Dell’Indifferenza e del Centro

Attorno a due parole emerse in questi giorni 

Due parole sono emerse negli scorsi giorni. Per circostanze e motivi l’una all’altra lontani anni luce. Ma forse no. La prima: indifferenza, che è la chiave per comprendere le ragioni del male, perché quando credi che una cosa non ti riguarda, allora non c’è limite a niente e l’indifferente è complice dei misfatti peggiori. Sappiamo perché quella parola è emersa (la memoria della Shoah). L’altra: centro che, inteso come centro partitico o politico, è stato venduto come la collocazione politica ideale e necessaria per conquistare gli elettori.

La società dell’indifferenza

Interroga Andrea Ghiringhelli in un suo scritto, apparso anche su questo sito, sul “peccato dell’indifferenza”: “Chi avrebbe immaginato il successo delle democrazie illiberali che fanno della negazione dei diritti umani il vanto della loro politica?”. Forse il “degrado etico e civile che continua” (e che denuncia) non è però solo di quelle democrazie che definiamo “illiberali”. Campeggia e trionfa anche nelle cosiddette democrazie liberali, anche come seppellimento di diritti. E non è solo carenza di coscienza storica (che comunque c’entra, eccome!).

Claude Lefort, filosofo (politico), uno dei primi teorici del totalitarismo, nel suo testo su Hannah Arendt (filosofa-politologa-storica ebrea, che ne “Le origini del totalitarismo” rilevò le radici dello stalinismo e del nazismo) ) scrive che: “si può parlare di politica solo laddove si manifesta una qualche differenza fra lo spazio in cui gli esseri umani si riconoscono l’un l’altro come cittadini, situandosi tutti insieme nell’orizzonte di un mondo condiviso, e la vita sociale propriamente detta, dove essi fanno solo esperienza della loro dipendenza reciproca”. Se ne deduce che la politica, in quanto spazio autonomo per l’espressione dei cittadini nella vita pubblica, è sempre destinata ad affievolirsi, impoverirsi e scomparire non solo dove lo Stato finisce per annullare lo spazio civile (totalitarismo), ma anche dove – forse, ma non sempre, più subdolamente o anesteticamente – l’esplosione e predominanza della sfera economica, con tutta la sua potenza o forza del ricatto o anche della corruzione, liquida facilmente l’autonomia del politico oppure offre agli Stati i motivi d’intervento e di accaparramenti.

Ed è  lì che si afferma e si espande la “società dell’indifferenza”. Ed è anche lì che la Storia ci darebbe tutto quanto è necessario per indagare, sapere, non dimenticare, non ripetersi.

La libidine del centrismo

Già furono assieme, liberali-radicali e pipidini (2019) e finì in un fiasco e in accuse reciproche. Ora, a quanto pare, ritenta su piano nazionale, con offerta antisinistra, l’Udc di Chiesa con il Plr. Ha scritto Gianni Righinetti sul CdT: “Paradossale è constatare che il centro, per definizione punto di equilibrio e luogo di mediazione, oggi sia più litigioso e astioso rispetto ai poli”. Se la causa, come sostiene Righinetti, fosse l’incompatibilità tra i due “due maschi Alfa” (Dadò e Speziali), saremmo non al centro, ma nel vuoto assoluto della politica (con la P maiuscola, come ragione comanderebbe).

Una delle creazioni forse più politicamente miserande degli ultimi anni, non solo da noi, è la consacrazione o la libidine del centrismo. Che, in ultima analisi, esprime la voglia di dare corso legale all’ideologia. Tanto che (non senza una grande coerenza, bisogna positivamente riconoscerlo) si è evitata anche l’etichetta di “cristiano”.

Sembra che si sostenga: dato che c’è un solo sistema possibile (e sapete quale) e dato che non c’è o non deve esserci alternativa (tanto più di sinistra, fosse di estrema destra si potrebbe anche agganciarla), tutto può solo convergere in un punto: il centro. 

Nella cultura dell’eufemismo il centro è re, è il vittorioso. Anche perché nel centro, spazio vuoto, tutte le ideologie si neutralizzano, evaporano e il centro è il luogo ideale per decretare la dissoluzione della politica. E se c’è niente da dirsi… ci sarà solo da amministrare e da “condividere”. È quindi il movimento per il movimento, una pretesa avanguardia decaffeinata, forse (da vendere ai giovani) una forma pop del conservatorismo. Non si può negare che si è anche avvantaggiato della incapacità propositiva o oppositiva della sinistra. E da questo punto di vista, non si capisce perché si abbia come obiettivo quello di annientarla.

Il Centro, che tende così a super affollarsi, con partiti che non si distinguono neppure nell’etichetta, si riduce in sostanza all’espressione di una egemonia ideologica, solo disturbata dalla presenza di una politica democratica: è quella del liberismo economico che non va confuso con il liberalismo politico e che non bisognerebbe permettergli di nascondersi dietro il liberalismo politico, come avviene (e come continua con scritti a predicare anche ai suoi , in questi giorni, sempre inascoltato, l’ultimo dei mohicani, lo scrittore Arnaldo Alberti).

Nell’immagine: il Gran consiglio ticinese risucchiato al centro


Il calcio italiano in una crisi inarrestabile. E il Ticino confina

Attorno a due parole emerse in questi giorni 

«È drammatica ma non seria», la situazione attuale del calcio italiano. Non si pensi però ad un futile gioco di citazioni (l’inarrivabile Ennio Flaiano, in questo caso): è la triste realtà. Appena scoppiato il caso «doping», con Dino Baggio e Tardelli ad esprimere le loro paure sulle sostanze assunte tanti anni fa, ecco il pronto intervento dei pompieri: il tecnico della Nazionale Roberto Mancini in primis ed i media nazionali poi. «Non volevamo, non ci siamo espressi bene» hanno ripetuto i due alla «Domenica sportiva»… et voilà, l’omertà è servita. Non è successo niente, i malati gravi ed i morti di SLA ricacciati nuovamente nell’ombra. L’allarme rosso può prendere polvere fino al prossimo morto. E non fa niente se gli ultimi studi sulla SLA legata al calcio sono di una ventina di anni fa. Preciso è però il computo dei morti: in totale in Italia quelli legati al mondo del calcio sono stati 34 (fonte: Istituto Mario Negri).

In questi giorni, tutte le attenzioni si sono così rapidamente rivolte alla decisione della Corte di appello della Federazione per il “caso plusvalenze” della Juventus: tutt’altro genere di doping, ma sempre doping, in fin dei conti; in questo caso, di tipo finanziario, dove a morire rischia di andare la più blasonata società calcistica, quella, per intenderci, della famiglia Agnelli e dei milioni di tifosi in tutto il mondo.

