Lista rosso-verde in Consiglio di Stato: una faida interna inevitabile

Se non comunichi subito i contenuti del progetto ovvio che finirai a dibattere e a lacerarti solo sui nomi dei candidati – Il danno di immagine per il PS ormai è fatto 

Pochi giorni fa il sindaco di Bellinzona Mario Branda ha pubblicamente espresso il suo sostegno ad Amalia Mirante. “Io sarei favorevole ad avere in lista [per il Consiglio di Stato, ndr] anche Amalia Mirante. Penso che coprirebbe un’area politica che magari potrebbe anche non sentirsi rappresentata da Marina Carobbio”: queste le sue parole. Limpide e chiare.

Due giorni fa è arrivata la replica, altrettanto chiara benché indiretta, dei due co-presidenti del PS: basta sterili battaglie sui nomi, fatte per di più sui media e non all’interno degli organi del partito, e concentriamoci sui programmi, che “sui nomi ci confronteremo in maniera democratica e trasparente al congresso” del 13 novembre. Questa in estrema sintesi il senso del peraltro piuttosto lungo e articolato documento inviato sotto forma di newsletter a iscritti e simpatizzanti, in cui si afferma tra l’altro come queste “continue uscite mediatiche che non parlano dei problemi che vive la popolazione ticinese ma di nomi e strategie interne diano una pessima immagine di noi”.

Evviva, ci sono arrivati! Peccato solo che ormai il danno è già stato fatto, e porvi rimedio non sarà per nulla facile, per lo meno nel breve periodo, ossia entro aprile. Perché è vero, come ricordano i due presidenti del partito, che le decisioni sull’alleanza con i Verdi e sulla composizione della lista comune per il Consiglio di Stato sono state prese democraticamente e ad ampia maggioranza, ma è anche vero che la loro comunicazione e la strategia adottata dalla direzione del partito (dei due partiti) ha non solo lasciato agli avversari interni lo spazio per intervenire nel modo e nei toni che in questi mesi abbiamo visto, ma l’ha persino favorito.

Non si comunica una specie di rivoluzione copernicana come è la lista comune rosso-verde senza prima averla preparata a puntino, ossia senza aver pronti i contenuti programmatici, senza aver discusso a fondo con tutti gli attori in causa (in particolare i rivali e le minoranze interne) e senza aver previsto tutte le possibili obiezioni, i possibili rimedi e, soprattutto, i futuri passi da compiere. E anche, se mi si permette, se non le possibili strategie di uscita per lo meno i possibili cambiamenti che si potrebbe essere costretti a fare in corso d’opera, le concessioni che si potrebbero dare.

Inoltre se si afferma che il progetto annunciato lo scorso mese di giugno è “mosso da una chiara visione e da una strategia che tiene conto del contesto storico della lista, ossia quello di rafforzare l’area rosso-verde sulla base di proposte politiche alternative alla maggioranza politica attuale nell’interesse del Ticino e di chi ci vive”, è sì comprensibile (a mio avviso non dovrebbe essere neppure necessario dirlo, ma tant’è) che si specifichi che “non lo piegheremo ad un superficiale dibattito su cosa conviene di più nel corto termine o cosa fa litigare di meno dando contentini a tutti e tutte”, visto che un progetto di tal fatta deve obbligatoriamente essere pensato e impostato sul medio se non addirittura sul lungo periodo; gli è però che per lungo tempo, troppo tempo, di questo progetto, di queste “proposte politiche alternative alla maggioranza politica attuale” – una volta si chiamava programma – non si è saputo né visto alcunché.

C’è stata, è vero, la presentazione a metà settembre del Piano di rilancio per il Ticino 2030 (“Per un Ticino in cui vivere”), un interessante anzi notevole documento che tuttavia è e rimane un prodotto targato PS, non una sintesi di area su cui lavorare, magari anche litigare, e poi da presentare ai rispettivi organi interni e ai rispettivi congressi. Dall’area rosso-verde unita invece non solo i cittadini, ma pure i simpatizzanti e probabilmente anche gli iscritti hanno dovuto aspettare il numero di questo mese (!) di PS.ch e la convocazione per il congresso di novembre per poter leggere la piattaforma comune di Governo. Anche questo un gran bel documento, nulla da dire in proposito, ma giunto a oltre tre mesi dall’annuncio di giugno. Troppo tardi per incanalare il dibattito sul piano politico ed evitare quelle che i due co-presidenti hanno definito discussioni “da tifoseria”.

Ovvio quindi che se queste sono state le condizioni di partenza date (dalla direzione e dalla presidenza, non dalle minoranze interne, è bene ricordarlo), il dibattito non poteva che incanalarsi sull’unico argomento su cui era possibile discutere: i nomi da mettere in lista. Da qui a dar sfogo alle faide interne il passo non solo è stato breve, ma inevitabile, i conseguenti danni di immagine pure. Pure questo limpido e chiaro (Recoaro?).

Nell’immagine: la prima pagina della citata piattaforma di governo PS-Verdi


La battaglia persa di Svetlana Aleksievič

Se non comunichi subito i contenuti del progetto ovvio che finirai a dibattere e a lacerarti solo sui nomi dei candidati – Il danno di immagine per il PS ormai è fatto 

È un testo duro, senza mezzi termini, doloroso, straziante, quello di Svetlana Aleksievič, letto nel giorno della cerimonia ufficiale che le assegnò il Premio Nobel per la Letteratura 2015. A pochi giorni dal recente Nobel assegnato ad un’altra scrittrice, Annie Ernaux, francese, dalla produzione fortemente contrassegnata dall’autobiografismo, e in un momento come quello che ci vede, oggi, costantemente confrontati con le atrocità della guerra in Ucraina, ricordarci di quanto Svetlana Aleksievič ha sempre cercato di vivere pienamente e provare a raccontare nei suoi libri e nei suoi reportages, ci induce una volta di più ad interrogarci sulla tragedia della guerra, nelle terre martoriate dell’(ex-)impero comunista sovietico, così come in ogni luogo del mondo in cui si muoia insensatamente, fra città distrutte, campagne saccheggiate, paesi svuotati di uomini, con donne e bambini costretti alla quotidiana battaglia per la sopravvivenza. Una battaglia persa, come dice il titolo del volumetto, come forse è persa, di principio e per forza, quella di una letteratura che voglia comunque provare a descrivere il dramma di un’umanità che si annienta.

