Losone, Biasca e Gambarogno, che fanno il bello e il brutto tempo. E nonostante sia un’azienda pubblica i costi del consiglio d’amministrazione sono rimasti quelli dei tempi di Alpiq, quando nel consiglio d’amministrazione prima il presidente era Filippo Lombardi, ed è poi diventato Giovanni Leonardi. A quel tempo questi dati erano pubblici perché la SES era quotata in borsa: i compensi per i membri del Consiglio di amministrazione ammontavano a circa 400.000 franchi all’anno.

Poi anche la direzione costava l’ira di Dio. Il direttore costava quasi mezzo milione, fra fisso e bonus. E così è rimasto fino all’anno scorso, quando hanno sostituito Lotti, che è andato in pensione e hanno nominato un nuovo direttore, che adesso effettivamente costa meno.

Ma c’è di più. È stato deciso di pagare il 3,5% del capitale che i Comuni hanno investito, cioè il capitale azionario, in dividendi. E due anni fa è stato versato un dividendo straordinario di un milione. Da quanto mi risulta la ragione è che la città di Locarno aveva difficoltà finanziarie per via del Covid. Ma anche i consumatori avevano le loro belle difficoltà, e quindi sarebbe stato meglio abbassare le tariffe. Invece hanno proposto di distribuire un dividendo supplementare di un milione. L’anno scorso hanno fatto il bis. Di nuovo un milione in più, giustificandolo con il fatto che nel 2021 avevano venduto più energia elettrica, quindi avevano fatto più benefici, perché era stato un anno più freddo e la gente aveva riscaldato di più. Ma invece avrebbero dovuto abbassare le tariffe perché in fondo è stata usata più energia elettrica per riscaldare le abitazioni. Invece hanno fatto di nuovo un regalino ai comuni, usando soldi dei consumatori come se fossero imposte comunali indirette.

Ci sono molti altri aspetti discutibili, ma un altro importante è questo: la SES paga anche imposte sui redditi aziendali, perché fa benefici. Ma è assurdo. L’azienda acqua potabile di cui sono responsabile da venti anni a Gordola deve unicamente coprire i costi. Gli incassi vanno a coprire i costi, non si parla di utili, al massimo si fa una riserva.

E cosa si dovrebbe invece fare ai vari livelli, dai Comuni in su?

I Comuni dovrebbero finalmente dire “Basta, l’energia elettrica è un  bene di prima necessità, Non incassiamo più tasse comunali sui consumi di elettricità”. Questo sarebbe un primo passo, e lo possiamo fare perché è in mano nostra.

Il resto va risolto più in alto. È molto difficile intervenire perché ormai il mercato adesso è semi-liberalizzato. Alcune aziende hanno lavorato bene e non hanno dovuto aumentare le tariffe perché hanno predisposto un approvvigionamento a prezzi normali, ma altri hanno giocato al piccolo Monopoli dell’energia e adesso non riescono più a garantire tariffe decenti. Teoricamente si dovrebbe chiudere con la semi-liberalizzazione, ma conoscendo il sistema politico e le maggioranze svizzere sarà molto difficile. Tra l’altro è ancora in ballo la legge sull’approvvigionamento elettrico sicuro e rinnovabile, che da un anno è sul tavolo del Consiglio degli Stati e che prevede miglioramenti per la produzione delle energie rinnovabili, ma che prevede però anche la liberalizzazione totale, un impegno che abbiamo con l’Unione europea per poter partecipare al mercato elettrico europeo. Ciò significa che anche il singolo potrà comprare energia dal fornitore che preferisce, ad esempio non obbligatoriamente dalla SES, ma magari all’azienda del Canton Zurigo, che potrebbe venderla a prezzi inferiori.

