Sul nazionalismo ucraino: realtà e preconcetti (Prima parte)

Le radici della guerra d’Ucraina; spesso ignorata (anche a sinistra) la questione del centralismo russo nella polveriera ex-sovietica. 

Nell’ampia ma confusa discussione che si è aperta dopo l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio 2022 si è spesso fatto notare che il conflitto tra i due paesi slavi non sia iniziato poco più di un anno bensì molto prima. Non si può non essere d’accordo, ma quando prima?
Si sottolinea da più parti che gli eventi legati alla rivolta di Maidan, all’anti-Maidan e alla guerra nel Donbas nel 2014 sarebbero stati il preludio se non la prima parte di una guerra che durerebbe da quasi 10 anni (a cui, in alcuni casi, viene in modo posticcio aggiunta la vicenda nel nazionalismo fascista di Stepan Bandera).

Tuttavia separare le contraddizioni della vicenda degli ultimi anni dal rapporto tra Ucraina, impero zarista e Urss è un’operazione chirurgica per molti versi ambigua. Non è quindi un puro esercizio intellettualistico, a mio avviso, realizzare un piccolo detour di oltre un secolo per comprendere cosa stia succedendo oggi.
Non è un caso che l’ormai celebre discorso di Putin pochi giorni prima della guerra, fu un’arringa che ricostruiva la storia delle relazioni russo-ucraine, tornando indietro perfino di alcuni secoli. Ci limiteremo inevitabilmente qui all’essenziale, proponendo poi una bibliografia per chi volesse approfondire alcuni passaggi.

In primo luogo si è formata l’idea (non solo recentemente) che l’Ucraina sia stata e sia solo una “piccola Russia” o una “Russia del Sud”, il cui afflato indipendentista lungo due secoli sia stato solo il prodotto di pochi intellettuali e interessi regionali.
Naturalmente i legami politici, sociali e culturali tra le due realtà sono stati molti intensi e hanno avuto tendenza a sovrapporsi in alcune fasi storiche; tuttavia non sono mai stati univoci o coincidenti.
A determinare questo approccio alla questione nazionale ucraina non ci pensarono soltanto gli storici dell’autocrazia, ma anche Friedrich Engels e Rosa Luxemburg. Il primo riteneva che tra i popoli dell’est Europa gli unici che potessero pensare di diventare indipendenti fossero l’Ungheria e la Romania. Gli altri erano niente più che “popoli senza storia”, destinati ad essere la quinta colonna della reazione austro-ungarica, o anche zarista. 

La storia è stata impietosa con questa impostazione “deterministica”, e il più grande marxista ucraino, Roman Rosdolskij, si incaricò di dimostare quanto anche gli studiosi più acuti a volte possano cadere in fallo. Rosa Luxemburg, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, per eccesso di internazionalismo, cadde nella stessa trappola di Engels, giungendo a sostenere, contro l’opinione di molti altri socialisti polacchi, che addirittura l’indipendenza polacca dallo Zar fosse insensata perchè avrebbe distratto il proletariato dai suoi compiti di emancipazione sociale: la questione nazionale era per lei solo un fastidioso lascito delle rivoluzioni del 1848, da archiviare rapidamente.
Nella sinistra solo l’anarchico Michail Bakunin sostenne la creazione di una “confederazione democratica slava”, intesa in chiave libertaria e antimperiale.
All’inizio del secolo scorso, il nascente movimento operaio sia nella “Russia meridionale” sia nella zona galiziana assunse i temi dell’autedeterminazione ucraina: basti ricordare che Ivan Franko, uno dei più grandi scrittori su scala mondiale dell’inizio del Novecento (candidato al Premio Nobel) promosse per tutta la sua vita una visione che mettesse insieme la liberazione ucraina e un socialismo ingenuo ma vigoroso, segnato da tinte proudhoniane.
La rivoluzione di febbraio del 1917 in Russia non fece che accelerare le tendenze prima autonomiste e poi indipendentiste a Kiyv, con la formazione della “Rada centrale ucraina”, il parlamento ucraino. Quest’ultimo avanzò rivendicazioni sempre più radicali: i principali dirigenti della Rada (parlamento monocamerale ucraino), e in primo luogo il suo presidente Volodomyr Vinničenko, baluginavano un socialismo maggiormente legato alle tradizioni dell’Europa Occidentali che a quelle bolsceviche.

Inoltre durante la guerra civile russa, che insanguinò il paese dal 1918 al 1921, e che si svolse in gran parte in Ucraina, emersero potenti movimenti di guerriglia contadina, che, come nel caso di quello anarchico di Nestor Makhno, assunsero lineamenti libertari e anticentralisti, assieme alla rivendicazione (non statalista) della cultura e delle tradizioni ucraine. 

Nell’immagine: Targa commemorativa sull’edificio degli insegnanti (ex Liceo pedagogico) a Kiev, dove dal marzo 1917 all’aprile 1918 si trovava la Central Rada



La scuola, le riforme e la trappola dell’’individualismo

Le radici della guerra d’Ucraina; spesso ignorata (anche a sinistra) la questione del centralismo russo nella polveriera ex-sovietica. 

Anche la scuola, come tutte le grandi istituzioni inventate nei secoli dalla creatività dell’uomo, è  “semper reformanda”. E ci mancherebbe altro, considerata la centralità del suo ruolo e della sua missione! Non solo: è un terreno (visto che abbiamo la fortuna di vivere in una realtà democratica e liberale) nei cui solchi tutti possono mettere la loro zappa a livello dialettico e propositivo. Ne escono inevitabilmente dibattiti avvincenti, spesso accesi e duri, spesso ricchi di intenti strumentali fuorvianti, spesso anche privi di senso compiuto così come capita nei discorsi d’osteria: ognuno dice la sua, poi chi vivrà vedrà.