Bielorussa, settantaquattrenne, giornalista e scrittrice, Svetlana Aleksievič (di cui abbiamo già proposto in questa sede un ritratto di Simona Sala) ci consegna con il suo discorso, pubblicato recentemente da Adelphi, una testimonianza di grande forza, di una cronista militante, impregnata di storie e di Storia, quella lacerata del suo Paese, con una voce “femminile” che sa esprimere l’ineffabile coesistenza di atrocità e di amore come una componente che sta dentro l’esperienza biografica di ciascuno. (e.l.)

Proponiamo qui due brevi estratti del testo.

Non sono sola, su questo palco… Ho intorno le voci, le centinaia di voci che sono sempre con me. Da quando ero piccola. E abitavo in campagna. A noi bambini piaceva molto giocare per strada, ma la sera erano le panche fuori dalle case (dalle chaty, come si dice da noi), quelle su cui si davano appuntamento le donne ormai stanche, ad attirarci come una calamita. Quelle donne erano tutte senza marito, senza padre, senza fratelli. A guerra finita non ricordo uomini nel mio paesino: tra il fronte e la resistenza, la seconda guerra mondiale si è portata via un bielorusso su quattro. Il nostro mondo di bambini del dopoguerra era un mondo di donne. E mi è rimasto soprattutto impresso che quelle donne parlavano d’amore, non di morte. Raccontavano di quando avevano salutato per l’ultima volta coloro che amavano, di come li avessero aspettati e li aspettassero ancora. Gli anni passavano, ma loro non smettevano di aspettarli: “Senza braccia, senza gambe, basta che torni: me lo porto in spalla”. Senza braccia… senza gambe… Credo di averlo saputo fin da bambina, cos’è l’amore.

Ho tre case: la mia terra bielorussa, che è la patria di mio padre e dove ho vissuto tutta la mia vita; l’Ucraina, che è la patria di mia madre e dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco ad immaginarmi. Ho care tutte e tre. Ma è difficile parlare d’amore, di questi tempi.

Svetlana Aleksievič, “Una battaglia persa”, Adelphi, pp. 11-12 e p.42


“Siccità” non è una distopia

Se non comunichi subito i contenuti del progetto ovvio che finirai a dibattere e a lacerarti solo sui nomi dei candidati – Il danno di immagine per il PS ormai è fatto 

Di Alice Oliveri, The Vision

Non molto tempo fa, il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi ha scritto un post in cui spiegava come cuocere la pasta a fuoco spento. Si chiama “cottura passiva” ed è una tecnica che esiste da sempre, nonostante la valanga di commenti indignati e risposte da autorevoli chef che ne hanno prontamente negato la legittimità. Al di là delle polemiche – tipiche di quel filone per cui in tutto il mondo gli italiani sono famosi per le loro sfuriate a tema cibo, Italians mad at food – il senso del post di Parisi era quello di prepararci a un inverno in cui le bollette saranno talmente tanto care che persino una pasta cotta a fuoco spento potrebbe aiutarci a risparmiare qualcosa. È il tema del momento: il caro bollette, la crisi energetica dovuta a una guerra in corso che non sembra proprio voler finire, il lento e inesorabile disastro annunciato che ci aspetta e che non riguarda solo questo specifico argomento. È stato così anche con la pandemia, è così ogni giorno con il cambiamento climatico. Il trailer dell’ultimo film di Paolo Virzì, Siccità, si conclude con Monica Bellucci che chiede a un accademico esperto di riscaldamento globale: “Che futuro ci aspetta?”. È una domanda che ci facciamo un po’ tutti, quando ci troviamo a contemplare il fatto di dover ricalibrare le nostre esistenze su un mondo in cui niente di ciò a cui ci siamo abituati negli ultimi sessant’anni come genere umano è più scontato, nemmeno il futuro.

Non è la prima volta che un regista contemporaneo mette in scena l’angoscia che scaturisce dall’idea di un’apocalisse climatica. Abbiamo molti esempi americani, campioni del genere disaster movie – pensiamo a The Day After Tomorrow, del 2004 – soprattutto grazie ai potenti mezzi tecnologici hollywoodiani che ne consentono la realizzazione. Non ultimo il film di Adam McKay, Don’t Look Up, che ha messo in scena attraverso una situazione paradossale, ossia l’arrivo di un asteroide sulla Terra di cui sembra non importare niente a nessuno, il senso di impotenza e di frustrazione che vivono tutti quelli che da anni cercano di innescare un piano di salvataggio del pianeta rispetto ai cambiamenti climatici: scienziati, attivisti, giornalisti, personalità impegnate nella causa. Per quanto riguarda il cinema italiano, invece, le pellicole con un tema simile sono molto meno frequenti, per non dire quasi inesistenti. La ragione è di chiara natura produttiva: da sempre il nostro cinema è improntato più sulla scrittura che sulla tecnologia, con tutti i pro e i contro che ne conseguono. La prima cosa che salta all’occhio guardando Siccità è che il film, nonostante sia un classico esempio di opera incentrata su sceneggiatura e performance degli attori, riesce molto bene nella rappresentazione formale di una città in preda a una catastrofe ambientale.

