

“Se la morte è la morte
dove finiranno mai i poeti
e le cose addormentate
che nessuno più ricorda?“
si interrogano le parole di Federico Garcia Lorca nella “Canzone d’autunno”.
E tu, Gianni Vattimo, dove sei adesso? Le opere del sorprendente, coraggioso e dissacrante filosofo torinese ci hanno insegnato che anche questa, come tante altre domande – dalle più metafisiche alle più quotidiane, pare accendere in modo inevitabile, in questo nostro tempo, risposte inattese, incomplete, ma non per questo necessariamente insoddisfacenti, anzi.
E come mai questo accade? Eh, signora mia, lo diceva il Nietzsche (1844-1900) in contrapposizione ai sistemi di pensiero che tutto spiegavano, da Platone (428 / 427 – 348 / 347 a.C) a Hegel (1770 – 1831): ormai non ci sono più fatti, solo interpretazioni, non tirartela essere umano. Che detta così dice e non dice… Ci ha pensato Heidegger (1889 – 1976) a far dirompere la faccenda in libri come “Essere e tempo” (1927): titolo meraviglioso, geniale! Essere e tempo: quanto per secoli abbiamo considerato stabile, collegato in modo inconfutabile con quanto per secoli abbiamo considerato mobile. Nein, sostiene il Martin: l’Essere si svela necessariamente nel corso del tempo della nostra vita, della nostra morte.
La toccante grandezza di Vattimo sta nell’aver inverato – con una ben maggiore empatia – questa scoperta di uno dei suoi maestri con i percorsi della sua stessa esistenza: con il tentativo di tenere uniti cattolicesimo e omosessualità (certamente immaginandosi un Dio magari sfuggente ma non crudele, in questo parrebbe dissimile da quello perpetrato da certo vescovo emerito); con una capacità di dialogo e comprensione ermeneutica applicata negli interventi giornalistici come nelle prese di posizione politiche, magari spiazzanti ma mai intolleranti.
Un tipo originale, il Gianni, ma non per caso: è la struttura ontologica stessa dell’Essere, come da lui compresa, che gli dettava questi comportamenti. Se l’Essere non è dato una volta per tutte, come facciamo ad essere sicuri di alcunché, a ritenere eliminabile anche la differenza più umile, posto che il nostro stesso pensiero si rivela essenzialmente debole? Perché l’Essere, in una strepitosa, gustosa definizione di Vattimo è “camolato”, come roso dal tarlo del tempo.
Quello che io ritengo – da appassionato, certo non da specialista della materia – il mio maestro, Emanuele Severino (un gigante del pensiero) non si prendeva tanto con Vattimo: il loro duello in una lontana, bellissima puntata di un meritorio programma tv condotto dal secondo, “La clessidra” (Rai, 1986, la trovate online), fu memorabile. La concezione dell’Essere in Severino è radicalmente diversa: non qualcosa come a buchi di senso da scoprire, ma come uno stato compiuto, eternamente eterno in ogni nostro atto.
E allora, quando non ci siamo più che ci succede? Oh nulla direbbe Severino: non andiamo mica da nessuna parte, quasi che dallo stato compiuto potessimo uscire o divenire altro (divenire, come verbo, piaceva pochissimo allo studioso bresciano). Ci crediamo mendicanti, ma siamo come dei.
Ah, lo scontro a parole: appassionante! Un altro pilastro della filosofia, Jaspers (1883 – 1969), seguace della riflessione pratica, utile a vivere (Galimberti è un suo allievo), dopo aver polemizzato per anni con Heidegger (per colpa dei suoi furbeschi comportamenti accademici più che in odor sospetto di nazionalsocialismo) lascia morendo uno scritto d’addio proprio al rivale che toglie il fiato: “Quest’uomo però è stato un mio cavalleresco avversario: le potenze che noi servivamo, infatti, erano irriducibili tra loro”. “Peccato non esserci più incontrati in alta montagna”, scrive, dove “l’aria è talmente pura che dissolve ogni opacità ”.
Ma come sarebbe potuto accadere questo? Cosa rende possibile, malgrado concezioni dell’Essere stesso che potrebbero renderlo impossibile, il confronto o il suo anelito tra posizioni tanto distanti, tra il pensiero debole di Vattimo e gli eterni di Severino, mentre la morte tutto sembra cancellare?
Un altro sublime poeta, il polacco Milosz (1911 – 2004) ne “Il senso” ribatte:
“Ma se non c’è una fodera del mondo?
Se il tordo sul ramo non è affatto un segno
ma solo un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
si susseguono senza badare a un senso
e non c’è nulla sulla terra, oltre questa terra?
Se così fosse, resterebbe ancora la parola
suscitata una volta da effimere labbra,
che corre e corre, messaggero instancabile
nei campi interstellari, nei vortici galattici
e protesta, chiama, grida.”