In quest’ottica, il garbuglio delle idee si trasforma in groviglio dei modelli di riforme o controriforme, e l’elenco e la valutazione delle soluzioni proposte si sfilacciano in maniera persino sconcertante, allontanando i contendenti invece di avvicinarli  nella ricerca di qualche intelligente punto di incontro e condivisione. Intanto  – come ha giustamente sottolineato Adolfo Tomasini in un suo bell’ articolo pubblicato in questa sede – la scuola appare oggi sempre di più come il “cimitero dell’entusiasmo e della passione”, anche perché lo scopo di chi la frequenta, cioè i nostri ragazzi, non è ormai più quello di imparare, bensì quello di ottenere tecnicamente la promozione, per la buona pace dei pressanti e ansiosi genitori. Di fronte a questa realtà disquisire attorno alle varianti dell’inclusività (parità delle opportunità o equità dei risultati?) appare cosa dottamente interessante, ma certo non scioglie determinati nodi concreti cui siamo confrontati.

E al riguardo penso innanzitutto (con riferimento particolare agli ultimi tristi dodici anni di conduzione bertoliana del Dipartimento preposto) all’affermarsi verticistico nell’apparato della burocrazia di una pedagogia – come ci ha insegnato lo storico Adriano Prosperi – “che ha distaccato una presunta scienza del saper insegnare dalla conoscenza di ciò che si insegna”. E si sa che invece – come ricordava un altro grande studioso, Delio Cantimori – “il pane del sapere può essere spezzato e distribuito solo da chi sa impastarlo”.

Poi penso ai rapporti sempre più tesi fra due cosiddette “componenti della scuola”: genitori e insegnanti. Chi ha abbastanza anni sulle spalle per conoscere un po’ la storia tribolata di tale dialogo nel nostro Paese, non può che guardare con apprensione alla sua evoluzione e allo stato attuale delle cose. Il fatto è che sono mutate molto nel frattempo le attese, le sensibilità, le velleità. Una volta (sino almeno a quarant’anni fa) le famiglie affidavano i loro figli alla scuola senza metterci il becco più di tanto, perché c’era una sostanziale condivisione dei valori e della bontà e dell’utilità delle conoscenze che venivano trasmessi nelle aule. 

C’era insomma, in termini non diversi, una forte fiducia corale nell’istituzione e in chi la rappresentava in trincea, nel segno pure della consapevolezza della necessità d’avere un senso d’appartenenza a una comunità. Il progressivo ma tenace dilagare negli ultimi decenni del pensiero liberista (che è una vera filosofia generale di vita, non riconducibile – come purtroppo si tende a credere – alle sole sfere della politica e dell’economia) e che è costruita sulla predominanza dell’individualismo, ci ha portati al patatrac: ognuno per sé e ognuno contro tutti. Un ripiegamento (negli anni Ottanta si chiamava “riflusso”) sul privatissimo orticello delle proprie illusioni di superiorità (scambiata per libertà). Va da sé che la scuola e chi vi opera, così come è stata creata e man mano costruita, non poteva che diventare un nemico, non un alleato: un ostacolo al necessario primato del singolo.

Ricette non ne ho per risolvere la situazione, se non quella di riuscire a cambiare semplicemente la testa dell’ormai maggioranza delle persone; impresa che, pensando alla scuola, non riuscì, ai suoi tempi, nemmeno a quella eccezionale ed esemplare personalità che fu don Milani.

      


Con chi «parla» Giorgia Meloni?

Le radici della guerra d’Ucraina; spesso ignorata (anche a sinistra) la questione del centralismo russo nella polveriera ex-sovietica. 

«Hai visto il re francese?» chiese una volta Federico il Grande a d’Alembert.
«Sì, ho visto Sua Maestà» rispose il filosofo.
« Che cosa ti ha detto?».
« Non mi ha parlato».
«E con chi parla?» chiese stizzito il re. 

Questa annotazione tratta da «fogli volanti» di Petr Andreevič Vjazemskij, acuto, ironico e disincantato osservatore/protagonista della vita politica e letteraria russa dell’Ottocento, è aspetto di uno dei lasciti più importanti della cultura illuminista. La convinzione, cioè, che l’esercizio del potere politico, in particolare quello ai livelli apicali, non possa prescindere dalla coniugazione con un’intelligenza delle cose elaborata, anch’essa, ai livelli apicali. 

È un fatto che, nella fase attuale di consolidamento del «capitale totale» in tutte le su espressioni, tale esercizio sia diventato irrilevante per un ceto politico al quale non sono più delegati reali poteri d’intervento sui meccanismi di fondo dei processi di accumulazione. Tuttavia un capo di governo il cui pensiero sulla società e sull’economia prescinda dall’esigenza di «parlare» non tanto con i «d’Alembert» (peraltro in giro non se ne vedono molti), ma con coloro che hanno conoscenza reale dell’oggetto su cui esercita il  flatus vocis, è indicatore sostanziale della qualità del suo governo politico.

