8 ore e 36 minuti

Considerazioni a margine del Congresso del Partito Socialista che ha portato alle candidature di Marina Carobbio e Yannick Demaria, ma senza confronto e discussione sui programmi 

8 ore e 36 minuti di congresso (grazie Naufraghi/e per l’ottima copertura). 

1 minuto e 40 secondi di esposizione della piattaforma programmatica rossoverde.

13 minuti per evadere, senza discussione, gli emendamenti al programma.

Ecco, in sintesi, la scaletta del Congresso socialista del 13 novembre a Bellinzona: otto ore di dibattito e di votazioni per scegliere due candidati al Consiglio di stato.

Un congresso che non può non lasciare un senso di delusione e di frustrazione per la mancanza di confronto sui temi e per la macchinosità tipica di un partito d’altri tempi.

Si poteva fare meglio? Forse sì. Facile dirlo, a posteriori; ma, a posteriori, anche e soprattutto in politica, dovrebbe valere ancora l’autocritica.

Si poteva fare meglio, cominciando un anno fa a pensare alle elezioni cantonali e non a pochi mesi dall’appuntamento con le urne. Si sarebbero potuti convocare i rappresentanti di tutta l’area: ps, verdi, forum alternativo, partiti comunisti, mps, incontro democratico. Avrebbe potuto prendere l’iniziativa, visto il nome, il forum alternativo, o chiunque altro. Si sarebbe potuto organizzare una costituente per elaborare un programma di massima condiviso da tutti o dalla maggioranza dei partecipanti. Piattaforma sì, ma elaborata dal basso. (Utile dare un’occhiata all’iniziativa di Mélenchon in Francia e anche a Die Service public Revolution di Ringger e Wermuth.) Non solo temi, ma pure modalità di azione; non agire solo nelle istituzioni, ma lavorare meglio su iniziative e referendum e promuovere manifestazioni.

La Costituente (qualche veterano ricorderà il mercato coperto di Mendrisio nel 1969 quando fu fondato il PSA) poteva essere l’occasione per un dibattito approfondito fra i candidati con votazione finale e scelta della cinquina, confermando la regola del 2+2+1. 

8 ore e 36 minuti potevano bastare, per organizzare una specie di primarie con al centro i propositi politici, gli obiettivi di programma e poi le persone in grado di realizzarli. Un’operazione che non aveva solo un obiettivo elettoralistico, ma l’ambizione di riformare la sinistra in Ticino, offrendo un’immagine finalmente rinnovata al paese.

Per un’operazione simile, però, si sarebbe dovuta superare la forma partito burocratica e asfittica che ancora contraddistingue i socialisti. L’area rossoverde allargata dovrebbe essere collegiale, aperta a voci diverse dell’universo di sinistra, ai movimenti e alla società civile. Non basta essere collegiali in governo, a volte persino succubi, sottomessi al mito del deficit, giustificandosi quale minoranza silenziosa. “Asfaltar no es gubernar”.

Il partito socialista è vecchio. L’età media degli iscritti supera i 61 anni. I verdi e le altre formazioni dell’alleanza possono aiutare a ringiovanire. Ma non basta mettere un paio di giovani in lista per conquistare i coetanei. In campagna elettorale non serve fare su e giù per il Ticino frequentando cene rosse dove s’incontrano solo compagni fedeli al partito. Bisogna cambiare sistema. I giovani devono sguinzagliarsi in tutto il cantone a bussare alle porte. Incontrare persone che non fanno politica. Discutere e convincerle. Secondo un’inchiesta francese, la campagna porta a porta fa tornare al voto una persona su dieci: meglio dei volantini, dei banchetti o delle telefonate. 


Boas Erez – Diverse offerte ma infine ho scelto socialità + ambiente

Considerazioni a margine del Congresso del Partito Socialista che ha portato alle candidature di Marina Carobbio e Yannick Demaria, ma senza confronto e discussione sui programmi 


Poliziotto buono, poliziotto cattivo

Considerazioni a margine del Congresso del Partito Socialista che ha portato alle candidature di Marina Carobbio e Yannick Demaria, ma senza confronto e discussione sui programmi 

Di Matteo Castellucci, Linkiesta

Alla fine arriva Sergio. Dal Quirinale Mattarella ha alzato la cornetta per riportare la concordia nelle relazioni diplomatiche con l’Eliseo dopo il pasticciaccio sui migranti. Il presidenzialismo francese ha questo vantaggio, si sono sprecati i commenti, e cioè che il centralino è lo stesso: un’istituzione può piatire per conto dell’altra, come avvenuto per la mancata telefonata di Palazzo Chigi. Poliziotto buono, poliziotto cattivo.

La Francia per molti versi è un modello. Banalmente, lì non governano i populisti. I nostri hanno una evidentissima parte di demerito. Nella redistribuzione delle colpe (quella dei profughi, purtroppo, è un miraggio) sono azionisti di maggioranza: per l’interpretazione creativa del diritto del mare, per la sadica crudeltà di temporeggiare decine di giorni prima dello sbarco “selettivo”, quasi il criterio per concederlo fosse l’esaurimento dei viveri a bordo. Per aver scavalcato la controparte e forzato l’annuncio di un compromesso.

Hanno offerto a Emmanuel Macron un pretesto, anche a considerare quella di Parigi una overreaction. Siamo sicuri lo sia? Giorgia Meloni era volata a Bruxelles, folgorata sulla via del «ci vuole una gestione europea» e poi, alla prima occasione utile, la linea vetero-salviniana dei porti (semi)chiusi è costata all’Italia l’isolamento. Pare tramontata la suggestione di un fronte meridionale con Grecia, Cipro e Malta, specializzata nei respingimenti illegali.

Il Mediterraneo non ha l’esclusiva, sono risaliti i flussi lungo la rotta balcanica. Lo scontro con la Francia sul mare nostrum ha però permesso a Macron di sfogarsi in politica estera per nascondere i problemi domestici. Intrappolato in una maggioranza parlamentare relativa, è incalzato da Le Pen e Zemmour. Gli alleati teorici di Meloni sono in preda a un cortocircuito: plaudono la dottrina Piantedosi e al tempo stesso insorgono per le sue conseguenze.

