Trump alla sbarra in una democrazia ancora in bilico

Primo ex presidente incriminato nella storia degli Stati Uniti: 130mila dollari pagati per il silenzio di una pornostar e contabilizzati come spese elettorali violando la legge; e su di lui altre 4 inchieste 

Donald Trump è finora sopravvissuto a indagini federali e tentativi di impeachment. Certo, ora è molto diverso. Per il peso giuridico, per l’immagine dell’imputato, e per l’umiliazione a cui dovrà sottoporsi il “Don” costretto a presentarsi per la formalizzazione del verdetto che da alcune ore ne fa il primo ex presidente degli Stati Uniti ad essere incriminato. Decisione del Gran Giurì di Manhattan, accusa per il versamento di 130.000 dollari con cui comprare il silenzio della pornostar Stormy Daniels sui rapporti col futuro capo della Casa Bianca, fatti avvenuti poco prima delle elezioni presidenziali del 2016: un assegno non proprio stratosferico comunque staccato in violazione della la legge sui finanziamenti ai politici, poiché la discussa e maldestra “Trump Organization” rimborsò il negoziatore e ‘postino’ reo confesso (il suo avvocato Michael Cohen, condannato a un anno di detenzione) registrando la somma anticipata dal legale sotto la voce ‘spese elettorali’.

Processo garantito. Sarà dunque una “squillo”, che dopo aver incassato ha confermato i fatti, a stampare le parole ‘the end’ sulla carriera politica del 45esimo presidente americano? Meglio non correre. Non solo occorrerà attendere il verdetto dei giudici, ma anche le conseguenze dell’eventuale condanna (reclusione o no?), che potrebbe anche evitare la sua uscita dalla scena politica e non escluderlo dalla corsa elettorale. Anche se su di lui pesano in ogni caso altre quattro inchieste: sopravvalutazione fraudolenta dei suoi beni per diversi miliardi; interferenze elettorali nello Stato della Georgia per spostare voti a suo favore; documenti governativi top-secret trovati dall’FBI nella villa di Mar-a-Lago; incitazione alla violenza e cospirazione per l’assalto dei suoi sostenitori al Congresso il 6 gennaio 2021.

Di sicuro c’è comunque il fatto che Trump tenterà ancora una volta di sfruttare a suo vantaggio quella che denuncia come “persecuzione” politica. O “legge a orologeria”, come si diceva negli anni del berlusconismo. Moltiplicherà i discorsi sediziosi, mobiliterà i suoi focosi e maneschi ultrà, costringerà il disorientato partito repubblicano a far quadrato attorno a lui, spiazzerà ancor più i suoi concorrenti interni per le primarie, consoliderà quel 50 per cento di elettori del Grand Old Party che secondo i sondaggi gli sono rimasti fedeli e lo rivogliono “runner” nella sfida presidenziale del 2024. A tutti i costi, anche quello di un altro soprassalto di violenza. Si appellerà dunque nuovamente a quello spirito ribellista e libertario ad oltranza, da sempre anti-washingtoniano e anti-centralista, nonché anti-democratico, che storicamente è nel “dna” di una parte degli Stati (dis)Uniti d’America, con le sue forti stratificazioni di suprematismo bianco e di razzismo. Su cui l’incendiario Trump gioca pericolosamente le sue carte.

Già prima della decisione del Gran Giurì di New York, sulla sua piattaforma “Truth Social” aveva definito “un animale, uno psicopatico degenerato che odia gli Stati Uniti”, il procuratore newyorkese Alvin Bragg, promotore dell’accusa che ora ha ottenuto di portare l’ex presidente in tribunale. E aveva minacciato “morte e distruzione per un’accusa così falsa”. Di fronte ad affermazioni del genere, anche più farneticanti di altre fatte in passato, non sorprende che nelle ore dell’attacco a Capitol Hill, il generale Mark Milley, capo degli Stati maggiori riuniti, cercò di impedire l’accesso di Trump ai codici nucleari.

Si apre dunque un altro capitolo delle fibrillazioni e minacciose contorsioni americane. In una nazione che ci si ostina a definire ‘la democrazia più grande del mondo’. Momento di nuovo difficile e determinante per la verifica del funzionamento di un sistema basato su poteri e contropoteri. Comunque, democrazia ancora in bilico.


