Too big to fail

 


Più rispetto per la cultura

 

Di  Franca Verda Hunziker, Nelly Valsangiacomo, Silvia Torricelli, Tommaso Soldini, Aurelio Sargenti, Virginio Pedroni, Fabrizio Mena, Andrea Ghiringhelli, Pasquale Genasci 

La serietà con cui ci si adopera per rispondere alle interrogazioni parlamentari è una cartina di tornasole del rispetto che si ha nei confronti del legislativo e del suo fondamentale ruolo.

Com’è stato ribadito dalla stessa granconsigliera («laRegione», 17 marzo 2023), la reazione all’interrogazione inoltrata da Anna Biscossa (n. 09.23 del 23 dicembre 2022) sulle procedure anomale riguardo ai concorsi per la direzione della Pinacoteca Giovanni Züst e dell’Archivio di Stato è un significativo esempio di scarsa considerazione nel rivolgersi al legislativo. Non solo la risposta del Consiglio di Stato (n. 948 del 1° marzo 2023) ricalca pedissequamente una lettera pubblicata dalla direttrice della Divisione della cultura e degli studi universitari (DCSU) sul quotidiano «laRegione» in data 21 dicembre 2022, ma soprattutto non offre risposte né chiare né soddisfacenti.

Della risposta governativa vanno evidenziati almeno due punti, tra i molti discutibili. Dapprima le ragioni addotte per giustificare l’apertura dei due concorsi con l’esorbitante anticipo di un anno: un lungo periodo che non solo non rientra nelle prassi di nomina previste e praticate per le alte funzioni amministrative, ma che non regge di fronte all’ipotesi che vi potessero essere persone interessate provenienti da fuori Cantone o, citiamo, “addirittura dall’estero”. 

In secondo luogo, le commissioni di nomina sono state composte senza i necessari criteri di logica e trasparenza. Se infatti si aspirava davvero ad avere candidature di alto profilo le commissioni dovevano a maggior ragione essere super partes per garantire un approccio scientificamente certificato e per assicurare una valutazione delle candidature fondata su competenze, capacità ed esperienza. Mal si capisce dunque perché sia stata prevista nelle due commissioni la presenza della direttrice del DCSU unitamente a persone a lei subordinate e a responsabili di istituti culturali che godono di sostegni cantonali. Nei casi in questione, nemmeno la participazione di direttori/trici di istituti simili operanti in altri cantoni, normalmente prevista, è stata considerata. In una tale situazione, difficile credere a decisioni prese in totale autonomia. 

Né reggono le altre giustificazioni richiamate nella risposta del Consiglio di Stato all’interrogazione Biscossa. Ad esempio, è certo che le mostre della Pinacoteca Züst non possono giustificare un così largo anticipo di nomina per la Curatrice della Pinacoteca stessa. Un posto, peraltro, declassato senza che se ne capiscano i motivi. 

Ma cosa fatta, capo ha. Allora, perché insistiamo ribadendo cose già dette? Perché questa non è che la ciliegia su una torta già parecchio amara. Negli ultimi anni purtroppo, la DCSU è apparsa disattenta nei confronti delle protagoniste e dei protagonisti del mondo culturale e delle loro legittime esigenze. Certo, risulta difficile esporsi quando dall’altra parte il dialogo non è la forma preferita di interazione, ma il disagio è esteso e palpabile.

Inoltre, come detto, le persone nominate dal Consiglio di Stato, tra cui un alto funzionario, entreranno in carica soltanto tra dieci mesi (Archivio di Stato) e tra un anno (Pinacoteca Züst). Le nomine sono avvenute a una ventina di giorni delle elezioni cantonali e prima del cambio del responsabile del dipartimento interessato, cioè del DECS. Si poteva attendere? Era giusto e corretto attendere? A noi pare proprio di sì. 

Il chiaro rifiuto di entrare nel merito dell’interrogazione di Anna Biscossa ci spinge dunque a chiedere fermamente al Consiglio di Stato che sarà prossimamente eletto e in particolare a chi riprenderà il DECS di ricordarsi che la cultura è meritevole di molta più considerazione di quella che le è stata data negli ultimi anni. È sbagliato permettere forme di gestione accentratrici e poco attente ai bisogni degli istituti e delle persone che la cultura in questo Cantone la promuovono e la fanno; è invece indispensabile far crescere un’alleanza forte tra Cantone, Comuni e mondi della cultura, perché grazie alla cultura si sviluppano le buone pratiche di gestione democratica condivisa. Buone pratiche necessarie anche e soprattutto in un Cantone con specificità linguistiche e culturali come il nostro. Ma è probabilmente proprio per questo che molta, troppa, politica non se ne interessa.

Nell’immagine: l’Archivio cantonale a Bellinzona


“O soluzione o disastro”

 

Di Paola Caridi, Valigia blu

“La scelta è solo una: o il disastro o una soluzione”. Il presidente dello Stato di Israele, Isaac Herzog, riassume così, con poche, dure parole, la situazione in cui si trova il paese, da oltre due mesi al centro della più grave crisi costituzionale, politica, istituzionale, di sistema della sua storia.

Herzog è sempre stato noto per i suoi toni moderati. Stavolta, però, è apparsa con tutta evidenza la sua appartenenza alla élite ashkenazita che ha creato lo Stato e la sua macchina istituzionale. Figlio di un presidente di Israele come Chaim Herzog, nipote di un rabbino capo, imparentato con il ministro degli Esteri più noto della storia nazionale (Abba Eban), Herzog sa che – per il suo DNA politico – ci sono soglie che non possono essere valicate.

La soglia da non valicare è lo stesso sistema istituzionale, la separazione dei poteri, la catena di comando sulle questioni di sicurezza interna e di gestione dell’occupazione della Palestina. E se è vero che proprio il sistema israeliano è l’oggetto di uno stravolgimento legislativo a opera del governo di destra estrema guidato da Benjamin Netanyahu, allora si comprende di più la pesantezza delle parole del presidente Herzog.

“Questa legislazione deve scomparire dalla faccia della terra”, ha detto Herzog il 9 marzo scorso in un discorso in diretta anche sulla sua pagina Facebook, proprio nelle stesse ore e minuti in cui Netanyahu stava iniziando la sua visita in Italia, uno dei paesi europei in cui può avere più chance, con i segnali più che positivi inviati dal governo Meloni all’esecutivo di destra israeliano. Herzog si riferisce alle leggi approvate o in via di approvazione alla Knesset, dove il governo Netanyahu detiene la maggioranza.

Nei giorni scorsi era stato reso noto il tentativo del presidente Herzog di arrivare a un compromesso: un tentativo che aveva suscitato critiche da tutte le parti. Sia nella maggioranza di governo, sia nelle opposizioni. Le parole del 9 marzo, la durezza dell’espressione di Herzog, scuro in volto, testimoniano della frattura in atto in Israele, e di quanto questa stessa divisione sia il “convitato di pietra” in una possibile mediazione del presidente. Una frattura profondissima, che sta scavando nella società solchi difficili da rimarginare. Tutti i testimoni contattati in queste settimane raccontano una storia simile: Israele non è mai stata così in pericolo come ora. E solo per questioni interne. La legislazione che la coalizione di destra al governo vuole far approvare quanto prima mina alle basi la separazione dei poteri, svuota del suo ruolo la Corte suprema, cambia gli stessi equilibri del sistema militare e di sicurezza israeliano.

