Dire qualcosa di sinistra?

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare la spazio per un nuovo riformismo, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare nuovi equilibri e soluzioni praticabili 

Si sente a volte sostenere, magari con tono spazientito, che la sinistra deve fare la sinistra, o almeno, “morettianamente”, dire ogni tanto cose di sinistra (d’altra parte, soprattutto in una società democratica in cui le opinioni pesano, il “dire” è già un “fare”), se vuole tornare a contare. Di “parole non dette (dalla sinistra)” trattava anche un recente intervento di Lelio Demichelis su “Naufraghi”, in cui erano elogiate, per contrasto, le parole d’ordine pronunciate da papa Francesco di fronte ai giovani riuniti a Lisbona: “Ambiente, futuro, speranza, solidarietà”. Il papa non dispone di divisioni – come rilevò, con cinica ironia, Stalin alla conferenza di Jalta -, ma certo le sue parole possono godere di un’ampia eco. Va pur detto che anche questo papa, ad esempio quando si confronta con le questioni interne alla Chiesa, per non parlare della curia, ovvero con l’esercizio del potere, incontra molte difficoltà.

Nella valutazione delle cose umane che non funzionano si oscilla spesso fra due estremi: da un lato la tendenza a colpevolizzare i protagonisti (nel nostro caso la classe dirigente della sinistra) per i loro errori, la loro incompetenza, codardia, rassegnazione, disonestà e via dicendo: si ragiona in termini di vizi e virtù; all’estremo opposto, si sostiene che tutto deriva dalle condizioni oggettive, dalle circostanze, dallo spirito del tempo, dai geni, dal destino. È una vecchia querelle: libero arbitrio contro determinismo, salvezza per mezzo delle opere o della grazia divina, intenzionalismo o funzionalismo (come nel dibattito storiografico sulle dinamiche che portarono alla Shoa). Per evitare queste posizioni estreme, non mancano le formule di mediazione: pessimismo dell’intelligenza (che coglie le difficoltà oggettive) e ottimismo della volontà (volontà che è la “pulsazione della res cogitans al di là di essa”, diceva un po’ enfaticamente il filosofo francofortese Theodor Adorno), secondo le famose parole di Gramsci; Marx affermava che gli uomini fanno sì la storia, ma non in modo arbitrario, bensì sempre in circostanze che si trovano davanti, “determinate dai fatti e dalla tradizione”. 

E si potrebbe continuare. Ma resta sempre una sensazione di disagio, quasi che il punto di vista soggettivo e coinvolto – quello di chi agisce o valuta l’agire altrui, partendo dal presupposto che le cose dipendano in grande misura da noi – e quello, oggettivo e distaccato, dell’osservatore esterno che in terza persona descrive e spiega perché le cose sono andate in quel modo, ma in un certo senso anche perché dovevano andare così, siano sempre difficilmente conciliabili: troppa contingenza o troppa necessità.

D’altra parte, la cultura politica della sinistra ha un’ineliminabile vocazione dialettica a unire i due punti di vista: non vuole né limitarsi a declamare principi astratti e parole magiche, nel cui nome rivolgere nobili perorazioni agli uomini, ritenuti assolutamente liberi e responsabili, né esimerli dall’agire, attribuendo ogni colpa al loro tempo o addirittura alla natura umana (a causa del peccato originale, della posizione dell’uomo nella natura, della cieca volontà, del trionfo della tecnica, e di quant’altro il pessimismo più o meno cosmico o antropologico ha partorito per dirci che questo è quello che passa il convento, e che eventualmente solo un Dio ci può salvare); cerca, invece, di vedere nel vecchio anche le radici del nuovo, di cogliere contraddizioni che impediscono di avere un’ingenua fiducia nel progresso, ma che comunque esprimono potenzialità: ciò che è dato non è necessitante, ma apre possibilità limitate, orizzonti finiti, ma non per forza angusti. Se il mondo fosse solo male, anche le nostre utopie non potrebbero che essere mere illusioni, o trasformarsi in distopie, come per altro è spesso avvenuto. Infatti, neppure i sogni potrebbero sfuggire alla maledizione della veglia, che li nutre.

Questa esigenza di equilibrio vale, ovviamente, anche per i giudizi su quel che è accaduto in questi anni alla sinistra, in particolare a quella dei grandi (almeno un tempo) partiti socialisti e socialdemocratici, passati dalla fine del secolo scorso nel Nord Europa mediamente dal 35% al 22% dei consensi, e nel Sud Europa dal 40% al 23%. Quali errori ha commesso? Non ha fatto, o almeno detto, cose abbastanza di sinistra? O è stata travolta da fatali meccanismi oggettivi (neoliberismo, post-fordismo, globalizzazione, capitalismo finanziario e digitale, ondate migratorie, denatalità, ecc.)? Ovviamente, ancora una volta, pur consapevoli della loro genericità, dovremo seguire le indicazioni in proposito di Marx e Gramsci, evitando interpretazioni troppo volontariste o deterministe.
Le trasformazioni del capitalismo avvenute negli ultimi decenni non hanno certo favorito la sinistra. Il socialismo non è figlio genericamente della lotta alla povertà o all’ingiustizia, fenomeni purtroppo antichissimi, ma della sua declinazione nella società industriale, e della convinzione che l’industria, in mani capitaliste, avesse peggiorato la vita dei lavoratori – di una classe operaia che sarebbe stata sempre più numerosa – quando invece avrebbe potuto migliorarla, nel socialismo, creando più felicità per tutti. Una possibilità che poteva essere trasformata in realtà grazie alla tendenziale compattezza di quella classe, riunita in grandi fabbriche e in seguito in una coscienza comune. Negli ultimi decenni l’arretramento dell’occupazione nella grande industria, a favore di quella nei servizi, ha indebolito il principale referente sociale delle forze socialdemocratiche. Per di più, nel contesto della globalizzazione – che, partita dall’Occidente neoliberista, ha finito con l’accentuare il generale arretramento proprio di questa parte del globo in temini economici e geopolitici, oltre che demografici – il ceto operaio e medio basso ha visto peggiorare le proprie condizioni, ma soprattutto le proprie aspettative. Lo sfruttamento e le diseguaglianze sono aumentati, il futuro si è fatto incerto. I perdenti della globalizzazione, arrabbiati, impauriti o depressi (impressiona l’aumento del disagio psichico fra i giovani), si sono allontanati da una sinistra moderata ritenuta troppo arrendevole, senza però premiare una sinistra più radicale, considerata troppo ideologica e velleitaria, ma a favore della destra, anche estrema, mentre alla sinistra hanno guardato con più interesse i ceti colti e liberal –sensibili ai temi ambientali e dei diritti civili- che rappresentano una parte non irrilevante delle élite contestate dai vari populismi. 

I ceti popolari vedono nell’immigrazione una causa rilevante dei loro problemi e accusano la sinistra, di ogni sfumatura, di eccessiva condiscendenza in materia. Dunque, ancora sostengono in parte politiche redistributive, ma a patto che vadano a vantaggio solo degli autoctoni (“prima i nostri!”), in contrasto con l’universalismo (anche se non mancano eccezioni) socialista. D’altronde, più in generale, le questioni identitarie (etniche, religiose, linguistiche, di genere ecc.) hanno assunto un peso che in passato non avevano, generando una tensione fra perseguimento dell’eguaglianza e rispetto per la differenza. Così, la lotta per il riconoscimento si è affiancata a quella redistributiva. Pure il precipitare della questione ambientale ha procurato problemi politici ai socialisti. Essi vengono da una cultura produttivista, critica verso il primato del valore di scambio, ma non verso la moltiplicazione dei valori d’uso da consumare. Su questo terreno i verdi sono arrivati prima, anche se, dopo qualche incertezza iniziale, l’orientamento a sinistra dell’ecologismo si è rafforzato, come quello ambientalista dei socialisti (fronte rosso-verde). Inutile dire che i ceti sfavoriti, come del resto i paesi emergenti, temono la transizione ecologica. Non a caso le destre sovraniste parlano di un presunto catastrofismo ecologista della sinistra. Economia (conflitto distributivo, diritti sociali) e cultura (società aperta, tolleranza, diritti civili) sembrano nell’immediato spingere la politica in direzioni opposte: la prima verso la chiusura sovranista che piace ai ceti popolari, la seconda verso un cosmopolitismo congeniale ai ceti colti e benestanti, che spesso votano a sinistra.

