Bitcoin a Lugano e in El Salvador

Come, perché, e con chi la città di Lugano ha stretto un accordo ufficiale legato all’uso delle criptovalute 

La Città di Lugano e il governo di El Salvador hanno sottoscritto a sorpresa la scorsa settimana un memorandum di collaborazione per la promozione delle criptovalute Bitcoin, Tether e Lvga (quest’ultima moneta digitale luganese il cui corso è stato legalizzato nel marzo scorso) come alternativa internazionale ai metodi di pagamento in contante, con bonifici e carte di credito.

Ma l’ambasciatrice salvadoregna negli Stati Uniti, Milena Mayorga, insieme a Joaquín Alexander Maza (ambasciatore di El Salvador presso l’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra) prima di ratificare quell’intesa hanno riferito (se ce ne fosse stato bisogno) dell’andamento del Bitcoin in El Salvador, primo paese al mondo nel settembre 2021 a formalizzare la circolazione della criptomoneta?

Ebbene l’azzardato esperimento del Bitcoin nella minuscola e poverissima nazione dell’istmo centroamericano non è che abbia dato (fino ad ora) il meglio di sé.

Ad avventurarsi nell’impresa il giovane Nayib Bukele, primo presidente millennial dell’America Latina. Ma la criptomoneta, che due mesi dopo il suo lancio locale aveva raggiunto il massimo storico a 69mila dollari, nel corso di quest’anno è precipitata progressivamente finanche sotto i 20mila. Con Bukele che al momento avrebbe dissipato circa il 60% del valore dei 2.381 Bitcoin in denaro pubblico via via da allora investito a quotazioni diverse, anche dopo che era iniziata la discesa. “Non preoccupatevi”, twittava ancora poco tempo fa un rassicurante e baldanzoso Nayib: “entro la fine del 2022 il Bitcoin raggiungerà i centomila dollari”.

Sta di fatto che ad oggi lo stato salvadoregno è in perdita per oltre 60 milioni di dollari dei 105 investiti nell’operazione. Non solo: altri 150 milioni sono stati collocati in un relativo deposito di garanzia; mentre ulteriori 120 milioni sono serviti per allestire la piattaforma digitale Wallet Chivo, cui avevano aderito da subito i due terzi dei 6,5 milioni di abitanti del paese più piccolo quanto più densamente popolato del subcontinente latinoamericano. Che in realtà vi si erano associati per beneficiare dei 30 dollari d’iscrizione promozionale; salvo poi abbandonare immediatamente il sistema e continuare le transazioni col dollaro statunitense (assurto a sua volta a moneta nazionale nel 2001, per iniziativa della destra oligarchica, soppiantando l’autoctono colón).

Così che a malapena un 10% del totale dei pagamenti in El Salvador viene effettuato oggi in Bitcoin (che i commercianti sono obbligati a ricevere) in uno staterello dove l’economia informale sfiora il 70%. Mentre meno del 2% delle rimesse familiari inviate dagli oltre due milioni di emigrati salvadoregni sono state trasferite in patria in valuta virtuale. Conversione sulla quale il presidente aveva puntato molto trattandosi di ben 7,5 miliardi di dollari ogni anno (oltre un quinto del pil). Neanche il tanto sbandierato incentivo per un risparmio complessivo di 400 milioni delle relative commissioni li ha però convinti a dirottarle sulla moneta digitale.

Ma come è venuta all’oggi quarantenne Nayib Bukele, al di là dell’attuale pessima perfomance, l’idea di avventurarsi in un simile azzardo impegnando risorse pubbliche in un investimento puramente speculativo, ad altissima volatilità, oltre che privo di ogni trasparenza?

Bukele, di una famiglia di imprenditori originaria della Palestina (ed egli stesso impresario) è stato eletto alle presidenziali del 2019 sbaragliando letteralmente il sistema a due partiti che reggeva dalla fine del sanguinoso conflitto civile grazie agli accordi di pace del 1992 propiziati dall’Onu. All’indomani dell’avvento dei sandinisti in Nicaragua, la guerriglia del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln) aveva tentato di rovesciare anche in El Salvador il repressivo sistema oligarchico. Dopo dodici anni e 75mila vittime, finì militarmente pari e patta, ma con un successo politico-diplomatico evidente da parte degli insorti, instaurandosi così una dinamica politica ed elettorale accettabilmente democratica e senza registrare da allora alcun assassinio politico.

Quella che non venne affrontata fu invece la questione chiave della revisione della proprietà delle terre, che pure era stata timidamente prevista da quegli accordi, in un paese in larga misura ancora prigioniero dell’atavico schema coloniale “oligarquia versus peones”. Neppure l’avvento al governo dell’ex guerriglia negli ultimi due mandati prima di Bukele, fra il 2009 e il 2019 (dopo i tre consecutivi della destra), poté scalfire più di tanto le brecce sociali, con il Fronte che, non avendo la maggioranza nell’assemblea legislativa, non poteva far passare le proprie riforme, sistematicamente boicottate dal partito Arena. Col risultato di non riuscire ad arginare la massiccia emigrazione verso il nord e neppure il fenomeno della violenza delle pandillas (bande giovanili), tanto da proiettare El Salvador (nel 2015) fra i pochi paesi al mondo con oltre cento omicidi ogni centomila abitanti l’anno.

È in questo contesto di frustrazione generale che prende il largo la figura di Najib Bukele, il quale, paradosso vuole, proviene dalle stesse fila del Fmln che lo aveva proiettato a sindaco di San Salvador. Nayib si è ben presto mostrato piuttosto riottoso verso le dinamiche di una sinistra ex guerrigliera non scevra da rigidità, divisioni e settarismi. Tanto che il Fronte decise precipitosamente di espellerlo dal partito mentre era ancora alla guida della capitale.