Ieri la sentenza è stata confermata e sono state pubblicate le motivazioni che hanno indotto la Corte federale d’Appello a un drastico  taglio di punti in classifica. Erano stati richiesti 9 punti di penalizzazione ed i giudici hanno aumentato la pena, fissandola a 15. Nel frattempo i media hanno giocato (sporco) sul dato emozionale, sul tifo, quasi fossero alla ricerca di click o facili consensi. Mischiando apparenti razionalità («perché 15 punti e non 20 ?, perché non 8? eppoi… la pratica delle plusvalenza non è praticabile in solitaria: che cos`è onanismo economico ?») e vittimismo storico («già una volta abbiamo pagato per tutti… è uno scandalo, per di più applicato a campionato in corso… »). Con un pizzico di attualità politica: «è ora di finirla con le intercettazioni, lo ha detto anche il nuovo ministro della giustizia Carlo Nordio… ma presto si porrà fine a questa inciviltà» (n.d.r: «sem a post: Matteo Messina Denaro commosso, ringrazia»). Gli è che le motivazioni pubblicate ieri sembrano chiare: solo la dirigenza bianconera ha agito in consapevolezza e operato sistematicamente. Due macigni.

Al di là di tutto questo restano però incontestabili altre condanne sulla Juventus, magari espresse inconsapevolmente. Come interpretare ad esempio la prima dichiarazione del nuovo presidente Gianluca Ferrero, chiamato a sostituire Andrea Agnelli ?. Citiamo: «Agiremo senza arroganza». Se non è ammissione di colpa, questa…  

Chi scrive non sa se nella sentenza si sia fatto ricorso anche alla recidiva ma il dato di fatto è che a Torino hanno imparato poco da Calciopoli. Era il 2006 ed in questi 17 anni le cose sono andate male, malissimo per il calcio italiano tutto. Quattro fallimenti mondiali (due in presenza 2010 e 2014 e due in assenza 2018, 2022), la fuga dei ricchi presidenti indigeni (Berlusconi e Moratti), sostituiti da oriundi a stelle e strisce, original Yankees e cinesi non tutti credibili, con il rosso dei conti che cresce, cresce, cresce, a dismisura. E si inventano giochetti illegali (le plusvalenze) ma anche legali (come i contratti con le tv a pagamento, poi rivelatisi un flop, o quasi). Viene in mente il (bel) film di Kassovitz, «L’odio» del 1995: «Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. A mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio sbuffa. Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta ma l’atterraggio».

Intanto il calcio giocato manda a dire che quello che era il «campionato più bello del mondo è ora… il più finito». Ridotto ad una puntata, neanche troppo bella, del tenente Colombo: il colpevole lo si conosce con largo anticipo ed i colpi di scena sono riservati alle comparse. E si continua a «far finta di essere sani, tout va bien madame la marquise».

Ma se in Italia si piange – si dovrebbe piangere! – in Ticino c’è poco spazio per i sorrisi. Si sa, quando in Italia fa freddo il raffreddore arriva anche qui. A Chiasso si è celebrato l’ultimo (si spera) funerale dei cosiddetti grandi club ticinesi (vedi Stefano Marelli nel suo ottimo editoriale di sabato scorso su «laRegione»). Anche qui la sentenza non ha meravigliato nessuno: da troppo tempo la facile domanda «che senso ha un club così?» non aveva risposte. A Bellinzona, con la sua girandola di allenatori, la stessa domanda si insinua nell’animo di crescenti appassionati. E a Lugano? Il Lugano al momento tiene. Ma il pettine non è distante dai nodi. Un dato preoccupa: nel suo attuale organico vi è solo un calciatore formato e cresciuto nel club: Mattia Bottani. Al di là dei successi possibili, che comunque auguriamo alla squadra, questo dato statistico lascia inquieti. Le spalle del “Crus” (l’allenatore Croci Torti) sono ancora forti e potenti e la proprietà non sembra priva di serietà, ma… Se tutto si fonda, un’altra volta (come a Chiasso, a Bellinzona, per non parlare del “disperso” Locarno) sul commercio di giovani calciatori, sul viavai irrefrenabile di ragazzi ridotti a carne da macello, allora anche il senso di appartenenza dei tifosi vacilla, e a occhio e croce il destino potrebbe profilarsi inesorabile. E anche noi, nel nostro piccolo, come a Torino, sul futuro rischiamo di mettere una crus.


Guerra, per condannare Putin non serve dipingerlo come il “nuovo Hitler”

Attorno a due parole emerse in questi giorni 

Da Globalist

Cosa pensi Globalist di Vladimir Vladimirovich Putin è “immortalato” in centinaia di articoli, interviste, report. Un autocrate che ha scatenato una guerra d’aggressione contro uno Stato sovrano, l’Ucraina. Uno “zar” che “regna” con il pugno di ferro, incarcerando gli oppositori, mettendo la sordina all’informazione indipendente. Un despota che usa cinicamente la retorica nazionalista, con tanto di “guerra patriottica”  e fasti imperiali. Proprio per questo non possiamo essere certo annoverati fra gli amici di Putin, se affermiamo che non c’è bisogno di dipingerlo come l’Hitler del Terzo Millennio.

Boris, colui che voleva passare alla storia come novello Winston

Il presidente russo Vladimir Putin minacciò Boris Johnson di un attacco missilistico durante una telefonata “straordinaria” nel periodo precedente all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca il 24 febbraio scorso: lo ha detto lo stesso ex premier britannico intervistato dalla BBC per un documentario dal titolo ‘Putin contro l’Occidente’.
L’allora primo ministro ha riferito che Putin gli disse che “sarebbe bastato un minuto”. È impossibile sapere se la minaccia di Putin fosse genuina, scrive la BBC.
Tuttavia, l’emittente britannica commenta che, visti i precedenti attacchi russi al Regno Unito – l’ultimo dei quali a Salisbury nel 2018 – qualsiasi minaccia da parte del leader russo, per quanto leggera, è probabilmente una minaccia che Johnson non avrebbe avuto altra scelta che prendere sul serio. Prima della minaccia del leader russo, Johnson lo aveva avvertito – durante una “lunghissima” telefonata all’inizio di febbraio 2022 – che la guerra sarebbe stata una “catastrofe totale” e che avrebbe portato a sanzioni occidentali e ad un aumento delle truppe Nato ai confini della Russia. Johnson cercò anche di dissuaderlo dicendogli che l’Ucraina non si sarebbe unita alla Nato “nel prossimo futuro”. “A un certo punto mi ha minacciato, dicendo: ‘Boris, non voglio farti del male ma, con un missile, ci vorrebbe solo un minuto’. O qualcosa del genere”, ha raccontato l’ex premier alla BBC. “Ma credo che dal tono molto rilassato che aveva, dalla sorta di aria di distacco che sembrava avere, stesse solo giocando con i miei tentativi di convincerlo a negoziare”, ha aggiunto commentando che Putin fu “molto informale” durante quella “straordinaria telefonata”. Nove giorni dopo la telefonata, l’11 febbraio, il ministro della Difesa britannico Ben Wallace incontrò a Mosca il suo omologo russo, Sergei Shoigu. Il documentario rivela che Wallace ripartì per Londra con l’assicurazione che la Russia non avrebbe invaso l’Ucraina, ma disse che entrambe le parti sapevano che era una bugia.

