Le rivoluzioni che la politica non governa

La questione centrale sollevata dalla protesta degli agricoltori europei 

Di Massimo Cacciari, La Stampa

Il contesto generale in cui ha oggi luogo la contestazione da parte dei coltivatori europei delle politiche nazionali e dell’Unione per il settore è ben diverso rispetto a quello di precedenti, clamorose proteste. Non si tratta, in sostanza, di aiuti, sovvenzioni o più o meno motivate pressioni protezionistiche. Le istanze corporative, per quanto inevitabili, sono obbiettivamente in secondo piano rispetto a una prospettiva di trasformazione globale del comparto, trasformazione che assume un significato di rilievo non solo economico, ma politico, sociale e culturale. Su questo occorrerebbe riflettere e far ragionare, “bucando” se possibile la spessa coltre canzonettistica dell’Italia sanremese di questi giorni.

Ricerca scientifica e innovazione tecnologica stanno impattando sulla produzione agricola con una violenza analoga a quella che, tra anni’70 e’80, ha rivoluzionato il settore manifatturiero. L’agricoltura si trova, anzi, sul fronte delle sperimentazioni più avanzate e arrischiate. E occorre comprenderle sull’onda lunga del senso generale della Tecnica contemporanea: essa tende, per sua “natura”, a rendere “artificiale” ogni aspetto della nostra vita. Artificiale anche ciò di cui questa vita si alimenta. Come si creano desideri e bisogni, come si produce il consumo, così anche tutto ciò che si consuma. Artificiali erano prima i mezzi per moltiplicare la produzione di prodotti agricoli; ora lo diventano questi prodotti stessi. Dal laboratorio venivano fertilizzanti, ecc. , ora carne, formaggio, uova.

Come non capire il salto non solo produttivo, ma sociale e culturale che ciò comporta? Non sono in gioco soltanto migliaia di aziende agricole e di posti di lavoro. Ci troviamo all’interno di un processo, che nessuno sembra in grado neppure di frenare, in cui la produzione di una neo-natura standardizzata a livello globale domina tutte le forme della nostra vita. Un tale esito non ha più nulla di fantascientifico, esso è già iscritto anche nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, come nelle possibilità di intervento nel patrimonio genetico. E come per l’Intelligenza Artificiale nessuno si preoccupa seriamente dell’organizzazione della nostra vita quando la sua presenza sarà onnipervasiva in tutti i settori produttivi e amministrativi, così nessuno oggi sa quali limiti stabilire per la manipolazione delle nostre stesse intelligenze! E nessuna autorità politica sembra volersi prendere cura delle conseguenze sulla nostra salute del cibo sintetico.

Come, d’altra parte, si potrebbero conoscere? Quali statistiche abbiamo su che cosa comporti l’ingestione prolungata di alimenti che sono puri prodotti di laboratorio? Possiamo augurarci che l’Intelligenza artificiale sia un partner così cortese da liberarci da ogni fatica – e (forse) potremo continuare a rifiutare trattamenti sul nostro genoma. Ma è difficile rifiutare di mangiare – e se a un certo punto tutta la catena alimentare divenisse più o meno artificiale? E se il costo dei suoi prodotti si abbassasse tanto da indurne un consumo di massa? Cosa ci dice la scienza a proposito? Non siamo noi coloro che la adorano (vedi stagione, tutt’altra che passata, della pandemia)? È forse oggi tutta bella schierata a proclamare che il cibo sintetico fa bene o, almeno, non fa male? Lo potrebbe seriamente, cioè scientificamente, in assenza di ogni preciso dato? E su quelli disponibili è tutta d’accordo? E, infine, se manca un tale plebiscitario accordo da parte di Madame la Scienza, come possono le autorità politiche consentire l’entrata sul mercato di questo pseudo-cibo?

Questa è la questione prima, davvero epocale, che solleva oggi il movimento degli agricoltori europei. Dovremmo essergli grato che lo faccia. E di invitarci a capire, insieme, chi regge questa trasformazione, quali sono i formidabili interessi economici che ne rappresentano i veri “sovrani”, ai quali obbediscono in misura sempre maggiore le autorità politiche. Non sono i produttori a regolare questo mercato e tantomeno i prezzi dei suoi prodotti. E neppure qualche anonimo algoritmo. Sono i grandi fondi finanziari detentori di quote rilevantissime delle grandi multinazionali dell’alimentazione, proprietari di immensi territori in tutto il mondo. È la finanza globale a reggere il timone, qui come altrove, come nel Big Pharma, come nel colossale mercato delle comunicazioni. Tra i diversi comparti, poi, gli intrecci si moltiplicano (Bill Gates è proprietario di sconfinati terreni agricoli) e i profitti ancora più rapidamente, senza che nessuna politica redistributiva funzioni più nei Paesi del democratico Occidente.

Anche gli assilli iper-burocratici e centralistici di Bruxelles in materia di regolazione delle produzioni dei diversi Paesi trovano in questo contesto una spiegazione. La standardizzazione è il primo passo alla universale “artificializzazione”. Più la norma è astratta e rigidamente vincolante, più è difficile seguirla per il produttore tradizionale e facile, invece, per chi opera con grandi mezzi e su larga scala. Stesso ragionamento vale per l’occupazione per altro uso di terreni agricoli. Meno spazio vi sarà nei nostri Paesi per l’agricoltura, più sarà necessario ricorrere all’industria del cibo sintetico. Anche in questo campo domina l’assenza di ogni visione d’insieme. Il fallimento delle politiche energetiche di questo Paese lo si fa pagare all’agricoltore. Mal comune mezzo gaudio? E intanto ci giochiamo un settore da quasi 600 miliardi all’anno (in Europa, oltre 70 da noi) e con enormi potenzialità di sviluppo. Non dobbiamo fermarci, nessun luddismo. Ma forse è augurabile procedere ragionando.

