Il clima, quei capi, quel partito che continuano a “stupirci” (o a stordirci)

Nelle decisioni e nelle argomentazioni sul clima di certa destra domina un fattore che spesso si trascura di richiamare: la stupidità 

C’è il caporione, a noi qui vicino, che fa lega come lombardo e come ministro alle infrastrutture al governo della romanesca Meloni, che annienta il problema del clima sostenendo, su una spiaggia infocata, che “d’estate ha sempre fatto caldo e d’inverno freddo”.  Sfotte quindi gli ambientalisti (ovviamente tutti targati sinistra) sulla platea leghista di Cervia aggiungendo: “Se studi un pochino di storia vedi che sono cicli e non è perché c’è Capezzone che sgasa con la sua Golf Turbo che il ghiaccio dell’Adamello arretra…”.

C’è il primo ministro conservatore britannico, Rishi Sunak, che visitando una fabbrica di gas Shell nell’Aberdeenshire e facendosi fotografare sulla vecchia Rolls che fu della Thatcher, si è lanciato in una nuova strategia che vorrebbe fare dell’ambiente una linea di demarcazione politica. Per distinguersi dagli avversari laburisti che battono il chiodo del clima e stanno rimontando. Essa consiste nel difendere gli automobilisti, azzerare la politica dei “quartieri a debole circolazione” (quelle zone che moltiplicano i sensi unici e le strade semipedonali), sostenere la produzione di idrocarburi nel mare del Nord concedendo un centinaio di nuove licenze di sfruttamento, ridurre il prezzo della tonnellata di CO2 (o carbonio, causa del surriscaldamento) per le industrie pesanti perché punitivo per le aziende e freno per l’economia.

C’è il presidente americano Biden che, in un piano che avrebbe come obiettivo la riduzione dell’inflazione (Inflation Reduction Act), riesce a far passare un testo di legge assai generoso (369 miliardi di dollari) per la transizione energetica, lo sviluppo di nuove energie e un buon rigurgito protezionista con la fabbricazione solo in America del Nord di veicoli elettrici, pannelli solari e batterie; poi sussidi per pratiche meno inquinanti nell’agricoltura. Tuttavia, per ottenerne l’approvazione, persino dai suoi (democratici-centristi) deve includervi una lunga serie di concessioni per lo sviluppo di energie fossili: quindi, niente pannelli solari o pale eoliche senza che il Dipartimento dell’Interno non abbia prima permesso lo sfruttamento per gas o petrolio o scisti (800 mila ettari saranno quindi  messi all’asta ogni anno e 24 milioni di ettari offshore nel golfo del Messico e in Alaska… quando Biden aveva invece promesso di sospendere ogni nuova concessione sulle terre federali per salvaguardare il clima ed evitare i tifoni devastatori). “Un patto di suicidio climatico, una pillola avvelenata”, l’ha definito lo stesso Brett Hartl che è direttore degli affari governativi al Center for Biological Diversity.

C’è in Svizzera il partito di maggioranza relativa, che è nel governo federale, con un suo consigliere che dirige proprio il dipartimento dell’ambiente e che alla vigilia del primo agosto, festa nazionale, proclama, su tutti i quotidiani, con inserzione collocata sempre nelle pagine redazionali (solo perché meglio pagate?) “la giornata della resistenza contro il proibizionismo rosso-verde”, per salvaguardare “la libertà, la sicurezza e la prosperità del nostro Paese!”. E, si sa, il proibizionismo rosso-verde è in particolar modo quello che chiede misure, interventi, investimenti e fors’anche proibizioni per far fronte al problema climatico.

Non c’è pensiero importante che la stupidità non sia in grado di utilizzare

In tutto questo bailamme para o pseudo politico ci sono due denominatori comuni. Il primo: ignorare o far finta di ignorare o minimizzare la realtà, nonostante tutto. Il secondo: cavalcare le conseguenze di un urgente impegno di “civiltà” (adottare cioè misure che implicano anche mutamenti di rotta sostanziali, sacrifici, rinunce, inevitabili costi individuali e pubblici) per addossarne… la responsabilità a chi chiede maggiore serietà, impegno e responsabilità. L’uno e l’altro denominatore sono evidentemente paradossali, assurdi: sia per la ragione e la logica umane, sia per la stessa democrazia.

C’è però un altro denominatore comune che non si osa mai rilevare: la stupidità.

Robert Musil (grande scrittore e drammaturgo austriaco, stabilitosi a Zurigo nel 1939 e poi a Ginevra, dove morì nel 1942) è soprattutto noto per il suo romanzo “L’uomo senza qualità”. Forse meno conosciuto è un suo saggio “Sulla stupidità” (in italiano SE, 2013, con interessante postfazione di Giancarlo Mazzacurati). C’è chi ha già giustamente rilevato che nella storia ci sono momenti in cui la natura e l’importanza della stupidità assumono un rilievo speciale, urgente e drammatico. Lo era certamente il 1937, anno in cui Musil tenne una conferenza a Vienna, proprio su quel tema, e fu la sua ultima apparizione in pubblico prima della fuga in Svizzera, profugo di fronte all’orda nazista.

“Le condizioni della vita attuale sono così oscure, così difficili, così confuse che dalla stupidità occasionale del singolo può nascere una stupidità costituzionale della comunità”.

E Musil riprende, se non proprio alla lettera, quanto scriveva nel suo grande romanzo: “Non c’è praticamente pensiero importante che la stupidità non sia in grado di utilizzare; essa è mobile in ogni direzione e può indossare tutte le sembianze della verità. La verità invece è una sola, ed è sempre in svantaggio…”.

Pensiamo ora all’uso che viene fatto oggi di parole e pensieri che dovrebbero essere umanamente forgianti e che finiscono malamente e tristemente in proclami o ricatti politici o in discorsi patriottici da primo di agosto: democrazia diretta coniugata con sicurezza e partecipazione per tutti, libertà coniugata con onestà, prosperità coniugata con solidarietà, natura coniugata con cultura e civiltà. 

E chiediamoci allora: perché mai la stupidità assomiglia molto (e forse perciò incanta molti) al progresso, alla qualità di vita, all’unica verità condivisibile, alla speranza e al miglioramento, alla politica oggi trionfante? Come ci si può difendere da un antagonista così insidioso? Si sa che è rischioso affrontare queste domande, anche perché chi le fa presume di essere intelligente… e si dirà che è da stupidi. L’intelligenza critica, con la consapevolezza del margine di errore di ogni nostra azione o pensiero, è quindi certamente una via.

Per questo può essere più che utile sapere che stupidità deriva dal latino stupeo, resto stordito. 