Così, il governo Netanyahu è riuscito a compattare – non nella Knesset, bensì per le strade – una opposizione di carattere trasversale, composta da segmenti della società israeliana che mai si sono uniti in una protesta che dura da oltre due mesi e che si allarga a macchia d’olio. Dagli esponenti del Likud alla sinistra-sinistra, dalla maggioranza (sino a poco fa) silenziosa a chi, al contrario, si era già schierato contro il ritorno al potere di Netanyahu.

Ricompaiono, ovunque e in gran numero, le bandiere israeliane nelle proteste, nei blocchi stradali e nei flash mob del giovedì, nelle grandi manifestazioni che di sabato riempiono le arterie stradali di Tel Aviv, assieme a Haifa, a Gerusalemme, alle cittadine che finora non avevano visto assembramenti. Si approfondisce, al contempo, la frattura tra settori diversi della società israeliana, soprattutto la frattura tra i laici e gli ortodossi legati al sionismo religioso, la vera ossatura che sostiene il governo attraverso le sue ali più estreme che i manifestanti non esitano a definire “fasciste”.

Il vero assente, dicono in molti, è la questione palestinese. Eppure, nella storia di Israele, proprio l’occupazione della Palestina è considerata il cancro che ha eroso la solidità dello Stato dal punto di vista etico e politico. Perché, dunque, di questione palestinese non si parla, e perché i palestinesi non scendono in piazza? Sembra, a ben guardare, che per la prima volta ci sia Israele allo specchio, come raccontato nel “Libro della scomparsa”, il romanzo della scrittrice palestinese Ibtisam Azem (pubblicato in Italia da hopefulmonster editore), in cui si immagina da un momento all’altro la scomparsa misteriosa di tutti i palestinesi e la società israeliana che deve fare i conti solo con sé stessa.

D’altro canto, i palestinesi con cittadinanza israeliana hanno sperimentato – soprattutto dal maggio del 2021 – rinnovati pericoli verso la stessa sicurezza della comunità, che ora rappresenta il 20% della popolazione di Israele. Gli attacchi dei settori della destra estrema nelle città israeliane dov’è concentrata la popolazione palestinese sono ancora vivi nella memoria. E ancora vive sono le scene del pogrom a Huwwara a opera dei coloni radicali che vivono attorno a Nablus. In più, la situazione politica in Cisgiordania è – anche lì – di totale separazione tra l’ANP, Abu Mazen e i corpi di sicurezza legati al sistema di potere di Ramallah, da una parte, e la società palestinese frammentata nei diversi cantoni in cui l’occupazione israeliana ha suddiviso il territorio.

In maniera profonda, inattesa, e diffusa, i nodi sono arrivati al pettine in Israele, dopo anni di continue elezioni anticipate e di una lotta politica in cui il principale obiettivo delle opposizioni era stato quello di concludere l’era dei governi Netanyahu. Il risultato delle ultime elezioni legislative, con l’inattesa, ennesima vittoria di Netanyahu, sommato alla galoppata della riforma legislativa sembra aver fatto saltare il tappo.

Le incognite, a questo punto, sono molte. Quasi tutte di ordine interno, e cioè di cosa potrebbe succedere dentro Israele. La protesta di piazza continuerà, si allargherà? E se sì, quanto inciderà su un possibile compromesso politico guidato dal presidente Herzog? Oppure la situazione è ormai andata oltre, e la frattura tra le diverse componenti della società, dell’economia, del sistema istituzionale, della sicurezza in Israele ha già provocato separazioni insanabili?

C’è però una incognita che mette in gioco lo scenario regionale. In molti osservatori, in Israele, nella regione, sino a Washington, lanciano segnali di allarme per un possibile attacco israeliano all’Iran. Le notizie che si sono diffuse sull’arricchimento dell’uranio in Iran arrivato a soglie pericolose, a livelli che rendono possibile il nucleare militare, preoccupano ancor di più in questo momento in cui Netanyahu è paradossalmente debole. Debole per le proteste di piazze, debole perché a dettare la linea del governo sono gli esponenti più estremisti. E debole per il disagio sempre più diffuso, e ormai pubblico, di settori del sistema della sicurezza, militare e di polizia, non solo da parte dei riservisti, ma anche da parte di chi ha avuto ruoli dirigenziali.

Volgere lo sguardo al di fuori dei propri confini, com’è spesso successo nella storia globale, può essere uno strumento, il più conosciuto, per rinsaldare il consenso interno.

Nell’immagine: il discorso di Isaac Herzog del 9 marzo scorso


Terzo Diario della crisi (seconda parte)

 

Il fallimento della Svb, se da una parte si iscrive nella crisi del settore dell’high tech digitale con l’ondata di licenziamenti che da mesi ormai attraversa l’intero settore (vedi il Diario di gennaio); se, d’altra parte, si spiega per alcune specificità della banca stessa (monocoltura, il suo essere prevalentemente una banca di gestione e investimento dei depositi dei suoi clienti); se, ancora, sconta le conseguenze della deregolamentazione eccessiva di trumpiana memoria, che ha abbassato non poco il livello di guardia delle autorità di vigilanza; se, infine, non sembra paragonabile alla crisi sistemica della Lehman Brothers del 2008 e ai suoi effetti macroeconomici globali, nondimeno evidenzia un serio problema per quanto attiene la strategia monetaria della Fed come di tutte le banche centrali.

La reazione dei mercati non permette ancora di capire la portata della crisi, la sua profondità e estensione. Per questo occorreranno ancora alcuni giorni. Di sicuro la paura del contagio, così come le rassicurazioni delle autorità monetarie e politiche, contribuiscono ad acuire la volatilità dei mercati, peraltro già alquanto volatili prima dello scoppio della crisi [e le vicende del crac del Credito Svizzero ne sono una prova tangibile, n.d.r.].

Una cosa è però apparsa chiara sin da subito: i mercati e gli investitori dimostrano di volere che la banca centrale freni, addirittura congeli la sua politica restrittiva basata sugli aumenti dei tassi già previsti per i prossimi mesi, ribaditi con fermezza da Joe Powell solo 5 giorni prima del crack della Svb [e confermati, per ora, dalle decisioni prese dalla BCE, n.d.r.] Si dava per certo un prossimo aumento dei tassi dello 0,5%, ma la corsa degli investitori agli acquisti dei Buoni del Tesoro a due anni ha fatto precipitare il rendimento sotto il 4% in un solo giorno (avevano superato il 5% esattamente una settimana fa, lasciando presagire una recessione imminente), un calo record mai visto dal 1987.

Nei mesi scorsi, i mercati finanziari auspicavano che l’economia entrasse in recessione, perché in tal caso le autorità monetarie abbassano i tassi di interesse per frenarne gli effetti e la durata. La riduzione dei tassi d’interesse, cioè del costo del denaro, per i mercati finanziari significa la ripresa degli investimenti speculativi, e quindi delle rendite finanziarie.

Il fatto è che la recessione non è scoppiata, c’è stato anzi un forte aumento dell’occupazione, un aumento medio del potere d’acquisto e della capacità di indebitamento dei consumatori americani[1], il tutto accompagnato da un processo disinflazionistico (pare che Powell abbia pronunciato la parola disinflazione ben undici volte nella sua conferenza stampa d’inizio febbraio)[2].

Per i mercati questi dati sono la prova che la spinta espansiva convive con un’inflazione in declino, e quindi c’è margine per una riduzione dei tassi d’interesse.

Per la Fed, invece, gli stessi dati positivi sono la dimostrazione di una possibile rincorsa salari-prezzi che compromette la battaglia contro l’inflazione. Pochi giorni dopo aver parlato di disinflazione, ecco cosa dice lo stesso Powell: “Dovremo fare più aumenti dei tassi e poi dovremo guardarci attorno a vedere se ne abbiamo fatti abbastanza” (Economic Club, Washington, 7 febbraio).