Una “menzogna”: così il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito l’affermazione dell’ex premier britannico. Nessuno può sapere la verità. Ma la storia racconta e certifica che l’ex premier britannico ha nella sua lunga e non certo del tutto gloriosa carriera politica ha inanellato una serie di bugie smascherate. Così come lo stesso Johnson non ha mai nascosto che il modello che lo ha sempre ispirato è Winston Churchill, il Primo ministro che resistette alle armate naziste, contribuendo in grande alla sconfitta e alla distruzione del Terzo Reich. Va da sé che il solo affiancare i due nomi è blasfemia storica.

Per restare a Mosca e all’iper attivo portavoce del Cremlino. «L’Ucraina chiede sempre più armi’’ e ’’l’Occidente sta incoraggiando queste richieste, si dice disponibile a fornire queste armi’’. Il risultato, però, sarà «una escalation significativa» del conflitto, rimarca  Peskov nel corso della conferenza stampa quotidiana.  Per poi aggiungere: “E’ una situazione senza uscita: porta a una significativa escalation, porta i paesi della Nato a essere sempre più direttamente coinvolti nel conflitto, ma non ha il potenziale per cambiare il corso degli eventi e non lo farà”.

Pechino accusa Washington: «Ha creato le condizioni per una guerra»

Questa invece è una escalation alquanto pericolosa. Il ministero degli Esteri cinese punta il dito contro gli Stati Uniti per l’invasione russa dell’Ucraina, sostenendo che Washington ha creato le condizioni che hanno portato alla guerra e condannando le forniture di armi a Kiev, responsabili di aver alimentato il conflitto. «Gli Stati Uniti sono quelli che hanno innescato la crisi ucraina e il principale fattore che l’ha alimentata: hanno continuato a vendere armi pesanti e armi d’assalto all’Ucraina, cosa che ha solo prolungato e intensificato il conflitto», ha dichiarato ai giornalisti Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese. Le sue dichiarazioni sono giunte in risposta ad una domanda sulle accuse americane secondo cui le società cinesi avrebbero offerto sostegno alla parte russa. Affermazioni – ha denunciato – che sono solo «sospetti ingiustificati» e «un ricatto infondato». La Cina – ha chiarito – «non starà seduta a guardare gli Stati Uniti danneggiare i diritti e gli interessi legittimi delle società cinesi». La portavoce del ministero degli Esteri cinese ha anche lanciato un avvertimento agli Stati Uniti sul loro sostegno a Taiwan, avvisandoli che non dovrebbero oltrepassare alcuna «linea rossa».

Usa e Cina potrebbero entrare in guerra tra loro nel giro di due anni, nel 2025. È il monito ai propri sottoposti lanciato dal generale Michael Minihan, capo del comando mobilità aerea che sovrintende alla flotta di aerei da trasporto e rifornimento. Lo scrive il Washington Post. L’alto ufficiale invita i suoi uomini ad accelerare la loro preparazione per un potenziale conflitto, citando le aspirazioni del presidente cinese Xi Jimping e la possibilità che gli americani non prestino l’attenzione dovuta. Se non quando sarà troppo tardi, a conflitto avviato. «Spero di sbagliarmi ma il mio istinto mi dice che combatteremo nel 2025», ha scritto in una nota già distribuita ai suoi collaboratori. «Xi – prosegue – si è assicurato il suo terzo mandato e ha istituito il suo consiglio di guerra nell’ ottobre 2022. Le elezioni presidenziali di Taiwan sono nel 2024 e offriranno a Xi una ragione. Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti sono nel 2024 e offriranno a Xi un’America distratta. La squadra di Xi, il motivo e l’opportunità sono tutte allineate per il 2025», conclude

Il memo di Minihan incoraggia le migliaia di truppe sotto il suo comando a prepararsi alla guerra in molti altri modi. «Correte deliberatamente, non in modo avventato – scrive – Se vi sentite a vostro agio nel vostro approccio all’addestramento, allora non state correndo abbastanza rischi», ma dovete essere «più aggressivi». Il promemoria, riportato per la prima volta venerdì da Nbc News, è datato primo febbraio è stato distribuito ai comandanti subordinati di Minihan. Una portavoce dell’Aeronautica militare, il maggiore Hope Cronin, ne ha confermato l’autenticità, scrivendo in una dichiarazione condivisa con i media dopo che la nota ha iniziato a circolare sui social media che l’ordine di Minihan «si basa sugli sforzi fondamentali compiuti l’anno scorso dal Comando della mobilità aerea per preparare le Forze di mobilità aerea a conflitti futuri, qualora la deterrenza dovesse fallire». Ma un funzionario della Difesa, parlando a condizione di anonimato, ha affermato che i commenti di Minihan «non sono rappresentativi del punto di vista del dipartimento sulla Cina».

Fronte iraniano

La Russia «condanna fermamente» l’attacco con droni avvenuto sabato sera su un sito militare in Iran, avvertendo che «tali azioni distruttive possono avere conseguenze imprevedibili per la pace e la stabilità del Medio Oriente». Lo afferma il ministero degli Esteri di Mosca in una dichiarazione pubblicata sul suo sito. Il sito di Isfahan in Iran, viene descritto dal ministero della Difesa locale come un “laboratorio”, senza però approfondire nei dettagli in cosa sia specializzato, scrive il quotidiano britannico The Guardian, ricordando inoltre che i siti di difesa e nucleari iraniani si trovano sempre più circondati da proprietà commerciali e da quartieri residenziali man mano che le città del paese si espandono. In alcuni luoghi non si conosce neanche cosa viene prodotto alll’interno di questi siti. Unico riconoscimento è il cartello esposto con il logo del ministero della difesa o della Guardia rivoluzionaria paramilitare. Isfahan, 215 miglia a sud di Teheran, ospita una grande base aerea costruita per la sua flotta di aerei da combattimento F-14 di fabbricazione americana e il suo centro di ricerca e produzione di combustibile nucleare.

“Un mix di fonti di intelligence occidentali e fonti straniere” hanno definito invece l’operazione un “enorme successo” scrive il quotidiano Jerusalem Post. “Ci sono state quattro esplosioni contro una struttura che sviluppa armi avanzate e le conseguenze”, scrive la testata israeliana, “vanno ben oltre il danno minore al tetto di cui parla la Repubblica islamica come fatto anche in altri incidenti degli ultimi anni”. Israele, prosegue il Jerusalem Post, sta facendo finta di niente, ma fonti di intelligence occidentale e fonti iraniane hanno attribuito in passato al Mossad “attacchi altrettanto riusciti contro l’impianto nucleare iraniano di Natanz nel luglio 2020, un altro impianto nucleare a Karaj nel giugno 2021”. Non è ancora chiaro, fa notare il giornale israeliano, se le armi avanzate che sono state danneggiate (nell’attacco) siano legate solo a un uso convenzionale o possano avere un duplice uso anche per questioni nucleari, come alcuni missili balistici o attrezzature esplosive che possono essere utilizzate sia come armi convenzionali che nucleari. Isfahan, conclude il Jerusalem Post, è stata utilizzata a fasi alterne per varie questioni nucleari e militari. A gennaio dell’anno scorso, l’Iran ha notificato all’Aiea che alcune delle attività di produzione nucleare svolte presso l’impianto di Karaj fino al giugno 2021 sarebbero state trasferite a Isfahan.