Orazio Martinetti – L’astensionismo (di nuovo) dietro l’angolo

Primo ex presidente incriminato nella storia degli Stati Uniti: 130mila dollari pagati per il silenzio di una pornostar e contabilizzati come spese elettorali violando la legge; e su di lui altre 4 inchieste 


Finché si può

Primo ex presidente incriminato nella storia degli Stati Uniti: 130mila dollari pagati per il silenzio di una pornostar e contabilizzati come spese elettorali violando la legge; e su di lui altre 4 inchieste 


Quella parità che ancora non c’è

Primo ex presidente incriminato nella storia degli Stati Uniti: 130mila dollari pagati per il silenzio di una pornostar e contabilizzati come spese elettorali violando la legge; e su di lui altre 4 inchieste 

La parità salariale tra uomini e donne è iscritta nella Costituzione federale dal 1981. Non solo: è pure specificata nella legge federale sulla parità dei sessi entrata in vigore nel 1996. La parità salariale è quindi un obbligo che si applica in tutte le relazioni di lavoro, sia nei rapporti di lavoro di diritto privato, sia in quelli di diritto pubblico. Sapete cosa succede a quei datori di lavoro che non rispettano questa legge e non applicano la Costituzione? Niente. Assolutamente niente.

In Ticino nel 2020, i dati sulla disparità salariale mostrano una differenza tra uomo e donna del 14% (calcolando non proprio la media che sarebbe più alta ma, semplificando, una sorta di via di mezzo, denominata “mediana”). In Svizzera, la percentuale scende al 10.8% con punte però del 17% per i quadri dirigenti (in realtà, un altro dato che analizza la media dei salari, e non la “mediana”, parla del 19%!). Eppure, non si ha notizia di denunce e processi nei confronti di chi non rispetta la legge in questo settore. In pratica, chi vìola questa legge resta impunito.

Non solo. Se in Svizzera una parte della disparità la si può spiegare con una diversa composizione della manodopera femminile, in Ticino – secondo l’Ufficio statistica – la disparità risulta totalmente inspiegabile. Cioè, non si capisce perché a parità di età, mansioni, orari di lavoro, le donne debbano prendere il 14% in meno dei loro colleghi uomini. È pur vero che nel 2020 la revisione della legge sulla parità dei sessi – introdotta appunto nel 1996 – obbliga le aziende con più di 100 dipendenti a condurre un’analisi sull’applicazione della parità di salario. I datori di lavoro, cioè, devono individuare eventuali disparità di trattamento tra donne e uomini, farle verificare da un organo indipendente, e informare dei risultati entro il 30 giugno di quest’anno, tutti i propri dipendenti.

Probabilmente se ne vedranno delle belle, e lavoratrici e lavoratori non devono lasciarsi scappare questa opportunità per denunciare eventuali discriminazioni, anche se – come dicevamo – queste denunce non porteranno a niente. Il limite di questa revisione di legge è proprio questo: non prevede alcuna sanzione nei confronti di quei datori di lavoro che discriminano le donne sotto il profilo salariale. A cosa serve allora? Sicuramente a sensibilizzare i dipendenti su un aspetto – quello salariale – che è sempre stato un tabù (meglio non far sapere al collega quanto si prende in busta paga…) trasformandolo in occasione di confronto e di rivendicazione in favore delle donne.
Ma, attenzione: stiamo parlando soltanto delle aziende più grosse, quelle con più di cento dipendenti, dove spesso la presenza sindacale è già attiva e il controllo è già in parte possibile. Tutte le altre – tantissime – piccole e medie imprese restano fuori da questa riforma e potranno continuare a fare il bello e il cattivo tempo senza che nessuno chieda loro di mostrare i libri paga, e quindi di analizzare, verificare e informare, come si chiede invece alle aziende più grosse.

A rimetterci, alla fine, sono tutti, persino i datori di lavoro che pensano di risparmiare qualche franco sulle spalle delle donne. La parità salariale infatti sarebbe vantaggiosa, non solo per le donne e le loro famiglie, ma anche per l’economia e la società nel loro insieme. A dirlo è la stessa amministrazione cantonale, affermando che la parità salariale tra donne e uomini “costituisce un notevole incentivo al (re)inserimento e alla permanenza delle donne sul mercato del lavoro ed è quindi vantaggiosa anche per le aziende”.