Ora, come è stato dimostrato da più parti, non solo la crescita dei salari è rallentata, ma laddove vi è stato un aumento è perché sono aumentate le ore settimanali di lavoro (un chiaro aumento del plusvalore assoluto)[3]. Negli ultimi due anni i salari sono cresciuti più lentamente dell’inflazione e i salari reali aggregati sono di fatto diminuiti. Secondo il Washington Post, la quota attuale dei redditi da lavoro sul PIL, scesa al 56%, è tornata al livello del 2014.

Bisogna quindi escludere categoricamente il rischio di una “spirale prezzi-salari” in stile anni 1970, mentre bisognerebbe parlare di una “spirale prezzo-prezzo, “in cui i prezzi finali sono aumentati più degli aumenti dei prezzi dei fattori di produzione”. A dirlo è Lael Brainard, già vice presidente della Fed, ora nominata da Biden a capo del National Economic Council (inflazione da profitti, insomma. Vedi il Diario di febbraio 2023).

C’è quindi da chiedersi perché la Fed non abbia dato segni di cedimento con la sua politica monetaria anti-inflativa, perlomeno fino alla crisi della Silicon Valley Bank dello scorso 10 marzo. Nel momento in cui scrivo la Fed non si è espressa su cosa farà con i tassi di interesse nei prossimi mesi. È possibile che, per calmare (“stabilizzare”) i mercati, decida di aumentarli di un solo 0,25%, piuttosto che di mezzo punto percentuale come era programmato. Vedremo.

Si può sostenere che il problema di fondo della politica della Fed è che è monetarista, tutta incentrata sull’offerta di moneta, e non, come dovrebbe essere, sull’andamento della domanda di moneta. Si può aggiungere che si tratta di una politica basata su modelli econometrici che si ispirano alla “curva di Phillips”, secondo cui esiste una relazione inversa tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione, e quindi, dato che oggi la disoccupazione è ai suoi minimi storici, i prezzi non possono che crescere. Tutto vero, salvo che la Fed, perlomeno dai tempi in cui Janet Yellen era presidente, si è dotata di una rete di sensori sul territorio che le permette di “avere il polso” del paese reale, molto più di quanto si creda.

Forse la risposta sta nel fatto che nell’ultimo anno (2022) vi è stato un forte aumento del numero di scioperi e di interruzioni del lavoro. “L’anno scorso ha visto un aumento del 52% del numero di interruzioni del lavoro rispetto all’anno precedente, con il 60% in più di lavoratori che hanno partecipato alle interruzioni.” Se confrontato con la statistica delle lotte nel periodo fordista, si può avanzare l’ipotesi che nel 2022 si sia innescato un ciclo di lotte operaie che sembrava definitivamente irripetibile a partire dagli anni 1980[4], gli anni della controrivoluzione liberista.

Si aggiunga che per la Fed gli oltre dieci milioni di posizioni aperte delle aziende (vacancies), che non trovano i dipendenti per riempirle, è la prova che il mercato del lavoro è troppo stretto e preme sui costi delle imprese[5]. Le “grandi dimissioni” sono un fenomeno che sfugge a tutti i modelli econometrici della Fed (e non solo), un “enigma” che, come le lotte operaie per migliori condizioni di vita, va combattuto, estirpato. Anche a costo di andare contro il capitale.

Seconda parte del contributo pubblicato anche dai siti “Effimera.org” e “Machina”
Qui tutti i 
Diari della crisi


[1]   Quando si parla di crescita dei consumi occorre sempre distinguere tra consumi produttivi e improduttivi, tra salari, rendite parassitarie, profitti e sovraprofitti. Negli ultimi due anni sono soprattutto questi ultimi che sono particolarmente cresciuti.

[2]   Riprendo qui di seguito un articolo molto documentato di Nicola Capelluto, “Enigma inflazione”, apparso su Lotta comunista nel mese di febbraio 2023.

[3]   L’aumento degli affitti pesa per metà dell’inflazione totale degli ultimi mesi e assorbe buona parte degli incrementi salariali.

[4]   Vedi Alex N. Press, “Strikes were up significantly last year”, in Jacobin, 2 febbraio 2023. I numeri esatti: 272 interruzioni del lavoro nel 2021 sono cresciute a 424 nel 2022; Quel numero consiste di 417 scioperi e sette serrate. Mentre circa 140.000 lavoratori hanno preso parte a un’interruzione del lavoro nel 2021, 224.000 lavoratori hanno fatto lo stesso l’anno scorso. Gli anni 1950 hanno avuto una media di 352 grandi interruzioni di lavoro all’anno che coinvolgono 1,6 milioni di lavoratori. Incredibilmente, l’intero periodo di tempo dal 1950 al 1970 ha avuto in media oltre 300 grandi interruzioni di lavoro all’anno (quasi una al giorno!) che coinvolgono oltre 1,4 milioni di lavoratori all’anno. Tuttavia, gli anni 2010 avevano solo una media di circa 15 all’anno che coinvolgeva 150.000 lavoratori. L’enorme calo nel 1980 è avvenuto nell’era del fallito sciopero PATCO [Professional Air Traffic Controllers Organization], che ha portato al termine “Sindrome PATCO“, che descrive la paura dei sindacati di scioperare e perdere.

[5]   Salvo poi disperarsi quando mezzo milione di salariati è assorbito in un mese, perché questo per la Fed significa un aumento della pressione sui consumi.


Marco “Dimitri” Odermatt: Homo Elveticus?

 

Svizzeri? Quando mai: il gerente del ristorante sulla spiaggia della bella Vouliagmeni a 30 km da Atene ha capito tutto: «siete di Lugano? Ma io la conosco Lugano, ci sono stato: italiani siete!”. Quando non siamo svedesi, come per molti americani che confondono Switzerland con Sweden, citando solo en passant la casa di spedizioni di Hollywood che a una sollecitazione della TSI per il mancato arrivo di un film ha mandato per fax la copia dell’avvenuta consegna: TSI, 6949 Comano, Swaziland.

Perché contrariamente a quanto credono i veri svizzeri, sul nostro Paese le idee non sono chiare, al di là dei luoghi comuni: banche, orologi e cioccolato – ma non ditelo ai belgi, il cacao l’hanno ‘inventato’ loro. In giro per il mondo, come si fa a spiegare la Svizzera? Citando Ginevra e Zurigo qualche risultato si ottiene, ma con il Canton Ticino l’impresa si fa più difficile, dovendo per forza tralasciare i poveri romanci: dire di S. Moritz non è corretto, da quelle parti il romancio è stato fagocitato dal tedesco. Si può provare con –  «i romanci? In the high mountains». Figuriamoci se tentiamo di definire gli elvetici. “Per il momento siamo gli unici ad aver fatto l’Europa, le nostre etnie convivono” – ho provato a spiegare: e giù a ridere. Poi è arrivato Roger.

Federer ha fatto più di mille ambasciatori. Eccolo il vero rossocrociato; e dire che era un attaccabrighe, incapace di accettare la sconfitta. Trasformato dalla mamma sudafricana. Le mamme! Da pochi giorni sappiamo che la madre di Leonardo era una schiava circassa affrancata e sposata dal notaio Piero da Vinci. 