La cintura di fuoco del Sahel. Caos e guerre nel “grande gioco” africano

Nelle decisioni e nelle argomentazioni sul clima di certa destra domina un fattore che spesso si trascura di richiamare: la stupidità 

Di Lorenzo Vita, Insideover

Una cintura di instabilità che dall’Oceano Atlantico arriva fino al Mar Rosso e che unisce Mali, Niger, Repubblica centrafricana, Burkina Faso, Sudan e in parte il Ciad. Il Sahel, mai come ora, appare un’enorme fascia di caos. I governi cadono sotto i colpi delle forze militari e paramilitari, mentre all’interno di molti di questi Stati si agitano organizzazioni terroristiche, milizie locali e reti criminali che sfruttano una condizione di endemica debolezza delle autorità locali, in particolare dei governi centrali.

L’instabilità del Sahel, oltre a rappresentare una fucina di crisi che flagellano le popolazioni locali, è inoltre un tema che mette sotto pressione l’intero ordine internazionale. La regione appare come il palcoscenico di un nuovo “grande gioco” in cui convergono gli interessi di molte potenze esterne, dalle più grandi a quelle di livello inferiore. E come afferma una vecchia ma consolidata regola del “gioco”, il vuoto lasciato da una delle potenze viene immediatamente riempito da un’altra: declinazione geopolitica dell’aristotelico “natura abhorret a vacuo”, la natura rifugge il vuoto.

Il golpe in Niger, ultimo di una lunga serie di colpi di mano militari che hanno sconvolto la già fragile condizione del Sahel, fa comprendere in modo plastico questa possibile sostituzione di potenze. Il governo di Bazoum, infatti, era considerato (e lo è ancora in attesa di comprendere i risvolti definitivi del putsch) l’ultimo bastione filo-occidentale nel cuore dell’Africa.

Militari francesi, statunitensi, francesi, italiani e di altri contingenti europei rappresentavano il legame tra Niamey e l’Occidente, con la base di Agadez a fare da hub strategico. Con il golpe, sono invece spuntate le bandiere russe, e l’assalto all’ambasciata transalpina è stata la fotografia più rilevante di questo “regime change” che ha investito anche l’opinione pubblica nigerina. Anche se Mosca non sembra volere dare riconoscimento ai golpisti, sostenendo il governo legittimo.

La Comunità dell’Africa occidentale ha minacciato l’uso della forza per ripristinare l’ordine costituito. E mentre Parigi inizia l’evacuazione dei civili, seguita dagli altri governi occidentali, il Regno Unito annuncia di sostenere Ecowas nelle sue eventuali azioni in Niger. A conferma che Londra non dimentica quanto accade poco lontano dalla sua tradizionale area di influenza africana.

Non è stato il primo esempio di questa dinamica. Quanto accaduto in questi giorni nella capitale del Niger si era già visto in Repubblica centrafricana, Burkina Faso e Mali, a dimostrazione del rifiuto delle società locali della presenza francese (o di altre potenze occidentali) e dell’approvazione di nuove alleanze con Mosca e a latere di Pechino.

Nel primo Paese, la Repubblica centrafricana, si può parlare di un “caos calmo” controllato dalla compagnia di mercenari russa Wagner. I contractor di Evgenij Prigozhin sono rimasti nello Stato africano anche dopo la rivolta che ha sancito la fine delle azioni della Wagner in Ucraina e nella Federazione russa. E la dimostrazione del legame tra lo “chef di Putin” e il governo centrafricano è arrivato anche dall’intervento di centinaia di mercenari per “controllare la regolarità del referendum” per cui è stato richiesto il lavoro di Prigozhin.

In Burkina Faso è accaduto qualcosa di simile: i francesi hanno ammainato le bandiere nel Paese nel corso di quest’anno a seguito di un crescente sentimento di rivalsa del governo locale contro Parigi. Anche qui, durante i vari golpe, le bandiere della Federazione Russa hanno iniziato a tinteggiare le strade della capitale, Ouagadougou. E l’Eliseo ha dovuto infine prendere atto della mancanza di volontà del governo locale di mantenere la presenza francese nel Paese. Un copione molto simile a quello recitato in Mali, dove le forze russe hanno soppiantato quelle francesi in uno dei grandi territori dell’ex impero coloniale parigino. Mappa di Alberto Bellotto

Il Sudan, ultimo dei Paesi della fascia del caos prima del Niger, continua a vivere in una complessa e tragica guerra civile che da mesi non trova sbocchi. I paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) hanno bombardato nei giorni scorsi una base militare a Khartoum. E dal 15 aprile, giorno dell’inizio degli scontri per il controllo del Paese, i morti registrati sono stati 3.900 morti, con più di tre milioni di rifugiati interni o costretti ad abbandonare il Sudan. Anche qui, come in altri Stati, è arrivata inoltre da anni la rete della Wagner: avamposto russo in un Paese dove Mosca aveva costruito solidi legami certificati dai negoziati per la base logistica di Port Sudan.

Si cadrebbe in errore però se si volesse tutto ridurre a una semplice sfida tra Russia e Occidente. In Sahel, infatti, se è vero che Mosca sfrutta o incentiva il caos e la caduta dei governi legati alle vecchie potenze coloniali europee, esistono infatti altri attori esterni su cui vale la pena riflettere. Uno è la Turchia, che in questi anni ha avviato un graduale processo di penetrazione radicamento grazie a una doppia diplomazia culturale ed economica. Il commercio tra Ankara e i Paesi della regione è aumentato sensibilmente negli ultimi anni, e Recep Tayyip Erdogan ha costruito legami con molti governi (a partire dallo stesso Sudan e in Ciad) attraverso diversi livelli di cooperazione, da quello culturale e religioso a quello economico e militare. I Paesi arabi da anni osservano quanto accade nella regione e cercano di introdursi in Sahel, partendo non solo dal vicino Sudan, al di là del Mar Rosso, ma anche dall’altra porta, quella dell’Africa occidentale. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, come spiega Aspenia, hanno spostato anche nella regione il loro confronto internazionale, scatenando una (non minima) “race to Africa”.

Naturalmente, tutto questo non va escluso dall’altra grande partita, quella della Cina. Non è certo un mistero che Pechino, nel corso di questi decenni, abbia sensibilmente aumentato la propria influenza in Africa. E il Sahel non fa certo eccezione. La necessità di investimenti e di soldi, unita alla ben poca attenzione di Pechino verso le politiche regimi locali, ha fatto crescere in maniera esponenziale l’importanza della Repubblica popolare nell’area. E questo va di pari passo anche con l’inserimento dei russi nella partita africana, in cui possono essere tanto competitor quanto partner. In particolare sotto il profilo militare. Gli Stati Uniti ne sono consapevoli e lanciano allarmi da molti anni. Ma la presenza Usa e occidentale nella regione rischia di essere messa definitivamente a rischio. Se cade il Niger, cade anche la più importante base statunitense nella regione.

