Sergio Rossi – Il ritorno di Ermotti, salvatore della patria?

Richiamato alla guida dell'UBS, costretta al matrimonio con CS 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Nell’immagine: la conferenza stampa organizzata dall’UBS (tecnicamente disastrosa)


Occupy Paradeplatz (again!)

Richiamato alla guida dell'UBS, costretta al matrimonio con CS 

Per evitare il fallimento di Credit Suisse, che costa ai contribuenti e alla Banca nazionale centinaia di miliardi di franchi, si poteva fare diversamente? Certo: si poteva nazionalizzare. I politici e anche gli esperti mettono in guardia: la nazionalizzazione è contro i principi svizzeri, si tratta di una prospettiva irrealistica, non appartiene alla cultura politica della Svizzera, è un’utopia. Sarà vero? Non è detto. 

Dopo la crisi del 2008 sono state nazionalizzate numerose banche in Europa: dalla Gran Bretagna alla Spagna, dall’Islanda all’Olanda. In Germania è stata varata una legge che permette di espropriare gli azionisti. Nell’Unione Europea le nazionalizzazioni di imprese hanno ripreso slancio nel periodo della pandemia. Lo Stato, in caso di crisi, torna in auge anche fra i paladini del liberismo. 

D’altra parte, gestire il Credit Suisse peggio che negli ultimi venti anni è impossibile. I tre giornalisti tedeschi autori di Segreti Svizzeri hanno messo in luce gli scandali (costati miliardi di franchi di multe nel mondo!) e il ruolo dei “banchieri svizzeri nell’occultare le ricchezze di evasori, dittatori, mafiosi e della Chiesa, con l’aiuto dei politici”. (La Finma non ha letto?)

In Italia, nel periodo del boom del secondo dopoguerra, le maggiori banche nazionali erano pubbliche e controllate dall’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Ma restiamo a casa nostra: la Posta, le Ferrovie federali e la RUAG, azienda che produce “sistemi militari terrestri e aerei”, sono proprietà della Confederazione. Simonetta Sommaruga e Albert Rösti non sembrano equipaggiati per gestire traffico postale e ferroviario. E Viola Amherd non pare particolarmente competente nel campo degli armamenti (vedi acquisto dei jet F-35). Però le tre imprese funzionano.

La creazione del “mostro” UBS+CS (definizione della Neue Zürcher Zeitung) è ben più pericolosa di una nazionalizzazione, che poteva essere decisa subito dal Consiglio federale, e che rimane un obiettivo praticabile. 

Sono in aumento le voci di chi vede nella creazione di una super-mega-banca, che elimina la concorrenza e che se fallisse trascinerebbe con sé l’intera economia del Paese, un pericolo da evitare. Thierry Burkart, presidente del partito liberale elvetico, formazione amica del mondo bancario, propone che l’unità svizzera di CS, che funziona bene, sia staccata e resa indipendente da UBS. Il capogruppo socialista Roger Nordmann e il presidente del Centro Gerhard Pfister non escludono che Postfinance, il settore finanziario della Posta in mano pubblica, possa giocare un ruolo nell’assumere una parte scorporata di CS.

Secondo l’economista Mariana Mazzucato, autrice di Ripensare il capitalismo, lo Stato ha dimostrato in più occasioni di essere più performante nel gestire aziende e imprese, puntando su sviluppo, innovazione e redistribuzione, invece che sul profitto.

C’è una proposta interessante, avanzata dal Forum Denknetz: dalle ceneri del CS potrebbe nascere la Swiss Climate Bank. In particolare, afferma Denknetz: “Le attività svizzere del Credit Suisse sarebbero separate da UBS e trasferite a un’organizzazione pubblica senza scopo di lucro. Un simile passo deve essere valutato anche per il business internazionale di Credit Suisse, ad esempio, in collaborazione con l’UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo. Invece di una banca mostruosa orientata al passato, ci sarebbe un potente attore per un sistema bancario orientato al futuro”.

Una banca per il clima avrebbe un ruolo innovatore in Svizzera, e forse non solo, per finanziare la transizione ecologica. E potrebbe offrire altri servizi alla popolazione rispettando i principi del servizio pubblico. Per sostenere questa rivendicazione, sarebbe opportuno ripristinare, davanti al palazzo di Credit Suisse (ormai un po’ di noi contribuenti, visti i miliardi che offriamo), una postazione di Occupy Paradeplatz, rilanciando lo slogan di una dozzina di anni fa: “Save people, not banks”.