Un punto forte di Siccità, infatti, è che nel complesso, sia da un punto di vista formale che nel racconto, non si tratta di una rappresentazione così distante dalla realtà. Più che un film distopico sul futuro, questa Roma che ci racconta Paolo Virzì, senza acqua corrente, dove non piove da anni e dove le temperature fuori controllo scatenano un’epidemia tropicale, fa un certo effetto perché sembra del tutto plausibile – ed è anche ricostruita molto bene. Il Tevere prosciugato, dentro cui si ritrovano spazzatura e antichi reperti storici rimasti sepolti nei millenni – cosa che avviene regolarmente a ogni scavo per la metropolitana – o le immagini bibliche che punteggiano la trama, dall’invasione di blatte alle scene mistiche che sembrano voler omaggiare una certa estetica sorrentiniana, sono scenari che, pur dando un senso di esagerazione apocalittica non sono poi tanto distanti dalle ipotesi di futuro che ci aspetta a breve termine. E oltre all’aspetto climatico e pandemico che il film racconta, c’è anche un altro elemento centrale della trama, un lato del presente che non ha proprio nulla di distopico o di surreale: la privatizzazione spietata di qualsiasi bene pubblico.

Siccità si struttura infatti attraverso una rete di racconti intrecciati tra loro, distribuiti su diversi piani sociali; e in due delle tante trame proprio la privatizzazione è il motore delle azioni. C’è infatti una famiglia ricca e potente romana che, pur di tenere viva la sua catena di alberghi di lusso con piscine e fontane, finge di avere un piano di sostenibilità perfettamente funzionante, mettendo in prima linea come portavoce la figlia ingenua e insicura, interpretata da Emanuela Fanelli, per fare pena ai giornalisti e ai manifestanti che chiedono la chiusura di quell’oasi paradossale tenuta in vita da un bene pubblico come l’acqua. E poi c’è il personaggio di Valerio Mastandrea, Loris, ex autista di un politico, ridotto alla miseria dopo il taglio alle auto blu e reinventatosi tassista con un’app che ricorda Uber. (…) Il ritratto corale che Virzì mette in scena in Siccità è un puzzle di racconti che spaziano tra diversi livelli di disagio contemporaneo, prima di tutto sociale e poi personale, che viene solo enfatizzato dallo stato di calamità perenne in cui si ritrova la Capitale. In questo quadro, chi ha il potere ha anche la libertà di sopravvivere; è la legge del più forte, che si applica in una società evoluta e democratica come la nostra: per quanto non siamo ancora di fronte a un Tevere prosciugato, non è molto diverso da come vanno spesso le cose oggi. (…) Siccità si inserisce così in quel filone cinematografico autoriale che coniuga la scrittura comica – senza dimenticare che Virzì con Il capitale umano ha dato prova di sapersi misurare con il genere drammatico – e la rappresentazione cinica delle nostre realtà lavorative e familiari. Pensiamo a un film come Caterina va in città, del 2003, in cui la protagonista, un’adolescente che si trova da un paesino laziale a una scuola del centro di Roma, fa da spettatrice tra due mondi coinvolti in un finto conflitto, declinazione dello stesso stato di privilegio che si veste con due maschere diverse: l’eterno scontro tra zecche e parioli, che oltre alle mode giovanili incarnano anche le famiglie, lo status da cui provengono. Una trama che Virzì aveva percorso in modo simile, anche se con esiti e sviluppi diversi, con Ovosodo, nel 1997, ambientato a Livorno, sua città natale: anche in questo film il protagonista, un ragazzo che viene dal sottoproletariato della città operaia toscana, esplora il mondo di chi nasce con i mezzi per poter diventare ciò che vuole nella vita, e mentre gli altri spiccano il volo, alla fine lui rimane dove è sempre stato.

Sia Caterina va in città che Ovosodo che Tutta la vita davanti, del 2008, sono lungometraggi che potremmo definire film di formazione fallita.(…) Anche Siccità racconta qualcosa di simile, in linea con le trame fallimentari, disilluse e autoironiche di Virzì. La sconfitta di tutti i suoi personaggi non è un insieme di sconfitte individuali e slegate: tutto è intersecato, dalla vita di un barbone a Termini alla casa di un primario d’ospedale, dal terrazzo di un’attrice famosa all’appartamento di un’infermiera, ogni pezzo della realtà si concatena in un rapporto di causa ed effetto. Non è la singola trama a tenere in piedi il mondo, ma la collettività e l’insieme delle nostre azioni. Per quanto questa ragnatela di storie tenda in alcuni punti a diventare debole per via forse dell’eccesso di materiale narrativo, Siccità è un ottimo esempio di come si possano stimolare certe riflessioni senza fare prediche né essere paternalisti. Il messaggio più interessante che lancia Virzì con questo film, al di là della lettura immediata, un chiaro monito sul cambiamento climatico, forse è proprio questo: nessuno è padrone della sua trama, nessuno è un semplice individuo staccato dal mondo. È la coralità del tessuto sociale che determina i cambiamenti, sia in negativo che in positivo: ed è forse qua che possiamo trovare la risposta alla domanda “Che futuro ci aspetta?”.


Sergio Rossi – Il mondo volatile delle criptovalute

Se non comunichi subito i contenuti del progetto ovvio che finirai a dibattere e a lacerarti solo sui nomi dei candidati – Il danno di immagine per il PS ormai è fatto 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Nell’immagine: i Bitcoin spiegati ai bambini. Piccoli speculatori crescono


Dopo La Russa al Senato un ultrà cattolico per Montecitorio

Se non comunichi subito i contenuti del progetto ovvio che finirai a dibattere e a lacerarti solo sui nomi dei candidati – Il danno di immagine per il PS ormai è fatto 

Se per il Senato Giorgia Meloni ha scelto il più ‘nostalgico’ fra i post-fascisti (La Russa), per la poltrona più alta della Camera dei deputati Matteo Salvini, che in diversi comizi ostenta il rosario e immagini della Madonna (irritando e infastidendo non pochi praticanti), sceglie il suo cattolico più ultrà. Dato per sicuro fino a pochi giorni fa, ha rinunciato alla prima scelta, cioè al pasdaran Molinari, giovane e fedelissimo, a cui ha chiesto il sacrificio di rimanere capo-gruppo della Lega a Montecitorio, e ha imposto Lorenzo Fontana. Non proprio uno sconosciuto, vista la sua frenetica attività per la promozione del Verbo.