«Non è lo Stato che genera lavoro …», afferma in continuazione la signora presidente del Consiglio italiano. «Falso», per dirla con il titolo di una preziosa collana di Laterza. Se la signora Meloni avesse «parlato» con qualche libro di storia economica relativo ai modi dello sviluppo del capitalismo in età moderna e contemporanea, sarebbe stata colta da qualche dubbio? Gli studi in proposito ci dicono che agli inizi degli anni Sessanta, quando l’Italia ridusse drasticamente la disoccupazione, la spesa in innovazione tecnologica ed in investimenti nella ricerca (condizioni fondamentali della creazione di lavoro) fu sostenuta per il 50% del totale dall’impresa pubblica.

Se la Presidente avesse «parlato» con quei libri si sarebbe risparmiata di dire sciocchezze?

No, quelle sciocchezze non se le sarebbe rispamiate. Il progetto governativo della signora Meloni non sfiora nemmeno la sfera economico-sociale, regolata in automatico  secondo l’agenda neoliberista. L’accettazione in toto di quell’agenda e delle sue narrative permette, però, di non mettere in pericolo il sostegno al suo governo dei poteri economico-finanziari dominanti. 

La retorica sui padroni come unici job creators, sebbene storicamente falsa, non è però indicativa di alcuna forma di fascismo. Tuttavia  resta essenziale per mettere in sicurezza le politiche derivanti da ciò che i governanti, esponenti dell’attuale «forma» fascismo, «ascoltano» davvero. Infatti il solido ancoraggio all’ordine sociale neoliberista, nazionale ed internazionale, scongiura qualsiasi intervento dei custodi di tale ordine nella sfera che Fratelli d’Italia  considera l’area privilegiata della propria vocazione governativa.

La Presidente del Consiglio «parla» con la «fiamma» che campeggia nel simbolo del suo partito, «parla» cioè con la lunga storia (dal 1946) del neofascismo italiano e dei suoi motivi ispiratori e fondanti.  Parlare con una storia di lunga durata e sentirsene erede, impegnarsi a fondo perché i suoi valori costitutivi siano ancora rilevanti nelle condizioni molto mutate del nostro presente, è cosa assai seria. A Meloni va dato atto di averne perseguito e di perseguirne con coerenza e pertinacia il lascito: cancellare la cesura che una Costituzione fatta contro il fascismo, nata dalla sconfitta del fascismo, aveva introdotto nella storia d’Italia.

L’antifascismo della Costituzione non consiste tanto nelle norme transitorie che riguardano il divieto di ricostituzione di un partito fascista sotto ogni forma,  quanto nei numerosi articoli che affrontano il nodo di un nuova democrazia economica, di un nuovo ordine sociale. Per questo la storia dell’applicazione della Costituzione italiana è stata un processo tormentato, contraddistinto da profonde oscillazioni.  Il testo promulgato il 27 dicembre 1947 ha quasi sempre dovuto convivere con un ordine sociale che le era contraddittorio, un ordine sociale che veniva da lontano, che il fascismo storico non aveva rotto bensì consolidato. Da subito si aprì un divario tra le istituzioni formali e quelle informali dello Stato, e fu l’insieme informale che «annacquò, distorse, o sovvertì» (A. Capussela, Declino. Una storia italiana, Luiss, 2019) quello formale indicato nella Costituzione. E in quelle vicende di «distorsione» e «sovvertimenti» molti di coloro che «parlavano» con la «fiamma», come dimostrano studi seri e sentenze della magistratura, non ebbero certo parte secondaria.

Ora Meloni, e la confraternita dei «parlatori» con lo spirito della «fiamma», sono convinti di essere arrivati alla fase finale della partita: la riduzione dell’antifascismo ad elemento episodico in una continuità della storia italiana dove le «forme fascismo», invece, sarebbero componente ineliminabile.

Nei modi odierni di una declinazione superficiale dell’antifascismo, ci sono tutti i motivi perché le loro speranze possano non andare deluse 

Nell’immagine: l’inquietante continuità della “fiamma”


Gli Usa ci ignorano, Europa allo sbando

Le radici della guerra d’Ucraina; spesso ignorata (anche a sinistra) la questione del centralismo russo nella polveriera ex-sovietica. 

Di Lucio Caracciolo, La Stampa

 

Ma chi comanda in Europa? Fino al febbraio dello scorso anno, la risposta suonava ovvia: gli Stati Uniti sul piano strategico e militare, con la Germania a mettere insieme una politica economica per l’Eurozona compatibile con i propri interessi mercantili e con la propria cultura monetaria. L’egemonia americana si esprimeva via Nato, sulla base del motto originario: «Americani dentro, russi fuori, tedeschi sotto». La subegemonia economica tedesca, sotto ombrello atlantico ovvero protettorato americano, verteva sulla vestizione europea delle priorità germaniche. L’invasione russa dell’Ucraina e l’inasprirsi della sfida fra Washington e Pechino hanno travolto queste certezze. E prodotto interessanti paradossi. Dei quali l’Italia dovrà tener conto per non finire fuori gioco. Cominciamo dagli Stati Uniti. Non passa giorno senza che da Casa Bianca e dintorni ci si comunichi che noi europei non siamo in cima ai loro pensieri (con la simpatica eccezione irlandese, fissazione di Biden per via di sangue).

Perché la bussola è il contenimento della Cina. Gli apparati a stelle e strisce si preoccupano di noi quasi solo per impedire che l’influenza cinese in Europa diventi troppo pervasiva. Vale soprattutto per la competizione tecnologica – ossessione americana – meno per i commerci.