Nell’immagine: la versione zurighese di “Occupy Wall street”, nel novembre del 2011


Enzo Jannacci, non un genio ma «il» genio

Richiamato alla guida dell'UBS, costretta al matrimonio con CS 

Quando si parla o scrive di Enzo Jannacci, quando si pensa alla sua opera, un termine risulta essere praticamente obbligato e obbligatorio: «genio». Veda il lettore se «un» oppure «il» genio.

Poliedrico, frequentatore di linguaggi diversissimi (la canzone, certo, ma anche il cabaret, il teatro, la poesia, la televisione, la narrativa, il cinema…) ed esploratore di generi persino opposti: il dramma come solo i comici, la denuncia sociale, la microstoria regionale, il surrealismo creativo, la tragedia e il noir…  

 Genio: come definire altrimenti uno che ha studiato al conservatorio ma anche medicina all’università, presentandosi dopo il liceo scientifico (una bestemmia, ai tempi)? Uno che è cardio-chirurgo ma anche protagonista della cultura alternativa milanese degli Anni Sessanta? Forse un’idea ce la può dare la rete di amicizie che lui ha sempre saputo tener vive, nomi che soli dicono già tutto: Dario Fo, Umberto Eco, Beppe Viola, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, Paolo Conte, Sergio Endrigo, Fabrizio De André, Vasco Rossi… In poche parole: Jannacci è Jannacci. Unico e inarrivabile.

La sua storia, e non meraviglia, non è esente da ironia («volete sapere come si chiamano i miei genitori? non è una battuta ma… Giuseppe e Maria»). Figlio di un emigrato meridionale («Vegnii-giò chì a Milan, chì a Milan / Mi gh’avevi dù ann forse trii ann apena // Ohé son chì / ma quand sont arrivaa chi (mi, el teron) / Tegnii-su ‘me on fagott dal papà / Contrapes ‘na valis de carton») non si fa problemi nel diventare bandiera del dialetto lombardo, sua lingua materna. Attratto fin da piccolissimo dalla musica (gli regalano una fisarmonica quando ha 4 o 5 anni) non se ne distacca più, ovviamente abbracciando poi tanti altri strumenti. Nel suo momento jazz eccolo al pianoforte, quando scopre il rock una chitarra, sul palco teatrale altri strumentini, in concerto poi con una voce pronta a trasformarsi in strumento (da stridula a malinconica, da profonda a ieratica). Ogni etichetta è per lui riduttiva. Lui è oltre.

Non sempre ha avuto successo, anche perché lui l’ha ricercato sì e no. In fondo gli bastava essere conosciuto senza insistere troppo sull’ identità, agendo quasi di nascosto, alla faccia dell’ego oggi dominante. Per Jannacci l’importante è il contenuto, l’idea, non chi l’ha partorita. Basti pensare a due punti fermi della canzone d’autore italiana («Bartali» interpretata da Paolo Conte e «Via del Campo da Fabrizio De André): chi mai riconduce questi brani a Jannacci ? Pochi. Lui semmai richiama al sacrosanto insulto all’ipocrisia di «Vengo anch’io no tu no» (che nel suo piccolo è stata una vera bomba nel panorama della canzone, e culturale, italiana) o alla successiva «Ho visto un re» (subito censurata dalla Rai…).

Un idealista, ecco. E soprattutto uno vero. Che ha sempre detto e cantato quello che più gli andava, seguendo l’estro.  

Capace di far ridere e nel contempo rattristare, facendo magari riferimento a Brecht ed alla sua Tebe dalle sette porte («povero re / ah, beh, sì, beh / ma povero anche il cavallo / ah, beh, sì beh»), oppure con «L’ombrello di mio fratello» a dare quel tocco un più al film «La vita agra», 1964, di Carlo Lizzani (dal romanzo di Luciano Bianciardi, 1962). Struggenti storie d’amore («Giovanni telegrafista») e quadri di crudo realismo («Vincenzina e la fabbrica»). Surreale (con la già citata «Vengo anch’io, no tu no») e nello stesso tempo cantore della ligera (la malavita) milanese. Le sue non sono canzoni ma storie cantate, magari nate da una creatività improvvisa e sicuramente levigate da una sensibilità umana irrinunciabile nei confronti degli esclusi, degli infelici. «Ci vuole orecchio» cantava mettendoci tanto, ma tanto cuore: su di un palco, davanti a una telecamera, alle prese con un pianoforte. Altro che barlafuus…, vedasi «La filosofia di Enzo Jannacci: storie di un barlafuus», ed. Mimesis, 2019.

