Michele Rossi – Svizzera-Unione europea, parte il round decisivo

A breve la ripresa della trattativa interrotta da Berna 3 anni fa. Nella fase pre-negoziale alcuni spiragli importanti, ma a quanta sovranità è disposta a rinunciare la Svizzera? 

Michele Rossi è stato negoziatore degli accordi bilaterali con l’UE


Dieci motivi per sostenere la 13esima AVS

A breve la ripresa della trattativa interrotta da Berna 3 anni fa. Nella fase pre-negoziale alcuni spiragli importanti, ma a quanta sovranità è disposta a rinunciare la Svizzera? 

  1. Poveri in un paese ricco. Secondo Pro Senectute, il 13,9 % delle persone con più di 65 anni ha un reddito mensile inferiore alla soglia di povertà (2’279 franchi). In Svizzera 300 mila persone,  soprattutto donne, sono minacciate di povertà al momento di andare in pensione.
  2. L’inflazione colpisce duramente la parte più fragile della società. Aumenta il costo delle casse malati, gli affitti e i tassi ipotecari, le bollette dell’energia. Va rafforzato il potere d’acquisto degli anziani: 2’450 franchi in più all’anno per le persone sole, 3’675 per le coppie: non è un lusso, ma una necessità.
  3. Il benessere degli anziani dovrebbe essere garantito dalla Costituzione che recita:  “La Confederazione prende provvedimenti per una previdenza sufficiente in materia di vecchiaia, superstiti e invalidità”  e “Le rendite devono coprire adeguatamente il fabbisogno vitale”. 
  4. Il dettato costituzionale è contraddetto dalla proposta del Consiglio federale di abolire la rendita alle vedove che non hanno figli minori di 25 anni. Una misura, ancora una volta, contro le donne. La cassa dell’AVS e la Confederazione risparmierebbero un miliardo di franchi all’anno. Nota bene: il drastico taglio non vale per i consiglieri federali, donne e uomini, che beneficeranno di 142 mila franchi all’anno di vedovanza…
  5. Si prevede che la tredicesima AVS costerà circa 5 miliardi di franchi l’anno. Con un piccolo adeguamento dei contributi, aumento dello 0,8% (da dividere tra lavoratori e datori di lavoro) si incasserebbero 4 miliardi di franchi. Poi, volendo, ci sarebbero altre fonti di finanziamento immaginabili: tassa sugli extraprofitti, microimposta sulle transazioni digitali.
    Nel 2030 si prevedono riserve per 68 miliardi di franchi nelle casse dell’AVS.
    E inoltre: chi finanzia il raddoppio della spesa militare, da cinque a dieci miliardi di franchi all’anno? 
  6. L’AVS è invisa alle compagnie di assicurazione che hanno lucrato e speculato sulle spalle dei lavoratori grazie al sistema del secondo pilastro. La previdenza professionale obbligatoria traballa ben più dell’AVS, infatti le Camere propongono una riforma che chiede di pagare di più ai lavoratori per poi ricevere meno.
  7. I detrattori accusano la tredicesima di essere a innaffiatoio. È vero, ma è il principio stesso dell’assicurazione vecchiaia e superstiti, una formula sociale, solidale e intergenerazionale. I ricchi pagano molto, perché i contributi sono in proporzione agli stipendi, ma ricevono come chi ha pagato meno. Esempio per chi finge di non capire. Chi guadagna 50 mila franchi l’anno versa 2’175 franchi di contributi (4,35%). Chi incassa 1 milione versa 43’500 franchi. In trent’anni di lavoro la differenza è notevole: 65’250 contro 1’305’000. Curioso che i liberali che invocano sgravi fiscali per gli alti redditi si preoccupino quando gli stessi ricchi incassano 2’450 franchi all’anno dopo aver pagato centinaia di migliaia di franchi di contributi.
  8. I partiti borghesi affermano che la tredicesima porterà alla rovina l’AVS. Da sempre predicano che l’AVS non ha futuro. Una previsione infondata. L’aumento dei salari e degli stipendi, assieme alla crescita del numero degli occupati, ha garantito la solidità dell’assicurazione. Matthieu Leimgruber, esperto di assicurazioni sociali, sostiene che: “Tra il 1980 e il 2020, il numero dei beneficiari dell’AVS è quasi raddoppiato, passando da 900 mila a quasi 1,6 milioni di persone. Eppure, nello stesso periodo, il costo annuo delle pensioni erogate dall’AVS, in percentuale sul prodotto interno lordo, non è raddoppiato, ma aumentato solo del 20%.” 
  9. Secondo il sondaggio di metà gennaio il 71% degli intervistati è favorevole alla tredicesima AVS. Tasso analogo fra la base dell’UDC (70%). Solo i liberali sono contrari (52% no). In Ticino, la Lega dei Ticinesi ha deciso di sostenere l’iniziativa invitando a votare sì il 3 marzo. Anche l’Organizzazione cristiano sociale, a differenza dell’alleanza del Centro, la sostiene. La partita sarà impegnativa anche perché sarà necessario ottenere pure la maggioranza dei cantoni.
  10. L’AVS è un caposaldo dello stato sociale elvetico, in vigore dal 1948. Ha garantito ad ampie fasce di popolazione un reddito indispensabile per sopravvivere dignitosamente. Ora è il momento di rafforzarla, perché è l’assicurazione migliore, più solida ed efficace. Ciò che viene versato da chi lavora viene redistribuito direttamente, senza le spese assurde della burocrazia, i lauti guadagni degli addetti e le speculazioni delle assicurazioni private.
    Le giovani generazioni – che forse non hanno voglia (oggi) di pensare alla vecchiaia – sono le prime ad avere interesse a rafforzare l’AVS, che da 75 anni dimostra di essere sicura e stabile. Più delle assicurazioni aziendali.


Elezioni comunali a Lugano: d’acchito e di botto

A breve la ripresa della trattativa interrotta da Berna 3 anni fa. Nella fase pre-negoziale alcuni spiragli importanti, ma a quanta sovranità è disposta a rinunciare la Svizzera? 

I partiti politici luganesi hanno presentato la squadra con la quale parteciperanno alle elezioni comunali del 14 aprile: proviamo a ragionarci sopra, ad abbozzare una prima e parziale riflessione. Le metafore sportive ci potrebbero aiutare. Normalmente chi partecipa a una competizione lo fa per vincere. Non a Lugano, non le squadre di lungo corso, di tradizione. Infatti, ad eccezione della esordiente Avanti&Ticino e Lavoro e Più donne – che ha dalla sua l’energia dei debuttanti, dei neopromossi, di chi ha già vinto nel solo esserci – tutte le altre giocano per non perdere, per mantenere l’acquisita posizione in classifica invece di migliorarla. La partecipazione megafonata alle prossime elezioni comunali della formazione capitanata da Amalia Mirante, che renderà la competizione più incerta, avrebbe dovuto riaccendere l’entusiasmo, stimolare gli appetiti, giocare d’attacco. Invece no: tutti in difesa sperando in un rigorino al 96’.