La guerra in Ucraina viene dopo. Per l’ottima ragione che Washington ha già raggiunto il suo obiettivo strategico: rompere l’interdipendenza energetica fra Russia e Germania. Il 7 febbraio 2022, tre settimane prima dell’inizio della guerra, Biden aveva pubblicamente proclamato davanti al silente cancelliere Scholz: «Noi porremo fine ai gasdotti Nord Stream 1 e 2. Prometto che saremo in grado di farlo». Che siano stati direttamente sabotatori americani a eseguire la volontà del presidente o altri che ne condividessero i propositi, alla fine il risultato è Usa batte Germania-Russia due a zero.

Il secondo obiettivo era dare una lezione a Putin tenendo unita la Nato. La partita è in corso. Il risultato incerto. Il sostegno alla resistenza ucraina ha sventato la presa russa di Kiev, ma la guerra di attrito nel Donbas continua. Il Pentagono lamenta che sta esaurendo gli stock di munizioni. Ed è in ritardo di quattro anni nelle forniture di armi a Taiwan perché le deve stornare verso l’Ucraina, teatro secondario. Molti negli apparati americani vorrebbero chiudere entro l’anno la guerra in stile coreano: una «Corea del Nord» – i territori ucraini in mano ai russi – concessa a Mosca e una «Corea del Sud» – il grosso del paese, sotto Kiev, «garantita» (si fa per dire) dalle maggiori potenze. Con gli europei a pagare il grosso della ricostruzione. Due utopie difficilmente fanno una realtà.

Quanto all’unità della Nato. Che cosa accomuna la posizione polacca a quella francese, quella turca alla romena, quella inglese all’ungherese, per tacere della sfinge germanica? La lista dei contrasti potrebbe continuare. Riemerge l’antica faglia intraeuropea fra Est e Ovest. Per dirla all’americana, fra Nuova e Vecchia Europa. In geopolitica, fra i paesi dell’ex patto di Varsavia oggi avanguardie antimoscovite in lotta per liquidare la Russia e i paesi della Nato originaria indisponibili a farla finita una volta per tutte con l’impero russo. Anzi, pronti a riconsiderarne a guerra sospesa il ruolo nella sicurezza continentale.

Lo iato fra le due Europe è scolpito dalle recenti uscite del presidente francese Macron e del premier polacco Morawiecki. Il primo, reduce da piacevoli retrouvailles con Xi Jinping: «Essere alleati dell’America non significa esserne vassalli». Slogan di stampo gollista, basso continuo della geopolitica francese anche oggi che il caos scuote l’Esagono. Dunque l’Europa (sinonimo di Francia) non deve seguire gli Stati Uniti nell’accelerare la crisi di Taiwan. Né deve «umiliare» Putin. Il secondo replica da Washington, dove ha prenotato ricche forniture di caccia F-35 e missili aria-terra Jassm Xr con gittata di 1.900 chilometri: «L’impero del Male che Putin ha costruito negli ultimi 23 anni è rinato all’Est. I barbari russi non minacciano solo l’Ucraina ma tutta l’Europa e l’intero mondo libero. La Nuova Europa lo capisce. È tempo che anche la Vecchia Europa lo capisca». Intanto Varsavia insiste per ottenere un trilione e 300 milioni di euro da Berlino a titolo di riparazione dei danni subìti nella seconda guerra mondiale. La Germania considera la pretesa irricevibile.

E noi? Abituati al doppio vincolo americano (strategico) e tedesco (fiscale) male ci adattiamo al clima «ciascuno per sé nessuno per tutti». Finora si trattava di eseguire, emendare o aggirare le direttive americane ed eurogermaniche. Oggi serve stabilire quel che possiamo volere. Nei nostri limiti, non così limitati come preferiamo credere per non impegnarci troppo. Ad esempio: sull’Ucraina stiamo con la Polonia o con la Francia? O con nessuno dei due? Il memorandum firmato nel 2019 con la Cina e in scadenza l’anno prossimo lo rinnoviamo, lo denunciamo (linea prevalente) o inventiamo qualche garbuglio? E come ci regoliamo con la Germania, in seria crisi di identità interna e autorità europea, nelle trattative sul patto di (in)stabilità e (de)crescita, sospeso il quale abbiamo conosciuto una breve stagione di sviluppo con tassi da miracolo economico e oltre?

Valga metafora ciclistica. Fino a ieri stavamo nel gruppone tirato da altri. Ben riparati da alleati più o meno sinceri che ogni tanto si voltavano per assicurarsi fossimo ancora lì. Oggi ciascuno pedala con lo sguardo fisso nella nebbia, naso sul manubrio. Raramente si gira. E se non ci trova non ci aspetta.


Un discorso in ritardo sulla coerenza

Le radici della guerra d’Ucraina; spesso ignorata (anche a sinistra) la questione del centralismo russo nella polveriera ex-sovietica. 

Cominciamo con le parole.  E’ coerente, dice il vocabolario, “chi non si disdice o contraddice” Come si dice però che ci sono una umiltà oppure una carità pelose, nel senso che sotto il pelo nascondono solo un interesse personale, così si potrebbe dire che c’è anche una coerenza pelosa. E poi, ancora, di un’azione che non è stata come si voleva o doveva, si dice che è stata un’azione balorda; così si può dire, infine, che anche una coerenza può essere balorda.