Riducendo lo scarto salariale tra i sessi, si offre alle coppie la possibilità di ripartirsi in modo più equilibrato l’attività professionale (remunerata) e il lavoro domestico e di cura (non remunerato, che si fa gratuitamente a casa propria) senza che debbano subire perdite dal profilo finanziario. Parità salariale è sinonimo di pari opportunità e di libera scelta dei modelli familiari e professionali più adatti a ciascuno. Queste ingiustizie devono finire. Ce ne siamo accorti durante la pandemia di quanto il lavoro delle donne proprio nei settori delle cure, dell’educazione e della sanità sia stato fondamentale per tutti noi. È venuto il momento di riconoscerlo.

Luigi Maffezzoli è candidato al Gran Consiglio  (Il Centro)


Pietro Martinelli – A ognuno la sua goccia

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Andrea Pilotti – Ipotesi di un Gran Consiglio con maggiori problemi

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La “cultura marcia” di Credit Suisse

Primo ex presidente incriminato nella storia degli Stati Uniti: 130mila dollari pagati per il silenzio di una pornostar e contabilizzati come spese elettorali violando la legge; e su di lui altre 4 inchieste 

“Non occorreva essere un veggente per capire che la cultura di Credit Suisse fosse marcia” ha scritto di recente il banchiere ginevrino Thierry Lombard. In effetti, che la banca fosse finita nella fossa del letame ce n’eravamo accorti un po’ tutti. Nel febbraio del 2022 ho seguito il processo al Tribunale penale federale, dove l’istituto era sul banco degli imputati assieme a due membri di un’organizzazione criminale bulgara. Credit Suisse, e con lei una sua ex dipendente, era accusata di avere riciclato decine di milioni di franchi per conto del boss Evelin Banev. Un brutto ceffo che non ha esitato a fare eliminare fisicamente i suoi rivali, a colpi di pistola o con veleno per topi. Evelin Banev era di casa a Zurigo. In Paradeplatz, i suoi uomini e le sue donne consegnavano milioni di euro in contanti, provenienti direttamente dalle piazze di spaccio europee. Leggere l’atto d’accusa – che poi ha portato ad una condanna per la banca – è stato come sfogliare un romanzo noir. Massimo Carlotto non avrebbe potuto fare meglio.

Coincidenza ha voluto che, proprio in concomitanza con questo processo, decine di giornalisti nel mondo hanno pubblicato gli Suisse Secrets. L’inchiesta, basata su documenti interni forniti da una gola profonda, ha messo in mostra la meglio clientela di Credit Suisse: oligarchi, spie, dittatori e criminali di ogni dove. Il nostro Evelin Banev, insomma, era solo uno tra i tanti.

L’onda d’urto mediatica suscitata dalla vicenda degli Suisse Secrets ha fatto reagire Credit Suisse. Come? Spingendola ad essere molto più severa con i giornalisti. A dicembre, la banca ha denunciato il sito svizzero-tedesco Inside Paradeplatz, specializzato nell’attualità della piazza finanziaria svizzera, chiedendo la soppressione di 52 articoli e 300’000 franchi di risarcimento all’editore, il giornalista Lukas Hässig. Una denuncia per la quale la procura di Zurigo ha messo in campo tutti i suoi mezzi per identificare gli autori dei commenti sgraditi. Sul fronte degli Suisse Secrets, la banca ha sporto denuncia al Ministero pubblico della Confederazione. Fatto, questo, che ha poi avuto una divertente quanto inquietante appendice riportata dalla nostra zattera.

A seguito della denuncia della banca, l’MPC ha aperto un’inchiesta per fare luce sulla gola profonda. Un’inchiesta che ha dovuto avvalersi anche dell’avvallo del Consiglio federale. La prassi vuole che sia infatti il Governo ad autorizzare i cosiddetti reati politici come lo spionaggio economico. Il fatto assurdo ne paese delle banche è proprio questo: s’indaga su chi ha denunciato il marcio, non sul marcio. Era già successo in passato, con il caso della fuga di notizie alla HSBC di Ginevra e della famosa lista Falciani. È stato in quel contesto che il parlamento, su spinta PLR – il partito delle banche – era poi corso in aiuto al settore rinforzando le normative sul segreto bancario. Ciò che di fatto impedisce tutt’oggi ai giornalisti svizzeri di divulgare notizie che gli sono state rilevate in violazione del segreto bancario.