La cosa più importante da fare è promuovere finalmente il rinnovabile svizzero. E qui, purtroppo di nuovo, le aziende elettriche che – ricordo – appartengono ai Comuni sono le prime a frenare il fotovoltaico, perché pagano tariffe di immissione in rete insufficienti, e quindi chi investe in un impianto non ha la garanzia di averne un ritorno economico. Ne vengono fatti molti adesso, perché qualche privato a titolo anche ideale si fa il suo impiantino sul tetto. In parte fa autoconsumo, e il resto lo mette in rete. Ma la parte che immette nella rete economicamente non rende. Le aziende elettriche speculano anche su questo: non la pagano sufficientemente, ma poi quando la rivendono lo fanno a prezzo pieno. Ci sono aziende in Svizzera che pagano correttamente il fotovoltaico. Le aziende elettriche di proprietà dei comuni in questo momento sono il più grande freno al rinnovabile.

L’anno scorso come VESE (l’Associazione dei produttori indipendenti di energia) abbiamo preparato una mozione tipo che è stata presentata in molti comuni del Ticino, per chiedere al proprio al municipio di intervenire presso l’azienda nella quale partecipa per far sì che il fotovoltaico sia pagato adeguatamente. Staremo a vedere cosa faranno.


Pera o Ferragnez? L’Italia davanti al guado dell’egemonia culturale

L'autentica musica africana di oggi nell'ultima tappa del nostro percorso estivo 

Di Francesco Sisci, Formiche.net

Tra Marcello Pera e i Ferragnez cosa preferite? Fratelli d’Italia ha scelto Pera; il Partito democratico, erede dei Moro e dei Togliatti, ha optato per i Ferragnez.

Ci sono tutti i caveat del caso; le analisi di Pera possono non piacere, invece le boutade modiste dei Ferragnez spopolano. Ma da che parte sarebbe stato Palmiro Togliatti, detto il migliore, per la sua cultura immensa? Chi avrebbe voluto dalla sua Aldo Moro, professore di filosofia del diritto a 28 anni, celebre per le sue frasi lunghe più di una pagina? Probabilmente sarebbero stati con Pera, non con i Ferragnez.

E qui c’è la serie di problemi italiani di queste elezioni. È finita l’egemonia culturale della sinistra, ma non si è affermata una egemonia culturale alternativa. Né la destra ha proposte culturali forti capaci di fare breccia e unificare culturalmente l’Italia come fece la sinistra nei decenni passati.

Il Partito comunista italiano usò Antonio Gramsci, si insinuò anche nella civiltà cattolica, in quella liberale, e dominò l’orizzonte culturale fino a poco tempo fa. I suoi oppositori vinsero perché crollò l’architrave reale di quello scibile, l’Urss, ma dagli anni Ottanta in poi avevano tenuto semplicemente botta con un approccio ridanciano, senza una alternativa intellettuale forte.

Forse proprio cosciente di questa debolezza culturale, Silvio Berlusconi cercò di arruolare in un primo momento uomini come Giuliano Urbani, Antonio Martino e lo stesso Pera. Essi tentarono ma non fecero breccia dalla parte avversaria. Nella stessa “destra” sono rimasti marginali e sono poi stati emarginati dal berlusconismo. Berlusconi infatti, uomo di marketing, si accorse che la cultura seria di destra non piaceva nemmeno alla destra, e certamente non alla sinistra.

Oggi la situazione è in parte diversa. La sinistra ha perso la sua vecchia solidità di conoscenza, i suoi dibattiti sono deboli e non ha intellettuali organici o disorganici da schierare nell’agone cerebrale. Questo è fondamentale perché dai contenuti deriva tutto, come mi spiegò nel 1998, Rupert Murdoch, padre della “cultura commerciale”, quando gli organizzai il suo primo viaggio in Cina. In effetti questa è la tradizione secolare cattolica: chi conquista la vetta filosofica poi discende a valle, verso la cultura popolare, come una valanga.

La sinistra per esempio in questi giorni non è riuscita a impostare il dibattito politico su un suo sempreverde – l’accusa di fascismo contro i suoi nemici designati. Quando i leader del Partito democratico hanno provato a biasimare Fratelli d’Italia per essere fascisti, sono stati accolti con scrollate di spalle o sorrisini dai loro stessi partigiani. Il Partito democratico non ha più autorevolezza intellettuale.