Nell’immagine: Roma, trattori al Colosseo


Marc Duvillard – Le due facce della medaglia del calcio africano

La questione centrale sollevata dalla protesta degli agricoltori europei 


C’era una volta la Olivetti

La questione centrale sollevata dalla protesta degli agricoltori europei 

Viene da immaginare che cos’era questa strada quando, dietro l’interminabile muraglia in vetrocemento, operai, impiegati, dirigenti, ingegneri, progettisti, programmatori continuavano a lavorare, a progettare, a programmare, a sperimentare. Le Corbusier definì via Jervis, con la sua lieve curvatura, la più bella strada del mondo. Era un’esagerazione ma neanche tanto: sarebbe bastato limitare l’affermazione alle strade della modernità industriale. La più bella strada della modernità industriale, tutta vetri che riflettono altri vetri, che riflettono l’azzurro quando il cielo è azzurro come oggi. Non ci sarebbe niente di triste, in tutto questo, se non ci fosse il rimpianto diffuso di quel che potevano diventare Ivrea e l’Italia se.

Primo: se Adriano Olivetti non fosse morto, a 59 anni, per una trombosi che lo colpì su un treno, in territorio svizzero… Secondo: se gli americani, in pieno clima da guerra fredda, non l’avessero spiato e boicottato temendo il «comunista» … Terzo: se la politica italiana avesse sostenuto l’Olivetti come ha sempre sostenuto la Fiat… Quarto: se dopo Adriano qualcuno avesse creduto davvero nell’elettronica… Le ipotesi nella vox populi si sprecano, comprese quelle dei complottisti sicuri che la morte di Olivetti non fu accidentale.

«Un’occasione perduta», è il pensiero ricorrente che affiora sulle labbra dell’eporediese anziano o di mezza età. «Questo era un paradiso in terra», dice il barista sessantenne che ha avuto due genitori olivettiani e ricorda i pullman che andavano e venivano in città dai paesi vicini portando fiumi di lavoratori dalle campagne. «Adriano è stato una leggenda, teneva al benessere delle persone». Il tassista che per una vita ha lavorato in una fonderia di alluminio, lungo via Jervis parla dei «resti di quello che fu» ed esclama con orgoglio: «Cos’era quest’azienda! Ti dava tutto: le case, le scuole, gli asili, i parchi, le mense, le vacanze, le colonie… E i primi a fare i computer nel mondo siamo stati noi a Ivrea, ehhh! Io ho conosciuto personalmente l’ingegner Perotto».

L’ingegner Pier Giorgio Perotto è morto nel 2002. Guidava il team ristrettissimo di progettisti che nel 1964 inventò la cosiddetta (femminile, sic!) Programma 101 o P 101, il primo computer da tavolo, un successo mondiale nonostante le diffidenze e le resistenze interne («è una macchina che il mercato non vuole», dissero). Tra i quattro c’era anche il giovanissimo Gastone Garziera da Sandrigo, provincia di Vicenza, oggi ottantunenne, da perito meccanico assurto a direttore della ricerca e sviluppo: «Ivrea — dice — poteva diventare la Silicon Valley». Con la sua lunga barba bianca tipo Santa Claus, Garziera è seduto qui intorno a un tavolo di Villa Casana, e racconta che quando l’équipe di Perotto spiegò come funzionava la P 101 a Natale Capellaro, il capo dei capi, il dio degli ingegneri, l’inventore della celebre Divisumma, la calcolatrice elettromeccanica automatica, dopo un lungo silenzio si sentì dire: «L’era del calcolo meccanico termina qui, oggi se ne apre una nuova». Cinque anni dopo, quella macchina sarebbe finita sull’Apollo 11. Di fronte a Garziera, c’è Bruno Lamborghini, che vanta un’infinità di qualifiche, da chief economist a consigliere di amministrazione, a presidente per 15 anni dell’Archivio Storico Olivetti.

L’Archivio ha sede qui, in questa villa nobiliare primonovecentesca che domina la città dall’alto: acquistata nel 1952, fu l’ultima sede presidenziale di Adriano e poi scuola dell’infanzia, con i suoi 40 mila metri quadrati di parco.  Visitando gli edifici, uffici, fabbriche e case private olivettiane, diventa chiaro che nessun dettaglio è casuale: non solo il disegno della Lettera 22, ma neanche una sedia, un tavolo, una lampada, un quadro, un corrimano, nulla è lì per caso e nulla è fatto a caso (gli appendiabiti sono firmati da Ettore Sottsass, così come gli specchi «ultrafragola» di certi bagni femminili). «Ad Adriano non piaceva il disordine», sorride Gaetano Di Tondo, «per questo era un patito dell’architettura e della sistemazione urbanistica». Di Tondo è capo delle relazioni esterne e presiede l’Associazione Archivio, il cui motto è: «Noi facciamo gli archivisti, quindi lavoriamo per il futuro». È qui anche lui, accanto all’archivista Enrico Bandiera. Ovviamente in queste sale ci sarebbe da perdere la testa, e qualche ricercatore la perde volentieri arrivando non solo dall’Italia per frugare tra i documenti, i progetti, i manifesti pubblicitari, i periodici, i libri, i filmati, i fondi fotografici. Ci ha perso la testa anche il quarantenne Andrea Mazzola, di Ivrea, che non ha nostalgia di nulla ma impazzisce per la grafica Olivetti (ha una collezione di 70 macchine da scrivere): con quell’ammirazione, ha guadagnato il merchandising ufficiale e dunque può produrre oggetti (tazze, felpe, t-shirt, zaini…) con stampate le versioni storiche del logo aziendale. Il suo negozio, nel centro antico del paese, si chiama Spritz e il concetto è: uscire dall’idea museale.