Questo esempio mostra le priorità della maggioranza politica borghese quando, negli ultimi anni, si è occupata in Parlamento della piazza finanziaria. Un bavaglio ai giornalisti e una legislazione sulle banche troppo grandi per fallire che non ha impedito ad una banca troppo grande di [quasi] fallire. Dopo la vicenda UBS del 2008 ci si è concentrati dunque su problemi come il capitale proprio e la liquidità. Ma non è servito a nulla. Sul letto di morte, Credit Suisse da questo punto di vista era in salute. Il problema era la cultura del rischio, quella che il banchiere Thierry Lombard ha definito la “cultura marcia” di Credit Suisse.

La banca ha pagato questa cultura del rischio su un duplice fronte: quello della clientela, chiudendo occhi e naso per attirare più ricchezza, poco importa la sua origine; quello degli investimenti, speculando e prendendo rischi incalcolabili in operazioni potenzialmente molto redditizie, ma al contempo drammaticamente rischiose. La banca è così finita in diversi scandali e ha dovuto pagare, solo negli ultimi anni, qualcosa come 11 miliardi di franchi di multa. Per contrastare questa cultura, però, si sarebbe dovuto mettere in atto delle regole che avrebbero però messo in pericolo il modello d’affari di molte banche elvetiche. E allora si è preferito passare ad altro, ai giornalisti per esempio.

Oggi tutti si sciacquano la bocca, parlando dello scandalo dei bonus. Nel marzo 2018, il Consiglio nazionale si era chinato su una mozione dal titolo “Basta bonus nelle banche di rilevanza sistemica”. Il testo, presentato dalla socialista Susanne Leutenegger Oberholzer, faceva proprio riferimento a quanto stava succedendo già allora a Credit Suisse. La mozione è stata bocciata a larga maggioranza, 129 sì e 61 no. Da parte sua Karin Keller Sutter, oggi alla guida del Dipartimento delle finanze, nel 2014 ha guidato con successo l’opposizione al Consiglio degli Stati contro una mozione dei Verdi. Il testo chiedeva al Consiglio federale d’intraprendere le misure necessarie a introdurre un sistema bancario che separasse l’attività bancaria tradizionale dalle attività d’investimento. Obiettivo: evitare che il rischio delle attività bancarie non debba essere trasferito ai piccoli risparmiatori e allo Stato. Esattamente quanto successo con Credit Suisse.

Nell’immagine: chi ha votato sì e chi ha votato no sulla mozione “Basta bonus nelle banche di rilevanza sistemica” in Consiglio nazionale il 6 marzo 2028 (grafico PS).
Tra i deputati ticinesi hanno votato sì Marina Carobbio Guscetti e Lorenzo Quadri.
Rocco Cattaneo, Marco Chiesa, Giovanni Merlini, Roberta Pantani, Fabio Regazzi e Marco Romano hanno votato no.


Lo spettro di una “pace ingiusta” e di una guerra civile in Ucraina

Primo ex presidente incriminato nella storia degli Stati Uniti: 130mila dollari pagati per il silenzio di una pornostar e contabilizzati come spese elettorali violando la legge; e su di lui altre 4 inchieste 

Dell’intervista all’americana “AP News” concessa l’altro ieri dal presidente Volodimyr Zelenskij, le agenzie hanno ripreso principalmente la sua affermazione “sull’impossibilità da parte ucraina di vincere se cesserà l’invio di armi da parte americana”. Dopo aver svelato questo segreto di Pulcinella, il capo di Stato ucraino però si è soffermato sul passaggio militare decisivo in questa fase delle operazioni: la battaglia di Bakhmut. Secondo Zelenskij una sconfitta nella cittadina dell’oblast di Donetsk, potrebbe infatti mettere a rischio tutta la campagna del suo esercito. “Non possiamo perdere dei pezzi, perché la guerra è una torta fatta di pezzi di vittorie” ha sostenuto il presidente ucraino.