Se dalla descrizione dei processi oggettivi passiamo alla valutazione dei comportamenti politici, non mancano certo motivi di rimprovero nei confronti di una sinistra socialista e socialdemocratica che, a maggior ragione in sistemi politici di tipo maggioritario, si è spostata sempre di più verso il centro per conquistare un elettorato moderato, assecondando le tendenze neoliberiste (a cominciare dalla libera circolazione dei capitali e poi della manodopera) che premiavano solo una parte, quella più ricca, ma in parte anche più colta, aperta e dinamica, della società. Quando è arrivata la crisi di quel modello, nel 2007-2008, la sinistra è stata disposta, o forse era ormai costretta, a dare una mano a salvare la baracca, che crollando avrebbe sepolto tutti (un immenso too big to fail), seguendo la via dell’austerità e dei salvataggi bancari. Queste le responsabilità. Sarebbe opportuno chiedersi, però, se una mera resistenza nel nome del mondo di ieri e della difesa degli equilibri dei “trenta gloriosi” sarebbe stata possibile (dopo gli anni della stagflazione) e auspicabile (ad esempio, tanto per dire, senza globalizzazione centinaia di milioni di cinesi sarebbero ancora in miseria: nel 1990 il 5,4% dei bambini cinesi moriva prima dei cinque anni, nel 2016 l’1,1%, come in America nel 1990).

Comunque, l’epoca della conversione socialista al centro è passata, e i vari Blair, Schröder, Zapatero, per non parlare di Veltroni e Renzi (arrivati fuori tempo massimo) sono consegnati al passato (cfr. D.M De Luca, I rovesci della sinistra, Rivista “Il Mulino”, Bologna 01/2023, no. 521, pp. 20-29), oltre che in alcuni casi a un presente fatto di incarichi privati sfacciatamente ben remunerati. Il problema è che non si capisce che cosa dovrebbe arrivare dopo. Chiusa la stagione della “terza via”, congedati con pensioni d’oro i suoi leader (che non erano certo privi di spessore, avevano conseguito importanti vittorie elettorali e portato avanti significativi provvedimenti soprattutto nel campo dei diritti civili: quelli che oggi sono il bersaglio delle destre insediate o vicine al governo), vi è disorientamento. Siamo in un lungo intermezzo.

Siccome non è accettabile la perdita di contatto con i ceti popolari, è chiaro che occorre battersi per far ripartire meccanismi di redistribuzione (fiscalità, welfare, livelli salariali, occupazione stabile), da intrecciare con una vera transizione ecologica. Vi è poi il delicato equilibrio fra sovranità nazionale, entro cui il progetto socialista è nato, e la costruzione europea, per un’Europa più sociale, verde e solidale anche verso l’esterno. E, infine, si impone il tema geopolitico, che oggi, in piena guerra d’Ucraina, genera forti tensioni a sinistra. I nodi sono assai stretti, poiché concernono la fine, auspicabile o in avvicinamento, di condizioni di grande portata, come il rapporto predatorio con la natura o il predominio occidentale nel mondo, che hanno contribuito a rendere possibile la versione attuale del nostro benessere. Che spazio c’è in questo contesto per la speranza in un mondo migliore (più eguaglianza e meno competizione)? Su quali risorse economiche, sociali e culturali (morali, estetiche e tecnologiche) possiamo contare?

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare lo spazio per un nuovo riformismo, figlio di una critica serrata delle tendenze dominanti, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare (sì, anche i riformisti devono avere immaginazione, perché ogni riforma è un’utopia parziale) nuovi equilibri e soluzioni praticabili. A meno di pensare che ormai non si abbia più nulla da perdere: neppure benessere ancora relativamente diffuso, libertà, democrazia e forse ancora altro. Infatti, in gioco è addirittura, come sappiamo, la sopravvivenza stessa dell’uomo.

Nell’immagine: novembre 1973, uno sciopero alla Breda Termomeccanica


La perduta via

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare la spazio per un nuovo riformismo, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare nuovi equilibri e soluzioni praticabili 


Il Ticino dal 1945 ad oggi: sviluppo ed incognite di un cantone tra due frontiere

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare la spazio per un nuovo riformismo, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare nuovi equilibri e soluzioni praticabili 

È possibile, ma soprattutto è giusto recensire un libro prima di averne completata la lettura? Forse non fino in fondo, ma capita, di tanto in tanto, come in questo caso, di imbattersi in una nuova pubblicazione impegnativa – tale da richiedere più di qualche giorno  per essere assimilata in tutta la sua sfaccettata ricchezza – quanto degna di essere da subito condivisa con altri Naufraghi. Che, se lo vorranno, potranno attendere, nella fattispecie, la più che doverosa ed auspicabile traduzione in italiano.

Grenzland Tessin, di Alexander Grass (Hier und Jetzt Verlag, Zurigo, 2023, 280 pp.) è infatti un ponderoso saggio che il suo autore dedica al Canton Ticino, anzi – scrive Doris Leuthard, che il libro ha tenuto a battesimo l’11 maggio scorso, nella prefazione, “all’anima del Ticino”.

Studi in economia, giornalista, l’autore è stato, dal 2002 al 2018, corrispondente di Radio SRF in Ticino e dunque il Ticino lo ha incontrato in tutti i suoi aspetti. Anche dopo il suo pensionamento ha scelto di continuare a vivere in Val Onsernone. 

Il suo è dunque il ritratto competente e documentato di un Cantone che è stato per secoli baliaggio e che continua ad essere minoranza linguistica e culturale, terra di confine (geografico a nord, politico a sud) con tutto quanto ciò comporta in termini storici, economici, ma anche percettivi e psicologici  – di rivendicazioni e incomprensione reciproca – nei rapporti con il Nord e con il Sud: penso ai timori ben presenti, sin dagli anni ’60 del secolo scorso, di una Sonnenstubizzazione-(s)vendita del territorio ticinese ai facoltosi tedeschi e confederati in cerca di esotismi non troppo distanti da casa, che si esplicita visivamente nella crescita incongrua di palme un po’ ovunque; a quel timore lontano si è aggiunto – più recentemente – quello di un’invasione incontrollata di forza lavoro da sud: non le maestranze, inizialmente lombarde e poi sempre più meridionali, che hanno contribuito a costruire il Ticino negli anni del boom, ma i laureati e i tecnici ben preparati che oggi concorrono, a parità di competenze, per un posto di lavoro sul mercato ticinese, che offre salari ridotti rispetto al nord delle Alpi, ma raddoppiati rispetto a quelli offerti oltre frontiera.

Confine e frontiera sono due spazi-concetti che ricorrono trasversalmente nel documentatissimo saggio di Alexander Grass: “Il Ticino (…) è, nel contempo, un fragile paesaggio di transito e uno dei posti più belli d’Europa. Una regione caratterizzata da apertura e separazione. Un’economia che, senza frontaliere e frontalieri, collasserebbe. Per l’Italia il Ticino è culturalmente periferico, visto da Berna una regione marginale. Anche se il Ticino si vede volentieri come ponte tra nord e sud, spesso si ritrova in una poco piacevole condizione di inessenzialità. Ha veri partner e falsi amici”, scrive nell’Introduzione.