È l’incomunicabilità degli egoismi nazionali. Che invece collimano nel vergognoso patto tra Francia e Regno Unito per impedire gli sbarchi Oltremanica. Downing Street ha accettato una tariffa al rialzo, settanta milioni di sterline contro i cinquantaquattro del 2021, per comparare un maggior dispiegamento di polizia frontaliera (più quaranta per cento), pattugliamenti congiunti con personale britannico, droni e nuovi sistemi di sorveglianza per impedire le partenze.

In pratica, Macron si fa pagare da Londra per fare il gendarme. Tratta l’Italia come la Gran Bretagna tratta lui. Manca solo un assegno. Poliziotto buono, poliziotto cattivo. Mentre Politico motteggia sulle affinità elettive con il neoprimo ministro inglese Rishi Sunak, l’accoglienza resta un problema europeo, nonostante i tentativi comunitari di esternalizzarla. Due degli ultimi casi: l’Austria non riesce a trovare alloggio alla sua quota di rifugiati, anche perché i governatori si oppongono; in Olanda il partito del premier Mark Rutte è l’unico a opporsi a una legge per dare fondi ai Comuni che ospitano migranti.

Sono i Piantedosi d’Europa. È un problema storico dei Paesi cosiddetti frugali, per l’austerity anche quando si tratta di salvare vite umane. Come dire: quella meloniana non è purtroppo un’anomalia. Pure la «bromance tra banchieri» di Macron e Sunak, che non hanno certo nomea di sovversivi, è nei fatti un blocco navale. Non nel Mediteranneo, nella Manica. Dove in passato sono morti ventisette migranti: i francesi non hanno ascoltato le richieste di soccorso, aspettavano che il barchino entrasse nelle acque territoriali britanniche.

È la più atroce esemplificazione dell’approccio degli Stati membri finora. Temporeggiare, finché qualcun altro non si farà carico del fardello. Ma così sarà sempre troppo tardi.

Nell’immagine: il campo migranti di Calais nel 2015 (Christian Payne, Flickr)


Ecologia, dittatura e mondiali di calcio

Considerazioni a margine del Congresso del Partito Socialista che ha portato alle candidature di Marina Carobbio e Yannick Demaria, ma senza confronto e discussione sui programmi 

“Indignatevi!”, scriveva l’ultranovantenne Stéphane Hessel in un libriccino uscito nel 2010, tradotto l’anno dopo anche in italiano, in cui l’ex partigiano della Resistenza francese esortava i giovani (e non solo) a non arrendersi alla fatalistica accettazione dello status quo, ma a ‘resistere’ e a reagire alle diverse ingiustizie dei giorni nostri.

Egli, con lungimiranza, ne individuava già tutta una serie: lo scarto vieppiù crescente fra i “molto ricchi” e i “molto poveri”; le condizioni ambientali del pianeta; il trattamento riservato a “sans-papiers”, immigrati, Rom; la corsa al “toujours plus”; la competizione imperante e incalzante; la dittatura e l’avidità dei mercati finanziari.

Nel frattempo, il battagliero vecchietto se ne è andato, si è spento nel 2013, ma il suo messaggio rimane di grande attualità e valore. E oggi, non mancano certo motivi per indignarsi.

Egitto – Cop 27

Si pensi, per esempio, alla cosiddetta Cop 27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici 2022 in programma in questi giorni nella patinata località di Sharm el-Sheikh in Egitto. Al di là dei notori e reiterati moniti degli scienziati, cui fanno immancabilmente da contraltare i proclami tanto roboanti quanto vacui degli emissari governativi dei vari paesi rappresentati, che non riescono a convergere verso obiettivi reali ed efficaci comuni (il “bla bla bla”, come ben sintetizzato da Greta Thunberg), la stessa riunione in terra egizia è la legittimazione di uno dei regimi più sanguinari nella repressione alla dissidenza a fare da scandalo.

In effetti, il padrone di casa, generale Abdel Fattah al-Sisi – attuale presidente egiziano e una delle figure più controverse sullo scacchiere internazionale, in quanto ha trasformato la propria conduzione in una vera e propria dittatura – si vede riabilitato agli occhi del mondo e non si lascia certo sfuggire l’occasione per apparire un capo di stato particolarmente sensibile alle questioni ambientali, nascondendo, per una breve parentesi, il suo vero volto oscuro di despota e feroce repressore di ogni forma di dissidenza (significativa la costruzione di una ventina di nuove carceri negli ultimi anni per rinchiudervi tutti coloro che ostacolano il suo potere assoluto).

Emblematica la terribile vicenda di Giulio Regeni, dottorando italiano dell’Università di Cambridge impegnato in una ricerca sul campo di carattere sociale al Cairo, rapito all’inizio del 2016 e ritrovato dopo alcune settimane senza vita nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani, con il corpo martoriato da orrende sevizie. Al-Sisi da anni prende in giro la giustizia italiana con cavilli formali e raggiri diplomatici per eludere qualsiasi responsabilità politica nell’atroce morte di Regeni, mentre continua a giocare come il gatto con il topo nel caso di Patrick Zaki, studente egiziano dell’Università di Bologna, scarcerato dopo 22 mesi di detenzione nelle dure carceri cairote, ma ancora impossibilitato a rientrare nel capoluogo emiliano per sostenere la tesi di laurea. 

Tutto ciò alla faccia dell’opinione – del tutto condivisibile dal mio punto di vista – sostenuta da chi è fermamente convinto che non vi possa essere un sostanziale mutamento sul piano della presa di coscienza e dell’azione politica sul fronte ecologico, senza un’adeguata e parallela affermazione dei diritti umani e della giustizia sociale. ‘Scienza con coscienza’, come più volte ribadito da un altro vecchio della cultura occidentale: Edgard Morin (autore del libro Svegliamoci! / Réveillons-nous!, da poco tradotto in italiano per Mimesis e recensito da Lelio Demichelis per “Naufraghi/e” il 1° novembre scorso).

Valori peraltro largamente sbandierati negli ambiziosi Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) o Agenda 2030, decretati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite: il Sedicesimo Obiettivo ONU viene denominato infatti ‘Pace, giustizia e istituzioni forti’ ed è così declinato: “Promuovere società pacifiche e solidali per lo sviluppo sostenibile, garantire l’accesso alla giustizia per tutti e costruire istituzioni efficaci, responsabili e solidali a tutti i livelli”.

