Quello spettro che non si aggira più

Ma si continua a temerlo e a dargli la caccia 

Ci sono dunque parole non dette dalla sinistra (Lelio Demichelis) e occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo (Virginio Pedroni). Sono due contributi, apparsi in Naufraghi/e, seri, densi, di accurata e precisa analisi, storica e critica, che dovrebbero giovare a chi, dentro la sinistra, vuol ancora pensare e progettare e non solo elencare, contare, muovere e spostare sedie.

Appare chiaro che la sinistra non è neppure più uno “spettro (che) s’aggira per l’Europa” (il famoso inizio del Manifesto del 1848), anche se forse fa sempre paura poiché, inspiegabilmente, continua quella che si definiva allora la “santa battuta di caccia contro questo spettro”. E quindi la sinistra non è neppure “un grand cadavre à la renverse où les vers se sont mis”, come Sartre, intellettuale critico di sinistra, la definiva più di cinquant’anni fa (espressione ripresa poi come titolo di una sua opera critica, nel 2007, dal filosofo, ritenuto di sinistra, Bernard-Henry Lévy). Così oggi c’è chi conclude semplicemente che la sinistra è ormai solo un fantasma.

Il sistema “droitisé”

A giudicare dal numero di saggi apparsi non c’è probabilmente Paese, come la Francia, che negli ultimi tempi si sia tanto interessato allo stato di salute della sinistra. E lo si può anche capire: là è in buona parte spuntata, maturata, nutrita. “La sinistra sta per essere cancellata?”, si chiede il politologo Rémi Lefebvre in un suo saggio (“Faut-il désespérer de la gauche?”, Textuel, marzo 2022); uno dei motivi è che non è più capace, nell’era mediatica, a “pesare sull’ordine del giorno” e “la parola di sinistra si fa rara”. Oppure ogni parola è subito annientata dall’opposizione con l’accusa di vetero ideologismo (la giustizia, la solidarietà),di isterismo, terrorismo e proibizionismo (l’ecologia, l’antirazzismo), di odio o invidia per i ricchi o disfattismo per l’economia (la fiscalità punitiva, la politica sociale irresponsabile, l’interventismo di Stato, la pretesa ridistribuzione della ricchezza, utopistica, incoerente e autolesionista).

Il sistema politico si è invece “droitisé”, si è voltato a destra, se per destra si intende il pensiero che vuole concedere “un privilegio all’esistente e tende a inclinarsi di fronte alla forza delle cose, alla potenza del fatto compiuto”. Ed è elettoralmente pagante per chi lo cavalca.

Sinistra in decomposizione

“La sinistra è in uno stato di decomposizione avanzato e deve staccarsi dai suoi atavismi e dalle sue identità partigiane annidatesi nel XX secolo”, sostiene il sociologo Laurent Jeanpierre (coautore, con Haud Guéguen di “La Perspective du possible”, La Decouverte, gennaio 2022). Quindi sarebbe tutto l’armamentario ideologico da rivedere o abbandonare, tutte le incrostazioni lasciate da epiche lotte che bisogna smettere di mitizzare.

“Viviamo innegabilmente un capovolgimento altrettanto grande di quello della rivoluzione industriale, cominciata alla fine del XVIII secolo”, spiega dunque la storica Marion Fontaine, professoressa alla mitica Sciences Po. C’è stato un mutamento radicale nel modo di lavorare e di vivere “qui touche la gauche de plein fouet”, che ha colpito in pieno volto la sinistra. Sottinteso, quindi, che ne è rimasta stordita e non ha saputo reagire. Tanto che hanno fatto subito eco a questa tesi i celeberrimi “Cahiers Jaurès” (Quaderni intestati e ispirati al grande politico del socialismo riformista dell’inizio Novecento, fondatore del glorioso giornale L’Humanité, grande oppositore della guerra nel 1914, ucciso da un fanatico con un colpo di pistola). “Così la sinistra oscilla tra abbandono e vittimismo (victimisation, per la precisione), glorificazione e nostalgia”.

Crolla la classe operaia, salgono i “diplomés”

Come mai questo stacco delle classi popolari?  Si era posto l’interrogativo già vent’anni fa un gruppo di riflessione “Terra Nova” pubblicando una “nota di riflessione elettorale” di un’ottantina di pagine, intitolata “Gauche: quelle majorité électorale pour 2012” divenuto celebre, citatissimo, ma anche “largement décriée”. Forse perché vi si sosteneva che “la coalition historique de la gauche, centrée sur la classe ouvrière, s’efface”. Dunque, se crolla o è perlomeno molto instabile lo storico e costituente pilastro della classe operaia, per tutta la sinistra è il terremoto fatale. 

In quel rapporto (che si può ancora trovare su Internet) si rileva però anche un conflitto di valori che oppone il liberalismo culturale dei cittadini diplomati (gli “urbains”) e il conservatorismo sociale degli operai, dei lavoratori, tutti “declassati”. 

Emerge allora la critica, frequente anche dalle nostre parti, di una sinistra nutrita (e sostenuta) più da intellettuali che dalla classe operaia. La conclusione che si trae è però emblematica e intrigante: “La nuova sinistra ha il volto del Paese di domani: più giovane, più femminile, più diverso, più diplomato”. Al rovescio, quindi, di quell’elettorato che considera che “la France est de moins en moins la France”, un elettorato inquieto sull’avvenire, più pessimista, più chiuso, più difensivo”. 

La strategia elettorale della sinistra dovrebbe quindi fondarsi su una nuova coalizione elettorale:” les diplômés, les jeunes, les minorités, les femmes”. 

Una classe senza partito e la moltiplicazione delle schede

Nelle critiche, da sinistra, c’è chi ha visto in tutto questo una sorta di “racisme social” che impregna disgraziatamente i discorsi di sinistra. Chi, invece, il riflesso di una innegabile realtà: i partiti di sinistra sono diventati i “partis des diplômés” (lo sostiene persino l’universalmente noto e celebrato economista Thomas Piketty, autore del “Le Capital au XXI siècle” e di “Capital et ideologie”), mentre la “destra” continua a rappresentare beata le élite mercantili, commerciali, affaristiche, finanziarie. Il denaro, insomma, e l’identità o la spina dorsale del Paese.

C’è chi aggiunge, poi (ma lo fa anche il rapporto di Terra Nova) che “la nostalgie ne fait pas une politique. Il ne suffit de déclarer sa fidélité au monde populaire pour le rencontrer”. Chi chiama quindi in causa due noti  studiosi inglesi (Evans e Tilley) e un loro testo (« The New Politics of Class: The political Exclusion of the British Working Class », Oxford Uni Press 2017) per rilevare che… “ci sono nuove categorie popolari che si ritrovano in una classe senza partito”. 

E dove sono finite o finiranno? Forse è anche per questo, paradossalmente, che si moltiplicano classi, partiti, schede, sottoschede (vedi Ticino), ognuno alla ricerca… di se stesso. Ma capita come per l’inflazione: si finisce con la svalutazione o la stanchezza della politica. E poi con la derisione e l’astensionismo.

Quella  sinistra che non è che non dica, ma… dice  sempre troppo in là

Da questo percorso accelerato sull’analisi dello spettro di sinistra in un Paese come la Francia si possono trovare indicazioni interessanti ed anche utili e molti luoghi diventati ormai comuni anche da noi. Si dà appunto per certo, ad esempio, che la sinistra non sa più dire, non sa più parlare, si è staccata dalla realtà, non mette più le mani nella melma quotidiana, arzigogola intellettualmente, gioca solo ai bussolotti elettorali.

A suggerire tuttavia che tutto questo non è proprio vero è la stessa destra. Infatti, perché continua ad avere il dente avvelenato contro la sinistra, perché  se ne sente sempre disturbata e si prefigge di annientarla, perché ogni proposta che viene da sinistra (sotto forma di iniziative parlamentari o popolari o anche di referendum) è sempre annichilita con l’immancabile pretesto governativo o parlamentare …che “va troppo in là”(perché non tiene conto della realtà, solitamente finanziaria o economica), perché quando da sinistra si vogliono ad esempio salari più umanamente degni (minimo salariale), imposte più eque (ognuno secondo la sua disponibilità e bando alla storiella imperante per i ricchi o i globalisti che la ricchezza, meno tassata, scorre verso il basso giovando a tutti), premi delle casse malati proporzionali al reddito, pigioni perlomeno più accertate e trasparenti, impegni più definiti e obblighi più precisi per la salvaguardia dell’ambiente, della natura, del territorio, di parchi naturali alpini, la sinistra esce il più delle volte con il collo rotto?

Se dici e fai qualcosa di sinistra sei fottuto

C’è un tipo di analisi che non si osa mai affrontare (ci ha provato in parte il politologo Lefebvre, citato all’inizio). Per dirla, in breve: la sinistra, più di ogni altra formazione politica, è interrogata sulla sua coerenza; essere di sinistra è assai impegnativo, scarnifica alle volte la priorità al proprio interesse (in un’economia e in una società dove l’individualismo, l’egoismo, sono motori di tutto) per far posto all’interesse e al bene comune; essere di sinistra, poi,  senza una carica di sana utopia, come funzione stimolatrice dell’azione politica o come efficace critica alle istituzioni vigenti, porta facilmente all’arrendevolezza di fronte all’esistente o al cedimento di fronte  all’accusa (da destra ma anche paradossalmente da sinistra)  di ideologismo, intellettualismo, distruzione dell’insostituibile economia dei mercato, a danno di tutti (ed è così che si cede alla facile  tentazione inoculata dalla destra).

Ci vuole molto meno coerenza per le altre formazioni politiche (ce ne voleva molta per i democristiani, ancorati al cristianesimo, divina utopia dell’eguaglianza e della giustizia per tutti, che con inconsapevole coerenza hanno mollato anche nella loro definizione). Perché conviene l’esistente, mentre quanto ci si chiede dalla natura e dall’evoluzione delle cose o dalle crisi di civiltà e climatiche in atto per farvi fronte e cambiare, comporta ciò che la maggior parte dei cittadini non vuol sentirsi dire, non vuol credervi. Non vuole tanto meno assumersi partecipazione ai costi (abituato com’è all’economia della gratuità), rinunce e condivisioni di responsabilità, mutamenti di stile di vita e necessari condizionamenti alla propria libertà (che finiranno comunque per essere imposti dalla realtà che sta dannatamente mutando, così come le realtà esterne hanno  già imposto la frantumazione di qualche mito svizzero, dal segreto bancario alla neutralità, al caso unico). 

E così si può capire, facilmente, senza troppi ripetitivi sondaggi, chi saranno i vincitori nelle prossime elezioni federali.

Nell’immagine: una performance del «Blue man group» a Berlino, tra le statue di Marx ed Engels


L’agenda e la zizzania politica

Ma si continua a temerlo e a dargli la caccia 

La polemica attorno all’Agenda della Svizzera italiana continua a tener banco. Il consueto diario scolastico per la scuola media, edito dal Dipartimento dell’Educazione e da quello della Socialità e della Sanità, ha come fil rouge per il 2023-24 Lo sguardo altrui: istruzioni per l’uso. Accanto ad alcune schede che informano e aiutano a riflettere, ci sono dieci storie raccontate, ognuna, con due disegni e un breve dialogo: dieci piccole storie per parlare di malintesi e pregiudizi, di come ci si sente e di come si vorrebbe essere. Nulla che sia fuori dall’ordinario, come dev’essere nello spirito di uno strumento di lavoro che accompagnerà allieve e allievi lungo tutto l’incombente anno scolastico. 

Siamo in un ambito complementare ai contenuti disciplinari della scuola. Nell’agenda, per intenderci, non vi sono valutazioni, esercizi, compiti a casa e giudizi di valore. Tutt’al più ci sono degli spunti per riflettere o discuterne. È così da tanti anni, non solo dall’arrivo dei “rossi” al DECS – come insinuano i Torquemada nostrani – e senza scordare che la direzione socialista del Dipartimento dell’educazione, dopo decenni di gestione PLRT, non fu per nulla un golpe.

