Ridateci il nostro futuro

In piazza contro i tagli e la gestione irresponsabile dello Stato! Di Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) 

Carovita generalizzato, difficoltà accresciuta ad arrivare a fine mese e sfide future (a partire da quelle ambientali) tuttora irrisolte: non poteva inserirsi in un contesto meno propizio la manovra di rientro del governo prevista nel quadro del preventivo 2024. La mobilitazione di piazza è ormai l’unica alternativa che rimane per spingere i partiti di centrodestra a rinunciare ai tagli previste in vari settori. Questi avrebbero infatti conseguenze catastrofiche su più fronti e per molte persone: sono esempi lampanti le più di 6.000 (!) famiglie che ogni mese riceveranno centinaia di franchi in meno di sussidi di cassa malati e gli 11 milioni di franchi sottratti alle strutture senza scopo di lucro che si occupano di sostenere e accompagnare migliaia di persone con disabilità e le loro famiglie. Ma la lista non finisce qui: sono messi in discussione pure i contributi ai centri per giovani con difficoltà, le case anziani, gli ospedali, e molto altro ancora – per un totale di 136 milioni di franchi.

Con il mancato adempimento alle proprie promesse (“il decreto Morisoli non avrà nessun impatto sulle fasce più fragili della popolazione”) e il proprio atteggiamento attendista, i partiti di maggioranza stanno paralizzando lo Stato e la società tutta. Espressione concreta di quest’amministrazione dilettantistica e irresponsabile dello Stato sono il fatto che ad oggi  la Commissione della gestione non abbia ancora trovato nessuna convergenza sul Preventivo 2024 e che, prima ancora, il governo abbia violato quanto previsto dalla legge sulla gestione finanziaria dello Stato, perché in piena campagna per le federali non ha voluto esporsi con un preventivo che prevedeva 136 milioni di risparmi.

Scendere in piazza non è dunque solo un atto di solidarietà con chi è toccato direttamente dai tagli, ma un segnale a favore del servizio pubblico che non è da ricondurre ad uno schieramento ideologico piuttosto che un altro. Scendere in piazza significa pure denunciare la mancanza di rispetto istituzionale da parte di chi governa di fatto il nostro Cantone. Significa esigere una classe politica responsabile, che non sacrifichi lo Stato di diritto sull’altare di meri calcoli elettorali (passate le federali, le comunali sono infatti dietro l’angolo).

Ma non è finita qui! In un contesto finanziario che non è dei più rosei – e questo lo riconosce anche il fronte progressista – i partiti di maggioranza hanno deciso di fare regali fiscali a chi guadagna più di 30.000 franchi al mese, andando a svuotare ancora di più le casse di un Cantone che ha un urgente bisogno di liquidità per far fronte ai bisogni sempre più numerosi della popolazione, sul corto come sul lungo termine. La riforma fiscale sembra una burla, eppure è l’ennesimo atto di una politica fiscale ed economica ideologica e fallimentare, che negli ultimi anni ha perseguito un obiettivo ben definito: favorire fiscalmente persone e aziende facoltose, riducendo al contempo le spese per le fasce più fragili della popolazione.

Risultato? Non solo uno Stato sprovvisto di risorse finanziarie, ma anche un’economia senza valore aggiunto e un territorio martoriato da capannoni abbandonati dopo pochi anni, traffico e dumping salariale. Il nostro bel Ticino è oggi un Cantone senza progettualità, che spinge le persone giovani oltralpe e sottrae sempre più risorse alle persone più fragili. Un Cantone, in definitiva, che mette a repentaglio la propria coesione sociale e così la fiducia nella democrazia. Nulla di più pericoloso.

Invitiamo dunque tutta la popolazione a scendere in piazza oggi sabato 20 gennaio (ritrovo alle ore 14.00 in stazione a Bellinzona) per dare voce alla visione di uno Stato forte, finanziato in maniera solidale e abbastanza robusto per affrontare le sfide del futuro e dare prospettive concrete a chi vive qui.

Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) fanno parte del Comitato “Stop ai tagli”


Ezio Mauro – Il rivoluzionario che infiammò la Russia e il mondo

In piazza contro i tagli e la gestione irresponsabile dello Stato! Di Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) 

Come segnalato nell’intervista la Repubblica ha iniziato a pubblicare una serie di articoli di Ezio Mauro dedicati alla storia politica e umana di Lenin, che più tardi confluiranno in un libro

Nella foto: Lenin tra Trotskij e Stalin nel ritratto di gruppo dei delegati dell’ottavo congresso del Partito Comunista


Un rivoluzionario esule modello in Svizzera

In piazza contro i tagli e la gestione irresponsabile dello Stato! Di Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) 

Zurigo, lunedì di Pasqua del 1917. L’Europa è in guerra dall’agosto del 1914. In quel giorno festivo, alcuni cittadini assistono al passaggio di una stravagante comitiva, lungo un itinerario che dal ristorante «Zähringerhof» porta alla stazione principale. Sono uomini e donne, circa trenta, appesantiti da valigie, ceste e pastrani di varia foggia: sono immigrati russi, esuli e fuorusciti, e sono guidati dal bolscevico Wladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin. Il gruppo si appresta a rientrare in Russia attraverso la Germania, la Svezia e il Granducato di Finlandia. Destinazione finale: Pietrogrado. Quel lungo e disagiato viaggio, propiziato dai servizi segreti tedeschi, ha cambiato, come sappiamo, il corso della storia, e non soltanto quello dell’immensa Russia. Oggetto di ricostruzioni varie, spesso fantasiose, quel rientro nella «carrozza piombata» è diventato leggenda, mito fondativo del comunismo sovietico. 