Nell’immagine: un aereo militare americano sulla pista della base USA di Agadez (Niger)


Taiwan come l’Ucraina: gli Stati Uniti regalano armi a Taipei

Nelle decisioni e nelle argomentazioni sul clima di certa destra domina un fattore che spesso si trascura di richiamare: la stupidità 

Di Serena Console, Today.it

Taiwan come l’Ucraina. Almeno per l’amministrazione di Joe Biden. Secondo il Financial Times, la Casa Bianca chiederà al Congresso di finanziare la fornitura di armi per Taiwan come parte della richiesta di bilancio supplementare per l’assistenza all’Ucraina.

L’Office of Management and Budget, l’ufficio della Casa Bianca che si occupa di gestire il bilancio federale, includerà i finanziamenti per Taiwan nella richiesta supplementare per il sostegno al Paese in guerra con la Russia, come parte di uno sforzo per accelerare la fornitura di armi all’isola rivendicata dalla Cina. Se la misura verrà approvata dal Congresso, Taiwan potrà ottenere per la prima volta armi attraverso un sistema finanziato dai contribuenti statunitensi noto come “finanziamento militare estero”.

La misura segue l’annuncio della Casa Bianca, secondo cui gli Stati Uniti forniranno per la prima volta a Taiwan 345 milioni di dollari di armi dalle scorte nazionali, sotto il cosiddetto Presidential Drawdown Authority, il provvedimento che consente a Washington di inviare armi e altri stock direttamente dagli inventari del Dipartimento della Difesa.

L’idea della Casa Bianca serve anche a placare le polemiche e i malumori che serpeggiano a Taipei. Secondo lo US-Taiwan Business Council, un gruppo statunitense filo-taiwanese, Taipei è ancora in attesa della consegna di 23 miliardi di dollari di vendita di armi, inclusi missili e droni di sorveglianza, che sono stati approvati persino dalle precedenti amministrazioni statunitensi.

“Una guerra con la Cina avrebbe risultati disastrosi per tutto il mondo”

Mentre l’esercito cinese mira a concludere il suo processo di modernizzazione entro il 2027, l’anno del centenario, per essere pronto a combattere, a Taipei monta il timore di una invasione delle truppe di Pechino. Invasione che determinerebbe “risultati disastrosi” per il mondo intero, secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri Joseph Wu in un’intervista all’Afp, citando l’importanza strategica dell’isola per l’industria dei semiconduttori e le rotte marittime globali. “Quello che dobbiamo fare è spiegare alla comunità internazionale che se c’è un conflitto che coinvolge Taiwan, questo avrà risultati disastrosi per il resto del mondo”, ha detto Wu, indicando la carenza di cibo e carburante e la spirale dell’inflazione, che è il risultato dell’invasione russa dell’Ucraina.

L’avvertimento di Wu arriva mentre Taiwan si avvia verso le elezioni presidenziali del prossimo anno e mentre deve affrontare una crescente pressione militare e politica dalla Cina attraverso lo Stretto di Taiwan. Le conseguenze di un conflitto nello Stretto sarebbero in gran parte commerciali: oltre il 50% dei container del mondo passa attraverso il corso d’acqua largo 180 chilometri che separa Taiwan dalla Cina continentale. La libertà di navigazione è quindi uno degli “elementi cruciali della sicurezza e della prosperità internazionale”, ha precisato il titolare della diplomazia di Taipei.

Taiwan detiene anche un quasi monopolio sulla produzione di semiconduttori, i microchip che sono la linfa vitale dell’economia moderna e alimentano qualsiasi cosa, dalle semplici macchine da caffè alle armi complesse, come missili e infrastrutture di difesa.

Nell’immagine: dispositivi antisbarco su una spiaggia dell’isola di Kinmen (Taiwan), la più vicina alla Cina continentale, che si vede sullo sfondo


L’occupazione di un giorno di festa

Nelle decisioni e nelle argomentazioni sul clima di certa destra domina un fattore che spesso si trascura di richiamare: la stupidità 

“Libero?”.
“No, occupato”.

È capitato a tutti di chiedere o di rispondere. Per un posto sul bus o sul treno. Davanti alla toilette. Da ieri, in modo netto ed inequivocabile la domanda e la risposta paiono del tutto lecite anche per quanto riguarda il Primo Agosto, pomposamente evocato come giorno del Natale della Patria.

Proprio ieri, in questa sede, un articolo della NZZ a firma Marc Tribelhorn ricordava come la data del Primo Agosto sia una scelta convenzionale, stabilita nel 1891 per attestare le origini del nostro Paese dentro un antico documento recuperato ad arte per accontentare una parte politica che la guerra civile del 1848 aveva visto chiaramente sconfitta. I liberali, insomma, volevano e dovevano “recuperare alla causa” i cattolici-conservatori e così è stato, con il recupero del mito fondatore nella cattolicissima Svizzera centrale, per la definizione di un quadro statale che dovesse essere “inclusivo” rispetto alle minoranze.

È quanto poi faticosamente successo, nei decenni, verso altre e diverse componenti sociali, progressivamente “incluse” nel quadro della vita politica nazionale (e le donne sanno bene con quanta fatica!). Insomma, magari con ritardo rispetto ad altre realtà europee, il riconoscimento dei diritti dentro l’ambito di un ordinamento democratico ha portato la Svizzera ad essere quella che è, ancora e sempre sulla base di una Costituzione che, per quanto aggiornabile e continuamente discussa, anche dopo 175 anni rimane uno strumento di enorme valore e significato.

La festa del Primo Agosto, al netto del suo più o meno sentito valore simbolico e della retorica di circostanza che ne contraddistingue le tante allocuzioni, è stata finora l’occasione per ritrovare esposti, in un modo o nell’altro, proprio i principi fondanti della nostra particolare “Willensnation”, in cui prima o poi emergono i temi della coesione e della solidarietà nazionale: fra cantoni, fra regioni, fra strati sociali. Principi che si applicano ad una realtà di fatto come quella dell’immigrazione, per esempio, e che fanno sì che la Svizzera sia con il Lussemburgo, il Paese a maggior percentuale di residenti di origine straniera. Un grande attestato di capacità di integrazione, come vuole, del resto, il dettato della Costituzione.

Una festa “aperta”, insomma, per chi voglia crederci e per chi no. Libera, potremmo dire. Ma non quest’anno. No, quest’anno il Primo Agosto, almeno al Sud delle Alpi, è stato pesantemente occupato (okkupato, leggeremmo sul loro foglio prediletto) dall’establishment di destra che in nome di un curioso principio di samaritanismo verso questa propaggine meridionale di Svizzera, si è sentito in dovere di correre in nostro soccorso, per non lasciarci soli. Sono, del resto, le parole del Consigliere Federale Albert Rösti, paracadutato sulla Swissminiatur di Melide per intervenire da par suo ai festeggiamenti organizzati dall’Udc in corpore.