Di lì la decisa svolta del twittero Bukele che, contando su un’ampia simpatia della maggioritaria giovane quanto disperata popolazione salvadoregna, fonda il partito Nuevas Ideas e, scagliandosi (come accaduto ad altre latitudini) contro il tradizionale e paralizzante sistema bipartitico (da lui definito “l’era della corruzione”), si impone già al primo turno nelle presidenziali del 2019. Per stravincere poi le elezioni parlamentari (e municipali) del febbraio 2021 ottenendo la maggioranza assoluta dei due terzi.

In un crescente delirio di potere personale e guadagnatosi pure il favore di esercito e polizia, nel maggio successivo impone con un golpe istituzionale la sostituzione della corte suprema con una a propria immagine e somiglianza, subordinando di fatto a sé anche il controllo del potere giudiziario. Fino ad annunciare che nel 2024 si ricandiderà alla guida del paese nonostante la costituzione disponga la non rieleggibilità oltre che l’immodificabilità del relativo articolo.

Il tutto alla guida di un paese economicamente e finanziariamente sconquassato, cui va aggiunto (a differenza che con Trump) il pessimo rapporto con l’amministrazione Biden per aver strizzato l’occhio all’avvio di interscambi con la Cina.

Su questo sfondo Nayib decide di giocare la carta del Bitcoin quasi fosse la scorciatoia per “salvare” El Salvador. Strategia che non si limita alla già di per sé spregiudicata legalizzazione della criptomoneta, bensì su un progetto integrale che prevederebbe la fondazione sulla costa del Pacifico di Bitcoin City, interamente alimentata dall’energia geotermica dei vulcani Tecapa e Conchagua (con un immenso consumo di energia viste le temperature del tropico). Sta di fatto che il presidente così si rivolse planetariamente: “accorrete minatori, che diventeremo il laboratorio mondiale delle criptomonete”. Per finire con l’annuncio della fondazione della Bitcoin Beach del surf, “dove tutto si pagherà in digital money”.

Da allora in El Salvador sono stati ricevuti principescamente almeno una mezza dozzina di multimilionari del businnes virtuale, a partire dal proprietario del gruppo Tv Azteca messicana, Ricardo Salinas, e il CEO di Binance, Changpeng Zao; e ancora il giornalista statunitense Max Keiser (ex collaboratore di una tv russa filo Putin) la cui consorte, Stacy Herbert, pronosticò che “El Salvador diventerà la Firenze del Rinascimento 2.0”.

Peccato che la moneta digitale abbia cominciato a cedere. Tanto che l’emissione sul mercato finanziario di Bitcoin Bond per un miliardo di dollari (per finanziare Bitcoin City) annunciata già per la fine del marzo scorso è stata posposta sine die dal ministro dell’economia Alejandro Zelaya. Al quale non è restato che minimizzare le perdite dell’operazione, incalzato dal Fondo Monetario Internazionale che minaccia di sospendere i negoziati per un prestito di 1,3 miliardi di dollari (in vista della scadenza nel gennaio prossimo di un credito di 800 milioni) nel caso El Salvador persista nell’impiego della criptomoneta che “mette a rischio la stabilità e integrità finanziaria dello stato”, oltre che “la protezione del consumatore”.

A rincarare la dose le agenzie Moody’s e Fitch che per il timore d’insolvenza hanno declassato il debito del Salvador da B- a CCC; ovvero a spazzatura. Nonché le aspre critiche apparse sull’Economist, il Financial Times e, più recentemente, sul New York Times. Cui Bukele ha sempre reagito con twitters piccati senza mai fare marcia indietro e sorprendendosi ironicamente per tanto “repentino interesse” verso l’”insignificante” nazione centroamericana.

Non è comunque un caso che l’incontro del maggio scorso dei banchieri centrali di 44 paesi emergenti, convocato ad hoc a San Salvador dal presidente salvadoregno all’insegna della (decadente) moneta digitale, si sia svolto in un clima alquanto mesto. Mentre dei tanto auspicati investimenti dall’estero non se ne è vista neppure l’ombra.

A complicare ulteriormente il panorama si è consumato a fine marzo scorso il più violento week end nella storia del Salvador in tempo di pace con 87 omicidi ad opera delle maras, le bande giovanili che da oltre un paio di decenni imperversano soprattutto nelle periferie di San Salvador, controllando ampli territori mediante estorsioni, microcriminalità e spaccio di stupefacenti.

Preoccupato sia all’interno che per l’immagine di insicurezza che il paese avrebbe dato fuori dai suoi confini, Bukele ha subito disposto lo stato di eccezione nazionale, tuttora vigente, con la sospensione di una serie di garanzie costituzionali.

Nate a Los Angeles, le pandillas sono state trapiantate nell’istmo dai figli degli emigranti deportati a fine pena dalle carceri della California. E si sono rapidamente diffuse (anche in Guatemala e Honduras) per le condizioni di estrema miseria e all’indomani di devastanti conflitti che avevano lasciato grandi quantità di armi da fuoco in circolazione.

I governi che si sono succeduti in El Salvador, di destra come di sinistra, hanno alternato invano periodi di feroce repressione a tregue temporanee, durante le quali i pandilleros sono lievitati fino a 70mila. Ma con l’insediamento di Bukele l’indice dei morti ammazzati per centomila abitanti diminuì drasticamente. Salvo scoprire, grazie alla giovane equipe di giornalisti indipendenti de El Faro, che quel risultato non era il frutto di un improvviso miglioramento delle condizioni di vita della gioventù salvadoregna, bensì di un fitto andirivieni fra le zone sotto il controllo delle maras e le carceri dove erano detenuti i loro capi. Con le autorità di governo ad attenuare la repressione (oltre che le loro condizioni di detenzione) in cambio di una minore belligeranza.