Secondo la tv al Arabiya l’aviazione statunitense e “un altro Paese” hanno attaccato l’impianto militare del ministero della Difesa utilizzando dei droni.

Una cosa è certa: la guerra in Ucraina si sta sempre più internazionalizzando. E se raggiunge la “polveriera mediorientale”…

Nell’immagine: Boris Johnson nel documentario della BBC


La moneta comune sudamericana muove i primi passi?

Attorno a due parole emerse in questi giorni 

Da El Ciudadano, Pressenza.com

L’iniziativa ha acquisito importanza nella regione e diversi leader sudamericani si sono espressi a favore della moneta unica.
L’idea di creare una moneta comune per l’America Latina e i Caraibi è tornata a essere uno dei temi più importanti dell’agenda economica regionale, soprattutto da quando il presidente del più grande Paese del blocco, il Brasile, ha dichiarato che questo progetto è necessario per porre fine alla dipendenza dal dollaro.
Sebbene si tratti di una proposta a lungo termine che risuona nel continente da oltre un decennio da diversi punti di vista, questa volta il progetto sembra guadagnare slancio dopo che Argentina e Brasile hanno deciso di iniziare a lavorare su una moneta unitaria che permetterebbe loro di facilitare gli scambi bilaterali.
La questione ha assunto ulteriore rilevanza perché l’annuncio dei presidenti Lula del Brasile e Fernández dell’Argentina è arrivato prima del 7° vertice della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC) a Buenos Aires, e la notizia ha generato reazioni favorevoli e contrarie, tra cui quella del proprietario di Twitter Elon Musk, che ha affermato che l’iniziativa “è probabilmente una buona idea”.
Lula ha commentato lunedì che, se toccasse a lui decidere, preferirebbe favorire il commercio estero “sempre con la valuta di altri Paesi” per non dipendere dal dollaro. “Perché non provare a creare una moneta comune nei Paesi del Mercosur [Mercato Comune del Sud], come hanno cercato di fare i Paesi BRICS [Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica]?”, ha chiesto.
Per il leader brasiliano, la proposta della moneta unica è una questione trasversale che dovrebbe essere costruita attraverso un ampio dibattito. Lula ritiene inoltre che il progetto possa avere un impatto anche sul resto della regione, soprattutto perché ci sono Paesi che hanno difficoltà a mantenere un “equilibrio con il dollaro”.
A questo proposito, il Presidente Fernández ha affermato che, pur non sapendo ancora come potrebbe funzionare l’iniziativa tra Argentina e Brasile, e tanto meno come influirebbe sul resto della regione, ci sono delle certezze: la dipendenza dell’America Latina e dei Caraibi dall’uso di valute estere per gli scambi commerciali è “dannosa”.
“Se non abbiamo il coraggio di cambiare, continueremo a soffrire degli stessi mali”, ha aggiunto Fernández, che ritiene fondamentale approfondire i legami economici regionali, perché questo potrebbe “dare impulso a tutto il Sudamerica”.

Il Venezuela è pronto per la moneta unica

Dopo aver appreso del progetto tra Brasile e Argentina, il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha dichiarato che il suo Paese è pronto a lavorare sull’idea. “Il Venezuela è pronto e appoggiamo l’iniziativa di creare una moneta latinoamericana e caraibica”, ha dichiarato.
Inoltre, intervenendo in teleconferenza al VII Vertice Celac, Maduro ha ribadito di condividere la proposta di Lula di avviare la costruzione di una piattaforma latinoamericana e caraibica, che avrebbe la forma di una moneta comune e permetterebbe ai Paesi di condividere i sistemi finanziari e monetari. Per raggiungere questo obiettivo, il presidente ha esortato la Celac a fare “il primo passo” verso questo percorso, che permetterebbe alla regione di essere “un territorio indipendente e sovrano, dove prevale l’autodeterminazione dei popoli”.
Dobbiamo assumere la politica a partire dalla grande politica (…) rispettando le politiche specifiche, i modelli politici, economici e sociali di ogni Paese, il programma politico di ogni leadership, di ogni governo, facendo un grande esercizio di tolleranza e di inclusione, che ci porterà a una vera unione”, ha detto.
Maduro ha spiegato che il blocco deve raggiungere una “completa integrazione economica, commerciale, finanziaria e monetaria” in modo “irreversibile per la regione”, al fine di contenere l’impatto negativo del dollaro.

Il Messico dice no

Anche il Presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, si è espresso martedì sulla proposta e ha dichiarato che il suo Paese – la seconda economia dell’America Latina dopo il Brasile – non aderirà all’iniziativa, perché ha “molte ragioni” per “continuare a mantenere il dollaro come riferimento”. Tuttavia, il presidente messicano ha ammesso di non conoscere per il momento i dettagli della proposta e ha espresso la preoccupazione che sia stata distorta per alimentare le tensioni con gli Stati Uniti.
La posizione di López Obrador non è nuova. Già in precedenza aveva dichiarato di non essere d’accordo, anche se ha commentato che “bisognerà vedere” cosa dirà Lula sulla moneta regionale. “Non stiamo proponendo di sostituire il dollaro”, ha detto López Obrador in quell’occasione, e ha chiarito che ciò che il Messico propone “è l’unione di tutti i Paesi dell’America; il sogno di Bolívar, ma includendo gli Stati Uniti e il Canada”, che a suo avviso renderebbe il continente più forte e permetterebbe alla regione di essere “la più importante del mondo”.
Per il leader messicano, l’integrazione economica dovrebbe tenere conto dell’esperienza del Trattato tra Messico, Stati Uniti e Canada (T-MEC). Tuttavia, ha avvertito che per raggiungere questo obiettivo è necessario ridurre le disuguaglianze nel continente e “cambiare la politica interventista” di Washington nei confronti del resto dei Paesi.

Per ora Argentina e Brasile

Il primo passo verso una moneta comune è già stato compiuto formalmente da Argentina e Brasile, le due maggiori economie del Sudamerica, affidando la pianificazione del progetto ai rispettivi Ministri delle Finanze.
A questo proposito, Lula ha detto di sperare che i capi dei portafogli economici e i presidenti delle banche centrali abbiano “l’intelligenza, la competenza e la saggezza necessarie” per fare il salto verso questo progetto, che mira a migliorare le relazioni commerciali e finanziarie.
Prima delle dichiarazioni di Lula e Fernández, il Ministro dell’Economia argentino Sergio Massa aveva confermato al Financial Times che il progetto della moneta comune sarebbe stato realizzato con il real brasiliano e il peso argentino, per poi essere valutato e offerto al resto della regione.
“È il primo passo di un lungo cammino che l’America Latina deve percorrere”, ha detto Massa a proposito del progetto, che prevede lo studio “delle questioni fiscali, delle dimensioni dell’economia e del ruolo delle banche centrali”. Massa ha aggiunto che per ora non bisogna “creare false aspettative” e che molto probabilmente la questione richiederà uno studio approfondito di molti anni per concretizzarsi, come è successo con l’Unione Europea, che ha aspettato 35 anni per far nascere l’euro.