Intanto flirtiamo e diamo visibilità ai peggiori tiranni della terra … e c’è da chiedersi allora che cosa ci si possa aspettare come risultati tangibili e credibili dalle varie comunicazioni ufficiali, cariche di retorica, di questi summit, pieni di tanti nobili intenti e princìpi altisonanti, quanto privi in larga misura (almeno finora) di una effettiva volontà di dar seguito concretamente alle promesse di investimenti dichiarati a microfoni accesi dai diversi rappresentanti governativi in scena. 

La Cop 27 di Sharm el-Sheikh “sta andando ben oltre il greenwashing di uno stato inquinante: è il greenwashing di uno stato di polizia”, come sostenuto da Naomi Klein sul “Guardian” il 4 novembre 2022. 

Comunque vorrei soprattutto soffermarmi su un altro terreno, dove si dovrebbe giocare una partita all’insegna della più alta indignazione.

Qatar – Mondiali di calcio 2022

Mi riferisco agli imminenti Mondiali di calcio in programma fra pochi giorni in Qatar. Già l’ubicazione degli stessi, con la scelta di un paese e di un’area geografica caratterizzata da temperature torride, lascia alquanto perplessi dal profilo ambientale e dell’investimento energetico per approntare tutte le infrastrutture necessarie al fine di creare condizioni vivibili ai giocatori e all’immenso seguito di delegati, convenuti, invitati, tifosi.

Ma è specialmente un altro fattore che dovrebbe farci rabbrividire dallo sgomento e dallo sdegno, peraltro in stretta connessione con le condizioni climatiche appena evocate: secondo una clamorosa inchiesta condotta dal “Guardian” nel 2021, sarebbero almeno 6’500 i lavoratori provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka morti sull’arco di un decennio per costruire le infrastrutture calcistiche ritenute necessarie per svolgere la grande kermesse mondiale. Simile cifra non tiene conto degli infortuni sul lavoro, delle pessime condizioni igienico-sanitarie e delle malattie senza adeguate cure mediche in cui versano centinaia di migliaia di lavoratori, i quali, per almeno un terzo dell’anno, sono esposti a temperature che oscillano fra i 40 e i 50 gradi a causa delle correnti desertiche, come evidenziato da un rapporto dell’ONU. 

Le drammatiche condizioni lavorative non sono solo dovute agli aspetti climatici, ma anche e soprattutto al trattamento disumano – privo delle più elementari garanzie sindacali – riservato alle maestranze, tanto da spingere giornalisti e organizzazioni umanitarie a parlare apertamente di situazioni di sfruttamento “prossime alla schiavitù”. La soppressione dei diritti civili minimi è anche confermata da pratiche volte ad impedire la fuga della manodopera con la requisizione dei documenti, cui si aggiunge la riscossione di ingenti tasse o balzelli per l’assunzione.

Come scrive l’autorevole quotidiano inglese nella sua dettagliata inchiesta, se coloro che lavorano nei cantieri sono costretti a pagare commissioni che vanno dai 3.000 ai 4.000 dollari a fronte di un guadagno inferiore ai 300 dollari al mese, ciò significa che essi “devono lavorare per almeno un anno solo per pagare le tasse di assunzione”. Non c’è da sorprendersi sulle conclusioni cui si giunge: si tratta di una forma di schiavitù moderna in piena regola.

Ricordo un libro uscito una quindicina di anni fa: Kevin Bales, I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale, Feltrinelli (2008). La schiavitù non è affatto scomparsa, sosteneva l’autore: “oggi si stimano circa ventisette milioni di schiavi. Se ne sa però troppo poco ed è proprio l’ignoranza a favorirne sopravvivenza e diffusione. Gli schiavi sono individui privati della libertà, costretti a lavorare senza possibilità di scelta, senza tutela, non pagati, in condizioni spesso disumane. Non si trovano solo nei paesi sottosviluppati, ma sono occultati anche nelle ricche capitali dell’Occidente democratico. Gli schiavi hanno un bassissimo costo, sono “usa e getta”, rischiano la vita quotidianamente con lavori pericolosi o nella prostituzione, sono esposti a soprusi di ogni tipo, non più in base alla razza, bensì a causa della miseria”.

Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, così si è espressa: “Chiudendo un occhio sulle prevedibili violazioni dei diritti umani e non riuscendo a fermarle, la FIFA ha indubbiamente contribuito ai molteplici abusi nei confronti dei lavoratori migranti coinvolti nei progetti legati alla Coppa del Mondo in Qatar, che vanno ben oltre gli stadi e gli hôtel”. Per poi pronunciarsi a favore di un fondo minimo di 440 milioni di dollari da devolvere, da parte della FIFA, a titolo di risarcimento e per sostenere future iniziative volte a tutelare i diritti dei lavoratori.

Sempre la Callamard: “Per anni, la sofferenza di coloro che hanno reso possibile questa Coppa del Mondo è stata nascosta sotto il tappeto (…). In base al diritto internazionale e al regolamento della FIFA, sia il Qatar che la FIFA hanno rispettivamente l’obbligo e la responsabilità di prevenire le violazioni dei diritti umani e di fornire un risarcimento alle vittime. Data l’entità degli abusi subiti, il fondo di riparazione che Amnesty International e altri chiedono è del tutto giustificabile e rappresenta una piccola parte dei 6 miliardi di dollari di entrate che la FIFA ricaverà dal torneo”.

Intanto Gianni Infantino – presidente della FIFA e grande estimatore del Qatar, tanto da acquisirne la cittadinanza – sembra aver assunto un atteggiamento assimilabile a quello delle tre scimmiette, della serie: non vedo, non sento e non parlo; o meglio, per parlare parla, ma per minimizzare o negare quanto scaturito dalle inchieste giornalistiche e dalle denunce di numerose ONG, con esternazioni al limite della decenza e del grottesco. In merito al dramma dei migranti-schiavi impiegati nei cantieri allestiti per realizzare gli stadi dei Mondiali protesi verso l’Asia, ecco un assaggio dell’illuminante analisi del presidente FIFA diffusa nel corso di un intervento alla “Milken Institute Global Conference” a Beverly Hills, in California, il 2 maggio 2022: «Gli abbiamo dato l’opportunità di costruire gli stadi. Pensate che orgoglio! (…) Quando dai lavoro a qualcuno, anche in condizioni difficili, gli dai dignità e orgoglio. La costruzione degli stadi dove si giocheranno i Mondiali è pure una questione di orgoglio, avendo anche cambiato le condizioni di circa 1,5 milioni di persone [le maestranze reclutate]. Questo è qualcosa che rende orgogliosi pure noi».