Di solito siamo commissari tecnici a torneo concluso. Proviamo per una volta a esserlo prima. Partiamo quindi dalla nostra squadra del cuore, per la quale facciamo un tifo “della madonna”, quella che (a detta della stampa specializzata) rischia di più in questo torneo primaverile: La Sinistra (Ps, Giso, Pc, Fa, Pop e indip.). Non aver messo in squadra la sperimentata Cristina Zanini  Barzaghi è una scelta che i diretti interessati (direzione e municipale uscente) hanno presentato alla stampa prima e all’Assemblea poi giustificandola con il rispetto delle disposizioni statutarie (che limitano il numero di mandati a 3, salvo casi eccezionali) e con la volontà di procedere con un turnover generazionale. Una decisione molto rischiosa: le elezioni comunali del prossimo aprile saranno le più incerte degli ultimi anni (ecco il “caso eccezionale” per la concessione di una deroga) per cui una veterana, municipale eletta per tre volte, avrebbe fatto molto comodo per più motivi: perché avrebbe coperto l’area politica socialdemocratica (la stessa nella quale dice di collocarsi ‘Avanti’), perché avrebbe portato in dote un pacco di voti e perché avrebbe ingaggiato una bella lotta con Raoul Ghisletta, competitore di grande esperienza, capace di corse a perdifiato, di spunti imprevedibili e cosciente di giocare (come egli stesso dice) i supplementari della partita totalmente libero, senza calcoli elettoralistici in testa. Un bene per una squadra già orfana dei Verdi.

La formazione per l’esecutivo cittadino targata PLRT è stata costruita attorno ai due municipali uscenti, accompagnati dall’immarcescibile Fabio Schnellmann, eterno primo subentrante (nel 2016 e nel 2021) e barriera protettiva contro l’ondivaga Sara Berretta Piccoli. Si poteva (ma forse si doveva) provare a farne tre mettendo in lista due donne: la capogruppo in Gran Consiglio Alessandra Gianella e Natalia Ferrara: si è preferito il quieto vivere.

Meglio il Centro, con il ritorno in auge del figliol prodigo Michel Tricarico, accanto alla ex presidente sezionale Laura Tarchini. I dirigenti dell’ex PPD avrebbero fatto … centro e «cambiato marcia», coltivando il sogno del raddoppio, se avessero messo in lista anche l’attuale presidente, Paolo Beltraminelli. Ma una (altra) possibile sconfitta a petto del Pippone mal l’avrebbe sopportata: ovviamente vale anche il contrario. In questi tempi moderni prima viene la persona, poi il partito e infine il Paese.

Ad maiora semper si augura, e con ragione, la lista Lega e UDC. Con Avanti & Co è quella che si presenta in maggior forma, con il miglior attacco grazie all’acquisto del nazionale senatore Marco Chiesa. Certo, c’è la questione del sindacato, ma per loro è grasso che cola, almeno così dicono, ma per la democrazia? Questa fastidiosa forma di governo? Ecco allora il forzato invito del senatore alle famiglie udicì: voticchiatemi. Per citare un popolare e fantomatico frequentatore di Facebook, il Chiesa farà «una campagna elettorale per arrivare secondi», vale a dire subito dopo il sindaco uscente e, si spera, entrante Michele Foletti, per evitare un grave imbarazzo: insomma una cosa di fiducia ed economica e anche programmata con la benedizione del coordinatore cantonale, Norman Gobbi, Consigliere di stato leghista con la tessera udicì. Eh sì: «ci voleva Lega e Udc Ticino per importare il biscotto in politica».

Queste sono le principali formazioni che scenderanno in campo ad aprile, e queste sono le prime previsioni fatte “a caldo”. Come si dice in questi casi, sarà il terreno da gioco a parlare, a dare la classifica finale. Una cosa comunque è certa: senza il coraggio, senza l’ottimismo della volontà si continuerà a essere cittadini «dell’unica grossa città svizzera trainata dalla destra».

Per l’altro torneo, quello che giocheranno i candidati al Consiglio comunale, il discorso è più lungo e più difficile, anche perché quello sarà il torneo che ci riserverà, senza dubbio, le sorprese più grandi, le più belle o più brutte, dipenderà dai punti di vista.

Aurelio Sargenti è Consigliere Comunale uscente a Lugano (PS)


Viaggio nel dolore delle madri di Gaza

A breve la ripresa della trattativa interrotta da Berna 3 anni fa. Nella fase pre-negoziale alcuni spiragli importanti, ma a quanta sovranità è disposta a rinunciare la Svizzera? 

Di Majd Ramdan Al-Assar,  La Stampa

Sara è accovacciata su una stuoia di paglia con la figlioletta neonata in braccio. Non le ha ancora dato un nome, e sono trascorsi quattro giorni dal parto. L’ho vista nell’angolo di un rifugio dell’Unrwa, a Rafah, nella parte meridionale della Striscia di Gaza. Sul volto mostrava evidenti i segni della spossatezza e della fatica. Partorire il primo figlio e diventare madre è una sfida in qualsiasi parte del mondo, ma a Sara è accaduto nel bel mezzo di un trauma inimmaginabile, nel pieno di una guerra che non risparmia nessuno, nemmeno i bambini che si trovano ancora nel ventre materno. Questa ventiquattrenne, originaria della parte settentrionale di Gaza, è scappata da casa sua assieme alla famiglia quando l’esercito israeliano ha intimato alla popolazione civile di andarsene e dirigersi subito a Sud per salvarsi. Sara era all’ultimo mese di gravidanza: «Correvo da un posto all’altro, completamente esausta – racconta –. In un primo momento ci siamo diretti al campo di Nuseirat ma ci sono stati bombardamenti nelle vicinanze, ho visto cadaveri ridotti a brandelli».

Sara ha cercato di raggiungere l’ospedale più vicino «ma la situazione era terribile, c’erano moltissime donne in travaglio, provenienti da varie aree di Gaza, da nord a sud e alla parte centrale. C’erano pochi antidolorifici, somministrati solo in caso di dolori insopportabili e soltanto a chi ne avesse più bisogno». Sara ha partorito la sua bambina senza antidolorifici. Le Nazioni Unite calcolano che le donne incinte colpite da questo conflitto siano circa cinquantamila. Malgrado le condizioni in cui versano, si calcola che ogni giorno negli ospedali della Striscia vi siano 160 nascite.

“Il cocco di mamma e papà”
«Mi trovavo su un furgone che trasportava le persone sfollate dalla parte settentrionale di Gaza a sud attraverso un corridoio sicuro. Durante il viaggio, i soldati israeliani ci hanno preso di mira e hanno fatto fuoco. Nel giro di pochi secondi, ho guardato mio figlio, che avevo in braccio, e mi sono ritrovata il suo cervello spappolato tra le mani. Ho guardato dall’altra parte, dove c’erano i suoi fratelli e le sue sorelle. Erano ancora vivi. L’ho lasciato lì, ho preso loro e siamo scappati». Questo è il racconto di Maryam, sfollata nei campi dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (Unrwa). Mi ha raccontato con queste stesse parole del figlio minore, il piccolo di casa, viziato da mamma e papà. «Le sofferenze di Maryam non sono finite lì, continuano ancora adesso. Dopo l’incidente è rimasta ferita in un’area delicata del corpo, e si è aggravata perché ha dovuto procedere a piedi per un lungo tragitto nell’area sicura accompagnando suo figlio Walid, un bambino di quattro anni la cui mano è stata amputata durante i bombardamenti. Walid non ha perso soltanto il fratellino e una mano durante l’attacco, ma anche fiducia e senso di sicurezza. I suoi occhi lo dimostrano, quando lo incontro assieme alla madre».