D’altro canto, però, la cultura di destra non è stata sostituita. Uno dei problemi radicali è cosa possa essere oggi la cultura conservatrice in Italia. Il grande movimento “conservatore” iniziò alla fine degli anni Settanta con Margaret Thatcher e Ronald Reagan i quali erano in realtà degli innovatori che rivoluzionarono il concetto di “conservatore”. Aprirono una nuova fase della cultura liberale di mercato che conquistò anche il dibattito della parte avversaria. In realtà i due non erano per niente “conservatori” ma innovatori. Fecero uscire la cultura di mercato da quell’angolo dove l’avevano chiusa i movimenti socialisti di mezzo mondo. Così diedero nuovo impulso alle idee che avevano promosso la rivoluzione capitalista alla fine del Seicento. Oltre a questo c’è stato un altro fenomeno conservatore cristallizzato intorno a certe idee di papa Benedetto XVI e alcune interpretazioni difensive dell’idea dello scontro delle civiltà. Però né l’uno né l’altro sono riusciti ad avere quella egemonia culturale nel mondo o in Italia. In Italia in particolare quel conservatorismo cattolico è stato divisivo. Non ha creato unità né nel mondo cattolico né nella società ampia. Ha spaccato il paese in pro e contro.

Ciò è diverso da quello che era successo con la cultura del Partito comunista italiano. Essa era riuscita a sedurre parte del mondo che gli era avverso, sia democristiano sia liberale. Le idee liberali sono controverse ma non divisive in Italia. Nessuno si schiera in linea di principio contro la libertà di mercato, nemmeno la sinistra. Nessuno si dichiara contro il capitalismo in quanto tale, al massimo si oppone alle sue radicalizzazioni.

Diverso è invece il conservatorismo culturale che ancora non riesce a conquistare grandissimi consensi a sinistra o a destra. In questo deserto culturale, l’Italia in meno di cinque anni ha bruciato uno dopo l’altro tutti partiti che promettevano il rinnovamento radicale del Paese, il Movimento 5 stelle prima e la Lega poi. Ora Fratelli d’Italia vince perché appare l’ultima novità. Ma se fra un po’ fallisce anche essa, non ci sono più altri partiti. Inoltre, secondo i sondaggi, Fratelli d’Italia cresce cannibalizzando suoi alleati nel centrodestra, non sfondando al centro come fece il Partito comunista italiano negli anni Settanta.

L’Italia si trova quindi in mezzo a un guado culturale drammatico e profondo: il suo vecchio modello di egemonia culturale è finito e il modello nuovo ancora non è nato. Le idee di “patria e famiglia”, per esemplificare, hanno un valore autentico, specie in un momento di grande confusione culturale. Ma oggi hanno un impatto limitato perché non universalistiche, gli interessi della mia patria sono in essenza contro gli interessi della patria tua. Viceversa, il capitalismo e il comunismo erano universali. Il primo promette più ricchezza per tutti, anche se non parimenti distribuita; il secondo offre l’eguaglianza universale, anche se non proprio nella ricchezza. La socialdemocrazia cerca una mediazione fra i due.

Inoltre, l’invasione russa dell’Ucraina è anche un colpo a certe idee di estrema destra, sostenute da Mosca, mentre negli Stati Uniti le polemiche dell’ex presidente Donald Trump contro il dipartimento di Giustizia minano lo stato di diritto, la rule of law, architrave dell’Occidente.

La debolezza quindi non è solo italiana, ma grava oggi in Italia perché non c’è rimasto molto culturalmente e bisogna ricostruire forse più che altrove.

