Il “pizzo di Stato” sui migranti

È l’ultima del governo Meloni: se il migrante irregolare non vuol finire in un centro di raccolta chiuso da filo spinato e alta sorveglianza, può versare allo Stato 4.930 euro; vergognosa e immorale tangente in cambio di libertà 

Palermo, vigilia di un voto amministrativo. Dal palco del comizio una Giorgia Meloni già capo di governo definisce “pizzo di Stato” le tasse pagate dai commercianti siciliani, in sostanza definendo mafioso lo Stato, nella terra di mafia. Grottesco. Ma adesso la ‘prima signora’ compie un altro passo, vergognoso e impietoso, per strappare anche il residuo di umanità e decenza rimasti nella foga di colpire l’immigrazione irregolare, punto iper-dolente di un governo che aveva proclamato blocchi navali, chiusura dei porti, respingimenti in massa, espulsioni, caccia ai trafficanti di esseri umani in tutto il pianeta, e che invece si ritrova con il record di disperati approdati con gommoni e barchini a meridione, e via terra al nord attraverso la riattivata “rotta dei Balcani”.

Brutto argomento, anche in fatto di credibilità elettorale, per l’attuale inquilina di Palazzo Chigi. E allora ecco la ‘tangente di Stato’: una tassa di 4.930 euro (nemmeno la cifra tonda dei 5.000, misteri dei calcoli burocratici) che i rifugiati possono versare allo Stato per non finire nei centri di raccolta. E, per favore, somma da depositare subito e personalmente sotto forma di fideiussione, escluso l’aiuto di famigliari o conoscenti. Solo da parte di rifugiati in arrivo da nazioni che Roma considera “sicure” e rispettose dei diritti umani (quindi profughi economici).

C’è poco da girarci attorno: questo sì è autentico “pizzo di Stato”. Dunque, se pensi di fuggire dal tuo paese disastrato da guerre, dittature e sfacelo economico non solo devi farti aiutare da famiglia e parenti per avere le somme destinate agli scafisti, non solo attraversare paesi e deserti in cui abbondano banditi spietati, non solo sopravvivere alla detenzione nelle strutture (come in Libia, ma non solo) dove ti aspettano ulteriori ricatti e violenze e stupri, non solo pregare il tuo Dio per non finire il quell’immenso cimitero che è ormai il fondo del Mediterraneo: no, non è sufficiente, in una tasca ben cucita (che difficilmente sfuggirà ai controlli violenti dei tuoi aguzzini) dovresti nascondere quei cinquemila euro chiesti dal governo italiano, che in realtà dovrebbe per legge garantirti un’accoglienza dignitosa. Il prezzo di una temporanea libertà, per non finire dietro il filo spinato di strutture annunciate, per chi non ha commesso reati gravi, come ermeticamente chiuse e controllate, forse dall’esercito.

Alla disperazione si risponde con l’insensibilità, l’immoralità, e gli strumenti di chi è forte coi deboli e debole coi forti. Che importa se la tassa puzza di incostituzionalità? Se già in passato l’UE è intervenuta contro l’ungherese Orban (l’alleato iper-sovranista preferito da Giorgia Meloni) per bocciare un analogo “pizzo di Stato”? E se papa Francesco ricorda costantemente (soprattutto a chi sostiene di voler difendere “anche Dio”) che non esiste il pericolo della “sostituzione etnica”? Ancora: “chi se ne frega” – per usare parole care alla destra post-fascista – se il provvedimento registrerà pochissime adesioni o nessuna, da parte di poveri disgraziati sopravvissuti a prove atroci? Per di più discriminati, tra profughi di serie A e di serie B? In realtà, ciò che conta al governo “tangentaro” è altro: la volontà di trasmettere un “forte” messaggio propagandistico, e recuperare terreno fra elettori delusi. Tutto e sempre in nome dell’Italia abbandonata dall’Europa. Fatto innegabile. Ma va anche ricordato che per esempio Francia e Germania hanno accolto molti più migranti dell’Italia; che nell’ultimo decennio Roma ha aggirato in abbondanza gli accordi di Dublino (assolutamente da riformare) lasciando che 300.000 rifugiati che avrebbe dovuto tenere e controllare in casa propria (regola del “paese di primo approdo”), sgusciassero verso altre nazioni europee, e lì rimanessero. Della Svizzera è certo discutibilissima la politica di accoglienza. Ma con 40.000 di questi profughi arrivati da Sud, la Confederazione è terza nella classifica europea dell’inadempienza italiana.

Scritto per laRegione Ticino
Nell’immagine: fotomontaggio satirico della redazione


Quella domanda rimasta sospesa

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Confessiamolo, faceva un certo effetto vedere Ignazio Cassis accanto a Raffaele De Rosa, in conferenza stampa diffusa in streaming dopo l’incontro svoltosi a Bellinzona fra il Consigliere federale ed il Governo cantonale. Non tanto per quanto è emerso (formalità, formalismi e un po’ di formalina) quanto per il fatto che il nostro Ministro degli esteri tornava in Ticino dopo una decina di giorni dalla sua precedente e roboante “calata”, in panni ben meno istituzionali (e imbalsamati), a S. Antonino, dov’era stato protagonista di un comizio dichiaratamente inteso a “scombussolare” i suoi liberali (e non solo). 

Stavolta Cassis è parso misurato e moderato, come si confà, probabilmente, all’occasione, tanto istituzionale quanto “ammaestrata”, nel nome di un bilancio di fine legislatura (e, se vogliamo, di sei anni di carica federale) di cui, in verità, si è colto (forse inevitabilmente) ben poco. Attenzione ai rapporti con l’Italia, preoccupazione per l’italianità in Svizzera (e per i posti italofoni nelle commissioni nazionali) ed altre trattande utili per dar fondo ai buoni propositi, indipendentemente dai risultati concreti.

Ma fin qui, diciamolo, ci siamo ritrovati il Cassis che conosciamo, non quello sorprendente del 3 settembre a S. Antonino. Insomma, non quello, per intenderci, che fra le varie questioni che aveva sollevato, era riuscito anche ad evocare la forza necessaria per dire cose sgradevoli “senza lasciarsi intimidire da qualche articolo cretino”. 

“Io non leggo più i giornali”, aveva dichiarato, “non mi serve a niente. Non mi danno nulla, ma proprio nulla. E non mi aiutano neanche a trovare l’energia per andare avanti e fare le cose giuste. E da  quando non li leggo più ho tre volte più forza”. Già, sembra passata una vita, eppure queste affermazioni le ha fatto circa due settimane fa, suscitando una vivace reazione soprattutto nei media e la giustamente perentoria risposta di Roberto Porta a nome dell’ATG, oltre che le circostanziate critiche di Aldo Sofia in un articolo pure pubblicato in questa sede.

Ecco appunto, sono passate due settimane, Cassis torna in Ticino, veste i suoi panni al cloroformio, e si presenta come nulla fosse in conferenza stampa per rispondere alle domande dei giornalisti. Tre domande, per la precisione, anzi due (una viene rivolta a De Rosa): sui rapporti Ticino-Berna, sull’orientamento del Governo federale di fronte al dibattito interno alla Chiesa circa la nomina del vescovo di Lugano (eh?), sui passi compiuti e da compiere nell’ambito dei rapporti con l’ Europa. Fine. 

Il resto, semmai, viene delegato alle interviste individuali radiotelevisive. Niente di particolare, niente di diverso dal solito, niente di rimarcabile. Niente che non sia noto e che non appaia come la classica velina da cui cavare, nelle ore successive, qualche articoletto riassuntivo di cronachisti e notisti politici.

