

Mi permetto di prendere spunto dall’interessante articolo “Ucraina: domande scomode” pubblicato in questo sito a firma Delta Geiler Caroli. Non ho nulla contro il sacrosanto diritto all’autodeterminazione dei popoli, ci mancherebbe. Ma detto principio fondamentale va considerato nei diversi contesti, insomma contestualizzato, e ponderato in tutti i suoi aspetti, culturali, sociali, istituzionali e anche storici.
In questo senso, per esempio, l’indipendenza del Kosovo (di etnia albanese) è controversa e presenta il problema irrisolto della minoranza serba, che parrebbe discriminata a sua volta, come in precedenza i cittadini di etnia albanese all’interno della stessa Serbia. E la nazione curda? O le minoranze fiamminga, basca (binazionale), corsa, addirittura lombarda? L’ex-Jugoslavia si è dissolta sulla base delle contrapposizioni etniche e religiose, ma la stessa nazione era un costrutto artificiale.
Inoltre, non esistono schemi simili e quindi riproducibili. Infatti, esistono realtà multietniche in ogni dove, o plurilinguistiche, come il nostro paese. Credo che l’annosa questione giurassiana sia in primis di natura linguistica, e poi solo in seconda battuta politica. Mi è ignoto se i giurassiani sotto Berna fossero discriminati in qualche maniera, sul piano istituzionale dei diritti, culturale o sociale. Avevano meno diritti dei bernesi germanofoni? Ne dubito fortemente.
L’esempio giurassiano non è in nessun modo accostabile alla situazione ucraina, da sempre intrisa di cultura e lingua russa. Sul rapporto, per secoli conflittuale, tra Russia e Ucraina invito gli interessati alla lettura di alcune pagine illuminanti, perché scritte da un autore russo dissidente e antisovietico, quindi indipendente culturalmente, ovvero Alexandr Solzenicyn, che in “Arcipelago gulag”, Tomo secondo, Parte Seconda ( “Il venticello della rivoluzione”) tra l’altro scrive: “(il) 5 febbraio 1919… l’Armata rossa occupò nuovamente la città (Kiev, ndr) –: i bolscevichi varcarono immediatamente la frontiera che avevano appena riconosciuto e imposero ai fratelli di sangue il loro potere. È vero che per altri quindici o vent’anni ci trastullammo in modo insistente e perfino inopportuno con la mova – lingua, in ucraino nel testo – ucraina, assicurando ai nostri fratelli che erano perfettamente indipendenti e potevano separarsi da noi quando lo volessero. Ma non appena vollero farlo davvero, alla fine della guerra (della seconda guerra mondiale, ndr), li dichiarammo “banderisti”, ci mettemmo a dar loro la caccia, a torturarli, condannarli a morte e mandarli nei lager.”
E ancora: …non bisogna chiudere gli occhi su ciò che significa la loro (degli ucraini, ndr) diffusa tensione di oggi (anni Sessanta del secolo scorso, ndr). Se le cose non si sono appianate nel corso di molti secoli, vuol dire che tocca a noi mostrarci ragionevoli. Abbiamo il dovere di rimettere la decisione a loro: ai federalisti o ai secessionisti, quelli che fra loro convinceranno gli altri”. Parole limpide e chiare, che a noi occidentali possono spiegare, solo in minima parte, la complessità della situazione dell’Ucraina come stato indipendente dall’impero zarista prima, e sovietico in seguito.
Non è accettabile – infatti la comunità internazionale tutta, Onu compresa, li hanno considerati una farsa priva di valore – che gli invasori (e criminali di guerra) russi organizzino referendum in casa d’altri, in tempo di occupazione militare e barbarie, facendo strame dell’articolo 2 paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite che sancisce l’intangibilità delle frontiere.
Sono gli Ucraini che devono decidere del loro futuro assetto, e si badi, russofonia non significa affatto russofilia. Ucraini che accanto all’ucraino parlano il russo esistono da secoli nelle parti orientale e centrale del paese. Che questi stessi ucraini bilingui anelino alla madre Russia è tutto da dimostrare.
Sul piano dell’autodeterminazione delle “minoranze” russe non credo possa essere individuata alcuna ipotesi di pace. Cosa accadrebbe, in caso contrario, in Lituania, Lettonia e altrove con le rispettive minoranze russofone e per niente russofile? Si aprirebbero le porte al neoimperialismo putiniano?
Nell’immagine: come sarebbe l’Europa se ogni movimento separatista avesse successo (da Reddit.com)
Di Renzo Guolo, Il Mulino
La rivolta innescata dalla morte di Mahsa Amini è sfociata in una crisi senza precedenti nella Repubblica islamica d’Iran. Centinaia di vittime e migliaia di arresti costituiscono il provvisorio bilancio di un sommovimento che scuote alle fondamenta il regime. Alla protesta delle giovani donne urbane contro la biopolitica islamista fondata sul controllo sociale del corpo femminile, simboleggiata dal disvelamento pubblico di massa, dal taglio di quei capelli che, secondo il regime, vengono esibiti “ostinatamente” dalle bad hejab (le “mal velate”), trasformando la seduzione in sedizione, si è saldata quella degli uomini. In strada scendono ormai non solo donne ma anche molti uomini, le une e gli altri di diversa condizione sociale e differenti etnie.
Chi manifesta non chiede una correzione di rotta del “sistema”, ritenuta impossibile, ma la sua fine. E ciò muta anche natura e intensità della repressione. Negli scorsi decenni nella Repubblica islamica non sono mancate forti fibrillazioni: dallo scontro tra conservatori e riformisti durante l’era Khatami alla protesta dell’Onda verde contro il “colpo di Stato nelle urne” che ha confermato Ahmadinejad alla presidenza, sino ai moti contro il carovita repressi nel sangue. Ma la situazione in corso assume i tratti di una vera e propria crisi di legittimazione. In discussione non vi è solo un indirizzo politico, o una stretta più o meno rigida dei costumi, bensì la stessa natura del regime. Come rivela un gesto che, in altre circostanze, poteva sembrare solo un’irridente pratica goliardica: lo schiaffo che, per strada, fa volare via il turbante dei chierici sciiti. Oltraggio che esprime, anche plasticamente, la fine della sacralità del potere.