Nell’immagine: Antonio Gramsci al tempo di TikTok


Non solo Rushdie: le mille fatwà che minacciano la libertà di espressione

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Di Cinzia Sciuto, MicroMega 

Nel 1989, quando l’ayatollah Kohmeini emanò la fatwà contro Salman Rushdie, Hamed Abdel-Samad era uno studente liceale in un paesino in Egitto. Un giorno il suo professore di arabo entrò in classe parlando di uno scrittore indiano al soldo dell’Occidente che aveva offeso l’islam e citando un importante poeta egiziano, Farouk Gouida, che aveva descritto Rushdie come “un uomo il cui cuore era posseduto dal diavolo e profetizzava che un giorno un cavaliere musulmano avrebbe tagliato la sua testa diabolica”. “In quanto musulmano devoto che venerava il Profeta”, racconta Abdel-Samad, “all’epoca non avevo altra scelta che odiare Rushdie, proprio come tutti gli altri intorno a me”.

Trent’anni dopo, in occasione dell’anniversario della caduta del Muro di Berlino, Hamed Abdel-Samad incontrò lo scrittore che tanto aveva odiato da giovane che, vedendolo, gli andò incontro dicendogli: “Ah, così, lei è il Rushdie egiziano di cui tutti parlano!”. “Trent’anni fa c’era un solo Rushdie”, gli rispose Abdel-Samad, “oggi ce ne sono diversi sia nei Paesi islamici sia in Occidente”. Nel frattempo, infatti, Abdel-Samad aveva lasciato l’Egitto, e l’islam. Da molti anni vive in Germania dove oggi è uno dei più lucidi e attenti critici dell’ideologia islamista e, soprattutto, della miopia di chi non vuole vedere in questa ideologia uno dei maggiori pericoli per la democrazia. E da quando è uscito il suo Il fascismo islamico (in Italia edito da Garzanti) vive sotto protezione della polizia per le continue minacce che riceve dal mondo dell’islam politico.

E non è l’unico. In Germania sono sotto scorta per le stesse ragioni, tra gli altri, Seyran Ates, avvocata, femminista, fondatrice della prima moschea liberale a Berlino; Mina Ahadi, attivista politica iraniana, presidente del Consiglio degli ex musulmani in Germania; Amed Sherwan, giovane attivista ateo originario del Kurdistan iracheno. In Francia vivono sotto protezione i redattori di Charlie Hebdo sopravvissuti all’attentato del gennaio 2015; Mila, la ragazza francese che a soli 16 anni è stata costretta a cambiare liceo per le minacce; lo scrittore Michel Houellebecq, autore di Sottomissione e molti altri noti e meno noti. Samuel Paty non ha neanche fatto in tempo a essere messo sotto scorta: è stato decapitato l’anno scorso per aver mostrato in classe, durante una lezione sulla libertà di espressione, le vignette di Charlie Hebdo.

“Sarò io il prossimo?”, è la prima cosa che è venuta in mente a Abdel-Samad dopo aver saputo dell’attentato a Rushdie. La stessa domanda che gli è venuta in mente dopo l’attentato a Charlie Hebdo e quello a Samuel Paty.  Perché, osserva amaramente Abdel-Samad, ci sarà certamente una prossima vittima. “Ma dove sta il problema?”, si chiede Abdel-Samad. “Sta forse in una ideologia e una teologia della violenza che prospera da secoli nel cuore dell’islam e che non riesce a essere fermata? Oppure sta nella politica occidentale che nasconde la paura del terrorismo e le preoccupazioni per le relazioni economiche con i Paesi musulmani dietro il rispetto, la tolleranza e la diversità? O forse nel fatto che la maggior parte delle persone qui non si preoccupa più granché della libertà? Perché”, continua Abdel-Samad, “è permesso criticare Gesù, Mosè e Buddha, ma non Maometto? Perché un salafita può vivere e predicare indisturbato in Occidente, mentre ogni critico dell’islam deve temere per la sua vita? Perché i critici dell’islam sono considerati dei disturbatori nel paradiso multiculturale?”.