Eppure, una domanda resterebbe, come usa dire, “in canna”, sospesa nell’aria rarefatta di Palazzo delle Orsoline: qualcosa di questo tipo: “Onorevole Cassis, siamo qui in conferenza stampa, chiamati, come giornalisti, a riferire su quanto ci avete detto, e a porre delle domande: pensa che stiamo tutti perdendo tempo? Ritiene di poterci ribadire che senza il nostro lavoro lei vive molto meglio ed è tre volte più in forma”? (per la cronaca, non sembrerebbe).

Proprio impossibile, o sbagliato, immaginare che qualcuno potesse porre una domanda del genere?

Forza e coraggio, colleghi e colleghe!


Deriva autoritaria in Macronia

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Come da manuale, l’irruzione è stata fatta all’alba. Alle sei del mattino degli agenti della Direzione generale della sicurezza interna (DGSI) – i servizi segreti francesi – sono sbarcati a casa della giornalista Ariane Lavrilleux. Per dieci ore hanno setacciato l’appartamento marsigliese della donna. Tutti i dati presenti sui computer e sui telefonini sono stati aspirati con l’aiuto di esperti informatici. Arianne Lavrilleux e poi stata portata in commissariato dove è stata segregata per oltre un giorno in una cella prima di venire finalmente liberata dopo un lungo interrogatorio.

La colpa della giornalista? Un’inchiesta esplosiva, pubblicata nel novembre 2021 dal sito investigativo Disclose, sulle derive della collaborazione “antiterrorista” tra la Francia e l’Egitto. Un lavoro giornalistico di grande impatto che ha svelato le complicità dello Stato francese in alcune esecuzioni arbitrarie commesse nel deserto egiziano. Anziché aiutare a prevenire le infiltrazioni jihadiste, le informazioni fornite dalla Francia sono state utilizzate dal regime di Al Sisi per eliminare dei civili. Malgrado le note interne (pubblicate da Disclose) che allarmavano sui rischi di questa collaborazione, Parigi ha continuato a rifornire il Cairo di dati privilegiati.

A seguito di questo articolo, e dopo una denuncia del Ministero delle forze armate, in Francia è stata aperta un’inchiesta per “compromissione del segreto di difesa nazionale”. Ed è proprio nell’ambito di questa procedura che la giornalista è stata perquisita e arrestata. Obiettivo: confermare l’identità della fonte all’origine dell’inchiesta. Secondo le Monde, un ex funzionario del Ministro è già finito sotto inchiesta. L’uomo non potrà beneficiare dello statuto di whistleblower, in quanto l’apposita legge sui lanceurs d’alerte esclude dal suo perimetro i segreti della difesa nazionale.

La vicenda ha sollevato l’indignazione nel mondo del giornalismo d’inchiesta francese e nelle ONG attive a favore della libertà di stampa come Reporter sans frontières. In una lettera, una quarantina di testate tra cui Mediapart e le Monde hanno denunciato una “situazione gravissima” e un “attacco senza precedenti contro la professione e il segreto delle fonti”. Protezione delle fonti che per la Corte europea dei diritti dell’uomo sono “una pietra miliare della libertà di stampa”. Un principio sacro santo, conquistato e ancorato nelle carte deontologiche, la cui violazione è il simbolo dell’inquietante deriva antidemocratica della Francia di Emmanuel Macron.

Incalzato dai giornalisti, il portavoce del Governo, Olivier Véran, non ha potuto mascherare il suo imbarazzo. Dopo il classico no comment sull’arresto di Ariane Lavrilleux, ha invitato i reporter a contattarlo ulteriormente per parlare di “libertà di stampa nel nostro paese, quello dei diritti dell’uomo”. Peccato che in questo paese gli attacchi alla libertà di stampa non sono certo isolati. Come ribadito nella lettera a sostegno di Ariane Lavrilleux siamo “in un contesto di moltiplicazione delle procedure contro i giornalisti negli ultimi anni”. Nel 2019, diversi giornalisti che lavoravano sulla vendita di armi da parte della Francia sono stati convocati per essere interrogati da agenti dell’intelligence. Sempre nel 2019, gli uffici di Mediapart hanno subito un tentativo di perquisizione nell’ambito dell’affare Benalla, dal nome del collaboratore responsabile della sicurezza dell’Eliseo incriminato per aver fermato illecitamente dei manifestanti. Il tentativo di perquisizione era stato fermamente condannato, tre anni dopo, da un tribunale. È di qualche giorno fa, invece, la notizia della convocazione di tre giornalisti di Libération da parte della polizia giudiziaria di Lille. I tre reporter sono gi autori di una serie di articoli sulla morte di un giovane, ucciso da un poliziotto delle Brigate anticriminalità (BAC). La direzione di Libération ha sottolineato “un nuovo tentativo d’intimidazione di giornalisti”.

Nella Francia del liberale Emmanuel Macron, insomma, la libertà di stampa è sempre più in crisi. Tanto più che la professione è già messa a dura prova dall’avanzata incontrastata del miliardario ultraconservatore Vincent Bolloré, ormai proprietario di un impero mediatico al cui comando editoriale ha piazzato capitani vicini alla peggio destra. Emblematico il caso dello storico settimanale Journal du Dimanche che, acquistato da Bolloré, è stato affidato a Geoffroy Lejeune, amico di Eric Zemmour, ed ex direttore del settimanale di estrema destra Valeurs actuelles. A poco è servito l’encomiabile e lungo sciopero della redazione andato in scena quest’estate.

Ma nella Macronia non è solo la stampa a soffrire. A fine giugno, il movimento Soulèvements de la Terre, molto attivo nella lotta contro i mega bacini idrici destinati all’agro-industria, è stato sciolto dal Consiglio dei Ministri. L’accusa è quella di minacciare la sicurezza pubblica. La decisione di sciogliere il movimento ecologista è stata sospesa da un tribunale in agosto. Sempre in giugno, un tribunale amministrativo si era rifiutato di rinnovare l’”accreditamento” ad Anticor, associazione fino ad allora autorizzata a intraprendere azioni legali in casi di presunta corruzione. Anticor aveva ad esempio presentato la denuncia che ha portato all’incriminazione del segretario generale dell’Eliseo. Sembra l’Ungheria di Orban, ma è la Francia di Macron.

Il Presidente dallo sguardo docile fa sempre più uso della forza. Le manesche repressioni dei Gilet Jaunes, delle manifestazioni contro la riforma pensionistica o dei disordini nelle banlieue di quest’estate hanno segnato un crescendo di violenze da parte dello Stato. La polizia ha sempre più potere, anche politicamente. E intanto continua a sparare. E ad uccidere. Sono 38 le persone uccise dalla polizia nel 2022. Erano 52 nel 2021. A cui vanno aggiunte le decine di persone ferite gravemente dai sempre più utilizzati proiettili di gomma. A riguardo, Amnesty International ha dovuto chiedere alla Francia di sospendere l’uso dei proiettili di gomma e vietare le granate esplosive contenenti gas lacrimogeno durante le proteste. Una deriva poliziesca – contro cui in migliaia sono scesi in piazza questo fine settimana – che fa da contraltare ad una politica neoliberale che sotto l’era Marcon non ha fatto che acuire le tensioni sociali.