Poi qualche arresto di troppo ha fatto saltare quell’illusorio equilibrio. E le pandillas hanno reagito con una repentina impennata di omicidi, cui Bukele ha risposto da marzo con l’arresto di oltre 60mila giovani, il tasso di detenuti più alto del subcontinente. Fra essi 1.100 minorenni (compresi i dodicenni condannabili fino a dieci anni). Basta avere un tatuaggio o una spiata di un vicino per finire dietro le sbarre: ammassati 24 ore su 24 nelle celle senza poter vedere, ha disposto via social Bukele, “un solo raggio di sole”. Unanime è giunta la condanna, fra altre, della Commissione Interamericana per i Diritti Umani.

Il colmo è che nonostante la debacle del Bitcoin (cui quasi nessuno ha creduto in El Salvador) il sempre più autarchico Nayib Bukele continua a rimanere saldamente in testa nei consensi fra i capi di stato latinoamericani proprio per la sua mano dura adottata contro le maras, di cui la popolazione più sventurata è stata finora impunemente in balia. Lungi dal tentare di attenuare le ragioni strutturali delle disuguaglianze alla base della miseria di questo paese, dove l’oligarchia, le tasse, non sa neanche cosa siano.

Così che ora il suo governo è stato costretto a “cedere” alla ben più performante Lugano l’aspirazione a capitale mondiale delle criptovalute; solcando il Ceresio come su una sorta di ciambella di salvataggio in attesa di un loro recupero. Mentre le varie Banche Centrali in giro per il mondo, a cominciare da quella europea, dopo aver cercato di arginare i paradisi fiscali, si stanno interrogando ora se non sia il caso di mettere un freno alle monete digitali.

Nell’immagine: il faraonico progetto di Bitcoin City, in El Salvador


Un documentario svela le truffe del Secondo pilastro

Come, perché, e con chi la città di Lugano ha stretto un accordo ufficiale legato all’uso delle criptovalute 

Il documentario “Protokoll”, coprodotto dalla RSI e diffuso nella rubrica DOC lo scorso 27 ottobre con il titolo “Il protocollo” è così presentato nel sito RSI: “Alcuni economisti prevedono un calo delle nostre pensioni nei prossimi anni. Ma perché saranno più basse? Di chi è la colpa? Molto prima della creazione dell’AVS nel 1947, gli assicuratori vita avevano già compreso l’enorme potenziale commerciale del mercato dei fondi pensione privati. Si sono organizzati e hanno sviluppato il concetto dei tre pilastri, che è stato accettato a larga maggioranza in una votazione nel 1972. Questo è un ottimo esempio di lobbismo politico che ha permesso loro di modellare il secondo pilastro in base ai loro interessi privati. Oggi ne stiamo pagando le conseguenze.”

I protocolli segreti

Poco prima della votazione sull’aumento dell’età di pensionamento delle donne ho provato a descrivere i più importanti svantaggi per gli assicurati della Previdenza Professionale (PPP o Casse Pensioni o 2° Pilastro). Ho simulato una partita in 9 round in cui si confrontavano i due pilastri obbligatori del nostro sistema pensionistico. Il risultato AVS batte PPP per 9 a 0 era inequivocabile e lo confermano le rivelazioni di “Protokoll”. Il documentario cita i protocolli segreti concordati nelle riunioni fra le maggiori compagnie di assicurazione vita già negli anni ’70 e fornisce le prove schiaccianti delle loro manipolazioni politiche, delle false promesse e dei furti perpetrati a danno degli assicurati in tutti questi anni.

Si racconta nel documentario come, sotto la pressione delle lobby assicurative, le nostre autorità politiche hanno progressivamente tradito la promessa fatta al momento della votazione sul sistema dei tre pilastri nel 1972, cioè che le rendite dei due pilastri assieme (AVS+PPP) avrebbero “garantito il tenore di vita precedente” con almeno il 60% dell’ultimo salario. Per grantire questo obiettivo nella legge era prevista la “priorità delle prestazioni”, indipendentemente dai contributi versati pariteticamente (che sono un salario differito). Invece dopo pochi anni il sistema è stato riconvertito in “priorità dei contributi”. In altre parole la pensione del 2° Pilastro è limitata a quanto accumulato con i cospicui contributi versati da ogni singolo assicurato e dai suoi datori di lavoro per costituire il suo “capitale di vecchiaia”. Risultato: oggi una pensione del 60% dell’ultimo salario rimane una chimera per molti salariati e soprattutto per le salariate. Mediante la ben nota “Salamitaktik”, come la chiamano oltr’alpe, fetta dopo fetta la legge viene progressivamente svuotata del suo scopo sociale per salvaguardare le esigenze di guadagno delle assicurazioni private e dei loro azionisti. Un esempio?

Il furto di 20 miliardi

Si narra nel documentario come nel 2002 scoppiò lo scandalo dei 20 miliardi di eccedenze appartenenti agli assicurati, mai comparsi sui conti delle Casse Pensioni. Un vero e proprio furto ai danni dei salariati, denunciarono allora numerosi parlamentari di vari partiti. Un prelievo inammissibile secondo la liberale Christine Egerszegi, allora consigliera nazionale e presidente della Commissione parlamentare LPP, scandalizzata ancora oggi perché quei 20 miliardi sono spariti nelle tasche degli azionisti invece di arrivare sui conti degli assicurati.