La protesta può condurre al tracollo della Repubblica islamica? Estensione, dinamiche, “stanchezza” di un potere sempre meno in grado di chiamare alla “mobilitazione totale”, farebbero pensare di sì: ma l’esito non è affatto scontato. Il regime dispone ancora di una base di massa, in particolare tra i corpi militari e paramilitari, dai Pasdaran, i “guardiani (della rivoluzione islamica komeinista)” ai Basiji (la polizia religiosa), e tra i molti beneficiari degli interventi a favore dei “diseredati” finanziati dalle fondazioni religiose che fanno capo al clero conservatore. Forze decise a non cedere il passo senza reagire.
Quanto ai rivoltosi, sommano insieme forza e debolezza. Le nuove generazioni in piazza, cresciute fuori da ogni orizzonte politico e globalmente connesse, non sono gravate dal fardello della memoria. Dunque, nemmeno da quella della sconfitta. Condizione psicologica che si traduce in audace innalzamento della sfida. Ma una rivolta non è solo questione di effervescenza collettiva: la mancanza di leadership e di un’organizzazione che consenta di restare in scena malgrado la repressione – dimensione che differenzia un moto da un movimento, una rivolta da una rivoluzione, un disagio esistenziale da un progetto politico –, restano fattori decisivi. Dalla piazza iraniana emergono invece, per ora, solo volti e nomi delle vittime. Del resto, il regime ha messo fuori gioco tutte le opposizioni non di “sistema”. Quanto alla “resistenza” estera non pare, per il momento, in grado di svolgere un ruolo significativo: anche se Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sembrano decisi a sostenere chi si ribella.
Senza strutturarsi politicamente la protesta rischia di diventare un sanguinoso rito sacrificale. In passato a beneficiare delle mobilitazioni contro i conservatori religiosi erano i riformisti. La Repubblica islamica è, infatti, un’oligarchia di fazioni, articolata in veri e propri partiti ritenuti legittimi se si riconoscono nel “sistema”. Attori che agiscono in una cornice istituzionale imperniata su organi a legittimazione politica, come il presidente della Repubblica o il Parlamento, e organi a legittimazione religiosa, come la Guida suprema o il Consiglio dei Guardiani. Quando tali organi sono politicamente omogenei e, come oggi, sono controllati dai conservatori religiosi, gli spazi per le fazioni inclusive, come quella riformista, si contraggono.
La sponda riformista ha costituito, allo stesso tempo, una protezione e un vincolo per la piazza, dal momento che per timore, scarsa convinzione, rapporti di forza, quella fazione non ha mai condotto sino in fondo lo scontro. È accaduto tra il 1997 e il 2005, durante l’era dell’allora presidente Khatami; nel 2009, con la protesta dell’Onda contro i brogli elettorali che sanciscono la vittoria del presidente uscente Ahmadinejad su Mousavi, erede designato del khatamismo ormai in declino. Khatami e Mousavi, così come il leader della corrente pragmatica Rafsanjani, che nella circostanza prenderà le distanze dalla repressione, erano comunque figli della Repubblica islamica. Figli divorati dalla rivoluzione divenuta regime ma pur sempre figli! Si distinguevano dai conservatori per i mutamenti che intendevano perseguire, non per la volontà di cambiare il “sistema”, tenacemente difeso dai khomeinisti in turbante. Oggi sia Khatami sia un realista come l’ex presidente del Parlamento Larijani esortano i fedelissimi di Khamenei a fermarsi e cercare di ricucire. Ma la piazza ha ormai imboccato traiettorie non intercettabili, nemmeno da quanti presidiano i margini del sistema. Situazione che può preludere a un indiscriminato schiacciamento della rivolta senza leader.
In Parlamento i conservatori religiosi hanno marchiato i rivoltosi come mohareb, nemici di Dio: dunque punibili con la pena di morte. E quando gravi tensioni minacciano la Repubblica islamica sono i Pasdaran, fedeli al compito di “difendere la Rivoluzione e le sue conquiste”, a far udire il “tintinnar di sciabole”. Rumore udito in passato dai riformisti, accusati di “gorbaciovismo”; dai capi dell’Onda bollati come “deviati”; dalla destra radicale di Ahmadinejad, imputata di spingere su una linea “antimperialista e antisionista” che rischiava di condurre il Paese a uno scontro militare destinato a mettere a rischio la stessa sopravvivenza del regime. Lo hanno fatto sentire anche in queste settimane, dichiarando chiuso il tempo delle proteste.
L’assenza di sapere insurrezionale, di una leadership capace di scorgere i rischi e valutare la rilevanza del fattore tempo nello scontro frontale, oltre che di una fazione di sistema sulla quale premere per indurre i manifestanti a rientrare nei ranghi, potrebbe spingere i Pasdaran, qualora polizia e Basiji non riuscissero a stroncare l’insubordinazione, a intervenire. I più anziani e alti in grado tra loro conoscono i rischi del logoramento di massa: hanno già visto trionfare una “rivoluzione con le mani nude”, anche se, ai tempi dello shah, erano dall’altra parte della barricata.
Un intervento diretto, però, sarebbe l’extrema ratio. I contraccolpi potrebbero, tra l’altro, vanificare una suggestione mai del tutto abbandonata, riemersa con la crisi del velo e dei turbanti: dare forma loro stessi, sia pure seguendo una diversa linea, al progetto extra-clericale di Ahmadinejad, fondato sulla sostituzione del ceto politico della fazione dominante. Facendo transitare il “sistema”, dopo la scomparsa di Khamenei, ultimo esponente di primo piano degli antichi compagni di Khomeini, sotto le insegne di un khomeinismo senza clero destinato a fare della Repubblica islamica una sorta di regime militare. Ispirato da un khomeinismo con le stellette, diverso da quello normativista e religioso dei conservatori che si richiamano al “governo del dotto islamico” o da quello sociale, agitato dalla destra radicale, inneggiante ai “diseredati”. Espressione di un realismo politico in divisa, capace di elevare l’Iran a potenza riconosciuta e portare a compimento il passaggio, anche formale, a un ordine che da tempo ha sostituito il Dio del Politico al Dio della Devozione.