Il significato della sconfitta a Bakhmut, dopo oltre 7 mesi di combattimenti, in realtà sarebbe più simbolico che tattico visto che la cittadina a 90 chilometri da Donetsk ha solo un’importanza relativa, secondo gli specialisti militari. Ma Zelenskij ritiene che la pressione di una sconfitta a Bakhmut avrebbe ricadute importanti sia nella comunità internazionale che all’interno del suo Paese. “La nostra società si sentirà stanca” ha detto. “La nostra società mi spingerà a scendere a compromessi con loro [i russi, ndr]“.

La possibile perdita di Bakhmut da parte ucraina è più che un’ipotesi. L’americano “Institute Study of War” (ISW) nel suo ultimo report del 28 marzo afferma “plausibile” che le forze russe già controllino oltre il 65% della città. “I milblogger russi [redatti dalla comunicazione dell’esercito.ndr] hanno affermato che i combattenti del gruppo Wagner hanno catturato il complesso AZOM e stanno lavorando per liberare l’area dalle restanti forze ucraine. Nella stessa giornata, altre comunicazioni ufficiali hanno inoltre affermato che i combattenti di Wagner si sono avvicinati al centro della città di Bakhmut, prendendo il controllo del mercato cittadino e raggiungendo il Palazzo della Cultura”, afferma ancora l’istituto americano ISW.

Se la battaglia non si può dire comunque conclusa, viste le risorse umane e materiali che i contendenti stanno buttando dentro questa fornace che brucia quotidianamente la vita di centinaia di persone, la posizione ucraina sul campo non induce a ottimismo.

Alla metà di gennaio un soldato ucraino appartenente a un gruppo socialista aveva già lanciato l’allarme. “Gli scontri diretti con armi leggere, soprattutto nelle aree urbane, stanno diventando sempre più importanti. La guerra è diventata ancora più simile alla prima guerra mondiale. I soldati russi di Bakhmut hanno iniziato a chiamarla Verdun, mentre quelli ucraini hanno iniziato a chiamarla la seconda Popasna”, cittadina del Donbass teatro di una delle pagine più cruente di questa guerra. Ne è conseguito che “mai prima d’ora l’esercito ucraino aveva visto così tanti obiettori di coscienza. La mancanza di personale militare si sta intensificando e gli ufficiali e i comandanti rimasti evitano sempre più di recarsi in prima linea.. […] Il rifiuto di obbedire a un banale ordine di morte è diventato così diffuso nell’esercito ucraino che il Parlamento, su pressione dello stato maggiore, ha approvato d’urgenza un disegno di legge che sostanzialmente vieta ai tribunali di prendere in considerazione qualsiasi circostanza attenuante nei casi di violazione delle norme militari da parte dei soldati”.

Mentre la resistenza e la partecipazione alla guerra contro l’invasore russo era stata mossa inizialmente dal naturale patriottismo che si produce quando ognuno sente di dover difendere le proprie case e i propri cari, la sensazione tra chi combatte al fronte è sempre di più che sulla propria pelle si giochino anche delle ciniche battaglie diplomatiche.

Zelenskij ha parlato nell’intervista, forse per la prima volta, di compromesso. Che in politica non significa per forza abbandonare i principi. Il problema è un altro e lo conoscono bene anche le cancellerie occidentali.

Con il cessate il fuoco potrebbero venire a galla tutte contraddizioni che già consumavano la società ucraina prima dell’inizio del conflitto e che sono state coperte fino ad oggi dal nazionalismo. Un paese distrutto materialmente e demograficamente ha inoltre davanti scenari complessi tra cui non è da escludere quello della guerra civile, se una parte dei combattenti e dei cittadini ucraini dovessero ritenere il compromesso “disonorevole” e la pace “ingiusta”. È dentro questa linea di faglia che davvero la lama di Putin potrebbe tornare ad affondare in un corpo nazionale martoriato. E la spartizione del Paese, sullo stile coreano, diventare una realtà.