Anche i socialisti allora gridarono allo scandalo ma il documentario rivela che purtroppo il Partito Socialista Svizzero e i sindacati hanno una grande responsabilità in questo disastro perché già nel 1972 sostennero il sistema studiato dalle assicurazioni private. Avrebbero invece potuto sostenere la proposta di sviluppare il primo pilastro (l’AVS, più sociale, economica ed efficiente!) per garantire delle vere pensioni popolari che “mantengano il livello di vita precedente” almeno per i redditi bassi e medi. Oppure avrebbero almeno potuto proporre un 2° Pilastro in mano pubblica e non privata, per preservare lo scopo di assicurazione sociale e l’uso corretto dei risparmi accumulati (oggi più di 1000 miliardi!). Un’idea che già circolava nel PSS.

La prossima “riforma” della legge PPP

Il documentario non ne parla ma già si vede che la “Salamitaktik” continua. La prossima fetta, che più preme alle assicurazioni private, è l’ulteriore riduzione dell’”aliquota di conversione”, già approvata dal Consiglio Nazionale, cioè una diminuzione delle pensioni del 12%! Per mandar giù la pillola si propone lo zuccherino delle compensazioni durante i primi anni che seguiranno la “riforma”, ma per i giovani di oggi la frittata è fatta: pagheranno di più per ricevere di meno. Si prevede infatti anche l’aumento dei contributi dedotti dallo stipendio: sia iniziando a pagarli già da 20 anni (e non da 25 come oggi), sia riscuotendoli in % su una parte maggiore dello stipendio mediante la diminuzione della “deduzione di coordinamento”.

Mi auguro che i/le parlamentari impegnati/e nella “riforma” del 2° Pilastro diano prima un’occhiata a “Protokoll” e cerchino soluzioni che pongano un freno al costante dirottamento del risparmio degli assicurati verso l’opaca e costosa gestione delle assicurazioni private. Sono società anonime (o simili) il cui scopo principale rimane la realizzazione di utili e non il benessere sociale degli svizzeri. Dovrebbero accontentarsi di fare affari col 3. Pilastro: il risparmio privato, appunto… per chi se lo può permettere.

Offrire ad esempio a tutti i cittadini la possibilità di trasferire i loro “capitali di vecchiaia” in una Cassa Pensioni federale, in concorrenza con quelle private, converrebbe già solo perché si eliminerebbe il problema del “libero passaggio” e vari inutili costi di gestione. Sarebbe un primo passo nella buona direzione.

Il documentario “Il Protocollo” è visibile sul sito della RSI fino al 27 novembre


Vi spiego le mosse del Vaticano per uscire dalla logica della guerra

Come, perché, e con chi la città di Lugano ha stretto un accordo ufficiale legato all’uso delle criptovalute 

Di Federico Di Bisceglie, Formiche.net

“Prima o poi anche l’aggressore si deve rendere conto che la guerra è una minaccia anche per se stesso. L’unica vittoria è la pace. La Cina? È ragionevole sperare in un suo intervento. Anche perché ci sono segnali che fanno ben sperare”. 

La voce di papa Francesco è instancabile e gli appelli alla pace continui. Lo sforzo della diplomazia vaticana, come riportato anche nell’intervista al professor Marco Faggioli su Formiche.net, è tesa a mantenere la propria credibilità nei confronti di Mosca. Ma “il vero problema per il Vaticano sono gli interlocutori e quanto siano disposti a sedere al tavolo delle trattative per la pace”. Ne è convinto Marco Impagliazzo, ordinario di Storia Contemporanea all’università di Roma Tre e presidente della Comunità di Sant’Egidio.

Per invocare la pace, occorrono presupposti chiari a partire dal riconoscimento di invasore e invaso. 

Mi pare che i ripetuti appelli del papa sotto questo profilo siano del tutto incontrovertibili. Ora si tratta di capire quanto gli interlocutori, anche al di la di Russia e Ucraina siano disposti a prendere posizione nei tavoli di pace.

A quali interlocutori si riferisce?

Come ha dichiarato il pontefice, si tratta ormai di un conflitto che interessa tutto il mondo. Per cui mi riferisco agli Stati Uniti, all’India e alla Cina in prima istanza.

C’è possibilità che la Cina possa muoversi per chiedere un impegno di pace alla Russia?

È finalmente terminato il congresso del partito comunista cinese. Dunque è ragionevole sperare in un intervento della Cina. Anche perché ci sono segnali che fanno ben sperare: la mancata foto di gruppo a Samarcanda – appuntamento in cui c’era anche Putin – è un fatto interessante.

E gli Stati Uniti?

Il presidente Biden è cattolico e questo potrebbe essere un punto di vantaggio per un eventuale intervento della Santa Sede, benché queste siano ipotesi assolutamente personali. È indubbio, comunque, che gli appelli del Papa siano continui e chiari.

Ma il punto è capire se questi appelli possano avere un riscontro da Putin e Kirill. 

Sì, ma è importante comunque fare questi appelli perché aiutano a uscire dalla logica della guerra, tornando alla prospettiva della pace, del Vangelo. Tutto questo penso che abbia un ruolo importante per smuovere le coscienze. Anche dell’aggressore.

Possono contribuire ad aprire un dialogo che conduca alla pace e scongiuri la minaccia di una guerra nucleare?

La pace è il grande bene dell’umanità e io resto convinto che prima o poi anche l’aggressore si debba persuadere e rendere conto che la guerra è una minaccia anche per se stesso. L’unica vittoria è la pace.