È un tira-e-molla continuo, intorno a questo tavolo, tra memoria e sguardo al futuro. La frase più bella la dice Garziera: «Per tanti anni mi sono divertito, e mi pagavano anche!». Lamborghini parla di semi gettati ovunque dalla lungimiranza di Adriano e non solo sua (dopo Adriano venne il figlio Roberto). Semi materiali (gli edifici disegnati dai migliori architetti, l’edilizia sociale eccetera) e semi immateriali: le idee, ma anche le radici che hanno fatto fiorire nel territorio tante aziende informatiche, piccole figlie ideali o nipoti di quella grande madre.

La parola chiave resta «comunità», quella che dal 1946 diede nome alle famose Edizioni olivettiane e a una rivista che fece epoca. Non era possibile pensare al lavoro senza condivisione, senza cultura e senza svago: da qui i servizi sociali, gli spazi del tempo libero (bocce, tennis, carte eccetera). E le biblioteche con libri e giornali a disposizione di tutti, persino in mensa, per le pause pranzo. Lamborghini è sicuro: «Il modello olivettiano, dove le persone sono al centro, sta riprendendo vita. Odio l’espressione “capitale umano”: parlo di individui con le loro singole competenze e attitudini. Diverse aziende stanno applicando quell’idea… è una speranza e una realtà». E prosegue: «Le aziende sono creature viventi, hanno una vita e una morte». Ricorda che Carlo De Benedetti entrò nel 1978, trovando un’azienda in crisi ma tecnologicamente all’avanguardia, la risanò e fino all’87 l’Olivetti trionfava ovunque.

Il pensiero va all’M 24, il personal computer che nel 1984 ottenne un successo clamoroso da fare concorrenza all’Ibm. «A un certo punto l’Olivetti era la prima azienda europea di pc e la seconda al mondo dopo Ibm. Il declino è arrivato con la riduzione dei prezzi degli asiatici, che ormai ci surclassavano». Lamborghini insiste sull’eredità ideale, sui concetti di formazione e di selezione del personale che doveva sposare la cultura tecnica con quella economica e con quella umanistica. Salta fuori il ricordo del «grande manager» e direttore del personale che fu lo scrittore Paolo Volponi. Ma tra i letterati chiamati a Ivrea si potrebbero aggiungere Giorgio Soavi, Alfonso Gatto, Geno Pampaloni, Ottiero Ottieri, Franco Fortini, Giovanni Giudici, Leonardo Sinisgalli, Furio Colombo e altri. Pura energia creativa.

L’energia qui si è ricaricata nel 2018, quando la città industriale è diventata patrimonio dell’Unesco. Dice Di Tondo, che è stato scelto dal gruppo Tim che ha incorporato Olivetti quale «polo digitale»: «Per portare avanti questa storia il passato serve e dà idee e suggestioni, ma bisogna andare oltre sapendo che l’Olivetti è un’azienda che vive ancora di vita propria». Ceduti a Buffetti i registratori di cassa, la vita propria è l’impegno sulle soluzioni cosiddette IoT (Internet of Things, ovvero l’internet degli oggetti) e sull’analisi dei Big Data con un totale di circa 400 dipendenti (un centinaio a Ivrea). Roba difficile da spiegare in due parole, ma su cui gli esperti puntano a occhi chiusi. Più semplice valorizzare la memoria: le collezioni d’arte Olivetti sono state esposte al pubblico in sei mostre tematiche nel Museo Civico Garda.

La città industriale per fortuna è archeologia solo in parte. Nel freddo di questi giorni, torniamo su via Jervis, che prende il nome da Guglielmo Jervis, ingegnere valdese, direttore della scuola olivettiana, fucilato a Villar Pellice dai fascisti nel 1944. La visita, organizzata da Spazi-O, parte dalla facciata della Fabbrica dei Mattoni Rossi, il primo nucleo, voluto nel 1898 dal capostipite Camillo e oggi inaccessibile. Poi c’è la sfilza degli ampliamenti in vetrocemento: 1, 2, 3, 4, costruiti fino al 1958 per contenere falegnameria, fonderia, laboratori meccanici, le cosiddette Officine Ico, acronimo di Ingegner Camillo Olivetti ripreso dal gruppo Icona che oggi in buona parte le detiene.

Edifici progettati a partire dal 1934 dalla premiata ditta Luigi Figini-Gino Pollini. Non tutto è oggi occupato: gli spazi sfitti sono ancora tanti e nel quadrangolare Salone dei 2000, in ristrutturazione, la statua di Camillo svetta sul fondo, solitaria. Gianmaria Baro, guida esperta, elenca le startup tecnologiche che si sono sistemate qui, oltre alle palestre, a una radio, ai caffè, alla Direzione Benessere. Senza dimenticare le aule del polo infermieristico, l’Arpa e l’Agenzia delle Entrate. Tutt’altro che gusci vuoti, come invece sono lo splendido Palazzo Uffici, con la sua scala plateale, opera di Marcello Nizzoli, che Adriano non arrivò a vedere. E poi il Palazzo Uffici 2, al suo fianco. Due colossi acquisiti in ottobre da un gruppo italiano per risistemarlo e farne un polo di formazione e forse di sanità.