Di Francesco Bei, La Repubblica
La questione Christian Greco, se fosse posta nei termini giusti, si potrebbe liquidare in poche righe. Al Museo Egizio di Torino c’è da nove anni un direttore di fama internazionale che miete successi e che andrebbe riconfermato di corsa. Ha trasformato un’istituzione cittadina polverosa in una vibrante realtà che attrae studiosi e turisti da tutto il mondo, è un egittologo di fama che una volta all’anno si toglie la giacca e la cravatta e si rimette a scavare. È colto e riservato, ma ha commesso nella sua straordinaria carriera professionale un grandissimo errore. Cinque anni fa si è messo in testa di lanciare una promozione per avvicinare al “suo” Museo quelli che non c’erano mai andati e mai si sarebbero sognati di entrare: le coppie torinesi di lingua araba. Non musulmane, attenzione, perché solo la rozzezza di certa destra può portare a questa identificazione fra lingua e religione, dimenticando i milioni di cristiani (copti ma anche cattolici) che parlano arabo. Grandissimo errore, commesso per di più in campagna elettorale con la destra di Fratelli d’Italia e della Lega che aveva scelto proprio il razzismo e la xenofobia come i piatti forti della propria propaganda. Ne nacque una lite anche pubblica con Giorgia Meloni, che calò a Torino per una manifestazione intimidatoria contro Christian Greco davanti al Museo Egizio (ve n’è documentazione, per altro cliccatissima in questi giorni, in YouTube).
E adesso che la destra è finalmente al potere, un oscuro assessore al Welfare della regione Piemonte, noto esperto di faraoni e soprattutto di cultura, ritiene che Greco sia da mandare via perché esistono “figure potenzialmente più qualificate” per quel posto. Una minaccia per far piacere alla premier, che magari da parte sua avrebbe fatto persino a meno di questa meschina vendetta postuma. Ma il fondo dell’abisso l’ha raggiunto ieri Andrea Crippa, vicesegretario della Lega, che ha chiesto al ministro Sangiuliano di cacciare il reprobo perché sarebbe “un direttore di sinistra che ha gestito il Museo in modo ideologico e razzista contro gli italiani e i cittadini di religione cristiana”. Una tale imbecillità che persino i leghisti torinesi sono corsi a prendere le distanze da Crippa. Così come Vittorio Sgarbi, che sarà anche matto ma certo non è stupido. E giustamente, dopo aver ricordato i meriti manageriali di Greco, ha fatto presente all’imprudente Crippa che al ministro della Cultura non spetta la nomina del direttore, ma solo del presidente della fondazione. Quisquilie per chi concepisce le istituzioni culturali come bottino di guerra e la cultura come intrattenimento per i buoni italiani, quelli bianchi e cristiani. Persino il presidente della regione Piemonte Alberto Cirio, di centrodestra come Sgarbi, ha difeso Greco, “un ottimo direttore che porta risultati”.
Il fatto è che in certi personaggi della nuova destra alligna qualcosa di antico, una pulsione irrefrenabile. Qualcosa di profondo, che non può essere liquidato con l’alibi che siamo ormai in campagna elettorale per le Europee e dunque qualsiasi sciocchezza diventa lecita. La verità è che intorno a Greco, una persona mite che ancora ieri, sulle colonne di questo giornale, invitava con gentilezza la premier all’Egizio “per raccontarle cosa facciamo” e porgeva l’altra guancia di fronte all’assessore che lo aveva attaccato, si è scatenato un osceno girotondo di pregiudizi e settarismo politico. Uno spettacolo che ricorda altri tempi e — spiace qui dover banalizzare un evento tragico e irrepetibile come il Fascismo — che ha l’olezzo del giuramento di fedeltà che il regime impose nel 1931 a tutti gli accademici italiani “col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria”. Lo stesso proposito che Crippa pretende da Greco: un museo aperto solo per i devoti alla Nazione. In questa vicenda terribile e paradigmatica il rammarico è che non si sia ancora sentita una parola da parte del sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, che sarebbe oltretutto del Pd. Sicuramente avrà sperato che la buriana passasse da sola ma, di fronte alla violenza di certi attacchi, a volte è più utile esprimere subito e con nettezza un forte: no!
Nell’immagine: Giorgia Meloni durante la manifestazione intimidatoria contro Christian Greco
Osserva Andrea Ghiringhelli (certamente una delle menti più lucide e analitiche di questo Cantone, e non solo) nella prefazione al suo libro “La trave nell’occhio. Alla ricerca della politica” (che è lettura consigliabile a tutti i nostri politici intelligenti o meno):” Ci dissero che le ideologie sono finite e vale la nuova regola della politica pragmatica e basta con le utopie: quello che importa è la politica della concretezza, della risposta ai problemi del presente, del fare. Ho sempre pensato che, quella della fine delle ideologie, fosse una solenne sciocchezza perché sono le ideologie che ci consentono di superare l’angustia del presente, di disegnare una visione del futuro e orientare le politiche pubbliche sul lungo periodo” (precisando, “a scanso delle obiezioni: per ideologie “intendo quel complesso di idee e di valori che, rifuggendo da qualsiasi forma di dogmatismo e settarismo, ci propone una visione del mondo”).