Difficile immaginare questa lettura dalla prospettiva del Cremlino.

Nel 1989, all’indomani della caduta del muro di Berlino, Papa Giovanni Paolo II, ad Assisi, disse che non si era pregato invano. Voglio pensare che anche ora sarà così. Invocare la pace. Magari verrà.


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Come, perché, e con chi la città di Lugano ha stretto un accordo ufficiale legato all’uso delle criptovalute 


A Lugangeles si fanno accordi con El Salvador

Come, perché, e con chi la città di Lugano ha stretto un accordo ufficiale legato all’uso delle criptovalute 

Nel recente dibattito sui Bitcoin a Lugano, il problema non sono i Bitcoin: il problema sono i Bitcoin a Lugano. Basterebbe osservare la storia recente della città per pretendere, da parte delle euforiche autorità politiche, un minimo di accortezza. Ma Lugano è Lugangeles, borgo di periferia che si vuole centro del mondo inseguendo il profumo inodore dei soldi. Siano essi virtuali o veri, bianchi o neri. Lo dice la cronaca: l’avidità si è sempre portata appresso spiacevoli sorprese.

Negli anni Settanta, quando Lugano diventò la città delle banche, il settore finanziario faceva girare buona parte dell’economia locale e garantiva importanti entrate fiscali. Nessuno aveva nulla da ridire: nel vuoto di regole, i soldi piovevano e a tutti andava bene così. La brama di denari ha concimato l’humus su cui sono spuntati, però, tutta una serie di colletti sporchi che hanno fatto proliferare nella giungla Ticino continui scandali: crack bancari, truffe colossali, senza contare l’afflusso di un fiume torbido di narcodollari.

A differenza delle altre piazze svizzere, il Ticino era una piazza monoculturale, totalmente dipendente dall’Italia. Ciò che negli anni Duemila diventò problematico: scudi fiscali, nuove regole bancarie e fiscali hanno infatti reso più difficile per le banche ticinesi attirare nuovi clienti italiani. La gallina dalle uova d’oro era ormai sterile. Si sono così cercati nuovi sbocchi, nuovi mercati in crescita come la Russia, il Sudest asiatico o il Sudamerica. Nuovi ricchi, nuovi rischi. E nuovi scandali.

BSI, la più antica banca ticinese, cancellata dalla FINMA dopo essere stata abbacinata dai milioni facili guadagnati tramite il corrottissimo fondo malese 1MBD. È stata la più grande rapina del nuovo millennio e Lugano c’era. E che dire di PKB e della filiale luganese di Cramer? Ancora in vita certo, ma sotto indagine penale in Svizzera per il loro ruolo nell’altro scandalo internazionale di questo inizio millennio, il Lava Jato brasiliano. Ma non è tutto: a Lugano c’è stato persino una banca, la Credinvest, il cui controllo è stato preso segretamente da alcuni brutti ceffi venezuelani. Non ci si è fatti mancare nulla, insomma. Tutti con le pupille dilatate dai dollari sporchi dei corrotti di ogni dove.

La crisi delle banche ha poi spinto la piazza su altre declinazioni della finanza come il commercio di materie prime. Lugano è diventata la terza piazza svizzera. Un settore certo interessante, ma rischioso per natura. In riva al Ceresio è arrivato di tutto, dagli oligarchi ucraini a quelli russi finiti sotto sanzione, da faccendieri delle ferroleghe al banco diamanti in odore di camorra. C’è chi commerciando petrolio da Lugano è finito sotto inchiesta per del presunto petrolio acquistato dallo Stato islamico. Altre società acquistano metalli sempre più strategici, come il cobalto o il nichel, in contesti dove regna fame, povertà e corruzione. Altre ancora si riempiono le tasche intermediando carbone o GLN americano, combustibili fossili tra i più inquinanti al mondo. Non tutto va generalizzato, certo, ma questo è per dire: occhio ai rischi, signore e signori.

In riva al Ceresio, confluiscono ancora oggi personaggi dai vari curriculum criminali – mafiosi in doppio petto, arguti frodatori, intrallazzoni di ogni sorta – che qui paiono trovare le giuste sponde in maggiorenti locali. Diventata città delle criptomonete, Lugano offre un atout in più a tutti questi delinquenti.

Sembra lineare, non vi pare? Un po’ di precauzione sarebbe quindi d’obbligo. Invece siamo di fronte ad un entusiasmo che non lascia presagire nulla di buono. Al di là dei guai del partner scelto dalla città – Tether ­­– è l’assenza totale di spirito critico a lasciare perplessi.

Qualche anno fa, sempre acriticamente e accecata dai soldi, la città firmava accordi con la cleptocrazia kazaka. Oggi si stringe un accordo con El Salvador, uno degli Stati più poveri dell’America latina, devoto come Lugano alle divinità criptomonetarie: “Lugano is a land of in innovation and opportunity, and today’s historic announcement regarding our partnership with the great country of El Salvador is great news for believers of financial freedom and the power of cryptocurrency” ha dichiarato il sindaco Michele Foletti. Innovazione, opportunità, libertà: la narrazione di Foletti ricorda quella di Marina Masoni ai tempi in cui lanciò la Fashion Valley. Paroloni, proclami e il racconto fantasy di come il Ticino sarebbe presto diventato un nido di spiriti creativi e stilisti 2.0.

L’unica grande creatività è stata quella di plasmare sofisticati sistemi per aggirare le tasse di alcuni di questi colossi. In particolare, uno: quello assistito dallo studio di famiglia dell’ex Consigliera di Stato, costretto poi a pagare la multa fiscale più salata della storia d’Italia.