Grenzland Tessin ripercorre la storia dei rapporti interconfederali tra Ticino e resto del Paese, ma anche di quelli con l’Italia. Senza limitarsi, però, a questo e tracciando, a tutto tondo, il percorso che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha così radicalmente e rapidamente mutato la società ticinese, facendo del nostro Cantone un caso senza uguali in Svizzera.

Con parole accessibili, la capacità di esemplificare del giornalista di razza, una serie di apparati, tabelle cronologiche (che riassumono date di svolta e mutamenti politico-partitici in Gran Consiglio dal 1947 ad oggi) e note bibliografiche impressionanti per vastità e qualità, Grass tocca alcuni àmbiti-chiave che hanno portato a questa trasformazione: da Cantone agricolo periferico (Randregion) e frazionato (247 Comuni nel 1980 diventati oggi 106, ma destinati a ridursi a un’ottantina), a piazza finanziaria e di servizi di primissimo piano (tra alti, bassi e infiltrazioni criminali), seconda solo a Zurigo e Ginevra. 

Premessa irrinunciabile, conditio sine qua non, una modernizzazione radicale nel campo dei collegamenti ferroviari e stradali, una diversa pianificazione territoriale, ma anche la nascita di un polo universitario della cui necessità si discuteva concretamente già ai tempi di Stefano Franscini e, più concretamente, nei primissimi anni del Novecento sulle pagine de La Voce di Giuseppe Prezzolini.

Di fronte, il lettore ha un libro documentatissimo in cui ogni tesi poggia su fonti autorevoli (atti e verbali governativi/parlamentari federali e cantonali, dati statistici ufficiali, documenti d’archivio, trasmissioni SSR delle quattro regioni linguistiche, articoli di stampa) oltre che sulla lettura degli autori fondamentali (tra cui Basilio Biucchi, Raffaello Ceschi, Andrea Ghiringhelli, Francesco Kneschaurek, Guido Locarnini, Remigio Ratti, Angelo Rossi; senza rinunciare alla voce degli scrittori (Bianconi, Bonalumi, Calgari, Filippini, Martini, Nessi, Giorgio e Giovanni Orelli) e ai libri di alcuni colleghi giornalisti confederati (Beat Allenbach, Max Wermelinger) che hanno preceduto Alexander Grass e come lui hanno arricchito, con la loro presenza, la loro indipendenza e il loro spirito costruttivamente critico  (non sempre ascoltato con piena benevolenza, talvolta anzi con suscettibilità), il dibattito pubblico degli ultimi 50 anni. 

Completano e arricchiscono la pubblicazione 44 fotografie in bianco e nero di Alberto Flammer, oggi 85enne, autore di storici reportages dedicati all’architettura contemporanea ticinese (Brivio, Snozzi, Vacchini, Galfetti). Legate ai temi del lavoro sui cantieri, in fonderia e nei campi, ma anche all’avvento di un maggior benessere e di nuove mode, nonché ad alcuni stereotipi turistici, queste immagini formano il capitolo Jenseits der Sonnenstube: un titolo che richiama l’altro lato della medaglia e le ombre che dell’evoluzione  rapidissima raccontata nel libro di Alexander Grass sono il contraltare. E ricollegano Grenzland Tessin a due volumi che, come questo, hanno scritto la storia recente del Cantone, pure illustrati dal fotografo di Verscio: Occhi sul Ticino (Armando Dadò Editore, 1978, con testo di Piero Bianconi) e Pane e coltello (Armando Dadò Editore, 1981, con 5 racconti firmati dallo stesso Bianconi, Giovanni Bonalumi, Plinio Martini, Giorgio e Giovanni Orelli).

Terminata questa segnalazione, mi rituffo nelle pagine dedicate alla demografia, al peso- compattezza della minoranza italofona in Svizzera (gran parte della quale residente oltre San Gottardo e dunque in un humus non latino), alla fuga dei cervelli verso nord, all’avvento della Lega e dei primanostrismi. Lo faccio con curiosità perché questo libro lascerà un segno importante. 

E che nessuno, per questa recensione a volume non terminato, faccia paragoni azzardati con qualche Sangiuliano stregato…

Nell’immagine: una foto di Alberto Flammer 


La solidarietà secondo Ken Loach

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare la spazio per un nuovo riformismo, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare nuovi equilibri e soluzioni praticabili 

“Se ci sarà un cambiamento nelle società avverrà grazie alla classe operaia, e non grazie alla borghesia, ai ricchi, o a chi è al potere! Arriverà dai ceti più sfavoriti che hanno tanto da guadagnare… e che hanno le migliori battute!”

In queste parole di Ken Loach, mentre risponde ad una mia domanda durante l’intervista, è contenuto il pensiero di un grande signore del cinema British.
Io le leggo a più livelli. Il primo è quello dell’analisi della società occidentale, nella quale i mutamenti più significativi passano dalle classi meno privilegiate, con la riduzione della povertà.
Il secondo livello è il più caro al regista britannico, quello della fede politica. Loach è un uomo profondamente di sinistra e ha una visione davvero radicale. D’altronde i propri ideali li ha sempre dichiarati e il suo modo di fare film li riflette.
Terzo livello, la necessità dell’ironia, dello humour.

Quando lo incontriamo stringe la mano a tutti noi, sia a me sia all’équipe tecnica. È gentilissimo e ha il sorriso di un uomo umile, che ha visto tanto e sa tanto, ma che si prende lo stesso il tempo per ascoltarti. Chissà quante volte avrà poi spiegato le stesse cose ai giornalisti, eppure le racconta anche a me con la stessa pacatezza.

“Vede, non è che coi nostri film diamo voce a chi non ce l’ha. Le persone di cui parliamo ce l’hanno una voce, però non viene riportata dai principali mezzi di informazione, se non quando c’è una sofferenza.”
Se ci si pensa bene è davvero così. Per esempio mi vengono in mente i recenti scontri nelle periferie parigine. I media ne hanno parlato, certo, quante volte però si riferisce di queste comunità prima che succedano le disgrazie o le tragedie che le toccano?

La grandezza di Ken e del suo simpaticissimo sceneggiatore Paul Laverty, anch’egli presente all’appuntamento, è riuscire a fare film che comunicano qualcosa a tutti, ad un pubblico trasversale. Si possono non condividere tutte le loro idee politiche, ma alla fine propongono magistralmente storie di solidarietà, ricche di umanità e poesia. Con un desiderio di giustizia sociale che chiunque può sottoscrivere.

Ken e Paul hanno sfornato una nuova, bellissima pellicola: “The Old Oak”. È il nome di un pub di Durham, città nel nord del Regno Unito. Una città popolata pure da ex minatori, dove manca lavoro e vari commerci sono chiusi. Un gruppo di residenti accoglie dei rifugiati siriani, che cercano di integrarsi tra mille difficoltà -perché altre persone del posto guardano con odio i nuovi arrivati. Come mai? E’ presto detto: si sentono minacciati, manifestano un razzismo primordiale.
“Succede in molte parti d’Europa” commenta il mio ospite.