I bambini dipendono soprattutto dal sostegno e dalle cure degli adulti. In guerra cure, protezione e aiuto possono interrompersi in un istante, quando subentra la perdita improvvisa di chi assicura l’accudimento (i genitori) oppure per l’assenza affettiva degli adulti a causa del clima di paura, tensione, attenzione per l’istinto di sopravvivenza e di protezione. L’assenza di tutto questo, oltre ai traumi provocati dalla guerra, come le ferite fisiche (a cui spesso si accompagnano disturbi psichici), e il fatto di assistere a scene di morte e devastazione lasciano nei bambini ripercussioni psicologiche che persistono per tutta la vita.

“Svegliato dalle loro anime”
Dalila Ajjur mi ha raccontato la tragedia che le è capitata due mesi fa, quando assieme a quattro figlie è scappata trovando riparo nella casa di sua sorella a Khan Yunis. Suo marito e i suoi due figli Mahmoud e Yusuf, non essendoci posto in casa, si sono sistemati in una stazione di servizio appartenente alla famiglia. «Ero triste perché lontana da casa nostra e volevo preparare da mangiare per mio marito e i bambini, come ho sempre fatto. In ogni caso, mi rincuorava sapere che stavano tutti bene e che un giorno avremmo fatto ritorno a casa nostra e a una vita normale». Con profonda tristezza, Dalila ricorda così gli eventi di quella terribile tragedia: «Mi sono svegliata all’improvviso, nel cuore della notte, come se mi chiamassero le loro anime salite in cielo. Poco dopo, ho sentito dire che la stazione di servizio dove mio marito e i miei figli stavano dormendo era stata colpita da una bomba caduta dall’alto. Ho cercato di contattarli per rasserenarmi, ma inutilmente. Poi, mi hanno detto che erano morti tutti, mentre dormivano gli uni accanto agli altri». Le sofferenze di Dalila non sono terminate lì: alla ricerca di un riparo sicuro e per salvare il resto della sua famiglia, ha dovuto spostarsi altre tre volte.

“Il mio sogno è restare viva”
«È importante concludere ricordando che i bambini di cui si parla in studi e notiziari non sono numeri: sono sogni, ricordi, il futuro rubato dalla guerra. Se discutere degli effetti psicologici e delle conseguenze della guerra può sembrare un lusso per alcuni, considerando la situazione nel suo complesso, il futuro dei bambini di Gaza non è chiaro né facile. Nel mondo “normale”, al mattino i bambini si svegliano, si alzano e si preoccupano di finire i compiti, si divertono giocando o stando con i loro amici. Per i bambini di Gaza la prima preoccupazione è sopravvivere e che il mondo riconosca subito che stanno lottando per sopravvivere». In mezzo a tutto questo, riprendersi dalla guerra e dal suo enorme impatto psicologico diventa una vera sfida per tutti.

Traduzione di Anna Bissant


Le famiglie di Israele e il buio sugli ostaggi

A breve la ripresa della trattativa interrotta da Berna 3 anni fa. Nella fase pre-negoziale alcuni spiragli importanti, ma a quanta sovranità è disposta a rinunciare la Svizzera? 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Aviram Meir esce dalla stanza dove i parenti degli ostaggi ieri hanno ricevuto i deputati dell’opposizione. Aspetta notizie su suo nipote, Almog, portato via dal Nova Festival il 7 ottobre. La prova del suo rapimento è in un video che lo ritrae a terra in una stanza semibuia. L’ultima prova di vita ai primi giorni di dicembre. All’inizio, come tutti, è sceso in strada, ha organizzato il presidio di fronte al Ministero della Difesa, trascorre da tre mesi le sue giornate al comitato per la liberazione, circondato dalle foto degli ostaggi. Su alcune di esse una scritta rossa riporta le parole «assassinato da Hamas», su altre qualcuno col pennarello nero ha scritto «Home!», sono le immagini dei 110 rilasciati grazie agli accordi. L’ultimo però è di 7 settimane fa. Da allora, dice, nessuno fa più niente. E vogliamo i vivi, non vogliamo che tornino a casa, ammesso che ci tornino, nei sacchi neri. Per Aviram la soluzione, oggi, è solo una: interrompere le operazioni militari e non consentire che gli aiuti umanitari raggiungano la Striscia. Solo così, pensa, i miliziani saranno forzati a uscire dai tunnel e ci sarà una speranza di vedere i loro cari ancora vivi.
Il contratto sociale tra civili e governo
«La tradizione ebraica dice che gli ostaggi vanno liberati e il prezzo non è importante, l’importante è riaverli a casa. Siamo cresciuti in una cultura in cui nessuno viene lasciato indietro, né i soldati in guerra, né tantomeno i civili».
Per questo, per lui, se non tornassero il contratto sociale tra i civili e il governo sarebbe spezzato per sempre, e avrebbe conseguenze a lungo termine, significherebbe una spaccatura difficilmente rimarginabile nella comunità e nella vita quotidiana degli israeliani, «a cominciare dalla motivazione con cui i soldati vanno in guerra».
È questo il cuore della crisi sociale, politica in Israele oggi, la spaccatura tra chi è disposto a sacrificarli in nome di un obiettivo militare e chi sa che se non tornassero bisognerebbe riscrivere da capo il patto sociale che fonda l’idea di sicurezza della società israeliana perché, dice Aviran «oggi non ci sentiamo più protetti e sta cadendo a pezzi l’impalcatura che sostiene la coesione della nostra società».

Il Paese, già molto diviso prima del 7 ottobre, a causa delle proteste di migliaia di persone contro la riforma del sistema giudiziario, durate quasi un anno, si era repentinamente riunito dopo il trauma dell’attacco di Hamas, ma oggi a più di cento giorni dall’inizio della guerra, le crepe cominciano a riaprirsi e il terreno su cui si stanno riaprendo è il destino degli ostaggi che restano a Gaza e di cui non si conoscono le sorti. Sono ancora centotrentasei. Il prezzo da pagare per ognuno è diverso. Per qualcuno corrisponde a cedere alla richiesta di cessate il fuoco da parte di Hamas, per altri è il rischio di un alto numero di vittime tra i soldati chiamati a combattere a Gaza, per altri ancora il prezzo è che nell’impegnativa e lunga guerra urbana altri ostaggi restino uccisi.

Un’opinione pubblica sempre più divisa
Sebbene Netanyahu abbia detto dall’inizio e continui a sostenere che la guerra sia necessaria per riportare a casa gli ostaggi, molti, anche all’interno dei vertici militari, cominciano a manifestare scetticismo sulla sua strategia. Come riportava il NYTimes due giorni fa, la lentezza nel raggiungimento dei traguardi delle operazioni militari, sta facendo maturare in molti funzionari della difesa, la conclusione che per riportarli a casa in vita l’unica via sia quella diplomatica.

Una divisione politica sempre più conflittuale. Da un lato Netanyahu sostiene che l’unica strada percorribile per sradicare Hamas da Gaza sia la vittoria totale, dall’altra gli oppositori che lo accusano di vendere illusioni alle famiglie degli ostaggi, come il generale in pensione Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, che parlando a una trasmissione televisiva ha detto che «è impossibile riportare indietro gli ostaggi vivi nel prossimo futuro senza raggiungere un accordo», parole che hanno avuto un’eco ancora più vasta, perché il generale, nella guerra di Gaza, ha perso suo figlio di 25 anni e suo nipote.