Oggi sono 10 anni che Jannacci ha salutato tutti. A chi scrive piace ricordarlo con due titoli: quello di un libro che già disse tutto nel 1974 («L’incomputer» scritto con Beppe Viola, voluto da Umberto Eco con presentazione di Stefano Bartezzaghi, edito da Bompiani) e quello della sua canzone-specchio-confessione: «Lettera da lontano», 2001, dedicata a Silvia Baraldini («non servirà a niente/ma almeno saprà che le siamo vicini») a suo figlio («che mi ha guardato cantare come fossi io il figlio») alla moglie («che non ha avuto un marito, ha avuto solo le doglie») e ad altri.

E una definizione di Beppe Viola: «Lui è Rivera, io sono uno che corre. Con una squadra fatta da me arrivi quinto o settimo, con lui vinci il campionato». 

Nell’immagine: un memorabile trio. Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Dario Fo in una celebre fotografia di Guido Harari


In ricordo di Enzo Jannacci a dieci anni dalla scomparsa – Un racconto (3)

Richiamato alla guida dell'UBS, costretta al matrimonio con CS 

Di Enzo Jannacci, La Regione, 30.6.2007

C’eravamo fermati a orinare in compagnia, per via del ladro, della spia eccetera eccetera. La Seicento ci guardava con i suoi occhi piccoli dei fanali posteriori che sono più piccoli come dice la parola stessa. 

Nessuno parlava, né il batterista, né il bassista cantante, né il chitarrista jolly, né per l’occasione l’altosassofonista cantante che era Luigi Tenco. Cioè non parlavano, loro, perché erano presi come delle bestie a orinare. Io invece parlavo perché mi avevano tirato fuori dal freddo con la storia del ladro, della spia, eccetera eccetera. Così, che già ero fuori, non c’era niente da orinare, mi ero messo a parlare mentre Luigi Tenco cercava di aggiustare la cinghia della ventola con una biro. Vabbe’. Luigi studiava da ingegnere, se non lo sapeva lui… E questo è un fatto. 

A me piace parlare con la roba. È uno dei motivi per cui la gente mi considera strano e mi va bene anche se si tratta di roba liquida. Oddio, non è che parli allo stesso modo con una bottiglia di Chinotto o con il Mar Ligure. Dico nel senso che se devo parlar con della roba liquida preferisco parlar con l’Idroscalo, anche perché lui non disturba. Il mare, per via del cif ciaf a riva (vedi risacca), non lascia le pause, cioè vuole parlare sempre lui. Così non andiamo d’accordo. 

Così, quella sera lì, per ragioni in parte urologiche, in parte legate al Ministero della difesa, mi trovavo di fronte al Naviglio che è roba liquida anche lui, ma è meno importante dell’Idroscalo, battezzato ultimamente Milano Lago. 

Mi trovavo lì con altri quattro deficienti intenti in altre faccende e con la Seicento con gli occhi piccoli così, io gli ho detto, all’Idroscalo: “Tu cerca di camminare, sennò vado in giro a dire che c’hai dentro Aldo Moro. Dopo voglio vedere cosa ti fanno”. 

Il chitarrista aveva finito di allacciarsi i pantaloni e mi venne vicino con un falso paternalismo, e mi disse: “Ma sei ben strano tu, eh? E poi sei sempre così pessimista! Ma pensa alla vita, pensa alla festa di stasera, pensa a quello là che dice ‘l’ottimismo è il sale della vita…’”. Ma va’ a caga’, ti e l’ottimismo! 

“Pensa alla festa di stasera, alla bella gente che vedremo, dove andremo a suonare. Che magari ci divertiamo”. 

In effetti, era vero. 

In una veglia di 10 ore fatta per i 18 anni della casa del commendatore salendo con l’ascensore di servizio con stop regolamentare alternato all’una, per qualche panino offertoci gentilmente in cucina, poteva capitare anche di divertirsi. 

E bravo il chitarrista jolly, e bravo anche Tenco. La macchina era ripartita e io non avevo neanche orinato. 