Eppure quest’anno si è scatenato il putiferio. Tra le dieci piccole storie, il vicesindaco di Locarno ne ha scovata una che gli è andata di traverso e che ha voluto condividere urbi et orbi: Giuseppe Cotti boccia l’agenda scolastica: “Banalizza la diversità di genere”. Non si contano gli interventi che intasano il Ticino massmediatico (e social) ormai da una decina di giorni e che hanno acceso i pruriti di una pedagogia codina. Ci vuole però una buona dose di malignità per leggere in quei brevi dialoghi dei pensieri chissà quali intenti di indottrinamento, tesi a far sì che i nostri adolescenti abbraccino, affascinati!, il cosiddetto terzo sesso, che ha peraltro una gamma di coniugazioni assai variegata.

Qualche esempio di tanto sdegno è forse utile annotarlo: «Con il pretesto dell’inclusione, della lotta al bullismo e alla discriminazione, nonché della tutela delle minoranze, ai ragazzi viene insegnata l’ideologia secondo cui maschio o femmina sono sensazioni interiori o percezioni, proprio come si legge nell’agenda che sarà presto distribuita agli scolari ticinesi» (Helvethica Ticino). Oppure: «La scuola rossa colpisce ancora: propaganda gender nell’agenda ufficiale del DECS. Inaccettabile il tentativo del Cantone di lavare il cervello ai bambini fin dalle elementari con l’ideologia ‘‘arcobaleno’’» (Lorenzo Quadri, Consigliere nazionale Lega, sul Corriere del Ticino). E ancora: «Si cerca di far passare che essere fluidi, dubbiosi sul proprio sesso – quando biologicamente e di fatto, o si è maschi o femmine [tertium non datur, secondo lorsignori] – siano scelte di tendenza e accattivanti. Ogni individuo è libero di sentirsi maschio, femmina e magari in futuro anche cane, gatto o canarino, ma non deve essere la scuola a promuovere e a mostrare come normale, delle anomalie comportamentali che toccano un’estrema minoranza della popolazione» (Piero Marchesi, consigliere nazionale UDC, su laRegione).

Suvvia, sarebbe fantastico se con dieci righe e due disegni fosse possibile – per usare un verbo un po’ sguaiato – indottrinare i nostri ragazzi alle leggi della matematica e delle scienze naturali, a insegnare in fretta e a un alto livello l’italiano e le altre lingue, insieme alle loro culture di riferimento, a conoscere e amare il variegato patrimonio delle arti. A meno che non si creda per davvero che sia possibile inventarsi un gender prêt-à-porter, così come si sceglie una t-shirt o un taglio di capelli.

Due parole, infine, devono essere spese sulla distribuzione dell’agenda in quinta elementare. Da un lato si dovrebbe rammentare che questo diario fa parte del materiale dell’ultimo anno della scuola primaria da quando è stata istituita la scuola media: era parso, ad alcuni insegnanti degli anni ’70, che poteva essere utile imparare a usare questo strumento, che nel precedente ginnasio mieteva tante vittime già al primo anno, quando il passaggio dal maestro al professore poneva molti problemi di organizzazione della settimana e della gestione di compiti a casa e test annunciati. Nel frattempo l’agenda si è evoluta nei suoi contenuti, pensando però, giustamente, agli alunni della scuola media. Sulla diffusione automatica dell’agenda già in 5ª, quindi, si potrebbe anche discutere, ma non certo per entrare nel merito delle farneticazioni sulle sue nefaste influenze. 

Non può che essere giudicata preoccupante la scelta di alcuni Municipi di non distribuire l’agenda, come deciso a Tresa, Lugano, Massagno, Mendrisio e altri comuni. Ma, fortunatamente,  c’è chi rimette i puntini sulle i, in attesa che il Cantone intervenga con la necessaria severità per ricordare che la direzione generale della scuola spetta al Consiglio di Stato e non certo ai singoli municipi. Bene ha fatto, quindi, la sindaca di Castello, Alessia Ponti: «Non sta ai Municipi ergersi a paladini della moralità», ha commentato sul CdT di ieri. «I nostri bambini hanno affrontato temi anche molto più delicati, come la guerra in Ucraina. Tutto sta a come viene trattato l’argomento, ma è proprio del ruolo del docente saper usare le parole e la delicatezza giuste. E i nostri docenti si sono dimostrati molto tranquilli e consapevoli a tal riguardo».

Parole sante.

Nell’immagine: una delle numerose illustrazioni dell’Agenda


Il genere secondo la politichetta dei soliti noti

Ma si continua a temerlo e a dargli la caccia 


“Sono pronto a morire per la Russia, ma non per i criminali e i ladri”

Ma si continua a temerlo e a dargli la caccia 

Di Meduza, in Valigia blu

Il sito indipendente russo iStories ha parlato con tre ex ufficiali russi che per motivi di coscienza hanno deciso di non combattere in Ucraina. Hanno descritto i motivi per cui si sono arruolati e cosa hanno dovuto fare per abbandonare le forze armate russe, una volta coinvolti nell’invasione su larga scala dell’Ucraina e nella mobilitazione che ne è seguita. I tre ex ufficiali hanno parlato dietro anonimato, anche se la loro identità è nota alla redazione iStories. Meduza ha riassunto le loro storie (in lingua inglese), d’accordo con iStories.

Alexander

Dopo la scuola superiore mi sono iscritto all’accademia militare. Non è stata una decisione davvero mia, l’ho fatto perché i miei hanno insistito. Quando vivi in provincia non ci sono molti modi per guadagnare. Così ho deciso che era un’opzione valida, visto che non vengo da una famiglia ricca.

Mi sono arruolato nell’esercito nel 2016. Ho iniziato subito ad avere dei dubbi, perché le persone lì, spiace dirlo, sono perlopiù stupide.

Il secondo giorno ho scritto una lettera di dimissioni e l’ho portata al comandante. Per la mia famiglia è stato come un tradimento. Hanno iniziato a farmi il lavaggio del cervello: “l’esercito è la strada della vita. Devi farlo, non hai altra scelta”. Anche il mio diretto superiore si è fatto prendere la mano: “Nell’esercito è tutto fantastico, abbiamo l’assistenza medica, ti daremo una buona istruzione, indosserai un’uniforme, avrai uno stipendio, stabilità” diceva. Ho scritto altre lettere di dimissioni, ma sono rimasto perché mia madre ha insistito. Così poi ho finito l’accademia.

Nel 2021 ho provato a mollare a sei mesi dall’inizio della guerra. Non sono andato in servizio, ho lasciato la guarnigione. Ho commesso ogni sorta di infrazione. Poi ho comprato un biglietto aereo e sono tornato a casa per una settimana. Per giorni ho scritto lettere di dimissioni, le consegnavo al comandante e lui le strappava davanti a me. In un lavoro normale scrivi una lettera ed entro due settimane te ne vai. Nell’esercito non funziona così.

Dopo le vacanze di Capodanno, all’inizio del 2022, ci hanno detto che saremmo partiti per un viaggio di addestramento nell’annessa Repubblica di Crimea. Nessuno avrebbe combattuto, secondo le rassicurazioni del nostro comandante. Nel 90% dei casi, queste esercitazioni sono false. Il discorso del comandante dell’unità ha influenzato la maggior parte dei militari. Alcuni pensavano davvero a un’esercitazione, altri sospettavano degli scontri, ma nessuno pensava che sarebbe scoppiata una guerra. Nessuno ci credeva. Io però diffidavo dei comandanti, secondo il vecchio precetto russo “Non fidarti dello Stato”. Avevo un brutto presentimento.

Dietro consiglio degli avvocati, ho messo per iscritto il mio rifiuto ad andare, spiegando i motivi. Sapevamo perfettamente che non avrebbe avuto alcun effetto, ma ci ho provato lo stesso. Per tutta risposta, il comandante ha disegnato sul foglio un grosso pene.

All’inizio di febbraio siamo andati in Crimea. Ha avuto la certezze che non si trattava di un’esercitazione intorno al 15-16 febbraio, quando sono cominciati gli ordini di combattimento che permettevano ai veicoli cingolati di muoversi sulla strada asfaltata. A quel punto ho capito che c’era in ballo qualcosa di grosso.

Il 23 febbraio, a un certo punto, siamo stati abbandonati vicino al confine. Una volta arrivati in una zona boscosa, ci è stato dato l’ordine di rifornire tutti i veicoli, oltre a munizioni armi e due caricatori a testa. Così il 24 febbraio abbiamo attraversato il confine. Alla prima sosta mi sono avvicinato al mio comandante e gli ho chiesto: “Abbiamo attaccato l’Ucraina? Perché siamo usciti dalla Federazione Russa? Cosa sta succedendo?”. Il comandante mi ha risposto così: “Aspetta 10 giorni, staremo qui per un po’ e torneremo a casa. Riceverete tutti i certificati di veterano e sarete pagati”.

C’erano persone insoddisfatte per la situazione, anche se nessuno lo diceva apertamente. L’atmosfera era del tipo “seduti e zitti”. Perché non potevamo ribellarci se c’erano molti dissidenti? Semplice, l’esercito non è fatto per le persone ideologizzate. È gente pagata per uccidere ed eseguire gli ordini.

Sono rimasto sul territorio ucraino da febbraio alla fine dell’estate del 2022. Non ho preso parte ai combattimenti, mi occupavo dei rifornimenti. Molto spesso ci siamo trovati sotto tiro, nascosti in cantine e trincee. Avevo una pistola, ma non sparavo. Non ho assistito a nessun combattimento, ma ero in prima linea. Non c’è niente di buono in prima linea, solo bombardamenti continui e paura. E morti da entrambe le parti.

Una volta, mentre ci muovevamo in colonna verso uno degli insediamenti, abbiamo incontrato un’auto con tre uomini a bordo. Stavamo per passarli quando le nostre forze speciali hanno spogliato questi tre ucraini, in abiti civili, fino alla vita. Il comandante ha ordinato alle forze speciali di controllare i tatuaggi, di prendere i documenti e poi ha ordinato di uccidere tutti e tre. L’ho sentito alla radio, ero già passato oltre quando ho udito gli spari. Non poteva trattarsi di altro. Non so per quale motivo li abbiano uccisi, ma sono sicuro che nessuno li ha interrogati per scoprire qualcosa, perché tutto si è svolto nell’arco di due minuti.

È successo nei primi giorni di guerra. Verso la fine di aprile sono andato su Internet, ho visto cos’è successo a Bucha, ho letto dei tweet….

Io stesso ho parlato con i civili. Ora posso guardare alla situazione in modo equilibrato, ma all’epoca dopo aver parlato con alcune persone ti sentivi un invasore, mentre dopo aver parlato con altre ti sentivi un eroe. Così si creava una dissonanza.

A metà dell’estate siamo tornati in Russia in congedo. Io sono tornato col secondo gruppo, dopodiché mi sono rifiutato di svolgere qualunque mansione e ho scritto una nuova lettera di dimissioni. Sembrava tutto in ordine. All’inizio di settembre la commissione che si è riunita ha deciso di licenziarmi all’unanimità. Poi è iniziata la mobilitazione: “Fai le valigie” mi hanno detto, “torni in Ucraina”. In quel momento ho capito che la mia coscienza non mi permetteva di partire.

Avevo solo un passaporto interno russo, quindi dovevo scegliere tra fuggire in Armenia o in Kazakistan. Ho scelto il secondo perché più vicino ed economico. La mia famiglia non mi ha sostenuto. Mi consideravano un traditore, se necessario erano disposti loro stessi a prendere le armi e a partire per il fronte. Attualmente non ci sentiamo più.