Il giovane e ribelle Ul’janov era giunto a Ginevra già nel 1895 per sottrarsi alla cattura ordinata dalla polizia zarista. In Svizzera soggiornerà più volte, nella città di Calvino come anche a Berna e Zurigo, per una durata complessiva di oltre sei anni. Lo storico Emilio Gentile ha immaginato un possibile incontro tra Lenin e Mussolini in qualche fumosa locanda ginevrina, tra il 1902 e il 1904: eventualità che si sarebbe anche potuta verificare, vista la presenza in città in quel giro d’anni dell’agitatore socialista romagnolo. 

Willi Gautschi, che dei soggiorni svizzeri di Lenin si è occupato in un ampio saggio pubblicato nel 1973 e quasi sempre ignorato dalla storiografia internazionale (Lenin als Emigrant in der Schweiz), sostiene che l’influenza del bolscevico sul movimento operaio e sindacale elvetico fu trascurabile. Assorbito dalle furiose dispute interne che allora laceravano la colonia russa, molto numerosa e litigiosa, Lenin profuse le sue energie intellettuali nell’organizzazione del partito rivoluzionario. Frutto di quelle riflessioni fu un saggio ritenuto fondamentale nel processo formativo di Lenin, il Che fare? pubblicato nel 1902, pugnace piattaforma ideologica del bolscevismo. A giudizio dello slavista Vittorio Strada, che nel 1971 curò un’edizione commentata per l’editore Einaudi, nessun altro libro politico del Novecento aveva «aperto un così vasto e durevole cammino nella storia, trasformando le proprie costruzioni teoriche in azione e in realtà tuttora ricche d’avvenire».

A differenza di Mussolini, più volte incarcerato ed espulso da un cantone all’altro, Lenin visse appartato e senza creare fastidi alle autorità di polizia elvetica. Gautschi, nella monografia citata, parla di un comportamento improntato all’estrema correttezza: «mai qui visse sotto falso nome, come invece gli accadde di fare in Germania e in Inghilterra, ma si fece sempre registrare presso il controllo abitanti come Wladimir Ul’janov».

Anche il suo atto più politico e radicale nel nostro paese, ossia la partecipazione alle conferenze segrete di Zimmerwald (1915) e Kiental (1916) indette dal socialdemocratico Robert Grimm per rianimare lo schieramento contrario alla guerra, non ebbe conseguenze d’ordine pubblico. In quelle riunioni Lenin propose al prostrato movimento operaio europeo di trasformare la guerra imperialista in guerra civile, ma rimase in minoranza. «Non siamo pacifisti», scrisse poi nella lettera tramite la quale si accommiatava dagli operai svizzeri: «siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell’interesse del socialismo». 

Nel 1917 la rivoluzione di febbraio con la successiva formazione di un governo capeggiato da Aleksandr Kerenskij ebbe l’effetto di un lampo al magnesio, e non solo per la comunità russa in esilio. Anche la Germania comprese che l’occasione era propizia per chiudere il fronte orientale, e riversare così le proprie truppe nel teatro bellico francese. Lenin avrebbe potuto incrementare il caos e sparigliare le carte: di qui l’idea di riportarlo in patria in un convoglio sorvegliato, senza immaginare che quel trasferimento avrebbe innescato una reazione a catena inusitata. 

Ci si può chiedere in che misura Lenin s’interessò alle faccende elvetiche, alla storia del paese, alla capacità di mobilitazione del movimento operaio nei vari cantoni. Dalle testimonianze raccolte dai compagni socialisti, tra cui il futuro Consigliere federale Ernst Nobs, sembra che ammirasse l’architettura costituzionale della Svizzera e le soluzioni adottate per favorire la coesistenza pacifica tra le stirpi e i gruppi linguistici. Conosceva anche il percorso del movimento liberale («Freisinn») e le azioni di forza che lo avevano condotto al potere: «ancora nel 1890, dunque molto dopo il 1848, il partito liberale ha preso le armi, assassinato un Consigliere di Stato [il cattolico-conservatore Luigi Rossi, ndr] e rovesciato in Ticino il governo conservatore. Politici liberali e futuri Consiglieri federali hanno assunto le difese degli imputati e riconosciuto loro il diritto alla rivoluzione. I vostri tribunali hanno assolto qui, nel municipio di Zurigo, i rivoluzionari ticinesi liberali. Cose simili possono capitare solo in Svizzera».