In un contesto davvero singolare come quello del parco in miniatura di Melide, dove diventa un gigante anche Alain Bühler con la sua maglietta rossocrociata e la scritta “Veni, vidi, Schwiizi”, la celebrazione della festa nazionale è diventata palesemente la vetrina elettorale del partito e dei suoi personaggi “di spicco” (si fa per dire) che hanno introdotto l’allocuzione di Rösti: dallo stesso Bühler (in un’ improponibile esecuzione vocale del salmo) al presidente cantonale Piero Marchesi fino al presidente nazionale Marco Chiesa. Ne ha dato conto in streaming la sedicente Webtv “La4 ticinoweb”di Taverne-Bedano, emittente senza programmazione, che diffonde Russia Today ed è vicina ai negazionisti del “Coordinamento 15 ottobre”. Tutti a parlar di elezioni, di seggi da riconquistare, di fiducia da dare all’Udc come partito “della gente che alla mattina si alza per andare a lavorare” (ma tu guarda) e che non ne vuole sapere di immigrazione e di Europa. Il partito degli svizzeri “veri”, eh certo, quelli contro ogni apertura.

Ma c’è di più: la campagna elettorale del Primo Agosto già era stata preparata da una serie di inserzioni pubblicitarie pubblicate dai giornali il 31 luglio, dove ancor meglio e di più si sono profilati i “nemici” che ogni vero svizzero deve combattere: i proibizionisti rosso-verdi, quelli delle tasse e dei balzelli, e chi se no. Quelli evocati (figurarsi) anche a Faido, dove pure il Primo Agosto è diventato il giorno della presentazione della lista dei candidati della Lega per le federali. Anche qui un raduno (intorno al pasto offerto) dei “veri” ticinesi, all’ombra di una statuaria quanto contrita bionda Elvezia con tanto di scudo rossocrociato: quelli, per dirla con la solita tiritera inventata di Quadri, che si battono contro la “maggioranza di centro sinistra in Svizzera”. Quelli, per dirla, ancora, con Gobbi, che credono nella Lega come unico partito che non dipende da una “centrale svizzera”, insomma, un partito “non normale” (e qui c’è da crederci).

Se poi si pensa che a San Vittore anche il Grigioni italiano ha avuto la sua bella full immersion populista con la calata (all’ex-aeroporto militare, dove se no) del pezzo da novanta Magdalena Martullo Blocher, dobbiamo proprio concludere che per altri non c’è posto, in questa giornata non più della coesione e della solidarietà, ma della contrapposizione tra chi è “vero” e persegue la verità e chi no, stranieri ed eco-catastrofisti (rossissimi) in primis.

E allora, tornando al citato articolo della NZZ e alle considerazioni sul dibattito parlamentare per l’introduzione di una seconda giornata di festa nazionale, il 12 settembre (firma della Costituzione) viene un po’ da ripensarci: forse, visto che ormai il Primo Agosto è occupato, lasciamolo ai trastulli di questa destra farneticante, in nome del rispetto dei diritti di opinione di ciascuno.

Quel rispetto tanto spesso disatteso da questi oratori da oratorio, che è sancito appunto il 12 settembre 1848 e a cui gli svizzeri tutti, “veri” o no, dovrebbero sempre far riferimento. Anche, e forse ancor più, il Primo Agosto.

Nell’immagine: un fotogramma dal servizio de Il quotidiano (RSI)


I nostri Fuochi d’artificio

Nelle decisioni e nelle argomentazioni sul clima di certa destra domina un fattore che spesso si trascura di richiamare: la stupidità 


Donald Trump alla terza imputazione, e non è finita

Nelle decisioni e nelle argomentazioni sul clima di certa destra domina un fattore che spesso si trascura di richiamare: la stupidità 

Più viene perseguito dalla magistratura, più si consolida il suo primato nel campo repubblicano. Non sarà diverso questa volta. Dopo l’incriminazione per aver usato fondi della campagna elettorale per comprare il silenzio di una porno-star, e dopo quella per essersi impossessato di documenti classificati top-secret della Casa Bianca nascondendoli (servendosi anche della toilette) nella sua villa di Mar-a-Lago in Florida, ecco ora la formalizzazione di una terza accusa da parte del Gran Giurì di Washington, con convocazione per oggi: stavolta l’accusa è di ‘cospirazione contro gli Stati Uniti’ per aver incitato i suoi sostenitori più fanatici a prendere d’assalto il ‘tempio della democrazia americana’, il Capitol Hill di Washington, con l’obiettivo di impedire con la violenza la proclamazione del 46esimo presidente americano eletto, Joe Biden.

Immagini indimenticabili. Era il 6 gennaio 2021: scatenati sciamani, suprematisti bianchi, complottisti di vario genere, nostalgici del Sud segregazionista sconfitto nella guerra civile, penetrarono con la violenza nella sede parlamentare, superando con sospetta facilità un inadeguato e abbastanza passivo cordone di polizia. ‘Prima’ assoluta nella storia degli Stati Uniti. Drammatico approdo (quindi non del tutto imprevedibile o sorprendente) di una nazione non solo profondamente divisa, bensì in preda a uno scontro fisico che sancisce uno storico e irrisolto conflitto interno, con radici nelle vicende della sua tormentata nascita e nell’anti-centralismo cronico. Che ha trovato in un iper-divisivo Donald Trump la miccia purtroppo ideale.

C’è dunque da scommettere che la terza incriminazione contro il tycoon, imperterrito nella falsa e maniacale denuncia di ‘elezioni rubate’, non farà che rinvigorire le truppe elettorali dei suoi ammiratori. La tesi della presunta “persecuzione” finora paga nel campo repubblicano. Il divario fra il tycoon e il suo principale concorrente interno (il giovane governatore della Florida, Ron DeSantis, iper-conservatore ma troppo legalista per i fan dell’ex presidente) è abissale, praticamente incolmabile: oltre il 52 % contro il 17%, e il gap rimarrà tale anche dopo l’ultima incriminazione. Allo stato attuale Trump vincerebbe perciò a mani basse le primarie del suo partito.

Un Grand Old Party colpevolmente prigioniero del “Don”, ancor più che nella prima campagna elettorale, visto che oltretutto è ora costretto a difenderlo dai magistrati che lo incriminano e che Trump definisce ‘pazzi cacciatori di streghe’ (lo ha ripetuto naturalmente anche contro Jack Smith, l’inflessibile procuratore speciale, già firmatario del secondo e ora di questo terzo atto di comparizione). Aggiungendo, il tycoon, che “si tratta di una persecuzione in stile Germania nazista e Urss”: chissà come la prenderà l’ ‘amico’ Putin, impegnato da tempo nella riabilitazione dello stalinismo come garante, dopo lo zarismo, delle imprese imperiali del suo paese.