«La situazione a Gaza è tale che gli obiettivi della guerra devono ancora essere raggiunti – ha detto –.Per me non c’è alcun dilemma. La missione è salvare i civili, prima di uccidere un nemico». Nei corridoi del comitato nessuno è disposto a considerare gli ostaggi come il prezzo di questa strategia, o meglio di questa assenza di strategia. Yaov Engel è convinto che la direzione del governo, ora, non sia di riportare gli ostaggi a casa vivi, ma di riportarli nei sacchi neri. «Non è più una domanda, ma un fatto. Gli ostaggi sono il prezzo da pagare per annientare Hamas, non ce lo dicono ufficialmente, non possono farlo, ma nella pratica le vite dei rapiti sono il prezzo da pagare per raggiungere il loro obiettivo militare».

Da quando suo figlio è stato rapito dai combattenti di Hamas, il 7 ottobre, Yoav si è domandato ogni giorno, se la sua sarebbe diventata la famiglia di ex ostaggio o di una vittima. Ha avuto la risposta dopo 54 giorni, quando Ofir, 17 anni, è tornato a casa. Era stato rapito nel kibbutz Be’eri mentre trascorreva alcuni giorni di riposo con la famiglia della sua fidanzata. Della morte a Gaza del padre della ragazza hanno avuto notizia la settimana scorsa.

Una volta nella Striscia, il gruppo di persone con cui si trovava Ofir è stato diviso. Da una parte gli uomini dall’altra le donne. Nessuno di loro, secondo le testimonianze dei liberati, è stato trasferito nei tunnel, sono stati invece divisi in abitazioni private. Ofir non è stato picchiato né torturato, almeno non fisicamente. Racconta che ogni giorno qualcuno entrava nella sua stanza dicendogli che in Israele nessuno si stesse curando del destino degli ostaggi e una settimana prima della liberazione gli hanno fatto scrivere una lettera alla famiglia in caso di morte.

Dal primo giorno del rapimento Yoav è stato parte attiva del comitato per la liberazione degli ostaggi, credeva e crede tuttora che il cessate il fuoco sia il prezzo da pagare, non la vita dei cittadini. Per mesi ha vissuto con pragmatismo, dissociando le sue emozioni dall’unica cosa che era necessario fare: pressione sul governo affinché tornassero a casa.

La sorte dei prigionieri
Poi però gli ostaggi hanno smesso di tornare, i negoziati si sono interrotti, e ora la società e la politica israeliana sono divisi sulle risposte da dare a questa domanda: i due obiettivi della guerra – distruggere Hamas e liberare gli ostaggi – sono compatibili?

L’alternativa è una soluzione diplomatica che potrebbe comportare la liberazione degli ostaggi in cambio del rilascio di migliaia di palestinesi da parte di Israele, insieme alla cessazione delle ostilità, come chiede Hamas. Yoav sa che la società è spezzata. Che mentre lui e gli altri volontari cercano di fare pressione sul governo, una parte del Paese è pronta a pagare il prezzo più alto: la vita dei rapiti. «Chiederei a ognuno di loro se è disposto a rinunciare alla vita di un figlio per un mese di sicurezza in Israele, perché di questo stiamo parlando. Un’illusione». Lo dice perché è convinto che non sarà la guerra a distruggere Hamas, «perché non è con le armi che si sconfigge un’ideologia».

Racconta che quando ha ricevuto la notizia del rilascio di Olaf, ha avuto esattamente la stessa sensazione del giorno in cui ha appreso quella del suo rapimento. Anche oggi «i sentimenti e l’anima sono sconnessi dal corpo». Un po’, dice, quello che sta accadendo oggi alla gente di Israele. Nessuno ha una strategia certa sul futuro di Gaza, nessuno sa rispondere al dilemma tra la vita dei prigionieri e l’annientamento di Hamas, nessuno sa dire cosa sarà di quel contratto sociale spezzato tra chi prometteva di essere l’unico garante della sicurezza di Israele e che oggi non sa dare risposta su cosa sarà la sicurezza di domani.

Nell’immagine: Israele, l’orologio che scandisce in giorni, ore, minuti, secondi il tempo di prigionia degli ostaggi.  Foto di Gianluca Pannella

 


In 8000 in piazza contro i tagli alla socialità ed al servizio pubblico

A breve la ripresa della trattativa interrotta da Berna 3 anni fa. Nella fase pre-negoziale alcuni spiragli importanti, ma a quanta sovranità è disposta a rinunciare la Svizzera? 

Di sicuro impatto e successo la mobilitazione promossa da numerose organizzazioni politiche, sindacali e sociali che a Bellinzona nel pomeriggio di sabato hanno saputo riunire circa 8000 persone per protestare contro le più recenti misure economiche proposte dal Governo al Gran Consiglio per perseguire una manovra di bilancio che sulla scorta del “Decreto Morisoli”, contrariamente a quanto sempre assicurato, sta toccando settori nevralgici del sostegno pubblico alle classi meno agiate. Anzi, per dirla proprio tutta e fino in fondo, quello che si sta attaccando, come ribadito a gran voce durante la manifestazione di Bellinzona, è lo stesso senso di “servizio pubblico”, nel colpire gli impieghi statali, ed in particolare i settori legati alla scuola, alla sanità, all’aiuto e sostegno sociale.

Di seguito un momento del discorso finale di Fabrizio Sirica, alcune immagini della giornata, e il testo dell’Intervento dei rappresentanti dell’Associazione Ticinese Lavoro Sociale

Intervento dei portavoce dell’Associazione Ticinese Lavoro Sociale

Iniziamo con il dire che siamo indignati da questa politica del taglio che vede nel lavoro sociale e negli ambiti sociali unicamente una spesa e taglia sui lavoratori, sulle infrastrutture, sulla progettualità e in definitiva sulla popolazione tutta.

Noi diciamo NO ad avere meno personale, a peggiorare le condizioni di lavoro, allo stop dei progetti, a meno formazioni continue, alla mancanza di servizi e risorse adeguate, al peggioramento della qualità dei servizi.
NO a una visione antiquata ed iniqua dell’ambito sociale.
NO al peggioramento della qualità di vita delle persone che accompagniamo.
NO a infrastrutture vecchie e che cadono a pezzi, con spazi ristretti e pensati male.
NO al contributo di solidarietà del 2%, noi siamo professionisti e non volontari.
NO al congelamento di ogni progetto ed innovazione.
NO all’isolamento.
NO all’impoverimento culturale e formativo dei nostri giovani.
NO alla stagnazione e al peggioramento delle situazioni di vulnerabilità e sofferenza.

Siamo stanchi di doverci immaginare un futuro dove il lavoro sociale avrà sempre meno risorse e sarà sempre più ostacolato, siamo stanchi di dover ipotizzare un futuro dove le persone vulnerabili ed i bisognosi vengano abbandonati a sé stessi.

Tagliare sul lavoro sociale significa peggiorare la condizione di migliaia di persone, significa fragilizzare ulteriormente il tessuto sociale, significa aumentare l’isolamento sociale, l’iniquità e le disuguaglianze.

Noi vogliamo un futuro dove la solidarietà non è contributo richiesto ai lavoratori, ma una responsabilità della società tutta e della classe politica.

Quindi diciamo SI al riconoscimento della categoria lavorativa,
SI alla possibilità di investire in progetti al benessere e alla qualità di vita,
Sì allo sviluppo di formazioni che ci aiutino a migliorare come professionisti,
Sì a permettere alle persone di fare esperienze e di sbagliare,
Sì alla redistribuzione delle risorse puntando all’equità,
Sì alla giustizia sociale,
SI alla possibilità che ogni essere umano abbia possa risollevarsi dopo un momento di vulnerabilità,

Vorremmo potere immaginare un futuro dove l’autodeterminazione e la dignità siano valori condivisi da tutti.