Ex monellaccio, Federer viene fatto ‘santo subito’: padre modello di quattro figli, in campo quasi mai sopra le righe, una sola volta ha scagliato la pallina in tribuna. Educato, sempre disponibile, ricchissimo ma pure benefattore di molti bambini africani. Sul piano del gioco, sublime: i colpi gli riescono con apparente facilità, non tradisce mai lo sforzo, le sue soluzioni sono geniali. Non siamo solo un popolo di risparmiatori, scolaretti disciplinati dalla culla alla tomba, ligi al dovere. Grazie Federer, da quante situazioni imbarazzanti ci hai tolto. Uno così non lo vedremo più per i prossimi 20-30 anni. 

Falso, via Roger spunta Marco ‘Dimitri’ Odermatt. Che non solo sorride come Dimitri (me l’ha fatto notare Giotto Canevascini, uno dei quattro o cinque professori di sanscrito in Europa, grande appassionato di sci) ma di Dimitri possiede l’arte circense. Un’arte che gli permette di forzare al 100% e anche oltre come ha fatto nell’ultimo gigante della stagione, lasciando gli avversari a più di 2’, oltretutto con un visibilità ridotta. 

Odermatt ha l’istinto dei gatti: ricadono sempre sulle zampe. Certo, qualcuno gli ha insegnato le basi, la distensione e il piegamento, l’angolazione da mettere sullo sci esterno, l’attenzione a non appoggiare troppo presto l’interno ecc. Ma lui va oltre: la sua curva è sempre più stretta rispetto a quella degli altri, i suoi tempi di attacco e chiusura sempre più veloci. Siamo al solito mistero. Un Dio l’ha toccato, il norvegese Thor raffigurato nei geroglifici con rudimentali pali di betulla sotto i piedi. Tutto gli riesce, come per gioco, spielerisch. Certo, lo sci non ha la presa mondiale del tennis, ma con Federer e Odermatt, l’homo helveticus si presenta in bella mostra, in piena evoluzione.

La perfezione ‘alta’ di Federer e un pizzico di follia in Odermatt: il loro esempio è contagioso. Pensiamo anche ai campioni dello sci acrobatico, agli aerials, di Noe Roth, Andi Ragettli, Mathilde Gremaud, Vera Hoefflin, impensabili solo qualche anno fa, estranei  al nostro dogma del successo da perseguire con la disciplina e il sudore della fronte, senza grilli per la testa. Con la vittorie in gigante di sabato, Odermatt ha raggiunto un nuovo record assoluto di punti in Coppa del mondo, superando il totale di 2000 punti tondi di Helmuth Meier, anno 2000. È arrivato a 2042 sui 2600 disponibili: media 78,5 su 100 a gara. Senza apparente fatica. In un tempo in cui le differenze sono minime, nessuno avrebbe potuto immaginare un ‘marziano’ del genere:  professori di biomeccanica, già in agguato, astenersi.  Al massimo potete dirci che Marco conduce la curva con un marcato impiego del ginocchio interno. Ma lo abbiamo capito anche noi. Applicare la sua tecnica innata non è facile. La natura non ama repliche. La cosa terribile per gli avversari e che Marco se la ride. Forse non sa nemmeno lui perché è cosi bravo. Bravo al punto da rischiare la noia per eccesso di bravura.

Nell’immagine: Marc Odermatt nel 2019 (dal sito di Swiss-ski)


Kazakistan ricco “cuscinetto” fra Russia e Cina

 

Da Astana

In un’epoca in cui il baricentro economico e politico mondiale pende sempre di più verso l’Estremo oriente e il subcontinente indiano (l’area più rilevante del mondo a livello demografico e di PIL complessivo), l’Asia centrale assume un ruolo cruciale come area di cerniera tra diversi attori geopolitici fondamentali: la Cina, la Russia, i Paesi del Medioriente, l’India e il Pakistan. 

Nel contesto dell’Asia Centrale, Il Kazakistan è emerso nell’ultimo trentennio come il leader regionale a livello economico e politico. Paese di appena venti milioni di abitanti, ma con un sottosuolo ricchissimo di materie prime, in particolare di petrolio, carbone, gas, uranio (di cui è il primo produttore mondiale) e di vari metalli fondamentali per i cicli produttivi contemporanei, è tradizionale partner economico e politico della Russia, ma nel corso degli anni ha assunto un ruolo sempre più significativo anche per la Cina. Infatti dal suo territorio passano due dei corridoi terrestri definiti dalla cosiddetta Nuova via della seta (Belt and Road Initiative), che collegherebbero la Cina al mercato europeo e a quello mediorientale. 

La Belt and Road Initiative come piano di sviluppo strategico delle relazioni economiche internazionali è stata annunciata non a caso dieci anni fa (nel settembre del 2013) proprio nella capitale kazaka, Astana. In un sistema economico mondiale in cui il commercio si fa in maniera assolutamente prevalente su nave, lo sviluppo delle vie di commercio terrestri è fondamentale per il colosso cinese al fine di precorrere le possibili criticità che potrebbero causare in futuro le rotte marittime, in particolare rispetto ai colli di bottiglia di Malacca, Bab Al-Mandeb, Suez e non solo, oppure riguardo al confronto crescente con la potenza talassocratica degli Stati Uniti e dei loro alleati. Con le sanzioni imposte alla Russia i corridoi terrestri che attraversano il Kazakistan hanno acquisito un interesse ancora maggiore per il commercio tra Europa e Cina. In una recente conferenza stampa il viceministro degli esteri Roman Vasilenko ha ribadito l’importanza di sviluppare i corridoi commerciali centrali (via Mar Caspio) e meridionali (via Iran) verso occidente per contrastare gli effetti delle sanzioni alla Russia. 

Oggi, domenica 19 marzo si svolgono in Kazakistan le elezioni della camera bassa del parlamento kazako, la Mazhiliz (l’organo che nel Paese  ha prerogativa nell’iniziativa legislativa) e l’elezione di tutta una serie di consessi regionali chiamata Maslichaty. Si tratta di un’importante tornata elettorale perché si svolge dopo varie serie di riforme promosse dal Presidente Qasym Jomart Toqaev. Da una prospettiva legalistico-formale, queste riforme rappresentano un cambiamento enorme nella giovane repubblica kazaka: si tratta di una modifica di un terzo degli articoli della costituzione nazionale (33 su 99) con una chiara democratizzazione giuridica del Paese. 

Oltre a riforme rilevanti dal punto di vista dei diritti umani, come l’abolizione della pena di morte, il dato più importante è la fine dell’era del superpresidenzialismo costituzionale. La costituzione precedente infatti attribuiva un forte potere di ingerenza al presidente, che aveva diritto alla nomina diretta o indiretta di una quota non irrilevante di membri delle due camere del parlamento kazako (ora tutti i membri della Mazhilis sono eletti dal popolo) e nominava direttamente tutti i governatori delle regioni e i sindaci delle città più importanti, mentre ora si procederà ad elezione. Altre novità concernenti direttamente la Mazhilis riguardano la facilitazione nella registrazione di partiti (a partire da una riduzione importante del numero di firme necessario per presentare la lista) e di conseguenza l’aumento da 5 a 7 partiti in lista per le elezioni rispetto al 2011, la possibilità di presentarsi in numerosi collegi uninominali come candidato indipendente senza partito (“candidati autonominati“), delle quote obbligatorie del 30% per donne, giovani e persone con disabilità tra gli eletti (!) dai partiti, una diminuzione della soglia di sbarramento dal 7% al 5%.