L’eco delle iniziative leniniane rimase comunque confinato nella ristretta cerchia dei seguaci. Lenin non voleva correre rischi, l’arresto o l’espulsione. Dopo i raduni di Zimmerwald e Kiental, ove aveva cercato di provocare la spaccatura tra i socialpatrioti (maggioritari) e la sinistra radicale, il suo interesse per il paese che l’aveva accolto venne meno. Altre erano ora le urgenze che eccitavano la sua mente. La moglie Nadežda Krupskaja avrebbe poi smentito i militanti che avevano idealizzato il ruolo del coniuge nell’orientare la strategia dei socialisti svizzeri, sospingendoli magari nelle braccia del bolscevismo: «in Svizzera non esisteva una forte classe operaia, più che altro è un paese con molte stazioni termali, un piccolo Stato che si nutre delle briciole che le grandi potenze capitalistiche lasciano cadere dal tavolo…». 

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: l’arrivo di Lenin a Pietrogrado, sul treno proveniente dalla Svizzera


Sergio Rossi – Lo stop di Suez, un altro scossone alle economie europee

In piazza contro i tagli e la gestione irresponsabile dello Stato! Di Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Per un chiaro NO ad un decreto impraticabile e ad una stravagante applicazione del rientro di bilancio

In piazza contro i tagli e la gestione irresponsabile dello Stato! Di Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) 

La manifestazione prevista per domani, sabato 20 gennaio, vedrà ErrediPi marciare e manifestare con convinzione accanto a numerosi altri gruppi politici, professionali e di opinione contro la politica fiscale miope e insensata che lo Stato promuove da più di vent’anni, sostenuto dalla maggioranza dei tanti personaggi che in questo periodo hanno animato i governi e i parlamenti. Chi con maggiore convinzione e chi con meno, tutti costoro hanno assunto una serie di dogmi economici, la cui efficacia non è mai stata scientificamente dimostrata, secondo cui la prosperità economica del Paese debba essere subordinata al pareggio di bilancio, anche laddove questo implichi tagli ai gangli più sensibili della società, come scuola, socialità e sanità.

Nemmeno dalla sinistra è stato mai posto in serio dubbio che il pareggio di bilancio non sia un obiettivo in sé, così come anni fa l’elettorato è stato convinto a sancire in votazione popolare, elevando al rango costituzionale il freno al disavanzo. Certo, si sente ripetere che il pareggio di bilancio è la condizione sine qua non per poter fare politica, e si cita come esempio la capacità di far fronte all’emergenza Covid: “come avremmo potuto superare quella crisi se non fossimo partiti da una situazione di finanze sane?”. Beh, probabilmente avremmo fatto lo stesso anche se fossimo partiti da un preventivo in deficit o anche se il nostro debito pubblico fosse stato di qualche punto percentuale più alto. Il Giappone, d’altra parte, si è detto che abbia affrontato l’emergenza in modo esemplare, dall’alto del suo 260% di debito su PIL, a confronto con il Ticino, che se l’è cavata benino, forte del suo debito al 7% su PIL…

Dunque, quale sarebbe questa sbandierata progettualità politica che è stato possibile mettere in campo ogniqualvolta si è raggiunto il pareggio dei conti a costo di lacrime e sangue? Quella fondata su un altro dogma economico mai dimostrato, quello della competitività fiscale. Ed ecco quindi che l’agognata progettualità politica per rilanciare l’occupazione e i salari del Paese si è ridotta al semplice ritocco delle “condizioni-quadro” della competitività fiscale, in forza alla teoria secondo cui la riduzione delle aliquote fiscali eviterebbe la fuga dei buoni contribuenti verso i paradisi fiscali in Svizzera e all’estero. Il fatto che, secondo i dati dell’ufficio federale di statistica, nonostante le sue aliquote da “inferno fiscale” il Ticino sia il cantone che ha visto la maggiore crescita delle persone con più di 5 milioni di patrimonio, sembra non aver sollevato alcun ragionevole dubbio sulla solidità dell’impianto teorico alla base della politica fiscale del Cantone.

Viceversa, un principio economico universalmente riconosciuto insegna che sono i redditi a costituire il PIL, ossia la produzione di ricchezza. E sulla base di questo principio, dunque, tagliare i salari delle decine di migliaia di dipendenti pubblici e para-pubblici, così come i trasferimenti agli istituti sociali, che servono anche per pagare salari, significa sacrificare PIL. Lo stesso ragionamento, del resto, si applica anche alla riduzione delle pensioni (che costituiscono il “core business” di ErrediPi), in quanto le pensioni altro non sono che salario differito.