Lavoratori degli ambiti sociali: educatori, operatori, assistenti sociali, assistenti culturali, aiuto-educatori, operatori socio-sanitari, maestri, insegnanti unitevi e progettiamo un futuro che possa risultare veramente migliore.


Se ti ritrovi “El loco” in Ticino (quello di Buenos Aires e poi quello di Davos)

A breve la ripresa della trattativa interrotta da Berna 3 anni fa. Nella fase pre-negoziale alcuni spiragli importanti, ma a quanta sovranità è disposta a rinunciare la Svizzera? 

Si dirà che sono accostamenti da non fare, ma la tentazione è troppo forte. Ho letto gli articoli, qui apparsi, di Andrea Ghiringhelli e Saverio Snider. Non c’è da stare allegri, né per la cultura, né per la democrazia, né per la politica e forse neppure per l’avvenire di questo Paese. Ho anche seguito e letto dapprima dalla sua patria e poi da Davos gli interventi del neopresidente Javier Milei. È stato eletto in Argentina e applaudito a Davos. Non mi sembra possa essere giustificato solo dal fatto che il suo stesso biografo ufficiale lo chiama “El loco” (il pazzo).

Rileggiamo Andrea Ghiringhelli: “È fuor di dubbio che il liberismo sfrenato di questi anni ha generato conseguenze devastanti, tanto da far pensare ai cittadini impoveriti che la liberaldemocrazia sia diventata un’oligarchia di fatto che rappresenta tanto gli interessi dei poteri economici e finanziari e poco o nulla quelli della collettività, e quindi non sia più in grado di offrire un futuro migliore.” E ancora: “Una cattiva politica economica può portare alla sfiducia nei confronti della democrazia liberale e a un cattivo governo della cosa pubblica. Che la destra neoliberista abbia contribuito a cancellare la prospettiva di un futuro migliore e a generare il drammatico scontento sociale che ha aperto la strada alle destre autoritarie e illiberali in molti paesi mi pare dimostrato dai fatti.”

Rileggiamo Saverio Snider: “In ogni caso l’aria culturale che (inconsapevolmente per i più) si respirava quel giorno nell’aula parlamentare (ticinese) era proprio quella del più scontato e classico pensiero liberista. Insomma: facciamo contenti coloro che posseggono e gestiscono il capitale, lasciamoli liberi di fare e disfare tutto quel che vogliono, favoriamo l’assoluta libertà del mercato.” E ancora: “Una corsa al patatrac che fa malissimo in primis alla democrazia, e inquieta costatare che la maggioranza del nostro Parlamento ragiona ancora come se questa spada di Damocle non esistesse pure sulle nostre teste.”

Ebbene, Javier Milei dice esattamente il contrario. “I dirigenti del mondo occidentale hanno disgraziatamente abbandonato l’idea di libertà a profitto delle varie versioni che possiamo chiamare collettivismo, quelle idee che conducono inesorabilmente al socialismo e quindi alla povertà”. Tutti socialisti e statalisti, insomma. Lo stato non è la soluzione e neppure il problema, è il nemico da abbattere. “Voi siete degli eroi”, ha quindi gridato a Davos rivolto al pubblico di “businessmen”, persino loro stupiti, comunque affascinati, che l’hanno infatti  applaudito.

Quelle cinque idee folli

Perché stupisce invece noi ticinesi Javier Milei? Non è che con le sue cinque idee, definite folli anche da vari economisti, sociologi e politici, arrivi solo poco dopo diversi nostri politici ticinesi, impantanatisi in un Preventivo? Quali sono queste cinque idee folli già fecondate in Ticino?

  1. Bisogna ritrovare la giustizia sociale, bisogna aiutare coloro che si trovano in situazione di povertà (aumentata in Ticino nonostante… il liberismo sfrenato di questi anni, il rimedio caro a Milei) tagliando o sopprimendo gli aiuti sociali.
    Milei spiega che “coloro che percepiscono aiuti sono vittime del sistema, bisogna liberarle dal sistema (che, sottinteso, è statalista, collettivista, socialista, comunista). Dovremmo subito aggiungere che un primo piccolo paradosso sta nel fatto che coloro che l’hanno votato, l’hanno votato perché ritengono che gli aiuti attuali siano insufficienti per vivere. Un meccanismo psico-elettorale perverso che si ritrova anche da noi.
  2. Non si possono abbassare i prezzi con “l’aberrazione del controllo dei prezzi”. È quanto si è ripetuto e si ripete da noi quando, ad esempio, di fronte all’aumento dei prezzi, le associazioni degli inquilini o l’Acsi pretendono maggior chiarezza e controllo sulle pigioni, sui prezzi delle medicine, sul famoso “pricing power” (che è il potere di coloro che, siccome i prezzi aumentano, ne approfittano per governarli a loro vantaggio, ottenendone maggiori profitti; come avviene nel settore dell’energia, del commercio degli alimentari o non-alimentari, dell’abbigliamento o della moda e del lusso).
  3. Si deve lottare contro l’aumento dei prezzi sopprimendo il “peso” (la moneta argentina) e la Banca centrale, adottando lo stabile dollaro americano. Suona un poco simile a chi propone le criptovalute (in Gran Consiglio o a Lugano, capitale delle criptovalute) come “liberazione”, efficace manovrabilità fuori dai controlli ufficiali (della Finma o del Gafi, Gruppo d’azione contro il riciclaggio o della Banca nazionale), cripto attrazione universale-commerciale (anche comoda lavatrice del denaro sporco). Con una contraddizione da rilevare: se si vuole “stabilizzare” o dare un minimo di fiducia alla criptovaluta è giocoforza ancorarla al dollaro, moneta universale comandata dagli Usa (stablecoin): bella indipendenza!
  4. Rilanciare l’economia rompendo con i principali partner commerciali (dell’Argentina, e cioè i mefitici comunisti ora al potere in Brasile e quelli di Cina, comunque principali partner). Non è anche questo un poco analogo alla incallita avversione a tutto quanto sa di mefitica Europa o di accordo con l’Europa o anche con la vicina Italia (v. anche caso dei frontalieri)?
  5. Ridurre il debito tagliando drasticamente le spese pubbliche, con la motosega (inforcata simbolicamente più volte da El Loco nei suoi comizi). Sempre con lo Stato come nemico, anche perché preleva le imposte ai ricchi, penalizzando la sola speranza del Paese. 

Scopo simile nel Ticino indebitato; metodo identico quando si procede con altrettanta mattanza (decretando obblighi imperativi di taglio e di pareggio prescindendo dalle circostanze “storiche”, come potrebbe essere una pandemia, o “congiunturali”, come già oggi reclama la Società degli impresari costruttori, che rimane a secco senza l’investimento pubblico). Con becera linearità di taglio a motosega, poiché denota l’assenza di qualsiasi idea di priorità o piano di sviluppo, forse solo con spirito antistatalista (o di vendetta nei confronti dei “fortunati del governo”). che pone ovviamente sotto la motosega anche la testa dei dipendenti statali, dai docenti a chi opera nel settore assistenziale o sanitario. 