Come funziona il passaporto interno russo?

In Russia un passaporto normale (il cosiddetto “passaporto interno”) e un passaporto di viaggio sono documenti diversi. Nel 2023 si può usare un passaporto interno russo per visitare Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, oltre all’Abcasia e l’Ossezia del Sud che sono occupate e riconosciute internazionalmente come parti della Georgia.

A chi intende firmare un contratto con l’esercito russo, vorrei dire soltanto questo: non fatelo, per nessun motivo. Metterebbe in pericolo la vostra vita, la vostra salute e la vostra libertà. Non è la vostra guerra. Se avete un passaporto, potete provare a ottenere un visto per un altro paese. È stressante, non è chiaro cosa succederà dopo. Ma è molto meglio che andare in guerra. Ora sono considerato un traditore del mio paese, ma mi va bene. Che lo pensino pure. Il tempo sistemerà le cose.

Dmitri

Vengo da un piccolo paesino lontano da Mosca, ma ho deciso di entrare in un’università moscovita per studiare ingegneria per il design industriale. Non avevo progetti per il futuro, ho fatto solo quello che dovevo fare. Non volevo chiedere aiuto ai miei genitori, anche perché non era possibile. Gli stipendi dalle parti nostre sono bassi.

L’università mi ha consigliato l’iscrizione a un centro di formazione militare – qualcosa di simile a un dipartimento militare in un’università civile. Ma chi studia al centro militare firma un contratto e dopo la laurea presta servizio per almeno tre anni, pagando il debito contratto per un dormitorio e una piccola borsa di studio. Un patto col diavolo.

All’epoca avevo 20 anni, per cui non ci ho pensato più di tanto, ho firmato quel pezzo di carta senza guardarlo. “Niente di che, sono solo tre anni di servizio”. Ma poi, al momento di finire gli studi, avevo maturato nel frattempo un’idea della vita, e ho capito che l’esercito non era certo un posto dove passare tre anni.

Nel contratto c’era una clausola in base alla quale, in caso di interruzione degli studi, bisognava versare al ministero della Difesa una somma pari al triplo del prestito ricevuto. Di fatto significa essere ostaggio dal Ministero. Nel mio caso la somma ammontava a 2 milioni di rubli, circa 20 mila euro.

Il 24 febbraio 2022 ho vissuto un’esperienza terribile. A quel tempo stavo terminando il mio diploma ed ero sul punto di diventare un ufficiale militare nel giro di pochi mesi. Stavo andando al lavoro e ho saputo che era scoppiata la guerra. Mi è preso il panico. Che fare? Il mio debito con il ministero della Difesa era enorme. “Servi per un po’, poi ci penserai” dicevano i miei genitori.

Il mio contratto iniziava nel luglio 2022. L’avvocato militare mi ha spiegato brevemente cosa fare per licenziarmi. Così, il giorno dopo il mio arrivo, sono andata a parlare con il comandante dell’unità. Gli ho detto che non ero un militare, che non sapevo fare nulla e che non volevo prestare servizio, chiedendogli di congedarmi.

Quel gesto non è piaciuto a nessuno, mi hanno trattato come un traditore. Non ero né una brava persona, né un uomo: “Hai dato la tua parola, hai firmato un contratto. Devi tirare fuori le palle come un vero uomo e prestare servizio!”.

Così ho iniziato a sabotare il servizio. Mi sono assentato per qualche giorno, ho portato il mio cellulare all’unità. Hanno preso a minacciarmi, dicendo che rischiavo un procedimento penale, che mi avrebbero messo in galera, ma con me non attaccava. Il mio immediato diretto comandante lo ha capito subito: “Faccio prima a portarti nella foresta e spararti”.

Molti degli ufficiali con cui ho parlato non vedono di buon occhio l’esercito. Ovviamente sostengono il governo, ma per il resto se potessero lasciare l’esercito senza conseguenze lo farebbero. Però se inizi la procedura di congedo e non ce la fai sei fregato. Ti trovi tutti contro e la tua vita diventa un inferno. La maggior parte delle persone non se la sente di correre rischi del genere, è più facile tenere fede al contratto di servizio.

Da febbraio non facevo che pensare alla possibilità di finire in guerra. Fino a settembre sono riuscito a evitarla, ma poi il mio comandante ha suggerito di mandarmi in Karabakh, dove ci sono stati scontri al confine tra Armenia e Azerbaigian. Ho rifiutato: “Qualsiasi azione militare è inaccettabile per me”. E lui mi ha detto: “Non provare a dirmi una cosa del genere quando ci sarà la legge marziale in Russia, altrimenti ti porterò fuori dalla caserma e ti sparerò”.

Poi si sono arresi e mi hanno proposto un compromesso: “Ti congederemo tra circa sei mesi, ma non dovrai interferire con nessuno”. Era una buona opzione per me. Ero solo un impiegato, seduto davanti al computer, che si occupava di documenti. Il piano prevedeva che mi licenziassi entro la fine del 2022, ma è andata diversamente. A settembre è arrivato il decreto di Putin sulla mobilitazione, e questo è quanto. Non è più stato possibile andarsene.

Ho capito che sarei stato rispedito dal comandante che aveva minacciato di giustiziarmi. Allora ho iniziato a dire che avevo tendenze suicide, chiedendo di farmi mandare in un reparto psichiatrico. Ho preso accordi con le persone giuste, ma secondo loro stavo solo perdendo tempo, perché nessuno mi avrebbe licenziato per motivi di salute. Mi sono fatto ricoverare comunque.

Appena uscito dall’ospedale ho fatto richiesta di trasferimento al comandante dell’unità. Gli ho dato una bottiglia di alcolici, come da tradizione. Era indignato, ma ha preso lo stesso la bottiglia e mi ha trasferito in un’altra zona, dove ho prestato servizio per quattro mesi.

Sono andato avanti fino a febbraio 2023, quando hanno iniziato a reclutare ufficiali da spedire al fronte. Ho parlato con quelli che erano tornati dall’Ucraina, mi hanno detto di essere stati usati come carne da cannone. Per mia fortuna stavano cercando prima sottufficiali o contractor, così ho avuto il tempo per preparare la fuga.

Sapevo che, una volta in guerra, sarei stato costretto a uccidere delle persone, e probabilmente non sarei tornato a casa. Con l’inizio della mobilitazione, hanno consegnato a tutti i militari dei fogli da firmare. Quando ho ricevuto il mio sono andato a casa. Ho parlato con un avvocato e l’unica scappatoia che abbiamo trovato è stata per l’appunto la fuga.

Come puoi fare progetti quando lo Stato cambia di continuo le leggi a suo piacimento? Puoi solo perdere, oppure devi scegliere tra andare in prigione o fuggire dal paese. Per me è stata dura, mi sono subito reso conto di essere diventato un criminale. Impossibile tornare indietro, la diserzione e l’assenza ingiustificata sono crimini che all’atto pratico non cadono in prescrizione.

Una volta deciso di fuggire, ho trovato l’organizzazione Get Lost. Abbiamo trascorso un paio di settimane a sviluppare il piano, pensando a ogni dettaglio: come rispondere alle domande al confine, cosa portarmi dietro, come acquistare i biglietti, come tenere i contatti.

Da circa due mesi vivo in Georgia. Passo tutto il tempo al computer, studiando da programmatore, e ho iniziato lentamente a guadagnare. Ho bisogno di una grossa somma di denaro per andarmene da qui, perché nemmeno la Georgia è sicura per me.

Yevgeny

Ho studiato in un collegio militare, il che ha influenzato la mia scelta di iscrivermi all’accademia militare. Avevo 17 anni, temevo che non sarei mai riuscito a entrare all’università, o a trovare un buon lavoro. Non avevo conoscenze, i miei genitori non erano ricchi, e il servizio nell’esercito mi sembrò una strada sicura per ottenere qualcosa nella vita. All’accademia sono andato abbastanza bene, e mi aspettavano in totale 10 anni nell’esercito.

Ricordo che c’era tensione tra Russia e Ucraina, ma nessuno pensava che sarebbe successo qualcosa di grave. Quando sono iniziate le esercitazioni siamo tutti andati al confine con l’Ucraina. Il 10 febbraio, il nostro comandante ci ha detto che non bisognava preoccuparsi: non ci sarebbe stata nessuna guerra, solo giochi di potere e manovre lungo il confine.

Ci siamo tranquillizzati. Un generale che comanda un esercito non mentirebbe, pensavo. Per me Putin era un ladro, ma non un fanatico. Una guerra era roba da Napoleone o Hitler, ma non faceva per lui. Poteva starsene seduto tranquillo, rubare per il resto della sua vita, e tutti sarebbero stati felici – questo è il contratto sociale che abbiamo con il governo. Ma tutto si è ribaltato nel giro di pochi giorni.

Abbiamo capito che sarebbe stata una cosa seria quando hanno riunito tutte le brigate prima di marciare verso Kyiv. Ricordo le frasi che poi abbiamo usato per scherzare tra noi: “Non dovete preoccuparvi, tutto sarà finito in tre giorni. Alcuni di voi non si renderanno nemmeno conto di quello che è successo”.

Ci siamo resi conto di aver attraversato il confine una volta incontrati i primi cartelli in ucraino. Tutti gli insediamenti di confine erano intatti. Ma più ci avvicinavamo a Kyiv, più la distruzione aumentava.

Passati i tre giorni in cui “tutto sarà finito”, il comando non ha detto nulla. Da quel momento in poi contava solo sopravvivere giorno per giorno. A un soldato non viene dato l’ordine: “Il tuo plotone deve conquistare Kyiv”. Gli viene detto: “Siedeti dietro questo albero e guardare”. A un ufficiale viene detto: “La tua linea è laggiù, devi raggiungerla”. Siamo persone piccole, ci vengono affidati compiti piccoli.

Nelle vicinanze di Kyiv mancava una linea di contatto certa tra le parti. Non c’era un fronte, ci siamo semplicemente precipitati in colonne verso la capitale, e queste colonne venivano bombardate senza tregua.

Poi sono arrivati i partigiani dalla popolazione locale. Ogni giorno avevano armi sempre più moderne, acquisivano via via esperienza. Abbiamo visto come venivano catturati. So che ci sono stati casi in cui i partigiani sono stati fucilati senza processo. C’erano persone disposte a fare i boia, che nessuno avrebbe mai punito.

Questa non è la mia prima guerra. Sono stato in Siria per cinque mesi, ma rispetto all’Ucraina, lì era un campeggio per bambini. Una cosa è combattere alcuni gruppi armati illegali con un carro armato mezzo rotto e una mitragliatrice. Un’altra cosa è combattere un esercito con aviazione, artiglieria e comunicazioni. Inoltre all’Ucraina stanno dando armi occidentali, e quelle russe sono nettamente inferiori.

Non posso dire di aver visto direttamente i militari ucraini, ma ci hanno sparato e noi abbiamo risposto al fuoco. Altri soldati hanno avuto esperienze diverse: stavano camminando da qualche parte di notte, si sono trovati faccia a faccia con gli ucraini, hanno parlato, si sono allontanati e hanno iniziato a sparare. Storie da film, ma reali.

Quando stavamo lasciando Kyiv, abbiamo subito gravi perdite e due ragazzi sono rimasti indietro. Sono andati da uno del posto per consegnarsi come prigionieri: lui li ha lavati e nutriti. Sono arrivate le Forze Armate dell’Ucraina, che hanno sparato alla gamba di uno di loro. Poi hanno filmato le operazioni di primo soccorso per mostrare come hanno aiutato un russo ferito e fatto prigioniero. Nel video dice: “Grazie, ragazzi, per non avermi ucciso”. Molto dipende dalla persona. In guerra le leggi passano in secondo piano e alla fine conta solo il fattore umano.