Il lungometraggio è ben recitato e porta un messaggio di speranza, mostra che un’accettazione reciproca è possibile.
“Dove c’erano le miniere i lavoratori erano solidali tra loro, dice Ken. Si aiutavano, era come se insieme formassero una squadra. Paul e io abbiamo avuto l’idea di una solidarietà che nasce tra due comunità isolate -quella locale in una zona depressa, e quella dei rifugiati in fuga dalla guerra. Infatti una solidarietà come quella di un tempo tra i minatori…”

“Attaccare chi non ha nulla ed è indifeso è più semplice. Questo è il messaggio che riceviamo nelle nostre società.” Ken ne è convinto da tempo, ed è tra le ragioni che lo hanno spinto a cercare di continuo storie con al centro esseri umani di cui il grande schermo si occupa poco.

Prima di andare esclama: “Se lei in una città avesse dei problemi, non vada nei quartieri ricchi: non l’aiuteranno! Se ha fame vada da chi non ha nulla!”

Mi ha lanciato sorridendo delle provocazioni, il buon Ken. Alla fine dell’incontro non riesco a non guardarlo partire con un po’di malinconia, avrei voluto porgli mille altre domande. Comunque sono consapevole di aver avuto il privilegio di comprenderlo di più, di aver ricevuto tanto dalla conversazione. Di sentirmi arricchito.

Nell’immagine: Ken Loach


I super-missili di Putin solo grazie all’Occidente

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare la spazio per un nuovo riformismo, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare nuovi equilibri e soluzioni praticabili 

Non c’è solo il “caso Ruag”, azienda interamente di proprietà della Confederazione che è dovuta intervenire per bloccare l’eventuale rivendita di carrarmati Leopard 1 (riadattati per la guerra) all’Ucraina. In più, c’è che società svizzere continuano ad essere sospettate di far parte di un corposo elenco di ditte occidentali che riescono a eludere le sanzioni antirusse e che sono in grado di aiutare in modo decisivo Mosca nella costruzione dei missili più potenti, che colpiscono non solo obiettivi militari, ma spesso anche obiettivi civili, facendo stragi nella popolazione. Attraverso una serie di operazioni commerciali e finanziarie escogitate per eludere i provvedimenti occidentali, l’esercito di Vladimir Putin riceverebbe infatti componenti di apparecchiature di vario tipo: originariamente destinate all’impiego non bellico, ma che si rivelano facilmente applicabili agli ordigni che portano morte e distruzione. 

In un’analisi della rivista di geo-strategia “Limes”, diretta da Lucio Caracciolo, si può leggere: “Dal 24 febbraio 2022 la Russia ha lanciato quasi 6 mila missili contro l’Ucraina, bombardando 3.387 aree civili, e uccidendo 1.734 civili. Come se cifre simili non bastassero, dietro tutto ciò si nasconde il paradosso per eccellenza della guerra sul terreno: la Russia è riuscita a lanciare un così alto numero di missili grazie alla componentistica elettronica occidentale”. Circostanza che il governo del presidente Zelenskyj, in apparenza sempre meno in sintonia con i disegni e le preoccupazioni di Washington, ha denunciato attraverso un apposito documento ufficiale, lo “Stop Missile Terror”. 

È corposa la lista dei paesi che non farebbero abbastanza per spezzare questa collaborazione occulta organizzata da alcuni settori privati: Stati Uniti, Gran Bretagna, diverse nazioni dell’UE, Canada, Nuova Zelanda, Australia, Giappone, ed appunto Svizzera. La Confederazione, sostiene il rapporto, con l’8% di questo tipo di consegne occupa addirittura il secondo posto fra i paesi che applicano sanzioni ma da cui partono i materiali di fabbricazione straniera utilizzati da Mosca nella produzione di missili. In testa, addirittura con l’81 %, aziende statunitensi, con il 3,5 % Germania e Giappone. Senza questi “contributi” tecnologici stranieri, la produzione degli armamenti di Putin non disporrebbe per esempio nemmeno delle prime dieci componenti di uno dei missili balistici russi più noti, efficaci e micidiali, il “Kinžal”.  Lo stesso ragionamento vale anche per i software interni ai missili, che li rendono più precisi e performanti, per le componenti radio e per i materiali isolanti come vernici, connettori e polimeri. Inoltre: missili e aeromobili a pilotaggio remoto funzionano grazie a GPS e a Glonass, sistemi satellitari globali di navigazione: “Eliminarne le funzioni principali significherebbe ridurre la potenzialità militare russa; e l’Occidente potrebbe farlo perché sono proprio i microchip fabbricati da aziende come Linx Technologies e Qualcomm (Stati Uniti) ed STMicroelectronics (Svizzera, Olanda, Francia) a consentire il funzionamento di Glonass. Eppure, niente di tutto ciò è avvenuto”.

Il Cremlino non importa solo le componenti elettroniche, ma anche i mezzi per produrre le macchine stesse. Esempio: “la tecnologia a controllo numerico computerizzato, utilizzata per produrre impianti senza la partecipazione diretta dell’uomo, funziona grazie a componenti chiave che la Russia continua a importare per un valore complessivo superiore all’80%. Con l’attuale programma di riarmo, gli acquisti sono in netto aumento. E ad alimentarlo ci pensano società nipponiche, taiwanesi, americane e tedesche. Risultato finale: la Russia si è adattata alle sanzioni, e se nel 2022 ha prodotto 512 missili, per quest’anno prevede di fabbricarne ben 1.061”.

Ora, in che modo la tecnologia dell’Occidente, o dei suoi paesi alleati, può arrivare in Russia nonostante le declamate sanzioni? Si passa attraverso “paesi terzi” che non hanno aderito ai provvedimenti anti-Cremlino. Il caso più significativo è quello della Cina, l’“alleato senza limiti”, come lo ha classificato Vladimir Putin. Segnala lo studio di “Limes”: le aziende cinesi che producono componenti elettroniche inseriscono nei loro cataloghi articoli provenienti da paesi come Stati Uniti e Giappone, li ordinano, e una volta acquistati li spediscono in Russia. Il sistema doganale della Repubblica popolare esige una prova documentale dettagliata dell’intera catena di fornitura, che gli enti stranieri potrebbero richiedere per capire dove vanno a finire le loro merci. Tuttavia le aziende cinesi effettuano spedizioni a società russe non sanzionate dai paesi occidentali, e fanno passare prodotti tecnologici come prodotti di uso domestico. In questo modo lo scopo militare di tali spedizioni non risulterà evidente a nessuno”. Vale per la Cina, e vale per altre nazioni. I componenti elettronici inviati attraverso “paesi terzi” possono essere usati per scopo civile (sanitario, trasporti) o domestico (frigoriferi, lavastoviglie, fibre ottiche). A livello mondiale sarebbe impossibile vietare il commercio di elementi elettronici che possono essere utilizzate tanto in un missile quanto in una macchina sanitaria.

Nemmeno il pagamento costituisce un gran problema. Si può farlo con le criptovalute. O con transazioni in oro. Per un paese come la Russia, ricco di materie prime, si può facilmente ricorrere anche al baratto: petrolio in cambio di tecnologie. I controlli sono difficili: sia perché lo schema sanzionatorio venne deciso prima dell’invasione russa, sia perché il livello degli scambi commerciali di questo tipo ha raggiunto quote di importanza imprevista. Problematico, dunque, individuare i doppiogiochisti. Uno di questi casi inusuali riguarda proprio un uomo d’affari italo-svizzero, Walter Moretti,  che insieme ad altri cittadini, elvetici ed europei, è stato inserito nella black list degli Stati Uniti, con le nuove sanzioni adottate nel primo anniversario dell’invasione dell’Ucraina: attraverso società con sede nella Confederazione, negli Emirati Arabi, in Bulgaria e Malta, Moretti è accusato di “aver segretamente procurato tecnologie, e attrezzature occidentali sensibili, ai servizi segreti russi e all’esercito russo”.