Nell’immagine: illustrazione dal sito di Disclose


Contro il pensiero unico

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Di Maura Gangitano. La Repubblica

Se c’è una cosa su cui sembra che tutti in Italia siano d’accordo, è il cattivo stato di salute del dibattito pubblico. Non si può più dire niente, gli altri non accettano il contraddittorio, è l’epoca del pensiero unico e ideologico, non c’è verso di creare una discussione reale intorno ai temi caldi di questo tempo. Che l’unica cosa su cui si è d’accordo sia questa, dovrebbe forse accendere un campanello d’allarme. Davvero a non riuscire ad ascoltare sono sempre gli altri? E se gli altri, “la gente”, fossimo anche noi? Sarebbe il caso, infatti, di guardare le cose con un po’ più di sincerità, e anche con un senso di urgenza: che non ci si riesca a capire e che ognuno chiuda la porta a prospettive diverse dalle proprie è indubbio, ma in qualche modo è necessario provare a confrontarsi, se non altro perché viviamo tempi tutt’altro che luminosi. 

I cambiamenti climatici, la transizione energetica, la crisi della democrazia liberale, le diseguaglianze sociali, il lavoro, le discriminazioni sono questioni su cui vanno operate scelte che non si possono continuare a rimandare, e chiudersi nella propria opinione non solo è inefficace, ma rappresenta l’incapacità di pensare sul serio. 

La parola “pensiero” viene dal latino pensum, e anticamente indicava un certo quantitativo di lana grezza che veniva pesata e passata alle filatrici, che avevano il compito di sgrezzarla e filarla. Il pensiero, quindi, non viene dall’astrazione, ma da una tecnica manuale precisa e profondamente collegata alla materia. 

Il pensiero ha un peso e una consistenza, e per affinarlo servono esperienza, impegno e tempo. Il pensiero non nasce perfetto ma va trattato, scomposto. Questa operazione richiede discernimento, cioè la capacità di separare ciò che è vero da ciò che è falso. Riuscire a pensare nel contemporaneo, dunque, significa recuperare questa dimensione concreta applicandola a questioni su cui non è possibile dare risposte semplici, ma che molto spesso presentano grovigli e matasse difficili da sciogliere. 

Del resto, Francis Scott Fitzgerald diceva che l’intelligenza sta nella capacità di tenere in mente due idee opposte nello stesso tempo; questo, però, non significa non prendere posizione o sostenere che tutti abbiano più o meno le stesse ragioni nel sostenere idee diverse. Al contrario, significa pensare che le risposte alle domande complesse non possano essere immediate. Non ha senso aderire a una tifoseria, perché pensare non ha a che fare con la fede ma con la pratica. Nell’orizzonte dei principi democratici, sarebbe necessario ascoltare le idee altrui con carità interpretativa, cercando di comprendere cosa l’interlocutore sta dicendo e prendendolo sul serio, cioè ritenendolo credibile. Laddove ritenerlo credibile, di nuovo, non significa essere d’accordo, dargli ragione o smettere di esprimere il proprio punto di vista. 

Perché ci sia carità interpretativa, però, occorre che ci siano lealtà e cooperazione: serve, in altre parole, avere l’interesse comune di capire insieme il fenomeno di cui si parla, il tema oggetto di discussione, senza voler delegittimare o zittire l’interlocutore. Ciò che accade oggi, al contrario, è proprio il tentativo costante di silenziamento e la relativa semplificazione delle posizioni. Eppure non esistono verità assolute quando parliamo di questioni contemporanee, ma solo la disposizione a filare il pensum tutte le volte che serve. 

Se parliamo di sostenibilità, per esempio, dobbiamo tenere insieme gli aspetti ambientali con quelli economici e sociali, l’effettiva applicabilità delle pratiche e la contezza che le scelte più sostenibili non sono sempre quelle più ovvie, e che i dati che raccogliamo oggi potrebbero già domani prestarsi a tutta un’altra interpretazione. 

Torniamo al lavoro delle filatrici: quell’opera di raffinamento del pensum era un’opera collettiva, eppure nel corso del tempo ci siamo convinti che si pensa bene solo se si pensa da soli. L’immagine più forte è quella del Pensatore di Auguste Rodin, l’opera del 1886 che in origine ritraeva Dante davanti alla Porta dell’Inferno, e che solo dopo divenne l’immagine simbolo del pensiero dell’uomo moderno. A guardare quella scultura, sembra che pensare sia un processo duro, faticoso, solitario, e che solo così sia possibile giungere alle grandi verità elaborate dai filosofi della storia. Chi pensa bene è l’uomo nell’alto castello, chiuso tra le pareti di una biblioteca, fermo in attesa di essere colpito dal pensiero. 

Eppure, quando parliamo di pensare parliamo di movimento, intreccio, mescolanza. Il Pensatore che medita in solitudine, con il corpo tutto rivolto verso se stesso, può essere un momento del pensiero, che però poi ha bisogno del dialogo per essere davvero raffinato, compreso, filato. Il grande interrogativo, quindi, è capire quali possano essere i luoghi in cui incontrarsi e prendersi tutto il tempo che ci vuole per pesare, sgrezzare e filare pensieri comuni. Perché questo accada, però, dobbiamo tornare a credere che dall’esercizio del pensiero possa derivare una vera azione efficace. Nella direzione, per quanto possibile, del bene comune. 

Nell’immagine: il Pensatore di Rodin


Quando della violenza si fa spettacolo

È l’ultima del governo Meloni: se il migrante irregolare non vuol finire in un centro di raccolta chiuso da filo spinato e alta sorveglianza, può versare allo Stato 4.930 euro; vergognosa e immorale tangente in cambio di libertà 

Continua la spettacolarizzazione della violenza. Anche sui nostri media, dove non ci si deve guadagnare lettori ballando sui cadaveri, per rubare la scena a concorrenti non meno spietati. Una spettacolarizzazione fatta di parole e di immagini. 

Immagini di guerra, per la maggiore. Basta farsi un giro online (evitiamo di indicare autori e testate – non ci interessa puntare il dito, d’altronde sembra che non si possa risparmiare nessuno, nemmeno noi, oggi). 

Una fotografia su tutte è girata in questi giorni, in Ticino e altrove, sembrerebbe ovunque: l’abbiamo scaricata sul desktop e fatichiamo a guardarla per potervela descrivere senza farci contorcere le viscere, senza sentire male nell’anima, senza intuire un dolore interno, al cervello. 

Alle fiamme che stanno sullo sfondo, quelle che lambiscono un immobile già in macerie, siamo abituati, ormai. Alle carcasse delle auto ridotte in scheletri neri di ferro carbonizzato, pure. Il militare in grigioverde, chi ci fa più caso? Sorprende già di più il soldato a torso nudo che sta in secondo piano, ed è ciò che attira, creando la devastante trappola, dato che a quel punto, si entra nel raggio di percezione dello sguardo periferico. E là, a terra, il corpo di un uomo. Un cadavere. E siam qui a far fatica a dirlo. Perché dicendolo, ci costringiamo nostro malgrado a entrare a far parte della spettacolarizzazione del male. Una lotta a un “malandazzo” retorico, combattuta con la stessa iperbole drammatica. E pertanto ci scusiamo. Certi che violentare la mente di un lettore, non salverà tanti uomini e donne e bambini che vengono trivellati (altra spettacolarizzazione: ci scusiamo di nuovo).