Nell’immagine: un momento dell’intervista di Julie Pace, caporedattrice dell’Associated Press, a Volodymyr Zelenskij


Contro lo Stato povero

Primo ex presidente incriminato nella storia degli Stati Uniti: 130mila dollari pagati per il silenzio di una pornostar e contabilizzati come spese elettorali violando la legge; e su di lui altre 4 inchieste 

Secondo una ben nota retorica, lo Stato dovrebbe gestire i propri conti esattamente come il buon padre di famiglia che, se oculato e responsabile, non fa il passo più lungo della gamba spendendo più di quanto guadagna. Sembra puro buon senso. Ma è risaputo che rifarsi al buon senso non incoraggia la riflessione critica e dà tutto per scontato, anche ciò che scontato non è. A parte che esistono, almeno per coloro che non sono fermi all’Antica Roma e al diritto romano, anche le madri di famiglia, che risultano altrettanto buone, se non migliori, non fosse altro perché magari sono rimaste sole ad affrontare le avversità della vita, è risaputo che le famiglie, come pure le imprese, peraltro, spendono sovente più di quanto guadagnano.

Se ci si richiamasse acriticamente alla retorica ispirata al buon senso, senza operare nessuna distinzione tra i motivi dell’indebitamento, la Svizzera sarebbe piena di pessimi padri (e madri) di famiglia, viste le dimensioni del sovraindebitamento, spesso determinato da spese imprescindibili in ambito sanitario o educativo, e dell’indebitamento ipotecario, tra i più elevati al mondo.

Il punto è che non è necessariamente un male che le famiglie, come pure le imprese, s’indebitino per periodi più o meno lunghi. Semmai la questione è nella misura del debito, ossia nella sua dimensione e nella sua sostenibilità. Se così non fosse, se cioè per obbligo o per predisposizione nessuno spendesse più di quanto guadagna, non si capirebbe perché ci sarebbe bisogno di un sistema bancario più o meno esteso, né tanto meno dei mercati finanziari.

Eppure, secondo la retorica del buon senso, anche lo Stato dovrebbe comportarsi come il “buon padre di famiglia”. L’esortazione, indirizzata all’uno e all’altro, è: non accumulare debiti, assicurare il pareggio di bilancio e scongiurare il rischio di finire tra i nullatenenti.

La differenza è che, quando lo Stato eroga risorse, “spende”, magari anche indebitandosi, crea reddito. Ce lo ha ricordato Florian Schui, professore a San Gallo, in un’intervista apparsa su laRegione il 3 marzo 2023. Il punto è che lo Stato, quando decide dove investire i propri fondi e le proprie risorse pensando alle ricadute nel lungo periodo, senza lasciarsi condizionare dall’esigenza di rendimenti a breve e brevissimo termine, opera a favore della sostenibilità sociale e ambientale e del benessere collettivo. Nulla di nuovo per coloro che guardano al ruolo dello Stato senza la zavorra di quel cascame ideologico che condiziona gli adepti del “Meno Stato”. Sguardo quanto mai necessario oggi a fronte dei problemi di portata epocale che si stagliano all’orizzonte. Tra questi la fine del modello svizzero, “A very Swiss identity crisis”, come titolava il Financial Times di sabato 25 marzo. E non è certo di buon auspicio per un Paese, che è pur sempre tra i più industrializzati al mondo, che a chiudere i battenti sia stata una grande banca, tra gli artefici dello sviluppo industriale del Paese tra Otto e Novecento, poi riconvertitasi in fabbrica di rendita finanziaria.

Non c’è dubbio che la crisi bancaria in corso, con il suo strascico recessivo (basti pensare alla stretta creditizia), determinerà un aumento dell’indebitamento pubblico a tutti i livelli istituzionali, portando acqua al mulino dei detrattori del ruolo dello Stato nell’economia. Eppure, come ebbe a dire Mariana Mazzucato a proposito della crisi pandemica, non sprechiamo questa crisi. Più precisamente, non lasciamoci accecare dalla retorica austeritaria secondo cui tutti devono fare la loro parte per contenere il più possibile il debito pubblico, socializzando le perdite dopo aver privatizzato gli utili.

Il debito del Cantone sembra effettivamente già elevato, addirittura superiore a quella misura che si auspica normalmente, senza però specificarne i perimetri (se non in termini di pareggio!). Inteso come capitale di terzi (7,3 mld nel 2021), il debito pubblico al netto dei beni patrimoniali (ben 5,1 mld nel 2021, di cui liquidità e crediti tra le tante voci), appare relativamente elevato in termini assoluti (2,2 mld nel 2021), ma abbastanza stabile, se non addirittura in diminuzione, prima dei periodi di forte crisi, mentre aumenta all’insorgere di quest’ultimi, il che dimostra la sua funzione anticiclica. Non si può di certo sperare di passare indenni attraverso eventi dirompenti di portata sistemica, senza coinvolgere le risorse dello Stato e senza far capo alla sua capacità di reagire a tali eventi. Coloro che promuovono il meno Stato, che vogliono affamarlo, si aspettano ben altro quando in gioco vi sono i loro interessi.