Sulle reali motivazioni di queste riforme e sull’effettivo sviluppo democratico del Paese, si potrebbe aprire un capitolo a parte di una storia che attualmente è ancora in itinere. A voler abbozzare delle ipotesi, ci sono sicuramente importanti ragioni sia di ordine interno che esterno. Le rivolte di piazza del gennaio 2022 che hanno scosso il Kazakistan e hanno assunto delle dimensioni drammatiche (quasi 230 morti), soprattutto nella città più popolosa del Paese, Almaty, hanno sicuramente allarmato la dirigenza kazaka attuale con a capo il presidente Toqaev, che poi nel corso di quest’anno ha annunciato diverse riforme in ambito politico e sociale. Le rivolte erano state suscitate dall’aumento dei prezzi sugli idrocarburi e avevano un chiaro fondamento di protesta contro le diseguaglianze ancora fortissime nel Paese nonostante l’importante crescita economica degli ultimi decenni. 

Un bersaglio delle proteste era stato l’ex-presidente Nazarbaev, che aveva guidato la repubblica centroasiatica ininterrottamente per più di 30 anni e la cui famiglia si era appropriata di una parte importante delle risorse del Paese (basti pensare al genero Timur Kulibayev, “padrone” degli idrocarburi nel Paese). Toqaev non è certamente una persona che può vantare un’estraneità storica al sistema di potere dell’ex-presidente, a cui è succeduto in una transizione controllata nel 2019 dopo una carriera di alto livello politico e diplomatico. Tuttavia, una parte importante delle riforme è stata rivolta a ridimensionare la posizione dell’ex-presidente nel sistema istituzionale kazako. Accusato esplicitamente di aver favorito la creazione di un’élite ricca anche “per gli standard internazionali“ in un sistema molto diseguale, l’ex presidente si è visto liquidare la legislazione speciale che riguardava la figura del “primo presidente“ detto anche Elbasy (in Kazako “guida della nazione“), che stabiliva la difesa costituzionale della sua figura (con risvolti inquietanti sulla libertà di opinione), l’immunità, l’inviolabilità della proprietà privata, l’istituzione di una festa nazionale in suo onore. 

La capitale del Paese aveva cambiato il nome ufficiale in Nursultan (dal nome di “battesimo“ del primo presidente) nel 2019 con una decisione approvata all’unanimità dal parlamento solo tre anni fa, mentre da gennaio è stato ripristinato il nome ufficiale precedente di Astana. Alcune delle riforme introdotte da Toqaev sembrano riguardare direttamente la famiglia Nazarbaev o essere rivolte alla lotta contro l’oligarchia. È stata introdotta la proibizione per i parenti del presidente di occupare cariche di alto livello, oppure è stato istituito un fondo di recupero di somme illegalmente trasferite all’estero (fondo che in meno di un anno ha rimpatriato più di un miliardo e mezzo di dollari).

L’altro fronte delle riforme è quello internazionale. Il Kazakistan è da sempre protagonista di una politica estera multivettoriale, di collaborazione e di amicizia politica ed economica con tutti i partner più importanti a livello mondiale: Russia, Cina, UE, USA, Turchia prima di tutti. Uno sviluppo in senso liberale e democratico è sicuramente un buon modo di attirare investimenti e simpatie da parte delle istituzioni internazionali e dei partner occidentali, in particolar modo dell’UE, che rappresenta complessivamente il primo partner commerciale del Paese. Il perseguimento di buoni rapporti con tutti i partner internazionali più importanti consente al Kazakistan di avere una politica estera ben bilanciata e pienamente sovrana ed indipendente, fermo restando gli ovvi rapporti di collaborazione e di buon vicinato che lo legano a Cina e Russia, con cui condivide alcune delle frontiere terrestri più estese del mondo.

Sull’effettiva democratizzazione del Paese è ancora difficile esprimersi. Probabile vincitore, il partito Amanat (ex Nur Otan), che è sempre stato il principale partito governativo finora (a questo partito aderiva anche in passato l’attuale presidente. Alle elezioni si presentano anche due partiti fondati e registrati di recente, che idealmente dovrebbero rappresentare la sensibilità ambientalista delle nuove generazioni (partito Baitak) o una possibilità di espressione più diretta della società civile (partito Respublica). Oltre ai partiti tradizionali che hanno animato la politica kazaka in questi ultimi due decenni (dal centro destra di Ak Zhol all’estrema sinistra del Partito popolare del Kazakistan), c’è anche il ritorno di una partito (Nazional Social Democratico), che si era rifiutato di partecipare alle ultime elezioni, perché considerate antidemocratiche. 

Sulle più recenti riforme ed elezioni, importanti organizzazioni di difesa dei diritti umani come Amnesty o HRW non sembrano essersi ancora espresse in maniera dettagliata, mentre la missione dell’OSCE in occasione delle ultime elezioni presidenziali anticipate di novembre aveva espresso soddisfazione per i miglioramenti legislativi, ma le aveva giudicate ancora carenti a livello di garanzie di pluralismo. Un dato interessante, che secondo alcuni osservatori kazaki mette un po’ in discussione la legittimità delle suddette elezioni presidenziali, era stata la bassa affluenza al voto nelle grandi città (ad Almaty, la vera metropoli del Paese, l’affluenza non aveva superato il 30%). Raccogliendo voci tra la gente comune della capitale e di Almaty, ho notato in maniera prevalente un certo scetticismo verso il processo elettorale, misto tuttavia ad una certa crescita di interesse per la politica.

Da una prospettiva svizzera, queste elezioni sono pure importanti, visto lo sviluppo dei rapporti economici e diplomatici tra i due Paesi negli ultimi trent’anni. In Ticino ha sede una filiale dell’azienda nazionale degli idrocarburi (KazMunajGaz) che si occupa di trading. I rapporti di amicizia tra parti dell’imprenditoria ticinese e svizzera e il Kazakistan (e in particolare con la famiglia Nazarbaev) sono noti a tutti. Pure il presidente attuale Tokaev ha avuto una lunga esperienza elvetica: in passato ha svolto pure il ruolo di direttore dell’Ufficio ginevrino dell’ONU. Inoltre molte dell’aziende svizzere attualmente in Russia potrebbero anche pensare in futuro a un trasferimento delle proprie attività macroregionali in Kazakistan per via delle sanzioni: secondo il ministero dell’economia della repubblica centroasiatica, sono potenzialmente 37 le aziende che potrebbero spostarsi.

Nell’immagine: il palazzo presidenziale di Astana, costruito (come il 40% degli edifici della città – dato del 2009) dall’azienda ticinese Mabetex


La società è diventata una mega-fabbrica

 

Da venerdì è in libreria e online – anche in e-book – il nuovo libro di Lelio Demichelis, dal titolo: La società-fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering (Luiss University Press, pag. 360). È una critica radicale della razionalità strumentale/calcolante-industriale – come la definisce l’Autore – che ci domina dalla rivoluzione industriale e dal positivismo ottocentesco e che ha portato alla crisi climatica di oggi. Una razionalità irrazionale ed ecocida che impone di produrre e di consumare sempre e sempre di più, di crescere sempre di più ma non per soddisfare i nostri bisogni ma quelli del profitto del tecno-capitale. Non siamo quindi in una società post-industriale o post-moderna, bensì in una società iper-industrializzata, appunto una grande fabbrica dove tutti siamo forza-lavoro, h24, anche producendo dati gratuitamente. Una società-fabbrica organizzata, comandata e sorvegliata da manager, imprenditori, finanzieri, tecnocrati e oggi algoritmi, i nuovi meneur des foules con le loro tecniche di human engineering. E dunque, se non usciamo da questa irrazionalità tecno-capitalista, entrando invece in una razionalità diversa, umanistica ed ecologica, negheremo inesorabilmente il futuro alle prossime generazioni. Cioè non basta un po’ di sostenibilità e di resilienza e di riuso, ma il cambiamento del nostro (pessimo) modello economico, sociale e tecnologico deve essere radicale. Del saggio, anticipiamo alcuni stralci dalla parte iniziale e finale.