Una revisione e un ammodernamento delle misure di verifica sarebbe possibile. Ma in realtà l’impedimento maggiore a un mutamento della situazione è di natura politica. Che, in conclusione, “Limes” così riassume: “Più che altro, sembra mancare la volontà. Anche perché, per il momento, non si vedono soluzioni immediate. Se si volesse ricorrere a un rimedio drastico come quello di sanzionare e tagliare i ponti pure con paesi terzi – leggasi Cina – si andrebbe incontro a una riduzione di almeno la metà del PIL mondiale e a una guerra senza limiti. Sarebbe il caos. Economico e geopolitico. Cosa che nessuno vuole se si tratta ‘solo’ di salvare l’Ucraina. Neanche gli Stati Uniti”.

Nell’immagine: un missile ipersonico russo Kinžal (“pugnale”) trasportato da un MiG-31


Michela Murgia – Parole a testa alta

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare la spazio per un nuovo riformismo, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare nuovi equilibri e soluzioni praticabili 

Di Simonetta Fiori, La Repubblica

Si può scegliere di morire appartati, lontani dalla luce dei media. O decidere di fare gran chiasso, un rumore quasi assordante da rimanerne storditi, forse per distrarsi il più possibile dal pensiero della morte. Solo gli amici intimi conoscono la verità più profonda di Michela Murgia, scomparsa a cinquantuno anni per la progressione di un tumore che era stato al centro della sua ultima campagna pubblica. È morta come ha vissuto, Michela. Aveva fatto della sua vita uno dei megafoni più potenti del discorso mediatico, e fino alla fine è rimasta fedele a un’autorappresentazione in cui era riuscita a sistemare la sua complessa esistenza.

È impossibile immaginarla priva di vita perché la vitalità era il motore primo della sua personalità travolgente. «Il senso spietato del non ritorno», così definiva la sua frenesia citando una canzone di Carmen Consoli, una voracità nell’agire che era andata crescendo dopo la malattia. Piccolina, forme morbide, lineamenti dissonanti rispetto al glamour televisivo, Michela Murgia è stata la prima vera star dell’arena digitale colta. Autrice di un solo autentico capolavoro, Accabadora, più che per le sue prove narrative o drammaturgiche sarà ricordata come il personaggio più rappresentativo del passaggio da una società letteraria tradizionale e a una società mediatica in cui conta, più delle idee, la forza di raccontarle e metterle in scena. E dove alla verticalità del sapere subentra l’orizzontalità del rapporto con i lettori, con il superamento di vecchie gerarchie e la nascita di nuovi generi narrativi ibridi. 

Dotata di un talento comunicativo fuori del comune, è stata una delle prima a cogliere le potenzialità della rete. E se la tv con Le invasioni barbariche costituì la sua rampa di lancio, i social ne hanno rappresentato l’approdo più naturale, una sorta di habitat spontaneo adattato a misura della sua intelligenza fulminea e affilata, a tratti debordante nell’amore di polemica. 

Eccessiva in tutto, Michela Murgia. Eccessiva anche nella sardità etnica esibita soprattutto agli inizi della sua vicenda pubblica. Gli scialli ingombranti, gli abiti folk, la scelta dei temi della sua narrativa: ogni cosa rimandava a una civiltà arcaica, sospesa nel tempo e separata dal continente progredito. Nata a Cabras, il paese dei baroni in laguna, dell’isola incarnava il tratto etnico-identitario, subalterno a un cliché nazionale che la condanna a un’immutabile rappresentazione mitica. Conseguente ne fu l’innamoramento per l’indipendentismo sardista che sfociò nel 2014 nella candidatura a presidente della Regione: una fiammata svanita nel deludente risultato elettorale che la rispedì in continente, lasciando orfano un dieci per cento dell’elettorato sardo. 

In realtà la sua stessa storia contraddiceva l’astrattezza e l’immobilità del separatismo isolano, nata in una famiglia senza cultura e cresciuta in un’altra che le diede la possibilità della conoscenza e dell’esperienza. La storia dei fillus de anima, meravigliosamente raccontata in Accabadora, nasceva dalla sua vicenda personale, “adottata” già diciottenne da una madre più vigile di quella sua naturale, la zia Annetta capace di guardarla nei suoi molti talenti. «Ognuno di noi cresce solo se è sognato», se è pensato con amore. La frase di Danilo Dolci, incontrato da bambina nella trattoria gestita da suoi, ne avrebbe segnato il destino. «Ero una domanda che richiedeva una risposta diversa da quella ricevuta dalla prima famiglia». In una lingua inconfondibile, asciutta e insieme espressiva, andava tessendo il racconto della sua vita. E nella sapiente manutenzione delle parole era custodito gran parte del suo tesoro. 

Quando nel 2009 uscì il bestseller einaudiano che la rivelò al mondo – 250 mila copie solo in Italia, ventuno traduzioni all’estero, premi prestigiosi come il Dessì e il Campiello – Michela Murgia aveva già fatto mille mestieri. Insegnante di religione nelle scuole. Venditrice di multiproprietà. Operatrice fiscale. Dirigente in una centrale termoelettrica, anche portiera di notte. 

La sua esperienza nel call center di un importante multinazionale di Milano era finita in un blog e poi nel suo primo libro Il mondo deve sapere, da cui sarebbe stato tratto il film di Virzì Una vita davanti. Codici primitivi e tumultuosi cambiamenti della post- modernità si andavano fondendo nella sua scrittura, rivelatrice di una personalità capace di pene- trare lo spirito del tempo. Talvolta di anticiparlo. 

Il tema della maternità ritorna anche nel successivo romanzo Chirù, che narra il rapporto tra una maestra e il suo allievo più giovane di vent’anni, proiezione forse di un maternage intellettuale inseguito dall’autrice con il suo interventismo mediatico. Ma siamo già fuori dalla narrativa convenzionale. Murgia rivendica il passaggio a una nuova era letteraria, in cui i personaggi nascono non dall’invenzione solitaria dell’autore ma dal confronto quotidiano in rete con i lettori. Twitter e social hanno colmato la distanza con l’artista, rompendo l’aura di sacralità intorno alla figura somma dello scrittore: un rovesciamento reclamato con preveggenza, non del tutto estranea alle ragioni del marketing. Ancora prima del romanzo, era stato un saggio teologico a rivelare la sua vera vocazione di comunicatrice pop: sin dal titolo, Ave Mary intrecciava il saluto sacro dell’angelo a Maria con una sensibilità femminile contemporanea. Da giovane cristiana dentro la Chiesa, raccontava di aver patito le rappresentazioni limitate e fuorvianti della donna, filtrate attraverso la figura di Maria di Nazareth. Femminismo e teologia si impastavano in «libro più di esperienza che di sentenza», dove tutte le argomentazioni teoriche nascevano dalla concretezza della vita vissuta. Un metodo di lavoro che l’avrebbe resa molto popolare nel mondo del web, specie tra il pubblico femminile, del quale percepiva istintivamente il disagio e la rabbia crescenti per lo scandalo della disparità di genere. 