Secondo le stime del Financial Times, l’eventuale moneta latinoamericana rappresenterebbe il 5% del PIL mondiale. Attualmente, la moneta comune più forte è l’euro, con quasi il 14% del PIL mondiale.

Traduzione dallo spagnolo di Thomas Schmid (revisione di Anna Polo)


Sergio Rossi – Aspettando l’Euro digitale

Attorno a due parole emerse in questi giorni 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Guerra, il “fronte ucraino” si allarga all’Iran

Attorno a due parole emerse in questi giorni 

Di Umberto De Giovannangeli, Globalist

Il fronte di guerra si allarga: dall’Ucraina all’Iran. C’è questo dietro il fallito attacco con droni a un impianto per la fabbricazione di munizioni del ministero della Difesa iraniano a Isfahan. A darne conto su Twitter è Iran International, citando una nota del ministero della Difesa secondo cui “l’attacco fallito” non ha ucciso nessuno e ha causato solo “lievi danni al tetto” del sito militare. “Le esplosioni sono avvenute in un impianto per la fabbricazione di munizioni del ministero della Difesa”, ha spiegato la tv di Stato iraniana Irib. L’impianto sarebbe stato l’obiettivo di tre droni, abbattuti dal sistema di difesa aerea della struttura.

L’annuncio dell’attacco arriva in un Iran scosso dalle proteste per la morte di Mahsa Amini a settembre, dalle tensioni sul programma nucleare e dalle accuse di alcuni Paesi secondo cui Teheran avrebbe fornito droni alla Russia per la guerra in Ucraina. Il ministero ha riferito che uno dei droni è stato distrutto dal sistema di difesa antiaerea del sito, mentre gli altri due sono esplosi. “L’attacco, avvenuto intorno alle 23:30 di sabato, non ha causato alcuna interruzione al funzionamento del complesso”, ha affermato il ministero della Difesa in una nota. Anche il vice governatore della provincia di Isfahan, Mohammad Reza Jan-Nesari, ha detto in televisione che “non ci sono state vittime”, aggiungendo che “sull’episodio è stata avviata un’inchiesta”.

Il ministero della Difesa della Repubblica islamica in una nota ha aggiunto che “queste azioni cieche non avranno alcun impatto sulla continuazione del progresso del Paese”.
Lo riporta l’Iran International, mentre l’agenzia Mehr scrive che il parlamentare Mohammad-Hassan Assafari ha accusato “gli oppositori e i nemici” della Repubblica islamica, che con questo attacco cercano di “turbare le capacità difensive” del Paese.

L’aviazione statunitense e «un altro Paese» hanno attaccato l’impianto militare del ministero della Difesa iraniano nella città di Isfahan utilizzando dei droni: lo ha riferito la televisione al-Arabiya citando delle fonti, come riporta la Tass. Secondo il canale televisivo al Hadath, Israele è estraneo all’operazione, riporta sempre Tass.

Nonostante le affermazioni delle autorità iraniane, il quotidiano Jerusalem Post parla dell’attacco come di un “enorme successo”. “Ci sono state quattro esplosioni contro una struttura che sviluppa armi avanzate e le conseguenze», scrive la testata israeliana, «vanno ben oltre il “danno minore al tetto” di cui parla la Repubblica islamica come fatto anche in altri incidenti degli ultimi anni». 

Israele, prosegue il Jerusalem Post, sta facendo finta di niente, ma fonti di intelligence occidentale e fonti iraniane hanno attribuito in passato al Mossad «attacchi altrettanto riusciti contro l’impianto nucleare iraniano di Natanz nel luglio 2020, un altro impianto nucleare a Karaj nel giugno 2021». Non è ancora chiaro, fa notare il giornale israeliano, se le armi avanzate che sono state danneggiate (nell’attacco) siano legate solo a un uso convenzionale o possano avere un duplice uso anche per questioni nucleari, come alcuni missili balistici o attrezzature esplosive che possono essere utilizzate sia come armi convenzionali che nucleari.

Il regime è tornato poi a parlare delle possibili sanzioni europee contro l’Iran. “Se una qualsiasi misura verrà presa contro i Guardiani della Rivoluzione, la risposta dell’Iran sarà decisa” ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, incontrando quattro parlamentari iraniani colpiti da sanzioni dell’Unione europea.

“Gli europei – ha detto ancora il capo della diplomazia di Teheran – sono consapevoli della loro vulnerabilità e della loro situazione. Quindi, malgrado i Pasdaran siano stati dichiarati dal Parlamento europeo ‘organizzazione terroristica’, l’Unione europea è arrivata alla conclusione che non può giocare con il fuoco. Quindi, invece dei Guardiani della Rivoluzione hanno deciso di sanzionare quattro parlamentari iraniani in uno show propagandistico”, ha aggiunto Amirabdollahian, conclude che “l’unico risultato della loro mossa è stato quello di pesanti sanzioni contro membri dell’Unione europea”.

Commentando lo sventato attacco, parla di “notte esplosiva in Iran” il consigliere presidenziale ucraino Mikhaylo Podolyak, ricordando la  “produzione di droni e missili” e le “raffinerie di petrolio”. Nel suo tweet Podolyak sottolinea che “la logica della guerra è inesorabile ed omicida” e “presenta il conto in modo rigoroso agli autori e ai complici”.

Il programma nucleare

L’Iran ha diversi noti siti di ricerca nucleare nella regione di Isfahan, compreso un impianto di conversione dell’uranio. Nell’aprile 2022, Teheran ha annunciato di aver iniziato a produrre uranio arricchito al 60% nel sito di Natanz, avvicinandosi al 90% necessario per una bomba atomica.

I negoziati per rilanciare l’accordo nucleare iraniano internazionale, noto con l’acronimo inglese Jcpoa e conclusi nel 2015 tra l’Iran da un lato, l’Unione Europea e le sei maggiori potenze dall’altro, sono in stallo dopo l’uscita unilaterale degli Stati Uniti nel 2018. Questo accordo mirava a impedire a Teheran di acquisire armi atomiche, obiettivo che l’Iran ha sempre negato di perseguire. Il programma nucleare iraniano è stato l’obiettivo di numerose campagne di attacchi informatici, sabotaggi e omicidi mirati di scienziati. […]

Nell’immagine: il momento dell’esplosione in un video pubblicato su Twitter


Grand Belgrado Hotel

Attorno a due parole emerse in questi giorni 

Di Matteo Fabbri, Linkiesta

Il presidente serbo Vučić, che ha incontrato Putin diciannove volte in sette anni, ora critica il Cremlino per il reclutamento della Wagner nel suo Paese e valuta sanzioni. Il premier è consapevole che quella dell’Ue è l’unica strada percorribile.