Capita oggi, frequentemente, nell’arena politica o in quella che Ghiringhelli definisce “cachistocrazia” (dal greco antico “kakistos”, pessimo” e “kratos”, comando, governo) – che è poi quella forma politica che costituisce la forza di certi movimenti partitici che vanno per la maggiore con disinformazione e ignoranza – di sentirsi opporre l’obiezione: “questa è tutta ideologia”, questa “è solo ideologia”, a chi formula argomentazioni o indica problemi che riguardano la natura, il clima, l’energia, il traffico, la fiscalità o persino l’identità di genere (si veda il caso dell’agenda scolastica). E come tale, quindi, deve tacere o è squalificato come “politico”. Ci sono due aspetti paradossali, convergenti, che non si rilevano mai in queste circostanze: il primo, è che l’accusa diventa come una gogna; il secondo è che chi ti accusa ricorre a sua volta a una più stantia e artefatta ideologia. E cade così a pezzi con la buaggine anche la democrazia.
Veniamo al dunque: il capitalismo non è forse l’ideologia economica, politica, filosofica, dominante che consiste in una attività di predazione del vivente, trasformandosi in una accumulazione di ricchezze a profitto dei detentori di capitali? D’accordo, per molti altri (sulla stessa stregua di quanto si sostiene per la democrazia) si dirà che è il meno peggio di tutti i sistemi, quindi il solo possibile. È però una formula che tradisce una lucidità perversa, che si trova perlopiù sulla bocca di chi gode del sistema e a cui giova pietrificarlo. Anche qui emerge un altro paradosso o il paradosso che nutre quelli già indicati: è rarissimo se non impossibile udire qualcuno che sostenga decisamente e fieramente il proprio attaccamento ideologico ed affettivo al sistema capitalista. Ci si dirà liberali, centristi, progressisti, socialdemocratici, socioliberali, conservatori, ma mai dichiaratamente capitalisti. E quindi qui c’è un’utopia (prima ancora che un’ideologia) che non dice o non ha il coraggio di dire il suo nome.
E perché? Per rispondere è meglio appellarsi a uno storico e sociologo che ha studiato a fondo questo tema e ha dato analisi convincenti (v. Pierre Ronsavallon: Le capitalisme utopique, histoire de l’idée de marché, Le Seuil, 1999): “La società di mercato rinvia alla prospettiva di una società civile autoregolata, grazie alla quale si ritiene che il confronto degli interessi porti ad una “armonia” che né la politica né la morale riescono a realizzare. Essa si oppone perciò alle teorie del contratto sociale che implicano una organizzazione volontaristica del rapporto sociale. Da qui chiaramente la nozione di capitalismo utopico”. In altri termini: l’utopia capitalistica punta sulla massimizzazione degli interessi particolari che genera (partorisce) – si sostiene – una società armoniosa, regolata dalla mano invisibile del mercato. Che è anche una sorta di teologia del capitalismo. E forse anche per questo, con tanta fede, finiamo per essere tutti, in qualche modo, capitalisti (v. un libro che ho qui già citato più volte: Denis Colombi, Pourquoi sommes-nous capitalistes (malgré nous)? Payot, 2022).
La realtà cui conduce quell’utopia è però diversa. Non conduce a una società armoniosa, ma a una società con crescente ineguaglianza sociale ed economica. Tanto da mettere in pericolo anche la democrazia. Perché (sottolinea Ghiringhelli citando Rodotà) “quando diventano difficili i tempi della solidarietà lo diventano pure per la democrazia”. E aggiunge: ”E se la democrazia liberale si dimostra incapace di operare nei fatti per un po’ più di equità e di giustizia sociale, ecco allora avanzare l’alternativa della “nuova democrazia”, quella illiberale, quella dell’identità di stirpe, quella del vanto nazionalista, quella del fuori gli altri, quella che promette un futuro radioso.” Quella. insomma, dei “cachistrocratici”, che comandano e stabiliscono l’agenda politica nazionale, anche alla vigilia delle prossime elezioni, irretendo gli altri concorrenti.
La realtà è che senza il potere pubblico che tenta sempre di aggiustare qualche squilibrio sia per mantenersi in sella, sia per ottenere un minimo di coesione sociale, sia soprattutto per proteggere la proprietà privata e con essa la borghesia; senza quel potere pubblico, comunque capitalisticamente esecrabile, il sistema (o quell’utopia), dopo più di quarant’anni di crisi e di fallimenti successivi, di calo continuo della fiducia (nelle istituzioni politiche, bancarie, mediatiche, giudiziarie) sarebbe già morto e sepolto.