Gli altri racconti
Nell’immagine: Enzo Jannacci nel film di Carlo Lizzani “La vita agra” (1964)


Caos in Israele, le radici del male

Richiamato alla guida dell'UBS, costretta al matrimonio con CS 

“Democrazia occupante”, viene anche definito Israele. “Occupante”, e lo sanno bene i palestinesi da oltre mezzo secolo oppressi, senza patria nonostante le risoluzioni dell’ONU, oggetto di una crudele ‘apartheid”, costretti a vivere dietro i “muri di sicurezza”, obbligati a subire la continua estensione delle colonie ebraiche. Ma comunque, al suo interno, pur sempre una “democrazia” : almeno parziale, visto il trattamento riservato al quindici per cento della sua popolazione araba, rimasta all’interno dei confini della nazione nata nel 1948. Confronto politico nazionale spesso duro, anche esagitato, con una rapida trasformazione della società sempre più estranea alle idee dei padri fondatori, e in perenne fibrillazione come segnalano i continui, inutili ricorsi anticipati alle urne. Paese precipitato nel caos, nelle larghe faglie di una lacerazione che – si dice forse esagerando – potrebbe essergli fatale.

L’”unica democrazia del Medio Oriente”, come ama spesso definirsi, conosce così la crisi più grave della sua storia e questo grazie proprio a un vigoroso soprassalto… democratico. Fiumi di manifestanti che da mesi scendono nelle piazze per contestare la progettata riforma della magistratura: revisione brutale, che non solo depotenzierebbe (in un paese senza Costituzione) i poteri della Corte suprema, addirittura la annichilirebbe, cancellerebbe la divisione dei poteri, porrebbe i giudici sotto tutela di parlamento e governo in carica, che ne possono bloccare le sentenze, quelle sui palestinesi e sugli ultra-ortodossi esenti dal servizio militare. E annullare la decisione di processare il premier Benjamin Netanyahu per corruzione e abuso di potere. 

Per salvare sé stesso, dice lo scrittore David Grossman, “Bibi” non si preoccupa di portare la nazione alla rovina. Già due anni fa (sconfitto elettoralmente da una problematica coalizione di schieramenti troppo diversi) aveva lasciato Israele nel disastro: una (obiettiva) sconfitta militare nell’ennesimo scontro ‘missilistico’ con i fondamentalisti islamici di Hamas padroni di Gaza, e violenti scontri, come mai in passato, nelle cittadine e nei villaggi interetnici, con moschee e sinagoghe in fiamme.

Per riconquistare lo scorso novembre la poltrona di capo del governo, e rafforzare il suo personale record di premier più longevo dello Stato ebraico, l’intramontabile “Bibi” (figlio della storica “corrente riformista”, la più intransigente del progetto sionista) si era alleato con il peggio della politica israeliana di destra estrema: con Bezolel Smotrich, campione della politica coloniale e identitaria, e soprattutto con Itmar Ben Gvir, seguace di un rabbino autore della strage anti-palestinese sulla tomba dei Patriarchi a Hebron, fondatore di un partito messo fuori legge per ideologia razzista e progetti di totale colonizzazione di Giudea e Samaria. Inoltre, Ben Gvir, che era tenuto sotto controllo dai servizi segreti dello Sin Bet, mentre oggi è ministro della sicurezza.

Il disastro era dunque più che preannunciato. Ora, sotto la pressione della piazza democratica, ma anche di ministri dissidenti, di molti riservisti, del capo dello stato Herzog, Netanyahu, superando le minacce degli esagitati partner di governo, promette di congelare il progetto anti-magistratura. Un passo indietro rispetto al baratro. Che tuttavia rimane lì, vicinissimo. E che dovrebbe spingere Israele a una riflessione urgente sulla sua natura. Ancora più necessaria. Ma finora sempre elusa.  

Scritto per La Regione
Nell’immagine: uno striscione mostrato dai manifestanti israeliani chiede l’arresto di Netanyahu, Trump e Putin


Democrazia in ostaggio

Richiamato alla guida dell'UBS, costretta al matrimonio con CS 


Se il clima fosse una banca

Richiamato alla guida dell'UBS, costretta al matrimonio con CS 

“Se il clima fosse una grande banca, il Governo l’avrebbe già salvata da tempo”, ha detto Balthasar Glättli – riferendosi al crollo di Credit Suisse – all’Assemblea dei Verdi. E meglio non si poteva sintetizzare il conflitto tra capitale e biosfera. Che riprendiamo chiedendoci: transizione digitale o transizione ecologica? La prima – la digitalizzazione del mondo, del lavoro e della vita – è necessaria alla transizione ecologica e alla soluzione della crisi climatica? Molti – soprattutto il capitale e l’industria e la finanza e i mass media mainstream – dicono ovviamente di sì. Ma è davvero così, oppure anche la digitalizzazione del mondo è in conflitto con l’uscita dalla crisi climatica, anzi ne è una delle cause, dirette e indirette? Proviamo a guardare ai processi, senza lasciarci affascinare dalla propaganda del capitale e dell’industria.