“Tempo verrà che non avrete un metro/di spazio per ciascuno:/lo spazio di un metro/che sia per voi. […] Non avrà spazio/neppure il pensiero/e tutto sarà nel Panottico:/pupilla di un/ Polifemo/fissa al centro del cielo:/ non ci sarà un solo angolo,/un remoto angolo/per il più segreto/dei pensieri./Il cuore sarà cavo/come il buco nero/in mezzo alle galassie./La mente di tutti/una lavagna nera…/Un groviglio di fili/senza corrente/i sentimenti/a terra.”

È con questa poesia – Tempo verrà – di David Maria Turoldo (1916-1992), poeta emozionante in ogni suo verso e inquieto uomo di Chiesa (un disturbatore di coscienze) che qui, noi, laici libertari, inquieti ma non credenti (o diversamente credenti), abbiamo deciso [per essere anche noi disturbatori di coscienze] di iniziare un nuovo percorso di analisi e di riflessione dentro e attorno a ciò che da tempo chiamiamo tecno-capitalismo e alla fabbrica che ne è l’espressione. Viaggio che idealmente parte da un saggio del 1947 del francofortese Max Horkheimer (1895-1973): Eclisse della ragione. Eclisse che oggi non è l’oscuramento temporaneo di qualcosa (come indicherebbe appunto il concetto di eclisse), ma l’oscuramento ormai totale e continuo di una ragione da tempo rovesciatasi nel suo contrario – e non solo nei totalitarismi politici del Novecento, ma anche e soprattutto in quello della societa tecnologica avanzata (Marcuse); la ragione perde così ogni potenziale di liberazione e di emancipazione (l’emancipazione è liberazione) divenendo invece meccanismo di auto-conservazione e di riproducibilità infinita e illimitata del sistema capitalista-industriale (ancora Horkheimer). […] ciò dipendendo da quanto sempre più siamo dominati e ingegnerizzati [è lo human engineering prodotto da management e marketing e oggi dal digitale] da una razionalità solo calcolante e positivista/industrialista. Come dimostra l’accettazione del cambiamento climatico e del crescere delle disuguaglianze sociali, senza che si attivi nella gente una reazione e una volontà/capacità di emancipazione/liberazione non solo dal dominio del capitale ma soprattutto, come qui sosteniamo, dal dominio/egemonia della (s)ragione strumentale/calcolante-industriale [è questa razionalità irrazionale che ci sta portando al collasso sociale e climatico e che è a monte del capitalismo e della tecnologia, predeterminandone il funzionamento]. […] Razionalità che è il meta-livello di governo del mondo, con la sua specifica Carta costituzionale di fatto. Il cui unico articolo recita: “Il mondo è un sistema tecno-capitalista fondato sulla razionalità strumentale/calcolante-industriale. I diritti fondamentali sono solo quelli del capitale e della tecnica ed essi valgono come diritti pre e sovra-statuali. Essi sono riconosciuti da stati e individui come pre-esistenti e come indisponibili, immodificabili, incontestabili, impermeabili al potere politico democratico e universali.” […]

[Come uscire da questa irrazionalità?] “Ormai solo un Dio ci può salvare” è una delle risposte – forse la più famosa (e dalle molte interpretazioni possibili) – date dal filosofo Martin Heidegger nella sua intervista del 1966 a Der Spiegel, pubblicata nel 1976 solo dopo la sua morte, per volontà dello stesso filosofo. Qui invece, da laici e da illuministi, da libertari e da francofortesi, ripetiamo di nuovo che solo un’altra ragione – umanistica, libertaria e insieme ambientalista e radicalmente opposta/contraria alla razionalità strumentale/calcolante-industriale-capitalista dominante da tre secoli e criticata nei capitoli precedenti – ci può salvare. Salvare: bloccando e poi invertendo la deriva totalitaria che abbiamo nichilisticamente imboccato e che ci sta portando alla dannazione sociale e ambientale. Salvare: ovvero, di nuovo, come ha scritto anche papa Francesco nella sua Enciclica Laudato si’ – “si tratta di ridefinire il progresso”, cioè di ripensarlo dalle radici e di iniziare a finalizzarlo in termini di cura dell’uomo e dell’ambiente, di responsabilità per il futuro e di giustizia sociale e ambientale, facendolo gentile verso gli uomini e la Terra e saggio verso le future generazioni. Salvare: tornando all’illuminismo e rovesciando la sua negazione/perversione tecno-capitalista, che ha prodotto un’epoca “in cui le macchine diventano sempre più complesse e i cervelli sempre più primitivi”, come scriveva Karl Kraus già nel 1907, avendo anch’egli ben compreso che per il sistema capitalista la vita deve essere tenuta in movimento solo per produrre e consumare.

Per salvarci occorre appunto, e al contrario di quanto dettato e insegnato fin dalle scuole dal sistema tecno-capitalista, educarci e educare a un pensiero critico e a un pensare riflessivo […] – ovvero saggio. Scoprendo – usando una frase dell’attrice Rosamund Pike a proposito della sua interpretazione di Marie Curie – che usare il cervello e più sexy che saper usare Instagram. Un pensiero e un pensare diversamente razionali perché responsabili; diversamente razionali perché capaci di lungimiranza e di cura e non più di sfruttamento compulsivo e per profitto privato dell’uomo e dell’ambiente. […] Si tratta cioè di de-industrializzare la società e di invertire la trasformazione della società intera in fabbrica e dell’uomo in operaio/forza-lavoro; si tratta di rovesciare le logiche solo appropriative, sfruttatrici, produttivistiche e consumistiche del sistema. Occorre un gatto capace di rovesciare la scacchiera e le regole del gioco imposte – per il solo profitto del tecno-capitale – da questa razionalità irrazionale [e per capire chi e cosa sono il gatto e la scacchiera occorre leggere il libro…N.d.A.].

Da Lelio Demichelis, La società-fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering (Luiss University Press) 


Sulle modifiche a Roald Dahl: tra nuove sensibilità, mercato e (forse) letteratura

 

Il caso sta facendo discutere in queste settimane e, come spesso capita, la discussione ha travalicato in fretta l’ambiente di riferimento, che in questo caso è quello culturale, per infiammare gli animi: i depositari dei diritti del celebre e graffiante scrittore inglese Roald Dahl (1916-1990), uno dei più noti autori comunemente definiti per ragazzi che il Novecento abbia avuto, hanno sottoposto pagina per pagina i suoi romanzi a una revisione condotta con lo scopo – così si è detto – di avvicinare i testi al pubblico e alle sensibilità di oggi. A seguito dello scalpore suscitato, l’editore si è affrettato a promettere che, a fianco delle versioni ritoccate, continuerà (o riprenderà) a stampare anche i testi originali.

Che si sia messo in cantiere tutto ciò senza sentire il bisogno di dichiarare l’operazione in maniera esplicita – che questa sia cioè emersa praticamente a conti fatti – è un impressionante segno dei tempi, così come la maniera disinvolta con cui si è lavorato sui testi di un autore non più in vita, dunque senza potegli domandare il consenso. Una spigliatezza quasi corsara con cui si è agito forti semplicemente del fatto di detenere i diritti d’autore. Né la copertina né il frontespizio né una nota al testo pare riportassero traccia, per lo meno sotto forma di avvertimento, del fatto che il testo fosse stato modificato, quasi che questa fosse un’operazione normale, puramente amministrativa, se non addirittura un’azione da compiere di nascosto. 