Non sorprende dunque che il pluri-accusato debba spendere parecchio per la sua difesa. Si sa ora che lo fa anche attraverso “Save America”, il gruppo di raccolta dei suoi fondi elettorali, che si serve della controversa formula “Leadership PAC”. Escamotage assai discusso negli Stati Uniti, che, nonostante il contrastante parere di diversi giuristi, consentirebbe a un candidato di utilizzare parte delle somme versate dai sostenitori non esclusivamente per impegni legati alla campagna elettorale. Comunque, proprio negli scorsi giorni il gruppo ha comunicato di aver speso nella prima parte di quest’anno ben 21 milioni di dollari in spese legali per Trump. Allora, “Save America” o….“Save Donald”? E basteranno a salvarlo da una condanna? Domanda legittima, anche perché potrebbe presto arrivare una quarta incriminazione, forse la più insidiosa. Dovrebbe partire da Atlanta, in Georgia, e si tratta della telefonata (c’è agli atti la registrazione) in cui Trump tentò inutilmente di convincere il segretario di stato locale, Brad Raffensperger, a truccare l’esito della consultazione presidenziale in quello “Swing State” (Stato in bilico): “Trovami gli undicimila voti mancanti”.

Ma poi… poi c’è da tener conto del paradosso per cui persino una condanna definitiva, e persino il carcere, secondo la legge statunitense non impedirebbero a Donald Trump di partecipare al “nobile rito” delle presidenziali, e quindi di vincerle. Rompicapo per molti esperti americani. Una situazione del genere (un ex capo dello Stato candidato nonostante una sanzione penale) non venne presa nemmeno in considerazione dai padri fondatori. E a nessuno, in oltre due secoli di storia, venne in mente di aggiornare la Costituzione della nazione che, stando a una vetusta auto-narrazione e a una imperturbabile convinzione messianica, continua a “brillare in cima alla collina”. Di una luce in realtà più inquietante che rassicurante.

Nell’immagine: il ritorno alla Casa bianca. Per lui un sogno, per il mondo un incubo


L’impatto ecologico della deriva bellica globale

Nelle decisioni e nelle argomentazioni sul clima di certa destra domina un fattore che spesso si trascura di richiamare: la stupidità 

Di Simone Valeri, L’Indipendente

In fatto di impatto ambientale, i media hanno da sempre puntato il dito esclusivamente contro la produzione industriale e agricola, il settore dei trasporti e, in generale, le conseguenze ecologiche del comparto civile globale. Di rado ad essere incriminato è stato invece il settore militare, il quale non è mai stato considerato nemmeno dai protocolli o dalle conferenze internazionali finalizzati proprio a migliorare l’impatto del modello socioeconomico capitalista sull’ecosfera. Questo significa quindi che le attività militari hanno degli effetti trascurabili? Ebbene, tutt’altro. Il settore militare ha impatti devastanti sull’ambiente, sia per quanto concerne l’inquinamento diretto sia per le emissioni in atmosfera. Fattori tra l’altro noti da decenni, ma a lungo ignorati. Basti pensare che, già nel caso delle primissime politiche internazionali adottate per contrastare i cambiamenti climatici, molti paesi hanno fatto di tutto affinché le emissioni militari non venissero conteggiate. È il caso, ad esempio, del Protocollo di Kyoto del 1997, il primo accordo transnazionale per la riduzione delle emissioni climalteranti, dal quale gli Stati Uniti fecero di tutto per far escludere le attività belliche dai conteggi nazionali delle emissioni. Di certo, non sarà un caso che l’esercito USA, da solo, consuma più combustibili fossili della maggior parte dei Paesi del mondo. Che sia stato tale dato, al tempo ignoto al pubblico, a guidare tale pressione sulla politica climatica globale? Ad ogni modo, l’impatto delle esercitazioni e dei conflitti militari va ben oltre le emissioni di carbonio. Dall’inquinamento alla deforestazione, la deriva bellica globale è costantemente e pesantemente responsabile di veri e propri ecocidi. La soluzione? Secondo i diretti interessati, qualche tonnellata di biocarburante in più.

La devastazione ambientale delle forze armate

Per comprendere quanto le attività militari possano impattare sull’ambiente, partiamo dall’attualità. Da oltre un anno, le immagini della guerra in Ucraina riempiono le preoccupazioni degli europei. Un conflitto raccontato principalmente aggiornando il numero di morti, disquisendo della tipologia di armi utilizzate e mostrando i danni subiti da infrastrutture e palazzi. C’è tuttavia anche un’altra faccia della medaglia: per l’appunto, l’impatto ecologico del conflitto, le cui conseguenze peseranno sulle future generazioni anche quando la guerra sarà finita. Elaborando le informazioni ufficiali, già qualche mese fa è emerso come la guerra alle porte d’Europa avesse danneggiato circa il 20% delle aree naturali protette dell’Ucraina e 3 milioni di ettari di foresta. Altri 450 mila ettari si trovano poi in zone occupate o interessate dai combattimenti. Nel complesso, si hanno incendi, danni agli habitat, inquinamento dell’acqua, dell’aria e del suolo. Le esplosioni, in particolare, rilasciano nell’atmosfera ossidi di zolfo e di azoto, che possono provocare piogge acide che vanno ad alterare gli equilibri chimici del suolo. Inoltre, anche i frammenti metallici delle granate sono pericolosi per gli ecosistemi: la ghisa mista ad acciaio è il materiale più comune per i bossoli delle munizioni e non contiene solo ferro e carbonio, ma anche zolfo e rame. Queste sostanze si infiltrano nel terreno e possono finire nelle acque sotterranee, entrando nelle catene alimentari di esseri umani e animali.

E se un conflitto è in un certo senso più scontato che abbia degli effetti negativi a livello ecologico, non si può dire altrettanto delle esercitazioni militari e del comparto della difesa. Ma, anche in questo caso, non significa che l’impatto ambientale di queste ultime sia trascurabile. Anzi. È recente la notizia secondo cui, in Italia, cinque generali sono stati rinviati a giudizio dal Giudice per le indagini preliminari di Cagliari con l’accusa di disastro colposo per gli effetti di anni di esercitazioni militari (NATO e italiane) nel poligono militare di Teulada. Al riguardo, la Procura aveva già accertato lo stato di devastazione della Penisola Delta, una zona di tre chilometri quadrati dove, nel periodo compreso tra il 2008 e il 2016, sono stati sparati 860 mila colpi di addestramento, con 11.875 missili, pari a 556 tonnellate di materiale bellico. Ancora da quantificare è invece l’esatta portata dell’inquinamento del terreno e delle falde acquifere nell’area interessata dalle esercitazioni, dove sono stati utilizzati migliaia di missili Milan e, quindi, chili di Torio. Ad oggi, sebbene sia difficile stabilire un nesso di causalità, tutto fa pensare che tra le neoplasie oltre la media nella popolazione residente nei pressi del Poligono e la ‘contaminazione marziale’ una relazione esista eccome.