Una retorica fatta questa volta di parole. Parole prestate a narrazioni agghiaccianti, come quelle – sempre sui nostri media – che si spendono per descrivere stupri, botte e altre violenze, perpetrati contro le donne, sempre fragili vittime, ma ancora più svilite facendo loro rivivere l’umiliazione, che non è data da quella vergogna di cui parlano i media, “la vergogna di sentirsi in colpa per non essere state capaci di evitarlo”, no, è la vergogna di mostrarsi di nuovo nude, di nuovo violentate, di nuovo impotenti, ma questa volta davanti allo sguardo di un pubblico: «Pilar lo guarda con gli occhi sbarrati. La bocca spalancata, il respiro affannoso. Lui le stringe le mani al collo mentre continua a insultarla. Lei (…) come un animale terrorizzato ha orinato per terra. (…). È una scena – terribile – del film spagnolo Ti do i miei occhi (Te doy mis ojos) che racconta di violenza domestica.», si leggeva qualche tempo fa in un articolo sempre apparso dalle nostre parti. È una scena di un film, è vero: ma bisognerebbe distinguere i ruoli, esiste la fiction, la narrativa, e poi esiste la realtà. Vergogna! Quella che prova una donna che ci è passata, e le tocca rivivere il tutto leggendo queste scene. Per non parlare di chi la “manda in vacca”: «La cultura dello stupro in salsa inglese», titolava un’altra testata. Vergogna! Per la derisione di chi fa parte di un circo, quello mediatico che sulle sofferenze sembra continuare a volerci campare.

Si riuscirà mai a tornare a un linguaggio, a una narrazione giornalistica più adeguata, più rispettosa del dolore delle vittime, che preservi anche i lettori più sensibili?

Nota della redazione

Gentile collega Manuela Mazzi,
la ringraziamo di averci inviato le sue riflessioni sull’uso a suo giudizio inopportuno, addirittura ingiustificabile e “vergognoso”, di immagini, parole, espressioni che ricorrerebbero sempre più frequentemente sui giornali, anche i nostri, nel riferire di episodi di violenza, che si tratti degli effetti della guerra (qualunque guerra) o di violenza sulle donne, e d’altro ancora. 

Abitualmente la redazione non risponde alle considerazioni presentate nella rubrica “Ospiti e opinioni”. Se abbiamo deciso di farlo in questa occasione è perché sappiamo che altri lettori, magari senza necessariamente lanciarsi in accuse così infuocate e sbrigative nei confronti dei media, possono a loro volta interrogarsi ed eventualmente condividere le preoccupazioni da lei sollevate. Certo, non escludiamo che sul mercato dei media vi siano un po’ ovunque testate giornalistiche che con eccessiva disinvoltura ed evidente compiacimento percorrono, senza troppo interrogarsi, la strada della spettacolarizzazione dei fatti violenti più gravi, nella convinzione, in realtà non sempre suffragata dai numeri, che questo approccio serva ad attrarre una più ampia platea di lettori o telespettatori. Approccio che assolutamente non apprezziamo.  

Non vorremmo tuttavia che si facesse confusione fra un uso deplorevole di immagini e descrizioni che colpiscono anche l’intimo delle vittime di un’aggressione, con quello che rimane comunque il dovere giornalistico di riferire a volte la cruda realtà, evitando che una cronaca asciutta e asettica, cloroformizzata e neutrale, non faccia cogliere al pubblico la sostanza brutale dell’accaduto. Ci devono essere momenti in cui questi fatti vanno raccontati per ciò che realmente sono e per ciò che concretamente producono sulle vittime e sulla società; facendo in modo che il pubblico non venga lasciato sempre in un limbo di sole ipotesi e presunzioni, in un immaginario anestetizzato, e mai messo di fronte alla dura realtà, come se questo tipo di ‘tutela’ aprioristica non possa essere a sua volta dannosa e fuorviante. 

Dunque: non è certo il caso che un quotidiano esca ogni giorno con una o più foto strazianti, o che un TG mostri ad ogni edizione le riprese dei corpi lacerati da combattimenti e bombardamenti,  sarebbe del resto una ripetitività che avrebbe l’effetto di banalizzare eventi così tragici e in sostanza di allontanare il pubblico; ma certe riprese video che testimoniano e fanno ancor meglio capire cosa significhi l’assurdità della guerra, della sua ferocia, e delle sue nefaste conseguenze e in definitiva anche delle sue responsabilità, a volte vanno diffuse, non insistendo nella durata ed evitando le immagini più insopportabili.  È compito del/la giornalista trovare in entrambi i casi il giusto e non scontato equilibrio. 

Infine, una domanda che si pongono anche le redazioni: le vittime innocenti, sopraffatte, martoriate, eliminate, fatte sparire, avrebbero avuto oppure no il desiderio che certe scene che denunciano e inchiodano alle proprie responsabilità i loro  carnefici venissero mostrate, come prova della loro inenarrabile sofferenza e come monito per tutti? I milioni di prigionieri ebrei dei lager nazisti accompagnati alle camere a gas, sarebbero stati o non sarebbero stati d’accordo sulla necessità che il mondo li “vedesse”, nudi e indifesi, con i bambini spaesati a fianco, avviati verso il patibolo delle camere a gas? Come atto di denuncia e prova inappellabile di quanto accadde, mentre siamo ancora confrontati ad uno stolto negazionismo del male assoluto? 

Aldo Sofia

Manuela Mazzi è giornalista e scrittrice
Nell’immagine: la fotografia citata nel testo


L’etica del viandante, secondo Umberto Galimberti

È l’ultima del governo Meloni: se il migrante irregolare non vuol finire in un centro di raccolta chiuso da filo spinato e alta sorveglianza, può versare allo Stato 4.930 euro; vergognosa e immorale tangente in cambio di libertà 

Perché nessuno pensa più alla rivoluzione e a cambiare il sistema – mentre la rivoluzione industriale oggi digitale ci rivoluziona incessantemente la vita, silenziosamente e a nostra insaputa – e ci adattiamo senza fiatare? Perché è diventato impossibile persino immaginare una semplice riforma (no, non la rivoluzione!) e una democratizzazione della tecnica e del capitalismo? Perché rivoluzionari e riformisti sono stati entrambi sconfitti dal tecno-capitale e la lotta di classe l’hanno vinta i capitalisti e oggi i gigacapitalisti? 

Molte le cause, ma una – che non prendiamo mai in considerazione, tanto siamo ormai assuefatti, pur essendo la causa fondamentale – la ricorda il filosofo Umberto Galimberti nel suo ultimo e magistrale saggio appena uscito per Feltrinelli: L’etica del viandante. Scrive Galimberti – in questa che è una sua ulteriore riflessione sul tema della tecnica e del suo potere sulla vita dell’uomo – e rimandiamo a Psiche e techne, del 1999: “A questo punto nessuna rivoluzione è possibile perché sia il servo sia il signore [cioè, sia il proletario sia il padrone, sia i ceti medi sia il borghese, la destra, per ovvie ragioni e purtroppo anche la sinistra] non sono più la controparte l’uno dell’altro, ma entrambi si trovano dalla stessa parte e hanno come controparte la razionalità del sistema economico e tecnico, che nessuno dei due mette in questione, perché non si dà altro mondo che non sia quello dischiuso da questa razionalità, che essendo da entrambi condivisa, annulla le differenze”. 

E cos’è questa razionalità che ci impedisce di immaginare alternative e che ha accomunato per tutto il Novecento sia il capitalismo sia il comunismo? È quella razionalità che parte con la rivoluzione scientifica del Seicento, con Galilei e con Bacone (scientia est potentia), con la tecnica che è poi l’essenza di questa scienza e che diventa sempre più volontà di potenza, perché si basa sul sempre di più (produzione e consumo), sull’accrescimento illimitato di sé (del mercato e del sistema tecnico e del profitto), dentro la quale razionalità siamo sempre più integrati; e che arriva appunto ad essere la nostra unica forma mentis, la nostra omologante way of life, tutto riducendo a merce e a profitto ma soprattutto a calcolo e a ricerca di una presunta efficienza sul modello delle macchine. 