Nell’immagine: fotografia di Mircea Moira
“Un partito non è solo quello che dice di voler fare, ma è anche quello che fa”. È una delle dichiarazioni cruciali, riferite al Partito Socialista, che hanno caratterizzato l’intervista concessa da Amalia Mirante ad Andrea Leoni nel talk televisivo “Detto tra noi” di Teleticino. A distanza di 10 giorni dal Congresso del PS che l’ha definitivamente “bocciata” come candidata al Consiglio di Stato, Mirante si è ripresa la scena per comunicare ai suoi tanti amici ed estimatori (cui si rivolge appassionatamente da tempo via social) così come all’elettorato tutto, che è pronta a rimettersi in gioco lasciando il partito (che ormai non è più casa sua) e dando vita ad un nuovo movimento, da collocarsi in area di “centro-sinistra”.
Quella che era una vicenda che pareva chiusa dal Congresso di Bellinzona del 13 novembre, si riapre così negli stessi termini in cui si era, appunto, conclusa: come fosse una vicenda fortemente legata ad aspetti personali e personalistici. Dieci giorni orsono, Mirante ha presentato la propria (auto)candidatura in termini tutti autobiografici, con una bella dose di rievocazioni di una vicenda famigliare fatta di immigrazione, duro lavoro, sacrifici, quasi dovesse essere quel percorso (assolutamente rispettabile) a qualificarla come candidata ideale per il prossimo governo cantonale, ben più che specifiche competenze ed esperienze politiche; allo stesso modo, anche mercoledì sera, ha spiegato le ragioni delle proprie dimissioni dal PS, dopo 23 anni di militanza, sciorinando le stesse modalità argomentative e retoriche: la sua è diventata così, in buona sostanza, una presa di distanza da chi le ha voluto male e l’ha trattata peggio.
Nel mirino, in particolare, il co-presidente PS Fabrizio Sirica, che nel corso del Congresso l’avrebbe pesantemente criticata, quasi calunniata, dandole dell’opportunista. Ne fa fede, stando a Mirante, la registrazione dell’intervento di Sirica al Congresso, che si può ritrovare in questo sito. Basterebbe fare davvero questo esercizio, ed andare a riascoltare Sirica, per capire come proceda la personale e quasi privata campagna elettorale di Amalia Mirante, che il co-presidente ha semplicemente definito non idonea e non rappresentativa della strategia e del progetto adottati dal PS per le prossime elezioni. Tutto lì. Punto.
Ma qui, come ormai in tanti contesti in cui la politica diventa messa in scena e narrazione, si gioca appunto la questione di “quel che si dice di voler fare e quel che si fa”. Quel che il PS ha il torto di aver fatto, secondo Mirante, non è di aver scelto una direzione progettuale che lei non condivide, ma di non aver scelto lei a rappresentarla. È francamente un po’ poco, come analisi politica, ma è quanto offre oggi, sempre più, quella “politica personalizzata”, di cui ha parlato recentemente ed opportunamente anche Andrea Ghiringhelli su “La Regione”, fatta di scontri interni fra candidati che devono spiccare, emergere, nel volgere di un dibattito televisivo o un confronto pubblico a suon di slogan e di frasi ad effetto.
E così, i toni continuano ad essere quelli di uno scontro non sulle idee, sui principi, sui progetti, ma fra “correnti”, addirittura “famiglie”. E se parliamo del nostro microcosmo iperbolico, figurarsi se prima o poi non emergono nomi di amici e parenti, da schiaffare pro o contro, basta che facciano colpo.
In fondo, l’evocazione della propria storia famigliare, per la narrazione di Mirante, va ovviamente letta anche come implicita contrapposizione con la “famiglia dominante” in casa socialista, quella che determinerebbe le scelte del PS e della sua direzione, quella in cui si colloca ben salda colei che diventerà, quasi certamente, la prossima Consigliera di Stato.
E non a caso, durante il Congresso, Marina Carobbio ha voluto a sua volta, con non poca fatica, accettare “la sfida” con una serie di ringraziamenti verso il proprio “cerchio famigliare”, peraltro visibilmente rappresentato accanto a lei.
Da osservatori esterni e non introdotti alle “voci di corridoio” di partito, non si entrerà nel merito, perché è un discorso che non porta proprio da nessuna parte, ma rinfocola semplicemente una logica di contrapposizioni viscerali che ben poco hanno da spartire con la necessità di entrare nel merito dei progetti politici, quelli che ad ogni occasione si richiamano come prioritari, sostanziali, e che poi, almeno finora, hanno dovuto soccombere sotto il peso della mediatizzazione dello scontro fra e sui nomi.
Un terreno molto congeniale ad Amalia Mirante che, a ben guardare, dentro questa logica, riesce in ogni caso a “guadagnarci”, se non altro in visibilità. Ne fa fede la trasmissione di mercoledì, piena di racconti su pianti, entusiasmi e buoni propositi, ma lo testimonia anche il Congresso, che con il passare delle ore e di una reiterata drammaturgia tutta volta a chiudere il “fastidioso capitolo Mirante” ne ha fatto, lo si voglia o no, impropriamente ma fatalmente una sorta di agnello sacrificale.
A rimetterci, ci si può permettere forse di aggiungere, in definitiva è un’idea di sinistra, di fronte progressista, come luogo di confronto e di dibattito sui temi e intorno alle problematiche più scottanti, di carattere politico e sociale, che stanno attanagliando le fasce più fragili della popolazione, quelle di cui il PS dovrebbe essere (e numericamente è) il principale rappresentante e difensore.
In fondo, si potrebbe dire che anche l’attuale direzione (o meglio co-direzione) del Partito si è lasciata invischiare in meccanismi che le sono sfuggiti di mano, concependo l’ennesimo ritorno in scena di Amalia Mirante quale candidata al governo come un forte pericolo, da rintuzzare scendendo a propria volta sul terreno dello scontro, del duello (si veda la stravagante manfrina dell’opposizione all’emendamento Roncelli nel corso del Congresso, e ancor più il penoso “dibattito” tra le due candidate d’esperienza che si è voluto mettere in scena, secondo copione, con un auditorio ormai spompato, recalcitrante, desideroso solo di arrivare al benedetto voto ed andare a casa).