Domande scomode, a cui il mondo intellettuale e politico occidentale, specie a sinistra, dovrebbe provare a rispondere. Possibilmente prima della prossima vittima.


I giochi di guerra e di potere che uniscono Cina e Russia

L'autentica musica africana di oggi nell'ultima tappa del nostro percorso estivo 

Manca poco più di un mese al Congresso del partito comunista cinese, che, salvo colpi di scena, consoliderà il potere del Presidente Xi Jinping, confermandone un raro e controverso terzo mandato alla testa del Paese. Pur senza dire una parola, il leader cinese, continua a mandare segnali di forza al mondo e al suo popolo, per impedire che gli eventi degli ultimi mesi, mettano in dubbio la sua leadership. Nel 2018, la Cina ha rafforzato il considerevole potere di Xi, approvando un emendamento costituzionale che abolisce i limiti del mandato presidenziale. La mossa permette al leader, 69 anni, di rimanere di fatto al potere quanto vuole, modellando la Cina a sua immagine.

La Cina è però reduce da un’estate difficile. La tanto proclamata vittoria contro il Covid-19 grazie alla strategia di tolleranza zero, stenta ad arrivare; al contrario dopo quasi tre anni di chiusure e isolamento, i focolai non si fermano, l’approccio non cambia e la gente soffre. Non aiutano il caldo torrido e le piogge torrenziali, che impediscono all’economia di recuperare terreno. La domanda interna è in calo e i costi delle materie prime sono in crescita. Ci sono poi le interruzioni delle catene globali di approvvigionamento, dovute alla pandemia, alla guerra in Ucraina e anche agli sforzi degli Stati Uniti per ridurre la dipendenza dal mercato cinese. Sono tutte cattive notizie per il Presidente cinese.

In questo contesto delicato, a fare notizia sono le continue esercitazioni militari della Cina attorno a Taiwan, che Pechino considera una provincia ribelle da riunificare, e quelle in corso con la Russia. Le esercitazioni congiunte tra le due potenze vedranno anche il coinvolgimento dell’India, il gigante democratico, che rimane dipendente da Mosca per il suo arsenale militare, oltre che di Bielorussia, Mongolia, Nicaragua, Laos e Siria.

Sebbene i giochi di guerra di Vostok si tengano ogni quattro anni nell’estremo oriente russo, il simbolismo delle manovre di quest’anno non sfugge a nessuno. Da una parte Mosca vuole proiettare un’immagine di normalità, malgrado la guerra in Ucraina, dall’altra sia la Russia che la Cina vogliono dimostrare al rivale comune, gli Stati Uniti, la loro capacità di mantenere le relazioni con altre potenze e alleati.

Le marine russe e cinesi nel Mar del Giappone “praticheranno un’azione congiunta per proteggere le comunicazioni marittime, le aree di attività economica marina e il sostegno alle truppe di terra nelle aree costali” recita il comunicato ufficiale. Pechino ha affermato che la sua partecipazione alle esercitazioni di Vostok, che significa “Est”, non ha nulla a che fare con l’attuale situazione internazionale e regionale.

Gli esperti assicurano che le esercitazioni militari russe si svolgeranno su scala ridotta rispetto a quelle del 2018. I 50.000 membri del personale che, a detta di Mosca, prenderanno parte alle manovre, sono una frazione della cifra ufficiale di 300.000 che si diceva fossero coinvolti quattro anni fa. Secondo gli analisti cancellare le esercitazioni avrebbe inviato un segnale di debolezza, anche se condurle è prima di tutto uno “spettacolo militare”.

Vladimir Putin e Xi Jinping hanno sviluppato forti legami personali e lanciato un “partenariato strategico”, che unisce gli ex rivali comunisti contro le continue pressioni occidentali. Le esercitazioni confermano quindi i crescenti legami di difesa tra Mosca e Pechino, diventati più forti da quando la Russia ha inviato le sue truppe in Ucraina ormai 7 mesi fa. La Cina si è rifiutata di criticare l’azione della Russia, affermando che, sostenendo l’espansione della NATO verso est, gli Stati Uniti sono il “principale istigatore” della guerra. In cambio, nei giorni scorsi, Mosca ha sostenuto con forza Pechino, irritato dalla recente visita della Presidente della Camera statunitense Nancy Pelosi a Taiwan.