Oltre ai sotterfugi e alle pressioni ad alti livelli che il Qatar ha messo in atto per riuscire ad aggiudicarsi l’organizzazione dei Mondiali di quest’anno, già ampiamente documentati dagli organi di stampa, di recente sono emersi ulteriori risvolti poco chiari ed edificanti circa pratiche di controllo ed interferenze invasive perpetrate dalla longa mano dei poteri qatarioti.

Dall’aggiudicazione dei Mondiali, l’emirato avrebbe controllato ogni movimento all’interno della FIFA, la cui sede come noto è in Svizzera, per smorzare qualsiasi tipo di critica, ricorrendo anche ad ex collaboratori della CIA. È quanto rivela un’indagine della trasmissione Rundschau della Radiotelevisione svizzero tedesca SRF, andata in onda ad inizio novembre.

A tale scopo, il Qatar avrebbe versato 400 milioni a favore della Global risk advisor, una società statunitense composta essenzialmente di ex collaboratori dei servizi segreti americani, i quali avrebbero fatto ricorso anche ad attacchi informatici per accedere ai computer e mettere sotto sorveglianza i telefoni dei dirigenti della Federazione internazionale di calcio.

Altra recente chicca, l’uscita dell’ambasciatore del Qatar per i Mondiali 2022 Khalid Salman – ex calciatore professionista –, il quale, nel corso di un’intervista rilasciata all’emittente televisiva tedesca Zdf per un documentario trasmesso l’8 novembre, dopo aver affermato con una certa enfasi che ”Bisogna accettare le nostre regole”, ha definito l’omosessualità “un danno mentale”, ritenendola “haram”, vale a dire proibita secondo l’Islam, e dunque da sottrarre in particolare agli sguardi dei bambini, ma anche degli adulti, per non dare brutti esempi. 

Per concludere, riprendendo l’esortazione di Stéphane Hessel secondo cui il “motivo alla base della Resistenza è costituito dall’indignazione”, che conduce a una “insurrezione pacifica”, ho deciso nel mio piccolo di boicottare la kermesse che sta per aprirsi nell’emirato arabo, rifiutandomi di guardare le partite trasmesse in TV dal Qatar, così da sottrarre almeno un minimo di audience ad uno spettacolo che ritengo poco edificante per tutto quello che nasconde dietro la sua facciata patinata.

Si tratta di un gesto minimo, anzi, minimalista, del tutto soggettivo e che sono consapevole non conti nulla e non serva a un granché; però vuole affermare, perlomeno al cospetto della mia coscienza, un dissenso etico verso un andazzo che sta prendendo piede nella gestione di uno degli sport più belli del mondo, la cui formidabile valenza agonistica di squadra (la coralità della trama di gioco) e la coinvolgente dimensione ludico-sociale (lo stare insieme per divertirsi, per tifare, per discutere sulle partite e quanto vi ruota attorno) sta per essere immolato sull’altare della macchina per fare soldi, del business a tutto campo, che non guarda in faccia a nessuno e per il quale si è disposti ad accettare qualsiasi compromesso.

Non nascondo che mi dispiace molto non seguire la nostra Nazionale che si è guadagnata un posto al sole, nei confronti della quale nutro grande simpatia e che mi piace molto per il suo carattere multietnico, addirittura allenata da un bravissimo ex-calciatore di origine turca, a sua volta ex nazionale. Mi pare un bell’esempio di integrazione riuscita e una bella immagine per la nostra gioventù e per la popolazione intera.

Ma l’indignazione, invece di restare un passeggero anelito di fastidio, sùbito sopito dal tepore del salotto e dalla comodità del divano, dovrebbe tradursi anche in qualche seppur piccolo gesto concreto di rifiuto nei confronti di chi ‘gioca sporco’, molto sporco, con la vita e la dignità altrui.

Auguri comunque ai nostri ragazzi.


Dietro il fragore e l’orrore di una bomba in pieno centro di Istanbul

Considerazioni a margine del Congresso del Partito Socialista che ha portato alle candidature di Marina Carobbio e Yannick Demaria, ma senza confronto e discussione sui programmi 

Di Andrea Legni ed Enrico Phelipon, L’Indipendente

Quante possibilità ci sono di subire un’avversità perfetta, dove ogni tassello si inserisce al posto giusto fino a formare un mosaico capace di trasformare una disgrazia in una fortunata opportunità. Come se in uno stesso giorno a un imprenditore andasse in fiamme il ristorante per il quale aveva appena stipulato un’ottima polizza antincendio e cadesse a terra il computer a poche ore della scadenza dell’assicurazione contro i danni accidentali. Non è tecnicamente impossibile, ma di certo si può dire che è nato con la camicia. È quanto accaduto a Istanbul, dove domenica è esplosa una bomba nel centralissimo viale Istiklal Caddesi provocando 6 morti e 81 feriti. Dalla nazionalità dell’attentatrice, al luogo da cui l’attacco sarebbe stato progettato, al momento in cui avviene fino al dettaglio simbolico della scritta sulla felpa indossata: ogni dettaglio di quanto accaduto è perfetto per i fini politici e militari del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Sono bastate poche ore per permettere alla Turchia di affermare di aver concluso le indagini sul fatto. A collocare la borsa-bomba che ha provocato il massacro sarebbe stata una giovane donna di nome Ahlam Albashir, curda di cittadinanza siriana. L’imputata è apparsa con le manette ai polsi, l’espressione smarrita e il volto gonfio e livido, nella foto diffusa dal governo. Secondo le autorità avrebbe confessato: è stata lei ed è stata addestrata dal PKK (il partito dei lavoratori del Kurdistan) come ufficiale speciale dei servizi segreti curdi per compiere l’attacco. È entrata illegalmente in Turchia attraverso il confine siriano di Afrin-Idlib, mentre le menti del PKK hanno pianificato i dettagli dal quartier generale di Kobane. Se non fosse stata presa sarebbe fuggita in Grecia, mentre sulla felpa indossata al momento dello scatto scenico diffuso dalla polizia turca esibiva la scritta “New York”. Per supportare questi dettagli non è stata fornita alcuna prova.