E non è infatti questa razionalità che pre-determina il sistema produttivo e quello consumativo (oggi con gli algoritmi predittivi che ci portano a desiderare di consumare altro e di più – con il messaggio: potrebbe interessarti anche questo)? Non è questa razionalità che pre-determina i sistemi scolastici e formativi, dove si devono acquisire solo le competenze a fare (efficienza e calcolo e profitto, ancora) e mai invece la conoscenza per capire perché lo facciamo e perché lo dobbiamo fare solo in quel modo, senza cercare alternative, senza soprattutto capire che questa razionalità è del tutto irrazionale – vedi crisi climatica, che il sistema e i capitalisti e gli industriali e la finanza cercano invece di nasconderci? E non siamo forse diventati tutti capitale umano e risorse umane, cioè calcolabili, efficientabili, quindi organizzabili-comandabili-sorvegliabili? 

Razionalità ed efficienza, ma sulla base di quale scopo e di quale obiettivo? Nessuno, perché questa razionalità – continua Galimberti – non ha etica, è assolutamente avalutativa e non si propone alcuno scopo, ma persegue solo il proprio accrescimento. E noi umani, quanto più facciamo nostra – ci identifichiamo – con questa razionalità, sempre meno abbiamo scopi umani e sempre più siamo sussunti in questa razionalità, dove la tecnica non è più un mezzo, come era nel passato, nella libera disponibilità degli umani, ma il suo accrescimento (e quello del capitale) è diventato il nostro unico scopo/fine di vita. E abbiamo fatto nostro il mantra neoliberale del non ci sono alternative; e quello tecnologico per cui l’innovazione non si può e non si deve fermare – e se intanto muore la Terra, nulla ci deve importare e preoccupare, basta aspettare messianicamente che più tecnologia risolva i problemi creati dalla tecnologia (e dal capitale) e prima ancora dalla razionalità del tutto irrazionale che la domina.

E infatti, al punto in cui siamo arrivati, “le leggi di questa razionalità non appaiono più oppressive [come invece sono, perché modellizzano in modo eterodiretto i nostri comportamenti affinché siano funzionali al sistema, a prescindere dalla nostra consapevolezza e dalla nostra responsabilità verso le future generazioni], perché a opprimere” – a negare cioè la soggettività e la volontà e l’immaginazione che un tempo erano umane – “non è una volontà umana, ma una razionalità impersonale che, quando è interiorizzata indistintamente da tutti non viene neppure vissuta come opprimente, esattamente come i pesci nel mare non sentono la pressione dell’acqua. Ne consegue” – continua Galimberti – “che le leggi che presiedono a questa razionalità, per l’universalità con cui si impongono, appaiono non dissimili dalle leggi di natura […]”. E invece, non sono leggi di natura, anche se il sistema tecnico e capitalista – che vive e fa profitti grazie a questa razionalità – cerca di farcelo credere in tutti i modi, facendo ad esempio sembrare naturale ciò che in realtà è del tutto artificiale – esempio: il termine di ecosistema digitale, dimenticando che gli ecosistemi naturali cercano l’equilibrio, mentre quelli digitali producono incessantemente squilibrio.

La tecnica (e il capitalismo) dunque funziona e ci fa funzionare secondo le proprie logiche illogiche di accrescimento illimitato. E davanti a questa razionalità, l’etica – che era forma e senso dell’agire in vista di un obiettivo – diventa impotente. Predomina il fare per il fare, ed è “una pura produzione di risultati”.  E la tecnica “non è più un mezzo, ma un mondo”, cioè “la tecnica si è sostituita all’uomo, che ormai può scegliere solo all’interno delle possibilità che la tecnica rende disponibili” – e oggi siamo al machine learning, all’intelligenza artificiale che significano la totale alienazione e reificazione dell’uomo.

L’unica etica possibile, scrive allora Galimberti, è quella del viandante. Che si oppone al dominio sulla Terra perseguito dall’antropocentrismo (l’uomo appunto come signore e dominatore della Terra – qualcosa in realtà di antico e si riguardi Genesi), antropocentrismo che si conclude non troppo paradossalmente – essendo l’effetto della ragione strumentale – con l’annullamento totale dell’uomo stesso, ridotto appunto a mezzo al servizio della tecnica (e del capitalismo), vero soggetto della storia in quella età della tecnica (Galimberti) che noi chiamiamo Tecnocene. Una razionalità “la cui diffusione all’intero mondo equivale alla fine della biosfera”. Ci serve dunque passare dall’antropocentrismo al biocentrismo, come lo chiama Galimberti, capace di creare una etica planetaria “dove non l’uomo ma la vita della Terra diventi la misura ultima di tutte le cose”.

Un libro filosofico, forse non sempre facile e di cui ci siamo limitati a richiamare alcuni dei moltissimi spunti di riflessione. Ma assolutamente da leggere e rileggere, senza fretta, domani, dopodomani e dopo ancora, se vogliamo davvero capire chi siamo (uomini o macchine?) e dove siamo arrivati nella storia umana. Un invito che rivolgiamo soprattutto ai giovani, essendo Galimberti uno degli ultimi grandi saggi rimasti accanto a noi.

Nell’immagine: Umberto Galimberti


Orelli, il pensiero debole e la tolleranza

È l’ultima del governo Meloni: se il migrante irregolare non vuol finire in un centro di raccolta chiuso da filo spinato e alta sorveglianza, può versare allo Stato 4.930 euro; vergognosa e immorale tangente in cambio di libertà 

Forse mi è ancora lecito ricordare il filosofo Gianni Vattimo (di cui qui si è già sapientemente parlato), soprattutto per la sua presenza, incisiva e stimolante (anche perché sempre oltre l’economia) nella  rubrica televisiva “Micromacro” di Fabrizio Fazioli (che aveva pure per collaboratore prezioso Lelio Demichelis, ora docente di sociologia economica all’Università dell’Insubria), ma anche per avere presentato a Lugano un mio libricino, una raccolta di scritti, proposto per la stampa e voluto da Giovanni Orelli  con Stefano Vassere editore (“Dagli asparagi all’eternità – Brevi storie di economia ordinaria”, Messaggi Brevi 2001).  

A dire il vero mi imbarazza ancora quest’ultimo ricordo: avere un sì grande e importante filosofo (ed anche un corrosivo politico sulla scena italiana) a parlare di un libricino di periferia, non certo esaltante o meritevole, segnava uno squilibrio che poteva essere fatalmente interpretato come presunzione o sfrontatezza da parte mia. O che forse c’entrava solo una benevola e arrendevole amicizia. Eppure, con grande disponibilità e umiltà, Vattimo seppe cavare, cominciando dal titolo, quel poco di filosofia economica-umanistica annidata qua là in qualche scritto. Voleva farci capire, come ripeteva anche un mio caro professore, che molto probabilmente aveva incrociato all’università di Heidelberg: “nur Oekonomie ist keine Oekonomie” (solo economia non è l’economia).

Pre-giudizi

Vattimo era arrivato sull’onda del suo “pensiero debole”, era l’uomo o il filosofo del “pensiero debole”. E non si mancò di parlarne durante la cena, con la curiosità (o direi, con una parolona, con l’abilità maieutica) di Giovanni Orelli. Perché debole? Perché nessuna forma di pensiero è in grado di esprimere una verità assoluta (come pretendeva la metafisica). Perché l’uomo (e qui appariva l’ispiratore Heidegger) è un essere immerso nel mondo, in una determinata epoca storica, in una particolare cultura e tradizione, fattori che condizionano la sua comprensione dell’essere e dai quali non può prescindere. E quindi non si dà una lettura della realtà valida per tutti, perché ciascuno giudica a partire dai propri pre-giudizi, che sono poi i condizionamenti culturali in cui ciascuno è nato e cresciuto. Pre-giudizi da cui non si può prescindere, ma occorre perlomeno “starci nel modo giusto”. 