Forse sarebbe bastato ricordare una battuta tratta dal film “Ed TV”: parlando di una star da reality televisivo, sommessamente un produttore dice” “Una volta bisognava essere importanti per essere celebri, oggi bisogna essere celebri per essere importanti”. C’è chi l’ha capito e chi, forse, no.
Ogni analisi storica si basa su un fondamento essenziale: il contesto. Il primo compito per una storica o uno storico che volesse comprendere e restituire le opinioni di un attore passato consiste quindi nel ricostruire in modo quanto più minuzioso il contesto in cui vengono espresse le opinioni in questione. Questo perché ignorare o prendere in considerazione solo parzialmente il contesto equivale di fatto a manipolare (volontariamente o meno) le opinioni dell’individuo studiato. Questo problema, all’apparenza marginale e specialistico, si invita ogni tanto anche nel dibattito pubblico, solitamente in occasione di parallelismi tra fatti storici ed eventi d’attualità, come nel caso del pezzo d’opinione “Né con Putin, né con la NATO?” apparso martedì su laRegione e ripreso anche in questo sito, firmato da Martino Rossi.
Prendendo spunto da un interessante articolo sulla guerra di Crimea del 1853-56 apparso su Le Monde diplomatique, il pezzo in questione traccia dei paralleli (inopportuni e anacronistici) tra l’opinione di Marx su quel conflitto e la posizione della sinistra radicale sull’attuale guerra in Ucraina. L’opinione favorevole di Marx all’intervento delle potenze colonialiste dell’epoca (il Regno Unito e la Francia, “la “Nato” di allora” secondo l’autore) a sostegno dell’impero Ottomano aggredito dalla Russia zarista viene così raffrontato a quella parte della sinistra occidentale che oggi si schiera apertamente con la Russia o perlomeno si oppone all’intervento della Nato in Ucraina.
Se si resiste alla tentazione di stabilire paralleli inopportuni tra la Russia zarista del XIX secolo e la Russia “neo-zarista” di Putin, tra l’assolutismo di allora e l’autoritarismo di oggi, tra il colonialismo europeo ottocentesco e la Nato, tra l’Impero ottomano e l’Ucraina, e si va a vedere più in dettaglio il contesto della guerra di Crimea, il ragionamento si rivela problematico. Non si può infatti dimenticare che agli occhi di Marx e dei suoi contemporanei, le esperienze di democrazia rappresentativa della Rivoluzione francese prima e quelle di democrazia liberale scaturite dalle rivoluzioni del 1830 e del 1848 poi rappresentavano solo delle parentesi o delle acquisizioni recenti e fragili. L’Antico regime era ancora una realtà nella maggior parte degli Stati europei malgrado lo sviluppo del capitalismo e della borghesia, e la Russia zarista si presentava sin dalle guerre napoleoniche come il principale “cane da guardia” dell’ordine feudale in Europa. Solo pochi anni prima della guerra di Crimea, la Russia era intervenuta per reprimere nel sangue la “primavera dei popoli” nella quale il giovane Marx aveva profondamente creduto.
Sostenere un intervento militare contro la Russia, indipendentemente dalle credenziali di chi l’avesse affrontata, equivaleva quindi ad aprire uno spiraglio per delle rivoluzioni democratiche in Europa. Come scritto nero su bianco nel succitato articolo di Le Monde diplomatique, Marx e gli altri rivoluzionari che cercavano di stravolgere lo status quo della metà del XIX secolo desideravano una guerra contro la Russia. Ai loro occhi, fermare l’aggressione russa dell’Impero ottomano era fondamentale per evitare che le logiche dell’Antico regime si affermassero di nuovo e forse definitivamente in Europa, mettendo fine alle timide aperture liberaldemocratiche dell’epoca. Questo perché il predominio russo sui confini orientali dell’Europa, con il controllo sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli e la conseguente potenziale egemonia della flotta russa sul Mediterraneo, equivaleva a spianare la strada a degli interventi militari dell’Impero russo contro delle possibili future rivoluzioni in Europa.
Oggi l’Antico regime è definitivamente morto e sepolto, viviamo nel mondo del capitalismo globale e il “cane da guardia” di questo ordine mondiale che Marx voleva superare è rappresentato appunto dalla Nato. Se proprio ci si volesse lanciare in paragoni storici azzardati e anacronistici, ci sono validi argomenti per sostenere che l’equivalente della Nato nel contesto geopolitico dell’Europa di metà Ottocento era rappresentato dall’Impero Russo, e non certo dal Regno Unito e dalla Francia. Ne consegue che se volessimo ad ogni costo stabilire un parallelo tra il conflitto attuale e l’opinione di Marx sulla guerra di Crimea, difficilmente quest’ultimo si sarebbe schierato con la Nato e probabilmente l’avrebbe avversata con forza. Ma poco importa, perché questo genere di speculazioni non è minimamente pertinente, né agli occhi dello storico né tantomeno a quelli del marxista. Per il primo è impossibile (e inutile) attribuire un’opinione sull’attualità ad una persona morta da quasi un secolo e mezzo. Per il secondo Marx non rappresenta un profeta portatore di verità assolute, ma solo un filosofo che ha sviluppato degli strumenti analitici e di lotta che permettono di capire il posto occupato dal capitalismo nella storia e di superarlo. Strumenti analitici e di lotta che possono essere capiti e applicati in modo pertinente solo con il necessario lavoro di contestualizzazione.
Si lascino quindi stare Marx e la guerra di Crimea. Ci sono numerosi argomenti validi per criticare la posizione “né con Putin, né con la Nato”: aggiungervi delle manipolazioni storiche non solo non è intellettualmente onesto, ma non è neanche necessario.