La foto della presunta terrorista, Ahlam Albashir, diffusa dalla Turchia dopo l’arresto

Di certezze in questa vicenda purtroppo ci sono solo i civili innocenti morti e feriti, perché per il resto rimangono ancora aperti diversi punti interrogativi, a partire dalla velocità con cui le autorità turche hanno risolto il caso, nonostante sia il PKK che le Syrian Demoratic Force (SDF-YPG) – le milizie curde che hanno combattuto in Siria contro lo Stato Islamico – abbiano fermamente smentito ogni responsabilità. E si tratta di organizzazioni che di solito rivendicano le proprie azioni. Di certo per ora c’è solo che ogni dettaglio fornito è perfettamente utile alla strategia del governo turco.

Da tempo Erdogan cerca di ottenere via libera al suo progetto di conquistare ulteriore territorio curdo in Siria, allargando la cosiddetta “zona cuscinetto” di confine creata grazie ad un accordo del 2019 con gli Stati Uniti. La città di frontiera da cui Ahlam Albashir sarebbe penetrata in territorio turco, Afrin, è in mano a jihadisti – che sono al governo della città dopo aver combattuto i curdi su mandato turco – in lotta tra opposte fazioni. Ankara cerca da tempo il pretesto per intervenire a ristabilire l’ordine. Quella da cui invece i vertici del PKK avrebbero ordito l’attacco è Kobane: città simbolo della resistenza curda contro lo Stato Islamico e al centro del progetto di confederalismo democratico attuato dai curdi nei territori autogovernati del Rojava, la zona sotto il loro controllo in Siria. Guarda caso è proprio la città nella quale Erdogan annuncia di voler intervenire militarmente da mesi.

Addebitare l’attentato al PKK è inoltre funzionale alle strategie politiche della Turchia, sia verso gli USA che verso Finlandia e Svezia che necessitano del via libera di Ankara per coronare l’obiettivo di entrare nella NATO. Questo potrebbe rappresentare un ulteriore indurimento delle operazioni militari del governo contro i curdi nella Turchia sud orientale, in Iraq e in Siria. Operazioni che a dire il vero non si sono praticamente mai fermate, dati i numerosi raid aerei occorsi negli ultimi mesi contro le presunte basi del PKK, nella regione del Kurdistan iracheno. Inoltre questa ipotesi tornerebbe utile anche per l’impasse emersa dalla richiesta di ingresso nella NATO da parte di Svezia e Finlandia. L’ingresso di nuovi paesi nell’alleanza Atlantica deve essere approvato da tutti i paesi membri. La Turchia si sta opponendo all’ingresso dei due proprio in relazione alla questione curda, per Ankara pericolosi terroristi, mentre per le due democrazie nordeuropee una minoranza perseguitata a cui garantire asilo politico. O almeno cosi era prima dello scoppio della guerra in Ucraina.

I vertici del governo di Ankara, non hanno inoltre esitato a lanciare un attacco agli Stati Uniti. «Non accettiamo il cordoglio dell’ambasciata statunitense, lo respingiamo» ha detto il ministro dell’Interno della Turchia, Suleyman Soylu, paragonando il telegramma della Casa Bianca nientemeno che a un «assassino che si presenta per primo sulla scena del crimine». Gli Stati Uniti in Siria sono alleati delle SDF, le milizie a maggioranza curda che hanno combattuto, con il supporto americano e di altri paesi occidentali, per liberare le zone della Siria che erano cadute sotto il dominio dello Stato Islamico. Che Ankara al pari del PKK considera pericolosi terroristi. Il dettaglio della felpa con scritto “New York” indossata (o fatta indossare) dalla presunta attentatrice è un particolare simbolico che palesa scenograficamente la connessione tra i curdi e gli Stati Uniti.

Non è mancata inoltre una frecciatina anche contro la Grecia, dove secondo i turchi l’attentatrice sarebbe fuggita se non fosse stata arrestata. Tra Turchia e Grecia esistono diverse controversie aperte nel Mediterraneo, e i due governi non sono nuovi a scambiarsi accuse reciproche, nonostante l’appartenenza comune dei due alla NATO.

Non si può inoltre non considerare le ripercussioni che l’attentato potrebbe avere a livello interno in vista delle prossime elezioni politiche previste nel 2023. Secondo i sondaggi, il partito del presidente Erdogan (AKP – Partito della Giustiza e dello Sviluppo), sarebbe in calo di almeno 10 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni a causa delle condizioni economiche e delle divisioni interne al partito stesso. A settembre 2022 l’inflazione in Turchia ha raggiunto livelli record che hanno toccato l’83% portando ad un conseguente aumento considerevole dei prezzi dei beni di prima necessità. Il momento è quantomai propizio per saldare l’opinione pubblica di fronte al nemico esterno.

Una poderosa mole di particolari che convergono tutti insieme fino a trasformare una tragedia in una occasione perfetta. Questo significa che il regime turco si sia auto inflitto l’attentato? Naturalmente non ci sono indizi in questo senso e anche se così fosse verosimilmente non ce ne sarebbero. Le variabili circa i possibili autori, dopotutto, possono essere tante: da gruppi jihadisti, a diverse fazioni politiche, fino al singolo fomentato che non risponde ad organizzazioni né ad apparenti logiche o strategie. Di certo la Turchia, risolvendo il caso a tempo di record, ha trovato il colpevole perfetto inserito nel contesto perfetto. Ultimo tassello: è dagli anni ’90 che il PKK ha abbandonato la strategia di utilizzare anche il terrorismo per perseguire l’obiettivo dell’indipendente del Kurdistan e in passato, quando lo fece, aveva sempre rivendicato le azioni. La scelta di tornare a farlo proprio mentre è in atto a livello internazionale una compagna per la sua rimozione dalla lista delle organizzazioni terroriste di Stati Uniti e Unione Europea sarebbe quantomeno insensata e suicida.