Il modo giusto

C’era insomma tutto quanto dimenticano spesso gli economisti nelle loro analisi o nelle loro matematiche o algoritmiche leggi di mercato o finanziarie, e in particolar modo i politici, fosse solo perché nei pre-giudizi ci sguazzano e finiscono per farne il miglior letame della politica, come si sente in questi giorni.

Già, ma quale è il “modo giusto”? Il modo giusto è quello di mettere a confronto la propria visione del mondo in un dialogo continuo con la visione del mondo degli altri. Non con l’atteggiamento di chi vuol vincere la partita, di chi si limita ad accusare l’altro di “ideologismo”, ma con la disposizione di chi si mette all’ascolto dell’altro con almeno quel pizzico di ipotesi che gli permette di ritenere che forse qualcosa di giusto, fors’anche di meglio o persino di utile ci può essere nell’altro. 

E questa è l’essenza della tolleranza. Che non va confusa con la buona educazione (che può essere ipocrisia o simulazione), anche se la tolleranza è comunque una conquista dell’educazione.


Montale traduttore di Shakespeare

È l’ultima del governo Meloni: se il migrante irregolare non vuol finire in un centro di raccolta chiuso da filo spinato e alta sorveglianza, può versare allo Stato 4.930 euro; vergognosa e immorale tangente in cambio di libertà 

La vasta attività traduttoria di Eugenio Montale fu suggerita spesso da esigenze economiche, almeno fino all’impiego definitivo presso il «Corriere», avvenuto nel 1948. Il 1948 è l’anno in cui il poeta raccolse le sue versioni poetiche in un Quaderno di traduzioni, poi riproposto con aggiunte nel 1975. Vi figuravano, tra gli altri, Blake, Dickinson, Melville, Pound, Joyce, Eliot, oltre a Guillén e Kavafis. E c’è anche una scelta di sonetti di Shakespeare.

Ma Montale ebbe anche a che fare con il teatro scespiriano. Le traduzioni di Timone d’Atene, Racconto d’inverno, La commedia degli errori e Amleto, risalenti agli anni tra il 1939 (Montale era stato appena allontanato dalla direzione del Gabinetto Vieusseux) e il 1947, erano destinate a un’edizione Sansoni.  Nel 1949, Amleto, che Montale cita tra i testi più congeniali mai tradotti, venne pubblicato dall’editore milanese Cederna. 

Il quinto incontro con il teatro di Shakespeare è del 1953, quando dal Piccolo Teatro di Milano arriva a Montale la richiesta, firmata Paolo Grassi, di approntare una nuova versione del Giulio Cesare per uno spettacolo autunnale. È il 19 agosto, Montale si trova a Venezia come giurato della Mostra del Cinema e cerca di trattare sui termini di consegna, strettissimi. Si giunge a un accordo che prevede i primi 4 atti per il 10 ottobre e il quinto entro il 15-16 a prove già avviate. Il lavoro arriva puntuale, anche grazie al contributo di versioni precedenti (tra cui quella di Cesare Vico Ludovici, amico del poeta, e quella francese di Victor Hugo). 

 

Ora il Giulio Cesare montaliano, rimasto inedito, esce nella collana fondata da Maria Corti, «Biblioteca di Autografo» (Interlinea editore), a cura di Luca Carlo Rossi. Nei primi sei anni di vita (già eccezionali) del Piccolo, Paolo Grassi e Giorgio Strehler si erano avvalsi, tra l’altro, di quattro traduzioni scespiriane di Quasimodo. 

Il 20 novembre 1953 Montale assiste alla prima del Giulio Cesare e pochi giorni dopo, sollecitato da Grassi, esprime la sua opinione per lettera complimentandosi per il successo e salvando la regia («degna di Strehler»), ma dicendosi poco convinto di Giorgio De Lullo nelle vesti di Antonio: «Non ha nulla di furbo e di machiavellico; si presenta sin dall’inizio così fiero e aggressivo che non si comprende come mai i congiurati lo lascino in vita». Dubbi anche sul Bruto interpretato da Tino Carraro («scialbo») e su Arnoldo Foà (Cassio), «a tratti efficace ma diseguale». Critiche, infine, all’acustica («Sotto il capannone almeno metà delle parole sono andate perdute»). 

Di certo Montale, pur consapevole delle esigenze della messa in scena, non dovette essere lieto delle modifiche apportate al suo testo durante la lavorazione: del resto aveva già avuto da ridire sulla «malattia del copione dilagante nel teatro italiano», cioè sulla sopraffazione subìta in genere dai testi letterari in nome dello spettacolo. Resta pur tuttavia, come mostra la breve indagine stilistica di Rossi (che ha lavorato mettendo a confronto le varianti dei diversi copioni, compreso quello conservato al Piccolo), il timbro inconfondibile del poeta anche nel testo tradotto. E quando Cassio dice: «Dimmi, amico Bruto… puoi tu vederti in viso?», viene in mente la chiusa dell’Anguilla: «puoi tu / non crederla sorella?». 

Articolo scritto per Il Corriere della Sera


Giorgio Napolitano il “migliorista” e il più liberale dei comunisti italiani

È l’ultima del governo Meloni: se il migrante irregolare non vuol finire in un centro di raccolta chiuso da filo spinato e alta sorveglianza, può versare allo Stato 4.930 euro; vergognosa e immorale tangente in cambio di libertà 

Due giudizi americani riassumono in buona parte il profilo di Giorgio Napolitano. Il primo: “E’ il mio comunista preferito”, disse di lui Henry Kissinger. Il secondo: “Ecco re Giorgio”, scrisse il New York Times. Ed entrambi i pareri contrariarono sia a sinistra che a destra.

Per non pochi compagni, il complimento dell’ex segretario di Stato americano – che tra l’altro aveva sostenuto fattivamente il golpe fascista di Pinochet che in Cile eliminò Salvador Allende – confermava i peggiori sospetti sulle ‘deviazioni’ di un personaggio troppo cangiante e che ormai aveva poco a che fare con le truppe di ‘bandiera rossa’. Il secondo, in cui si riferiva anche alla “sua sovrana capacità di salvare la democrazia”, irritò invece una destra italiana che gli rimproverò sempre di aver superato i confini del suo ruolo di garante, per imporsi come protagonista attivo della politica nazionale. 

Valutazioni contrapposte di un uomo che aveva a lungo servito il PCI dopo essere stato, giovanissimo durante il ‘ventennio’, iscritto alla gioventù universitaria fascista, non proprio un’eccezione per diversi futuri dirigenti del partito (Ingrao, l’esempio più noto). Ma è in quella traiettoria, apprezzata o meno, che si colloca l’approdo del brillante giurista campano al ruolo di statista nell’Italia repubblicana. E del “primatista” che fu in politica: primo comunista ad ottenere il visto per gli Stati Uniti, il primo nel partito a cercare un rapporto meno conflittuale con i socialisti per superare la storica scissione di Livorno, il primo “rosso” ad essere eletto presidente della Repubblica, e ancora il primo che un’intera classe politica – in ginocchio a causa della propria inettitudine e del proprio fallimento –  praticamente implorò di farsi rieleggere per un secondo settennato, fino ad allora un inedito nelle vicende del dopoguerra. 

