Cambiare le parole per non cambiare nulla

Cambiare le parole per non cambiare nulla

Attenti a chi usa il termine 'resilienza': fregatura in vista!


Lelio Demichelis
Lelio Demichelis
Cambiare le parole per non cambiare nulla

C’è una parola che sta diventando sempre più di moda, soprattutto in Europa. Certo, non come smart (smart-phone, smart-working, smart-cities, smart-shopping, smart-factory, smart-tutto, smart-eccetera) – parola magica che dice tutto e il contrario di tutto – eppure ha la sua stessa capacità di dire e non dire, mascherare e affascinare. Una parola che richiama qualcosa di morbido, di piacevole e insieme di coinvolgente.  La parola è: resilienza.

In Italia, Draghi ha presentato all’Europa il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Le politiche europee e il Next Generation EU si pongono l’obiettivo di arrivare a “un’Europa più ecologica, digitale e resiliente” ai cambiamenti climatici.

Ma cosa significa resilienza? Secondo treccani.it in ecologia la resilienza è “la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quella condizione”; mentre in psicologia, la resilienza è “la capacità dell’individuo di reagire a traumi e difficoltà, recuperando l’equilibrio psicologico attraverso la mobilitazione delle risorse interiori e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità”.

Se applichiamo questa definizione all’oggi, dover tornare a come eravamo prima della pandemia attraverso la mobilitazione delle risorse interiori individuali e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità – è oggi il mantra che il sistema e i mass/social-media ci fanno recitare ogni giorno per assorbire l’urto della pandemia senza rompersi (senza rompere il sistema produttivo e consumativo, semmai rilanciandolo come prima  e più di prima), cioè senza cambiare nulla rispetto a prima della pandemia. Dimenticando che di fronte a noi abbiamo una crisi climatica sempre più grave, contro la quale non bastano un po’ di green economy, di economia circolare e di digitale.

Concentriamoci sulla definizione di resilienza in psicologia. Che esprime una classica retorica neoliberale (non contare sugli altri ma conta solo su te stesso, pensa positivo), ma è anche una classica azione manageriale di problem solving a valle – e non di eliminazione a monte della causa che ha prodotto il problema. Per questo la parola è usata soprattutto dalle tecnocrazie e dai governi neoliberali. La resilienza sembra diventata allora niente più che un modo diverso per dire adattamento dell’uomo anche alla crisi climatica e non la sua reale soluzione.

E di adattamento – fondamento della filosofia (sic!) neoliberale – aveva scritto, tre quarti di secolo fa, Walter Lippmann sostenendo appunto che compito del neoliberalismo è quello di modificare l’uomo, adattandolo alle esigenze della produzione e del capitalismo, divenendo “un nuovo sistema di vita per l’intera umanità”, così che “l’ambiente sociale e il sistema capitalistico possano formare un tutto armonico”. Adattamento: qualcosa di profondamente illiberale e di immorale, poiché nega all’individuo la sua libertà e gli impone solo di adattarsi alle esigenze del capitale.

Due notizie recenti per approfondire il tema e capire cosa sia la resilienza. La prima: secondo il Rapporto Focsiv sui ‘Padroni della terra’ – se nel 2018 l’agrobusiness concentrava nelle sue mani 88 milioni di ettari di terra nel mondo, nel 2020 (in piena pandemia e crisi climatica) questo fenomeno ha raggiunto e superato i 93 milioni di ettari, “strappati alle popolazioni locali e consegnati ad un sistema estrattivista che sta portando il Pianeta a un punto di non ritorno”. Si chiama land grabbing e “questi 93 milioni di ettari sono pari alla superficie di Germania e Francia messe insieme”. Ovvero il capitalismo continua a sfruttare sempre di più la terra e gli uomini; altro che sostenibilità ambientale e transizione ecologica…

La seconda: l’accordo raggiunto al G20 di Venezia sulla proposta (la decisione è rimandata a ottobre) di aliquota globale minima di tassazione delle multinazionali si dimostra sempre più uno specchietto per le allodole (e le allodole siamo noi). Il trucco – ma accolto con grande favore da (quasi) tutti, presentandolo come una rivolta della politica contro le multinazionali – sta nell’avere applicato un’aliquota minima molto modesta (15%), vicina alla media già usata dagli Stati che fanno concorrenza fiscale sleale. Di più: dall’accordo sono state escluse le società finanziarie. Altro che rivolta: la politica si adatta alle esigenze del capitale, con una spolverata di falsa giustizia sociale e fiscale. E noi ci adattiamo alle esigenze del capitale. In perfetta resilienza neoliberale.

Cambiare tutto (in apparenza) per non cambiare nulla: si chiamava trasformismo o gattopardismo riprendendolo da Il Gattopardo, l’opera famosa di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Non vorremmo che oggi si chiamasse resilienza.

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