Certo, quella del consenso è una questione apparentemente oziosa, dal momento che sono stati gli stessi detentori dei diritti – gli unici che avrebbero potuto farlo – a commissionare ciò, ma come tale non è priva di implicazioni più profonde per spiegare quanto una persona si senta moralmente autorizzata a intervenire per modificare la parola di qualcun altro. Il diritto d’autore è relativamente recente nella storia della scrittura, così come il ‘diritto’ di un testo d’esistere nella forma in cui lo ha voluto il suo autore: per secoli i testi sono stati chiosati, interpretati, bistrattati più o meno volontariamente da copisti ed editori, in generale maneggiati in maniera molto più disinvolta di quanto non sia pratica fare oggi. 

È la nascita della filologia, avvenuta con l’Umanesimo, ad averci condotti passo a passo verso la sensibilità odierna. E se oggi le forme di scrittura condivisa, comuni in rete, dove il testo può facilmente essere di tutti e di nessuno, o addirittura l’intelligenza artificiale, capace ormai di generare uno scritto coerente che non abbia più un padre fisico, stanno riportando la concezione del testo verso soluzioni ibride, ciò non significa che tale modo di procedere vada applicato in maniera altrettanto disinvolta anche a testi che un autore o un’autrice lo hanno ancora.

Poniamo che lo scopo dell’operazione, non priva di sfumature ideologiche – se con ideologico s’intende propugnatore di una visione della società –, fosse davvero soltanto quello di attualizzare i testi per renderli più facilmente fruibili alle generazioni di oggi e più vicini alla sensibilità dei tempi. Di solito con le grandi opere, i cosiddetti classici – quei testi che continuano a trovare lettori pur con il trascorrere dei secoli –, questo genere di compito è affidato ai commenti e alle note a piè di pagina, ma, si converrà, sarebbe pedante e controproducente corredare con un commento un libro destinato ai giovanissimi. E allora? Si potrebbe davvero aprire un discorso in quest’ambito; molti grandi classici in lingua straniera vengono d’altra parte ritradotti a distanza di qualche decennio e ciò è un segno di vitalità. Mai però si tratta di operazioni preventive così capillari e insidiose come quella messa in pratica sui testi di Roald Dahl. 

Sarebbe utile conoscere esattamente quali siano stati i criteri adottati. Il sospetto è che dietro questa ripulitura vi sia più che altro un criterio meccanico che nel dubbio sostituisce sistematicamente. Che la revisione sia cioè il frutto di un automatismo acritico che ha capito come l’azione di eliminare sia più semplice e forse più redditizia che non quella di lasciare aperta la sfida della spiegazione e della contestualizzazione. Un metodo che oltretutto, cercando di sanare in anticipo tutti i punti potenzialmente delicati di un testo, finisce in molti casi con il paradosso di non urtare più, forse, le molte sensibilità di cui il mondo si compone ma di cozzare con il semplice buon senso. Nessuno ha mai pensato di sostituire nei racconti per bambini i carri e le carrozze con delle macchine o con dei treni perché sono questi i mezzi di trasporto che i ragazzi oggi vedono, eppure ciò non impedisce alle bambine e ai bambini di comprendere un testo nel quale figuri una carrozza; si potrebbe anzi dire che se oggi i giovani sanno cosa sia una carrozza, è proprio perché le hanno incontrate nelle fiabe e nei cartoni animati.

Si controbatterà che non è questo l’ambito in cui si vuole avvicinare il testo ai ragazzi, ma quello della maggiore coscienza contemporanea verso le minoranze e verso chi si trova in posizione svantaggiata, gruppi che spesso non si sono considerati a sufficienza, o che si sono considerati con caritatevole paternalismo (che non è meno grave), quelle fette della popolazione che molta narrazione aveva in passato relegato ai margini o addirittura espulso dal discorso pubblico. L’impressione è però che chi sostenga questa causa appoggiandosi sulla giovane età delle ragazze e dei ragazzi stia in realtà sottovalutando a priori i bambini, i quali a volte nei loro giudizi innocenti sanno essere più taglienti e – si passi il termine – più ‘cattivi’ degli adulti, e che a differenza di molti adulti continuano tra l’altro a interrogarsi sulla realtà e a porre domande. 

Occorre allora chiedersi – e qualcuno lo sta facendo – se l’idea pedagogica che sta alla base di un simile ragionamento non nasconda, al di là delle buone intenzioni, delle insidie, dal momento che sostituisce per i ragazzi l’esperienza del dialogo e dell’interrogarsi, che a suo modo è profonda esperienza di vita, con l’esperienza uterina di un mondo smussato, caldo e accogliente, fatto su misura per loro perché aconflittuale. Tra il ripetere continuamente ai ragazzi e alle ragazze che il mondo è un luogo cattivo e ingrato e il far credere loro che il mondo sia una culla costruita su misura per ognuno di noi, esistono parecchie posizioni intermedie che meglio potrebbero favorire la crescita dei giovani.

Tale scopo, che si potrebbe definire didattico o pedagogico a seconda di dove si vorrà porre l’accento, stride tuttavia se applicato alla letteratura, come se il contenuto del testo possa prescindere dal suo contesto, come se non si leggesse anche per trasportarsi in un mondo altro. L’idea che a certi libri, siccome finiscono in mano alle bambine o ai bambini, occorra prestare maggiore premura, è poi una posizione che ha sì un pregio (solleva un punto importante: quello della mediazione fra il mondo degli adulti e quello dei bambini), ma che ha anche almeno un difetto evidente: sminuisce la letteratura per i giovani a settore minore, o addirittura non la considera letteratura. Viene infatti il dubbio che chi ha intrapreso quest’operazione abbia confuso un romanzo con un manuale scolastico. I manuali scolastici si caratterizzano però tra le altre cose per la loro durata di vita relativamente breve, mentre la forza della buona letteratura è sempre stata quella di poter prescindere dalle date di scandenza.

È però lecito dubitare che l’operazione avesse soltanto un intento pedagogico-didattico. Di certo risponde anche a una semplice e basilare regola del mercato, che invita chi volesse diffondere un prodotto a proporre al proprio cliente esattamente ciò che crede che quest’ultimo voglia. Dello scopo commerciale (o anche commerciale) della manovra si è parlato: la stessa proposta di rimettere in circolazione l’edizione originale, al di là di una parziale ammenda (come pure è), non è anche una straordinaria operazione commerciale che, stimolando il confronto tra le due versioni (nel senso anche filologico del termine), favorirà in parallelo anche le vendite?

E chissà che tra i fini, forse inconsci, forse misconosciuti, di quest’operazione non vi fosse anche una cautela per così dire ‘giuridica’. In un mondo litigioso, che spesso risolve persino le diatribe più futili in tribunale (o nei tribunali ben più inquietanti che vengono montati in rete), perché non cercare da subito, nel dubbio, di espungere quelle punte che potrebbero spingere qualcuno a offendersi ma soprattutto a intentar causa? Si badi che l’esigenza di cautelarsi è un pensiero più presente nelle nostre vite di quanto non si voglia ammettere; proditoriamente s’insinua anche nelle scuole, ogniqualvolta un docente valuta – e non per forza lo fa in cattiva fede – non già per aiutare l’allievo a migliorarsi ma soltanto per giustificare la valutazione, «nel caso in cui i genitori facessero ricorso…». Qualcosa di simile all’autocensura, insomma. 