Se ci spostiamo Oltreoceano, gli effetti nefasti delle forze armate sull’ambiente sono poi ancor più evidenti. Il Dipartimento della Difesa statunitense, ad esempio, non è lontano dall’essere uno dei maggiori responsabili dell’inquinamento nazionale e globale. Esso produce più rifiuti pericolosi delle cinque maggiori compagnie chimiche USA messe assieme: petrolio, uranio impoverito, carburante per jet, piombo e pesticidi sono solo alcuni degli inquinanti rilasciati nell’ambiente dalle esercitazioni militari statunitensi e non. Nel lontano 2014, il Programma Ambientale del Pentagono aveva già a che fare con quasi 40.000 aree contaminate distribuite su oltre 760 mila ettari di terreno solo negli Stati Uniti. A queste ne vanno aggiunte ora molte altre, tra cui quella circostante l’aeroporto internazionale di Tucson per la quale, nel 2019, sono emerse prove che sostenevano che l’appaltatore dell’Air Force aveva scaricato, per quasi 30 anni, il solvente industriale tricloroetilene nel terreno. Il risultato? Oltre 1.350 residenti nei pressi dell’aerostazione hanno ricevuto una diagnosi di cancro o di altre patologie legate all’azione negligente del Pentagono. Includendo poi anche i test nucleari, la difesa statunitense è anche responsabile del vasto inquinamento radioattivo dell’Oceano Pacifico. Caso emblematico quello delle Marshall Islands, isole minori nei pressi delle quali gli USA hanno sganciato più di 60 armi nucleari tra il 1946 e il 1958 e dove ancora oggi si assiste ad un’incidenza di tumori particolarmente alta tra gli abitanti.

L’impatto militare sul clima

Guardando ancora agli Stati Uniti – i quali non a caso hanno il comparto della difesa tra i più estesi a livello globale – è poi evidente quanto le attività militari stiano contribuendo anche all’accelerazione del riscaldamento globale. L’esercito degli Stati Uniti, come anticipato, consuma da solo più combustibili fossili della maggior parte dei Paesi del mondo e, di conseguenza, potrebbe essere il più grande singolo emettitore globale di gas ad effetto serra. Basti pensare che, dal 2001 a oggi, i militari USA hanno consumato quasi l’80% della spesa energetica federale. E, nell’ultimo biennio, le emissioni militari USA si sono attestate ancora sulle circa 51 milioni di tonnellate equivalenti di anidride carbonica (CO2e) all’anno, una quantità superiore alle emissioni della maggior parte dei Paesi del globo. Nel 2019, ad esempio, un rapporto pubblicato dall’Università di Durham e Lancaster ha ugualmente affermato che le forze armate statunitensi sono “uno dei maggiori inquinatori climatici della storia, consumando più combustibili liquidi ed emettendo più CO2e della maggior parte degli Stati”. Vale a dire che se l’esercito statunitense fosse una Nazione, sarebbe il quarantasettesimo più grande emettitore di gas a effetto serra al mondo. Ovvero, più di Paesi come la Nuova Zelanda, la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, il Perù, il Marocco e l’Ungheria. E le cifre prese in considerazione, va precisato, si riferiscono alle sole emissioni derivanti dall’uso del carburante. Nel complesso, si stima che il comparto militare mondiale generi più del 5% delle emissioni di gas serra globali.

E le forze armate italiane? Guardando alla sola aviazione, Il Belpaese possiede oltre 500 aerei militari, ognuno dei quali consuma mediamente tra i 10 e 12 mila litri di combustibile per un’ora di volo, il che si traduce in una produzione annua di 642 mila tonnellate di anidride carbonica equivalente. Ovvero, cifre paragonabili alle emissioni medie generate da un processo industriale in un anno. Va poi menzionato il settore della produzione di armi, incluso però nel comparto manifatturiero, nel quale l’Italia ama investire a più non posso. Per il 2023, la spesa militare italiana è stata di circa 26,5 miliardi di euro, di cui 8,2 miliardi per l’acquisto di nuove armi: un aumento del 10% che conferma una tendenza al rialzo consolidata negli ultimi anni. Essendo la produzione di armi uno dei processi più energivori in assoluto, quindi in grado di rilasciare enormi quantità di gas serra, vien da sé che questo e specie nello Stivale, sta contribuendo significativamente all’accelerazione del riscaldamento globale.

La falsa soluzione del biocarburante

In risposta alla crescente attenzione mediatica nei confronti della crisi ecologica in corso, il mondo marziale ha iniziato a correggere il tiro. O meglio, ha iniziato a promettere che la direzione intrapresa sia quella di un cambio di rotta. L’Alleanza atlantica (NATO), ad esempio, sembra abbia dato il via ad una strategia per ridurre le proprie emissioni con l’obiettivo di azzerarle entro il 2050. Tuttavia, la metodologia adottata per il monitoraggio non è mai stata resa nota. Al riguardo, il segretario della NATO si è limitato a dichiarare che essa «stabilisce che cosa contare e come, e sarà messa a disposizione di tutti gli alleati per aiutarli a ridurre le proprie emissioni in ambito militare». In sostanza – come ha anche sottolineato Ellie Kinney dell’organizzazione Conflict and environment observatory – siamo di fronte all’ennesimo caso di greenwashing: «Il fatto che tutto avvenga a porte chiuse e che esperti indipendenti non possano analizzare e studiare la strategia rappresenta un precedente pericoloso. La comunicazione in merito è stata volutamente ambigua – ha aggiunto Kinney – sappiamo solo che l’impegno per raggiungere l’obiettivo zero emissioni si applica esclusivamente alla NATO intesa come istituzione, ad esempio alle emissioni dei suoi edifici e a quelle legate alle sue attività quotidiane, ma non agli apparati militari dei Paesi che aderiscono al ‘Patto atlantico’ e che sono i primi responsabili della produzione di gas climalteranti. Inoltre, non sappiamo fino a che punto si spinge l’impegno della NATO, né come intende raggiungere l’azzeramento”.

Nel complesso poi, l’unica misura ‘concreta’ su cui il comparto militare si sia mai veramente esposto è quella relativa alla sostituzione dei combustibili fossili con biocarburanti. Ma anche in questo caso, almeno per due motivi, abbiamo probabilmente a che fare con una falsa soluzione. Primo perché diversi studi hanno già dimostrato l’impatto ambientale collaterale alla produzione di combustibili vegetali e, secondo, poiché queste misure interesserebbero sono solo una minima percentuale della quantità di combustibile consumato ogni anno dalle forze armate.