Mentre ormai da anni infiniti se c’è qualcosa da promuovere, ad ogni occasione grama, per risolvere ogni problema, è credere fermamente che la ricchezza scende dall’alto verso il basso e sono i ricchi che si accampano nel generoso Ticino con i loro soldi (i dollari per El loco) a tirarci fuori. E non il contrario (come pretende la realtà descritta da quei due, Ghiringhelli e Snider, con i loro articoli… da intellettuali).

Nell’immagine: “El loco” e il Gran consiglio. Occheiii!


Lenin, l’Ottobre e i “rivoluzionari solo a parole”

A breve la ripresa della trattativa interrotta da Berna 3 anni fa. Nella fase pre-negoziale alcuni spiragli importanti, ma a quanta sovranità è disposta a rinunciare la Svizzera? 

Dal nostro corrispondente da Mosca

In occasione del suo discorso televisivo del 21 febbraio del 2022 in cui riconosceva l’indipendenza delle “Repubbliche del Donbass”, Vladimir Putin, sostenne che la costituzione dell’Ucraina in Repubblica nel 1922 aveva un solo colpevole: Vladimir Ilich Lenin. Putin non ha mai avuto particolare simpatia per il fondatore dell’URSS tanto è vero che malgrado la Federazione Russa si consideri giuridicamente la prosecutrice dell’URSS, per i 100 cent’anni dalla sua morte non è stata prevista alcuna iniziativa istituzionale.

«Vorrei iniziare col dire – affermò Putin in quel discorso del 2022 diventato ormai storico – che l’Ucraina moderna è stata creata completamente dalla Russia, o più precisamente dalla Russia bolscevica e comunista. Il processo è iniziato quasi subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi collaboratori lo hanno realizzato nel modo più rozzo nei confronti della stessa Russia: con la secessione, strappandole parte dei suoi territori storici… Furono le idee di Lenin di una struttura statale essenzialmente confederativa e del diritto delle nazioni all’autodeterminazione fino alla secessione a costituire la base della statualità sovietica: prima nel 1922, con la Dichiarazione sull’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, e poi, dopo la morte di Lenin, nella Costituzione dell’Urss del 1924”. Per Putin, Lenin fece enormi concessioni ai “nazionalisti dell’epoca” fino, come nel caso ucraino, a consentire la nascita di una repubblica con diritto di secessione.

Nella Russia odierna, composta da oltre cento nazionalità, ma dove è reato penale persino formare un partito autonomista, il dogma assoluto è l’intangibilità territoriale (la Russia può invece annettere altri territori che considera parte del suo mondo) e quindi non è un caso che il capo del Cremlino abbia un odio recondito nei confronti di Lenin, l’inventore dell’“autodeterminazione dei popoli” sovietici.

Il fondatore dell’Urss per Putin non fu null’altro che un pazzo assetato di potere e pronto a far qualunque cosa pur di mantenerlo: «Dopo la rivoluzione – ha sostenuto ancora Putin nel discorso del 2022 – il compito principale dei bolscevichi fu quello di mantenere il potere ad ogni costo… Dal punto di vista del destino storico della Russia e del suo popolo, i principi leninisti di costruzione dello Stato non furono solo un errore, ma, come si dice, molto peggio di un errore. La politica bolscevica ha portato alla nascita dell’Ucraina sovietica, che ancora oggi può essere giustamente chiamata “Ucraina di Vladimir Lenin”. Egli ne fu l’autore e l’architetto».

In realtà, la concezione leniniana del “diritto all’autodeterminazione delle nazioni con diritto di secessione” non era stata una trovata tattica del momento, seguita all’ascesa del movimento nazional-rivoluzionario a Kiev (la nascita della Rada, il parlamento ucraino, fu del 1917), ma una scelta sulla base di una valutazione ponderata del rapporto tra liberazione nazionale e socialismo su scala internazionale.

Le cose, come poi abbiamo potuto osservare nella tormentata vicenda di quelle terre nel XX secolo, non andarono come aveva auspicato Lenin. Come ha scritto la filosofa Rohini Henshman: “Il  ‘terrore rosso’ e il rapido scivolamento verso la dittatura di Stalin, il dominio dell’ideologia comunista e il monopolio del potere da parte del partito comunista, il processo delle nazionalizzazioni e dell’economia pianificata, tutto questo trasformò i principi di governo formalmente dichiarati, ma inefficaci, in una mera dichiarazione d’intenti. In realtà, le repubbliche sovietiche non avevano alcun diritto di sovranità, anzi non ne avevano affatto. Il risultato pratico fu la creazione di uno Stato strettamente centralizzato e assolutamente unitario”.

In un certo senso quindi, Putin ha ragione: Lenin non era mosso solo dalla volontà di tenere insieme, sotto il nuovo potere, quanto era stato riunito dall’impero zarista, e in primo luogo una regione come l’Ucraina che aveva una evidente profondo legame etnico e culturale con la Russia. Il Lenin militante socialista, era mosso dal suo spirito rivoluzionario che respingeva lo spirito “grande russo” colonialista, quell’intimo razzismo e senso di superiorità nei confronti dei popoli “non-russi” che ancora oggi traspare non di rado nella società russa.

Nell’ottobre 1914, in un discorso pronunciato a Zurigo, Lenin aveva affermato a tale proposito: “Ciò che l’Irlanda era per l’Inghilterra, l’Ucraina è diventata per la Russia: una realtà sfruttata all’estremo, che non ottiene nulla in cambio. Perciò gli interessi del proletariato mondiale in generale e del proletariato russo in particolare richiedono che l’Ucraina riacquisti la sua indipendenza statale, perché solo questo permetterà lo sviluppo del livello culturale di cui il proletariato ha bisogno”.

Naturalmente il leader sovietico era anche nemico di ogni sciovinismo e di ogni nazionalismo estremo, che facesse perdere di vista i contrasti e le discriminazioni di classe che esistono all’interno di ogni Stato capitalista; ma aveva chiaro che la formazione della coscienza politica avviene in modo non lineare e come spesso coscienza nazionale e coscienza socialista si intrecciano in modo inestricabile.

Lenin, del cui orizzonte ideale si può avere più o meno simpatia, è entrato nella storia per le sue eminenti capacità politiche, per la capacità di afferrare l’essenza e i tempi dello scontro politico. Così “bacchettando” i suoi compagni bolscevichi che consideravano la “questione nazionale” come “superata”, scriveva nel 1916: “Credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza le insurrezioni delle piccole nazioni nelle colonie e in Europa, senza le esplosioni rivoluzionarie di una parte della piccola borghesia, pur con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate contro il giogo dei grandi proprietari fondiari e della Chiesa, contro il giogo monarchico, nazionale, ecc., significa rinnegare la rivoluzione sociale. Ecco: da un lato si schiera un esercito e dice: “Siamo per il socialismo”, da un altro lato si schiera un altro esercito e dice: “Siamo per l’imperialismo”, e questa sarebbe la rivoluzione sociale! Soltanto da un punto di vista così pedantesco e ridicolo sarebbe possibile affermare che l’insurrezione irlandese è un “putsch”. Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione”.

Sono passati cento anni dalla morte di Lenin, forse oggi le rivoluzioni non sono all’ordine del giorno: ma la riflessione di Lenin sulla complessità dei processi politici resta intatta così come la capacità del politico di trarne delle lezioni e indicare le vie d’uscita.