Proseguendo l’analisi scopriamo anche un consistente volume di beni amministrativi nei conti dello Stato. Nel 2021 si tratta di ben 2,1 mld di franchi, tra cui strade, immobili, capitali di dotazione ad aziende ed enti, partecipazioni e capitali sociali e contributi per investimenti. Si tratta di un capitale sociale, frutto di investimenti, di cui beneficia la collettività, ma in particolar modo l’economia nello svolgimento delle sue attività produttive (la forza lavoro, fino a nuovo avviso, raggiunge le aziende su strade asfaltate).

E a proposito di investimenti, tra le spese correnti vi sono anche investimenti indiretti, ossia non contabilizzati come tali, come quelli destinati all’educazione e alla ricerca che, pur essendo considerati alla stregua di una qualsiasi spesa corrente, hanno in realtà ben altra valenza per gli individui e per il Paese. Tra le spese correnti prevalgono quelle per il personale. Ma questo significa redditi, contributi alle assicurazioni sociali, imposte e consumi.

Insomma, lo Stato non è affatto nullatenente, come si tende a far credere. Anzi, è del tutto legittimato a perseguire politiche attive di contrasto alla crisi recessiva e di rilancio dell’attività economica. Ben diversamente dalle politiche di contrasto all’inflazione con l’aumento dei tassi di interesse, che non fanno altro che appesantire il debito pubblico senza in realtà modificare alcunché (anzi), sarebbe auspicabile che lo Stato si impegnasse in un rilancio di politiche industriali, accompagnate da solidi investimenti in campo sanitario, sociale, formativo e culturale. Investimenti, non spese!

Pubblicato da laRegione


Cittadine e cittadini, abbiate fede

Primo ex presidente incriminato nella storia degli Stati Uniti: 130mila dollari pagati per il silenzio di una pornostar e contabilizzati come spese elettorali violando la legge; e su di lui altre 4 inchieste 

Ecco che appare anche la “responsabilità sociale dopo il caso Credit Suisse”. “Dopo”, non appare mai prima. Dopo è un atto di fede più che di fiducia. Prima era già tutto un perdono, condizionato comunque da tre fattori ritenuti irrinunciabili. Quali?

Come primo, la gloria e immagine della piazza finanziaria svizzera. Che  si è data da tempo, a scanso di sorprese, la sua bandiera salvatutto nel “troppo grande per fallire” o nella banca “sistemica. Quanto a dire: come non assecondare, come non  accomodare  limitandosi a qualche buffetto cautelativo, come non essere pronti a perdonare  stendendo una copertura pubblica  su un forziere inflessibilmente ma “liberalmente” privato quando sai che, altrimenti, metteresti a repentaglio  l’economia e il buon nome della Svizzera? A maggior ragione quando uno dei pilastri del sistema, il segreto bancario, ce l’hanno già  tolto sotto i piedi, nonostante la ferma opposizione  del popolo svizzero.

Sii performante ed avido!

Poi, come secondo fattore, la “performance”,  il criterio pressoché unico sul quale puoi essere giudicato. Che significa ottenere ogni anno  una percentuale di performance sempre superiore alla precedente: in termini di bilancio, di corso azionario, di dividendi distribuiti. Puoi anche guadagnare, ma se quella percentuale di crescita è minore rispetto all’anno prima,  o trovi un capro espiatorio di rango inferiore o devi riaggiustarti. È così che si dà avvio alla frenetica rotazione. Significa dunque  credere in una unica  filosofia o norma di comportamento: il profitto è solo funzione del rischio. E quanto più sai fare con il rischio, senza porti limiti finanziari né tanto meno etici, tanto più hai probabilità di prendere la targa dorata della “performance”.

La quale sconfina fatalmente nell’avidità. Più conosciuta, com’è ovvio, con il termine della dottrina anglosassone: “greedy” (“be greedy when others are fearful”, “sii avido quando gli altri hanno paura”, sentenziava  ancora negli scorsi giorni un adepto che se ne intende, l’americano Warren Buffet).