Sono rimasto “dietro la linea del fronte” fino a maggio 2022, da ferito. E parlando di ferite, be’, lasciare l’Ucraina è stata un’intera “operazione speciale”.

A settembre, dopo l’annuncio della mobilitazione, le regole del gioco sono cambiate. Abbiamo capito che bisognava andarsene a ogni costo. Si poteva lasciare l’Ucraina da morti o da feriti. Quando erano rimaste solo poche persone, ci hanno mandato in un’altra missione suicida. Ci siamo feriti apposta per renderci invalidi.

Non è un’impresa facile. Ma eravamo nei paraggi delle postazioni ucraine, perciò siamo riusciti a farlo in modo che risultasse credibile e non ci fossero troppe domande. Ci siamo sparati addosso.

Poi c’è stata l’evacuazione, il ricovero in ospedale e la riabilitazione. Durante la riabilitazione ho cercato in vari modi di non tornare in Ucraina. Non ha funzionato. Ero disperato, sono andato a fare un check-up completo in una clinica privata, spendendo una cifra significativa per sottopormi a uno screening completo. Purtroppo sono risultato completamente sano.

Ho cominciato a pensare che da morto sarebbe stato tutto più facile. Ma non sognavo di morire in una trincea per assecondare le ambizioni di un pazzo. Sono pronto a morire per la Russia, per difenderla dai nemici che vogliono attaccarla. Ma non voglio morire per banditi, criminali e ladri.

La situazione si faceva sempre più opprimente e non c’era via d’uscita. Ho pensato di andare in prigione, ma nemmeno quella strada era percorribile, perché in Russia ormai ti mandano dalla prigione al fronte.

Poi ho capito che dovevo fuggire. All’inizio ho pianificato tutto da solo. Ero in Russia, nascosto, dopodiché ho incontrato l’organizzazione Get Lost che mi ha aiutato a partire.

Sì, ho ucciso delle persone. Non sono andato a sparare a bruciapelo, ma ho risposto al fuoco. Questa è la guerra. Anch’io voglio vivere. Se non avessi fatto fuoco, se avessi alzato le mani, mi avrebbero sparato. Ma non ho fatto razzie, non ho torturato o giustiziato nessuno.

Cosa direi a chi sta pensando di firmare un contratto con l’esercito russo? Abbi il coraggio delle tue opinioni. Non pensare di poter stare in disparte. Te ne stai lì, tutto sembra calmo e tranquillo, e poi sei morto.

Articolo originale pubblicato sul sito indipendente russo Meduza con licenza CC BY 4.0. Per sostenere Meduza si può donare tramite questa pagina
Nell’immagine: un giovane soldato russo morto in Ucraina nel 2022 (fotografia fornita dalla famiglia)


Risveglio a sud

Ma si continua a temerlo e a dargli la caccia 

Di Gilles Paris e Philippe Ricard, Le Monde (da Internazionale) 

ll 14 luglio 2023 tre caccia dell’Indian air force hanno sorvolato Parigi, sulla scia della pattuglia acrobatica francese. Duecentocinquanta soldati indiani hanno sfilato sugli Champs-Elysées insieme alle truppe francesi. Il presidente Emmanuel Macron ha riservato grandi onori al primo ministro indiano Narendra Modi che, nonostante il suo autoritarismo, non è mai stato tanto corteggiato sulla scena internazionale.

Il 9 settembre Modi riceverà a New Delhi i leader delle prime venti economie mondiali – Russia compresa – per la riunione annuale del G20. Dal 22 al 24 agosto è stato al vertice dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) a Johannesburg, in Sudafrica. Il primo ministro indiano è un sostenitore del “multiallineamento” e si preoccupa di tenere aperto il dialogo sia con il presidente statunitense Joe Biden sia con il russo Vladimir Putin. Così si è imposto tra le personalità più in vista del “sud globale”, il nuovo “continente” emerso con la guerra in Ucraina. 

Fin dalle prime ore dell’aggressione russa, il 24 febbraio 2022, una massa critica di paesi ha mostrato di volersi tenere a distanza – o equidistanza – dalle due parti in conflitto e dagli alleati occidentali dell’Ucraina. Il 27 febbraio, quando al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite Francia e Stati Uniti hanno chiesto una riunione d’emergenza dell’assemblea generale, gli Emirati Arabi Uniti si sono astenuti nel voto sul sostegno all’iniziativa, nonostante gli accordi militari che li legano a Washington e a Parigi. Il 2 marzo 2022 si è riunita l’assemblea generale: trentacinque paesi – tra cui Cina, India, Algeria, Sudafrica e altri quindici stati africani – si sono nuovamente astenuti sulla proposta di esigere dalla Russia “l’immediata cessazione del ricorso alla forza contro l’Ucraina”. Da allora i segnali di sfida si sono moltiplicati, testimoniando l’affermazione del cosiddetto sud globale.

Definizioni 

Questa nuova costellazione di stati, in cui vive più della metà della popolazione mondiale, porta un nome antico. Nel 1969 Carl Oglesby, un attivista statunitense contro la guerra in Vietnam, aveva denunciato quel conflitto come il punto culminante della “dominazione del nord sul sud globale”. Con quelle parole indicava le stesse entità geopolitiche che il demografo ed economista francese Alfred Sauvy aveva chiamato “terzo mondo”, in riferimento al terzo stato (il ceto più basso nella società francese prima della rivoluzione del 1789). In quel periodo i paesi poveri, concentrati nell’emisfero sud, cercavano di distanziarsi dai due blocchi creati dalla guerra fredda: a est, gli stati del patto di Varsavia stretti intorno all’Unione Sovietica; a ovest, quelli dell’Alleanza atlantica (Nato), sotto la sfera statunitense. 

“Rispetto ai decenni passati, il nuovo ‘non allineamento’ scaturisce da una situazione in cui i paesi in via di sviluppo sono in una posizione più forte”, scrive l’ex ambasciatore cileno Jorge Heine, ricercatore del Wilson Center di Washington, in un articolo sul sito The Conversation. Nell’economia mondiale i Brics hanno ormai superato in termini di pil i paesi del G7. Presentare l’attuale frammentazione come una semplice divisione tra l’occidente e il resto del mondo, come sostengono alcune voci del nord, è ingannevole. 

“Perché questi paesi dovrebbero essere considerati il resto del mondo?”, si è chiesta Fiona Hill, un’ex consigliera della Casa Bianca in un discorso tenuto a maggio in Estonia. Quei paesi “sono il mondo”, ha detto Hill, lamentandosi di “una terminologia che puzza di colonialismo”. Il concetto di sud globale è però contestato. “È profondamente riduttivo e non tiene conto dell’eterogeneità del gruppo”, scrive Samir Saran, direttore dell’Observer research foundation di New Delhi. “Pochi paesi vorrebbero essere inseriti nella categoria ‘sud’, mentre portano avanti il loro sviluppo e contribuiscono a dare forma ai sistemi mondiali”. 

La definizione può disorientare: non indica un punto cardinale intorno al quale graviterebbero alcuni paesi ben identificati, ma quegli stati che votano in modo affine nelle sedi dell’Onu. L’insieme comprende varie regioni, storiche ed economiche. Alcune organizzazioni internazionali, come i Brics o l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (fondata nel 2011 da sei paesi dell’Asia centrale), in parte si sovrappongono. 

Lo scorso giugno, a una domanda sull’appartenenza del Kazakistan al sud globale, il viceministro degli esteri kazaco Roman Vassilenko ha risposto in maniera evasiva, parlando delle temperature polari che si registrano d’inverno in quelle parti dell’Asia centrale. Tuttavia,nel suo sforzo di allontanarsi diplomaticamente dalla sfera d’influenza russa, senza peraltro allinearsi con Kiev, il presidente kazaco Qasym-Jomart Toqaev ha idealmente inserito il suo paese nel sud globale. Il concetto, anche se non permette di disegnare una mappa dai confini chiari, comprende quegli attori la cui esasperazione, a lungo inascoltata, si esprime ormai con forza contro l’occidente, il cosiddetto nord globale. 

Quando ha deciso d’invadere l’Ucraina, Putin ha moltiplicato gli errori strategici, sottovalutando il sentimento nazionale ucraino e la determinazione dell’occidente. In compenso ha scommesso con successo sull’affermazione dei paesi del sud e ha fatto fruttare il capitale politico che Mosca aveva accumulato nelle ex colonie occidentali, mantenuto attraverso la rete diplomatica sovietica prima, e russa poi. Tutto questo contando sul sostegno della Cina, a rischio di diventarne dipendente. In queste condizioni per le capitali del sud è difficile scegliere tra Washington e Pechino, la cui rivalità è aumentata all’ombra della guerra in Ucraina. “Per molti paesi del sud globale”, osserva Heine, “mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti e con la Cina è fondamentale per lo sviluppo economico, per gli scambi commerciali e i flussi d’investimenti”.

Putin ha fatto leva sul risentimento nei confronti delle ex potenze coloniali, soprattutto in Africa, dove la Francia è stata presa alla sprovvista dall’arrivo dei mercenari della Wagner, sostenuti da Mosca. Segno dei tempi, nel secondo film della saga hollywoodiana di Black panther, i soldati francesi sono descritti come saccheggiatori in cerca di minerali dalle proprietà straordinarie. Una rappresentazione “falsa”, l’ha definita il ministro della difesa francese Sébastien Lecornu.

Al di là delle ferite del passato, i paesi del sud si rifiutano di applicare le sanzioni adottate dagli Stati Uniti e dai loro alleati contro la Russia. Lo fanno anche quelli che, sull’esempio del Brasile, della Turchia e dell’Arabia Saudita, hanno condannato l’invasione dell’Ucraina. Alcuni hanno perfino aumentato gli scambi commerciali con Mosca dall’inizio della guerra.

L’India importa il petrolio russo colpito dall’embargo europeo, e poi esporta nel vecchio continente i prodotti raffinati. La posizione degli occidentali, che considerano le sanzioni legittime e appropriate di fronte alla violazione di princìpi fondamentali dello statuto dell’Onu, è in forte contrasto con la percezione che ne ha il sud globale. L’8 giugno, in apertura del Forum internazionale di Astana, il presidente kazaco ha denunciato l’arbitrarietà di misure che contribuiscono a “un processo di distruzione delle basi dell’ordine mondiale elaborato dopo la creazione delle Nazioni Unite”.

Il capo di un gruppo industriale francese attivo in molte parti del nuovo continente geopolitico conferma il trauma creato dalle ripetute restrizioni agli scambi con la Russia: “Finora gli europei erano considerati come più misurati, più rispettosi dello stato di diritto. Molti leader del sud si sono detti: ‘Se si comportano così con Putin, un giorno potrebbero farlo con noi’”.

La presa di distanza nei confronti del conflitto ucraino si concretizza in un grande fermento d’iniziative di pace. A febbraio ha cominciato la Cina, seguita dal Brasile ad aprile, dall’Indonesia a giugno e da una delegazione africana guidata dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, che è andata a Mosca e a Kiev (ad agosto è stato il turno della mediazione saudita).

Con un Consiglio di sicurezza paralizzato dalla minaccia di un veto russo e con l’allineamento occidentale con Kiev, questi paesi hanno il campo libero. Queste iniziative rispondono all’esigenza comune di risolvere un conflitto che non riguarda solo l’Europa, ma che ha conseguenze devastanti sul prezzo dell’energia, dei prodotti alimentari o sul livello del debito, a causa dell’aumento dei tassi d’interesse. 

Tutte queste preoccupazioni nazionali spingono il sud a chiedere la sospensione – anche temporanea – delle ostilità. Appelli per abbassare le tensioni, ma senza parlare della presenza di un esercito straniero sul territorio ucraino; richieste di un cessate il fuoco “sulle posizioni attuali”; possibilità di un referendum nelle “zone contese” con la supervisione dell’Onu; richiami alla sovranità degli stati e dei popoli “conformemente allo statuto delle Nazioni Unite”, ma senza ricordare che l’articolo 2 difende l’integrità territoriale degli stati. Queste proposte sono state respinte dagli ucraini, che hanno parlato di proposte favorevoli ai “piani russi”.