Dotata di antenne sensibili, Michela Murgia sapeva captare temi e tendenze che avrebbero caratterizzato il decennio. Femminicidi, diseguaglianze inaccettabili, frasi fatte che denotano un resistente maschilismo: i suoi interventi pubblici – in forma di saggio, di blog, di drammaturgia teatrale, di tribuna radiofonica, di podcast, di appuntamento televisivo o di rubrica settimanale come l’Antitaliana sull’Espresso – guidano importanti battaglie civili al fianco delle donne, talvolta con una punta di veemenza che sconfina nell’ortodossia dell’asterisco o nel dare di roncola contro chi non aderisse pienamente alla sua religione del femminile. Anche sul tema del fascismo, fu abile nell’intercettarne un ritorno strisciante, ma alla sua maniera provocatoria e quasi ludica, inventrice di manuali e di fascistometri per misurare il nero che alberga in tutti noi. Sempre meno “domanda” – come si era definita da ragazza – e sempre più “risposta assertiva”, capace di scaldare i loggioni dei teatri e le platee televisive, Murgia è divenuta l’idolo della sinistra radicale ma ancor più d’una sinistra mediatica incline all’enfasi retorica, attenta ai like e alle mode più che a un’elaborazione politico-culturale für ewig. 

Coraggiosissima, ha sfidato gli attacchi di una destra becera che non l’ha mai risparmiata, anche nella sua esposizione fisica. Lei non dava mostra di preoccuparsene troppo. E alle manganellate rispondeva con il suo gusto della provocazione, avvolta in boa di struzzo o impacchettata in sontuosi abiti da sera come alla prima della Scala da lei introdotta nell’anno del Covid. 

Umilissima ed arrogante, sapeva sedurre e sapeva anche respingere. Ribelle per ragione sociale, conosceva perfettamente la geografia del potere culturale italiano. E non lo disdegnava, non foss’altro per le sue buone cause. Al di fuori di una ristretta cerchia di amiche, fino all’esplosione finale, ha sempre parlato poco della sua malattia. 

Diceva che il rischio era di diventare il suo cancro così evitava di farne il centro di gravità. Ha vissuto i suoi nuovi amori, dopo il matrimonio con un tecnico informatico più giovane. E ha raccolto intorno a sé nuovi compagni e compagne di viaggio, fino all’allegra famiglia queer che le è stata vicina negli ultimi giorni. 

Ha anche scritto un libro dedicato alle generazioni a venire, Futuro anteriore, e forse c’era già un presentimento nel definirlo «il mio testamento». E agli ultimi racconti di Tre ciotole ha affidato la sua riflessione sul senso del vivere, coronata da quel matrimonio civile “controvoglia” in articulo mortis che voleva essere anche gesto politico: nel ruolo di “marito” il giovane regista Lorenzo Terenzi, ma sarebbe potuta esserci una donna, «perché nel prenderci cura gli uni degli altri non abbiamo mai fatto questione di genere». Un diverso modo di vivere l’amore, oltre la coppia tradizionale, che voleva fosse la sua eredità simbolica: «Un altro modello di relazione, uno in più per chi nella vita ha dovuto combattere sentendosi sempre qualcosa di meno». 

Una volta paragonò il suo tumore a un signore che s’è dimenticato il giornale sulla panchina. E se torna a riprenderselo? Ha fatto di tutto per non stare in attesa, ma la malattia è tornata a riprendersela. E lei l’ha accolta con tutta la forza vitale di cui era capace e che oggi merita di essere onorata.

Nell’immagine: Michela Murgia (a sinistra) a Verona nel 2020 per la manifestazione “Erosive” con altre esponenti del femminismo italiano


La morale della tavola

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare la spazio per un nuovo riformismo, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare nuovi equilibri e soluzioni praticabili 

Di Marco Belpoliti, La Repubblica

È arrivato il mostro. Si chiama Callinectes Sapidus, un crostaceo presente nell’Atlantico del Nord, appartenente alla famiglia dei Portunidi, che divora anguille, mitili, orate e spigole da allevamento. L’allarme l’hanno dato gli allevatori di cozze e di altre specie animali marine che il Granchio blu, nome più friendly, divora in gran copia così da causare danni rilevanti a pescatori e coltivatori di mare.

Il ministro della Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, ha già infilato nel Decreto-Tutti-Frutti un aiuto di 2,9 milioni di euro dopo aver parlato con i pescatori di Porto Tolle nel Polesine. Forse come il suo collega delle Infrastrutture, Matteo Salvini, avrà assunto nuovi consulenti per trovare una soluzione al problema dello sterminio attuato dal Mostro Callinectes, quando bastava tradurre il secondo termine del suo nome scientifico, Sapidus, che viene dal latino, come l’ha fissato Linneo nel Settecento: gustoso. Ovvero buono da mangiare. Era sufficiente consultare la corrispettiva voce Wikipedia per sapere che nella Baia di Chesapeake, negli Stati Uniti, da tempo il granchio in questione viene cucinato e portato in tavola — è buono come l’astice — tanto che in Maryland e Virginia c’è già il divieto di pescare esemplari di diametro inferiore ai 14 centimetri.

Insomma, la ricetta all’italiana, cominciata a macchia di leopardo tra Adriatico e Tirreno, è quella di catturare il Granchio blu e di servirlo in tavola come hanno fatto alla Festa dell’Unità di Argenta. Forse i ristoratori non hanno, come Lollobrigida, letto la voce Wikipedia, ma si sono basati sul motto di Alberto Sordi: “m’hai provocato e io ti distruggo, io me te magno”, rivolto al maccarone in Un americano a Roma. Lo spirito italiano dell’adattamento ha ancora una volta trionfato alla faccia del ministro interventista che porta soccorso — giustamente — ai coltivatori di mitili e pesci, mentre la risposta gustosa è già a portata di mano. Proviamo a mangiarlo, si saranno detti in Veneto come in Toscana, e vediamo cosa succede. L’etica culinaria vuole che, nei limiti dettati dal tabù del cannibalismo, ogni essere vivente sul Pianeta è soggetto alle inesorabili leggi del cotto e del crudo, così sapientemente definite dall’antropologo Lévi-Strauss nell’opera omonima. 

Il granchio dal suggestivo nome Blu, avvistato nel 1947 nell’Egeo e nel 1949 a Grado, trasportato dalle acque di zavorra dalle navi intercontinentali, è avvertito: da cacciatore si trasforma in specie cacciata. La catena alimentare l’ha reso mangiabile a chi — l’essere umano — sta, almeno per ora, in cima a questa sequenza di sostanze edibili. La cucina, come si sa, è un laboratorio sperimentale senza soste o pause e i nostri progenitori si sono ingegnati nelle varie fasi dell’evoluzione a trovare alimenti in ogni luogo, mare compreso. Bolliti in acqua, aceto e varie misture di erbe aromatiche — come ci informano da Nord a Sud e da Est a Ovest, i sagaci ristoratori italiani censiti in due o tre giorni dai curiosi giornalisti di varie testate, compresa Repubblica — gli esemplari di Callinectes Sapidus giungono sulle tavole e spuntano, come a Sabaudia, prezzi da pesci pregiati, fino a 50 euro al chilogrammo. 

Specie aliene, marziani e abitanti di lontane galassie sono avvisati, avventurarsi dalle nostre parti potrebbe essere rischioso come i romanzi di fantascienza hanno già evidenziato: si può finire mangiati. O come spiega il pamphlet di Jonathan Swift, Una modesta proposta (1729), in cui si proponeva di superare la sovrappopolazione dei cattolici irlandesi ingrassando i loro bambini poveri per darli in pasto ai ricchi protestanti locali e inglesi. Per fortuna di Lollobrigida non esistono più i comunisti che mangiano i bambini, come sostenuto dalla propaganda di destra decenni fa. Forse lui non lo sa, ma i comunisti non ci sono più, si sono estinti. Lo dice, o lo dirà, qualche voce di Wikipedia che il titolare della Sovranità alimentare potrà facilmente consultare in rete. Buona estate caro vecchio Granchio blu. 