Fatto sta che oggi la Ivrea olivettiana è la Firenze rinascimentale della modernità: testimonianza di un’epoca di grande civiltà e cultura. Inevitabile l’orgoglio e il rimpianto. Adriano Olivetti come Lorenzo de’ Medici: il mecenate che al di là dei probabili errori di governo o di gestione ha lasciato ai posteri un’eredità di armonia e di bellezza sfolgorante. Con un sovrappiù di utopia sociale. Nella visionarietà urbanistica è compreso l’anfiteatro interrato con un’ottantina di appartamenti uso foresteria per i dirigenti, costruito ai margini del parco di Villa Casana: è detto volgarmente Talponia, abbastanza nascosto per assicurare sufficiente riservatezza, nel recente passato, a un discreto giro di escort. Bisogna spostarsi a Castellamonte, il quartiere residenziale (le case per famiglie numerose sono su tre piani), per apprezzare al meglio le linee razionaliste del sodalizio Figini-Pollini, poi la visione di Nizzoli-Oliveri e infine il genio di Emilio A. Tarpino.

Cristina Ghiringhello è nata e cresciuta a Ivrea, formazione economica tra Padova e Milano, direttrice di Confindustria Canavese fino a tre mesi fa, impegnata oggi soprattutto nelle scuole di formazione, sostenitrice della «leadership gentile», prolungamento del pensiero comunitario. La gentilezza non è di facciata, a giudicare dall’accoglienza nella casa (olivettiana), dove abita con il marito e due figli dal 2019. «Su Olivetti — dice — il mondo è spaccato. Nelle generazioni più anziane c’è un pensiero nostalgico, quasi l’attesa di un nuovo eroe che torni a sollevare le sorti del territorio. Invece i nati, come me, negli anni Settanta la vivono con più distacco pur avendone beneficiato». Beneficiato in parte, visto che i suoi genitori, impiegati in azienda, hanno vissuto il licenziamento della crisi anni Novanta. «Qui il lavoro c’è ancora — dice Ghiringhello — magari più parcellizzato di quando l’Olivetti nel mondo aveva 70 mila dipendenti, ma oggi ci sono nel territorio più di 400 aziende informatiche, alcune con mille dipendenti, molte con due o tre…».

La casa in cui ci troviamo, disegnata da Nizzoli-Oliveri alla fine degli anni Quaranta, è una delle sei progettate e proposte ai dirigenti dall’Ufficio Case: due piani comprendenti la camera, con bagno, della governante. Ghiringhello fa notare i dettagli: nei pavimenti, negli infissi, nei mancorrenti, negli scalini, nell’alternanza tra intonaco, legno e pietre che coprono l’esterno e in parte si ritrovano nella sala. Una semplicità studiatissima e quasi maniacale. Ora i vincoli sono tre: del Comune, della Soprintendenza e dell’Unesco. Il rischio è di vivere in un museo, ma non per Ghiringhello. Qui tutto ha un’impronta di ordine e pulizia come volle Adriano: la pietra di Luserna è inconfondibile, la si trova ovunque, anche, poco sopra, nell’Asilo e nell’Aula Giardino che il comune sta ristrutturando.

Davanti alla Portineria del Pino, sempre su via Jervis, ci aspetta Enrico Capellaro per accompagnarci a visitare la chiesa quattrocentesca di San Bernardino, situata nel mezzo della zona industriale, appena a fianco della mensa disegnata da Ignazio Gardella e di fronte a Casa Blu, frutto della fantasia di un altro  genio, l’architetto  napoletano Eduardo Vittoria, che con le piastrelle azzurre portò nel cuore dell’industria un po’ del suo mare: era dal 1955 la sede (bellissima, su quattro ali) del Centro Studi ed Esperienze. Entrare oggi nell’atrio, guardare dal basso il vano delle scale per respirarne tutto il fascino moderno.

Capellaro («ahimè, nulla a che fare con Natale») è un uomo piccolo ma solido di 86 anni che racconta un episodio del 1954: «Mi trovavo in portineria dell’Officina Z CA, si apre l’ascensore, e compare Adriano, apro la porta d’entrata per farlo uscire, mi toglie letteralmente la mano dalla maniglia, regge lui la porta per cedermi il passo, e di fronte alla mia esitazione mi sollecita a passare prima di lui. Era il rispetto che aveva per chi, come me, indossava la tuta». Lacrime agli occhi. Ricorda la folla al funerale, lo choc, la sospensione del Carnevale. Lo stesso Carnevale che oggi colora di stendardi la città, in attesa del lancio delle arance dai carri che verrà domani. San Bernardino, con il convento dei francescani, fu acquisito da Camillo e ora appartiene al Fai. Capellaro, che è arrivato all’Olivetti come operaio per diventare manager della pianificazione, ha studiato ogni particolare del fantastico tramezzo con la Vita di Cristo affrescata da Giovanni Martino Spanzotti, il pittore casalese a cui Giovanni Testori dedicò «pagine dolcissime». Capellaro ci mette tutto l’amore (per Spanzotti e per l’Olivetti) nel racconto. Il racconto prosegue in mensa, dove si trova la sala delle Spille d’Oro, l’associazione, istituita nel 1946, che premiava i lavoratori che raggiungevano i 25 anni di fedeltà all’azienda. Flavio Serughetti, spilla d’oro molto attiva, invita a uscire dal mito: «Non dimentichiamo che la parabola Olivetti nel mondo ha toccato l’apice negli anni Ottanta». Sarà, ma girato l’angolo, sui muri che ormai appartengono ad altri, la gigantografia è quella di Adriano vestito di bianco.