Forse non ci si sta però accorgendo che cresce tremenda e inarrestabile una contraddizione fondamentale alla logica di crescita. La quale è il nucleo che tiene sempre in vita, pressoché incontrastata e sempre venerata, a differenza di tutte le altre utopie (cristianesimo, socialismo, anarchismo) l’utopia del capitalismo. Quella contraddizione può essere tanto l’”asineria che imperversa “ o “gli idioti che governano ciechi” (riprendendo Ghiringhelli) quanto il continuare ad essere così ottusi o avidi da non capire che salvare il pianeta è molto più economico che annientarlo. E annientarlo sarebbe anche la fine della redditizia utopia capitalistica.
Ma allora, ci si chiederà, come ai tempi in cui non si voleva una politica sociale per non salvare il capitalismo, non è che si finirebbe per diventare felicemente marxiani, con il capitalismo che si distrugge da solo? Già, il sol dell’avvenire.
Nell’immagine: la mano neanche troppo invisibile del mercato

Di Anna Zafesova, La Stampa
“Interrompete la guerra e il presidente Zelensky non prenderà la parola”: il premier albanese Edi Rama, già diventato celebre nei social per aver raccontato in pubblico una macabra barzelletta su Prigozhin e Putin, taglia corto le proteste dell’ambasciatore russo all’Onu, e disinnesca le attese per il drammatico faccia a faccia tra la vittima e il carnefice, l’aggredito e l’aggressore, il leader ucraino e il ministro degli Esteri russo. Chi si aspettava un duello di sguardi e accuse verbali lanciate attraverso il celebre tavolo a ferro di cavallo del Consiglio di Sicurezza, rimane deluso: la coreografia diplomatica viene orchestrata con una precisione da cronometro, e Volodymyr Zelensky abbandona la sala prima dell’ingresso di Sergey Lavrov, che entra proprio mentre il segretario di Stato Usa Antony Blinken accusa la Russia di avere «stracciato» la Carta delle Nazioni Unite con l’invasione dell’Ucraina. Lontani i tempi della scarpa brandita da Nikita Khrusciov sulla tribuna del Palazzo di Vetro: la delegazione russa sceglie di dedicarsi a piccoli dispetti, con i diplomatici che durante il discorso di Zelensky – ospite speciale della seduta del Consiglio di Sicurezza, del quale l’Ucraina non fa parte – si immergono nella lettura del telefonino, come a mostrare di avere di meglio da fare, e contestano al premier albanese che presiede la seduta l’ordine degli interventi, venendo però respinti con sarcasmo.
Uno scontro mancato che paradossalmente dimostra ancora una volta come Mosca abiti ormai un mondo parallelo, e se Zelensky sale sulla più importante tribuna internazionale per parlare all’opinione pubblica e ai leader del mondo, e per promuovere una riforma delle Nazioni Unite che, «al 574° giorno dell’aggressione russa contro l’Ucraina ha 574 buone ragioni per venire attuata», il capo della diplomazia russa sembra recitare il suo discorso di propaganda più a beneficio del suo datore di lavoro rimasto a Mosca, e permettere alle tv di Stato russe di lanciare titoli come «Lavrov ha accusato l’Occidente di aver distrutto l’Ucraina».
Zelensky porta a New York il piano di pace più semplice e conciso, in soli due punti: il ritiro totale di tutte le truppe russe dal territorio dell’Ucraina nei confini internazionalmente riconosciuti del 1991, e il ritorno del controllo su tutte le frontiere di mare e terra a Kyiv. Lavrov non si prende più nemmeno il disturbo di negare l’occupazione dei territori ucraini che Vladimir Putin ha voluto dichiarare annessi alla Federazione Russa, o di rivendicarne la legalità, ma ribatte soltanto che gli ucraini «vogliono sterminare» la popolazione del Donbass, e accusa l’Occidente di aver chiuso gli occhi sui «crimini del regime nazista», sfoggiando tutto il repertorio della propaganda russa, inclusa l’affermazione che in Ucraina fosse in corso una “guerra civile” e non una invasione russa.