Quell’alleanza contro natura

Affermare, come si è più volte detto, che il rifiuto del Consiglio nazionale di approvare le garanzie federali al fine di garantire l’acquisizione del Credit Suisse da parte dell’UBS sia stato uno schiaffo al Governo perché si è vista la sua gestione della crisi sconfessata, è forse la peggior barzelletta che si poteva inventare o la peggior fuga per la tangente che si poteva escogitare. Anche perché seguita subito dall’affermazione democraticamente illogica: la decisione è solo simbolica. E che dire della diagnosi postuma della ministra liberale delle Finanze: “Avevamo a che fare con un paziente già  colpito da malattia cronica”.  Chiaro che nesssuno se ne era accorto ed è quindi bene che tutto rimanga ora come il governo miracoloso ha deciso. Con la lapidaria conclusione del ministro socialista: “La sparizione del Credit Suisse non è quella della Svizzera” (nota: anche se era scritto  nelle tavole della legge ch’era troppo grande per dover sparire).

Si è anche detto che è stata un’”alleanza contro natura” a respingere tutto, anche il compromesso trovato dal generoso  Consiglio degli Stati. L’Udc si è opposta a tutto; il partito socialista e i Verdi  pure, perché non spettava certamente a loro togliere le castagne dal fuoco. Ed è qui che entra in gioco il discorso sulla coerenza che, a quanto risulta da numerosi commenti e interviste è parola ignorata (ne ha fatto solo un accenno indiretto Sergio Rossi nella sua  intervista pubblicata in questa sede).

Niente a che fare con l’ordine liberale

Se ne è accorta, senza menzionarla, la rivista (liberale) degli ambienti economici svizzeri, “Avenir”. Quanto si è deciso (la procedura scelta, la fusione di due banche, l’estensione delle garanzie dello Stato) non ha niente a che fare con  l’ordine liberale. La creazione di una superbanca, di un colosso finanziario sovradimensionato è un colpo micidiale alla libera concorrenza (“i consumatori e le imprese in Svizzera saranno le vittime di una eventuale concorrrenza limitata”). “Le regole del too big to fail (troppo grande per fallire) sono una farsa”. “La fusione giuridica di UBS e Credit Suisse comporta una riduzione drastica dei diritti degli azionisti”. E gli azionisti sono sempre quelli che contano di più, i soldati dell’ordine liberale.

La chiusa è lapidaria: “La fine dell’ordine liberale in Svizzera, paese di banche, dovrebbe servire d’allarme a tutti gli attori dell’economia di  mercato nel nostro paese…Non serve a niente coprirsi la faccia”. E pù avanti: “Per preservare la piazza finanzia svizzera bisogna dapprima rammentarsi che non è il mercato che è in disfunzionamento, ma una banca…”. E, infine, un interrogativo un poco fazioso: “Come evitare che il contribuente sia toccato quando un grande istituto finanziario si trova in difficoltà? Solo una risposta palusibile a questa quesione permetterà di ristabilire l’ordine liberale in Svizzera”.

Il tresette delle parti

Quindi, da parte “liberale” (quindi da parte del sistema imperante) è implicita una dichiarazione di “coerenza mancante”. La conclusione, non espressa, dovrebbe essere che la banca bisognava lasciarla fallire perché così volevano il demerito imprenditoriale,  il mercato, la libera concorrrenza, il ripudio di ogni intervento statale o parastatale. Perché il mercato è buono, giusto, dev’essere libero (anche con le malefatte), non vuole ingerenze, neppure salvifiche, dello Stato. Che comunque, per la salvaguardia dell’immagine della piazza finanziaria e della “loro”economia, i liberali sono disposti una tantum (un po’ più di una?) ad accettare. Anche perché pagano le imposte.

Da parte Udc la coerenza c’è, innegabilmente, ma si è fatta pelosa: si è opposta, certo (perché “ideologicamente” quel che è avvenuto è inaccettabile, visto che è liberista), ma evocando  il fatto che il partito l’aveva detto e previsto e ancora una volta non è stata ascoltato: bisognava separare l’attività di ”investment banking”(investimento bancario, rischioso e pericoloso) dal “retail banking” (le consuete operazioni bancarie), anche se è facile scoprire che quell’idea era già stata sollevata prima proprio dalla Sinistra, ai tempi della discussione sul segreto bancario e sulla responsabilità sociale delle banche.

La coerenza balorda è quella dei socialisti. Per un semplice motivo: non  sono stati “opportunisti”. Era l’occasione ideale per insistere non tanto sul fallimento di una banca ma sul fallimento di un intero sistema,  per rilevare che il mercato senza lo Stato ( il detestato Stato in quanto comunità intera, teso al bene di tutti e non di pochi), senza finalità sociali e senza giustizia attiva, diventa facilmente rovina e catastrofe. E vale oggi, soprattutto, continuando a lasciargli nelle grinfie, ad esempio, anche il clima.

Nell’immagine: Alleanza contro natura, rielaborazione di un celebre poster di Tomi Ungerer


Sergio Rossi – Rossoverde, un progetto pieno di contraddizioni da sciogliere

Le radici della guerra d’Ucraina; spesso ignorata (anche a sinistra) la questione del centralismo russo nella polveriera ex-sovietica. 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Decrescita felice

Le radici della guerra d’Ucraina; spesso ignorata (anche a sinistra) la questione del centralismo russo nella polveriera ex-sovietica. 


Un lungo, estenuante ed interminabile rumore misterioso

Le radici della guerra d’Ucraina; spesso ignorata (anche a sinistra) la questione del centralismo russo nella polveriera ex-sovietica. 

Una premessa è d’obbligo: quello dei “programmi celebrativi” è un genere di emissione televisiva particolarmente insidioso, tendenzialmente destinato a scontentare (come accade alle antologie) gli inclusi (ma troppo poco), gli esclusi (ingiustamente) ed un pubblico che si aspetta sempre di assistere ad un evento in cui si ritrovi nostalgicamente catapultato nella dimensione, più o meno consapevole, di anni belli, di “tempi migliori”.