Nell’immagine: un piatto a base di granchio blu (cuocendo diventa arancione) in un ristorante di Venezia


Michela Murgia, una grande eredità

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare la spazio per un nuovo riformismo, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare nuovi equilibri e soluzioni praticabili 

Che piacesse, o che non piacesse (cosa non difficile, vista la radicalità del suo pensiero e, subito appresso, del suo agire), la parola di Michela Murgia ha lasciato il segno. E non solo. In un’epoca come la nostra, in cui i social fanno da cassa di risonanza anche per il pensiero più sciocco e meno strutturato, portandosi sempre appresso i plausi di qualcuno di altrettanto sciocco e poco strutturato, l’autrice sarda ha saputo costruire intorno al proprio personaggio, alle proprie idee, fino a toccare aree più intime come quelle della malattia e della sua concezione di con-vivenza, un discorso trasversale, che è uscito dagli schermi di pc, tablet e smartphones per conficcarsi nella testa della gente.

A Murgia è infatti riuscita, nella sua densa e lucida traiettoria esistenziale, una delle cose più ardue ed encomiabili (ma solo quando è a fin di bene), ossia quella di lavorare sulla coscienza delle persone, superando in possenza vocale – e grazie alla costruzione di un pensiero coraggioso e originale – l’incessante brusio di fondo, ma anche lo scroscio delle cascate d’odio, che quotidianamente nel mondo dell’etere si riversa sui personaggi pubblici, soprattutto quando portano delle novità. Un odio, quello dei leoni da tastiera (ma anche di chi si arrocca a un’idea di famiglia e di struttura sociale che certamente non affonda le proprie radici in una legge della natura, quanto più nell’eterno bisogno di controllo e nell’egemonia ecclesiastica) cui è difficile tenere testa, poiché non affrontabile e quanto di più lontano vi sia dalle logiche di scambio e sano confronto.

Michela Murgia ha ammesso di avere vomitato non tanto per la chemioterapia, ma quanto per le cattiverie di chi non le ha voluto concedere, fino all’ultimo, di essere riuscita nell’intento apparentemente utopico di infondere in centinaia di migliaia di persone un’idea di consapevolezza. Basta guardare i suoi account social, alla voce “commenti” (là, dove, per sua stessa ammissione, lei praticava “cecità selettiva”) per trovarvi una moltitudine di donne e uomini che finalmente hanno trovato sé stesse nella voce di un’intellettuale che ha saputo unire l’universale (l’idea della necessità di democrazia, libertà e non da ultimo amore) a un individualismo che si nutriva di un’identità forte, per quanto minoritaria (la sua Sardegna, con le sue peculiarità, le sue strutture sociali ataviche e le concessioni al matriarcato); ma d’altronde è solo dal profondo del cuore che il proprio io riesce a trasformarsi in respiro trasversale.

Questa forza di coerenza la dobbiamo, tutti, a Michela Murgia. Anche chi non ha apprezzato la sua condivisione della malattia o certe tirate contro le istituzioni (come l’accanimento contro la presenza del generale Figliuolo, che per il suo ruolo di primo piano nella lotta al Covid ha rispolverato l’uniforme militare, quasi fossimo precipitati in guerra), o non crede necessaria una formalizzazione della famiglia queer come la intendeva lei, o ancora non crede nella giustizia dell’utero in affitto – che per lei era diventato, più dolcemente, “in affido”.

Peccato che nei suoi ultimi giorni, oltre all’omaggio all’amore esternato grazie alle nozze inedite celebrate in articulo mortis, Michela Murgia abbia dovuto assistere ai successi di personaggi come la ministra Roccella o alla potenziale erosione di diritti che le donne ormai davano per scontati. Ma nemmeno in quei frangenti le sue azioni e le sue parole sono venute meno all’essere potente atto politico, in una vita che si è mossa sempre in perfetto equilibrio fra il rispetto delle persone che costituivano il suo entourage privato e quello che invece era il dibattito pubblico. E questo non è poco, in un’era in cui gli intellettuali, laddove ancora ce ne sono, vengono derisi e nei peggiori dei casi perfino trascinati nelle aule di tribunale, come succede all’amico Roberto Saviano.

Nell’immagine: Michela Murgia


Uganda: chiude definitivamente l’ufficio Onu per i diritti umani

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare la spazio per un nuovo riformismo, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare nuovi equilibri e soluzioni praticabili 

Gli attivisti per i diritti umani hanno espresso preoccupazione dopo la chiusura dell’ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) in Uganda.

Con la chiusura delle sedi secondarie di Gulu e Moroto, avvenute rispettivamente il 30 giugno e il 31 luglio, arriva anche quella della sede principale a Kampala che, sabato 5 agosto, ha cessato definitivamente le sue operazioni nel paese.

Ѐ l’epilogo di un percorso iniziato il 3 febbraio con l’annuncio del governo ugandese di non rinnovare, una volta scaduto, il mandato dell’ufficio Onu per i diritti umani nel paese.  «L’Uganda non ha bisogno di agenzie straniere per tutelare le libertà e i diritti», aveva dichirato allora il ministero degli esteri. Una decisione “ovviamente” sostenuta dal presidente Yoweri Museveni, che governa la nazione con il pugno di ferro dal 1986.

Le autorità ugandesi motivano l’espulsione dell’agenzia Onu con il forte impegno del governo per la promozione e la protezione dei diritti umani, la pace prevalente in tutto il paese unita a forti istituzioni nazionali per i diritti umani e una vivace società civile, con la capacità di monitorare, promuovere e proteggere i diritti umani in Uganda. Tuttavia, secondo attivisti politici e per i diritti umani, la chiusura dell’ufficio avrà implicazioni non indifferenti sul paese e solleva apprensioni per il futuro della protezione e della supervisione dei diritti umani in Uganda.

L’Uganda pratica da decenni censura, arresti e detenzioni arbitrarie, torture (in molti casi a morte) e sparizioni forzate di attivisti delle opposizioni e di chiunque – intellettuali, professionisti e giornalisti – non sia allineato al regime, tant’è vero che alcuni di essi sono stati costretti all’esilio. La medesima scelta è stata presa di recente anche da molti cittadini appartenenti alla comunità LGBTQ+. I loro diritti, già minacciati, sono stati del tutto calpestati con l’entrata in vigore, il 30 maggio, dell’Anti-homosexuality Act 2023, una delle leggi anti-LGBTQ+ più dure in Africa e nel mondo.

Con l’uscita dal paese dell’Ufficio dell’Onu la società civile ugandese perde dunque un importante presidio per la tutela dei diritti umani. Un presidio vitale in vista delle prossime elezioni, previste nel 2026. Anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk ha espresso preoccupazione a riguardo.

Le elezioni del 14 gennaio 2021 – concluse con la riconferma alla presidenza di Yoweri Museveni – sono state infatti emblematiche della repressione. Un generale deterioramento della situazione dei diritti umani si è diffuso in tutto il paese, con decine di membri dell’opposizione rapiti, arrestati, picchiati e talvolta uccisi.

In Uganda, la tutela dei diritti fondamentali delle persone rimane dunque nelle sole mani della Commissione ugandese per i diritti umani (Uhcr), un’organizzazione governativa istituita nel 2020 e accusata di tacere su molti casi di repressioni, violenze e abusi.

«Un’istituzione sottofinanziata e con personale insufficiente», afferma Türk, denunciando anche “interferenze politiche nel suo mandato che ne minano la legittimità, l’indipendenza e l’imparzialità”.