“Recita l’Ave Maria cinquanta volte al giorno, sui social posta foto di santi e madonne, è ‘per restringere il diritto all’aborto, avversario dell’eutanasia, ostile alla società multiculturale (‘ama il prossimo tuo, cioè quello in tua prossimità’, si è fatto sposare con rito tridentino da un prete tradizionalista”. Si apre così il ritratto che su “la Repubblica” ne fa Concetto Vecchio.

Fontana è soprattutto noto per essere stato “il padrino del famoso convegno sulla famiglia a Verona, la sua città natale nel 2019”, prosegue l’autore, “e si è vantato di festeggiare San Marco e non la Resistenza il 25 aprile”, come del resto il suo capo e la premier in pectore. Cattolico e ultrà anche dell’Hellas Verona, squadra cittadina di Serie A, la cui curva ribolle di slogan razzisti e nazisti. “Ma è stato a lungo pure un incallito tifoso di Putin, si fece fotografare con una maglietta anti-sanzioni, prefigurava la Lega ‘partito di cerniera’ fra Trump e il Cremlino’, ne elogiava il sistema di valori”.

Ardori putiniani a cui ha messo la sordina dopo l’inizio della guerra. Ma, segnala Concetto Vecchio, ha mantenuto la passione pubblica per l’ungherese Viktor Orban (‘grazie a lui il tasso di natalità è salito da 1,3 figli per donna a 1,6’) e per Marine Le Pen (fu lui a portare il Carroccio nell’ENF, il gruppo euroscettico nel parlamento di Strasburgo… Ha tessuto il filo con gli estremisti tedeschi dell’Adf, e inviato saluti agli amici di Alba Dorata in Grecia”, gruppo dichiaratamente nazista, finito fuorilegge.

Fontana (figlio di una ex emigrante in Svizzera) è stato testimone di nozze di Salvini, che lo ha voluto come vice-segretario. Ha sgobbato come studente-lavoratore per ottenere tre lauree: storia, scienze politiche, filosofia, quest’ultima naturalmente alla pontificia università San Tommaso d’Aquino Angelico”. Nel suo discorso di ringraziamento dopo l’elezione ha detto che ‘l’Italia non deve omologarsi’, ed è chiaro a cosa alludeva. Per una volta compatta, l’opposizione in aula non ha applaudito all’esito della votazione.

I progressisti italiani – conclude l’articolo della ‘Repubblica’ – “avevano tirato un sospiro di sollievo per la mancata elezione di Simone Pillon” (il più tenace attivista contro i diritti LGBT) “ma si ritrovano un integralista putiniano sulla poltrona più alta di Montecitorio”.

Nell’immagine: fotogramma dal citato video di saluto del 2016 di Lorenzo Fontana per il congresso di Alba Dorata, partito neonazista greco dichiarato dalla corte d’appello di Atene “organizzazione criminale”


E l’ ‘Unto del Signore’ lancia il suo ‘vaffa’ all’alleato ‘post-fascista’

Se non comunichi subito i contenuti del progetto ovvio che finirai a dibattere e a lacerarti solo sui nomi dei candidati – Il danno di immagine per il PS ormai è fatto 

Quando girano, girano. Anche all’ ‘Unto del Signore’ (auto-definizione). Così, nel santo graal della democrazia italica, la Camera ‘alta’, un Silvio Berlusconi rabbuiato da diversi giorni, alla fine scoppia. E lancia il suo ‘vaff…ulo’ a Ignazio La Russa, ex ministro della difesa, meloniano ‘fratello’ d’Italia, che di secondo nome fa Benito (ma chissà perché mai nessuno lo ricorda), e che in quel momento si appresta a diventare presidente del Senato, la seconda carica istituzionale della Repubblica (augurissimi sinceri a Mattarella). 

Quindi, maleducazione istituzionale, bagarre e strappo fra quegli alleati della destra – non è ormai più centro-destra – che dopo aver stravinto le elezioni, portato a Palazzo Chigi la prima donna nella Storia non solo repubblicana della ‘patria’, promesso un governo di ‘profilo altissimo’, assicurato una compattezza da falange romana contro quegli inetti guasta-tutto della sinistra, si manda ‘grillianamente’ a quel paese. Inizio col botto del nuovo governo. Anzi con il grande ‘sbotto’, da sbottare. 

Che il ‘cav’ fosse sul piede (un po’ incerto) di guerra lo si era capito. Gli ‘amici’  si sono addirittura permessi di non assegnare, nel governo di altissimo profilo, un ministero alla Licia Ronzulli, gran sconosciuta all’opinione pubblica italiana, ex infermiera; si sa che il Berlusca ha un debole per estetiste e sanitarie, qualcuno l’ha definita ‘la badante’ ma in Forza Italia anche ‘una che andrebbe benissimo anche alla Sanità’, nuova musa politica dell’uomo delle ‘feste eleganti’ (in attesa della sentenza per l’accusa di aver ‘foraggiato’ le olgettine affinché dichiarassero il falso sul ‘bunga-bunga’). Un rifiuto proprio a lui, che aveva inserito sia l’Ignazio e la Meloni nei suoi governi, e che si beava di aver ‘ripulito’ la destra post-fascista già quando (un secolo fa) candidò Fini a sindaco di Roma. 

Alto tradimento, dunque. Alla sua Forza Italia (quel poco che rimane dell’antica e corposa fortuna elettorale) ha perciò imposto la consegna dopo un’ultima nottata di sterili trattative: La Russa no, non va votato. Una decisione inviperita, e che un po’ deve averlo anche stordito visto che, dopo essere entrato con ritardo e con passo incerto nella tenda in cui ci si infila per scrivere un nome (oppure lasciare in bianco) sulla propria scheda, ha sbagliato uscita, lo hanno dovuto bloccare, indicargli la direzione giusta, che ha finalmente imboccato dopo altri due inciampi in pochi metri, salvato dall’amorevole soccorso di una signora del suo gruppo (forse la stessa Licia Ronzulli). 