Articolo pubblicato da “La lettura”- Corriere della Sera
Nell’immagine: uno degli edifici della Olivetti in via Jervis a Ivrea


Storia patria e lavoro in catene: una lezione da proporre

La questione centrale sollevata dalla protesta degli agricoltori europei 

Che peccato, da 25 anni sono un felice pensionato, insegnavo storia nel settore medio inferiore. Dicevo che peccato, non posso più utilizzare quei preziosi aiuti che i mezzi di comunicazione sanno offrire; di ciò che vi presento in modo succinto non potrò più parlare. Sarebbe stata, ne sono sicuro, una bella lezione di storia, e anche di civica, visto che quest’ultima, per volere del popolo, è stata imposta nei programmi.

Il 21 gennaio scorso la RTS, nell’emissione « Mise au point », ha diffuso un reportage di Cyril Dépraz dal titolo “Sur les traces des colons suisses au Brésil et leurs esclaves”. Il giorno successivo anche il sito della RSI l’ha riproposto ben sottotitolato, mettendo subito in rilevo che si tratta di una ricerca sul “ruolo di alcuni cittadini svizzeri nella schiavitù nel XIX secolo”, un ruolo che “è sempre più documentato, ma resta un tabù”.

Nei 13 minuti del servizio si incontrano tre discendenti di schiavi che ricordano il tempo crudele della loro storia, mostrando i luoghi delle aziende agricole di proprietà dei coloni.

Ad essere intervistato è pure lo storico Hans Fässler, autore di uno studio dal titolo eloquente “Reise in Schwarz-Weiss” (tradotto anche in francerse con il titolo “Une Suisse esclavagiste”), che spiega come da un documento custodito nell’Archivio federale si evince che il Consiglio federale nel 1864, quando Regno Unito, Francia e altre nazioni europee avevano già messo al bando la tratta degli schiavi, conoscesse e giustificasse la pratica della schiavitù dei coloni svizzeri. Nel documento ufficiale, discusso allora in Parlamento, figurava addirittura il prezzo degli schiavi, dai 4000 ai 6000 franchi. Alla questione, sollevata allora da un parlamentare, sulla moralità e legalità di questa pratica, il Consiglio federale aveva risposto che immorale ed illegale sarebbe stato intervenire sul libero commercio di connazionali all’estero.

Il reportage continua con la testimonianza del discendente di una famiglia neocastellana a proposito dei suoi avi, proprietari di piantagioni di tabacco, che utilizzavano quale forza-lavoro solo degli schiavi. Da Palazzo federale c’è poi l’intervento della consigliera nazionale Samira Marti che nel 2023, per l’ottava volta in venti anni, ha interpellato il Governo svizzero, chiedendo quale sia oggi la sua posizione a proposito di quel cupo momento storico. La risposta delle autorità federali finora è sempre la stessa: il Consiglio federale d’allora ha agito secondo le norme che erano in vigore in quel momento.

Ciliegina sulla torta: da parte dell’autorità politica sono state rifiutate tutte le domande d’intervista poste sull’argomento dal giornalista della RTS!

E così si continua a comportarsi come gli struzzi.

Nell’immagine: catene utilizzate per gli schiavi, nel documentario RTS


Dio non è ancora morto e il capitalismo è il suo profeta

La questione centrale sollevata dalla protesta degli agricoltori europei 

Si è parlato e si è scritto molto, nelle scorse settimane, a proposito dell’irreligiosità crescente degli Svizzeri negli ultimi cinquant’anni: più di un terzo di essi, (il 34 per cento), dai quindici anni in su, non appartiene più a nessuna comunità religiosa, perché ha perso la fede o perché non l’ha mai avuta. 

Si tratta di un rilievo statistico reso pubblico proprio mentre in Naufraghi/e, ancora ignari di quelle risultanze, si era voluto dare rilievo a un corposo studio del sociologo tedesco Hartmut Rosa (della Scuola di Francoforte, quella di Adorno, Horkheimer, Habermas, gli influenti filosofi-sociologi critici della nostra società) dal titolo “Demokratie braucht Religion”, ed. Kösel, (La democrazia ha bisogno della religione) spiegandone le tesi intriganti.

In altre sedi si sono commentate quelle statistiche titolando, come ha fatto il Corriere del Ticino, un articolo di fondo con un categorico: “Sempre più atei, salvo miracoli” oppure rifacendosi (senza dirlo), al citato contributo di questo sito, trovando generose donatrici, ovviamente agnostiche, che suggerivano proprio quel saggio di Hartmut Rosa. Forse perché, pur essendosi liberati, come democristiani, da quell’etichetta cristiana troppo impegnativa per passare all’anodino Centro, faceva loro ancora comodo rianimare antichi fervori e successi.

Egitto, Egitto delle tue pratiche religiose…

“Egitto, Egitto, delle tue pratiche religiose non resteranno che storie le quali, per i tuoi discendenti, saranno incredibili!”. Come non ricordare quella “profezia” contenuta nell’Asclepio (testo latino di un perduto originale greco del II o III secolo d.C.) che ci facevano tradurre, tra l’ora di storia e quella di latino, commentata da grandi pensatori come Sant’Agostino o Lattanzio sino a Ficino. Assumeva un’importanza particolare, che non poteva non scuotere l’anima di ogni adolescente credente: sembrava infatti annunciare, con implacabile lucidità, l’avvenire certo e tragico di ogni religione. Le quali, mentre si presentano sempre come depositarie dell’eternità dei mondi, in verità non sono eterne. Sono come le civiltà, che hanno la stessa fragilità di una vita. 