Nell’immagine: la tomba di Karl Marx nel cimitero di Highgate, a Londra
Di Marco Bascetta, il manifesto
Vi sono dei libri tanto più pericolosi quanto maggiore è il contenuto di verità che veicolano. Libri che non dovrebbero cadere in cattive mani, mani che tuttavia, per nostra fortuna, ai buoni libri raramente si accostano. Di simili testi è un esempio illuminante il pamphlet dedicato da Hans Magnus Enzensberger, uno dei più brillanti intellettuali tedeschi, nonché convinto europeista, all’ Unione Europea, Il mostro buono di Bruxelles (Einaudi,2013). Come un Virgilio scanzonato e paziente l’autore ci conduce attraverso i tenebrosi gironi dell’architettura europea, dei suoi organismi e funzionari, delle sue infinite commissioni e procedure, direttive e indicazioni in un viaggio agghiacciante al termine del quale la convinzione europeista risulta seriamente scossa se non seccamente rovesciata nel suo contrario. Secondo gli ultimi dati dell’Eurobarometro, uno dei tanti strumenti di monitoraggio che l’Unione si è data per valutare il gradimento di cui gode, alla fine dello scorso anno la sfiducia nell’Europa raggiungeva percentuali vertiginose: 72% in Spagna, 69% in Gran Bretagna, 59% in Germania, 56% in Francia, 53%in Italia. Le formazioni politiche euroscettiche o direttamente antieuropee proliferano in diversi paesi e raccolgono sempre maggiori consensi. La distanza tra i cittadini dell’Europa e le sue istituzioni è una tendenza in perenne crescita che la crisi economica non ha fatto che accelerare, approfondire e avvelenare. Tanto che l’opacità degli organismi europei e la complessità imperscrutabile delle loro procedure hanno finito col generare una indifferenza dei cittadini nella maggioranza dei casi più prossima alla rassegnazione che all’ostilità, che costituisce il vero pilastro su cui poggia l’intera Unione. In altre parole, il governo europeo è tanto più al sicuro quanto meno gli europei se ne interessano e ne decifrano l’azione.
Non solo non esiste un’Europa politica, ma esiste una Europa che ostacola strutturalmente l’affermarsi di qualsivoglia dimensione politica attivando filtri e barriere insormontabili per i più, come ad esempio le sterminate dimensioni dei trattati (più di 400 pagine la bocciata Costituzione, più di 200 il Trattato di Lisbona) e l’oscurità tecnicistica del linguaggio di cui si serve, proibitiva perfino per gli stessi esperti. Una sterminata burocrazia, articolata in un mosaico surreale di sedi e commissioni dalle funzioni più varie, amplia progressivamente e al di fuori da ogni controllo le proprie competenze rovesciando sui cittadini del continente, dal mare del nord fino alle più meridionali rive mediterranee un fiume di minuziose normative di cui Enzensberger traccia un divertente catalogo: dalla curvatura dei cetrioli al colore dell’aglio e dei porri, dalle dimensioni dei preservativi ai sedili dei trattori, dai requisiti delle lampadine alle piastrelle dei bagni. Roba da fare invidia al più maniacale dei nostri sindaci sceriffi.
Questo furore prescrittivo può anche far sorridere o irritare, suscitare indignazione per il costo dei tanti funzionari dediti a siffatte minuzie vessatorie, ma contiene un elemento assai serio che minaccia pericolosamente i tessuti produttivi dei diversi paesi. Vi sono livelli di reddito, di organizzazione sociale e culturale, che non possono reggere ad apparati normativi calibrati su situazioni di eccellenza. In altre parole l’economia del meridione italiano non può sopravvivere con regole sostenibili in Lussemburgo o in Finlandia. Non si può pretendere, per esempio, che un disoccupato campano faccia revisionare il motorino che trasporta il suo nomadismo precario alle stesse scadenze e costi di un broker francofortese che ci va in borsa. Con il risultato di una generalizzata trasgressione che purtroppo si estende anche a quei principi di tutela che invece sarebbero imprescindibili e sostenibili.
Ne sanno qualcosa i detenuti italiani sottoposti a condizioni extraeuropee, o il presidente ungherese Orban che, alquanto indisturbato, va costruendo un regime parafascista nel cuore d’Europa. Poco importa, il governo etico continentale, oltre a imporre un’arcigna morale penitenziale ai debitori malgrado il responso negativo di tutti gli indicatori economici e sociali continua a prescrivere ai suoi cittadini norme e stili di vita, questi sì «al di sopra dei mezzi di cui dispongono», perseguitando gli ammortizzatori informali che consentono ai più deboli di sopravvivere alla crisi.
Questo instancabile furore legislativo si è sedimentato – ci informa Enzensberger – in uno sterminato corpus di norme, il cosiddetto Aquis communautaire, che consta di 150.000 pagine in costante crescita. Quanto alla Gazzetta ufficiale dell’Unione, già nel 2005 aveva raggiunto il peso ragguardevole di una tonnellata. Non molti devono essere i lettori di questa opera monumentale. È un caso esemplare di come la quantità delle norme si rovesci nella qualità di un comando opaco e impenetrabile quanto ai suoi moventi e ai suoi scopi. La totale ignoranza degli elettori europei riguardo ai raggruppamenti, ai personaggi e ai meccanismi della politica europea è ricambiata da una altrettanto totale ignoranza delle condizioni di vita reali dei cittadini dell’Unione, nella loro estrema eterogeneità, da parte dei funzionari governativi di Bruxelles. Ma poi sono davvero loro i colpevoli? I governi nazionali sostengono di dover obbedire, di non potersi opporre alla volontà dell’ Unione (il ritornello «ce lo chiede l’Europa»), l’esecutivo europeo, la Commissione composta da 27 funzionari, uno per ogni stato membro, replica di non fare null’altro che dar seguito alla volontà e ai desiderata degli stati membri e cioè dei governi nazionali. Cosicché nella conclamata irresponsabilità di tutti l’apparato normativo si sviluppa su se stesso come sospinto da una legge di natura, mascherando così i rapporti di forza tra gli stati, tra i potentati economici e finanziari, continentali e globali, che, una volta pagato il dazio alla vanità e all’ambizione dei burocrati, determinano il corso delle politiche comunitarie.