Eppure (a dimostrazione di una opposizione frantumata) al candidato post-fascista e neo presidente del Senato non sono mancati i voti. Ci hanno pensato parlamentari non di maggioranza a garantire l’esito della votazione. A salvare La Russa, in sostanza. Da dove sono arrivati i volonterosi soccorritori? Si sa, c’è chi al centro non vede l’ora di mettere un piede sulla carrozza, o quadriglia, dei vincitori. Sospettato numero uno Matteo Renzi, maestro di ‘manovrismo’, che nel cosiddetto ‘catafalco’ c’è rimasto pochissimi secondi, indice, secondo gli esperti, di un mancato ‘no’. E ci sono sospetti anche fra i Cinque Stelle. Risultato, la clamorosa frattura nelle truppe della premier. E siamo solo al debutto del nuovo governo d’altissimo profilo. Paradossalmente, amaramente, e obbligatoriamente inaugurato nell’aula dal nobile discorso di Lliliana Segre (presidente provvisorio), la più anziana dei senatori a vita a Montecitorio, e anche la più nota sopravvissuta italiana dei lager nazisti. Proprio a lei, a cui incisero sul braccio il numero di prigioniera del lager, è toccato ricevere il ‘gradito’ mazzo di fiori  dal  ‘figlio della Lupa’, dall’Ignazio Benito, tutto (?) Dio, patria, famiglia di mussoliniana memoria.  Del resto, vuoi che non possa rappresentare, da dichiarazione scontatissima, ‘tutti gli italiani’? Che non hanno forse allegramente sdoganato (complice una fumosa sinistra governista) l’infelice ventennio?

Nell’immagine principale: il momento topico dello scontro fra Silvio Berlusconi e Ignazio Benito La Russa, neo presidente del Senato


Silvio è tornato, ripartono le comiche

Se non comunichi subito i contenuti del progetto ovvio che finirai a dibattere e a lacerarti solo sui nomi dei candidati – Il danno di immagine per il PS ormai è fatto 


Guerra e Pace

Se non comunichi subito i contenuti del progetto ovvio che finirai a dibattere e a lacerarti solo sui nomi dei candidati – Il danno di immagine per il PS ormai è fatto 

Di Mario Lavia, Linkiesta

Ieri finalmente si è tenuto un sit-in sotto l’ambasciata russa a Roma. Sappiamo che Marco Bentivogli, animatore dell’iniziativa (indetta dall’associazione LiberiOltre, Mean, Base Italia, Giovani per l’Ucraina e personalità come Sandro Veronesi, Leonardo Becchetti, Luigi Manconi), ha dovuto faticare non poco per dare una sveglia a un Partito democratico che sulla questione della guerra di Putin ha tenuto sin qui una linea ammirevolmente coerente ma che dopo la botta del 25 settembre ha dato l’idea di una evidente incertezza («La fase è cambiata», una di quelle frasi che di solito non promettono nulla di buono).

Nelle ultime ore, uno stanchissimo Enrico Letta e Lorenzo Guerini hanno recuperato: pace vuol dire innanzitutto ritiro dei russi dall’Ucraina, quell’Ucraina che bisogna continuare a sostenere anche con le armi. Non mancano tuttavia distinguo e perplessità nella sinistra interna e nei cattolici da Gianni Cuperlo a Graziano Delrio, ma nella sostanza il Pd tiene.

Letta per non scontentare nessuno è comunque su questa strana idea di andare ovunque si manifesti “per la pace”, come se i contenuti delle diverse manifestazioni fossero intercambiabili, ed è la solita doppiezza della vecchia politica.

Ma la questione più interessante, e drammatica, è tuttavia un’altra. Le attuali convulsioni della sinistra sul tema della guerra dimostrano che il famoso “campo largo” non esiste, non esisteva e non esisterà. Adesso ci rendiamo conto che per mesi, e soprattutto nella fase cruciale prima della campagna elettorale, si è discusso a lungo di una cosa che alla luce del dibattito sulla guerra di Putin appare lunare: la fantomatica unità di uno schieramento “largo” di centrosinistra, in realtà frastagliato sulla cosa da sempre più importante di tutte, appunto il tema della guerra e della pace.

Un tema che nella storia ha diviso il movimento socialista, il mondo democratico, gli intellettuali di mezzo mondo, le generazioni, proprio per il suo carattere moralmente e politicamente decisivo. Su queste cose non si scherza. E non si possono escogitare mediazioni come se si trattasse di una vertenza sindacale o di un accordo in un consiglio comunale. Qui si parla del mondo, della vita, della libertà. Di quali regole dovranno governare il pianeta oggi e nel futuro. La guerra a Kyjiv, lo hanno detto e scritto in tanti, è uno spartiacque come Monaco nel ‘38, molto più che della Baia dei Porci o dell’Iraq. Qui la libertà, là la dittatura. E se non si è d’accordo su queste cose, stop, fine.

Campo largo? Ma basta vedere come la sinistra si comporterà nelle piazze nei prossimi giorni per capire che si sta parlando del nulla. Oggi al sit-in sotto l’ambasciata russa vanno Letta, +Europa, il Terzo polo, ma non Giuseppe Conte.

Il leader grillino ha in programma un’altra manifestazione a novembre (soi disant “senza bandiere” ma lui già ha piantato la sua), e nello stesso giorno Carlo Calenda ne organizzerà un’altra a Milano. Il primo è contro l’invio delle armi a Kyjiv, il secondo è favorevole. Il Pd versione Guerini anche è favorevole, ma il Pd versione Cuperlo-Boldrini mica tanto, e infatti questi andranno anche alla manifestazione di Conte.

Poi ci sono le associazioni di estrema sinistra che scenderanno in piazza il 5 novembre, esse sono radicalmente contrarie non solo all’invio di armi ma anche al ruolo degli Usa, alla linea di Zelensky e alle conseguenze della guerra foriera di disoccupazione, crisi, emarginazione.

Una linea non troppo lontana a quella della Cgil di Maurizio Landini che piace ai rossoverdi di Nicola Fratoianni e ai reduci dell’esperienza di Sel (Loredana De Petris, suo cognato Paolo Cento, Stefano Fassina, è tornato in campo anche Alfonso Pecoraro Scanio) che stanno ormai con Conte. Dulcis in fundo, il 28 ottobre a Napoli il vulcanico Vincenzo De Luca organizzerà la piazza sulla linea di Conte e Landini.