Domanda preliminare e fondamentale: da cosa nasce la crisi climatica? Nasce da tre secoli di rivoluzione industriale e di capitalismo sfrenato e sfruttatore di uomo e biosfera. Perché il capitalismo – il tecno-capitalismo, come preferiamo chiamarlo – si basa su questi elementi strutturali e oggi anche sovrastrutturali: massimizzazione del profitto privato/plusvalore e concorrenza spietata; divisione e poi totalizzazione del lavoro mediante dei mezzi tecnici di connessione (i veri mezzi di produzione), ieri la catena di montaggio e oggi il digitale; sfruttamento del lavoro umano, infinita ricerca di maggiore produttività ed estrazione crescente di pluslavoro (cioè lavoro non retribuito, lavoro gratuito, eccetera); delocalizzazioni produttive ed esternalizzazione del lavoro (grazie al digitale…) e competizione sui costi; sfruttamento massimo delle risorse naturali via colonialismo di stato e di impresa, dal carbone al petrolio, oggi terre rare, litio, agrobusiness, deforestazione; impoverimento di massa e crescenti disuguaglianze, con ricchi sempre più ricchi; imperativo categorico di consumare sempre di più per sostenere la produzione e i profitti privati conseguenti e quindi marketing come organizzazione scientifica del lavoro di consumo e management come organizzazione scientifica del lavoro di produzione; privatizzazione della natura/biosfera (della Terra), ceduta a imprese private che hanno come scopo di massimizzare il profitto a breve senza responsabilità per il futuro (la Exxon ha ammesso di avere per anni nascosto il riscaldamento climatico pagando scienziati – sic! – per produrre ricerche false); rifiuto del concetto di bene comune; rifiuto del concetto di limite e di responsabilità.

Quindi, il tecno-capitalismo è strutturalmente in conflitto con la transizione ecologica e di fatto tenta di impedirla con ogni mezzo, cercando di convincerci che alla crisi climatica possiamo solo adattarci ed essere resilienti, essendo ormai un dato di fatto immodificabile e soprattutto irreversibile – anzi potendo diventare – si chiama shock economy – una nuova fonte di lucroso profitto privato… Di più: il sistema è preoccupatissimo per il calo demografico, ma a nessuno viene in mente di imporre al sistema di risolvere prima la crisi climatica – perché dovrei fare figli oggi (se fossi più giovane…) e farli vivere domani in un disastro climatico ancora peggiore? Va bene essere fessi…

E cos’è il digitale se non capitalismo all’ennesima potenza? Escludendo ciò che il digitale permette di ottenere in termini positivi di diffusione della cultura, di archiviazione, di conoscenza, di ricerca scientifica, di previsione, di razionalizzazione energetica, questi sono i suoi veri effetti sulla vita umana: sfruttamento ulteriore del lavoro e della vita, con intensificazione e accelerazione dei tempi-ciclo nel taylorismo appunto digitale, produttivo e consumativo; estensione del pluslavoro/lavoro gratuito, con la caduta della distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro – e quindi estensione della giornata lavorativa e consumativa ad h24, quindi accrescimento della produttività, quindi produzione di più cose che necessitano di essere consumate sempre di più per accrescere il profitto privato (e se i redditi diminuiscono il sistema inventa il Black Friday…); neo-colonialismo aziendale e statale per lo sfruttamento anche delle materie prime necessarie al digitale; cattura della psiche umana ed estrazione da essa di profitto privato (la nostra profilazione per il Big Data); delega del governo del mondo alle macchine/i.a./machine learning – quindi alienazione dell’uomo da se stesso e dalla responsabilità verso la biosfera e le future generazioni; ulteriore rifiuto del concetto di limite perché il digitale è soprattutto funzionale all’accrescimento e al potenziamento dei processi produttivi e consumativi (sempre di più…). 