Nessun terreno di contatto quindi, nemmeno per uno scontro, meno che mai per un negoziato. Lavrov accusa Kyiv di non voler trattare e sostiene che Putin «resta aperto ai colloqui», forse dimenticandosi che soltanto pochi giorni fa il presidente russo ha negato pubblicamente qualunque prospettiva di una tregua. Più che l’occasione di mettere al lavoro la diplomazia, la seduta del Consiglio di Sicurezza appare una illustrazione di quella incapacità dell’Onu di fermare la guerra che Zelensky denuncia dalla tribuna. Il motivo, secondo il presidente ucraino, «è evidente a tutto il mondo… il diritto di veto nelle mani di un aggressore… della Russia che siede in questa poltrona, occupata da bugiardi il cui lavoro è quello di giustificare il genocidio che commettono». L’assurdità di un ordinamento ereditato dal 1945, che permette al Cremlino di bloccare gli sforzi internazionali, deve essere superata, secondo Zelensky, da una riforma delle Nazioni Unite, il cui primo passo deve essere il diritto di superare il veto di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza con una maggioranza qualificata di due terzi dei voti. Il presidente ucraino ha chiesto anche di ampliare il numero dei membri permanenti, e di produrre un meccanismo di sanzioni contro i Paesi che aggrediscono altre nazioni che scatti in automatico, indipendentemente dalla loro posizione nella gerarchia delle Nazioni Unite. Una proposta per ora irrealizzabile, e lo stesso Zelensky ricorda che oggi sono i soldati ucraini a «fermare la guerra facendo con il loro sangue quello che l’Onu dovrebbe poter fare con il suo voto». Non stupisce che Lavrov, quando arriva il suo turno, insista per non cambiare nulla, in un ordinamento che almeno sulla carta favorisce Mosca, per poi lanciare una serie di accuse ai membri occidentali dell’Onu, in una critica retrospettiva di anni, senza alcuna proposta per il presente. E subito dopo, dal Cremlino arriva la conferma che non vede spazi per la diplomazia, con il portavoce Dmitry Peskov che ribadisce: «Nessun presupposto per un negoziato”.
Nell’immagine: Zelensky all’ONU
Di Tyler Austin Harper e Leif Weatherby, Jacobin
Si parla ovunque di apocalisse. La doppia minaccia del collasso ambientale e dell’intelligenza artificiale è cresciuta nell’immaginario collettivo. La prognosi sembra cupa. Come ha sottolineato molto tempo fa anche Barack Obama, la complessità del cambiamento climatico sfrutta il punto più debole del sistema internazionale: la sua incapacità di coordinare la pianificazione di fronte alla crisi. L’intelligenza artificiale presenta una sfida simile: la sua già vasta infrastruttura digitale globale rende la regolamentazione un compito simile a quello di Sisifo. Le minacce di questo tipo sono state soprannominate “rischi esistenziali” da filosofi come Nick Bostrom e William MacAskill: problemi che potrebbero portare all’estinzione umana o al collasso irrecuperabile della civiltà. Il disastro sembra più tangibile che mai, dall’inizio della Guerra Fredda a oggi.
Ma è difficile districare questa nuova cultura della catastrofe dal rischio reale di un evento a livello di estinzione. Tra le attuali tecnologie dell’intelligenza artificiale e uno scenario di estinzione in stile Skynet si trova un intero romanzo di fantascienza – o forse anche una serie. I timori per la “superintelligenza” o per il libero arbitrio delle macchine per ora sono ancora piuttosto teorici. Ma questo non significa che ciò che facciamo con l’intelligenza artificiale non sia rischioso. Collegare i nostri algoritmi alla finanza, alle politiche pubbliche e alla distribuzione dei beni sulla terra contribuisce direttamente all’aumento delle temperature che è alla base della crisi ambientale, creando allo stesso tempo una potenziale instabilità al gradino più basso della gerarchia di Maslow [i bisogni fisiologici degli esseri umani, ndr].
Prendiamo l’esempio di SpaceX, la società di Elon Musk che controlla più della metà dei satelliti in orbita bassa attorno al nostro pianeta. Il governo degli Stati Uniti ha sostanzialmente permesso che la strategia militare Ucraina – che fa affidamento sul servizio Internet dell’azienda per le comunicazioni e le operazioni cruciali in tempo di guerra – sia pesantemente condizionata dai capricci di un volubile CEO.
I risultati delle recenti ricerche sulla vita personale e professionale di Elon Musk dovrebbero preoccuparci molto, perché rivelano una concentrazione di potere senza precedenti nelle mani di un privato cittadino. Eppure, per quanto scioccanti siano state queste rivelazioni, denunce di questo tipo tendono a commettere un errore cruciale. Concentrandosi sulla virulenta megalomania di Musk – in particolare sul suo desiderio di interpretare Batman, usando le proprie aziende per fornire “soluzioni innovative” ai conflitti e alle minacce che l’umanità deve affrontare oggi – i media hanno generalmente trascurato il fatto che i miliardari della Big Tech come Musk, invece di risolverli, amplificano gli stessi rischi che dicono di voler mitigare. Il rischio esistenziale, oggi, sono i miliardari stessi. Per far fronte alla catastrofe climatica e al panico legato all’intelligenza artificiale è necessario eliminare del tutto la categoria dei miliardari.
Sentiamo spesso dire che l’intelligenza artificiale e le criptovalute utilizzano enormi quantità di elettricità, e quindi contribuiscono al riscaldamento globale. Abbiamo anche sentito dire che il clima è troppo complesso per essere compreso in modo intuitivo, e quindi dobbiamo fare affidamento sui dati, ma la nostra dipendenza dalle fonti digitali aumenta il rischio di disinformazione, favorita dall’intelligenza artificiale. Le voci scettiche su entrambi i fronti non hanno preso in considerazione l’elemento comune che collega le due aree: il capitalismo.