E non c’è come riascoltare voci e melodie a produrre quell’effetto di “sentirsi a casa”; un effetto che è proprio ed è riconosciuto alla RSI, un tempo Monteceneri, oggi Radio Svizzera di lingua italiana. 90 anni di storia sono tanti, e raccontarli in uno spettacolo live è impresa ostica, che per forza di cose, in due ore di programmazione di prima serata, deve coniugare numerosi elementi: rappresentare la varietà dell’offerta, alternare interventi parlati, filmati e musicali con un ritmo che coinvolga pubblico presente e pubblico a casa, svilupparsi come un “racconto” secondo un disegno, un filo logico, che contenga momenti “obbligati” (quelli che tutti si aspettano) alternati a sorprese, in un andamento crescente che porti ad un finale, se non proprio “catartico”, almeno capace di lasciare il pubblico con un giusto e sano senso di soddisfazione (e di appartenenza).

“Novant’anni insieme”, andato in onda sabato sera, ci ha provato, affidando la conduzione alla brava Lara Montagna ed al navigatissimo Enrico Carpani, maestro di eloquenza ed eleganza, nel passare da un’intervista ad un lancio, in un percorso che ha attraversato, per finire, più le tre reti di oggi che i nove decenni dell’azienda, di un’emittente che ha una storia a dir poco straordinaria, da tutti i punti di vista.

Il programma è diventato così una passerella per gli attuali artefici dei programmi radiofonici, benché all’inizio si potesse immaginare un taglio anche “storico”, con i collegamenti dal centro di Lugano e dallo studio foce, dove tutto ebbe inizio. Anzi, ancora prima, il tutto si è aperto con un annuncio assolutamente classico, quello, appunto, di una annunciatrice degli anni che furono ( Edwige Hess-Sassi) cui si sarebbe almeno dovuto riconoscere un ruolo ed una maestria che si è persa nel tempo.

A far pensare ad un tale percorso vi era poi la presenza, sul palco, di una rinata e aggiornata “Orchestra Radiosa”, che è partita nel punteggiare i primi momenti del programma per poi gradatamente ammutolirsi fino a fare, semplicemente, da tappezzeria ( o più benevolmente, da pubblico plaudente). 

Infatti è bastata una ventina di minuti perché tutto virasse sul susseguirsi di momenti di presentazione degli attuali settori radiofonici, dall’informazione allo sport, con l’angolino concesso a Rete Due, un più ampio spazio a Rete Uno e Rete Tre, la rete giovane, per intenderci, dove a fatica si è visto e sentito qualcuno che fosse under 40. Un ipotetico filo conduttore di carattere retrospettivo era forse attribuito agli attori della prosa radiofonica e ad alcuni loro momenti, talmente recitati da apparire troppo incongrui rispetto alla progressiva casualità di quanto era in scaletta attorno a loro.

Non parliamo poi del momento di “contatto”, quello della riproposizione paraltro scontata del famigerato “rumore misterioso”, con un Roberto Rizzato versione Ray Charles (occhiali scuri, chissà perché?) ad annunciare il ricco premio di nove marenghi per chi avesse individuato che rumore fa inserire un rotolo di nastro adesivo nel suo contenitore di plastica a forma di chiocciola. Ma possibile che non ci fosse altra soluzione? Che il “rumore misterioso”, per fare solo un esempio, si applicasse per far ritrovare sigle o voci o momenti particolari di storici programmi da indovinare per rievocarli? 

Insomma, con questa esilissima e friabile impostazione, si è proceduto, per accumulo, in una sorta di programma patchwork quanto meno “irrisolto” nella sua assenza di scrittura, che si è trasformato esso stesso in un’interminabile ed estenuante “rumore misterioso”, con una sconclusionata e sciapa esibizione di un terzetto pseudo-comico di Rete Tre (Cioffi- Griso-Angelo), fino a che la celebrazione dei 90 anni della RSI non è diventata la celebrazione (?) del pensionamento di Enrico Carpani, con tanto di targa che ne attesta pubblicamente il ruolo di incaricato e supplente direttore. Una sorpresona che gli è venuta dall’attuale direttore Mario Timbal, seduto nel pubblico accanto all’ex-direttore Dino Balestra, orfani entrambi (forse) dell’altro ex-direttore, il neodeputato Maurizio Canetta, probabilmente inopportuno, per l’azienda, quanto la sua “discesa in campo”.

E con l’accorato congedo di Sergio Savoia in un suo minisermone gratulatorio si è arrivati ai titoli finali di una serata che si è risolta in un paradosso: cercando di rendere omaggio, se non alla storia dell’azienda almeno a quelli che la fanno oggi, è riuscita a metterli nelle condizioni di non poter mostrare quel che valgono davvero. Perché alla Radio ci sono tanti professionisti bravi e seri, che fossero presenti o meno nella serata, ma di queste qualità non si è sfortunatamente vista neanche l’ombra.

Con un’eccezione, in cui sta forse il momento migliore del programma: un breve inserto di 2 minuti in cui barocchisti e coro inscenano un particolare flash-mob in centro città a Lugano, sotto la direzione di Diego Fasolis. Ecco, a proposito di Fasolis e coro, per fortuna, il programma musicale domenicale “Paganini” ha riproposto un gran bel documentario di Mando Bernardinello e Renzo Rota sul ruolo della musica corale nella storia della Radio. Ecco un vero omaggio al senso e al ruolo, da 90 anni a questa parte, del servizio pubblico radiotelevisivo.