Oggi molti esperti mettono in guardia sui rischi legati al riciclaggio e alle frodi delle criptomonete. Se ne è accennato anche in un recente incontro tenutosi all’USI – curiosamente proprio in parallelo al forum Plan B – sulle infiltrazioni criminali in Svizzera e in Ticino. Si è parlato di inchieste che toccano da vicino Lugano. Peccato che a quell’incontro non fosse presente nessun rappresentante di una città ormai sballata dalla criptomania.

Nell’immagine: il Drone Show della Closing Night del The Plan B Cryptocurrency Summit a Lugano Switzerland


Sotto il monte S. Salvador la capitale mondiale del Bitcoin

Come, perché, e con chi la città di Lugano ha stretto un accordo ufficiale legato all’uso delle criptovalute 


Il colpo mortale all’industria dei semiconduttori inflitto dagli Usa alla Cina

Come, perché, e con chi la città di Lugano ha stretto un accordo ufficiale legato all’uso delle criptovalute 

Di Eleonora Zocca, Valigia blu

“Autosufficienza e forza nella scienza e nella tecnologia”, ha ripetuto spesso nel discorso di apertura del XX Congresso nazionale il presidente Xi Jinping. Per l’esattezza ha pronunciato la frase cinque volte, mentre altre tre volte ha sottolineato la necessità che le catene di approvvigionamento (supply chain) rimangano resilienti e affidabili per continuare a guidare l’economia cinese e proteggere la sicurezza nazionale. L’accento sul tema che ha conquistato sempre più centralità nella politica di Pechino arriva in un momento di particolare tensione nei rapporti tra Stati Uniti e Cina. Il 7 ottobre, l’amministrazione Biden ha annunciato una serie di restrizioni sulle esportazioni di tecnologia avanzata made in Usa verso la Cina, nello specifico chip informatici di fascia alta e macchine per la produzione dei semiconduttori. Per il Bureau of Industry and Security (BIS) “con questi aggiornamenti verrà limitata la capacità della Repubblica Popolare Cinese di acquistare e produrre alcuni chip di fascia alta utilizzati nelle applicazioni militari, sviluppare supercomputer e semiconduttori avanzati”.

Se applicate alla lettera – sottolinea Alessandra Colarizi su China Files – le nuove misure assesteranno un colpo mortale all’industria cinese dei semiconduttori e ai piani di sviluppo di Pechino. All’apice della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, nel 2019 durante l’amministrazione Trump, erano state colpite singole aziende come Huawei e ZTE, ma in questo caso parliamo di un intero settore che verrebbe compromesso. Settore che vede la Cina consumare tre quarti dei semiconduttori venduti nel mondo e produrne solo il 15%. L’analista ed esperto di Cina, Bill Bishop, l’ha definita una “escalation massiccia”, spiegando nella sua newsletter Sinocism come l’impatto di queste misure siano ancora tutte da comprendere. “Francamente – prosegue – credo che molti stiano sottostimando gli effetti che queste avranno sia sulle supply chain e lo sviluppo tecnologico che sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina”.

La risposta da Pechino per il momento è ancora tiepida. Il ministro del Commercio ha accusato Washington di “bullismo tecnologico”, ma non ci sono state controffensive commerciali probabilmente perché il tutto è avvenuto alla vigilia del XX Congresso. Nota sempre Bishop che “le possibili risposte da parte di Pechino sono limitate perché alcuni provvedimenti apparentemente più ovvi – come prendere di mira Apple – danneggerebbero in realtà la stessa economia cinese. Boeing avrebbe senso, ma è stata già punita. Non mi stupirei se a questo punto venissero utilizzate come arma di ricatto le terre rare”. Un’altra chiave di lettura ce la fornisce Matt Sheehan del Carnegie Endowment for International Peace, secondo cui quella di Biden è un enorme scommessa. Probabilmente questa strategia avrà gli effetti desiderati nei prossimi anni con la Cina costretta a fare un passo indietro e utilizzare chip meno avanzati considerati superati dall’industria. Ma dopo queste iniziali difficoltà, Pechino sarà incentivata a velocizzare il processo di indipendenza dalle aziende statunitensi, e a quel punto l’influenza americana sul settore tecnologico cinese sarà pari a zero. Insomma, Joe Biden ha scelto di giocare le carte in suo possesso di cui conosce l’impatto nell’immediato. Quello che avverrà tra dieci anni è decisamente più incerto. (…)

Taiwan stretta nella morsa della guerra fredda tecnologica

Taiwan è la più grande produttrice di semiconduttori, sul piano tecnologico i più avanzati al mondo, e sa bene di avere a disposizione questo enorme “scudo di silicio” che le fa da garante con gli Stati Uniti in caso di tentativo di invasione da parte della Cina. “Chiunque ha bisogno di semiconduttori avanzati” – ha spiegato durante una visita a Washington la ministra per gli Affari Economici di Taiwan, Wang Mei-hua – ed essere attori protagonisti di questo settore “rende Taiwan più sicura e [le assicura] la pace”. Ma la determinazione di Taiwan di tenersi stretta sull’isola l’industria dei semiconduttori – scrive il Financial Times – si scontra con gli obiettivi strategici degli Stati Uniti e i timori nei confronti della Cina. Washington vuole portare la taiwanese TSMC, l’azienda che detiene la quasi totalità (circa il 92%) della produzione di chip più avanzati al mondo, negli Stati Uniti e con il Chips Act – un piano per rilanciare l’industria dei semiconduttori approvato dal Congresso il 9 agosto – avviare quel percorso di produzione interna che la svincolerebbe da Taiwan e da ogni tipo di dipendenza estera. Lo scorso anno, Eric Schmidt, CEO di Google dal 2001 al 2011, ha affermato che gli Stati Uniti sono “molto vicini dal perdere la posizione di pionieri nella microelettronica – fondamentale per le nostre aziende e le nostre forze militari – per via della dipendenza da Taiwan”. (…)