Non che il rappresentante della destra del PCI comunista, convinto della sua scelta ideologica non lo fosse mai stato. Scelto da Palmiro Togliatti fra i futuri dirigenti del più forte partito della sinistra rivoluzionaria in Europa, Giorgio Napolitano condivise (1956) anche il sostegno all’intervento armato sovietico nell’Ungheria in rivolta contro l’URSS, affermando che l’attacco al comunismo era l’espressione di un inaccettabile indebolimento del campo sovietico nello scontro (pur pacifico, almeno in Europa) con l’Occidente capitalista. Posizione per la quale, più tardi, fece abbondante e tormentata autocritica. Era del resto, anche in quella prima fase di convinzioni poi smentite, un allievo di un altro Giorgio: il Giorgio Amendola, ex partigiano che aveva conosciuto il carcere mussoliniano, un padre democratico-liberale aggredito e pestato sul Lungotevere dalle squadracce fasciste, l’Amendola che aveva coniugato l’idea comunista a quella della moderazione tattica e programmatica. L’allievo Napolitano si spinse ben oltre. Tanto che un suo fedele ex consigliere diplomatico confessa oggi: “Non osai mai chiedergli se avesse creduto davvero di essere comunista”. 

Ora qualcuno ha scovato, per definirne la posizione, l’aggettivo ‘atarassico’, stato di sereno distacco una volta compiute con convinzione le proprie scelte di vita. In realtà, a lungo uomo di confine, Giorgio Napolitano maturò negli anni una convinzione che così definì: “Il punto naturale d’arrivo del nostro comunismo non può essere che il campo progressista” (in sostanza socialdemocratico): e ancora non era nato l’euro-comunismo di Enrico Berlinguer (chi lo ricorda ancora?), la convinzione che fosse preferibile la protezione della NATO rispetto a quella del Patto di Varsavia (bestemmia per i pacifisti anti-atlantici odierni), e la ricerca di larghe intese anche con il centro democristiano (poi diventato passeggero  ‘Compromesso storico’ anche contro il terrorismo brigatista) che la “lezione cilena” aveva impartito ai movimenti della sinistra più progressista. 

Fu proprio Berlinguer (preferito a Napolitano nella successione a Longo alla segreteria del partito) il suo principale antagonista interno. Berlinguer non lo emarginò, gli attribuì incarichi ancora importanti a livello parlamentare e di rappresentanza del partito (soprattutto in politica estera), ma di Napolitano contrastò la linea del “migliorismo”: in realtà una sorta di dileggio da parte di chi riteneva che si dovesse procedere sulla strada rivoluzionaria del rovesciamento del modello di sfruttamento capitalistico e non su quella di un pragmatico ma semplicistico e inattuabile “miglioramento” del  sistema. Altra peculiarità di Giorgio Napolitano, il tentato avvicinamento fra PCI e PS craxiano, in nome di una sinistra capace di ritrovare unità e alleanza: il futuro “King George” arrivò persino, in una infuocata assemblea della direzione, a criticare il discorso di Berlinguer sulla “questione morale” (bersaglio principale i socialisti), denunciandone addirittura sull’Unità, quotidiano del PCI, la sostanza settaria e il pericolo di un autolesionistico isolamento. Dirà la Storia se in tutto questo (approdo social-democratico e rischio di autolesionismo) non abbia avuto ragione. 

La rottura definitiva anche del futuro capo dello Stato con Bettino Craxi arrivò inevitabilmente nella stagione di “Mani Pulite” e della conferma della diffusa corruzione della politica. Anche perché nel suo famoso intervento parlamentare in difesa del finanziamento illecito dei partiti (“siamo tutti colpevoli”), il leader socialista al tramonto, in Aula si rivolse  proprio a Napolitano, chiedendosi e chiedendogli se, anche come ministro degli interni, non si fosse mai accorto dei finanziamenti arrivati ai comunisti dai partiti fratelli del blocco sovietico.  Ma ormai Giorgio Napolitano, agli interessi di bottega, anteponeva lo Stato e l’Europa. Figura sempre più istituzionale, affrancato, anche secondo molti rivali, dalle sue radici ideologiche. Per cui, quasi inevitabilmente, è il suo nome che venne proposto quando, nel maggio 2006, la sinistra ebbe i numeri per segnalare con successo la sua candidatura e la possibilità di avere un suo presidente della Repubblica. E la sua prima tappa ufficiale fu a Ventotene, l’isola da dove Spinelli e Rossi avevano lanciato il loro manifesto per l’unità europea. 

Fra tangentopoli, progressive fragilità sociali ed economiche (2006, inizio della crisi finanziaria partita dagli Stati Uniti), fine prematura di troppi governi, nemmeno per lui furono anni agevoli. In particolare, fece molta fatica ad accettare l’anti-politica arrivata con i ‘vaffa’ di Grillo e dei Cinque Stelle, che arrivarono a chiederne le dimissioni. E quando nel 2013 gli chiesero cosa ne pensasse del boom elettorale dei pentastellati – quelli della prima ora, apparentemente lontani dalla “normalizzazione” arrivata non molti anni dopo –  rispose irritato: “Quale boom? Per me esiste solo il boom economico”. 

Tuttavia la sua autorità prevalse. Fin quando, nel 2015, un parlamento che non era riuscito a trovargli un successore in cinque votazioni consecutive (compreso il siluramento della candidatura di Romano Prodi proprio per mano dei famosi 101 contrari voti scagliati in gran segreto dall’interno del PD) si rivolse ancora a lui, ormai ultraottantenne, supplicandolo e ottenendone il bis, prima rielezione di un presidente repubblicano. Un terremoto, anche per il durissimo, indimenticabile discorso che Giorgio Napolitano rivolse a deputati e senatori, apparentemente stregati e convinti della sua tirata d’orecchi.  Accusati, gli onorevoli, di “colpevoli omissioni e inadempienze”, di incapacità di dialogare per il bene del paese, e di aver portato il paese sull’orlo del baratro. Interrotto dai continui insistiti applausi (grillini esclusi) con cui la stessa assemblea bersaglio dell’implacabile attacco presidenziale benediva quella inesorabile lezione. Supremamente irreale, roba da mega-seduta psicoanalitica. “Ma che questi vostri applausi non si trasformino in auto-assoluzione”, sibilò Napolitano. 

Applausi scroscianti pure da parte di Silvio Berlusconi e del suo PDL, anche se nel novembre 2011, dopo un vertice UE a Nizza (quello dei sorrisini di Merkel-Sarkozy), summit che aveva denunciato l’insostenibile pesantezza del debito italiano provocato dalla politica finanziaria del governo, convinse prima il cavaliere alle dimissioni (offesa mai dimenticata a destra), e poi il parlamento ad accettare un nuovo governo guidato da un tecnico, Mario Monti (forzatura nemmeno troppo apprezzata dal centro-sinistra, secondo i sondaggi in  grado di imporsi in votazioni anticipate). Mettiamoci anche le accuse rivoltegli da chi lo ha considerato un attivo sostenitore della guerra contro Gheddafi (a cui Berlusconi aveva baciato le mani), e avrete quella miscela di rabbia e autentiche oscenità vomitate durante la sua agonia sui social, e da cui persino Fratelli d’Italia ha preso ufficialmente le distanze. Anche se poi il messaggio di cordoglio meno appassionato è venuto naturalmente proprio da Giorgia Meloni, che ancora cinque anni fa, solitaria e baldanzosa leader dell’unica opposizione alla lunga stagione dei governi non eletti, se ne uscì con parole infuocate: “Il lavoro di Giorgio Napolitano non ha fatto bene all’Italia; a lui piace un paese in cui i cittadini contano poco; fa parte di un’élite che in Europa ritiene che il popolo sia bue”.  Deriva del dibattito politico nazionale che lo stesso Napolitano aveva previsto e denunciato con largo ma inascoltato anticipo. Forse anche per questa testarda e infausta sordità, oltre che per le fatiche dell’età avanzata, decise di anticipare la sua uscita di scena: aveva capito che la classe politica, non ascoltando la sua supplica e i suoi ammonimenti, si era già ampiamente auto-assolta e affrontava i nodi del Paese con la solita inconsistenza.  