Le nuove infrastrutture digitali e la crisi climatica sono indissolubilmente legate. Entrambe sono i figli illegittimi del neoliberismo su scala planetaria, una logica economica cancerosa che ora minaccia di divorare, distruggendole, le sue stesse risorse, quelle naturali. La critica all’intelligenza artificiale tende a concentrarsi sui suoi pregiudizi, sui potenziali danni che potrebbe causare, oppure sull’impoverimento globale del lavoro. Ma la forma di capitalismo in cui viviamo attualmente viene menzionata raramente, o è data per scontata. L’ambientalismo radicale ha lasciato il posto al capitalismo verde e ai miliardari che ne trarranno profitto. Non è una coincidenza che queste critiche si concentrino sulla tecnologia e trascurino il capitale, l’elefante nella stanza.
La catastrofe ambientale e la metastasi dei sistemi digitali si rafforzano a vicenda: due crisi intrecciate in una spirale mortale. Considerare l’intelligenza artificiale e il cambiamento climatico come un’unità è l’unica via d’uscita dall’impasse creata dagli attuali tentativi di affrontarli separatamente. Sono i miliardari che rappresentano un rischio esistenziale, perché sono loro il nodo che collega i due disastri.
I rappresentanti del capitale sanno che qualcosa non va. Quando Elon Musk acquistò Twitter, i messaggi di testo tra il miliardario e il filosofo William MacAskill rivelarono che secondo lui Twitter era “il futuro della civiltà umana”, quindi non preservarlo sarebbe stato un rischio esistenziale. Nonostante Musk sia ossessionato dall’idea di dover prevenire l’estinzione umana, ciò che ha fatto da quando ha acquistato la piattaforma ha rivelato che è lui ad essere una minaccia per l’umanità. La sua rete satellitare non fa altro che rafforzare questo punto. Il cambiamento climatico e l’intelligenza artificiale sono un grave rischio perché tanto il potere di aggravarli quanto quello di mitigarli è concentrato in troppo poche mani.
Alla fine di maggio il Center for AI Safety ha rilasciato una dichiarazione di ventidue parole approvata dai principali CEO, ricercatori e ingegneri dell’intelligenza artificiale. Nella dichiarazione si legge: “Ridurre il rischio di un’estinzione causata dall’intelligenza artificiale dovrebbe essere una priorità globale, insieme a quella di evitare altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare”. Si è trattato della seconda dichiarazione pubblica di questo tipo quest’anno, dopo una clamorosa lettera aperta rilasciata da un think tank sul rischio esistenziale, il Future of Life Institute, che chiedeva una moratoria di sei mesi nella ricerca sull’intelligenza artificiale. Dovremmo accettare di considerare l’intelligenza artificiale come un rischio esistenziale, proprio come tutti oggi sappiamo che il cambiamento climatico minaccia l’umanità in generale. Ma l’intelligenza artificiale non è un rischio diretto: è un rischio racchiuso in un armeggiare collettivo a lungo termine, che ci ha condotti ad una forma di capitalismo che sarebbe irriconoscibile per qualsiasi economista serio delle generazioni passate.
Questo è un momento senza precedenti, in cui le grandi aziende non solo chiedono disperatamente una regolamentazione governativa del proprio settore, ma ammettono tacitamente di essere impotenti di fronte al motore rantolante del capitale. I firmatari brillanti e/o favolosamente ricchi delle lettere sostengono di essere stati costretti dalle forze del mercato a continuare a sviluppare una tecnologia che temono possa già essere fuori dal loro controllo, indipendentemente dai rischi per la specie umana. I miliardari e i loro tirapiedi ammettono che il vero rischio esistenziale per la specie umana non è l’intelligenza artificiale stessa, ma il tecno-capitalismo, che rende la ricerca, per quanto pericolosa, troppo seducente per lasciarsela sfuggire. Anche quando coloro che la ricerca la fanno desiderano disperatamente che qualcuno li faccia smettere.
Il capitale si sta mangiando la coda e gli esseri umani verranno divorati lungo il percorso, se non invertiamo la rotta. I leader del settore e persino gli stessi miliardari sanno che questo non è sostenibile, ma poi spacciano le fantasie di Terminator e le soluzioni di geoingegneria come risposte serie.