Ma che fine fa la democrazia in tutto questo? La risposta sembra essere questa: la peggiore possibile. Come può darsi democrazia ove non esiste né opinione pubblica (l’indifferenza generale per la politica europea), né divisione dei poteri (il parlamento eletto non può di fatto legiferare). A questo proposito Enzensberger cita il francese Robert Menasse che, nell’intento di legittimare contro le pulsioni populiste l’architettura dell’Unione, ne decreta però il carattere postdemocratico. Scrive dunque Menasse: «la triade composta dal Parlamento, dal Consiglio e dalla Commissione produce dunque un buco nero nel quale scompare ciò che noi intendiamo per democrazia». Per giungere a una conclusione che ha tutto il tono di un giudizio storico inequivocabile e cioè «che la democrazia classica, un modello elaborato nel XIX secolo per una adeguata organizzazione degli stati nazionali, non possa semplicemente essere commutata in una unione sovranazionale ma che anzi la ostacoli». Dobbiamo dunque rassegnarci a questa alternativa tra una Unione postdemocratica di stati democratici costretti, in conseguenza, a ridimensionare i propri stessi caratteri democratici e il ritorno alle piene sovranità nazionali che di pace e di democrazia, anche senza guardare al passato, non offrono affatto garanzie certe? In realtà ciò che sembra diametralmente contrapposto è più contiguo di quanto suggeriscano le apparenze.
La trattativa tra sovranità gelose delle proprie prerogative e protettive nei confronti dei poteri forti che le sostengono non è affatto estranea alla natura antidemocratica del governo europeo. Il Consiglio europeo, composto dai capi di stato e di governo dei paesi membri, segue le regole e gli stili, per loro natura al riparo dalla volontà popolare e dalla pubblica critica, della diplomazia, risponde a rapporti di forze e gerarchie di fatto che determinano indirizzi e compromessi sui quali il Parlamento eletto, sia pure tirando a indovinare dai pochi che ancora continuano a crederci, non può esercitare alcun potere.
A guardare le cose da questa angolazione non è la democrazia, ma sono le prerogative delle sovranità statali, le strategie di autoconservazione delle classi dirigenti – che con la democrazia non vanno assolutamente confuse – a ostacolare la costruzione politica dell’Europa. Di queste sovranità, e del gioco diplomatico che intrattengono fra loro, il Consiglio dell’ Unione europea (da non confondersi con il Consiglio europeo) nelle sue molteplici e ubique incarnazioni e la Commissione (l’esecutivo) sono alla fine l’espressione, sia pure incline a una poderosa autoreferenzialità protetta da quel labirinto procedurale in cui gli stessi poteri statuali dei paesi membri finiscono il più delle volte col perdersi. Il fatto è che la democrazia non si offusca nel passaggio di scala dalla dimensione nazionale a quella sovranazionale, ma è nei singoli paesi che patisce la sua più drastica riduzione come la crisi politica italiana e il suo esito (diametralmente opposto alla volontà degli elettori, almeno quella più o meno decifrabile) dimostra con una certa chiarezza, per proiettarsi in seguito a livello comunitario.
A tutto questo l’Europa dovrebbe costituire un correttivo se non fosse ostaggio delle sovranità nazionali con le loro classi dirigenti che sopravvivono tenacemente al collasso della rappresentanza. Ci sono allora due strade: o affidarsi a una sorta di «dispotismo illuminato» dei tecnocrati europei, della cui «illuminazione» è tuttavia lecito dubitare, o combattere con nuovi strumenti politici e sociali su ogni piano, nazionale e sovranazionale, quell’iniqua distribuzione della ricchezza, quel ricatto del lavoro precario e quel contrarsi progressivo della democrazia che in minore o maggiore misura attraversa tutto il continente, laddove a ogni latitudine le cicale muovono i capitali e le formiche stringono la cinghia.
Dietro ogni grande fortuna c’è un crimine: le parole di Honoré de Balzac potrebbero applicarsi anche alla prestigiosa collezione di arte moderna che figura nelle sale del Museo d’arte di Basilea. Il crimine in questione in questo caso l’ha commesso il regime nazista, con la persecuzione degli ebrei e la campagna contro l’arte cosiddetta „degenerata“. La fortuna l’ha invece fatta il Kunstmuseum, che ne ha approfittato, riuscendo grazie al nazismo ad acquisire le opere di arte moderna che sono alla base dell’importante collezione che oggi può presentare al pubblico.
Ma a differenza del Kunsthaus di Zurigo, ancora alle prese con gli strascichi delle polemiche sulla provenienza di diverse opere della collezione Bührle, su cui pesa il sospetto che siano state sottratte dai nazisti ai legittimi proprietari, Basilea non teme di confrontarsi con questo scottante passato. Lo fa con due mostre, in cui si ripercorre la storia delle importanti acquisizioni risalenti a quando la Germania era governata dai nazisti: „Zerrissene Moderne – Modernità lacerata“ (fino al 19.2.2023) e „Il collezionista Kurt Glaser“ (fino al 12.2.2023).
„Zerrissene Kunst – Modernità lacerata“, ripercorre la storia della collezione di arte moderna del Museo. Quando nel 1936 a Basilea venne inaugurata la sua nuova sede, il Kunstmuseum di Basilea era famoso per l’importante collezione di opere realizzate fra il XV e il XVI secolo dai cosiddetti Antichi maestri, fra cui figurano capolavori di Holbein, Witz, Cranach, Rembrandt, Rubens e così via. Ma le nuove tendenze artistiche erano praticamente assenti: nell’unica sala dedicata all’arte contemporanea figuravano in tutto sei opere moderne.
Proprio in quegli anni i nazisti al potere in Germania lanciavano la loro offensiva contro l’arte cosiddetta „degenerata“, colpevole di violare i canoni dell’estetica ariana. Nel 1937 dalle sale dei Musei tedeschi vennero confiscate 21’000 opere di artisti ebrei e non, vittime dell’epurazione. ll nuovo direttore del Kunstmuseum di Basilea Georg Schmidt, di tutt’altro parere sul valore artistico di queste opere, si rese conto di avere una opportunità unica di dotare il Museo di Basilea di una collezione di arte moderna degna di questo nome.