Nell’immagine: a sinistra – secondo la Turchia – Ahlam Albashir sul luogo dell’attentato. A destra la foto dopo l’arresto dove spunta la felpa “New York”


Scoppia la bolla: Amazon pensa di licenziare circa 10 mila lavoratori

Considerazioni a margine del Congresso del Partito Socialista che ha portato alle candidature di Marina Carobbio e Yannick Demaria, ma senza confronto e discussione sui programmi 

Di Roberto Ciccarelli, Il Manifesto

Amazon avrebbe intenzione di licenziare circa 10 mila lavoratori a partire da questa settimana. Secondo fonti anonime che hanno parlato con il New York Times si tratterebbe di circa il 3% dei dipendenti, meno dell’1% di una forza lavoro globale di oltre 1,5 milioni, per la maggior parte lavoratori precari e a ore. Sarebbe il più grande taglio di posti di lavoro nella storia dell’azienda e avverrebbe pochi mesi dopo un cospicuo aumento di manodopera (+427.300 dipendenti in 10 mesi). I tagli si concentreranno nei settori che permettono all’assistente vocale Alexa di funzionare, nella divisione «retail» e in quella delle risorse umane.

Tutto questo potrebbe avvenire nelle settimane in cui, in tutto il mondo, il Leviatano dell’e-commerce fondato da uno degli uomini più ricchi del mondo (Jeff Bezos) organizza gli iper-sconti che preparano i grandi affari del Natale. Sono i momenti in cui la manodopera aumenta, e non diminuisce, a causa della domanda creata a tavolino dal monopolista del commercio elettronico.

Solo di recente, all’inizio del 2022, Amazon aveva confermato l’aumento della manodopera reso necessario nei mesi del Covid. E aveva più che raddoppiato il tetto massimo dei compensi per i lavoratori del settore tecnologico per sostenere la «concorrenza» sull’innovazione, caratteristica di questo settore capitalistico. Se la notizia fosse confermata questa sarebbe la conferma della natura speculativa del capitalismo delle piattaforme digitali. Profitti stellari nello stato di emergenza. Licenziamenti nello stato di crisi. La tendenza sta dilagando in tutto il mondo delle «Big Tech». Elon Musk, per esempio, ha dimezzato il numero di dipendenti di Twitter dopo aver acquistato l’azienda. Meta, la società madre di Facebook e Instagram, ha annunciato il licenziamento di 11 mila dipendenti, circa il 13% della sua forza lavoro. Lo stesso hanno fatto Lyft, Stripe, Snap e altre aziende tecnologiche.

Questa torsione spettacolare è uno degli effetti della policrisi mondiale alla quale sta contribuendo l’aumento dei tassi di interesse delle Banche Centrali come la Fed che intende creare una recessione, e dunque, disoccupazione per rallentare l’inflazione. Fino ad ora il mercato del lavoro Usa è andato più che bene. I licenziamenti nei settori tecnologici possono indicare l’inversione della tendenza. All’inizio del 2022 la crescita di Amazon è rallentata e ora ha raggiunto il tasso più basso degli ultimi due decenni. In più l’azienda sta affrontando investimenti che l’hanno portata a espandersi ancora di più. Ora sta arrivando la perdita del potere di acquisto, e l’aumento dei prezzi, Così le vendite stanno rallentando. A Wall Street le azioni Amazon sono scese al livello più basso dai primi giorni della pandemia. Il record di valore pari a mille miliardi di dollari è stato cancellato.


Vertice Biden-Jinping le premesse di distensione e il ‘teatro delle ombre’

Considerazioni a margine del Congresso del Partito Socialista che ha portato alle candidature di Marina Carobbio e Yannick Demaria, ma senza confronto e discussione sui programmi 

Sul proscenio i due leader antagonisti ancorché sorridenti per la storica photo opportunity, e alle loro spalle le sagome di due comprimari, nel più classico del ‘wayang kulit’, il raffinato teatro delle ombre indonesiane. Così è stato il primo summit da presidenti, a Bali, nell’anticipo del G-20, tra il cinese Xi Jimping e l’americano Joe Biden. Due che si ‘conoscono bene’, ha voluto ricordare il capo della Casa Bianca, visto che si erano già incontrati una decina di volte negli anni in cui erano entrambi vice-presidenti. E le ‘ombre’? Quelle degli assenti, cioè Putin e Zelensky, assenti dal vertice che pure non poteva non occuparsi della guerra ucraina. 

Il padrone di casa indonesiano, Joko Widodo, sperava nel gran colpo di poter ospitare i due nemici. S’è dovuto rassegnare: lo zar bloccato in patria dalle umiliazioni militari, dalla rabbiosa frustrazione dei falchi, e anche dalla decisione degli occidentali di non volerlo sull’ “isola degli dei”; mentre il leader ucraino in perenne tuta simil-militare si muove nella Kherson liberata dai russi, chiedendosi quale sarà la risposta sollecitata dai falchi, che a Mosca pretendono un’altra pesantissima rappresaglia per ristabilire l’impossibile onore del loro sconfortato esercito dopo oltre sette mesi di conflitto. Joko Widodo si consolerà sventolando al vertice di Bali i risultati di un’economia indonesiana che è l’invidia di tutti (+5,7 % di Pil nel terzo trimestre dell’anno, mentre la Banca Mondiale certifica un probabile nuovo capitombolo della ricchezza mondiale dal 4 al 3,2%) e soprattutto per aver comunque offerto al mondo lo spettacolo della prima stretta di mano fra un capo della Casa Bianca rinfrancato dalla ‘non sconfitta’ delle midterm elections e il potente occupante della Città proibita che ha appena ottenuto dal Congresso comunista il terzo mondato consecutivo di segretario del PCC, un inedito dai tempi di Mao. Insomma, il confronto fra due leader entrambi rafforzatisi in poche settimane. Che hanno aperto varchi vistosi alla prospettiva di una nuova distensione fra i due giganti mondiali.

“Gestire la competizione” era, da una parte e dall’altra, l’obiettivo dichiarato del vertice sino-americano, avanzando ciascuno quelle che sono le rispettive ‘linee rosse” per evitare che il duello esiziale nell’Indopacifico fra le ‘due principali potenze del mondo’ (come lo ha definito l’ufficialissimo ‘China Today’ per la felicità del capo del Cremlino, escluso dal club dei super-grandi) non si trasformi in scontro armato. La ‘red line’ di Xi Jimping comprende naturalmente Taiwan, che per Pechino dovrà tornare alla madre patria in base al principio (in teoria riconosciuto anche dagli Usa – che però dicono di voler proteggere la democrazia nata in settant’anni a Formosa) che ‘esiste una sola Cina’, per cui l’indipendenza di Taiwan e una vera pace sono inconciliabili. Meno netta in fatto di ‘linee rosse’ quelle di Biden, che pretende statu quo e stabilità dell’intera area (compresa una nuclearizzata Corea del Nord da riportare nei ranghi) e il principio dell’esclusione dell’atomica su ogni teatro di conflitto. Principio che l’interlocutore gli ha offerto, o ribadito, con esplicito riferimento alla tragedia ucraina. 