Per il momento Kiev dice di avere un solo obiettivo: riprendere l’insieme dei territori occupati dalla Russia dal 2014, compresa la Crimea. Gli alleati occidentali dell’Ucraina assicurano di non averne altri. Ma tutti sanno che la via d’uscita dal conflitto potrà essere trovata solo grazie a paesi come l’India e il Brasile, capaci di influire – almeno si spera – sulla Russia di Putin.

Spese aumentate

Anche se la guerra in Ucraina ha permesso al sud globale di prendere consapevolezza dei suoi numeri, ha anche ravvivato un sentimento di frustrazione verso un ordine internazionale considerato dominato dagli occidentali dalla fine della guerra fredda e caratterizzato, secondo i leader del sud, dall’ipocrisia e dalla politica dei “due pesi e due misure”. I leader del sud fanno un parallelo tra l’invasione russa dell’Ucraina e quella statunitense dell’Iraq nel 2003. Washington non aveva un mandato dell’Onu e il presidente statunitense George W. Bush, responsabile di questa decisione che si è rivelata devastante per il Medio Oriente, non ha mai dovuto renderne conto. 

Anche l’intervento occidentale in Libia dopo le primavere arabe del 2011, guidato dalla Francia e dal Regno Unito con il sostegno della Nato, è considerato allo stesso modo. Ha causato l’implosione del paese dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi e la sua uccisione, mentre il mandato dell’Onu era limitato alla protezione dei civili. 

Gli occidentali cercano di ridurre le tensioni suscitate dal conflitto ucraino, ma la rabbia è forte e in varie occasioni la Francia ne ha pagato le conseguenze. Nel luglio 2022, in Camerun, il presidente francese Macron ha definito la Russia una potenza “imperialista” e “coloniale” nel tentativo di limitare l’influenza del Cremlino in Africa. Ha inoltre criticato “l’ipocrisia” dei paesi africani che non avevano denunciato l’aggressione russa in Ucraina. Poco tempo dopo, un collaboratore del presidente camerunese Paul Biya ha commentato: “Dall’Iraq alla Libia, gli occidentali hanno moltiplicato le bugie. Il conflitto in Ucraina è una guerra europea con cui non abbiamo nulla a che vedere”. 

Gli attuali interessi geopolitici non sono l’unico motore di questa opposizione. Possiamo citare la crisi finanziaria del 2008, causata dalle storture del sistema bancario statunitense. O la gestione della pandemia di covid-19, cominciata in Cina alla fine del 2019, che ha portato a gravi accuse contro l’egoismo occidentale, sottolineato dalla gestione della distribuzione dei vaccini.

Ogni volta le potenze occidentali stanziano somme considerevoli per contenere gli effetti di eventi devastanti. Invece, la nuova crisi del debito, provocata dall’aumento dei tassi d’interesse per frenare l’inflazione, ha drammaticamente indebolito i paesi poveri, dallo Sri Lanka al Ghana. Più di una cinquantina di economie vulnerabili rischiano di diventare insolventi. Senza dimenticare il peso della guerra in Ucraina. “Non siamo ai livelli dell’Europa, ma anche le nostre spese in petrolio e gas sono molto aumentate, proprio nel momento in cui cercavamo di risollevarci dalla pandemia”, ha spiegato Mia Mottley, prima ministra di Barbados, in un’intervista a Le Monde. “Non che i discorsi russi siano particolarmente attraenti, ma la retorica occidentale rifiuta di riconoscere gli abusi e le ingiustizie compiuti nelle ex colonie. In un mondo che non è più guidato da una logica imperialista possiamo esprimere le nostre opinioni con maggiore libertà”. Un altro esempio è rappresentato dal brasiliano Lula, che continua a denunciare l’egemonia del dollaro e propone ai partner dei Brics di adottare una moneta alternativa, che almeno permetterebbe scambi commerciali al riparo delle sanzioni extraterritoriali statunitensi.

Sono altrettanto forti le critiche sulla lotta contro il riscaldamento globale, come hanno mostrato i dibattiti che si sono svolti a Parigi a metà giugno in occasione di un vertice sul nuovo patto finanziario mondiale. L’iniziativa doveva permettere di ridurre la frattura tra nord e sud. Ma, per quanto necessari, questi progetti si annunciano difficili. “Il nord è in gran parte responsabile dei danni provocati dal cambiamento climatico. E il sud ne deve sopportare le conseguenze anche se ha contribuito molto poco”, ha ripetuto con insistenza il presidente keniano William Ruto. “La promessa di versare cento miliardi di dollari all’anno ai paesi in via di sviluppo per aiutarli ad adattarsi e a ridurre le loro emissioni di gas serra non è mai stata mantenuta”.

L’occidente si vede rimproverare la sua inerzia di fronte alle economie in difficoltà. “La maggior parte delle nazioni, in particolare quelle del mondo in via di sviluppo, si sono ispirate al modello democratico liberale, nella speranza che attori dominanti come gli Stati Uniti s’impegnassero con sincerità nel progetto d’instaurare un ordine mondiale giusto, fondato su quei principi”, osserva Ram Madhav, ex segretario generale del partito di Naren dra Modi, il Bharatiya janata party (Bjp, destra nazionalista indù). “Ma l’esperienza mostra che la volontà occidentale di ‘democratizzare il mondo’ è guidata da un’agenda politica, non ideologica. Per i paesi del sud il libero scambio e il capitalismo sono rimasti delle chimere”, ha scritto Madhav nel libro Guerre en Ukraine et nouvel ordre du monde (Editions de l’observatoire/Institution Montaigne 2023). 

Nell’immagine: tutta un’altra prospettiva


Dietro il tributo di Putin a un traditore

Ma si continua a temerlo e a dargli la caccia 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Ci sono volute oltre 24 ore perché giungesse una comunicazione da parte di Vladimir Putin sulla tragica fine del capo dell’esercito mercenario della Wagner, Evgenij Prigozhin. Il presidente russo dal Cremlino, dopo aver fatto le condoglianze alla famiglia, ha sostenuto che “conosceva Prigozhin da molto tempo, dai primi anni ’90”. “Si trattava di un uomo dal destino complicato, che ha commesso gravi errori nella sua vita, e che ha ottenuto successo, sia per se stesso sia – quando gliel’ho chiesto – per la causa comune, come in questi ultimi mesi”. 

Secondo Putin, Prigozhin “era un uomo di talento, un uomo d’affari di talento, e non solo nel nostro Paese, ha lavorato con  risultati in Africa occupandosi di petrolio, gas, pietre e metalli preziosi”. Parole in parte di circostanza, ma che evidenziano anche un vero e proprio tributo al capo della Wagner. Per una ragione di cinico fiuto politico, di cui Putin, ammettiamolo, ha una particolare capacità. Dopo che in tutta la Russia, sin dalla sera precedente, molta gente aveva iniziato semi-spontaneamente a depositare fiori e a piangere la morte per quello che il filosofo neonazista Alexander Dugin ha definito post-mortem un “novello Nestor Machno” , il partigiano ucraino anarchico che durante la guerra civile russa del 1917 combattè sia i bianchi che i rossi (sic!), Putin ha confezionato un vero e proprio “onore delle armi”, ponendosi così sulla stessa lunghezza d’onda dei settori della società russa più nazional-populisti. 

Nel frattempo, dietro le quinte si sta confezionando la “versione di Putin”. Il presidente russo ha anche parlato in modo asettico di “catastrofe aerea” e dopo poche ore, dal Sudafrica, il suo ministro degli esteri Sergej Lavrov ha ripreso il termine “catastrofe aerea”. Il capo della diplomazia russa ha affermato inoltre che per formulare un giudizio su quanto accaduto ci si dovrebbe “basare sui fatti piuttosto che sulle dichiarazioni dei media occidentali”. E in precedenza, per tutto il pomeriggio, sul primo canale della TV russa il giornalista-propagandista Vladimir Solovev aveva invitato i wagneriani a “vendicarsi contro l’attentato organizzato dal ministero della Difesa ucraino”. Dovremo quindi ancora attendere almeno qualche giorno per vedere che ricostruzione spunterà dal cilindro del “Ministero della Verità” di Mosca. Almeno fino a quando si spegneranno i riflettori sulla riunione del Brics, i paesi del Sud globale che si propongono di diventare forza alternativa al G-20.

Tuttavia il confezionamento della notizia esige cautela, visto che nel caso degli avvelenamenti dei Sergej Skripal e Alexej Navalny le ricostruzioni proposte da Mosca fecero acqua da tutte le parti. 

Per ritornare a ipotesi su quanto accaduto, ipotesi che non sfidino il calcolo delle possibilità infinitesimali e l’intelligenza del cittadino medio, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha dichiarato ieri che al momento non ci sono informazioni che suggeriscano che un missile terra-aria abbia abbattuto l’aereo che si presume trasportasse il leader mercenario russo Yevgeny Prigozhin. Non stupisce la cautela americana: probabilmente a Washington si preferisce attende la versione russa per poi giocare una partita contro-informativa di rilancio. 

Intanto i canali Telegram legati alla Wagner hanno assunto  una posizione di stand-by. Dopo aver attaccato due sere fa, anche in maniera furibonda, l’establishment del Cremlino, e aver denunciato le conseguenze che l’attentato avrebbe provocato nello “stato d’animo delle truppe”, ieri, alcuni dei più autorevoli esponenti rimasti alla Wagner ormai ‘decapitata’, hanno chiesto a tutti i blogger di evitare di fornire informazioni incontrollate e di “restare sul chi vive”. Il Cremlino sta cercando di mettere al guinzaglio ciò che resta della struttura mercenaria, oppure alla Wagner ci si prepara per un confronto più lungo e complesso? Difficile dirlo ora.

Tuttavia una cosa appare certa. Prigozhin non è un caso, non è spuntato nella storia di questo conflitto dal nulla . Anzi la sua biografia è un prototipo di quella dell’“homo post-sovieticus”: criminale comune nell’URSS, oligarca negli anni ’90, capo di un esercito di ventura negli anni del revanscismo putiniano. È un prodotto della crisi  sociale verticale (oltre che morale) di un intero Paese. Se i motivi della cancrena che divora la Russia non verranno rimossi, amputare non servirà. Altri Prigozhin verranno, e a quel punto, forse, saranno meno ingenui.

Nell’immagine: omaggi floreali deposti davanti alle foto di Prigozhin 


L’estate bollente di DJ Tommy

Ma si continua a temerlo e a dargli la caccia 

Il consigliere nazionale dell’UDC Thomas Matter è un uomo di successo. Certo, non potrà mai competere con la sua collega di partito Magdalena Martullo Blocher, miliardaria, proprietaria e CEO del colosso chimico EMS-Chemie, ma anche il banchiere zurighese sta bene di salute: a 57 anni, è la 292esima fortuna svizzera con un patrimonio stimato di 125 milioni di franchi. Il politico è il fondatore della Helvetische Bank, un piccolo istituto bancario che presiede e nel cui cda siedono anche il presidente di Swiss Banking, Marcel Rohner (già CEO di UBS al momento del salvataggio pubblico del 2008), e Thomas Aeschi, l’ultraliberista capo gruppo alle camere federali per l’UDC. Un partito di destra destra che, in italiano e in francese, continua imperterrito a farsi chiamare di centro; un partito di banchieri e industriali che, in tedesco, si dice “del popolo”, ma che – come la Volkswagen – di popolare ha solo la fiancata.