Nell’immagine: caccia americani durante la guerra del Golfo nel 1991


Dio, patria e famiglia

Nelle decisioni e nelle argomentazioni sul clima di certa destra domina un fattore che spesso si trascura di richiamare: la stupidità 

È la trinità dei populisti di mezzo mondo; svizzeri compresi. Ed è ideologia pura. Perché tratteggia i contorni di un modello sociale identitario, tanto forte quanto esclusivo e, soprattutto, escludente.

Gli atei, gli agnostici e i non cristiani, per esempio, non possono farne parte anche se sono dei patrioti convinti. Anche un cristiano praticante, ma cosmopolita, ne è escluso. Così come i concubini, ma pure gli omosessuali e, più in generale, chi privilegia le scelte individuali al modello di famiglia tradizionale.

Al “Dio, patria e famiglia” non c’è alternativa: ti adegui oppure sei escluso dalla vita della comunità. E magari, accanto all’esclusione, devi pure scontare la discriminazione. Perché per i populisti, per tutti i populisti, chi non sta con loro è contro di loro. È un nemico.

A loro poco importa che la patria che tanto dicono di amare si regga da almeno un paio di secoli su concetti diametralmente opposti come, per esempio, quello dell’uguaglianza e dell’inclusione. “Nessuno – si può leggere nella Costituzione federale che proprio quest’anno festeggia il suo centosettantacinquesimo compleanno – può essere discriminato, in particolare a causa dell’origine, della razza, del sesso, dell’età, della lingua, della posizione sociale, del modo di vita, delle convinzioni religiose, filosofiche o politiche, e di menomazioni fisiche, mentali e psichiche”. Senza dimenticare che pure “la libertà e di coscienza è garantita” e che “tutti sono uguali davanti alla legge”.

Insomma, non sono gli “Heimatmüde” (gli “stanchi della patria” come li definisce l’Udc blocheriana) ad essere i nemici della patria, è piuttosto la Costituzione a contraddire i populisti. Perché dice a chiare lettere che per essere cittadino svizzero non ha alcuna importanza il nome del dio in cui credi oppure non credi. Non importano neppure le tue preferenze sessuali o affettive. E ancor meno la pigmentazione della tua pelle.

No, semmai i nemici della patria sono proprio quelli di “Dio, patria e famiglia”, perché 175 anni fa “il Popolo svizzero e i Cantoni […], determinati a vivere la loro molteplicità nell’unità, nella comprensione e nel rispetto reciproci”, si sono dati una Costituzione che spinge in direzione contraria “in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo”.

E l’esclusivo club di “Dio, patria e famiglia” di rispetto, di comprensione e di apertura al mondo non vuol neppure sentir parlare.


Il 1º Agosto aderite all’UDC

Nelle decisioni e nelle argomentazioni sul clima di certa destra domina un fattore che spesso si trascura di richiamare: la stupidità 


Svizzera, il miracolo dell’integrazione

Nelle decisioni e nelle argomentazioni sul clima di certa destra domina un fattore che spesso si trascura di richiamare: la stupidità 

Di Marc Tribelhorn, Neue Zürcher Zeitung

Si potrebbe anche sorridere di questa bizzarria di un popolo viziato. Gli svizzeri, unici al mondo, stanno attualmente discutendo se introdurre un secondo giorno festivo. Chi ha questi problemi, verrebbe da dire, se la cava egregiamente in tempi di guerre, di cambiamenti climatici, di crisi economica.

Il Parlamento federale deve infatti decidere se in futuro, oltre al 1° agosto 1291, data della Carta federale e del mitico giuramento del Grütli, si dovrà onorare anche il 12 settembre 1848, giorno in cui il moderno Stato federale liberale è diventato realtà. Heinz Siegenthaler, consigliere nazionale del Centro, giustifica la sua proposta affermando che quel giorno è stato creato un “gioiello democratico”.

Non c’è dubbio che l’atto rivoluzionario del 1848, di cui ricorre il 175° anniversario, sia di fondamentale importanza per la storia della Svizzera. Nel bel mezzo dell’Europa monarchica, dopo una breve guerra civile, fu creato un sistema politico democratico federale che dura fino ad oggi, con un Consiglio nazionale, un Consiglio degli Stati, un Consiglio federale e un Tribunale federale, oltre all’organizzazione di un mercato interno elvetico e all’affermazione di molte nuove libertà.

Ma la proposta di Siegenthaler, animata da buone intenzioni, non troverà probabilmente una maggioranza nel Consiglio degli Stati, che deciderà in autunno come seconda camera dopo il sì del Consiglio nazionale. Anche il Consiglio federale raccomanda di respingerla: da un lato, i costi economici di un secondo giorno di festa senza lavoro sarebbero “considerevoli” (e si ricorda che un tempo l’elettorato svizzero non voleva saperne dell’iniziativa “Sei settimane di vacanza per tutti”). D’altra parte, il 1° agosto, ampiamente accettato dalla popolazione, non dovrebbe essere messo di fronte alla concorrenza di un nuovo e analogo giorno festivo.

Il dibattito non è privo di una certa ironia – o, per meglio dire, di dimenticanza della storia. Il fatto che il 1° agosto sia un giorno festivo ha molto a che fare con il 1848. E questo, a sua volta, è un esempio di ciò che rende lo Stato svizzero così vincente.

Una saga eroica per la riconciliazione

Il 1° agosto è stato celebrato per la prima volta nel 1891. Alla fine del XIX secolo, gli storici dei nuovi Stati nazionali cercavano di stabilire radici che risalissero il più possibile al Medioevo, possibilmente con prove documentali. Così, nel caso della Svizzera, il Bundesbrief del 1291 – un’alleanza dei cantoni originari di Uri, Svitto e Untervaldo – che in precedenza non aveva avuto alcun ruolo nella storia della Confederazione come testo fondativo, divenne un documento simile a una Costituzione grazie all’opera di storici ingegnosi. Certo, all’inizio non mancarono le critiche. Si disse che la festa non era “un fiore naturale”, ma “una pianta da interno delle stanze degli studiosi e dei funzionari”. Ma da allora il 1° agosto fu celebrato con devozione.

L’élite liberale che ha costruito e dominato il moderno Stato federale aveva però in mente ancora di più per dar vita ad nuova narrazione nazionale: con il recupero, tutto ideologico, delle origini dello Stato nella Svizzera centrale, i cattolico-conservatori, usciti sconfitti dalla guerra civile, avevano modo di vedersi riconciliati dentro il nuovo sistema statale. Non è un caso che nel 1891 sia stato concesso loro anche il primo seggio in Consiglio federale.