Schmidt contatta le autorità naziste segnalando il suo interesse ad acquisire alcune delle opere messe alla gogna. Se da una parte i nazisti disdegnavano l’arte moderna, dall’altra erano interessati al denaro che riuscivano procurarsi piazzando sul mercato le opere sequestrate. Il direttore del Kunstmuseum, convince la commissione artistica di chiedere alla città un credito di Fr. 100’000 per procedere agli acquisti. Il consiglio comunale, non completamente convinto di voler affiancare ai prestigiosi Holbein gli stravaganti lavori di artisti come Klee, Chagall o Kandinsky, dimezza il credito a Fr. 50’000. Con questi mezzi Schmidt riesce ad acquisire, in parte direttamente a Berlino, ma poi anche partecipando alla famosa asta di arte „degenerata“ proveniente dalla Germania tenuta dal gallerista Thedodor Fischer di Lucerna nel 1939, ventun opere realizzate da artisti come Marc, Gauguin, Klee, Chagall, Beckman, Kandinsky, Grosz, e molti altri, opere che oggi valgono diversi milioni di franchi.
La mostra riunisce queste opere, corredandole di un importante corollario di informazioni storiche: dalla corrispondenza con i galleristi tedeschi incaricati di vendere i quadri, ai cataloghi delle diverse mostre di arte „degenerata“ allestite in Germania, ai verbali della commissione artistica del Kunstmuseum, che riportano i dibattiti sul valore artistico delle opere da acquisire.
Oggi queste acquisizioni sollevano naturalmente il tema delle condizioni che hanno costretto i loro proprietari a venderle. Per le opere provenienti dai musei tedeschi il problema non si pone, visto che erano di proprietà dello stato, anche se in molti casi l’ostracismo del regime e la distruzione delle opere ha rovinato le carriere di diversi artisti. Diverso è il discorso per le opere cedute dai loro proprietari ebrei in circostanze drammatiche per finanziare la fuga, o addirittura confiscate dalla autorità naziste ai legittimi proprietari.
E proprio al destino del collezionista di Berlino Kurt Glaser, fino al 1933 direttore della Kunstbibliothek di Berlino, costretto dagli eventi a cedere la sua collezione, è dedicata l’altra esposizione proposta dal Kunstmuseum di Basilea. Glaser, collezionista di stampe e dipinti, autore di libri di storia dell’arte, protagonista della vita culturale di Berlino, perde il posto nel 1933 in seguito ai provvedimenti contro i tedeschi di origine ebraica. Di fronte all’intensificarsi della persecuzione, non vedendo più prospettive in Germania, Glaser decide di lasciare il Paese dopo aver messo all’asta la sua collezione grafica, comprendente anche importanti opere dell’artista norvegese Edvard Much, amico di Glaser. La collezione viene acquistata a prezzi stracciati proprio dal Kunstmuseum di Basilea.
Quando nel 2007 gli eredi di Glaser chiedono un risarcimento, la risposta di Basilea è negativa. Ma qualche anno dopo l’atteggiamento cambia, e sotto la guida del professore di diritto Felix Uhlmann, presidente della Commissione artistica, il Kunstmuseum conclude un accordo con gli eredi di Glaser, nel rispetto dei principi della Conferenza di Washington del 1998 sulle opere d’arte confiscate dai nazisti. Gli eredi vengono risarciti finanziariamente, e anche con l’allestimento di questa mostra, che ripercorre le tappe dell’esilio di Glaser, illustrando in tutta la sua drammaticità il destino di molto intellettuali tedeschi di origine ebraica.
Felix Uhlmann, che è stato chiamato a presiedere la tavola rotonda organizzata a Zurigo per riesaminare la provenienza delle opere controverse della collezione Bührle, sostiene la proposta di creare una commissione federale che elabori delle direttive sulla restituzione delle opere d’arte rubate dai nazisti finite in Svizzera. Sarebbe un passo avanti per migliorare l’immagine di un Paese che spesso, e purtroppo non sempre a torto, viene accusato di arricchirsi a spese delle disgrazie altrui.
Di Marco Brunasso, Techprincess.it
Un’industria discografica conservatrice ma profondamente in crisi, che fatica con lo stare al passo con le nuove tecnologie, soprattutto a causa dell’exploit della pirateria online. Questo il contesto storico che fa da sfondo a The Playlist, la nuova serie Netflix di produzione svedese, che racconta la nascita di un servizio che avrebbe rivoluzionato la musica: Spotify.
Attraverso sei episodi, dalla durata di circa 50 minuti l’uno, la macchina da presa di Per-Olav Sørensen ci porta nelle vite, nelle paure e nelle ambizioni di un team di sviluppatori visionari, dirigenti discografici e imprenditori, tra chi comprende la necessità di abbandonare il passato e chi proprio non vuole cedere il passo alle nuove tecnologie.
Liberamente basato sul libro Spotify Untold, la serie indaga il mercato discografico del 2006, messo in crisi dall’ascesa di servizi Peer-To-Peer illegali come Pirate Bay. Le vendite dei dischi fisici quindi calano, e l’intera industria musicale si mostra reticente verso l’avvento di un nuovo modello: quello della musica in streaming.
In questo periodo storico tumultuoso, Daniel Ek, un giovane programmatore svedese, ha un’intuizione: offrire musica in streaming ma in modo legale. L’idea è però complessa da realizzare, soprattutto perchè c’è da convincere la discografia a cedere i diritti dei brani, mentre gli artisti si ritroveranno a raccogliere le briciole del loro lavoro. Una storia controversa, un modello che fa ancora oggi discutere, che nel bene e nel male ha però rivoluzionato il mondo della musica.
La grande forza narrativa di The Playlist risiede nel suo interessante format. Proprio come una playlist Spotify, la serie propone sei episodi come se fossero sei canzoni da altrettanti album e artisti diversi. Ogni puntata ci offre infatti il punto di vista di uno dei protagonisti, a partire da Daniel Ek, CEO e co-fondatore di Spotify, fino ad arrivare alla cantante Bobbi T, che lamenta l’insostenibilità della musica in streaming per gli artisti.
Nel mezzo ci sono discografici, programmatori, legali e persino Martin Lorentzon, colui che per primo ha investito nel visionario progetto di Ek. Da questo punto di vista la serie ci offre episodi unici, che non hanno paura di entrare in contraddizione tra loro. Questo perchè i personaggi coinvolti hanno tutti una propria coscienza, ma soprattutto una propria versione e percezione dei fatti avvenuti.