Nell’immagine: un funzionario dell’OHCHR a colloquio con alcuni abitanti del Nordest del paese


L’umiltà di Mario Tronti

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare la spazio per un nuovo riformismo, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare nuovi equilibri e soluzioni praticabili 

Di Mario Fabio, Alphaville (RSI Rete Due)

È morto a 92 anni il filosofo e politico Mario Tronti. La notizia è di ieri, noto per essere stato tra i principali teorici dell’operaismo, corrente di pensiero marxista sviluppatasi in Italia tra gli anni 60 e 70. Nato a Roma nel 1931, militante fin da giovane nel Partito Comunista Italiano, Mario Tronti fondò nel 1961, insieme a Raniero Panzieri, la rivista Quaderni Rossi e poi Classe operaia, i principali punti di riferimento dell’operaismo italiano. Fu anche docente di Filosofia morale e politica presso l’Università di Siena e fu anche senatore. Lo fu negli anni 90 per il Partito Democratico della Sinistra, che poi divenne Pd. E come detto, la notizia della sua morte giunta ieri noi lo vogliamo ricordare, vogliamo ricordare la sua figura e le sue idee politiche riassunta in particolare in un libro importante dal titolo Operai e capitale. Un libro pubblicato nel 1966. E lo facciamo con l’economista Christian Marazzi, professore di socio Economia e responsabile dell’Unità di ricerca in Lavoro sociale alla SUPSI.

Innanzitutto, Christian Marazzi, tra lei e Mario Tronti non c’era un legame personale, ma lei era comunque stato a Roma per assistere ad una sua conferenza. Allora partiamo proprio da un suo primo ricordo di Mario Tronti.

Ma io lo ricordo appunto quando una decina d’anni fa fui invitato a a partecipare a una conferenza appunto con Mario Tronti che per me era stato già dagli anni 60 un un riferimento imprescindibile che aveva segnato la mia la mia formazione, come la formazione politica e filosofica di molti della mia generazione. E devo dire che ho un ricordo molto bello perché vidi questo uomo, fra l’altro piccolo e estremamente riservato e molto umile… per cui non potei non pensare a come il pensiero alto, il pensiero critico insomma, sia sia necessariamente connesso ad una postura fatta di umiltà e di e di semplicità, proprio perché coloro che pensano – come ha pensato Mario Tronti in questi decenni – spaziando in tutto il pensiero occidentale, in particolare quello mitteleuropeo ma non solo, anche in quello americano, lo possono fare soltanto con umiltà perché l’umiltà è alla base della voglia di cambiare il mondo.

Mario Tronti è considerato uno dei principali teorici dell’operaismo italiano che a partire dagli anni ’60 individuò nella classe operaia il principale soggetto per poter sperare in una trasformazione, una trasformazione sociale e politica. Ci spiega meglio quale fu la novità portata proprio da Tronti e dagli altri principali operaisti rispetto al pensiero marxista precedente?

A partire appunto dai Quaderni rossi, poi passando per Classe operaia di cui Tronti fu il coordinatore… questo gruppo di militanti e teorici marxisti in effetti rovesciarono come un guanto tutta una serie di assunti che andavano ancora per la maggiore diciamo all’interno del movimento operaio in generale e del Partito comunista togliattiano, compiendo un’operazione di rovesciamento, quella di di partire dalla base, dalla classe operaia, e di porla al centro delle modificazioni del capitalismo stesso. Una delle equazioni di Mario Tronti fu “prima la classe. prima gli operai e poi il capitale”, “prima le lotte degli operai e poi dopo la tecnologia con la quale il capitale cerca di reprimere e sconfiggere queste lotte”. Ci fu questa centralità della classe operaia in un periodo in cui effettivamente con il fordismo, il capitalismo fordista, la classe operaia delle grandi fabbriche appunto legate alla catena di montaggio a a Torino come come a Detroit, come a Togliattigrad eccetera era un soggetto forte, un soggetto strategico per il capitale stesso. La classe operaia, quella che Tronti aveva chiamato “la rude razza pagana”, cioè un soggetto privo di ideologia ma molto centrato sui bisogni e sulla materialità dei propri bisogni, era nello stesso tempo – proprio perché i bisogni materiali erano al centro dello sviluppo stesso del del capitalismo – un soggetto sul quale andava andavano puntate le armi della critica ma anche le armi della militanza. E così è stato. Il ’69 fu in un certo senso l’epilogo di quel di quel percorso teorico politico, e anche per certi versi la sua fine, nel senso che da allora in poi il capitale si premurò di disfarsi di questa classe operaia con le innovazioni tecnologiche, con i modelli di di organizzazione del lavoro improntati alla precarizzazione, alla flessibilizzazione, alla dispersione di questa stessa classe operaia.

Mentre lei parlava, io alla mente sono andato a quel Gian Maria Volontè de “La classe operaia va in paradiso”, il celeberrimo e splendido film di Elio Petri. Tra l’altro è interessante anche il fatto che la maggior parte degli operaisti poi presero le distanze dal PCI dando dando origine ai movimenti di quella che veniva definita la sinistra extraparlamentare quali Potere operaio, Lotta continua o Avanguardia operaia. E Tronti, invece, pur allontanandosi, non uscì mai formalmente dal Partito comunista italiano e venne criticato per questo. Come si spiega questa sua posizione conciliante? Probabilmente anche con questo suo essere, lo ricordava lei, umile nel porsi.

Questo per certi versi è il lato enigmatico della figura di Mario Tronti, e lo ebbe a dire proprio di lui anche Toni Negri, che ha sempre avuto un’enorme ammirazione per per Mario Tronti, perché da una parte è assolutamente vero che le sue le sue tesi, il suo lavoro teorico erano sicuramente di tipo rivoluzionario. Basti pensare a un testo, “Lenin in Inghilterra”, che fu scritto prima e poi incluso in “Operai e capitale”, del ’66, dove parla effettivamente della rivoluzione nei punti più avanzati del capitalismo. Dall’altra parte però questo stesso Tronti aveva una visione della forma partito per certi versi tardo romantica, quella di un partito di cui la classe ha bisogno per organizzarsi. Questo nessuno l’ha mai messo in discussione. Solo che guardando a quello che è stato il percorso del PCI, poi del PDS e poi del Partito Democratico non si può proprio dire di avere lavorato per rafforzare la rappresentanza della classe operaia, tant’è vero che poi a un certo punto questa stessa classe operaia si è trovata assolutamente priva di voce. Pensiamo solo cronologicamente a agli anni di Matteo Renzi come segretario del PD, per cui resta questa questa voglia di trasformare dall’interno il partito della sinistra per eccellenza, però allo stesso tempo senza prenderne le distanze. Cosa che per certi versi è stata fortemente rimproverata dai suoi vecchi compagni di lotte e di battaglie, e anche dei più giovani che a lui si sono fortemente ispirati ma che però sono rimasti tutti dei grandi estimatori di Tronti.

E per concludere al volo, un’ultima battuta gliela chiedo su “Operai e capitale”, l’opera forse più importante di Tronti, pubblicata nel 1966 e ristampata nel 2006 per DeriveApprodi. Possiamo considerarlo un libro ancora attuale? E lo è ancora il pensiero di Tronti?

C’è un capitolo, fra i tanti bellissimi di questo libro, che secondo me resta un libro di estrema attualità, dal titolo “Lotta contro il lavoro”. E proprio in questi giorni pensavo a quanto attuali siano questo titolo e questo programma, se pensiamo al fenomeno delle grandi dimissioni, al fenomeno della critica materiale del lavoro così come si è dato in questi ultimi trent’anni di neoliberismo. Fosse solo per questo “Operai e capitale” ha la sua attualità, ma l’ha ancora di più nelle lotte che oggi continuano negli Stati Uniti come in Francia, come in Germania… Continuano in un certo senso ad alimentare la speranza che forse non siamo arrivati alla fine della storia, ma alla fine della storia del capitale.

Nell’immagine: Mario Tronti