   

 


Addio alle urne

Le radici della guerra d’Ucraina; spesso ignorata (anche a sinistra) la questione del centralismo russo nella polveriera ex-sovietica. 

Ci sono state le elezioni cantonali e sono passate. In quei giorni un profluvio di manifesti e tante facce desiderose di servire il bene comune hanno invaso le nostre contrade: ora, qua e là, resta qualche brandello sgualcito a ricordarci che le chiacchiere sono state tante ma la sostanza poca. Carlo Cassola, quello del ‘Gigante cieco’, riteneva che in politica le apparenze contano: concordo. Infatti lo spettacolo offerto non è stato dei migliori e la forma ha ricalcato i contenuti.

La politica è una cosa seria, molto seria, e bisognerebbe che lo capissero tutti, a cominciare da certe trasmissioni radiotelevisive che la intendono come gioviale intrattenimento e sollazzo da avanspettacolo, all’insegna del tutoyer che fa compagnoni. Tanti candidati alle poltrone si sono prestati alla sconfortante esibizione: l’audience, si sa, può portare qualche voto in più. A tirar le somme, si deve pure ammettere che, qua e là, il principio della stupidità funzionale teorizzato in politica ha un terreno assai fecondo.

I filosofi della politica raccomandano un minimo di “distanza democratica” per il buon funzionamento della democrazia, ma non godono di molta popolarità: vale la “disintermediazione” di tutto, anche del buon gusto. È questo uno degli effetti perniciosi della personalizzazione della politica in cui conta apparire più che essere.

Non mi avventuro nei giudizi sugli esiti elettorali di queste ultime cantonali. Azzardo solo poche sommarie e personalissime impressioni. La Lega paga l’ambiguità di chi il potere lo occupa ma lo contesta: difficile essere partito e movimento; il partito liberale è diventato un partito liberista, e nessuno ha spiegato agli interessati la pericolosa incompatibilità fra i due aggettivi, dove il secondo contraddice l’essenza del primo; i socialisti, al netto delle diatribe personali, hanno perpetuato il vezzo delle “parole di nebbia” che privilegiano una certa astrazione concettuale ed evitano di affrontare di petto, con la dovuta crudezza, i problemi che la gente comune sente come prioritari (a loro segnalo un recente libro di Luca Ricolfi, Le mutazioni, Milano, 2022: ci spiega perché le idee di sinistra sono migrate a destra); i verdi pagano la congiuntura sfavorevole e l’ignavia degli umani: l’ambiente va a rotoli ma passa in secondo piano quando di mezzo c’è un pezzetto del nostro benessere materiale; i centristi frenano il declino perché retribuiti da qualche bersaglio ben centrato; le destre, beh, il vento sovranista soffia impetuoso e la distinzione fra Noi e Loro va alla grande. La frammentazione, di cui tanto si dice, rispecchia il disorientamento dei partiti tradizionali e le domande inevase a cui non sanno dare risposte vere: cercare di risolvere il problema con la soglia di sbarramento è una sciocchezza possibilmente da evitare; non si pulisce la casa buttando la polvere sotto il tappeto.

Astensionismo e scheda non intestata, indici di sfiducia

Accanto a queste scarne premesse, segnalo il dato più clamoroso, avvertito ma discusso alla chetichella: sette cittadini su dieci rifiutano i partiti e optano per l’astensionismo o per la scheda non intestata. È un definitivo indice di sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali e della democrazia rappresentativa. Non è un ripudio assoluto dei partiti, ma di “questi” partiti: spostati verso la gestione delle risorse dello Stato, hanno smarrito i legami con la società e hanno perso qualsiasi legittimazione come rappresentanti affidabili delle domande dei cittadini. Il fossato con la società è diventato una voragine.

La disaffezione nei confronti della rappresentanza eletta ha riportato d’attualità, e non è un caso, l’antica pratica del sorteggio. Dicono i fautori: il sorteggio sottrae i prescelti dall’influenza dei partiti e garantisce l’imparzialità. Rispondono i detrattori: il sorteggio non considera il merito. Replicano i fautori: perché le elezioni privilegiano forse il merito? Non è forse dimostrato che le logiche elettoralistiche non promuovono necessariamente il governo dei migliori e dei competenti, ma piuttosto chi sa destreggiarsi nell’apparire più che nell’essere? È un ottimo argomento di dibattito, ma una cosa è sicura: la rivendicazione di formule alternative altro non è che il tentativo di compensare il deficit di rappresentatività dei partiti e di ridare credibilità al sistema.

E allora forse la domanda corretta che ci si deve porre non è tanto perché la gente non vota, ma perché la gente continua a votare “questi” partiti. Dal filosofo Francis Dupuis-Déri (Addio alle urne, Eleuthera, Milano, 2019) giunge una precisazione: l’astensionismo continua a essere biasimato e denigrato, ridotto a semplice prodotto dell’indifferenza rassegnata o dell’incompetenza, e in realtà si va sempre più affermando come pratica politica consapevole.