Insomma, un ‘approccio morbido’. Con cui l’America cerca di ottenere dei ‘limiti’ all’alleanza che Mosca e Pechino hanno definito ‘senza limiti’.  Biden ottiene soddisfazione. In effetti, la condanna di qualsiasi tipo di militarizzazione ‘di grano ed energia’ nelle relazioni internazionali suona come un comune monito e una condanna al Cremlino, anche se XI ha ribadito la richiesta di cancellare le sanzioni economiche. E in questo nuovo clima rientra probabilmente anche la confidenza al ‘Financial Times’ di un alto funzionario cinese: e cioè che Vladimir Putin entrò in armi in Ucraina il 24 febbraio scorso senza preavvertire l’amico asiatico. Ipotesi già circolata, ma che confermata direttamente dal quartier generale dell’ “Impero di Mezzo” fa capire che non proprio tutto funziona nella strategica partnership dei due compagni di strada. Oggi Putin è sicuramente più isolato.

Impressioni suffragate da dichiarazioni non equivoche, ma è meglio fermarsi con la lista delle speranze di disgelo. Tanto più che il “New York Times”, non smentito, se n’è uscito negli scorsi giorni con la rivelazione che il mese scorso Biden ha firmato un documento sulla sicurezza nazionale in cui si recita che ‘la Cina è l’unico paese con l’intenzione di rimodellare l’ordine internazionale e, sempre più, il potere economico, militare e tecnologico per avvicinarsi a questo obiettivo”. Che non è proprio il viatico ideale per immaginare chissà quale nuova distensione fra Pechino e Washington. Mentre dalla capitale americana emerge sempre più nitida una recita dell’equivoco. Quello di vertici del Pentagono e della Sicurezza Nazionale che si contraddicono: uno sostenendo che la Casa Bianca continua le pressioni sulla leadership ucraina per spingerla verso un processo dialogante con Mosca, e l’altro subito precisando che solo Kiev può decidere come e quando accettare la prospettiva della pace.  Anche gli Stati Uniti hanno il loro ‘wayang kulit’. Il loro ‘teatro delle ombre’.


Perdiamo un combattente

Considerazioni a margine del Congresso del Partito Socialista che ha portato alle candidature di Marina Carobbio e Yannick Demaria, ma senza confronto e discussione sui programmi 

Perdiamo un combattente, John Noseda, spesso pronto all’indignazione di fronte al sopruso, di fronte alla burocrazia immobilista, di fronte al populismo dilagante. Ma sempre indignazione costruttiva, mai fine a sé stessa. Dall’indignazione John Noseda quasi sempre passava all’azione: un atto parlamentare, una proposta di legge, un articolo scientifico. Quanti ne abbiamo persi per strada, di giovani idealisti passati dalle barricate ai più comodi uffici del potere e della burocrazia. John Noseda, da questo punto di vista, è sempre rimasto uguale, sempre pronto per promuovere oppure per aderire ad una causa di giustizia e di verità. Promotore della Legge cantonale sociopsichiatrica (LASP), assieme all’amico prof. Marco Borghi, nel lontano 1986: “adottata malgrado mille resistenze, vista l’ignavia al riguardo delle autorità cantonali”, scriveva ancora pochi mesi orsono l’avvocato John Noseda, ancora con  Marco Borghi, in un loro articolo intitolato “ll diritto penale, misconosciuto strumento di effettività dei diritti delle persone vulnerabili” , appena pubblicato nella Rivista Ticinese di Diritto (II-2022, pag. 335 e segg.), per proporre caparbiamente, ma coerentemente, l’introduzione di un nuovo articolo, il 43bis LASP, che preveda un obbligo di denuncia al Ministero Pubblico “di ogni limitazione della libertà personale ed ogni trattamento terapeutico in contrasto con la legislazione cantonale, che potrebbe configurare una coazione, un sequestro di persona, una lesione personale o un abuso di autorità”. 

La settimana scorsa, ormai debilitato nel fisico, mi proponeva di discuterne assieme, possibilmente nell’ambito del prossimo Convegno per la Giornata Mondiale sui Diritti individuali, che organizziamo per il prossimo 10 dicembre. Aveva sottoscritto con entusiasmo la proposta di far parte del Comitato d’Onore del Festival del Film e Forum per i Diritti Umani di Lugano, fin dalla sua prima edizione, nel 2014. Come accettò con entusiasmo la proposta di lavorare al Commentario del Codice di Procedura Penale, pubblicato nel 2011 con alcuni altri ex Procuratori Pubblici. Consapevole della necessità di migliorare la formazione dei magistrati e dei loro collaboratori, preparò con me il piano del programma di quello che poi divenne il Corso per la criminalità economica avviato dalla SUPSI anni orsono. 

Quante baruffe, da parte sua, come Procuratore Generale, con il Dipartimento delle Istituzioni per arginare le ingerenze nelle competenze esclusive della Magistratura, quante inchieste condotte caparbiamente e meticolosamente contro i campioni dei reati economici, riattivando quel metodo inaugurato ai tempi in cui esercitava come mio sostituto Procuratore Pubblico, assieme all’altrettanto valido compianto Mario Luvini, senza stare seduti ad aspettare che arrivassero le denunce penali. 

Generoso, immune dai personalismi, lo avrei visto ancora in campagna elettorale, forte dell’aver portato in Parlamento tante sue battaglie contro il sopruso, la prevaricazione, per migliorare le leggi, sempre in favore della parte più vulnerabile, della parte più debole. Un modello, in tempi in cui si affacciano candidati che non hanno mai combattuto nessuna battaglia. “Ancora annotta Europa”, scriveva un poeta rifugiato in casa nostra, nel 1943. Oggi, con l’aggressione russa alle nostre porte, l’odio verso i rifugiati in casa nostra, con l’aggressione mondiale alle ultime democrazie, ci viene a mancare un alleato prezioso. “A egregie cose, il forte animo accendono l’urne de ‘forti”. Insomma, per farci capire, speriamo che altri, tanti altri, siano capaci di caricarsi il contagioso entusiasmo per nobili imprese che ha percorso tutta l’esistenza di John Noseda.