Alla resa dei conti, dunque, la politica di austerità alternata alla politica di sgravi fiscali a beneficio di imprese e persone benestanti, dove ci ha portato dopo 25 anni? Alla prosperità diffusa? Purtroppo no: siamo il cantone con il maggiore rischio di povertà, soprattutto a causa di un altro triste primato, quello dei salari più bassi, ma anche della disuguaglianza più marcata, che è stato dimostrato abbia una correlazione statistica significativa con il tasso di povertà.

Sabato marceremo e manifesteremo contro questa politica, sì, ma anche a favore di una radicale svolta che guardi alle strategie adottate da altri paesi a noi comparabili, che hanno scelto di non rassegnarsi a diventare tristi paradisi fiscali, dai quali la gioventù fugge, lasciando un “paese per vecchi” che, a fronte dei ripetuti attacchi alle rendite pensionistiche, sarà un paese solo per vecchi… e facoltosi stranieri.

Ormai lo ammette anche il Governo: da qui a poco anche l’Amministrazione non riuscirà più a trovare manodopera qualificata, un po’ a causa della “fuga dei cervelli”, quelli dei nostri giovani che vanno a far famiglia dove i salari sono dignitosi. Un po’ a causa della concorrenza con l’economia privata che, taglio dopo taglio ai salari e alle pensioni del pubblico impiego, finisce per fare concorrenza allo Stato nell’accaparrarsi i talenti migliori.

Questa è la prova che la competitività di un cantone non passa solo dalla fiscalità, ma soprattutto dalle opportunità che, in termini di salari di pensioni e di servizi sociali sanitari e scolastici si offrono alle giovani generazioni. Ed è proprio per loro, e per il futuro del nostro Cantone che scenderemo in piazza.

Paolo Galbiati è docente di Economia e Diritto al Liceo di Bellinzona e membro di comitato di ErreDiPi – Rete per la Difesa delle Pensioni


Un Cantone di vecchi poveri

In piazza contro i tagli e la gestione irresponsabile dello Stato! Di Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) 


Finma, confessione di impotenza

In piazza contro i tagli e la gestione irresponsabile dello Stato! Di Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) 

Il 19 marzo 2023 l’Ubs ingoia il Credit Suisse. Il 19 dicembre 2023 la Finma pubblica la propria autodifesa: 89 pagine per descrivere i problemi del Credit Suisse, le misure adottate dalla Finma e le soluzioni future. Trattasi di uno strumento indispensabile per i partiti politici i quali, confrontati con l’Ubs come rischio sistemico raddoppiato dopo il marzo 2023, dovrebbero adottare misure di urgenza. Attendere i risultati della Commissione parlamentare d’inchiesta, che in ogni caso saranno comunque colorati secondo le maggioranze politiche, potrebbe rivelarsi tragicamente tardivo. Questo rapporto della Finma è stato qualificato da parte di un commentatore del Centre de Droit Bancaire dell’Università di Ginevra come una confessione di impotenza. In effetti, la Finma proclama di aver fatto tutto il possibile e di avere esaurito tutti i mezzi previsti dalla legge. Ma è proprio la Finma che ha il compito di proporre, mediante intermediazione del Consiglio federale, tutte le riforme legali necessarie per garantire l’efficacia della sorveglianza sulla piazza bancaria e finanziaria svizzera.

Oggi la montagna partorisce il topolino: torna il ritornello di ottenere il potere di infliggere le multe, benché, in questo settore, le multe non avranno mai nessun effetto di prevenzione, né generale, né speciale, poiché in ogni caso vengono pagate dalle banche e non dal banchiere che è responsabile di errori e negligenze. Prova: le colossali multe pagate dal Credit Suisse negli Stati Uniti non ebbero nessun effetto e non hanno minimamente ridotto l’appetito al rischio dei suoi manager: infatti, a causa delle perdite e delle multe, durante gli ultimi 15 anni il Credit Suisse aveva fruttato soltanto 800 milioni di utili, pagando però, nello stesso periodo, circa 40 miliardi di bonus a favore di questi medesimi manager.

Le misure fortemente annacquate da parte del parlamento conseguenti alla volontà popolare espressa mediante l’approvazione dell’iniziativa Minder, garantiscono in realtà l’inefficienza di qualsiasi intervento da parte degli azionisti del Credit Suisse e, allo stato attuale, dell’Ubs. Si vedrà nel bilancio e nel Rapporto sulle remunerazioni del 2023 a quanto ammonta l’importo colossale dei bonus incassati dai quadri superiori dell’Ubs, proprio nell’anno in cui hanno decretato il licenziamento di migliaia di dipendenti.

Da parte sua, la Finma continua a dimostrare il suo timore reverenziale: avrebbe potuto ordinare la confisca (art. 35 della Legge federale sulla Finma) di tutti i bonus incassati dai manager colpevoli, che erano già stati identificati grazie alle 14 procedure di enforcement condotte negli ultimi anni nei confronti del Credit Suisse proprio da parte della stessa Finma. Purtroppo, il rapporto Finma non prevede nessuna misura legale per almeno calmierare il sistema dei bonus. Ma non facciamoci illusioni: da decenni, la maggioranza liberal-populista delle Camere federali ha fatto di tutto per limitare i poteri della Finma. In realtà è il sistema svizzero, cosiddetto dualista, della sorveglianza sia pubblica che privata, che ha mostrato i suoi limiti, come già constatato dal Fondo monetario internazionale in un suo rapporto del 2019.