Confermata, del resto, dal fatto che anche al suo successore Sergio Mattarella tocca affrontare un secondo mandato. Ulteriore paralisi istituzionale dovuta stavolta soprattutto ai pasticci e alle incoerenze di Matteo Salvini, il ‘faso tutto mi’ affondato nei suoi dilettantistici  giochi di potere e nella sua grossolana incapacità. Fino al primo governo eletto dopo un decennio. Quello della destra-destra, portata a Palazzo Chigi da un corpo elettorale (sempre più disaffezionato alle urne) deluso e irritato. Poche volte si era rivisto Giorgio Napolitano al suo scranno di senatore a vita. Sicuramente preoccupato delle derive messe in atto, soprattutto in fatto di diritti, dal post-fascismo. Ma, chissà, forse sollevato per non dover essere lui, il “comunista più liberale”, a dover affrontare dal colle del Quirinale un nuovo che sa troppo di vecchio.


Pedofilia nella chiesa, cambierà qualcosa?

È l’ultima del governo Meloni: se il migrante irregolare non vuol finire in un centro di raccolta chiuso da filo spinato e alta sorveglianza, può versare allo Stato 4.930 euro; vergognosa e immorale tangente in cambio di libertà 

Finora in Svizzera, quando affiorava qualche caso di abuso – nonostante i sistematici occultamenti – si parlava di eccezioni, di poche mele marce. Invece, malata è proprio la pianta su cui sono cresciuti. Cosa accadrà ora? Si metterà finalmente in discussione la rigida struttura gerarchica, patriarcale e autoreferenziale del potere nella Chiesa? Oppure ancora una volta avrà ragione il Gattopardo? “Perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi”?

L’ampiezza dello scandalo emerso con il rapporto dell’Università di Zurigo sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica svizzera sembra suscitare stupore anche in chi sapeva bene da decenni come stanno le cose. Ora si ammette che col rapporto è emersa solo la punta dell’iceberg, però la sua dimensione la si poteva intuire sin dalle prime indagini già svolte in molti altri paesi. Non bastavano questi segnali per cambiare rotta? Si pensava forse che la Chiesa cattolica svizzera fosse diversa dalle altre? 

Prendiamo ad esempio lo scandalo della pedofilia nella Chiesa cattolica americana scoppiato dapprima a Boston già nel 2002. Per anni centinaia di preti pedofili venivano spostati di parrocchia in parrocchia dai loro superiori lasciando uno strascico di traumi e sofferenze nei numerosi bambini abusati. Le piccole vittime hanno raramente la forza di parlare in famiglia delle molestie e violenze subite, e ancor meno di denunciarle alla giustizia. Ma quando i fatti affioravano, le autorità ecclesiastiche proponevano alle famiglie di regolare le cose con discrezione all’interno della Chiesa. Mediante patteggiamenti segreti, la Chiesa le risarciva economicamente a condizione che non parlassero mai a nessuno dei crimini subiti. Ma poi il bubbone scoppiò e vennero a galla le responsabilità della gerarchia ecclesiastica e le sue connivenze “omertose” con autorità giudiziarie, avvocati, politici e polizia. Un meccanismo ben illustrato nel film “Spotlight” di Michael Keaton, Oscar 2016.

Si capisce che la piaga non riguarda solo alcune parrocchie bensì coinvolge le autorità ecclesiastiche fino ai vertici. L’alto rappresentante del Vaticano negli Stati Uniti che era stato incaricato in precedenza di indagare sul fenomeno, quando ne scoprì l’ampiezza e ne denunciò la gravità con un circostanziato rapporto, fu rimosso dall’incarico e degradato a semplice cappellano nell’aviazione militare. Il suo rapporto finì in un cassetto a Roma. Non sorprende dunque che Papa Giovanni Paolo II offrì una carica onorifica in Vaticano al cardinale Bernard Law di Boston, prima che fu costretto a dimettersi perché colpevole di aver sistematicamente coperto gli abusi dei suoi sacerdoti. 

Alla morte di Papa Wojtyla, nel 2005, uno dei primi cardinali chiamati dall’allora cardinale Ratzinger a dire una messa solenne in suo onore fu proprio ancora Law. In quell’occasione a nulla valsero le proteste del New York Times e delle numerose vittime, ormai adulte, accorse a Roma proprio per opporsi a questa discutibile scelta. Papa Ratzinger ha poi avuto il merito di stigmatizzare pubblicamente lo scandalo della pedofilia nella Chiesa, ma per risanare la piaga ci voleva ben altro. Il meccanismo era diffuso, continuava a riprodursi e questo spiega perché nel 2010, a proposito degli abusi sessuali del prete di Gordola (subito spostato in una parrocchia italiana dopo la condanna), il vescovo ticinese invocasse il perdono per quegli “sbagli”… mentre alla famiglia della vittima, una ragazza di 14 anni, rimproverava il fatto di aver denunciato il parroco alla giustizia invece di parlarne prima con lui. Solo “chiacchiere”?

Per comprendere le radici profonde del fenomeno è interessante la testimonianza di un parroco americano recidivo: sosteneva, a sua discolpa, che nei seminari la pedofilia si riproduceva di generazione in generazione come avviene nelle famiglie. In effetti è noto che sovente gli adulti autori di abusi sessuali in qualsiasi ambito, sono stati vittime a loro volta di ripetute molestie da bambini. Il celibato, che da secoli condanna i preti alla “miseria sessuale”, non è quindi l’unica spiegazione degli abusi. La pedofilia si riproduce nel tempo, nella società e anche nella Chiesa cattolica, perché è un crimine con un forte carattere patologico che comporta molto spesso ripetute recidive e proprio per questo, nei casi più gravi, porta all’internamento a vita. 

Difficilmente basta dunque un ammonimento o una condanna, per far sparire le fantasie perverse che spingono i pedofili a cercare nuove prede. Nascondere, perdonare e spostare i pedofili in altre parrocchie serviva forse a salvaguardare la facciata dell’istituzione religiosa e la rigida struttura del potere ecclesiastico, ma non è mai bastato per sradicare la pedofilia e prevenire ulteriori crimini a danno dei bambini. 

Non c’è dubbio che in tutti gli ambiti della società gli autori di questi reati, ma anche i superiori che ad ogni livello li hanno coperti, vadano sempre denunciati alla giustizia, quella terrena s’intende, che è uguale per tutti ed è un diritto sacrosanto delle vittime. E vanno poi allontanati da qualsiasi possibile occupazione a contatto con bambini e semmai curati con adeguate terapie. 

Il fenomeno degli abusi ha dunque radici profonde e coinvolge a tutti i livelli la responsabilità di chi sapeva e non agiva. Le prime misure adottate oggi sono un primo segnale, ma basteranno  per estirpare alla radice la piaga della pedofilia? Per proteggere i bambini dal rischio di subire ulteriori abusi e il devastante trauma che ne consegue? Per salvaguardare la dignità e la fiducia di tutti quei religiosi (e per fortuna sono davvero tanti) che sanno occuparsi dell’infanzia e dei fedeli con vero amore e con autentico rispetto?