Una storica, Anne Morelli, ha scritto un saggio composito, ricorrendo a più voci, su questo tema (Quand une religion se termine. Facteurs politiques et sociaux de la disparition des religions, Eme editions) in cui rileva, già dall’inizio: “Ogni credente pensa che la sua religione non morirà mai, che durerà per sempre, che sono solo le religioni degli altri che scompariranno”. Prosegue sostenendo che “la religione è un fenomeno vivente. Ha quindi una nascita, una fase di sviluppo e una fine. Il declino di una religione si manifesta attraverso una serie di meccanismi comuni. Uno dei principi che può spiegarne la scomparsa – processo comunque complesso e multifattoriale – risiede nell’affermarsi di un nuovo movimento che diventa progressivamente una sorta di nuovo polo religioso di riferimento”.

Il capitalismo come religione

E già qui sarebbe quindi interessante sapere o indagare su quale altra sorta di polo religioso di riferimento abbiamo ora a che fare. Ma non lo si fa. 

Forse bisognerebbe tornare a un importante e denso saggio, risalente al 1921, di un profeta dei tempi moderni, perseguitato dai nazisti come ebreo e come filosofo, Walter Benjamin, (nato nel 1892 e morto suicida nel 1940). Saggio che porta il titolo: “Capitalismo come religione” (in italiano con testo tedesco a fronte, Nuovo Melangolo,2013); e varrebbe anche la pena di recuperare in proposito le riflessioni dell’economista-filosofo italiano, storico del pensiero economico, Luigino Bruni nel suo ottimo testo “Il capitalismo e il sacro” (Ed. Vita e Pensiero, 2019). 

Un saggio a lungo trascurato, che contiene però un’analisi tuttora insuperata del rapporto tra l’economia capitalistica e la religione. A Benjamin il capitalismo appare come una falsa risposta alla domanda di salvezza su cui nell’umanesimo ebraico-cristiano si era fondata l’Europa. “Nel capitalismo va individuata una religione; serve essenzialmente all’appagamento delle stesse preoccupazioni, tormenti, inquietudini a cui in passato davano risposta le cosiddette religioni”. 

Per Benjamin il capitalismo è quindi una religione “in quanto fenomeno essenzialmente religioso”, tanto che alla fine la storia del cristianesimo finirà per essere quella “del suo parassita, il capitalismo, che l’ha fagocitato e trasformato”.  Ed è per la necessità di avere un “culto” per poter creare una “cultura” (scrive Luigino Bruni) che il capitalismo è diventato la vera cultura (o religione) popolare di questo secolo. La forza culturale del capitalismo sta proprio nel suo essere diventato una esperienza globale, onnicomprensiva, onniavvolgente (il primo populismo moderno lo avrebbe quindi inventato il capitalismo!).

Il capo del pantheon e il destino umano

Si comprende allora che il primo idolo, il capo del pantheon dell’idolatria capitalista non è l’imprenditore, non è neanche la merce e il suo feticismo (Marx), ma il consumatore. Scendendo alle nostre latitudini, ed esemplificando, persino il conflitto tra il capitalismo e la domenica (possibile giorno di negozi chiusi) non va letto solo sul piano del turismo, degli affari possibili, dell’occupazione impropria del lavoratore, ma su quello religioso “delle scontro tra culti” (ed è quindi anche emblematico, a conferma dell’irreligiosità crescente, che poco o niente si è fatto nella comunità cattolica-cristiana per rivendicare la domenica o il giorno festivo come giorno dedicato al Signore e quindi proteggerlo dal culto capitalistico, anche se la battaglia è impari).

La conclusione è pressoché storicamente ovvia: abbiamo forse eliminato il Dio biblico, ma non ci siamo liberati dalle categorie economiche della fede che sono diventate quelle del capitalismo e avremo bisogno di una seria analisi teologica del capitalismo per capirlo e magari provare a cambiarlo. Ci sta provando con pertinacia papa Francesco, perché ne avverte la fusione e il disfacimento, ma va regolarmente incontro, emblematicamente, alle accuse di eresia, disfattismo, verdismo, sinistrismo, comunismo). Se il cristianesimo è diventato il capitalismo-religione, a che cosa serve un’altra religione quando già ne abbiamo di fatto una che, senza dogmi e precetti, ci raccomanda di essere individualisti e non comunitari, egoisti e non altruisti, bellicisti e non pacifisti, promettendoci crescita economica e benessere, con culti inebrianti e autopromozionali e non culti ripetitivi e deprimenti e colpevolizzanti?

Aggiungeva tuttavia Benjamin, in tempi tristi: “La trascendenza di Dio è caduta. Egli però non è morto, è coinvolto nel destino umano”. E qui sta sempre il punto. Richiama (e ci si perdoni l’accostamento forse improprio, che non manca però di umoristica efficacia comprensiva) ciò che leggevamo in tempi insurrezionali sui muri parigini del ’68, quando era doveroso liberarsi anche di Dio: “Dio è morto. Firmato: Nietzsche”. Un altro tizio aveva aggiunto subito sotto: “Nietzsche è morto. Firmato: Dio”. È un po’ la storia dell’umanità.


Tredicesima AVS. Quante bugie!