La politica svizzera sa essere divertente. Esilarante, anche! Quando toglie la cravatta del banchiere, Thomas Matter resta in camicia bianca, si mette alla consolle e si trasforma in DJ Tommy. È lui ad occuparsi della colonna sonora dei video di campagna elettorale del primo partito svizzero. Qualche giorno fa l’UDC ha diffuso il nuovo clip elettorale prodotto da DJ Tommy: “Das isch d’SVP” (“Questo è l’UDC”). Un pezzo dance dal sapore retrò in cui i baroni di partito [fra i quali non manca neanche Marco Chiesa, ndr] si scatenano in discoteca, con gli occhiali da sole e circondati da ballerine. Quasi a voler far dimenticare i classici cliché tutti yodel e camicie edelweiss e darsi un’aura da tamarri urbani.

Simpatico, DJ Tommy. Peccato, però, che il ritornello riecheggia direttamente “We Are Family“, famosa hit del 1979 composta da Bernard Edwards e Nile Rodgers. Quest’ultimo, giustamente, non l’ha presa bene: «Condanno l’utilizzo della canzone da parte dell’UDC o di chiunque altro non sia in linea con i valori della canzone e di tutte le persone oneste. Lo scopo della canzone è quello di portare gioia a tutti, senza esclusioni!» ha scritto su X (ex Twitter). D’altronde Rodgers, che da ragazzo è stato membro delle Black Panther, ha una lunga storia di attivismo politico a sostegno di cause progressiste. Da parte sua Sony Music, detentrice de diritti, ha inoltrato un reclamo per violazione del copyright (il video è disponibile su YouTube). Una figuraccia internazionale, insomma.

DJ Tommy, si è detto sorpreso, pur avendo “We are Family” come suoneria del proprio cellulare: «Questa è la nostra canzone! L’abbiamo scritta e composta noi, non c’è nessuna violazione del copyright» ha affermato tramite il suo canale YouTube “In den Sümpfen von Bern”.

Oltre alla diatriba con la Sony, in questi giorni Thomas Matter ha un altro problema: la meteo. Il caldo anomalo dell’estate più bollente di sempre non lo può proprio accettare. La colpa di questa situazione? Della SRF e del suo servizio meteo. Un po’ come chi, fumatore incallito, fa causa al medico che gli annuncia un tumore ai polmoni. Il banchiere ha infatti sottolineato «le derive» delle previsioni metereologiche della tv pubblica che, a suo dire, sono deliberatamente manipolate per favorire l’agenda dei partiti politici attenti al clima: «SRF Meteo viene utilizzato per diffondere il panico climatico in un anno di elezioni», ha dichiarato al programma “Sonntalk”. Anche il giornale di partito, la Weltwoche, ha criticato le temperature troppo elevate previste dall’applicazione SRF Meteo per alcune destinazioni del Mediterraneo, lasciando intendere che il servizio stia «distorcendo i dati per scopi di politica climatica». Nell’era delle previsioni del tempo politicizzate, il caso è stato oggetto di ripetuti interventi sui media svizzeri negli ultimi giorni. ll capo meteorologo della SRF, Thomas Bucheli, ha dovuto persino giustificarsi: “Non influenziamo le nostre previsioni”, ha dichiarato al Blick.

Ci sarebbe da ridere se non fossimo di fronte ad una situazione drammatica. E se l’UDC, con i suoi climatoscettici rappresentanti, non fosse il primo partito svizzero. Nel frattempo, quatta quatta, la multinazionale della famiglia Blocher – la EMS Chemie – ha ritoccato i propri impegni di diminuzione delle emissioni di CO2, che dovrebbero essere del 20% superiori al previsto. L’impresa grigionese è considerata la peggiore in Europa nel suo settore da parte dell’ONG britannica Share Action. Se poi l’isoterma va su su fino a picchi mai visti… la colpa è dei meteorologi. E del servizio pubblico.

Nell’immagine: l’imperdibile trenino UDC al ritmo di “Nessun passo a sinistra, due passi a destra!”


Da pariah a stella globale: tutti alla corte di Mohammed bin Salman

Ma si continua a temerlo e a dargli la caccia 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Tra la fine del 2018 e il 2021 Mohammed bin Salman (Mbs), principe ereditario saudita, già alla guida del regno, ha vissuto momenti di grande difficoltà. Indicato da più parti (Cia inclusa) come il mandante del brutale assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita a Istanbul, e noto come il principale sostenitore dell’intervento militare di Riyadh nella guerra civile yemenita con migliaia di civili morti, il rampollo reale si era ritrovato isolato internazionalmente e messo sotto accusa dalle più importanti organizzazioni per i diritti umani. Contro di lui avevano puntato il dito anche gli alleati americani, con il futuro presidente Joe Biden in testa. Solo l’ex premier italiano Matteo Renzi tesseva le sue lodi, tanto da definirlo il protagonista del Rinascimento arabo. In breve tempo è cambiato tutto. Passata la pandemia, l’Arabia saudita e le sue politiche petrolifere sono ridiventate centrali per le economie dei colossi mondiali. E i leader mondiali fanno a gara per raggiungere accordi con Mbs che, nel frattempo, si diverte e programma di portare a giocare in Arabia saudita, grazie a investimenti milionari, le stelle del football e di fare della Lega saudita la Nba del calcio mondiale.

Così mentre nel regno dei Saud proseguono le violazioni dei diritti umani e delle donne, i prigionieri di coscienza sono migliaia e le guardie di frontiera massacrano i migranti, i paesi occidentali portano avanti la riabilitazione definitiva di Mbs con il quale anche Israele intende stringere un accordo strategico in Medio oriente. Senza dimenticare che sull’altare della potenza saudita si è inchinato nei mesi scorsi anche il turco Erdogan. Mentre Vladimir Putin sta costruendo sull’amicizia e la collaborazione con Riyadh una alternativa allo «strapotere» degli Usa.

Il Regno unito, riferivano qualche giorno fa Financial Times, Times e Bbc, si prepara, probabilmente ai primi di ottobre, ad accogliere con tutti gli onori Mbs tenuto lontano da Londra dopo l’omicidio di Khashoggi. Qualche mese prima dell’uccisione del giornalista, il principe aveva avuto un’udienza privata con la regina Elisabetta. Da parte sua Mbs usa ancora una volta il calcio per mandare segnali concilianti a Londra e ha già investito enormi capitali nell’acquisizione del Newcastle. Qualche giorno fa un portavoce di Downing Street ha detto che il primo ministro Rishi Sunak ha già parlato con il principe ereditario di sviluppo delle relazioni commerciali tra i due paesi e del rafforzamento della cooperazione in materia di difesa e sicurezza. Amaro il commento di Polly Truscott di Amnesty International: «Il Regno unito stende il tappeto rosso davanti a Mohammed bin Salman e il principe saudita potrà usare questa visita per riabilitarsi sulla scena mondiale». I Laburisti criticano la scelta fatta da Sunak ma anche loro sostengono che il Regno Unito deve avere un «dialogo» importante con l’Arabia saudita.

Prima di partire per Londra, Mbs potrebbe incontrare colui che tanto lo aveva criticato, Joe Biden, e che ora è il fautore principale della normalizzazione del principe saudita. Il presidente Usa sta esplorando la possibilità di incontrare il principe a margine del G20 che si terrà il 9 e 10 settembre. Un possibile faccia a faccia che, spiegano gli analisti, darà un impulso significativo alle trattative che la Casa Bianca sta conducendo con il governo saudita per una ampia intesa nella sicurezza e l’avvio di rapporti diplomatici pieni tra Riyadh e Israele entro la fine dell’anno o l’inizio del prossimo, prima che le presidenziali statunitensi prendano tutto lo spazio nell’agenda di Biden.

Mbs non solo si sta riabilitando ma ha ricalibrato i rapporti storici con Washington, mettendo in chiaro che Riyadh in cambio di nuove relazioni strette intende ottenere accordi vantaggiosi. Altrimenti proseguirà la marcia verso Est che l’hanno vista stringere le relazioni con Mosca, Pechino – il presidente cinese Xi Jinping lo scorso dicembre ha visitato per tre giorni Riyadh – e persino Teheran, fino a qualche mese fa principale rivale dell’Arabia saudita nella regione. Il riavvicinamento con l’Iran procede lentamente ma è indispensabile per i sauditi per mettere fine alla guerra in Yemen. Mbs è alla ricerca anche di strette relazioni con Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, le nazioni BRICS.

Nell’immagine: Mbs in un ritratto generato dall’intelligenza artificiale di neural.love


Guerra alle Ong, il governo italiano sancisce il reato di solidarietà: salvare vite in mare è un crimine

Ma si continua a temerlo e a dargli la caccia 

Di Umberto De Giovannangeli, Globalist.it

La guerra alle Ong non ha fine. Il governo securista Meloni&Piantedosi ha sancito il reato di solidarietà. Per la destra al governo salvare vite umane non è un diritto-dovere. È un crimine. E come tale va sanzionato.

Reato di solidarietà

“Ricevere una multa e un fermo amministrativo per aver salvato più vite umane di quelle ‘autorizzate’: il decreto del governo Meloni costituisce il reato di solidarietà”. Così la segretaria del Partito democratico Elly Schlein. “È quello che è accaduto a Open Arms – prosegue – per aver soccorso alcune imbarcazioni in difficoltà durante la navigazione verso il porto di sbarco assegnato a Carrara (il più lontano possibile per crudeltà), per un precedente salvataggio. È quello che sta succedendo anche alla nave di Sea-Eye a Salerno, multa e fermo per venti giorni. Ci dicano: quelle persone in pericolo andavano forse abbandonate in mare? Il paradosso è che sempre più spesso è la Guardia Costiera italiana a richiedere il loro intervento di supporto: in una missione precedente Open Arms si è trovata a effettuare 7 operazioni di soccorso nella stessa giornata, nell’ultimo mese hanno salvato 734 persone e fornito assistenza ad altre 540 sempre sotto coordinamento della Guardia Costiera italiana. Ma oggi quella nave, cui le stesse autorità italiane hanno chiesto supporto per i salvataggi, viene fermata per venti giorni per effetto del decreto approvato dal governo Meloni”. “Mi rifiuto di chiamarlo decreto Cutro – sottolinea Schlein – serve più rispetto per quei morti. È un decreto che vuole rendere più difficile salvare vite e viola il diritto internazionale del mare. Si chiede supporto alle Ong – è accaduto persino quando le motovedette della Guardia Costiera hanno finito il carburante – ma al loro arrivo le si sanziona e criminalizza, fermandole per 20 giorni. Si fa la guerra alle Ong che stanno solo sopperendo alla grave assenza di una missione istituzionale Ue di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, una Mare Nostrum europea. E in Europa il governo muto. Non credo ci sia altro da aggiungere di fronte ad un Governo che ritiene una colpa salvare vite e non un dovere morale. Forse solo una parola: disumano. La solidarietà non è reato”, conclude.

L’ultima vicenda Sea Eye 4 è emblematica. A causa del decreto voluto dal governo Meloni, la nave resterà ferma al porto di Salerno per 20 giorni e dovrà pagare una multa di 3000 euro. Ci risiamo. Il governo preferisce contrastare le Ong piuttosto che i trafficanti”, incalza il deputato dem, Piero De Luca, capogruppo Pd in commissione Politiche UE della Camera.

“La destra preferisce, per la sua propaganda, attaccare chi salva vite umane nel Mediterraneo invece di contrastare in maniera seria le tratte criminali di esseri umani. I risultati fallimentari sono evidenti, con gli sbarchi aumentati di oltre il 100% nel 2023. Il governo cambi questo atteggiamento vergognoso, lavori per aprire canali umanitari strutturati e per politiche di solidarietà in Europa convincendo i suoi amici sovranisti. E soprattutto, lavori per politiche serie di accoglienza e integrazione, smettendola di abbandonare a se stessi gli amministratori locali, lasciati soli a gestire questa fase di emergenza”.