Tutto secondo quella logica ben evidenziata e promossa già negli anni ’50 dall’economista americano Victor Lebow: “La nostra economia incredibilmente produttiva ci chiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in autentici rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo […]. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati a un ritmo sempre maggiore”. Il modello americano è diventato il modello del mondo intero. Ma è irrazionale e irresponsabile in termini di sostenibilità ambientale.

A questo si aggiunge l’ultimo misfatto del digitale, quello che Shoshana Zuboff ha definito capitalismo della sorveglianza (e rinviamo nuovamente al suo saggio, dallo stesso titolo, uscito in italiano nel 2019 per i tipi di Luiss University Press). Scrive Zuboff: “Il potere delle aziende private non è più solo economico, ma anche sociale. Io ho definito le forme economiche che stanno alla base di questo potere capitalismo della sorveglianza perché mantengono elementi centrali del capitalismo tradizionale – la proprietà privata, la quotazione in Borsa, la crescita e il profitto – ma non potrebbero esistere senza le tecnologie digitali. Metodi occulti di osservazione divorano le esperienze private e le trasformano in dati sui comportamenti. E questi dati, che sono generati dalle persone e che sono stati acquisiti in modo discutibile, sono immediatamente reclamati come proprietà dell’azienda e sono venduti a clienti che operano in un nuovo tipo di mercato in cui si commercia in informazioni per individuare in anticipo quali possano essere i comportamenti delle persone [e farle consumare di più…]. Non abbiamo votato queste aziende perché governassero. Ma, grazie alla forza derivante dalla loro rivendicazione dei diritti di proprietà, gli imperi privati della sorveglianza hanno di fatto compiuto un golpe epistemico e antidemocratico. Con questo intendo una rivoluzionaria presa del potere, con cui si sono appropriati del sapere e degli strumenti per l’acquisizione del sapere”. Con il paradosso per cui ciò che era considerato dalle democrazie liberali come un tratto inaccettabile e osceno dei totalitarismi politici del ‘900, cioè la sorveglianza di massa, oggi lo accettiamo senza fiatare se prodotto dal tecno-capitalismo e dal neoliberalismo – che sembrano sempre di più il nuovo totalitarismo del XXI secolo.

Se tutto questo è vero, allora dovremmo iniziare a ragionare non in termini di transizione ecologica e di transizione digitale, ma di transizione ecologica o di transizione digitale. Perché è la Terra ad essere troppo grande per lasciarla fallire…


In ricordo di Enzo Jannacci, a dieci anni dalla scomparsa – Un racconto (2)

Richiamato alla guida dell'UBS, costretta al matrimonio con CS 

Di Enzo Jannacci, La Regione, 7.6.2008

Una cosa che mi sono sempre domandato è perché se tu una volta mandi a fare in culo un camionista, ti devi trovare di fronte per forza uno che mentre ti dice “Parlava con me capo?” ti solleva te e la Giulia.

Mai che ti trovi davanti uno normale, cioè con le dimensioni di uno normale, tipo me, sì insomma tipo residuato bellico, che con la Giulia, alla fine della fiera, puoi tirarlo anche sotto. Io però sono un vigliacco e un rischio così non ho mai avuto il coraggio di correrlo; perché mi sembra sempre impossibile che un camionista possa essere del secondo tipo, cioè tipo vaffanculo. 

Invece  lui, Vìttorìno Moretti, c’era come uomo e come camionista ed era contento in tutti e due i sensi. Come uomo si era ormai piazzato da solo senza dover dipendere dai parenti, con una moglie piccola che aveva sempre sorriso di tutto e un bambino che assomigliava soltanto a sua moglie, che tutto sommato sarebbe venuto su anche meglio di lui con tutti i casini in cui si era venuto a trovare in vita sua. Secondo: come camionista per il fatto che, intanto, aveva una voce da baritono che se ti azzardavi a tirargli un vaffanculo ti rispondeva come se fosse Duilio Loi, mentre invece era alto 1.58; e siccome era un attore nato, lui stava sul camion come se fosse sul palcoscenico, per cui era felice. Da due anni. E quel giorno che aveva ritirato la paga in ditta era ancora più felice, e si scoprì a recitare meglio del solito il monologo di Antonio.

Tutta questa roba qui sotto un sole che picchiava come una bestia da Bordighera a Ospedaletti dove erano 22 giorni che portava su e giù terra per il nuovo terrapieno-passeggiata-turisti malati di cuore- bambini anche della colonia. Da due anni.