Ma quali sono le responsabilità delle società di audit incaricate della revisione ordinaria e straordinaria del Credit Suisse? Quali sono stati gli interventi da parte dell’autorità federale di sorveglianza sulle società di revisione bancaria? Questa autorità, che deve cooperare mano nella mano con la Finma, presenterà anch’essa un rapporto con le lezioni che deve tirare dal disastro del Credit Suisse? E c’è di peggio: fra il 2018 e il 2022 la Finma ha inoltrato ben 16 denunce penali riguardanti manager del Credit Suisse, un record che avrebbe dovuto comportare la sospensione immediata dei manager denunciati, applicando loro il divieto di esercitare l’attività bancaria, con il medesimo rigore che la Finma ha già applicato nei confronti di banche più piccole, fra le quali, notoriamente, anche qualche banca ticinese. Ma qual era l’autorità destinataria di tutte queste denunce penali? Il Dipartimento federale delle finanze oppure il Ministero Pubblico della Confederazione, oppure entrambi? E quale è stato il seguito che queste due istanze penali hanno attribuito alle 16 denunce inoltrate da parte della Finma? Un simile record di denunce penali non avrebbe dovuto comportare l’estensione d’ufficio anche ai crimini finanziari previsti dal Codice penale? “Una banca come la Svizzera” sta cartellonando dovunque Ubs drappeggiandosi nella bandiera svizzera. “Prudenza, tradizione e rigore”. Ma il parlamento svizzero, il Consiglio federale, la Finma, l’autorità di vigilanza sulle società di revisione, l’autorità giudiziaria penale e le società di revisione, quando pubblicheranno se e come saranno in grado di sorvegliare efficacemente il rispetto di questi buoni propositi da parte dell’Ubs, ossia del maggior rischio sistemico della storia bancaria svizzera?

Articolo pubblicato da La Regione e apparso in francese su La Tribune de Genève


La scuola, fra parità di opportunità e parità di risultati

In piazza contro i tagli e la gestione irresponsabile dello Stato! Di Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) 

Ho già parlato in questa sede di PISA 2022, dei risultati della scuola ticinese e di quella svizzera, soffermandomi in particolare su quella significativa percentuale di quindicenni che, in questa sorta di campionato del mondo dell’istruzione, il podio lo vedono solo da lontano: il pensiero va a quegli allievi incapaci di superare i livelli minimi delle prestazioni cronometrate a ritmo triennale dai paesi dell’OCSE. Secondo il rapporto SUPSI del dicembre scorso, le percentuali di allieve e allievi ticinesi sotto il livello 2 fissato da PISA – cioè inadeguati in matematica (14%), lettura (19%, quasi un quinto) e scienze (15%) – sono statisticamente inferiori a quelle della Svizzera e della media OCSE. Per intenderci, il livello 2 comprende gli alunni in grado di affrontare problemi comuni, ma in chiara difficoltà di fronte a situazioni più complicate e che richiedono più abilità e competenze.

Fin qua non ci sarebbe proprio nulla da recriminare, figuriamoci. Siamo tra i paesi più ricchi del mondo, ci mancherebbe una scuola scombiccherata. Però sono percentuali che devono interrogarci, anche perché quei poveracci che si insediano sempre a fondo classifica ci finiscono spesso già nelle prime settimane di scolarizzazione. Anche solo parlare di 10% significa essere in chiaro che ci sono mediamente due o tre allievi per classe che annaspano. Non è bello essere gli ultimi della classe, perché si passeranno anni di niuna beatitudine, salvo quei pochi che, ogni tanto, scoprono mondi che li fanno diventare i primi: il bullismo, la piccola criminalità, l’adrenalina della trasgressione, il disprezzo verso il mondo che li circonda.

Emanuele Berger, direttore della divisione della scuola e coordinatore del DECS, mette al primo posto del successo ticinese il carattere inclusivo della sua scuola, «e PISA – chiarisce – ci dice da sempre che i sistemi inclusivi hanno dei buoni risultati». In ogni modo, non è che la scuola ticinese sia diventata inclusiva dall’oggi all’indomani. Attualmente è una parola multifunzionale, che include davvero di tutto: «Successo per Winterland con una Locarno illuminata a festa», ho letto sul CdT. «Il segreto di questo successo? L’inclusione, secondo gli organizzatori dell’evento».