Si perdoni la confusione che non è di chi scrive ma il frutto della Babele del presunto “campo largo”, un sovrapporsi pazzotico di lingue e personalismi nel tentativo di meglio posizionarsi dopo le ferite del 25 settembre – del Pd ma anche di un Conte che punta a rifarsi una verginità a sinistra – mentre il radicalismo travestito da pacifismo, sparito, non vede l’ora di “riprendersi la piazza” che è uno dei suoi sport preferiti.

Come si sia potuto pensare di mettere nello stesso cartello elettorale, non parliamo neppure di alleanza politica, Pecoraro Scanio e Carlo Calenda, Lorenzo Guerini e Giuseppe Conte, Piero Fassino e Stefano Fassina, se ormai fatica a stare insieme (ripetiamo: sulla guerra!) persino gente che sta nello stesso partito come Matteo Orfini e Peppe Provenzano? Se questa è la domanda, con un occhio al futuro, parrebbe da escludere una ricomposizione di tutte queste “anime”, sarà un problema persino dal punto di vista parlamentare: e dunque non sarebbe ora, per usare la metafora di Bersani, di “tirare una riga” e di andare avanti ognuno per conto proprio?

Saranno poi i fatti a decretare chi avrà avuto più filo da tessere e ci sarebbe risparmiata la retorica sull’unità della sinistra che alla luce della guerra ormai è un feticcio, uno slogan che la Storia sta seppellendo con la forza della sua tragicità. Perché sotto le macerie reali di Kyjiv e Zaporizhia stanno le macerie politiche di una coalizione mai nata, il resto è silenzio.

Nell’immagine: sit in sotto l’ambasciata di Mosca organizzato il 13 ottobre per dire no alla guerra,. Sono intervenuti anche diversi esponenti politici tra cui il segretario del Pd, Enrico Letta


Diocesi di Lugano: spunti per un’interpretazione

Se non comunichi subito i contenuti del progetto ovvio che finirai a dibattere e a lacerarti solo sui nomi dei candidati – Il danno di immagine per il PS ormai è fatto 

Trascorso qualche giorno dall’annunciato quanto repentino cambiamento alla testa della Diocesi di Lugano, che da lunedì pomeriggio ha un nuovo amministratore apostolico pro tempore, è forse possibile tornare ad affrontare alcune delle questioni che si delineano all’orizzonte, in un ambito le cui dinamiche interne – amministrative, gerarchiche, formali – tendono a non essere immediatamente comprensibili a chi le osservi dall’esterno (non escluso chi scrive).

  1. Il commiato

La vera notizia emersa dalla conferenza stampa di lunedì mattina non sono state le dimissioni di mons. Valerio Lazzeri, anticipate dalla RSI già venerdì scorso, bensì le modalità del commiato voluto dal vescovo: un discorso toccante, con il cuore in mano, in piena e totale adesione a quella umanità che don Valerio ha testimoniato durante i suoi nove anni alla testa della diocesi. Nella spiazzante richiesta di perdono e nella commovente ammissione dei propri limiti fisici e psicologici, le sue parole hanno riecheggiato altre espressioni di “fragilità in atto” (non saprei come chiamarle altrimenti) cui la Chiesa cattolica ci ha abituato negli ultimi anni, dalla malattia di Giovanni Paolo II a quella – per i ticinesi – di mons. Eugenio Corecco, senza dimenticare l’«ingravescentem aetatem» di Benedetto XVI. Per chi crede, si tratta di testimonianze potenti che si inseriscono con forme diverse e persino antitetiche, di perseveranza le une e di rinuncia le altre, in una tradizione di fede e cultura che ha al proprio centro l’immagine di un Dio che si sacrifica per tutti, senza temere di mostrare le proprie fragilità.

  1. Sede vacante

Dal punto di vista strettamente giuridico, in un’area di sovrapposizione tra il diritto canonico e il concordato che regola i rapporti tra la Santa Sede e la Confederazione svizzera a proposito della Diocesi di Lugano, quest’ultima è attualmente definita “sede vacante”, e così sarà fino alla nomina del nuovo titolare. Le regole che determinano queste fasi intermedie sono le più varie e dipendono in prima battuta dalla causa dell’assenza del vescovo: morte, dimissioni per raggiunti limiti di età o dimissioni per motivi di salute.

Se un vescovo muore in carica, nella prassi usuale interviene il capitolo a nominare un amministratore diocesano pro tempore; in altri casi generalmente è il papa, tramite il nunzio, a formalizzare la scelta di un amministratore apostolico. Non potendo portare a termine per ragioni di salute il consueto periodo di transizione (come aveva fatto ad esempio mons. Grampa, rimasto un anno tra la presentazione e l’accettazione delle dimissioni, avvenuta contestualmente solo alla nomina del successore), Valerio Lazzeri ha chiesto al nunzio di anticipare i tempi secondo la modalità normalmente utilizzata dato il quadro giuridico sulle successioni episcopali.

La scelta di mons. Alain de Raemy è stata suggerita da confronti interni alla conferenza episcopale svizzera, non da ultimo anche per gli equilibri non idilliaci sul fronte della chiesa friburghese, che molto in fretta si è ritrovata priva del proprio vescovo ausiliare (il titolare mons. Morerod si è detto negli scorsi giorni molto «felice» che la scelta fosse caduta su de Raemy…). Ma tali dinamiche non devono sorprendere: come per i direttori d’orchestra o gli allenatori di calcio, i vescovi sono sovente in sovrannumero, specie in un ambito complesso come quello svizzero, nel quale il turnover è piuttosto basso (il prossimo fronte che dovrebbe aprirsi, non prima di qualche anno, è quello della diocesi di Sion).