Uno degli edifici più belli di Belgrado dal punto di vista architettonico è l’hotel Moskva [nell’immagine], uno storico albergo in stile art nouveau che potrebbe essere il set perfetto per un film di Wes Anderson. L’hotel, controllato per lungo tempo dallo Stato e sotto protezione governativa dal 1968, è ormai da qualche mese un punto di riferimento per i tanti russi arrivati nel Paese. La Serbia, infatti, è uno dei pochi Paesi che non ha adottato le sanzioni nei confronti di Putin e che ha quindi mantenuto voli diretti con Mosca e San Pietroburgo.

Dopo l’invasione russa in Ucraina il presidente Aleksandar Vučić ha avuto un atteggiamento ondivago, condannando timidamente la guerra voluta dal Vladimir Putin senza però mai attuare misure concrete. Una strategia figlia di un rapporto solido tra due Paesi i cui leader si sono incontrati ben diciannove volte in sette anni. Un’amicizia certificata anche in occasione degli auguri di fine anno, quando il capo del Cremlino ha invitato il suo omologo a rafforzare il partenariato strategico. Negli ultimi giorni, più per convenienza che per altro, qualcosa sembra però essere cambiato.

Il motivo di questa correzione di rotta è da ricercarsi nella bozza di accordo «franco-tedesco», non ancora pubblico, citato dal presidente Vučić nel suo discorso al Paese all’inizio di questa settimana. Stando alle indiscrezioni sull’accordo – che arriva dopo un lungo lavoro diplomatico di Ue, Stati Uniti, Germania, Francia e Italia – Belgrado si impegnerebbe a non ostacolare più il processo di inserimento del Kosovo in alcuni organismi internazionali (in primis le Nazioni Unite) ottenendo in cambio un’accelerazione nel percorso di integrazione europea.

Ma dovrebbe esserci dell’altro: la chiave di volta per convincere Vučić potrebbe essere l’istituzione di un’associazione di Comuni kosovari a maggioranza serba, con il fine di tutelare la popolazione originaria della Serbia che vive all’interno dei confini del Kosovo. Pristina dovrebbe garantire inoltre la sicurezza di chiese e monasteri secolari che Belgrado considera monumenti cruciali per la sua religione e storia.

Vučić ha accolto con scarso entusiasmo la soluzione franco-tedesca, ma si è anche detto consapevole che quella dell’Ue è l’unica strada percorribile. Giocando un po’ il ruolo della vittima, il presidente ha fatto passare la proposta come una sorta di ricatto sottolineando il rischio di un isolamento internazionale in caso di mancato accordo. Nonostante questo, le parole del leader serbo hanno un peso specifico importante se si considera che non più di qualche settimana fa la tensione con il Kosovo era altissima. Il piano verrà esaminato e discusso con il Parlamento entro i prossimi dieci giorni.

Nel discorso di Vučić non sono mancate timide critiche al Cremlino e, soprattutto, al gruppo Wagner colpevole di aver diffuso un video di «reclutamento» in cui volontari serbi si addestrano insieme ai mercenari che combattono per Mosca (tradizionalmente molto vicini ai gruppi di estrema destra dei Balcani). In settimana si sono poi aggiunte le dichiarazioni del Ministro degli Esteri Ivica Dačić che ha lasciato intendere un cambio di rotta da parte di Belgrado anche sulle sanzioni alla Russia.

Il ragionamento di Dačić, nell’intervista rilasciata a Euractiv, in effetti è semplice: «Se qualcosa cambia a scapito degli interessi della Serbia, allora la nostra decisione sarà adattata di conseguenza perché valuteremo in ogni momento qual è la decisione migliore per la nostra economia, per la nostra posizione nel mondo e per i cittadini della Serbia». Si può immaginare che dalle parti del Cremlino non abbiano fatto salti di gioia.

Il ministro degli Esteri ha poi spiegato che Belgrado non ha mai aderito alle sanzioni occidentali che colpiscono Mosca perché non era conveniente per il suo Paese. Ed è facile desumerne i due motivi principali: la Russia ha sempre difeso le posizioni della Serbia all’Onu e Belgrado dipende per quasi il cento per cento del suo approvvigionamento energetico da Mosca. Va però sottolineato che nonostante la mancata applicazione delle sanzioni nei confronti di Putin, alle Nazioni Unite i serbi hanno quasi sempre votato contro la Russia sulle mozioni relative all’invasione dell’Ucraina.

Il cambio di approccio del Governo lascia pensare che oltre ad un’accelerazione nel percorso di ingresso nell’Ue (la richiesta di adesione risale al 2009), Bruxelles e Washington possano aver messo sul piatto importanti investimenti anche dal punto di vista energetico, che diminuiscano gradualmente la dipendenza serba dal gas di Putin.

L’Unione Europea sembra decisa a voler essere finalmente protagonista nei Balcani occidentali segnando un evidente cambio di passo sulle politiche di allargamento nella Regione, ma alle proprie condizioni: stop alle ambiguità sulla Russia e basta ostacoli al percorso di integrazione internazionale del Kosovo. A dire il vero, però, l’Ue farebbe bene a chiarire quest’ultimo principio anche all’interno dei propri confini visto che nemmeno Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia hanno riconosciuto l’autonomia di Pristina.

Se vorrà concludere l’accordo, Vučić dovrà anche essere bravo a convincere il popolo serbo, la cui voglia di Unione europea è andata via via scemando. I cittadini sono disillusi nei confronti di Bruxelles che per anni ha ritenuto non prioritario il processo di integrazione di Belgrado. Una strategia che ha lasciato campo libero al Cremlino che, oltre a condividere con la Serbia la cultura ortodossa, ha continuato ad inviare nel Paese risorse energetiche ed economiche. Una percezione in parte distorta visto che Bruxelles è il primo partner commerciale con oltre trenta miliardi di euro di scambi contro i poco più di due miliardi della Russia.

Insomma, come è capitato spesso quando ci sono di mezzo i Balcani, la soluzione non è scontata anche se questa volta sembrano esserci buone probabilità. L’approvazione dell’accordo avrebbe una valenza storica che, oltre a staccare da Putin uno degli ultimi alleati rimasti nel vecchio continente, darebbe avvio un processo di normalizzazione atteso da decenni. Un percorso in cui l’Ue può avere un importante ruolo ed essere garanzia di pace in una regione che, per dirlo con le parole di Winston Churchill, «già nel suo tormentato passato ha prodotto più storia di quanta ne possa digerire».


Le ex colonie si ribellano a Parigi

Attorno a due parole emerse in questi giorni 

Di Salvatore Toscano, L’Indipendente

Il Burkina Faso, colonia francese fino al 1960, ha deciso di estinguere l’accordo militare raggiunto nel 2018 con Parigi che autorizzava la presenza di circa 400 militari francesi sul territorio burkinabé. La forza “Sabre” aveva il compito di affiancare l’esercito nazionale nella lotta ai militari jihadisti, particolarmente attivi nel Paese dell’Africa occidentale dal 2015. Il portavoce del governo, Jean-Emmanuel Ouedraogo, ha invece dichiarato che «il Burkina conta sui propri mezzi per vincere la guerra», dando a Parigi un mese di tempo per ritirare le truppe dal Paese. «Quello che estinguiamo è l’accordo che consente alle forze francesi di essere presenti in Burkina Faso. Non si tratta della fine delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi», ha chiarito Ouedraogo. Il Paese guidato da Ibrahim Traoré, in carica a seguito di un colpo di Stato, sta seguendo le orme del vicino Mali, che nel 2022 ha ordinato il ritiro dei militari francesi e si è alleato con la Russia nella lotta al terrorismo. Nei giorni scorsi, durante una manifestazione a Ouagadougou – capitale burkinabé – centinaia di persone hanno sventolato bandiere russe e cartelloni che recitavano “No alla Francia/Ladro d’Africa”.