Anche se Mosca e Pechino in passato hanno rifiutato la possibilità di stringere un’alleanza militare, per Putin una tale prospettiva non può essere esclusa. Il leader del Cremlino ha recentemente confermato che la Russia ha condiviso con la Cina tecnologie militari altamente sensibili, che hanno contribuito a rafforzare la sua capacità di difesa.

Non ci sono dubbi quindi che le manovre saranno seguite da vicino da Washington e dalle potenze regionali, che si trovano loro malgrado nel mezzo delle acque agitate della geopolitica e della propaganda.

Nell’immagine: una vignetta del Times of India che dipinge Russia e Cina come giganti di argilla, a causa delle loro crescenti difficoltà economiche e sociali


C’era una volta la Transizione Verde

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Medici cubani nel mondo: angeli o schiavi?

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Di Rossana Miranda, Formiche.net

C’era qualcosa di curioso nell’apparente altruismo del governo di Cuba. L’organizzazione Human Rights Foundation (HRF) ha elaborato un report [qui in inglese in formato pdf] sull’oscuro sistema del regime cubano per “esportare un ingannevole marchio di diplomazia medica dell’isola e fomentare il mito di Cuba come ‘potenza medica mondiale’”.

L’indagine di HRF sottolinea che durante gli ultimi 59 anni le missioni di medici cubani all’estero hanno inviato più di 400.000 lavoratori sanitari in 164 Paesi. Al momento di inviarli, il governo li presenta come “missionari della Rivoluzione cubana”. Attualmente ci sono circa 50.000 professionisti del settore sanitario in 60 Paesi, tra Africa, Europa, Medio Oriente e America latina.

Durante la crisi Covid-19 nel 2020 sono arrivati anche in Italia per assistere l’emergenza. Durante la pandemia, Cuba ha aumentato il numero e la dimensione di queste missioni, inviando circa 3000 medici in più verso 26 Paesi. Lo studio sostiene che hanno presentato queste missioni come “dimostrazioni di solidarietà”, ma in realtà la strategia ha anche contribuito a compensare la perdita di entrate economiche del turismo durante la crisi sanitaria globale.

Per HRF gli aiuti sanitari forniscono a Cuba ingressi per miliardi di dollari. Un affare veramente redditizio. Secondo il rapporto “The Trafficking in Persons“, del Dipartimento di Stato americano, dal 2020 i servizi medici cubani avrebbero generato circa 8 miliardi di dollari all’anno. Il Venezuela, invece, paga l’assistenza cubana con petrolio: circa 53.000 barili al giorno.

Nell’isola di Cuba tutto il sistema sanitario è controllato esclusivamente dallo Stato. “Il regime totalitario cubano usa il suo sproporzionato potere sui professionisti della salute – si legge nel report HRF – e sulle condizioni di lavoro per sfruttare e abusare dei lavoratori della sanità attraverso innumerevoli meccanismi coercitivi, che vanno dalla minaccia di separazione della famiglia, all’esilio forzato, fino alle limitazioni di movimento e al furto dello stipendio”.

Chi non è più d’accordo, e abbandona la missione, sente tutto il peso della repressione cubana. I medici dissidenti sono dichiarati “traditori della patria” e viene loro vietato il ritorno all’isola. Durante le prestazioni non possono accedere allo stipendio, che viene invece depositato nelle casse dello stato, e hanno il divieto di chiedere la residenza o di sposare un* cittadin* del Paese che li accoglie. Le loro famiglie, rimaste a Cuba, molto frequentemente sono vittime di minacce e persecuzioni.

Nell’immagine: medici cubani in Italia nel periodo del Covid