Con un caldo della madonna, però era contento lo stesso. Anche degli hippies, sì insomma quelli lì con i vestiti strapelati, i capelli lunghi e i pantaloni da marinaio che sua moglie glieli aveva buttati via perché lui voleva portarli anche di domenica; cosa c’entra, se sono puliti, con una bella camicia bianca, sbarbato non faceva mica far figure; e lei gli aveva sorriso ancora una volta: “Ma cosa continui a ridere che non c’è niente da ridere”. 

Cosa c’entra? Si capisce: una che è nata a Pieve Emanuele non può capire né il monologo di Antonio con i tempi e i ritmi giusti, né gli hippies che erano gli unici coi quali non doveva recitare. Così questo hippie lo aveva tirato su. 

“Speak English?”

“Sì, domani mattina. Scespir, ma in italiano, se no pedalare caro il mio hippie” e questo qui a ridere anche lui.

“Se nasco un’altra volta faccio l’attore davvero però, altro che andar su e giù con questo camion di merda a portare terra per il terrapiena-passeggiata-turisti malati di cuore-bambini anche della colonia. Che se almeno ‘sta terra qui servisse per piantare patate …”

E l’hippie a ridere.

“Cosa ridi, scemo. C’ho già mia moglie che ride di te, di me, di Bruto, di Cesare, del camion. Dove vai?”

“Dove lei”, aveva risposto l’hippie questa volta in italiano, un po’ balordo, ma italiano.

“Vado a Ospedaletti per via del camion con la terra…”

“Va bene, vengo anch’io”.

“Ma questo qui è matto! Ohé, nano, guarda che dove vado io non c’è mica la spiaggia con gli ombrelloni e la piscina climatica. Ci siamo solo io, te e il camion, con un sole che spacca in due”.

“Va bene lo stesso, io guardare”.

Scemo, ma simpatico, l’hippie. Così, arrivati sul luogo, aveva cominciato a far manovra per scaricare il rimorchio e l’hippie lì a guardare.

“Guarda, guarda, visto il Vittorino? Adesso ti metto la ridotta, due botte al volante e una al rimorchio e ti piazzo il camioncino”.

Soltanto che il camion non recitava e così, forse perché il caldo lo soffrono anche i camion, si era lasciato scivolare lentamente, ma molto lentamente nel mare che lì era profondo almeno trenta metri. Sulle prime il Vittorino aveva cercato disperatamente di fermarlo, mettendo le sue povere spalle del tipo prendi su e porta a casa sotto l’avantreno, poi inebetito lo aveva guardato andare giù. Nel mare. Un camion. E lui di casini ne aveva già combinati ma era roba da poco, per via che era timido. Ma questa qui del camion era troppo grossa, con l’hippie lì a guardare, solo che non rideva più, piangeva.

“Piange. Cosa piangi a fare, pirla!” E così Vittorino Moretti si tolse la giacca, tirò fuori il portafoglio di marocchino con la foto e la busta paga e con la sua bella voce di baritono disse all’hippie: “Senta, sbarbato, lei non è italiano, ma questa qui è mia moglie, vede come ride – ecco – lei ride, anzi sorride, lei le dà questi da parte di suo marito casinista. Perché uno non può mica permettersi di perdere un camion come un imbecille…”

E – plam – si buttò dentro anche lui. Siccome erano trenta metri, due sub dei bagni Biblos ci misero quattro ore a tirarlo fuori. Loro però non piansero, anzi quasi ridevano, perché a sentirla raccontare da quel pirla lì, straniero, sembrava la storia del conte di Montecristo. Certo che se uno è così scemo da buttar via l’esistenza perché ha perso un camion pieno di terra…

Gli altri racconti
Nell’immagine: Enzo Jannacci nel film di Carlo Lizzani “La vita agra” (1964)


Lorenzo l’illusionista (e nulla più)

Richiamato alla guida dell'UBS, costretta al matrimonio con CS 

Siamo quasi agli sgoccioli del consueto e consunto teatrino elettorale, lo spettacolo d’arte varia in cui si susseguono dichiarazioni, volti, slogan e santini come piovesse, facce che si vogliono rassicuranti con il loro sguardo fermo e chiaro verso il futuro. Ognuno dà il meglio di sé, in relazione a quanto ne ha, e le giornate per noi elettori passano pigre, lasciandoci in bocca il gusto un po’ sciapo di minestra riscaldata (o di brodo allungato), che non vedi l’ora che finisca, si passi oltre, tanto abbiamo capito…

Ma poi, ecco che arriva il gran finale, il colpo a sorpresa (si fa per dire) e da dietro il sipario (dove alberga preferibilmente) esce Lorenzo Quadri vestito da pompiere, per spegnere i toni incendiari che non si sono risparmiati dalle sue parti, dentro un’“alleanza” di destra dai tratti paradossali, da mesi costruita per fare il pieno di voti grazie all’esibizione in contemporanea di due facce solo apparentemente antitetiche, l’una per dire “continuità” e l’altra per sentenziare “cambiamo. Ora!”.