Xi continua a perseguire l’ambizione di trasformare la Cina in una superpotenza tecnologica

Alla luce delle nuove misure adottate dagli Stati Uniti, per la Cina di Xi Jinping è dunque sempre più urgente raggiungere l’autosufficienza tecnologica e per farlo ha bisogno dei cosiddetti tecnocrati. Figure – scrive Lorenzo Lamperti su Wired – in sintonia con l’ambizione di Xi di trasformare la Cina in una superpotenza tecnologica. “You hong you zhuan”. “Rosso ed esperto”, diceva Mao Zedong, secondo cui i quadri del partito dovevano essere scelti prima di tutto per la loro lealtà al partito ma anche per le competenze necessarie a realizzare l’agenda tecnologica. È così che nascono i tecnocrati, persone specializzate in una delle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), considerati dalla leadership come la frangia pragmatica del Partito Comunista Cinese. Una nazione – sosteneva il presidente Deng Xiaoping – richiede competenze di settore e abilità tecniche, non solo politici di razza. E anche l’attuale presidente e segretario del PCC Xi Jinping, che ha appena ottenuto un inedito terzo mandato, appare in linea con questa dottrina che si è andata a rafforzare. Le nomine più rilevanti del XX Congresso nazionale sono state certamente quelle dei sei uomini più potenti del Paese che insieme a Xi compongono il Comitato Permanente – tutti fedelissimi che hanno condiviso parte del percorso politico con il presidente, così leali che il New York Times si chiede chi tra loro sarà in grado da ora in avanti di dire no al leader che sta trasformando il partito in un organo sempre più modellato intorno alla sua figura a scapito del sistema collegiale che da sempre caratterizza il PCC (…).


Sergio Rossi – Un periodo nero per le banche in rosso

Come, perché, e con chi la città di Lugano ha stretto un accordo ufficiale legato all’uso delle criptovalute 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Lula e le 50 sfumature di nero

Come, perché, e con chi la città di Lugano ha stretto un accordo ufficiale legato all’uso delle criptovalute 

Ce l’ha fatta, anche se solo per il rotto della cuffia. Luiz Inácio Lula da Silva vince, superando sul filo di lana Jair Bolsonaro e sono in molti, nei quattro angoli della terra, a tirare un grande sospiro di sollievo. Che nelle urne del Brasile si giocasse in parte il nostro futuro, lo si è ripetuto più volte: la devastazione dell’Amazzonia, che concentra un quinto della biodiversità globale, ha conosciuto negli ultimi anni una micidiale accelerazione. Deforestazione massiccia (cancellata sotto Bolsonaro una superficie paragonabile a quella della Svizzera), ecocidio su vasta scala oltre alle violazioni dei diritti umani, e dilagante sopraffazione politica e sociale. 

Dopo il Messico (Obrador), il Cile (Boric) il Perù (Castillo) o la Colombia (Petro), il Brasile conferma così il trend continentale favorevole al centrosinistra.  Eppure, se l’esito delle presidenziali non può che rallegrarci per i suoi risvolti ambientali e sociali, il margine risicato della vittoria di Lula solleva non poche inquietudini. Come è possibile che la metà dei brasiliani abbia sostenuto un personaggio tanto pernicioso? Si può snidare qualche  spiegazione nella corruzione che aveva contrassegnato i due mandati di Lula (lo scandalo delle tangenti Petrobras che lo ha coinvolto, mandandolo per 590 giorni dietro le sbarre, prima della scarcerazione per vizio di forma) e sulla quale ha imbastito  la sua campagna Bolsonaro; si può pure certamente ricordare il ruolo crescente delle correnti religiose pentecostali ultraconservatrici che hanno creato reti sociali nelle comunità più povere e di fronte alle quali il presidente uscente si è presentato come l’incarnazione del bene contro “il diavolo che avrebbe chiuso tutte le Chiese”. Non a caso Bolsonaro si era fatto ribattezzare in una cerimonia ben pubblicizzata nelle acque del Giordano, in Israele.  Si può infine sottolineare il peso delle lobby dell’agrobusiness. 

Tutto giusto. Ma non basta. Perché gli elettori hanno avuto il tempo sia di confrontarsi con la personalità del presidente-candidato di estrema destra, sia di verificare l’impatto devastante della sua politica. Razzista, sessista, adepto del culto della violenza, negazionista sull’ambiente, amico e ammiratore dei peggiori nemici della democrazia, da Vladimir Putin a Donald Trump. La sua coalizione conta oggi più deputati al Congresso di quella del neoeletto presidente. 

Ogni fenomeno storico è unico, non si ripete tale e quale. Filologicamente dunque il fascismo, di cui tanto si parla di questi tempi, è morto e sepolto. Ma come scriveva il grande studioso Zeev Sternhell, ritroviamo una sua continuità nei movimenti di estrema destra che promuovono un nazionalismo esacerbato, una visione tribale della nazione, un disprezzo per il liberalismo e il marxismo, la negazione dei valori ereditati dalla Rivoluzione Francese. 