La questione centrale sollevata dalla protesta degli agricoltori europei 

Come sempre in occasione di iniziative popolari del mondo sindacale, gli ambienti padronali e i loro amici sono generosi nell’inventare argomenti fasulli per tentare di screditare la proposta, per far credere che sia impossibile metterla in pratica e far ritenere che il suo costo sarebbe insopportabile per le finanze pubbliche.  Non fa evidentemente eccezione la proposta di introdurre la 13esima AVS. Di seguito ho ripreso, a titolo di esempio, alcune affermazioni manifestamente scorrette. L’elenco potrebbe essere quasi infinito. 

  1. Nel messaggio con il quale invita a bocciare l’iniziativa sulla 13esima AVS il Consiglio federale afferma (pagina 16) che i redditi dei pensionati sono già oggi sufficienti grazie alle prestazioni delle casse pensioni. Si tratta di una bugia: il 30% dei ticinesi in età AVS ha un reddito mensile inferiore a 2’300 franchi; il 50% inferiore ai 3’500 franchi.   
  2. Paolo Pamini, consigliere nazionale UDC (Domenica del Corriere del 3 dicembre) afferma: “Se un sistema come quello dell’AVS venisse utilizzato nel privato, i suoi responsabili se la vedrebbero con il Ministero pubblico. Non esiste che un anziano vada da un giovane e lo obblighi a pagargli la pensione”. Pamini lascia chiaramente intendere che si tratta di un furto. In realtà, il sistema AVS è fantastico. Poche spese amministrative, impossibilità di fare speculazioni. I giovani di oggi sono i pensionati di domani. Si tratta di un patto tra generazioni, che contrariamente a molte casse pensioni funziona a meraviglia sin dal 1948, da 76 anni!
  3. La presidente dei giovani liberali del Canton Vaud (Pauline Blanc, Le Temps, 16 gennaio) afferma che l’AVS “avrà un deficit pari a 74 miliardi di franchi nel 2045. È urgente cambiare sistema”. Blanc vuole far credere che l’AVS è fallimentare. Non è vero.  Per il momento, secondo l’Ufficio federale della sanità, le entrate attuali bastano a coprire i costi supplementari.  A lungo termine è possibile che per finanziare la 13esima AVS sia necessario un aumento dei premi. Ma basterebbe un premio supplementare dello 0.8%, metà a carico dei datori di lavoro e metà a carico dei salariati. Ossia, per uno stipendio mensile di 6’000 franchi un contributo di franchi 24 al mese.
  4. economiesuisse, l’organizzazione dei padroni, sul suo sito afferma che “è difficile aumentare l’AVS senza aumentare le imposte”. Anche in questo caso si tenta di spaventare i cittadini. Come abbiamo visto al punto precedente il finanziamento della 13esima AVS non pone nessun problema. 
  5. Sul sito del Partito liberale svizzero si afferma: “No al principio dell’innaffiatoio. La tredicesima sarebbe un’elemosina indiscriminata”. Anche in questo caso si tratta di una bugia. Il PLR dimentica di dire che chi dispone di alti redditi paga l’AVS sul totale del suo salario, bonus compresi, cioè proporzionalmente molto di più di quanto riceve, in quanto la rendita massima è uguale per tutti (franchi 2’450). Gli alti redditi pagano quindi una parte delle nostre pensioni. Esempio: con un reddito annuale di franchi 50’000 il contributo AVS ammonta a franchi 2’175: con un reddito di 1’000’000 a franchi 43’500! Anche il recente volantino PLR/Centro/UDC distribuito a tutti i fuochi (!) è un perfetto esempio di disinformazione, a cominciare dal titolo: “più rendite ai milionari, paga il ceto medio”.
  6. Ci sono poi anche alcune opposizioni di sinistra. Non figurano tra i bugiardi, ma in realtà li sostengono. Secondo loro bisognerebbe occuparsi di tutti coloro che hanno redditi insufficienti, non solo dei pensionati. Essi dimenticano che una riforma globale, con un governo e un parlamento a maggioranza di destra, in questo momento è impossibile. Quindi il sindacato è obbligato ad agire settorialmente. E a piccoli passi, anche laddove sarebbe utile farne dei grandi. Grazie al lavoro dei sindacati e del fronte progressista, il 3 marzo i cittadini potrebbero quindi introdurre la 13esima AVS. Il 9 giugno, in un’altra votazione, potrebbero limitare i premi della cassa malati. Sarebbero due passi concreti e importanti nella buona direzione.

Questo confronto ha comunque una spiegazione.  Quando è stata istituita l’AVS, nel 1948, tutti i partiti e il mondo padronale avevano una sensibilità sociale e un modo assai equilibrato di vedere i rapporti sociali. Negli ultimi decenni, come sappiamo, ha avuto il sopravvento un’altra politica, quella neoliberale, caratterizzata da una grande avidità. I guadagni non sono mai troppi, come lo dimostrano tra l’altro le faraoniche rimunerazioni dei dirigenti delle grandi aziende. Per loro l’AVS è quindi da combattere soltanto perché si sottrae alla speculazione. I soldi raccolti oggi sono infatti distribuiti domani. Il suo capitale ammonta solo a 50 miliardi, pari alle rendite di un anno. Invece, per le casse pensioni bisogna costituire riserve gigantesche. Esse ammontano a 1000 miliardi. Sono gestiti da banche e assicurazioni che ne traggono utili giganteschi per i loro azionisti.

 Chi si oppone alla tredicesima AVS lo fa quindi per difendere i propri profitti derivanti dal sistema delle casse pensioni. Non è illegale. Ma non c’entra nulla con gli argomenti che abbiamo appena ricordato.