Il Lenin dei Russi nei pensieri di oggi

A breve la ripresa della trattativa interrotta da Berna 3 anni fa. Nella fase pre-negoziale alcuni spiragli importanti, ma a quanta sovranità è disposta a rinunciare la Svizzera? 

Dal nostro corrispondente a Mosca

Boris Kagarlitskij, qual è, a cent’anni dalla morte, l’atteggiamento del cittadino russo comune nei confronti di Lenin? E quello della classe politica?

Come è noto, recentemente io sono stato in prigione dove c’è gente che non ha nulla a che fare con la politica, e che pensa di Lenin esattamente ciò che pensa il cittadino medio russo: cioè nulla. La nostra società è entrata in una fase di amnesia politica. È catastroficamente confusa per quanto riguarda la storia del paese. Negli ultimi trent’anno, di cui venti con Putin al comando, il potere post-sovietico ha sostenuto che bisogna rivalutare completamente il passato. Ma poi, a proposito del passato, sostiene oggi qualcosa che verrà rimesso in discussione domani. In questo quadro molti russi hanno pensato: che differenza fa quindi cosa penso io? Il passato è passato e così sia. Per quanto riguarda i politici, gli ideologi e gli intellettuali, funziona  come sempre la classica divisione: da una parte, a sinistra, si giudica Lenin un grande rivoluzionario, una figura progressiva che trasformò la Russia in un Paese industriale e una società moderna; a destra invece si sostiene che fu una spia tedesca, che fu la Germania nemica a riportarlo in patria per indebolire la nazione, e si tratterebbe dunque di un nemico della Russia che distrusse l’impero. 

Per questo pensi che il discorso di Putin contro Lenin del 21 febbraio 2022 in occasione del riconoscimento delle “Repubbliche del Donbass”- e che fu di fatto una dichiarazione di guerra all’Ucraina –  fosse rivolto in primo luogo contro gli ucraini?

Si tratta di una fantasia di Putin che potremmo suddividere su due piani. Da un parte egli sostenne qualcosa che non aveva nulla a che fare con quanto stava succedendo in quel momento in Ucraina, ma dall’altra affermava qualcosa d’interessante. In Russia questa ricostruzione storica non interessa a nessuno. In Ucraina invece effettivamente la faccenda è più complicata. A Kiev, non per forza all’interno del governo ma anche tra quei gruppi ideologici e intellettuali che determinano in profondità la politica ucraina del Cremlino, molto spesso si confonde il rigetto della Russia con il rigetto del comunismo. Da questo punto di vista ha ragione Oleksej Arestovich, fino a poco tempo fa uno dei più influenti uomini pubblici in Ucraina prima di rompere con Zelensky e fuggire negli Stai Uniti, quando sostiene che oggi dell’Ucraina, che rigetta la storia sia del periodo imperiale russo sia di quello sovietico, resta ben poco. Gli ucraini perdono così qualsiasi riferimento storico. Si cerca di isolare la storia ucraina da quella russa e polacca principalmente, ma questo tentativo risulta molto complicato. Da questo punto di vista Putin, sparando contro il “Lenin ucraino”, ha sparato contro un bersaglio che in realtà non esiste. Certamente qualche anno fa ci fu un momento in cui in Ucraina vennero tolti i monumenti a Lenin. Venivano eliminati non tanto per la figura di Lenin e neppure perché erano del periodo sovietico, ma perché erano qualcosa che teneva insieme il passato russo con quello ucraino. Ma quando furono tolti questi monumenti si pose il problema di come sostituirli. Molto spesso sono rimasti dei piedistalli senza monumenti. Simbolizzano il vuoto di narrativa che si è creato in Ucraina.

Si sostiene che negli ultimi anni siano sorti in varie zone della Russia dei “circoli marxisti”. Attraverso i “circoli marxisti” si sviluppò anche il partito bolscevico alla fine del XIX secolo. Vedi qualche analogia nei due fenomeni?

No, non ce la vedo. Lo sviluppo dei “circoli” nella Russia zarista era una forma dell’agire politico di partito in una situazione in cui ogni forma di attività politica era illegale. I “circoli” contemporanei sono qualcosa di diverso e avendo viaggiato molto per la Russia posso dirlo con cognizione di causa. Si è trattato di un fenomeno che ha attratto dei giovani verso il marxismo non come una forma dell’agire politico ma in quanto puri “circoli di lettura”. Tutto ciò nasceva dal presupposto che l’agire politico fosse  senza speranza di successo. Nell’ultima fase però questi circoli sono entrati in crisi: “abbiamo letto tutti i libri che c’erano da leggere, che facciamo ora?”. Penso tuttavia che la sinistra abbia ancora un futuro in questo Paese. Ho visto in quanto professore l’interesse degli studenti per queste idee anche se finora lo spazio per un’azione politica di fatto non esiste. Praticamente tutti i partiti che oggi esistono in Russia, al di là del nome che portano, sono delle succursali del Cremlino. La radicalizzazione di molti giovani in Russia è evidente, ed avviene a sinistra, a differenza di quanto succede nel resto dell’Europa. Da voi la crisi della democrazia liberale ha aperto la strada al populismo di destra, ma da noi in Russia non esiste la democrazia liberale per cui si cerca una strada verso una maggiore giustizia anche sociale. Nel momento in cui la pressione del potere autoritario si ridurrà, vedremo emergere questa tendenza.

Qualcuno potrebbe dire che la fase storica aperta con la rivoluzione leninista si sia conclusa male. Oggi i regimi che si definiscono socialisti o marxisti non rappresentano certo un riferimento, tanto per usare un eufemismo, per gran parte dell’umanità…

Tutti i movimenti conoscono dei cicli definiti “di esistenza”. Il bolscevismo ha avuto un ciclo vitale nella prima metà del XX secolo, e quello classico era già stato sconfitto negli anni ’30. La politica di Stalin fu già qualcosa di diverso dal bolscevismo degli esordi. Penso che Trotsky avesse ragione quando sosteneva che il regime staliniano fosse assimilabile al Termidoro della rivoluzione francese. Lungo quel percorso si giunse alla restaurazione del capitalismo. il bolscevismo è stato sconfitto tanto quanto lo fu il movimento della Riforma nel XVI secolo. Ma tutto ciò non è “la fine della storia” profetizzata, sbagliando, da Fukuyama. Ritengo che l’epoca del passaggio dal capitalismo al socialismo sia ancora in corso. Si sta dimostrando certamente più lunga e contraddittoria di come inizialmente si poteva immaginare. Più tragica, certamente. È di sconfitta in sconfitta, come ha sostenuto Jean-Paul Sartre, che avanza il progresso umano. E da questo punto di vista anche Marx resta attuale.

E del leninismo cosa rimane oggi fra gli schieramenti in Russia e al di fuori di essa?

Per quanto riguarda coloro che si ritengono gli eredi ufficiali di quella storia, beh il partito comunista della federazione russa è un fenomeno vergognoso, e nessuno lo tiene in seria considerazione. Molti dei suoi membri affermano che se ci fosse in Russia la possibilità legale di fondare un altro partito sarebbero già da un’altra parte. La Cina invece non è null’altro che un sistema capitalistico. In particolare di un capitalismo di Stato, nel senso classico del termine: ovvero di come era stato concepito nella seconda metà del XIX secolo in Germania e Gran Bretagna, come struttura dell’organizzazione del capitalismo. In Cina, e ciò è interessante, il capitalismo è stato restaurato dal partito comunista. Anche qui, nulla di strano: ogni idea può essere usata per diversi fini. E più il potere è conservatore, più ha bisogno di tradizioni. E dato che in Cina la tradizione comunista è quella più forte e legittimata, viene usata a piene mani. Mi recai in Cina nel 2008 e parlando con gli economisti di quel Paese capii che non profumano di marxismo, neppure da lontano: sono solo la rappresentazione del pragmatismo tecnocratico. 