Milton Friedman, uno dei padri dell’economia dominante, si era accorto che forse ci poteva essere un problema. Diceva infatti: “Il problema dell’organizzazione sociale è come creare un accordo in base al quale l’avidità procuri il minimo danno possibile; il capitalismo è quel tipo di sistema”. Utopistico anche lui,  non tanto quanto l’illusionista socialismo, più impegnativo.

Per questo la “performance” ha poco a che fare  con il  merito, se non per il significato etimologico e, quindi, paradossalmente per quel che suggerisce il buon vecchio  latino (meritum viene infatti da mereri, che vuol dire guadagnare). Dà infatti vita ad un’altra strabiliante funzione: più hai azzeccato la percentuale di maggior performance, più moltiplichi i milioni del tuo stipendio e dei bonus. E più, nella  tanto esaltata managerialità o “governance” (o gestione aziendale), importate di malapianta dall’America, sei insofferente al buon senso e  persino alla logica economica. Che, dopo crisi tremende, sono state costrette a imporre un minimo rapporto tra fondi propri e investimenti (più o meno speculativi). E quindi performance, avidità, insofferenza alle regole  spronano tutti  all’assumersi  più rischio e a confondere, come si è spesso dovuto ammettere,  finanza e casinò.

L’azionista, soprattutto

Sovra tutto, come terzo fattore, quello che è stato definito “il paradigma del capitalismo azionariale”. Che cosa si intende? Per dirla in termini semplici, a partire dagli anni ’80 (rivoluzione neoliberista?), un nuovo quadro di gestione o manageriale è emerso negli Stati Uniti, esportato subito in Europa. L’obiettivo delle aziende dev’essere esclusivamente quello di fare profitti, quindi di creare valore per i propri soli azionisti (shareholder), ottenere il rendimento massimo del capitale.

È quello che è stato definito “Shareholder Capitalism”, che ha rappresentato la scuola di pensiero dominante. Tuttavia, caso da segnalare perché è un implicito riconoscimento di fallimento, nell’agosto dello scorso anno, l’America’s Business Roundtable (associazione dei Ceo delle corporation americane) aveva lanciato sul Washington Post un manifesto proclamante la necessità di abbandonare la dottrina della “shareholders value” o del primato della massimizzazione del valore per l’azionista, cardine del neoliberismo, perché fonte di infiniti guai.

Se non è un’ideologia…

Dottrina che ha comunque  influenzato tutti i processi  bancari: dalla misurazione della “performance” economica conferendo al valore ottenuto dall’azionista (shareholder value) una posizione centrale nella valutazione, dimenticando tutto il resto (il lavoro, ad esempio,  ridotto solo a un costo); la visione sempre cortoterminista (causa anche sia della crisi energetica attuale sia di quella climatica); ai sistemi incentivanti dei “manager” (superbonus); alle nuove competenze di cui era necessario dotarsi (ricorso nella Svizzera “sovrana” a dirigenti esteri strapagati ritenuti più performanti, rotazione impressionante dei vari Ceo; emblematico ora il richiamo di Ermotti alla guida dell’Ubs). Altro che responsabilità sociale!

Ed è da qui che è scaturita l’eterna domanda cui non si dà mai risposta: la finanza deve servire l’economia o, viceversa, deve servirsene? Anche se c’è chi scrive, terminando un articolo sulla “responsabilità sociale dopo il caso Credit Suisse”, quasi fosse ritornata in forze: “Oltre il 90% del fabbisogno di investimento potrebbe essere finanziato dalle banche principalmente tramite crediti bancari e ipoteche. Più la ricchezza si concentra in mano a poche aziende e persone, più si concentrano anche le responsabilità. È in gioco il nostro benessere. Cittadine e cittadini possono fidarsi”. Mancava solo aggiungere: siamo riconoscenti a chi ci salva!

C.D.D., come dovevasi dimostrare, come nella soluzione scontata delle vecchie equazioni. Dunque:  la responsabilità sociale esiste.  Proibito pensare diversamente. Dopo quel che è capitato  e come si è risolto, la fede dev’essere salda.  E saldamente svizzera. Se questa non è un’ideologia… è certamente  una  religione.