  1. Fenomenali poteri cosmici

… in un minuscolo spazio vitale. Sono, per citare un noto lungometraggio della Disney, i poteri assai limitati dell’amministratore apostolico in caso di sede vacante (diverso perciò dal ruolo quasi omonimo tenuto dai vescovi ticinesi tra il 1884 e il 1971), cui non sarà concesso ad esempio nominare nuovi parroci. Se vale la regola latina del sede vacante nihil innovetur, nei prossimi mesi la diocesi si troverà quindi confrontata al congelamento di molte procedure e di molti dossier.

Lo slancio pastorale mostrato lunedì mattina da mons. de Raemy, che si è fatto apprezzare per la sua affabilità citando persino il «se sbaglio mi corrigerete» di papa Wojtyla, sarà insomma contenuto da paletti piuttosto stretti, e finalizzato all’individuazione dei possibili successori di Lazzeri. Nessun commissariamento, quindi, della diocesi luganese per presunti scandali o altro (per quelli ci sarebbe voluta un’altra figura, ad esempio quella di un «visitatore» apostolico).

  1. Farne (non subito) un altro

Assieme al gioco simpatico – ma evidentemente ozioso – del totovescovo, è tornata in auge nei media la questione del ressortissant, una regola specifica per la diocesi luganese iscritta nel concordato tra la Svizzera e la Santa Sede del 24 luglio 1968: «L’Evêque de Lugano sera nommé par le Saint-Siège et sera choisi parmi les prêtres ressortissants tessinois». Se ressortissant vale, come parrebbe di capire, «attinente di», la scelta potrà cadere allora su ogni sacerdote di almeno 35 anni, ordinato almeno da cinque e in possesso almeno di una licenza in materie teologiche, e che abbia però anche un’attinenza ticinese. Fu il caso di mons. Grampa, un italiano di Busto Arsizio nel frattempo naturalizzato; e quella stessa regola impedì a Padre Mauro Jöhri, grigionese di Bivio, di essere preso in considerazione in passato nonostante la grande esperienza internazionale come ministro generale dell’Ordine dei Cappuccini.

  1. Questioni ancora aperte

In attesa che i meccanismi ecclesiastici facciano il loro corso, con i ritmi dilatati che da sempre li caratterizzano (incompatibili con la nostra epoca ansiosa e trafelata), le dimissioni di mons. Lazzeri hanno già contribuito a far emergere a livello di opinione pubblica alcune questioni che covavano sotto la cenere: innanzitutto i problemi finanziari della diocesi, una struttura complessa da cui dipendono numerosi servizi (comprese due scuole) e il cui patrimonio immobiliare si è rivelato negli ultimi anni più un peso che una vera fonte di reddito.

Le difficoltà comunicative sottolineate da Luigi Maffezzoli, presidente dell’Azione cattolica, al Quotidiano della RSI lo scorso 10 ottobre sono un ulteriore problema che ha toccato la diocesi in anni recenti, sia nelle sue relazioni con la stampa, sia nell’ascolto delle molte realtà che compongono il variegato patchwork della chiesa ticinese. Temi questi, al crocevia delle questioni gestionali e delle spinte sinodali così tipiche della chiesa di papa Francesco, che meriteranno di essere seguiti da vicino, nei prossimi mesi, anche alle nostre latitudini.

Nell’immagine: la cerimonia di ordinazione di un vescovo


Il Congresso del Partito comunista cinese, spiegato

Se non comunichi subito i contenuti del progetto ovvio che finirai a dibattere e a lacerarti solo sui nomi dei candidati – Il danno di immagine per il PS ormai è fatto 

Di Guido Alberto Casanova, Il Post

Il prossimo 16 ottobre si riunirà il Congresso nazionale del Partito comunista cinese (PCC), durante il quale migliaia di delegati provenienti da ogni provincia del paese andranno a Pechino per l’appuntamento più importante della vita politica cinese. Durante il congresso vengono selezionati i dirigenti che guideranno il partito – e quindi anche il paese – per i successivi 5 anni.

Il ventesimo Congresso, quello di ottobre, si preannuncia però su un altro livello rispetto a tutti quelli degli ultimi 30 anni poiché il PCC sarà chiamato a prendere delle decisioni storiche: anzitutto, è praticamente certo che confermerà Xi Jinping (segretario del partito e presidente della Repubblica popolare cinese) per un terzo mandato, contravvenendo a tutte le pratiche messe in atto negli ultimi decenni sull’avvicendamento dei vertici dello stato.

Poiché la Cina è una dittatura, in mancanza di elezioni generali il Congresso del PCC è l’unico meccanismo esistente per permettere il ricambio della dirigenza del paese. Nonostante non sia l’unico partito presente in Cina (ne esistono altri ma sono ridotti a formazioni satellite e di fatto irrilevanti), l’art. 1 della Costituzione della Repubblica Popolare affida al solo PCC il ruolo istituzionale di guida politica del paese.

Nella pratica quindi le cariche istituzionali più alte del paese vengono ricoperte da funzionari del partito. Ad esempio, nella Cina post-maoista si è pian piano affermata la consuetudine di combinare nella stessa persona le cariche di segretario generale del partito e presidente della repubblica: chi viene eletto a guidare il PCC durante il congresso viene quindi nominato automaticamente anche per la presidenza della Repubblica Popolare, una carica la cui elezione ogni 5 anni spetta al parlamento cinese controllato dallo stesso PCC.

La carica di segretario generale è ricoperta dal 2012 da Xi Jinping (che inoltre è presidente cinese dal 2013), e in teoria quest’anno dovrebbe abbandonarla, perché da circa trent’anni le convenzioni e pratiche politiche dentro al partito limitano il numero di mandati a due da cinque anni ciascuno. Ma a meno di sorprese clamorose, Xi sarà rieletto per un terzo mandato, e questo aprirà una nuova e incerta fase nella politica cinese.

Come funziona il Congresso

Come in Occidente con le elezioni, il Congresso è il momento più importante nella vita del partito, che a oggi conta oltre 96,71 milioni di membri in tutta la Cina. I suoi meccanismi non sono semplicissimi e bisogna fare un leggero sforzo per seguire il filo.