L’altra strada della politica

In genere quando si parla di astensionismo lo si associa al cittadino apatico, passivo, disinteressato. Era vero, per una serie di ragioni, lo scorso secolo: spesso coloro che non votavano erano i socialmente emarginati, i meno interessati alla politica, con livelli di conoscenza piuttosto bassi. Il panorama cambia radicalmente nel XXI: oggi siamo confrontati con un astensionismo di protesta che palesa una sfiducia totale nella funzione parlamentare e va di pari passo con la disaffezione nei confronti della democrazia rappresentativa. Molti fra quelli che si astengono hanno un’alta conoscenza del ruolo della politica ma ritengono che i partiti non siano più in grado di assolvere il loro mandato. Si tratta di una percezione che ha un fondamento perché il partito oggi ha finalità eminentemente elettoralistiche: l’intento è riprodurre sé stesso e il rapporto con i cittadini è cercato quando servono i voti. Ed ecco allora che l’interesse per la politica non svanisce ma prende altre vie e assistiamo al fiorire dell’associazionismo, del volontariato, delle proteste di piazza. È l’altra strada della politica. E i partiti? Ci vogliono, sono inevitabili ed è difficile pensare a una democrazia senza partiti. Ma debbono cambiare se non vogliono autoaffondarsi.

E allora che fare? Forse vale la pena di seguire il consiglio di Noam Chomsky: andiamo a votare e cerchiamo di optare per il male minore ma allo stesso tempo facciamo sentire la nostra presenza nelle associazioni varie e non dimentichiamo, quando occorre, di scendere nelle strade per reclamare un po’ più di dignità per le persone, di giustizia sociale e ambientale.

Articolo scritto per “La Regione”


Ma allora, ha ragione l’uomo o l’orso? 


Le radici della guerra d’Ucraina; spesso ignorata (anche a sinistra) la questione del centralismo russo nella polveriera ex-sovietica. 

Di Michele Serra,  Che Tempo Che Fa

 

Dal dopoguerra a oggi in Italia la superficie dei boschi e delle foreste è raddoppiata. Oggi occupa circa un terzo del territorio nazionale. Mano a mano che l’uomo scendeva in pianura e smetteva di coltivare la montagna, il bosco avanzava. E con il bosco, la vita selvatica. La natura, appena noi facciamo un passo indietro, ne fa due in avanti.

Come insegnano le favole, il bosco non è un luogo rassicurante. È un luogo meraviglioso, ci sono i funghi, le tane degli animali, gli odori della decomposizione e della rinascita. Ma è anche un luogo misterioso, dove le tenebre spesso prevalgono sulla luce. In pianura, o sulle cime dei monti, puoi spingere lo sguardo molto lontano. Nel bosco, lo sguardo si ferma a pochi metri. Non sai che cosa c’è dietro. Ogni rumore ti fa trasalire, ogni ombra ti inquieta. Per questo l’uomo, per millenni, ha disboscato. Perché aveva paura del buio e voleva vederci chiaro.

Ma l’uomo è un animale strano. Potente ma illogico. Ora che vive lontano dai boschi, dalle montagne, dalle foreste, ne sente la mancanza. Capisce di avere perso qualcosa di importante. Una parte di se stesso. E vuole che gli venga restituita, la natura. Ma ormai è abituato alle comodità e pretende una natura a rischio zero. Una natura turistica, sterilizzata, ospitale, una natura da cartolina nella quale tornare a riposarsi e a divertirsi. Una natura tutta funivie e niente fatica. Tutta fiorellini e niente orsi.
Ma la natura non è buona. È il teatro di un conflitto inesauribile, quello tra vita e morte. In natura si mangia e si è mangiati. Ci sono le prede e ci sono i predatori, che qui in Europa sono volpi, lupi, orsi, linci e sciacalli. Per non dire dell’uomo, che è largamente il predatore più attivo, e vorace. No, la natura non è vegana.

Dopo il terribile incidente in Trentino, l’orsa che ha ucciso un ragazzo, è tornata una paura che per gli animali è vita quotidiana, ma per l’uomo occidentale sembrava dimenticata: la paura di essere sopraffatti da una belva.

E da un lato ci sono quelli che la pensano come il presidente della provincia di Trento, Fugatti, che nel 2011 aveva organizzato, alla festa della Lega, un banchetto a base di carne d’orso. Per quelli come lui l’orso, fondamentalmente, è una bistecca. È una visione, come dire, un poco da orso, perché anche per l’orso Fugatti è solo una bistecca.
In questa visione delle cose, il rapporto uomo-orso è un derby tra predatori, e ovviamente vince l’uomo con il fucile, e il discorso è chiuso. In questa visione delle cose, conta solo l’uomo.

Sull’altro fronte ci sono quelli per i quali, per principio, l’abbattimento di qualunque animale è un tabù. L’animalismo, in molti casi, è una religione, con i suoi dogmi e le sue scomuniche. L’idea che una bestia possa essere in soprannumero, rispetto al suo territorio, non li sfiora. L’idea che anche gli allevatori e i contadini, che ancora abitano la montagna e la presidiano come fanti in trincea, debbano essere protetti dai lupi e dagli orsi, non li tocca.

Tra chi considera gli animali selvatici un ingombro, una scocciatura che gli rovina le vacanze, e chi crede che l’unico animale cattivo sia l’uomo, e la natura sia una favoletta edificante, c’è un varco molto stretto. In quello stretto varco devono parlare la scienza, gli zoologi, i naturalisti, quelli che vivono ogni giorno tra l’uomo e l’orso e tra l’uomo e il lupo. L’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. La guardia forestale. Dovrebbero parlare loro e decidere loro: ma con tutto questo fracasso, la loro voce rischia di scomparire nel profondo della foresta.

Nell’immagine: Theodore Roosevelt non uccide il cucciolo d’orso dando così vita “Teddy Bear”, il capostipite di tutti i peluche d’orso