Paolo Bernasconi, Prof. Dr.h.c.
Nell’immagine: John Noseda in un servizio della RSI


FTX, enorme Crypto-Crack

Considerazioni a margine del Congresso del Partito Socialista che ha portato alle candidature di Marina Carobbio e Yannick Demaria, ma senza confronto e discussione sui programmi 


Nuova moneta, vecchi vizi: la crypto-bancarotta di Ftx

Considerazioni a margine del Congresso del Partito Socialista che ha portato alle candidature di Marina Carobbio e Yannick Demaria, ma senza confronto e discussione sui programmi 

Di Luigi Pandolfi, Il Manifesto

Fino a pochi giorni fa, Ftx era la terza più grande piattaforma al mondo per lo scambio di criptovalute e per investimenti ad esse collegati. Fondata nel 2019 da un intraprendente ragazzo americano, Sam Bankman-Fried, classe 1992, sede alle Bahamas, in soli tre anni aveva conseguito una valutazione di 32 miliardi di dollari, a fronte di un patrimonio personale del suo magnate di 23.

Una vertigine: «Abbiamo così tanta liquidità che per noi comprare una banca d’affari come Goldman Sachs non è un problema», diceva tronfio appena qualche mese fa lo stesso Bankman-Fried, alias SBF per gli addetti ai lavori, ovvero il «cavaliere bianco» per i media mainstream.

Poi, di colpo, il crack. Tutto in dieci giorni. Dall’«abbiamo tanta liquidità» all’insolvenza è stato un attimo. Ma è un classico: anche per Lehman Brothers il rating rimase lo stesso fino al giorno del default.

I fatti. Lo scorso 2 novembre inizia a circolare la voce che un’altra società di Bankman-Fried, la Alameda Research, avrebbe accumulato un debito di 8 miliardi di dollari «garantito» dai token Ftt emessi dalla piattaforma Ftx. Entra in scena Binance, la più grande piazza di scambio di criptovalute a livello mondiale, «rivale» di Ftx, fondata dal cinese Changpeng Zhao nel 2017.

C’è un americano e un cinese, come negli incipit di alcune barzellette. Ma qui la cosa è molto più seria. Binance, in sette giorni, mette in vendita 500 milioni di dollari di Ftt del proprio portafoglio. Gli Ftt crollano, scatta la «corsa agli sportelli» dei clienti Ftx, si materializza lo spettro dell’insolvenza.

Dopo qualche tentativo di salvare il salvabile, anche col soccorso della stessa Binance, SBF getta la spugna e avvia la sua creatura alla «bancarotta assistita». Si parla anche di un «attacco hacker», con deflussi per circa 600 milioni di dollari in token nelle ultime 24 ore.

Fine della favola che aveva attirato l’attenzione e la complicità di molte personalità della politica, dello sport e dello spettacolo, tra cui Bill Clinton, Joe Biden, Toni Blair, il giocatore di football Tom Brady, la cantante Katy Perry. Un giro importante, tra Casa Bianca, Wall Street e Hollywood, che aveva fatto crescere rapidamente il capitale di credibilità di Ftx.

La garanzia, per i clienti, di trovarsi di fronte ad una realtà solida, con forti agganci nella società che conta. Convenienze reciproche. Come nel caso del presidente Biden, che da Bankman-Fried ha ricevuto per la sua campagna elettorale del 2020 5,2 milioni di dollari, la seconda donazione per ordine di grandezza dopo quella di Michael Bloomberg.

L’operazione si è ripetuta anche alle ultime elezioni di Midterm, con 39,2 milioni versati ai candidati democratici più vicini alle sue «idee». Per le presidenziali del 2024 voleva «giocarsi» addirittura una fiche di un miliardo di dollari, per «influenzare l’esito delle elezioni». Una storia americana di affari e politica.

Ma l’antefatto è che Ftx aveva trasferito 10 miliardi, dei 18 raccolti dai clienti, alla consociata Alameda Research, che, a sua volta, li avrebbe utilizzati per «scommesse a rischio». 100mila creditori gabbati. Nuove monete, vecchi vizi della finanza speculativa, verrebbe da dire.

Peraltro, cos’è la «tokenizzazione» di un asset reale se non un meccanismo simile a quello dei «contratti derivati»? Quest’ultimi traggono il loro valore dal valore di un bene sottostante, proprio come i token, gettoni virtuali che vengono utilizzati anche per «rappresentare» la performance, l’aumento o la diminuzione di valore, di qualsiasi entità suscettibile di valutazione economica. Un mezzo per speculare, senza i «lacci e lacciuoli» dei mercati regolamentati e gli inconvenienti del «mercato ombra».

Ma ciò che più conta è la crescente integrazione tra finanza tradizionale, banche e universo delle criptovalute. Il motivo per cui la bancarotta di Ftx incomincia a far paura. Si teme che l’incendio non rimanga circoscritto allo spazio crypto (Bitcoin ai minimi dal 2020).

Sono sempre di più, infatti, le banche e i fondi di investimento che hanno nei propri bilanci cospicue quantità di Bitcoin e asset «tokenizzati» , così come abbondano oramai i fondi azionari, gli istituti di credito, le private equity e le venture capital con una forte esposizione ai crypto-exchange. Intrecci, correlazioni, rischi e vantaggi reciproci. Una sorta di multilateralismo della finanza.

Ne è passato di tempo da quando filosofi ed economisti, perfino teologi, disputavano sulla natura del denaro, chiedendosi se la moneta valesse «per ciò che è o per quello che rappresenta». Oggi non solo non ci sono più metalli preziosi a conferire validità al denaro, ma si è andati ben oltre gli stessi confini della «moneta legale» (basti pensare alla «moneta endogena» delle banche).

In questo quadro, le criptovalute sono l’ultima frontiera del denaro dematerializzato. Nate dalla suggestione di poter battere moneta in proprio, aggirando l’autorità centrale, facendo a meno di banche ed altri intermediari per le proprie transazioni, sono finite per costituire una delle tante tessere di cui si compone il mosaico finanziario globale.

Dentro il sistema, senza soggiacere ad organi di vigilanza e a regole di trasparenza. Ciò che le rende «utili» per finanziare attività illecite e per operazioni di riciclaggio. Anche per aggirare le sanzioni, come dimostra l’attualità. E adesso tutti parlano di «regolamentazione».

Nell’immagine: chi vuole i miei Bitcoin?