Non si trattava, allora, di una cosa scontata. Quando oggi i politici parlano del “1848”, spesso dipingono un quadro idealizzato della realtà costituzionale dell’epoca. Come se il modello di Stato tanto apprezzato, con i suoi limiti di potere e i diritti di codeterminazione, fosse esistito fin dall’inizio e a quel punto solo formalizzato. La verità è che lo Stato federale del 1848 fu davvero un’opera pionieristica e l’unica rivoluzione civile di quegli anni in Europa ad essere coronata da un successo duraturo. Ma all’epoca questa meraviglia non fu semplicemente osannata, soprattutto perché ancora contemplava forme di coercizione contro i conservatori cattolici sconfitti. E gli strumenti di democrazia diretta per i cittadini (le donne erano ben lungi dall’ avere un ruolo politico) non esistevano ancora: il referendum facoltativo in materia di leggi federali arrivò solo con la revisione costituzionale del 1874; il diritto di iniziativa solo nel 1891 – proprio come il 1° agosto.

In breve, l’”invenzione” di questa festività e quindi la riqualificazione della “Svizzera originale” furono, analogamente ai progressivi “adattamenti” della Costituzione e all’attribuzione di un seggio nel governo nazionale, un mezzo intelligente e riuscito per integrare politicamente gli ex perdenti nel sistema statale.

Da lì via, nel tempo, chiunque guardi ai 175 anni dello Stato federale riconoscerà come un grande risultato il progressivo conferimento di diritti a un numero sempre maggiore di gruppi di popolazione. Solo così il piccolo Stato tanto eterogeneo ha potuto garantirsi il proprio futuro: la Willensnation ( la“nazione della volontà”) è stata ed è anche una nazione fondata sulla partecipazione.

Drammatici deficit democratici

Negli anni precedenti all’entrata in governo del primo conservatore, la libertà di residenza e di religione era stata concessa anche ai non cristiani, soprattutto agli ebrei. Agli inizi del Novecento, il forte rafforzamento del movimento operaio anche in Svizzera ha portato per la prima volta, nel 1919, ad un’elezione nazionale con il sistema proporzionale (una pratica già sperimentata su base cantonale). In quell’anno, pochi mesi dopo lo sciopero generale, che costituì la più grande crisi dello Stato federale fino a quel momento, ciò si tradusse in un massiccio guadagno di seggi per la sinistra nel Consiglio nazionale. E anche se lo scontro politico fra i fronti, borghese e operaio, rimase per anni molto duro e aspro si prese gradualmente la strada dell’integrazione della socialdemocrazia nel Consiglio federale: un passo che si realizzò infine durante la seconda guerra mondiale. È poi dal 1959 che si applica la cosiddetta “formula magica”: i partiti più importanti sono rappresentati nel governo nazionale in base alla loro forza elettorale.

Ma fino a quel momento la maggioranza della popolazione svizzera non aveva ancora diritti politici: le donne erano escluse dalle elezioni e dal voto. Si diceva, papale papale, che non dovevano impegnarsi in politica perché non ne capivano nulla. Dopo decenni di lotte per essere riconosciute come membri a pieno titolo della società, nel 1971 le donne hanno ottenuto il diritto di voto e di eleggibilità. E dal 1981 la parità tra uomini e donne è stata sancita dalla Costituzione federale.

A posteriori, ci si interroga ancora su quelli che sono stati comunque gli enormi deficit democratici della Svizzera, che ha impiegato spesso più tempo di altri Paesi per adattarsi alla mutata realtà politica e sociale. E oggi, dopo che comunque il fattore integrativo ha saputo affinare le nostre istituzioni democratiche, la domanda sorge spontanea: l’integrazione politica è giunta al capolinea?

Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica poco meno del 40% della popolazione residente in modo permanente, di età pari o superiore ai 15 anni, ha un background migratorio. Circa il 25% non possiede un passaporto rossocrociato. Di questi, uno su tre è nato qui o vive qui da almeno un quarto di secolo. Non vogliono essere naturalizzati o la procedura è resa inutilmente difficile? Entrambe le cose appaiono negative per uno Stato che si dichiara democratico e i cui cittadini hanno più voce in capitolo rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Varrebbe la pena di ricordare che quanto più le decisioni sono ampiamente sostenute dalla popolazione, tanto più sono legittime.

La Svizzera ha la più alta percentuale di stranieri in Europa (accanto al Lussemburgo). A differenza di altre realtà a noi vicine o affini (si pensi a Germania, Francia o Svezia), da noi l’immigrazione non ha portato ad aree di clan o di “ghetti” di stranieri. La natura ridotta del nostro territorio e il sistema di istruzione duale hanno finora garantito una notevole integrazione nella società e nel mercato del lavoro. Anche l’elevata immigrazione degli ultimi decenni, che certamente sta causando problemi e provocando non poca pressione sulle infrastrutture e sulla politica, sembra comunque in grado di essere gestita: centinaia di migliaia di professionisti immigrati pagano le tasse, sono coinvolti nel loro luogo di residenza e nelle associazioni. Eppure, per ora, non possono avere voce in capitolo. Per loro non vale il principio liberale del “no taxation without representation”.

Recentemente è stata lanciata una “iniziativa per la democrazia” per cambiare questa situazione. Essa richiede un diritto di base alla naturalizzazione. Chiunque viva regolarmente nel Paese per cinque anni dovrebbe ora avere diritto a un passaporto rossocrociato e poter essere naturalizzato “su richiesta”. Questa idea, alquanto radicale, non ha per il momento alcuna possibilità di vedersi applicata. Del resto forse è vero che prima di introdurre a livello di Costituzione federale un meccanismo automatico di integrazione, vanno piuttosto perseguite forme pratiche di integrazione professionale e sociale che diano indicazioni per il futuro; altrimenti c’è il rischio che il passaporto svizzero venga “svenduto”, come i protettori della patria politica hanno sempre temuto. Ma la direzione è quella giusta.

Procedure semplificate e uniformi a livello nazionale sono attese da tempo, soprattutto per gli stranieri di seconda generazione, quelli che hanno studiato qui. E la partecipazione politica degli stranieri con permesso di soggiorno permanente deve essere promossa a livello comunale. Più di 600 comuni, soprattutto nella Svizzera francese, ma anche nell’Appenzello Esterno, ad esempio, permettono già ai loro residenti stranieri di avere voce in capitolo, senza alcun problema. In ogni caso, partecipano solo coloro che lo desiderano e sono disposti a integrarsi.

Nell’anno dell’anniversario del 1848 sarebbe quindi più produttivo e lungimirante discutere di questioni di partecipazione democratica, invece che del senso e dell’assurdità di un secondo giorno festivo. Soprattutto il 1° agosto.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: una scena della versione teatrale del film “Il fabbricasvizzeri”