Il fatto è che (come in ogni prestidigitazione che si rispetti) si rischia sempre di far scoprire il trucco, ed ecco che alle chiare avvisaglie di un possibile smascheramento (con tanto di autolesionistici effetti per la parte leghista su cui incombe il tout va bien di Mr. Le Marquis) il “Mattino” deve correre ai ripari. 

Così, quello che si profilava come un duello da mezzogiorno di fuoco (e che in realtà è l’aspetto di maggior richiamo elettoralistico di questi mesi) trova, appunto, nel mago pompiere di Corticiasca un vero artista del colpo di reni (di genio sarebbe troppo dire). Sicché ecco che ieri, sul domenicale leghista, con la sola imposizione delle mani ci viene spiegato – o meglio viene spiegato al popolo di Via Monte Boglia – che i sondaggi dei sinistrati della R$I danno il movimento in preoccupante perdita di voti e seggi e che dunque bisogna assolutamente mobilitarsi, perché, attenzione, qui viene il bello [occhio di bue sul mago] “se la Lega arretra, a festeggiare è la casta tassaiola, immigrazionista, eco-isterica, euroturbo, spalancatrice di frontiere, odiatrice degli automobilisti, sovranofoba, sperperatrice di soldi pubblici. Quella che già oggi opprime i cittadini con il suo strapotere. Insomma: un vero incubo, dal quale vogliamo svegliarci quanto prima! “

Un genio! Il Brachetti della politica ticinese, capace di sparire e ricomparire in vesti diverse nel giro di un battito di ciglia, qui leva dal cilindro la carta (non diremo il coniglio) dello strapotere della sinistra che in verità non sta di casa da nessuna parte (neanche alle Orsoline) ma che diventa utilissimo per nascondere (sotto un panno rosso) che per gli stessi sondaggi dei “sinistrati di Comano” perderebbe anche il PS. A soffiare i voti alla Lega, infatti, non è affatto la sinistra ma sarebbe nient’altro che l’alleato innominabile (l’UDC, per intenderci), quel partito con cui la Lega non solo ha costruito un’alchemica alleanza elettorale, ma anche il partito con cui mena il gesso ( o il can per l’aia) in Parlamento da diversi anni (portando con sé anche porzioni – o pozioni – non indifferenti di quello che una volta si chiamava PLR), in nome, ça va sans dire, del ceto medio.

Dunque, cos’ha fatto il nostro illusionista? Ha trasformato un duello in un triello (che neanche Sergio Leone) benché il terzo litigante (il buono, diciamo, per solidarietà) non stesse mostrando alcuna intenzione di entrare in scena (men che meno in quella). Ma fra brutti e cattivi (detto con rispetto ed ironia, s’intende) non sapevano come uscirne, anche perché i bookmaker da saloon parevano e paiono tuttora più propensi a puntare su un ulteriore avvicinamento delle posizioni nella corsa al Governo fra Zali e Marchesi (con la benedizione dello sceriffo Norman).

Ecco dunque che, ricondotto Boris Bignasca alla calma dopo le imbarazzanti dichiarazioni a Teleticino, ci deve pensare “Il Mattino” ed il suo trasformistico direttore a tenere insieme la sgangherata baracca, la stravagante brigata di quelli che lì, a destra, stanno, per chissà quale incantesimo, ancora e tuttora a dettare l’agenda politica cantonale nove volte su dieci, concedendo la decima (quasi biblicamente) all’altra parte dell’emiciclo. Così, per poter dire che non sanno far altro che chiedere tasse.

Chissà se un giorno una qualche innocente creatura, ancora ignara di come vadano le cose in questo nostro paese, salterà su, in mezzo al pubblico, dicendo “ma lì c’è un trucco!”


Falsi quadri elettorali

Richiamato alla guida dell'UBS, costretta al matrimonio con CS