Intendiamoci: l’intelligenza artificiale e il clima sono rischi esistenziali. Ma la causa di questi rischi è la forma sociale che abbiamo permesso che si sviluppasse, non la tecnologia stessa. Nel corso del nostro giovane secolo C’è chi si è chiesto se sia morale consentire l’esistenza dei miliardari. Ma la vera domanda è se la nostra specie potrà sopravvivere ai miliardari
Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la saga cinematografica di Terminator ha prefigurato lo sviluppo di un sistema informatico dotato di autocoscienza, denominato Skynet
Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria
Dal nostro corrispondente da Mosca
La nuova offensiva azera nel Nagorno-Karabakh, sostenuta e foraggiata da Ankara, è durata solo 24 ore e si è conclusa con una definitiva capitolazione delle «Truppe di Difesa» della piccola enclave a etnia armena: parte cristiana dell’Azerbaigian musulmano. Una capitolazione che è anche una disfatta per il governo di Nikol Pashinyan, premier dello Stato armeno, che aveva fatto di tutto per rimandare l’inevitabile conclusione di un conflitto in cui sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista militare le forze nemiche erano sempre state schiaccianti. Se, come prevedibile, siamo alla definitiva conquista del Nagorno-Karabakh da parte azera, ciò dimostrerebbe ancora una volta l’instabilità della regione caucasica e quanto siano serie le aspirazioni turche alla formazione di un “nuovo Impero Ottomano”.
Allo stesso tempo non va però dimenticato che questo conflitto affonda le sue radici nel “secolo breve” sovietico: negli Anni Venti, la contesa territoriale tra le due repubbliche sovietiche – Azerbaigian e Armenia – fu congelata fino alla perestrojka, quando in sostanza Michail Gorbaciov si schierò per uno status quo favorevole all’Armenia. In questo senso, come nella guerra d’Ucraina, siamo ancora nell’ambito storico del “lungo crollo sovietico”.
Sin dalle prime ore dell’attacco è stato evidente che questa appendice alla guerra del 2020 avrebbe avuto un solo e sicuro vincitore. I bombardamenti massicci effettuati con droni e artiglieria pesante hanno subito colpito ferocemente Stepanakert, la capitale dell’ormai defunta Repubblica autoproclamata (e internazionalmente non riconosciuta) dell’Artsakh (nome armeno della regione) distruggendo sistematicamente le batterie antiaeree e i sistemi per la guerra elettronica della “guerriglia”. Secondo i dati forniti dal governo di Baku ci sarebbero stati una quarantina di morti e qualche centinaio di feriti. Ma, in realtà, la grande tragedia della minoranza armena della regione (circa 100.000 persone) inizia ora. Migliaia di famiglie, terrorizzate dall’arrivo degli azeri, hanno sin da ieri abbandonato le loro case riversandosi sull’aeroporto di Stepanakert o caricando su mezzi di fortuna le proprie povere cose, per un viaggio di sola andata verso l’Armenia.
La sconfitta armena, allo stesso tempo, rappresenta l’inevitabile epilogo di una posizione strategica di Erevan che era stata sin dai suoi esordi senza grandi possibilità di manovra.
Infatti durante la guerra di tre anni fa la Russia si era rifiutata di sostenere l’Armenia con mezzi e uomini (dispiegando solo dopo l’armistizio un contingente peace-keeping di 6.000 soldati sulla linea di contatto), visto che Putin non avrebbe mai potuto inimicarsi la Turchia, l’unico paese Nato che ha da anni un atteggiamento benevolente verso Mosca. Allo stesso tempo, il Cremlino sapeva benissimo in quale tragico vicolo cieco di trovasse l’Armenia. L’eventuale rottura formale dell’alleanza militare di Erevan con Mosca difficilmente porterebbe dei vantaggi all’Armenia. Infatti l’uscita del governo armeno dall’alleanza militare a trazione russa (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) non potrebbe comunque avere come epilogo l’ingresso di Erevan nella Nato: pesa anche la memoria della pagina nera del genocidio della minoranza armena per mano turca, sempre negato da Ankara ma riconosciuto da un numero crescente di paesi occidentali, fra cui gli Stati Uniti.
Così l’Armenia, dopo un’eventuale rottura ufficiale con Mosca, verrebbe a trovarsi in uno scomodo limbo, e continuerebbe a ricevere dall’Unione Europea (e dalla Francia in particolare) solo attestazioni formali di solidarietà. Anche dal punto di vista economico, la situazione non sarebbe certo migliore, visto che il Paese sopravvive soprattutto grazie ai prezzi sussidiati di gas e petrolio garantiti dalla Russia. Le proteste popolari dell’altra sera a Erevan, davanti all’ambasciata di Mosca, dicono quale sia lo stato d’animo di buona parte degli armeni nei confronti di Putin, che aveva promesso di ‘proteggere la minoranza armena del Nagorno Karabkh, ma che si è sempre militarmente defilato, oggi a maggiore ragione per via della guerra che ha scatenato in Ucraina: sono state manifestazioni che illustrano soprattutto la frustrazione e la confusione politica che regna in Armenia. Un canto del cigno.
Non a caso il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, parlando degli avvenimenti in corso, ha in pratica fatto spallucce, affermando che non si è trattato di un rigurgito della guerra armeno-azera, ma semplicemente “di azioni della Repubblica dell’Azerbaigian sul proprio territorio”.