“Chiedono (giustamente) alle navi ong di intervenire per salvare persone in pericolo. Gli assegnano un porto di sbarco lontanissimo (senza alcuna ragione). Quando le navi arrivano nel porto le sequestrano e le multano. La colpa? Aver salvato vite. Un governo osceno”. Lo scrive in un tweet Matteo Orfini (Pd).

La storia

Il 21 agosto, la nave Aurora della Ong Sea Watch, che nei giorni scorsi anziché dirigersi a Trapani (indicato come porto sicuro) ha attraccato a Lampedusa dove ha fatto sbarcare 72 migranti, è stata sottoposta a fermo amministrativo per 20 giorni. Ieri invece a Marina di Carrara è arrivata la nave della Ong Open Arms con 196 migranti, soccorsi giorni fa nel Mediterraneo centrale. Le persone soccorse erano state sbarcate, poi alla nave è stato poi notificato un fermo amministrativo di 20 giorni, in cui non può lasciare il porto. La nave adesso è in rada. Notificata all’armatore anche una sanzione accessoria di 3.500 euro per la violazione del decreto Piantedosi che non consente i recuperi plurimi in mare di migranti dopo l’indicazione del porto di approdo in Italia. Questa mattina infine, nuova multa e fermo amministrativo per Sea-Eye 4 a Salerno. Dopo che il suo equipaggio ha salvato 114 persone in tre operazioni di salvataggio consecutive nelle zone Sar libiche e maltesi, la Sea-Eye 4 è ora nuovamente bloccata. Le autorità italiane hanno imposto anche una multa di circa 3.000 euro. La nave non potrà lasciare il porto di Salerno per 20 giorni. “Siamo nuovamente accusati di aver effettuato più di un’operazione di salvataggio. Se non lo avessimo fatto, le persone avrebbero perso la vita”, afferma Gorden Isler, presidente di Sea-Eye. Per L’Ong è il secondo fermo quest’anno.

Il triplice fermo amministrativo, sottolinea Sea-Eye, ha un’accusa identica: violazione della legge Piantedosi del 24 febbraio 2023. Allo stesso tempo – dice la Ong – “solo quest’anno sono morte più di 2.100 persone nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per cercare protezione in Europa”. “È importante tenere presente che questa legge è stata scritta esclusivamente per le organizzazioni di soccorso in mare. È contraria al diritto internazionale, che obbliga un capitano a soccorrere le persone in pericolo in mare”, afferma Gorden Isler. Secondo l’Ong, “le organizzazioni di soccorso in mare come Sea-Eye si troveranno così ripetutamente nella situazione di dover decidere se trattenere le proprie navi e tornare indietro dopo la prima operazione di salvataggio, oppure non lasciare morire nessuno e accettare così la perdita delle proprie navi”. “Questa settimana Sea-Eye, Sea-Watch e Open Arms hanno scelto di anteporre il salvataggio di vite umane alle loro navi. L’Italia ora sta punendo questo comportamento e mettendo in pericolo la vita di molte persone che rimangono indifese e in balia del mare”, ha continuato Isler. La Sea-Eye farà ricorso contro il fermo.

La denuncia di Sea Watch

“Le autorità italiane ci hanno comunicato poco fa che il nostro assetto veloce Aurora è in stato di detenzione per aver sbarcato 72 naufraghi sabato 19 agosto a Lampedusa, contravvenendo alla Legge Piantedosi. In particolare viene contestato ad Aurora che, dopo aver comunicato l’impossibilità di raggiungere il porto di Trapani, non si sia coordinata con le autorità tunisine per sbarcare nel paese nordafricano i naufraghi e di aver così messo in pericolo la sicurezza delle persone soccorse. In Tunisia in queste settimane sono in atto veri e propri pogrom razzisti contro le persone migranti, vengono perseguitati e deportati verso i confini desertici del Paese, dove non esiste un sistema di asilo e di accoglienza e dove i diritti umani fondamentali delle persone migranti non sono garantiti”. È quanto si legge in un comunicato dell’organizzazione Sea Watch.

“Una motivazione semplicemente assurda che rende comprensibile a tutti quanto sia pretestuosa la politica di guerra alle Ong che il governo sta combattendo sulla pelle dei migranti. Sbarcare a Lampedusa era l’unica opzione possibile per Aurora– sottolinea l’organizzazione- viste le limitate risorse di carburante, cibo e acqua potabile della nave per raggiungere il porto di Trapani, inizialmente indicato dalle autorità italiane. Un porto apparentemente vicino ma irraggiungibile per l’Aurora con un tanto alto numero di persone a bordo”.

“Aurora è una piccola nave veloce, simile a quelle utilizzare dalla Guardia costiera italiana per i soccorsi da Lampedusa, che infatti rientrano sempre nel porto dell’isola dopo aver effettuato salvataggi in mare: è evidente che vi sia un approccio discriminatorio e criminalizzante nei confronti delle Ong. Aurora sabato è stata costretta a una lunga attesa sotto il sole davanti alla costa di Lampedusa e questo- ricorda Sea Watch- ha messo in grave pericolo le persone a bordo: una di esse ha perso conoscenza per il caldo. È stato lo stato italiano a mettere in pericolo la salute delle persone a bordo e non le decisioni dell’equipaggio di Aurora”.

“L’Italia ha assegnato a Aurora un porto (Trapani) che la nave non era in grado di raggiungere e ha poi utilizzato questo pretesto per detenerla. Questo crea inutili disagi in una situazione estremamente complessa nel Mediterraneo, che si dovrebbe gestire nel nome della cooperazione, invece che della facilitazione dei respingimenti illegali”, commenta Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch. “L’indicazione di rivolgersi a Tunisi potrebbe essere un fallace tentativo di attuazione per vie operative del memorandum voluto da Meloni, considerato carta straccia anche da Paesi UE come la Germania. Triste e assurdo utilizzare la guardia costiera per servire le politiche di esternalizzazione ad ogni costo verso il Nord Africa”, conclude Linardi.

Intanto, La Life Support di Emergency ha attraccato nel porto di Ortona con a bordo i 40 naufraghi soccorsi sabato scorso nel Mediterraneo, in acque internazionali della zona SAR maltese.

I 40 naufraghi a bordo, che erano partiti dalla Libia, sono tutti uomini provenienti da Bangladesh, Egitto, Pakistan, Siria e Sudan. Ad attenderli in banchina tutta la struttura di accoglienza prevista per l’occorrenza, tra forze dell’ordine e sanitari, oltre ai volontari di Emergency. “Abbiamo appena concluso le operazioni di sbarco nel porto di Ortona dopo quattro giorni di navigazione.

Prima dello sbarco abbiamo effettuato gli ultimi trattamenti sanitari e le ultime visite: in particolare abbiamo avuto qualche paziente con patologie croniche da trattare quotidianamente. Le condizioni dei naufraghi allo sbarco erano quindi buone è adesso sono tutti in salvo al porto sulla terraferma. La Life Support ora sarà di nuovo messa nelle condizioni per la prossima missione che sarà molto presto”, ha poi detto all’Ansa Roberto Maccaroni responsabile medico della Life Support.

Restare umani

“Accogliere e non demonizzare gli uomini e le donne delle ong, che oggi si mettono in mare per salvare altri uomini e donne, non perché hanno altri interessi ma perché custodiscono un cuore umano e non sono mercenari, trafficanti di esseri umani come a volte si dice”. Queste sono quelle che l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, definisce come “le parole d’ordine di oggi”, intervenendo nei giorni scorsi al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, a proposito del dramma dei migranti.

“Non si possono penalizzare uomini e donne delle ong che ancora credono al volto umano e vogliono diventare pescatori di uomini perché custodiscono ancora un cuore umano”, ribadisce ancora l’arcivescovo per il quale “la questione dei migranti non si risolve come questione di emergenza. Dobbiamo recuperare il senso umanitario e umano. Dietro ogni volto c’è una storia, una vicenda, attesa di liberazione. Sono persone che fuggono dalla povertà, dai cambiamenti climatici, dalle guerre indotte anche dai Paesi occidentali”.

“Non si può fare la scelta populista di far vedere che i migranti sono il nemico”, continua Lorefice. “Non possiamo assolutamente dimenticare che sono persone che affrontano la morte perché credono che possono risorgere. Se attraversano il Mediterraneo lo fanno non per conquistare chissà che cosa ma perché fuggono dalla fame e dalla guerra e credono ancora alla vita, cercano una terra di approdo. E invece trovano respingimento e morte, la morte di bambini, donne e uomini”.

Per Lorefice, “la questione migranti interessa tutta l’Unione Europea, che sta scegliendo i nazionalismi e sta dimenticando i motivi per cui è nata: sta diventando un insieme di Stati che innalzano barriere, che si incontrano nella diffidenza e non nella cooperazione. Quello dei migranti non può chiaramente essere un problema che deve affrontare solo l’Italia, ma non dobbiamo dimenticare che davanti alla persona umana prima viene l’accoglienza, la vita”.

Essere “disumani”

“Grazie al Governo Meloni – dice il tristemente noto deputato di Fratelli d’Italia Giuseppe Donzelli – abbiamo evitato che gli sbarchi fossero molti, molti di più. Finalmente sono aumentati anche i rimpatri. Dalla Tunisia sono incrementati del quasi 200% le persone che sono state fermate, in buona parte il cosiddetto blocco navale tanto criticato, in accordo con la Tunisia ha cominciato a funzionare. Gli accordi internazionali portati avanti da Giorgia Meloni serviranno a dare una soluzione stabile. Non servono interventi della durata di qualche ora ma serve un approccio diverso con l’immigrazione”.

“La sinistra fino a oggi avvantaggiava il traffico illegale di esseri umani, quindi purtroppo le morti in mare, purtroppo gli scafisti. Invece oggi c’è guerra agli scafisti e all’irregolarità”, con il Governo “abbiamo riaperto i flussi regolari, chi viene in Italia per lavorare, chi rispetta le regole, chi vuole inserirsi nel nostro tessuto, chi possiamo accogliere, potrà entrare con flussi regolari. Con la sinistra questo non poteva avvenire, con la sinistra solo coi trafficanti mercanti di morte si poteva venire in Italia”, ha aggiunto Donzelli.

L’arcivescovo e il parlamentare. Due mondi opposti. Qualsiasi accostamento è blasfemo.

Nell’immagine: il ministro Piantedosi in un murale della street artist Laika a Roma


Yurii Colombo – Per tutto il mondo il mandante è Putin ma in Russia nessuno lo può dire

Ma si continua a temerlo e a dargli la caccia 

Ricordiamo che anche i giornalisti stranieri in Russia (compreso il nostro corrispondente Yurii Colombo) devono rispettare leggi che in parte ne compromettono la possibilità di esprimersi liberamente

Trascrizione dell’intervista

Buongiorno a Yurii Colombo, il nostro corrispondente da Mosca collegato appunto dalla capitale russa per parlare di quanto è avvenuto ieri. Quindi la morte di Prigozhin sul suo aereo, insieme ad altre nove persone, è evidentemente il soggetto della nostra conversazione questa mattina. Naturalmente la stampa internazionale dedica grandi titoli a questo evento. Ma cominciamo col chiedere a Yurii quali sono le notizie ufficiali. C’è l’annuncio ufficiale di quanto è avvenuto?