Bertold Brecht sosteneva che “il ventre dove è nata la bestia immonda è sempre fecondo”. Verosimilmente facilitata dalla comunicazione immediata, lapidaria e brutale dei social, ma pure dalla crisi delle democrazie liberali, l’estrema destra con tutte le sue sfumature, dall’Italia alla Svezia, dagli Stati Uniti alla Russia (il putinismo è erede del fascismo panslavista) sta conquistando un solido spazio ideologico globale che la vittoria di Lula in Brasile – come precedentemente di Macron in Francia (contro Marine Le Pen) – non deve farci dimenticare. 

Scritto per “laRegione”


Tesla, l’accordo con Glencore cambierà il mercato delle materie prime?

Come, perché, e con chi la città di Lugano ha stretto un accordo ufficiale legato all’uso delle criptovalute 

Di Alberto Prina Cerai, Formiche.net

Tesla sarebbe in trattative con il colosso minerario Glencore PLC – multinazionale con sede a Baar [nel canton Zugo, ndr] sotto il controllo della famiglia Glansenberg, da una capitalizzazione di borsa da più di 60 miliardi di dollari e attiva nel settore dei metalli in diversi paesi – per acquisire tra il 10 e 20% delle quote societarie. Un’acquisizione che farebbe di Elon Musk uno dei principali shareholder.

La mossa, che dà credito alle recenti preoccupazioni di quest’ultimo e di molti altri executive del settore automotive sulle necessità di una partecipazione più attiva nel settore minerario, è da considerarsi un vero e proprio game changer per gli equilibri della nascente filiera delle batterie elettriche. Questo alla luce di una generale riluttanza, da parte di colossi automotive, nell’acquisire quote nel settore minerario: tanto per preoccupazioni reputazionali sul brand, considerando le problematiche ambientali, quanto per questioni di sostenibilità finanziaria dal momento che è diffusa l’opinione che gli alti prezzi delle materie prime da sé incoraggeranno nuovi investimenti privati nel settore minerario.

Non si tratta tuttavia di una novità, considerando che negli ultimi mesi lo squilibrio segnalato dalle agenzie di consulenza sulle forniture di litio, cobalto, nickel e grafite per andare incontro alla crescente domanda di batterie si sta clamorosamente materializzando, con una corsa dei original equipment manufacturers (OEMs) come General Motors, Stellantis, Volkswagen e Mercedes a siglare accordi con gli attori della filiera.

Secondo le indiscrezioni del Financial Times le trattative da Musk e Gary Nagle, numero uno di Glencore, sarebbero già avanzate negli scorsi mesi senza tuttavia un accordo definitivo. La multinazionale mineraria, con sede in Svizzera e tra le principali società di trading di materie prime a livello mondiale, controlla circa un terzo delle forniture di cobalto tramite le sue controllate nella Repubblica Democratica del Congo, Australia e Canada e con la quale Tesla aveva già siglato un accordo per fornire 6.000 tonnellate di cobalto all’anno per le sue gigafactory in Cina e Germania due anni fa.

“I prezzi del litio sono saliti alle stelle! Tesla potrebbe essere costretta a entrare direttamente nel settore dell’estrazione e della raffinazione in scala, a meno che i costi non migliorino”. Era l’8 aprile 2022 e Musk aveva, come al solito, squarciato con un tweet fulminante il mondo del business e dell’automotive, sempre più desideroso di abbracciare l’elettrificazione dei trasporti. In quest’ottica Tesla ha di recente siglato un accordo per la costruzione di un impianto di raffinazione di litio in Texas, con lo stesso Musk che ha esortato gli altri player del settore ad investire in capacità industriali in questo segmento per alleviare prezzi del litio ormai fuori controllo.

Tuttavia, in assenza di esperienza manageriale in un settore che richiede tempi e costi di capitale molto diluiti come quello minerario, l’alternativa è acquisire interessi in un operatore consolidato per andare in contro alle esigenze e necessità di Tesla: produrre 20 milioni di EV all’anno entro il 2030. Un’ambizione, considerando 1 milione di unità vendute nel 2021.

E chi, se non Glencore? La multinazionale non produce litio, a differenza di cobalto, rame e nickel, ma è entrata di recente nel trading del metallo, sempre più importante per sostenere la decarbonizzazione del settore grazie alle batterie agli ioni di litio che combinano diversi modelli a seconda della composizione chimica tra i materiali utilizzati. Inoltre, ha già siglato accordi con produttori di batterie coreani, come SK Innovation e Samsung SDI, oltre ai produttori di auto come BMW e GM.

L’integrazione verticale è una pratica molto diffusa tra gli operatori cinesi del settore, in quanto garante di forniture stabili e contratti a lungo termine. In una call tra Morgan Stanley e gli executive di Tesla, Musk non ha lasciato dubbi a riguardo: “Faremo tutto quello che è necessario […] Se dovremo scavare, allora scaveremo”.

Restano dubbi, tuttavia, sulle conseguenze reputazionali dell’acquisizione sugli investitori: Glencore continua ad operare nel settore del carbone (nonostante gli annunci di abbattere le emissioni del 50% entro il 2035), da poco proprietaria della miniera di Cerrejon in Colombia, oltre alle forniture di cobalto poco trasparenti in Congo.

Quello che è certo è che il divario esistente tra le ambizioni, come testimonia la recente conferma del phase-out dei motori a combustione a partire dal 2035 in Europa, e la realtà di un’offerta di materie prime che stenta a decollare dovrà prima o poi essere colmato. Per questioni di sicurezza e minor dipendenza da paesi terzi, con un ritorno all’attività mineraria sul continente sia in fase esplorativa sia in nuovi investimenti. Infine, per la stessa sopravvivenza delle case automobilistiche nella competizione per le batterie elettriche: l’accesso ai materiali e gli accordi con i produttori, per tenere sotto controllo i prezzi, potrebbe diventare una questione strategica.