Ma taluni elementi dell’inclusione, in altri anni chiamata integrazione, erano già presenti da tempo; penso, per chiarire con qualche esempio, ai figli alloglotti della massiccia immigrazione del primi anni ’90 del secolo scorso, che venivano presi a carico dalla nostra scuola, seguiti da un docente che si occupava della lingua e dei piccoli e grandi problemi di vita quotidiana, e che erano inseriti nelle normali classi nel giro di pochi giorni. Non era una prassi nazionale. Ricordo un collega, mi pare argoviese, che mi aveva raccontato come funzionava in quel cantone. Gli alloglotti erano raggruppati in classi in cui si insegnava il tedesco, cioè l’Hochdeutsch. L’anno dopo si «integravano» nelle classi usuali, dove si parlava lo Schwiizertüütsch.

Anche al di là del discorso sugli alloglotti, rammento che in quegli stessi anni ’90 avevo collaborato ai primi tentativi di interazione / condivisione di spazi e tempi, seppur parziali, tra “normali” allievi della scuola elementare e allievi delle scuole “speciali”, di cui era ispettore, in quegli anni, Michele Mainardi, Punto di riferimento per l’educazione inclusiva e la pedagogia speciale, come lo definisce oggi laRegione, introducendo una recente intervista (‘Nell’inclusione il Ticino è stato un precursore lungimirante’).

Tornando ai risultati di PISA: anche nella nostra scuola inclusiva le percentuali di allieve e di allievi sotto il livello 2 – cioè sui vagoni di coda della classifica – sono tanti, certamente troppi. Non può essere consolatorio scrivere che i nostri tassi di insuccesso «sono tutti minori da un punto di vista statistico rispetto a quelli della Svizzera e della media OCSE». Il Ticino non è naturalmente un Sonderfall, in questo caso specifico. Le percentuali degli allievi più fragili, in effetti, non sono una nostra prerogativa, ma assai simili a quelle di altri cantoni.

In definitiva, però, spunta una domanda: quella percentuale importante che affolla le statistiche dei più deboli, non è che magari è formata anche da tanti inclusi? Non è che gli diamo un banco e un posto in aula, addirittura un/a compagno/a di banco, e poi, quando somministriamo i test, non guardiamo in faccia a nessuno, perché siamo equi, democratici e imparziali?

Su un numero speciale della rivista romanda Éducateur (febbraio 2012), dedicato ai cento anni di vita dell’Institut Jean-Jacques Rousseau di Ginevra, il sociologo Walo Hutmacher pubblicò un articolo dal titolo intrigante: Réclamer l’égalité des chances, c’est s’empêcher de viser l’égalité des résultats à un niveau élevé. «Le pari opportunità – scriveva – fanno parte della scuola pubblica. Ma è un’uguaglianza astratta, di maniera, perché presume, senza dirlo, che la scuola di base sia una gara, così che ha un senso solo in una scuola selettiva».

L’inclusione, di per sé, mette a posto le nostre coscienze, ma finisce lì. Dopo avergli dato un banco, agli inclusi bisognerebbe garantire un’etica pedagogica impeccabile, per evitare un’esclusione de facto, benché politicamente de jure.


Immigrazione: l’Europa innalza muri e sbarramenti

In piazza contro i tagli e la gestione irresponsabile dello Stato! Di Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) 

2.571 è il numero di persone che hanno perso la vita lo scorso anno nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, secondo quanto riferito dall’OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni).

Il peggior numero di sempre, che non sembra destinato a calare nel prossimo futuro. Il 2024 si è aperto, il 3 gennaio, con un naufragio a largo di Sfax, in Tunisia, con 35 vittime del mare. Tra Natale e quella data le persone migranti morte e disperse al largo della Libia in quattro naufragi differenti erano già 108.

Dal 2014, l’agenzia delle Nazioni Unite ha censito almeno 28.320 uomini, donne e bambini che hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa. Un computo che rimane tuttavia approssimativo, spesso basato sui racconti di chi è riuscito a sopravvivere e a raggiungere miracolosamente le coste d’approdo.

Secondo l’UNHCR (Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), nel 2023 almeno 264.371 richiedenti asilo sono entrati in Europa via mare e via terra: un aumento del 66% rispetto all’anno precedente e la cifra più alta dal 2016.

Eppure, il 2023 ha visto l’Europa attuare e praticare misure sempre più drastiche per frenare l’arrivo dei migranti, tant’è vero che le operazioni di ricerca e salvataggio in mare delle ONG che sono state rese sempre più difficili. Avviati con proclamato successo anche i partenariati che tanto piacciono all’Unione Europea. Accordi che scambiano denaro per respingimenti, patti che esternalizzano le frontiere.

Il 2023 ha visto la nascita del Memorandum tra Unione Europea e Tunisia. Un accordo da 1 miliardo di euro (1,1 miliardi di dollari) con il quale Tunisi è stata chiamata a svolgere un ruolo di pattugliamento delle frontiere simile ai precedenti accordi siglati con Tripoli e a fermare l’afflusso di rifugiati nei paesi europei.