La decisione del nuovo governo, insediatosi lo scorso settembre con un golpe, arriva da lontano. A gennaio 2022, il primo colpo di Stato dell’anno ha portato alla destituzione del presidente Christian Kaboré, eletto nel 2015. Durante il suo mandato, sono aumentati i casi di violenza e si sono moltiplicate le manifestazioni anti-governative, alimentando così un clima di costante insicurezza. La scarsa efficacia dell’azione governativa (supportata dal 2018 dai militari francesi) contro le forze jihadiste, che oggi controllano circa due terzi del Paese, ha incrementato il malcontento della popolazione civile nonché dell’esercito, bersaglio principale delle mire terroristiche. Così, dopo l’arresto di Kaboré, la giunta militare guidata da Paul Henri Sandaogo Damiba ha sospeso la Costituzione, chiuso le frontiere e sciolto il Parlamento. 

Il mancato ripristino della sicurezza e della protezione nei confronti dei cittadini ha portato al secondo colpo di Stato, per mano del capitano dell’esercito Ibrahim Traoré. Con quest’ultimo, le relazioni tra Francia e Burkina Faso si sono deteriorate. Traoré ha innanzitutto accusato Parigi di ospitare il presidente deposto, provocando l’assalto dei manifestanti all’ambasciata francese. Successivamente, ha rivendicato il diritto a cercare nuovi alleati per la lotta al terrorismo, recandosi dunque a Mosca per incontrare il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov.

Il Burkina Faso sta seguendo le orme del vicino Mali, tra golpe e cacciata delle truppe francesi dal proprio territorio. Il 17 febbraio scorso, il presidente Emmanuel Macron ha infatti annunciato il ritiro delle truppe francesi dal Mali. Tre settimane prima, i militari maliani (al potere dal 2020) avevano “invitato”, con 72 ore di preavviso, l’ambasciatore francese a lasciare il Paese. La decisione era giunta a furor di popolo, al culmine di settimane di mobilitazioni oceaniche contro l’ex colonizzatore. A sgretolare il rapporto tra i due Paesi è stata poi la scelta del governo militare maliano di dispiegare nel proprio territorio i mercenari russi del gruppo Wagner.

Le truppe francesi erano in Mali dal 2013. Inizialmente su richiesta del governo locale, che si rivolse a Parigi per contrastare i ribelli Tuareg e i gruppi armati legati ad al-Qaeda che, dopo aver conquistato le regioni del nord, stavano marciando sulla capitale Bamako. Si sono susseguite così diverse operazioni, alcune di queste con il supporto di altre nazioni e delle Nazioni Unite (come l’operazione MINUSMA). Nonostante la presenza massiccia di truppe, le potenze europee e internazionali hanno avuto scarso successo in Mali e, in generale, nella regione del Sahel, non riuscendo a limitare insicurezza e terrorismo. Tali risultati si sono tradotti sul piano sociale in un progressivo aumento del malcontento popolare e della sfiducia nella presenza europea, in particolare quella francese a causa del suo passato coloniale nella regione.


Jenin-Gerusalemme le stragi si inseguono

Attorno a due parole emerse in questi giorni 

“Nel giorno della Memoria, sette israeliani uccisi dal terrorismo”. E’ il titolo di diversi giornali. Fattualmente corretto. Sostanzialmente assurdo. Come se la tragedia israelo-palestinese non avesse una sua ‘memoria’: lunga oltre settanta anni di sopraffazioni, orrori, ingiustizia, pace impossibile, tregue precarie, ritorsioni. E infatti ci risiamo: i dieci palestinesi uccisi in Cisgiordania mercoledì dal blitz dell’esercito israeliano hanno subito ‘chiamato’ l’assassinio di sette fedeli ebrei falciati dall’attentatore palestinese fuori da una sinagoga dopo le preghiere serali dello Shabat, nel quartiere ultra-ortodosso  “Neve Yaakov” della città santa e contesa, quartiere “Nabi Yakub” per gli arabi che ne sono stati defraudati. 

La peggiore strage anti-israeliana nella ‘capitale eterna’ degli ultimi 14 anni. Fatta la somma delle vittime, se i numeri dati da Kiev sono veritieri, in 48 ore ci sono stati meno morti sotto la pioggia dei missili russi sull’Ucraina (ritorsione per la promessa consegna dei tank occidentali a Zelensky) che nelle terre della Palestina e di Israele. Prima a Jenin, la città palestinese più a nord della Cisgiordania, la più lontana da Gerusalemme, anche la più ribelle, quindi la più battuta dai raid spesso sommari di Tsahal alla ricerca degli oppositori (anche armati) contro l’occupazione israeliana. Quindi escalation. E timore che possa iniziare una ‘terza Intifada’. Tutto perfettamente in sintonia con l’immagine che Benjamin Netanyahu lasciò al momento della sua ultima sconfitta elettorale, prima di tornare, nel settembre scorso, alla guida della nazione. Costretto, si dice, a farlo alleandosi con i due partiti più ultra-ortodossi, ultra-nazionalisti e ultra-identitari di Bezalel Smotrich e di Itamar Ben-Gvyr, uno che gira con la rivoltella ben in vista alla cintola, che vuole l’annessione di tutti i territori occupati, predica la netta separazione fisica fra ebrei ed arabi, e che nel salotto di casa ha appeso il ritratto  del rabbino Meir Kahane, autore nel 2009 della strage anti-araba sulla tomba di Abramo a Hebron, fondatore di un partito talmente impresentabile da essere stato messo fuori legge dalle stesse autorità israeliane. Insomma, il peggior partner possibile. 

In realtà, un “Bibi” Netanyahu, ormai chiamato ‘the king’ per la sua incredibile longevità al governo, che anche in una sua recente autobiografia, insiste sul tema della forza e della superiorità militare per imporsi anche sul piano della diplomazia (vedi “Accordi di Abramo”, soprattutto con gli sceicchi del Golfo, sunniti in fregola contro gli sciiti, nonché etero-diretti dall’Arabia Saudita, regista poco occulto dell’avvicinamento allo Stato ebraico in funzione anti-Iran). E nemmeno ha cambiato idea, Netanyahu, sulla controffensiva da condurre contro la magistratura che intende processarlo e contro cui intende varare leggi restrittive che hanno indignato il paese, fratturandolo ancor più profondamente e portando in strada ogni sabato centinaia di migliaia di giovani. 