Di fronte a tale termine (censura) si immagina forse un organo oscuro che agisce per fini altrettanto oscuri, o per garantire una posizione di potere, eppure i censori nei secoli hanno spesso agito anche perseguendo un ipotetico bene. I danni in questo caso sono stati riconosciuti solo a posteriori. Il censore tipo è un funzionario anonimo, che si applica dietro una scrivania, che nel dubbio cancella più di quello che dovrebbe perché il suo è un lavoro cautelativo. Più che riflettere, agisce. Tant’è vero che spesso si ritrova impotente, come hanno capito donne e uomini di tutti i secoli, contro il linguaggio astratto e metaforico, che in alcuni casi è diventato il mezzo per provare comunque a far passare un messaggio. Non somiglia questo ritratto, azzardando una caricatura che forse non sarebbe dispiaciuta allo stesso Roald Dahl, alla descrizione di chi ha agito sui suoi testi?

Il confine tra la volontà di far dire con altre parole a un testo quello che il suo autore voleva dire e far dire allo stesso testo quello che il testo non dice ma che piacerebbe che dica è labile, e l’operazione, pericolosa per sua natura, indurrebbe non solo alla massima cautela ma anche al dibattito pubblico, alla trasparenza e a un minimo di conoscenza dell’opera di Roald Dahl. Considerare, per concludere, alcune delle modifiche, tra quelle riportate dalla stampa, dal punto di vista stilistico permette di evidenziare la loro goffaggine, l’improbabilità che dei giri di frase così pedanti e didascalici siano usciti dalla penna caustica di Roald Dahl. Pensare che si possa intervenire a piacimento su un testo letterario senza tradire lo stile di un’autrice o di un autore significa disconoscere l’importanza che lo stile ha nella definizione dell’identità di un testo e, di riflesso, nell’apprezzamento dei lettori. E se ancora una volta si ribatterà che lo si è fatto solo perché si trattava di letteratura per l’infanzia, significa forse davvero che si è confusa la letteratura (che, a parer di chi scrive, quando è buona, è letteratura e basta) con qualcosa d’altro.

Matteo Ferrari è docente di italiano al Liceo Lugano2 e redattore del sito viceversaletteratura.ch  


“Wanted” Putin e l’amico cinese

 

Va subito ricordato. Nessuna delle tre capitali imprescindibili per decidere la continuazione della guerra in Ucraina o la sua fine (Mosca, Washington, Pechino) aderisce alla Corte Penale Internazionale (CPI, a cui la Svizzera collabora), che ieri ha emesso un ordine di cattura contro Vladimir Vladimirovic Putin per crimini contro l’umanità: nello specifico “per aver deportato bambini e adolescenti ucraini in Russia”. In particolare, sono diversi i casi di netto rifiuto statunitense di consegnare militari a Corti straniere intenzionate a processarli perché ritenuti colpevoli di aver commesso delitti in violazione delle norme che anche in guerra dovrebbero evitare torture, sequestri, sparizioni, arresti senza processo (Guantanamo vi dice ancora qualcosa?).

Ma non è solo per questa vistosa incoerenza, per questa plateale lacuna, che il presidente russo non sarà catturato, non sarà arrestato in uno dei 148 paesi firmatari, non sarà consegnato all’Aia, né rinchiuso nelle celle che già hanno ospitato Slobodan Milosevic, suicida in carcere, e il suo compare Mladic, condannato all’ergastolo per la tragica pulizia etnica realizzata in Bosnia, e neppure potrà essere processato in contumacia, visto che la CPI può procedere unicamente col presunto colpevole presente in aula. La Russia non lo permetterà mai, verosimilmente anche nell’ipotesi, oggi del tutto inverosimile, di uno zar destituito e di un cambio al vertice del Cremlino.

Ha dunque torto Carla del Ponte nel condividere le ragioni del passo compiuto dal Tribunale internazionale? Sbaglia nel giustificarlo anche con questa spiegazione: “Finora, per l’esperienza che ho di crimini di guerra, l’ex Jugoslavia, il Ruanda, la Siria, non mi era mai capitato di vedere un simile comportamento criminale, che consiste nel voler sradicare l’identità di un popolo”? Non è certo una “naïve” l’ex procuratrice dell’Aja, e lo ha ricordato nel libro di memorie in cui riassume i motivi del fallimento (anche per volontà e ‘ordini superiori’) di portare alla sbarra il macellaio di Damasco, Bashir el Assad. Quello che la Del Ponte vuole innanzitutto segnalare è la radice stessa del dramma ucraino: e cioè la più volte ribadita convinzione di Putin (tesi assai pubblicizzata anche per mobilitare l’opinione pubblica interna) del fatto che l’Ucraina come Stato “non esiste”, che fa parte in modo naturale e indissolubile della Madre Russia. Da qui (anche attraverso un allucinante articolo della semi-ufficiale RIA Novosti, comunque mai smentito dal Cremlino) il programma di denazificazione dell’intera nazione, non solo di Zelensky e della sua “banda di drogati e nazisti”.  Progetto al limite del “mnemocidio”. L’odierna accusa di migliaia di bambini ucraini sottratti alle loro famiglie, deportati in Russia, da ‘proteggere’ secondo la motivazione ufficiale ma anche da ‘rieducare’ stando alle vecchie logiche staliniane, è del resto, insieme a tutte le altre imputazioni possibili per la strage di civili, una delle più gravi. 

Ma la decisione del procuratore generale della Corte penale non ha conseguente unicamente sul piano dell’immagine internazionale di Putin, già sufficientemente cristallizzata e subito difesa dai suoi sodali e “bastonatori verbali” (come al solito, in prima fila Medvedev, uomo di paglia, ex capo del governo e dello Stato, ora numero due del Consiglio di sicurezza, che ha definito il mandato di cattura “carta igienica”), ma anche su quello più strettamente politico. Si tratta di un passo che evidentemente rischia di non facilitare quel po’ che ancora si può immaginare su eventuali tentativi diplomatici per ottenere almeno una tregua o un cessate il fuoco come premessa indispensabile a eventuali tentativi di pace. Un Putin messo all’indice e umiliato all’estero, e di questa umiliazione si servirà in Russia per alimentare l’orgoglio nazionale e popolare dell’ex potenza “che si gioca la sua stessa esistenza” – come lo zar ha ripetuto negli scorsi giorni -, potrebbe risultare ancor meno invogliato a concessioni anche minime.

Vedremo se e con quali conseguenze già nell’imminente visita a Mosca del dittatore cinese Xi Jinping. Latore di un piano di pace finora discusso unicamente con Putin. Progetto che Washington, con mossa politicamente e tatticamente discutibile, ha deciso di non approfondire e ha subito scartato, anche se, nonostante i contorcimenti su sui si sviluppa, il piano di Pechino cita il diritto di ogni nazione a frontiere sicure e riconosciute internazionalmente. Ma quali frontiere?  Quelle dell’Ucraina indipendente, nata trent’anni fa sulle macerie del crollo dell’Urss? Oppure quelle ridisegnate dalla Russia attraverso la violenza delle acquisizioni militari?

Nell’immagine: Putin con Maria Lvova-Belova, commissaria russa per i bambini. Anche nei suoi confronti è stato emesso il mandato di arresto della CPI per la deportazione dei bambini ucraini dalle zone occupate.

 


Mandato internazionale di cattura per il ”ladro di bambini”