La Tunisia è da tempo un paese di arrivo per i migranti sub-sahariani. Ma la difficile situazione economica e la “caccia al nero” iniziata ancora nel 2022 hanno innescato un esodo verso le coste europee. Uomini e donne, bambini e bambine, costretti a fuggire dopo che il presidente tunisino Kaïs Saïed aveva chiesto “misure urgenti” contro l’immigrazione irregolare di cittadini provenienti dall’Africa subsahariana, accusandoli di crimini e di complotto oltre che di cambiare pericolosamente la composizione demografica del paese.

Lo scorso anno la Tunisia ha superato la Libia come principale punto di imbarco per le persone dirette dall’Africa all’Europa. L’ONU stima che 96.175 persone che hanno raggiunto le coste italiane lo scorso anno siano partite dalla Tunisia, rispetto alle 29.106 dell’anno precedente.

L’accordo raggiunto recentemente con la Tunisia appare perfettamente rientrare in un quadro strategico che caratterizza l’idea di “cooperazione” da parte dell’UE in materia di migrazione. La stessa linea che i governi sembrano essere intenzionati a perseguire anche con il nuovo anno.

Von der Leyen ha definito il citato accordo con la Tunisia un “progetto” per accordi futuri, e la Commissione Europea ha anticipato che accordi simili sono in cantiere con Marocco, Egitto e Sudan. Nel 2024, l’Europa continuerà a cercare nuovi partner per “scaricare” i richiedenti asilo. Dal Ghana alla Georgia, dal Ruanda all’Albania, l’UE è alla ricerca di nazioni che trattengano le persone vulnerabili per non farle raggiungere le coste europee.

Così si alzano i muri della fortezza Europa. E chi fugge, dalle guerre, dalla fame, dalle persecuzioni, rimane chiusi fuori, mentre là dentro ci si perde nel labirinto di una politica che non funziona, fatta per lo più di slogan, di propaganda per non guardare in faccia alla realtà.


Esercito contro civili in Cisgiordania

In piazza contro i tagli e la gestione irresponsabile dello Stato! Di Laura Riget (PS) e Rocco Vitale (Verdi del Ticino) 

Di Michele Giorgio, il manifesto

I sette fratelli Darwish li conoscono tutti a Muthalath al Shuhada, un sobborgo di Jenin. Assieme alle due sorelle sono cresciuti in Giordania. Poi, anni fa, con la mamma Ibtisan sono tornati nella loro città palestinese di origine sperando in migliori fortune economiche. Speranze svanite di fronte alla realtà di Jenin, una provincia con scarse opportunità di lavoro fuori dall’agricoltura. «Alcuni dei miei figli mi aiutava in campagna, altri lavoravano in Israele, poi (dopo il 7 ottobre) hanno revocato tutti i permessi e per sopravvivere i miei ragazzi si sono adattati a svolgere piccole attività» ci dice Ibtisan seduta accanto alla porta di casa su di un vecchio divano di pelle sistemato sotto una tenda. La donna racconta con un filo di voce quel 7 gennaio quando un missile sganciato da un drone israeliano gli ha portato via in un attimo quattro dei sette figli. «Hazzà quel giorno mi ha chiesto dei soldi per andare all’ospedale, per la terapia renale di cui aveva bisogno. Poi è uscito con tre dei suoi fratelli. Era molto presto e sono rimasta a letto. Un po’ dopo, ho cominciato a ricevere notifiche su Telegram che riferivano di sette palestinesi uccisi qui all’incrocio di Muthalath al Shuhada. Mi sono allarmata, perché i ragazzi non rispondevano al telefono. È stato Qassam, un altro dei miei figli, a dirmi che quattro dei suoi fratelli erano stati uccisi da un aereo israeliano assieme altri tre giovani. Sono rimasta senza voce».

Hazzà, 27 anni, Rami, 22, Ahmed, 24, e Alaa, 29, assieme a Razqallah Sleiman, 18, Mohammad Asous e Wadee Asous sono stati colpiti al termine di un raid israeliano cominciato nella notte nella zona di Jabriyaat, alla periferia del campo profughi di Jenin. Per ore erano andati avanti gli scontri a fuoco tra combattenti palestinesi e militari israeliani. Ad un certo punto un ordigno è esploso sotto una jeep uccidendo una agente della polizia di frontiera e ferendone altri tre. A cinque chilometri di distanza, alle prime luci del giorno, Hazzà, Rami, Ahmed e Alaa si stavano preparando per uscire. Hanno sorseggiato il tè per alleviare il freddo della notte, hanno mangiato qualcosa e si sono avviati all’incrocio che da Jenin porta ai villaggi di Burqin e Qabatiya. «Hanno acceso un fuoco per riscaldarsi – prosegue il racconto Mohammad, 27 anni, uno dei sette fratelli – nell’attesa di persone in cerca di manovali a giornata. Hazzà aspettava che si facesse l’ora per andare all’ospedale. Con loro c’erano altri ragazzi. All’improvviso c’è stata un’esplosione. Sono morti in sette, tra cui i miei fratelli». Mohammad parla con la voce rotta dall’emozione e dal dolore ancora fresco. Il suo ricordo va soprattutto al fratello Ahmed. «Siamo cresciuti insieme – ci dice – eravamo amici oltre che fratelli, facevamo tutti insieme. Abbiamo una casa piccola e per scherzare gli dicevo: sposati, così vado nella tua stanza e non dormirò più nella tenda fuori casa. Adesso soffro ripensando a quelle parole». Sul luogo dove i sette giovani sono stati uccisi alcuni hanno poggiato un fiore e fogli di carta con versetti del Corano.