Questo espediente narrativo consente alla serie di raccontare una storia a 360 gradi, a partire dall’innovativa tecnologia di Spotify (spiegata da uno degli sviluppatori nel quarto episodio) alla complessità della macchina discografica (ben analizzata nella seconda puntata). Inoltre ogni episodio, proprio perché incentrato su uno specifico personaggio, ha una propria identità e un proprio approccio registico. In particolare ci ha stupido la terza puntata, con movimenti di macchina e toni cromatici incredibilmente curati.
Gli appassionati di musica più maniacali saranno felici di osservare uno spaccato del mondo musicale spesso poco raccontato. Tra gelosie di mercato e dinamiche che rischiano di impoverire il mondo degli artisti, The Playlist ci lascia sbirciare dal buco della serrature degli uffici delle major, aiutandoci a comprendere il perchè di tante controversie che ancora oggi leggiamo in merito ai servizi di musica in streaming.
Non mancano poi dei piccoli ma deliziosi easter eggs, come un giovane DJ chiamato Tim (che diventerà poi AVICII) e la scena del matrimonio di Daniel Ek, quando in sottofondo c’è un brano di Bruno Mars, che nella vita reale si è esibito durante la cerimonia. Ci sono poi i riferimenti alle prime polemiche di Taylor Swift sull’insostenibilità del modello streaming e anche una citazione storica a quanto avvenuto con l’avvento di MTV negli anni ’80.
Non solo musica però: gli appassionati di coding e di linguaggio internet apprezzeranno l’accuratezza e la semplicità con la quale la serie ci spiega alcuni basici concetti di programmazione. Insomma The Playlist è un prodotto che non lascia nulla al caso, tanto nella sceneggiatura quanto nella regia.
Il trailer in italiano della serie
Dirsi femminista sembrerebbe ancora essere un atto trasgressivo. In generale non ti rende simpatica, sui social attiri il peggio degli insulti e in talune cerchie politiche evochi fantasmi di castrazione.
È anche vero che non esiste “il” Femminismo. Piuttosto ci sono diversi femminismi che possono essere ricondotti a teorie differenti. Alcuni si occupano soprattutto degli aspetti egualitaristici ed emancipatori, ad esempio con le battaglie sui diritti o quelle per la rappresentanza nei governi e nei parlamenti; altri femminismi sono invece fondati sulla differenza costitutiva dell’esperienza di genere, e tendono a dare una lettura più radicale e partecipativa dell’azione femminista. Inoltre, a partire dall’attivista americana Angela Davis il femminismo ha forzatamente dovuto confrontarsi con la dimensione dell’intersezionalità, con la quale si intende che la stessa donna può subire diverse forme di oppressione, come quelle di genere, razza, classe, orientamento sessuale, disabilità. L’esperienza di oppressione e discriminazione di una donna povera, di colore, migrante e disabile non può certo essere profondamente compresa e inclusa nelle istanze paritarie di una donna bianca eterosessuale e di estrazione borghese.
Nonostante forme organizzative e approcci differenti, non si può tuttavia misconoscere il potente influsso che l’attivismo femminista ha prodotto nella quotidianità negli ultimi 50 anni.
Non mi riferisco unicamente alla dimensione dei diritti che, seppur fondamentali e frutto di lotte collettive ancora oggi necessarie, non possono rappresentare l’unico orizzonte dell’azione politico-sociale. La capacità delle pratiche femministe è piuttosto quello di dare visibilità a fenomeni in precedenza misconosciuti o tollerati, e di fornire cornici di comprensione di manifestazioni umane complesse.
Termini come femminicidio, intersezionalità, consenso (nelle relazioni sessuali), sessismo in tutte le sue declinazioni, violenza di genere, molestie, stalking, violenza strutturale, sopravvissuta, sono diventate forme per enunciare “cose del mondo” troppo spesso tollerate. Queste nuove parole all’inizio sembravano anomale, inopportune. A volte venivano addirittura rifiutate, ma hanno reso riconoscibili fenomeni che in precedenza passavano inosservati. Altri termini, soprattutto inglesi, si sono poi fatti strada nel panorama femminista. Oltre a #METOO, che ha segnato l’avanzata di un’onda d’urto internazionale a tutti i livelli, a corollario sono arrivati catcalling per indicare le molestie per strada e una serie di termini per raccontare gli abusi perpetrati tramite social, come il revenge porn (inteso come forma di vendetta per la rottura di una relazione attraverso la condivisione pubblica di immagini o video intimi). Quello che preferisco però è mansplaining, parola coniata dalla scrittrice e giornalista Rebecca Solnit per indicare (o smascherare) la tendenza paternalista di alcuni uomini (e non solo) che vogliono spiegare a una donna, in modo condiscendente e semplificato, qualcosa di ovvio, o addirittura qualcosa di cui l’interlocutrice è esperta. È riconoscibile da frasi del tipo “lascia che ti spieghi…” oppure il più generico “voi donne dovreste capire che…”. E quante volte mi/ci è capitato di sentire frasi del genere durante la preparazione dello sciopero del 1991, ma anche di quello del 2019. Succede anche, per estensione, quando comitati completamente maschili (con al massimo una rappresentante alibi) spiegano a noi donne i vantaggi dell’aumento dell’età pensionabile, oppure cercano di convincerci che non è necessario adottare sanzioni contro la disparità salariale, o quando i Consiglieri di Stato, tutti uomini, ci spiegano come combattere la violenza sulle donne.
Tutte quelle elencate non sono solo parole, e neppure “dettagli in cui non rimanere impantanati”, come ha affermato Ueli Maurer durante il discorso del 1° agosto di quest’anno, ma sguardi e modi di agire nel mondo. Le resistenze che suscitano ci mostrano la loro forza rivoluzionaria, di cui possiamo andare fiere. Nel contempo dobbiamo continuare ad essere vigili, affinché non venga sottratta loro densità di significato.
Se a termini come violenza strutturale non segue la consapevolezza della disuguaglianza di poteri nelle relazioni abusanti, l’ascolto e l’accompagnamento di una vittima resterà solo una misura, e non una pratica di liberazione. Comprendere la complessità è necessario per rendere giustizia ai racconti delle vittime, perché dobbiamo ricordare che è proprio la paura di non essere credute, se non addirittura colpevolizzate per non aver agito prima, che congela la capacità di cambiare rotta alla propria vita.
Le nuove parole quindi contano, specialmente oggi.