Dall’altra parte, aumenta la debolezza dell’88enne presidente palestinese Abu Mazen, imbelle di fronte alla corruzione nel suo campo, sempre meno rappresentativo, contestato per la sua insipienza e inattività, esattamente la condizione in cui lo volle schiacciare l’attuale premier israeliano, negandogli ogni possibilità di vero dialogo, ogni prospettiva di una soluzione di pace fondata sulla creazione di “due Stati”, ogni pur minimo segnale di distensione. Consapevole, “Bibi”, di alimentare così la diffusione anche in Cisgiordania del jihadismo radicale di Hamas, e di favorire la perdita da parte del Fatah ( laico ed erede di Arafat) del controllo delle maggiori città palestinesi, Ramallah esclusa (perché troppo vicina ai carri armati israeliani). Un radicalismo islamista ‘promosso’ dallo stesso Netanyahu che poi si auto-propone come scudo. Due crisi, israeliana e palestinese, che di nuovo si sommano e si scontrano. Risultato: una grande crisi irrisolta, complice la comunità internazionale (USA in primis), e che tuttavia continua a inseguire i suoi prepotenti (israeliani) o incapaci (palestinesi) decennali protagonisti.

Nell’immagine: gli scontri di Jenin


Adriano Soldini nel Ticino del secondo Novecento

Attorno a due parole emerse in questi giorni 

Ci sono, nelle nostre vite, incontri lontani nel tempo che però lasciano un segno profondo. Le strade si dividono, il segno non si cancella. Nella fattispecie, raccontare Adriano Soldini è un esercizio di memoria e di gratitudine che mi riporta – e riporterà coloro che lo hanno conosciuto – a un’epoca quasi remota, inversamente lontana rispetto alla vicinanza e all’affetto che la sua figura continua a suscitare. 

Le strade di Adriano Soldini, appena uscito per le Edizioni Casagrande di Bellinzona, è una miscellanea di testimonianze curata dal figlio Simone – per 23 anni direttore del Museo d’arte di Mendrisio – che ricostruisce l’intensa, multiforme attività paterna. Dopo la laurea in Lettere a Friburgo, sotto la guida di Arcari e Contini, dal 1947 Adriano Soldini insegnò italiano e storia al Ginnasio e al Liceo di Lugano, che diresse  dal 1963 al 1971 (’68 compreso); dal 1973 al 1986 fu direttore della Biblioteca cantonale: nella splendida Sala di lettura (firmata da Rino Tami)  organizzò centinaia di incontri con personalità di spicco del mondo italofono e d’oltre San Gottardo. 

Duttile, aperto, curioso, Adriano Soldini ha collaborato a due storiche testate ticinesi contrapposte, di cui frequentava le redazioni: Gazzetta Ticinese, insieme agli amici Mario Agliati, Giuseppe Martinola, Pino Berrnasconi, Renato Regli, Piero Bianconi, che ne firmavano i corsivi; Libera Stampa, con i sodali Pietro Salati e Eros Bellinelli, di cui curò in prima persona, dal 1974, il Raccoglitore culturale mensile. 

Il volume raccoglie le testimonianze di persone che hanno conosciuto e frequentato Adriano Soldini: Alberto Nessi, il nipote Piero Pagliarani, Flavio Medici, Maria Will, Orazio Martinetti e Renato Simoni, ai quali si aggiunge, in apertura, il ricordo affettuoso e privato dell’altro figlio, Nicola, intitolato Papà era interista? 

Complice il primo confinamento, Simone Soldini si decide, nel marzo 2019, ad aprire il baule nel quale stavano scritti, appunti, fotografie e oggetti vari che il papà aveva lasciato, alla sua morte, il 5 febbraio 1989. Il materiale viene riordinato, ma ben presto i figli decidono di fare un passo ulteriore dedicando ad Adriano anche una pubblicazione. Doveva essere breve, si è tramutata in un documento irrinunciabile per quanti vogliano approfondire la figura di questo figlio del Mendrisiotto, bonario e rotondo, curioso, attento ai bisogni, alle disparità, al dibattito culturale e politico, ma anche allo sport e al costume.

Sono molti i figli degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta ad avere incrociato il cammino con lui: per me, fresco di studi in Lettere a Firenze, è stato anche il primo “capo”, il primo datore di lavoro. Era il 1985: grazie a una borsa di studio collaborai  per 6 mesi all’Archivio Prezzolini occupandomi delle carte di Ennio Flaiano acquistate, come quelle del fondatore de La Voce, proprio grazie alla sensibilità e alla caparbietà di Soldini. Molte furono infatti, tra i banchi della politica e dell’intellighènzia locale, le  perplessità legate ai costi di quelle acquisizioni, ma anche al fatto che né Flaiano né Prezzolini, per quanto importanti, fossero né svizzeri né tantomeno ticinesi. Adriano, Direttore della Biblioteca, non indietreggiò di un millimetro e mise in campo una capacità di convincimento e una trasversalità “politica” che sapeva avvicinare i fronti e aprire porte. Senza di lui, semplicemente, oggi non avremmo né l’Archivio Prezzolini né il riverbero positivo d’immagine di cui gode in mezzo mondo.

Cosa leggere (o rileggere) allora di Soldini a oltre 30 anni dalla morte, che risale al 5 febbraio 1989? Secondo me, almeno Corti e chiosi del Mendrisiotto, del 1965, illustrato da splendide fotografie di Luciano Moroni-Stampa, Alberto Flammer, Gino Pedroli e Gotthard Schuh. E, soprattutto, la raccolta di prose Le strade rosse (uscita nel 1951, ripubblicata in edizione ampliata nel 1992 dalla Fondazione Ticino Nostro). La scrittura è alta, con richiami ad Antonio Baldini, Cecchi e Ridolfi (ma non mancano echi manzoniani e leopardiani). Forti i riferimenti al paesaggio fisico e antropologico del Mendrisiotto dell’immediato secondo dopoguerra e ad una nuova realtà – operaia e terziaria – che stava sostituendo la civiltà contadina dalla quale Soldini stesso scaturiva. Prevalgono tuttavia, i paesaggi interiori descritti con venature malinconiche e controllato lirismo: in questo distinguendosi da quegli autori ticinesi coevi – Plinio Martini e Giovanni Orelli – che, sul modello di Pavese, Fenoglio, Vittorini, puntavano su un registro di più ruvido e immediato realismo. 

Aperto, disponibile, generoso. Non, però, remissivo (come detto sopra in relazione all’acquisto dell’Archivio Prezzolini) né tantomeno accomodante: si vada a rivedere l’intervista televisiva TSI del  13 aprile 1978 che Soldini fece allo stesso Giuseppe Prezzolini, in cui annunciò il proprio disaccordo sulla tesi di fondo del Manifesto dei Conservatori (Rusconi,1972): “Mi pare che l’idea conservatrice che Lei espone e sviluppa non dia una risposta alla forma da dare alle istituzioni in alternativa alla democrazia”. 

Prezzolini incassò il colpo, tentò di replicare, ma sembrò, per una volta, un po’ a corto di argomenti.