Per l’esercito israeliano il drone quella mattina avrebbe preso di mira «un gruppo di uomini armati che lanciavano esplosivi contro le truppe». Per la gente del posto invece è stata una «vendetta» per l’ordigno che aveva ucciso l’agente della polizia di frontiera nel campo profughi. Il drone peraltro ha colpito a distanza di chilometri dal luogo degli scontri a fuoco con i combattenti palestinesi. «Vengono presi di mira i civili perché le truppe israeliane hanno grossi problemi con la resistenza. Si sfogano contro i civili» dice un palestinese. Solo a Jenin e nei villaggi vicini dal 7 ottobre sono stati uccisi oltre 50 combattenti e civili sui 360 palestinesi che, secondo calcoli del ministero della Sanità, sono morti sotto il fuoco di soldati e coloni israeliani. Tra le vittime ci sono almeno 95 minori, uno dei quali era un bambino di 9 anni. Dall’inizio di quest’anno sono già stati uccisi 41 palestinesi in Cisgiordania. Gli ultimi nove ieri in attacchi con droni e durante un raid dell’esercito nei campi profughi di Balata (Nablus) e di Tulkarem dove i soldati sono rimasti per sette ore effettuando irruzioni ed arresti in una decina di abitazioni. Raid notturni anche ad al-Eizariya (Gerusalemme), a Beitin, nel campo profughi di Jazalone (Ramallah), con numerosi arresti. Jenin per una notte è stata risparmiata ma nel suo campo profughi la tensione è sempre alta. I combattenti armati non girano più per le strade ancora devastate dal raid israeliano dello scorso luglio in cui furono uccisi 12 palestinesi, tra cui alcuni civili. L’utilizzo sempre più massiccio dei droni li rende bersagli facili di quella che si sta dimostrando anche in Cisgiordania e non solo a Gaza una delle armi più letali in possesso di Israele.

Nella strada principale del campo profughi continuano i lavori di riparazione avviati dalla municipalità dopo l’incursione del 3 luglio 2023, denominata dal governo Netanyahu «Operazione Casa e Giardino», il dispiegamento militare più ampio contro una città palestinese in Cisgiordania negli ultimi 20 anni. Oltre ai morti ci furono oltre 100 feriti e circa 500 famiglie furono costrette a lasciare le loro abitazioni. Alcune non vi hanno fatto mai più ritorno. Percorrendo la strada non asfaltata e allagata in più punti si passa accanto ad edifici danneggiati e anneriti dal fuoco delle esplosioni: una è stata colpita poche settimane fa da un drone.

L’ospedale «Ibn Sina» è alla periferia del campo profughi. Nuovo e ben tenuto, spesso negli ultimi mesi si è trovato, in particolare dopo il 7 ottobre, coinvolto nei raid dell’esercito israeliano. «I blindati giungono fin qui, proprio davanti al nostro ospedale», ci riferisce il dottor Tawfiq Al-Shobaki, capo del dipartimento di chirurgia generale, «gli israeliani dicono di voler catturare i combattenti palestinesi feriti negli scontri che vengono portati all’ospedale. In realtà bloccano tutti coloro che hanno bisogno delle cure ospedaliere, dal cardiopatico alle donne incinte. Di recente una donna che doveva partorire è stata lasciata dai soldati per ore in una ambulanza per controlli di sicurezza. Quale pericolo può rappresentare una donna con le doglie che sta per partorire?». Al Shobaki teme l’uso sempre più frequente di «punizioni collettive» contro Jenin, che Israele considera sempre la roccaforte principale della militanza armata palestinese. «Non stiamo vivendo lo stesso orrore di Gaza ma la situazione si fa più grave con il passare dei giorni e delle settimane, anche qui in Cisgiordania. Per questo stiamo preparando il nostro ospedale al peggio, a scenari drammatici».

A poche centinaia di metri dall’«Ibn Sina», ragazzi e bambini usciti da scuola attraversano la campagna con il «cimitero dei martiri». Decine di tombe con lapidi semplici, con accanto la bandiera di qualche formazione politica. Un giovane seduto su di uno sgabello, a capo chino recita preghiere accanto a una tomba. Poco più avanti, c’è il memoriale di Shireen Abu Akleh, la giornalista di Al Jazeera uccisa nel 2022 in quel punto da spari di soldati israeliani. I militari lo hanno distrutto durante un’incursione.

Nell’immagine: Jenin, il memoriale distrutto di Shireen Abu Akleh. Foto di Michele Giorgio