Mah, di fatto sì. Rosavia ha distribuito la lista delle persone che erano a bordo e tra queste persone c’erano Evgeny Prigozhin, Dmitry Utkin (il comandante militare della Wagner), gli uomini della scorta di Prigozhin e tre uomini dell’equipaggio. Per cui, da questo punto di vista, sorgono pochi dubbi. Dopo di che stanno continuando a sorgere tutte queste voci fatte circolare persino dalla BBC per cui Prigozhin e Utkin in realtà avrebbero delle doppie persone, delle controfigure che avrebbero potuto essere su questo aereo, però chiaramente qua entriamo nei romanzi di le Carré. Diciamo che tutto è possibile però noi per adesso stiamo sul possibile. Certo quello che resta indubbio è che ieri sera Rosavia diceva che c’è stata un’esplosione interna, nell’aereo; invece questa mattina tutte le fonti russe sono tornate sull’ipotesi del missile della contraerea russa, un’ipotesi basata anche sulle reazioni della popolazione nella zona di Tver che ha sentito delle esplosioni salire verso l’alto. Questo è un elemento che nel quadro di una precisa comprensione di ciò che è avvenuto e delle indagini dovrà essere ancora chiarito fino in fondo. Resta chiaro che la morte di Prigozhin e dei suoi collaboratori è un dato ormai assodato anche perché la magistratura russa ha aperto un’inchiesta penale.

Nel tentativo di capire quello che è successo ricordiamo che la stampa internazionale abbastanza unanimemente segnala che questa può essere, come dire, la vendetta di un mandante di nome Vladimir Putin per la ribellione di quello che era stato un suo sodale da tanti anni e che poi si è, appunto, ribellato in giugno con la famosa marcia su Mosca; un’azione, lo ricordiamo, che si era presto interrotta e trasformata in marcia di protesta e che sembrava Putin avesse in qualche modo accettato. In realtà nessuno pensava che Putin potesse perdonare ciò che lui stesso aveva definito “una pugnalata alle spalle” da parte di Prigozhin.

Sì, ho letto anch’io quello che circola sulla stampa internazionale. Naturalmente la stampa russa è molto più abbottonata. Però alcuni canali Telegram strettamente legati a Prigozhin hanno iniziato a battere i tamburi di guerra. Hanno identificato, come dire, i più alti vertici dello Stato come i mandanti e gli organizzatori; dicono che forse all’interno del potere russo non si è capito qual è il morale, qual è lo stato d’animo dell’esercito, e su questo nel futuro ci saranno delle ripercussioni molto forti. Quanto questo rappresenti il polso della situazione nell’esercito è tutto da vedere. Però noi abbiamo una situazione per cui decine di migliaia di uomini legati a Prigozhin sono di stanza in Bielorussia, e ricordiamo che Lukashenko di persona aveva garantito la sicurezza di Prigozhin e dei suoi uomini, e in qualche modo ne dovrà rispondere, diciamo almeno dal punto di vista politico. E dall’altra parte c’è sicuramente una presenza degli uomini di Prigozhin in Africa. Noi abbiamo visto che quando c’è stata la conferenza a San Pietroburgo dei Paesi africani Prigozhin era presente –  era dietro le quinte, è vero, ma era presente – e ha avuto degli incontri. È uomo considerato e valutato in molti Governi africani, per cui diciamo che se… noi non possiamo da Mosca sbilanciarci su chi possano essere i mandanti, ma dal punto di vista politico le cose sono abbastanza chiare: questa situazione apre un nuovo capitolo dello scontro all’interno dell’élite.

Rimaniamo ancora un attimo su quanto ci stavamo dicendo. Il mandante, e quindi il tema dell’eventuale vendetta di Putin. In realtà il perdono di Putin era stata una sorta di amnistia ma nessuno credeva davvero che al Cremlino si potesse chiudere la vicenda come se nulla fosse. Quindi in questa chiave cosa puoi dirci?

Posso dire che adesso alcuni osservatori, chiamiamoli così, filo putiniani, stanno iniziando da stamattina a tirare fuori una versione che abbiamo già sentito in occasione dell’avvelenamento in Gran Bretagna dell’ex agente dell’FSB. Poi nel caso dell’avvelenamento di Navalny. “Ma perché Putin in questo momento avrebbe dovuto compiere un’azione del genere?” Perché ricordiamoci che nel primo caso l’avvelenamento dell’ex agente FSB fuori Londra era avvenuto poche settimane prima dell’inizio dei Mondiali di calcio in Russia, che rappresentavano un’importante vetrina per il paese. E nel secondo caso, proprio durante le proteste in Bielorussia contro Lukashenko era avvenuto l’ avvelenamento di Navalny. Per cui si punta a dire: adesso che c’è questa riunione dei BRICS che dovrebbe lanciare un’importante alternativa geopolitica, perché Putin avrebbe dovuto, come dire, tirarsi la zappa sui piedi? Cosa possiamo dire da questo punto di vista? Possiamo dire che in realtà – e potremmo tornare indietro alla storia sovietica – sembra che i servizi segreti abbiano poco interesse a seguire, come dire, l’agenda politica generale e agiscano diciamo secondo quello che Mario Tronti, appena deceduto, avrebbe chiamato nel suo caso l’autonomia del politico, e qui  l’autonomia dei servizi. I servizi agiscono quando devono agire, non quando ne esistono le condizioni politiche. Ecco, io direi che una possibile replica a questo tipo di approccio potrebbe essere questa.

Dopodiché staremo a vedere, perché risulta il modo in cui si è mosso Prigozhin appare per prima cosa piuttosto ingenuo. Può darsi che avesse dei dossier, dei materiali che comunque erano in sua mano e che potevano rappresentare un elemento di di ricatto. Se questo materiale c’era, lo vedremo nelle prossime settimane o nei prossimi mesi o nei prossimi giorni. Cosa sta succedendo all’interno dell’esercito? Perché il giorno prima il famoso generale Serghei Surovikin è stato ufficialmente dimesso, dopo che per settimane il New York Times si era messo a parlare di questo dimissionamento? È stato il capo per mesi delle azioni militari sul fronte ucraino e del Donbas, però sembra, circolano delle voci, che avesse sostenuto in qualche misura Prigozhin. anche se ufficialmente aveva detto di fermare tutto. Però sotto sotto era stato accusato di aver… beh, si vedrà. La situazione è molto intricata. Bisogna capire cosa sta succedendo all’interno e quali sono gli umori soprattutto all’interno dell’esercito e della guardia. Sono tutte cose che naturalmente neanche il più profondo cremlinologo può sapere.

E cosa succede invece all’interno di Wagner?

All’interno di Wagner naturalmente è stata tagliata la testa. Anche qui, si può ravvisare un elemento di “ingenuità”: come si è deciso di far salire tutti gli uomini fondamentali sullo stesso aereo? Pare il segno di una scarsa attenzione alle precauzioni. Da un certo punto di vista Prigozhin era il cuore politico, un cuore politico che conosce bene le dinamiche all’interno del Cremlino o dell’esercito, con molti legami. Per cui si potrebbe pensare che la vicenda della Wagner vada a concludersi, però non è assolutamente detto. Neppure Prigozhin era chissà quale personaggio, però è emerso. Nei prossimi mesi, probabilmente, potremmo vedere il riaffiorare dei mal di pancia, delle tensioni che ci sono. Perché comunque, ripeto, ci sono decine di migliaia di uomini strettamente o direttamente legati alla Wagner sui teatri di guerra.

Come ne esce l’immagine di Putin nel paese?

Nel paese la notizia è stata accolta con sgomento. Con sgomento perché qualunque opinione si abbia di quello che è successo, nessuno crede che i responsabili di quanto accaduto possano essere stati, che so, i servizi segreti ucraini o un’azione della CIA. Tutti capiscono benissimo che è in corso una feroce battaglia all’interno dell’élite, e che questo Paese è un Paese destinato a non stabilizzarsi, a subire, da questa vicenda, dei contraccolpi molto importanti, che si riprodurranno nel tempo anche dal punto di vista economico. Potremmo rivedere un rublo che torna ad infiammarsi sin da oggi, per esempio, anche se la Banca centrale ha fatto di tutto e di più per tranquillizzare la situazione. La vicenda è molto complessa, bisogna prendersi il tempo, non pensare che… Da quando è cominciato questa vicenda della guerra del 24 febbraio abbiamo visto tante ipotesi e tanta impazienza nel voler trovare un cambiamento a Mosca in termini rapidi. Il cambiamento a Mosca in realtà lo stiamo vedendo con i suoi ritmi, con i suoi modi e con le sue dinamiche.

Comunque la versione ufficiale conferma che l’aereo di Prigozhin è stato abbattuto dalla contraerea russa. Questo lo puoi confermare?

Ripeto. Rosavia ieri sera ha detto che è stata un’esplosione interna provocata da una bomba, però stamattina tutti i mass media russi, compresi quelli ufficiali come la TASS, tornano sulla prima ipotesi. Dal punto di vista politico non è che cambi molto. Io ho sempre ripetuto una tesi, riguardo a chi sostiene che possano essere stati dei servizi segreti occidentali: ma se i servizi segreti occidentali sono in grado di compiere un’azione di questo genere, sul territorio russo, dentro il cuore di San Pietroburgo, la seconda capitale, allora vuol dire che i servizi segreti russi sono messi veramente male. Delle due l’una, e comunque l’immagine del Paese ne esce distrutta. Qualunque variante noi si voglia accogliere, anche quella meno credibile dal punto di vista politico, il disastro resta.

A livello interno o internazionale?

Interno e internazionale, perché l’immagine dei servizi, strumenti fondamentali su cui si è basato il potere di Putin in questi due decenni, negli ultimi anni è risultata molto appannata. Se ci si è affidati a dei colpi di contraerea, uno strumento molto più rozzo di una bomba a bordo – perché, insomma, chi ha abbattuto l’aereo è evidente che fa parte dell’esercito russo – diventa difficile sostenere che sia stato un colpo lanciato casualmente, anche perché siamo fuori dalle zone in cui volano i droni ucraini o dove colpisce l’artiglieria ucraina.

Tu prima dicevi “una popolazione sgomenta”. Sgomenta e probabilmente anche abbastanza spaventata, potremmo pensare, specie nella parte appunto di popolazione che eventualmente ha un sentimento negativo nei confronti dell’evento bellico e dell’invasione dell’Ucraina. Un’opposizione già molto indebolita – la condanna ulteriore di Navalny lo conferma – potrebbe essere ancora più inibita in quelle che eventualmente, ipoteticamente, potrebbero essere delle manifestazioni, relativamente al disagio di una parte almeno della popolazione rispetto a tutto quanto è avvenuto da febbraio 2022.

Io penso che per quanto riguarda l’opposizione la situazione non cambia moltissimo, però le dà, come dire, una fiammella perché tutte le contraddizioni che si producono – e queste emergono in modo esplosivo, ecco, tanto per usare un termine adatto alla situazione – confermano che il regime non è stabile, e questo per l’opposizione è importante. Quando un regime stabile si presenta come un’unica struttura d’acciaio è difficile continuare a credere in un cambiamento, a sperare che ci siano delle delle rotture all’interno del sistema. Sappiamo che le contraddizioni interne giocano sempre un ruolo importante in qualsiasi Paese. Dal punto di vista dell’opposizione in questo momento mi sembrerebbe che cambia poco. Cambia molto invece per i sostenitori, quelli più accesi e quelli meno accesi, di Wagner, che sono comunque tanti in Russia. Ieri sera sono apparse delle prime piccole manifestazioni a sostegno di Prigozhin, in ricordo di Prigozhin. Ma è anche circolata una telefonata di uno dei capi della Wagner che ha dato indicazione ai suoi uomini di non dormire nei soliti posti. C’è il timore che adesso l’operazione colpisca anche a più largo raggio i quadri intermedi della Wagner, cioè che si tenda a distruggere la Wagner non solo al vertice ma anche nei quadri intermedi. E per adesso le istruzioni sono dunque di non muoversi, di non fare nessun tipo di azione, di attendere indicazioni. Per cui probabilmente c’è un tentativo di riorganizzazione di un nuovo vertice della Wagner, che a questo punto chiaramente si muoverebbe come una opposizione armata. Son tutte cose da verificare e da vedere. Sicuramente da tenere presenti.