Ora Putin si è tolto il peso di una questione che lo tormentava e infastidiva da anni, mentre il presidente turco Erdogan e il presidente azero Gaydar Aliev hanno ragioni per festeggiare. Continua invece la tragica epopea e diaspora del popolo armeno, che da troppo tempo non vede un futuro di pace e prosperità davanti a sé. E continua la tormentata storia cominciata con l’implosione dell’Unione Sovietica. Scintille che nel Caucaso potrebbero provocare altri incendi. Pericolosi anche per l’Europa occidentale.
Nell’immagine: civili di etnia armena rifugiati nell’aeroporto di Stepanakert per sfuggire all’attacco azero
Il colosso delle materie prime Glencore International AG ha pagato un risarcimento di 27 milioni di franchi al Ministero pubblico della Confederazione (MPC). È quanto emerge da un decreto d’abbandono parziale firmato lo scorso 15 maggio dalla procuratrice federale Yvonne Ramjoué Wicki di cui abbiamo ottenuto copia di recente.
La decisione va inserita nel contesto dell’ammissione di colpevolezza che Glencore ha fatto, nel maggio del 2022, di fronte alle autorità giudiziarie degli Stati Uniti. Al centro della vicenda le accuse di corruzione in diversi Stati tra cui Brasile, Nigeria, Venezuela e Repubblica Democratica del Congo (RDC). La società si era dichiarata colpevole di ogni accusa e aveva patteggiato un risarcimento totale da 1,5 miliardi di dollari da spartire con le autorità americane, britanniche, brasiliane e svizzere.
L’ammontare per la Confederazione era stato fissato a 29 milioni di dollari (27 milioni di franchi svizzeri) ed era relativo agli atti di corruzione nella RDC che hanno coinvolto la sede centrale di Baar. Glencore aveva così un anno di tempo per versare questa somma nelle casse federali. Allo scadere della data limite, ecco quindi che la multinazionale ha saldato quanto promesso anche in Svizzera, dove la società è sotto indagine dal giugno 2020.
Il risarcimento è stato ufficializzato attraverso un decreto d’abbandono parziale. Nel documento della Procura federale non vi sono grande novità. Viene in sostanza ricalcato quanto già ribadito dalle autorità degli Stati Uniti. All’interno di Glencore la cultura della corruzione era radicata fino ai massimi livelli. Ad esempio viene citato il ruolo di uno dei massimi dirigenti dell’epoca: Telis Mistakidis, a lungo responsabile del reparto rame e fidato collaboratore dell’allora CEO Ivan Glasenberg.
Il manager di origine greca è stato coinvolto in uno schema corruttivo di funzionari congolesi. Nel Paese africano la multinazionale era confrontata con delle controversie contrattuali. Un agente di Glencore sul posto scrive allora una mail a Mistadakis con la quale gli diceva di avere «bisogno di pressioni politiche». A proposito gli suggeriva che ci sarebbe stato bisogno di «una quantità ragionevole di munizioni per riuscirci». Munizioni che sono giunte pochi giorni dopo sotto forma di un pagamento di 500.000 dollari.
Il decreto d’abbandono parziale del 15 maggio 2023 tiene conto del risarcimento di 27 milioni di franchi, corrispondente ad una parte dei vantaggi illeciti ottenuti. L’indagine relativa ai fatti descritti nel patteggiamento americano è quindi stata abbandonata. Ma l’inchiesta elvetica non è finita qui e continua su due filoni.
Il primo riguarda l’inchiesta contro la stessa Glencore per “carente organizzazione interna” per gli altri fatti oggetto d’indagine scattata nel giugno 2020 e non coinvolti nel risarcimento milionario. Il secondo filone concerne indagine aperta nel maggio 2019 contro ignoti. Un’inchiesta tuttora in corso, come confermatoci da un portavoce della Procura federale. Questo secondo incarto penale, di fatto il più imbarazzante per il gruppo, è stato innescato da una denuncia penale presentata da Public Eye nel 2017 e integrata da nuovi documenti nel maggio 2019.
In particolare, l’ONG ha inviato all’MPC una copia di un contratto stipulato nel 2013 tra una filiale della Glencore International AG e una società gestita da Pieter Deboutte, uno stretto collaboratore dell’uomo d’affari israeliano Dan Gertler. Personaggio controverso, amico dell’allora presidente Joseph Kabila, Gertler è stato l’intermediario grazie al quale Glencore ha ottenuto in maniera opaca e a prezzi stracciati le sue partecipazioni nelle miniere congolesi. La vicenda era stata raccontata dall’inchiesta giornalistica dei Paradise Paper.
Secondo il documento ottenuto da Public Eye, la filiale pagava 6 milioni di dollari all’anno per «mantenere buone relazioni con le alte sfere del potere congolese, fino alla presidenza».
Pubblicato su areaonline
Nell’immagine: Telis Mistakidis, fornitore di “munizioni”