C’è qualcosa che rimane attuale dell’azione e dell’opera di Lenin?

Lenin fu in primo luogo un politico. E credo che ogni politico serio che voglia lottare per la conquista del potere, al di là della propria ideologia, deve studiarlo. Lo fa la stessa destra americana di “Alt-Right” che spesso lo cita. Certo, la riflessione teorica non si conclude con Lenin, di cui vanno certamente compresi anche gli errori, e progredisce; ma credo che la sua riflessione sull’imperialismo resti utile anche per comprendere il presente, e lo possiamo del resto costatare con chiarezza nelle vicende mondiali degli ultimi due anni. 

Nell’immagine: morto, ma non ancora sepolto


La difesa di Israele e la politica della memoria

A breve la ripresa della trattativa interrotta da Berna 3 anni fa. Nella fase pre-negoziale alcuni spiragli importanti, ma a quanta sovranità è disposta a rinunciare la Svizzera? 

Di Roberta De Monticelli, il manifesto

«Lo stato di Israele sa fin troppo bene perché la Convenzione sul genocidio, che è stata invocata in questo procedimento, fu adottata». Si apre così l’arringa di Tal Becker, il primo avvocato della squadra di difesa israeliana alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. La «memoria collettiva di Israele» è evocata immediatamente dopo, insieme con il richiamo a Raphael Lemkin, il giurista ebreo polacco che coniò il termine.

Non gli bastava – aggiungiamo noi – il termine «sterminio» usato a Norimberga, e neppure «crimine contro l’umanità», coniato da Hersch Lauterpach, un altro giurista sopravvissuto alla Shoah. Uccidere persone perché appartenenti a un certo gruppo e con l’obiettivo di sradicarlo è peggio che ucciderle senza questa specifica intenzione. Che è poi la parte dell’accusa più difficile da provare, nonostante le oltre 60 citazioni e le 9 pagine di riferimenti ad alti funzionari israeliani, non sanzionati dal loro governo.

È di questo «elemento soggettivo» che vogliamo occuparci: delle sue implicazioni psicologiche e morali ma anche filosofiche, sia dal punto di vista degli accusatori che degli accusati. Sgombriamo anzitutto il terreno dagli equivoci. La Corte non è chiamata nell’immediato a un verdetto di innocenza o colpevolezza: ma solo a determinarsi sulla possibilità che un genocidio sia in atto, e solo in questo caso ad accogliere (eventualmente) la richiesta di misure precauzionali come il cessate il fuoco. Sarebbe ridicolo che quel verdetto pretendesse di anticiparlo chi scrive.

La questione è un’altra. Qual è il senso dell’accusa? Ancora. La Corte ha giurisdizione sulle controversie fra stati, ma solo se questi l’accettano, o una tantum o nelle clausole dei loro trattati. Israele l’ha accettata praticamente solo per questo trattato così fondante per la sua legittimità: la Convenzione sul genocidio.

Per questo ha dovuto prima sorgere una controversia fra il Sudafrica e Israele, perché i Sudafricani potessero presentare alla Corte la loro accusa di genocidio, prima comunicata a Israele e respinta. A questo punto l’Art. 9 della Convenzione «obbligava» Israele a difendersi in Corte.

E ora torniamo alle arringhe difensive. L’argomento di Becker torna continuamente: che sia accusato di genocidio proprio Israele, fondato sulla «memoria collettiva» del male «unico», «eccezionale», «assoluto» subito dagli ebrei, per il quale fu inventata questa fattispecie di reato, è inaudito. Una sorta di contraddizione «genetica» (Giacomo Costa, Affaritaliani.it, 16/1).

«L’accusa è assurda perché mossa nei confronti di uno stato nato, lo ricordo, dalla Shoah». Questa stessa tesi, espressa il 9 gennaio dall’avvocato internazionalista Giorgio Sacerdoti, la trovate come argomento cardine di tutte le arringhe difensive, insieme all’altra complementare: accusare proprio Israele di genocidio svuota di senso il termine, lo banalizza. Ecco: ma perché? Come comprendere più in profondità il senso di questo che sarebbe di per sé evidentemente un non sequitur?

Perché ci sia intento genocida, la vittima designata deve essere presente, e in modo quasi ossessivo, alla mente del suo carnefice. Ora, onestamente, chi potrebbe dire che i palestinesi siano stati presenti alla mente della maggioranza degli ebrei israeliani in una società che, come quella israeliana, era letteralmente costruita come un sistema di invisibilità – architettonica, logistica, segnaletica, linguistica e culturale – nei confronti delle popolazioni dei territori occupati, ridotti allo status generico di «stranieri» – o al più soltanto «terroristi» – da cui difendersi, invece che sfollati superstiti di una popolazione residente da una dozzina di secoli almeno in Palestina?

È questo «elefante nella stanza» che nessuna delle crisi passate ha reso tanto visibile quanto il tremendo eccidio del 7 ottobre. Si parva licet, conosciamo questo meccanismo. Distolgo istintivamente lo sguardo da qualcosa, senza volerlo sapere. Ma se qualcuno mi costringe a guardare, la mia reazione può essere feroce. In fondo, l’othering, la disumanizzazione annichilante, era già nel sogno dei padri fondatori: una terra «senza popolo» per un popolo senza terra.

Ecco perché l’argomento principale dell’accusa è stato la «contestualizzazione» dello sterminio di Gaza: certo in rapporto all’eccidio criminale del 7 ottobre, ma anche in rapporto all’intera storia della pulizia etnica della Palestina storica, prima e dopo il 1967 e il regime di occupazione dei territori destinati dall’Onu alla Palestina. Come dire: ignorare la vittima che stermini, mentre la stermini, non solo non cancella l’intento genocida, ma semmai l’aggrava, come se tu avessi anticipato l’annientamento in forma di negazione del vero: «Non esistono».

Nurit Peled Elhanan, già docente alla Jerusalem University, illumina questo buio nel suo ultimo libro (Holocaust Education and the Semiotics of Othering, 2023), riconducendo la rimozione (l’elefante ignorato) proprio a una politica della memoria: l’identità israeliana si costruisce nell’identificazione con le vittime della Shoah fino al punto di iscriversi nel concetto di genocidio. E dunque che il genocidio sia perpetrato invece che subito, è inconcepibile. Ma questa è una memoria centripeta: dice «mai più questo deve accadere a noi». E non invece «a nessuno». Solo quest’ultima sarebbe una memoria «universale». L’avevo chiamata kantianamente «memoria del diritto» (17 gennaio). Nurit la chiama «memoria centrifuga».

Questo vorrei rispondere a Roberto Della Seta, che ieri ha avanzato riserve sulla portata etica dell’accusa sudafricana (oltre che sulla sua correttezza giuridica e opportunità politica). In etica – e relativamente alla mente umana – le questioni sono più complesse di come paiono. È bene ricordarlo, alla viglia della Giornata della Memoria.

Nell’immagine: Il team legale sudafricano alla Corte internazionale di Giustizia lo scorso 11 gennaio