A partecipare saranno circa 2.300 membri, selezionati dai rami locali del PCC e dalle organizzazioni del partito, a cui spetterà il compito di scegliere i circa 200 membri del Comitato centrale, che costituisce il nucleo del partito. A sua volta, il Comitato centrale ha il ruolo chiave di nominare la dirigenza esecutiva. L’elezione più importante è quella del Politburo, composto da 25 membri tra i quali saranno poi selezionati quei funzionari più importanti che andranno a formare il Comitato permanente del Politburo (che oggi conta sette membri), cioè l’organo esecutivo ristretto a cui appartiene il segretario generale e attraverso cui il PCC governa la Cina.

Ovviamente non si tratta di un’elezione libera e le candidature per tutti questi organi collegiali sono negoziate in anticipo e a porte chiuse tra i vertici del partito. In sostanza, le votazioni del congresso e del comitato centrale si limitano ad approvare scelte già prese conferendo alla nuova dirigenza la legittimazione politica della base.

Il terzo mandato

Il ventesimo Congresso però non sarà solo un semplice rinnovo della dirigenza del PCC. È infatti opinione unanime tra gli osservatori che il presidente Xi Jinping intenda rompere coi regolamenti e riscrivere il sistema di governo che negli ultimi decenni ha guidato la Cina.

A partire dalla sua elezione a segretario generale nel 2012, Xi ha compiuto una radicale centralizzazione del potere assumendo in prima persona sempre più cariche di partito e di governo. È una netta rottura con il sistema di limitazioni del potere che si era consolidato nella Cina post-maoista, il cui architetto Deng Xiaoping intendeva rifondare le istituzioni della Repubblica Popolare per impedire che venissero ripetuti gli eccessi commessi da Mao Zedong. Uno dei più importanti limiti stabiliti da Deng era la consuetudine che qualsiasi leader cinese non potesse governare per più di 10 anni: massimo due mandati da segretario generale, concomitanti con i due da presidente previsti dalla Costituzione.

Già allo scorso Congresso, nel 2017, si era potuto intuire che Xi e il partito avessero collettivamente deciso di superare la consuetudine dei due mandati. Solitamente quando deve essere eletto un nuovo segretario generale questo viene scelto all’interno della leadership eletta al congresso precedente. Perciò, il possibile successore di Xi (i cui 10 anni di mandato scadono appunto nel 2022) avrebbe dovuto essere ammesso nel Comitato permanente già nel 2017. Eppure, nessuno dei profili emersi allo scorso congresso si adattava alla figura di candidato a nuovo segretario generale, e questa mancanza di un successore apparente è stata interpretata come un primo indizio del fatto che Xi sarebbe potuto restare in carica oltre i 10 anni.

Nel marzo del 2018, poi, è arrivato un ulteriore segnale in questo senso, quando il parlamento cinese ha emendato la costituzione per abolire il limite dei due mandati da presidente.

Quanto accaduto in Cina negli ultimi anni lascia presagire che Xi, il leader più potente dai tempi di Mao, resterà al potere. Una prima cosa da osservare sarà quale titolo adotterà al ventesimo Congresso, che può apparire una questione irrilevante ma nella tradizione comunista non lo è.

Xi potrebbe mantenere il titolo di segretario generale del partito, infrangendo la convenzione dei due mandati ma lasciando la struttura del partito intatta, oppure potrebbe farsi riconoscere dal PCC la carica di presidente del partito, abolita negli anni ’80: si tratterebbe di una riforma sostanziale della governance cinese poiché la presidenza del partito, al contrario della carica di segretario generale che è inserita all’interno del Comitato permanente, è una carica apicale non collegiale che concentra il massimo potere decisionale in un’unica persona. Di fatto, questo fu il titolo che usò Mao Zedong.

Un secondo punto da osservare sarà la nuova composizione del Politburo e in particolare del Comitato permanente. Alcuni degli attuali sette membri del Comitato hanno sorpassato i 68 anni di età, il limite convenzionale oltre il quale i membri del PCC vanno in pensione, e andrebbero per forza sostituiti con nuovi dirigenti. Il profilo dei politici che per la prima volta entreranno nel Comitato permanente dirà molto sull’orientamento della nuova dirigenza, soprattutto sulla base delle loro esperienze di partito e dei loro legami personali. Da osservare saranno i profili che in passato hanno avuto rapporti stretti con Xi.

Il terzo punto riguarda il possibile successore. Questo è un tema molto complesso. Sebbene con ogni probabilità Xi Jinping rimarrà al potere, teoricamente potrebbe anche designare un potenziale successore che da qui a 5 o 10 anni prenderà il suo posto. È una prospettiva molto remota, perché a pochi giorni dall’inizio del Congresso non ci sono indizi concreti su chi possa essere questa persona. È probabile quindi che non ci sia ancora una persona designata a succedere a Xi nel corso del prossimo decennio. Come ha spiegato bene Filippo Fasulo, analista dell’ISPI che è stato intervistato nella newsletter del giornalista Simone Pieranni, identificare un possibile successore imporrebbe già di per sé un limite implicito al potere di Xi e ciò appare in contraddizione con l’accentramento operato dal segretario generale negli ultimi 10 anni.

Al di là delle cariche, però, il Congresso nazionale è il momento in cui il partito si riunisce, esprime i giudizi sull’operato dell’ultimo quinquennio e formalizza le linee politiche elaborate dalla dirigenza. Dal rallentamento economico alla strategia “zero COVID”, dalla propaganda interna alla questione dell’unificazione di Taiwan, i membri del ventesimo Congresso guidati da Xi Jinping imprimeranno una nuova direzione alla politica cinese.

Se quindi c’è un quarto punto da osservare, riguarda le priorità politiche che emergeranno dalla relazione sugli ultimi 5 anni pronunciata dal segretario generale. Ci si aspettano annunci e proposte di riforme importanti.

Nell’immagine: un fotomontaggio che affianca Xi Jinping ai due “grandi timonieri” Mao Zedong e Deng Xiaoping