Graziano Pestoni – presidente Associazione per la difesa del servizio pubblico, già presidente USS-Ticino e Moesa


Putin, il giornalista compiacente e la conferma del vero obiettivo cercato con la guerra in Ucraina

La questione centrale sollevata dalla protesta degli agricoltori europei 

Dal nostro corrispondente da Mosca

La tanto attesa, almeno a Mosca, intervista di Tucker Carlson è andata in onda a Mosca alle due di notte. E ha partorito un topolino dal punto di vista mediatico.

Secondo l’editorialista dell’ufficioso “Ria Novosti”, il colloquio doveva permettere al presidente russo di entrare nel dibattito pre-elettorale americano. Il capo del Cremlino, a differenza dell’inflazionata tesi dell’interferenza russa nelle elezioni Usa del 2016, poi onestamente vinte da Trump, poteva giocarsi davanti al pubblico americano la carta della guerra in Ucraina, che divide profondamente la politica statunitense, mettendo così il suo peso sulle presidenziali statunitensi di quest’anno. E invece, tutto ciò non si è percepito. L’intervista è scivolata via noiosamente e senza sussulti.

Neppure il suo messaggio-mantra per cui “Biden non sta facendo gli interessi americani finanziando la guerra in Ucraina” è risultato chiaro e incisivo. Putin – assecondato da un intervistatore di dichiarata fede trumpiana, ammiratore del capo del Cremlino, che ha quindi evitato qualsiasi interrogativo davvero scomodo – non ha detto assolutamente nulla di nuovo, tanto è vero che i mass-media russi stanno faticando per trovare oggi una “headline” o un “sunto” dell’intervista da proporre come “top news”.

Neppure Carlson, comunque, ne ha tratto un qualche vantaggio. Meno di un anno fa, il giornalista era stato licenziato dalla “Fox”, la tv vicina all’ex capo della Casa Bianca, dove conduceva il talk show politico più popolare dell’emittente. Era diventato troppo tossico anche per la rete che sostiene i repubblicani, perché ormai troppo allineato sulla linea dell’attacco frontale alla “palude di Washington”. Diventato il megafono di ogni tipo di dietrologismo e del livore verso qualsiasi agenda dei diritti civili, alla fine respingeva più pubblico di quanto ne attirasse. E anche questa intervista non si è dimostrata uno scoop, né interesserà più di tanto l’ oscillante opinione pubblica americana.

Per gli analisti specialisti della materia, il colloquio Carlson-Putin è stato invece di sicuro interesse: ha infatti evidenziato in modo chiaro e inequivocabile le mire del neo-zar e la sua idea della futura Europa orientale.

Nelle due ore o otto minuti su cui si è snodato il monologo, oltre venti sono stati dedicate a dimostrare attraverso una traballante cronologia storica a partire dalla Rus’ di Kyiv che l’Ucraina attuale è in gran parte Russia mentre le sue zone orientali non sarebbero altro che un dividendo delle rivendicazioni territoriali di Stalin nei i confronti di Ungheria, Polonia e Romania alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Rispetto alla versione della ricostruzione storica proposta il 22 febbraio 2022, Putin ha voluto aggiungere un’esca non secondaria: l’invito ai Paesi del Centro Europa (Polonia, Ungheria, Romania) a dilaniare l’Ucraina strappando a Kyiv quei brandelli di “eredità storica” che spetterebbe loro. Si tratta di un neppure tanto velato invito alla balcanizzazione dell’Ucraina che in termini più crudi già perorato dal suo braccio destro, Dmitry Medvedev, su “Telegram” lo scorso 17 gennaio:

“L’esistenza dell’Ucraina – aveva scritto Medvedev – è mortale per gli ucraini. E non mi riferisco solo allo Stato attuale, al regime politico erede del nazista Bandera. Sto parlando di qualsiasi Ucraina, assolutamente qualsiasi”.

Così è evidente che la presenza di uno Stato indipendente nei territori storici russi sarà un motivo costante per riprendere le ostilità. Dal punto di vista del Cremlino, chiunque sia al timone della nuova entità cancerosa chiamata Ucraina, non aggiungerà legittimità al suo governo e legittimazione giuridica al “paese” stesso. E, quindi, la probabilità di un nuovo scontro rimarrà: indipendentemente dai documenti di sicurezza che l’Occidente firmerà con quello che per Mosca rimane il “regime fantoccio di Kiev”. Né l’associazione dell’Ucraina all’UE, né l’adesione di questo “paese artificiale” alla NATO potranno cambiare questa realtà, che lascia dunque aperta la possibilità di altri attacchi militari.

Ecco perché l’esistenza dell’Ucraina – dice la Russia – è fatale per gli stessi ucraini. Dopotutto, gli ucraini sono persone pratiche. E non importa quanto desiderino la morte dei russi in questo momento, quanto odino la leadership russa, quanto aspirino all’alleanza con l’Occidente. “Scegliendo tra la guerra eterna e l’inevitabile morte, e la vita, la maggioranza assoluta degli ucraini (ad eccezione di un numero minimo di nazionalisti delinquenti) sceglierà alla fine la vita. Si renderà conto che la vita in un grande Stato comune, che ora non gli piace molto, è meglio della morte: della loro morte e di quella dei loro cari. E prima gli ucraini se ne renderanno conto, meglio sarà”.

Putin a conclusione dell’intervista. E a Carlson garantisce che con gli ucraini, visto che “siamo un solo popolo” (anzi gli ucraini sono dei piccoli russi!) ci si metterà d’accordo.

L’obbiettivo del regime del Cremlino si svela perciò definitivamente: è sottomettere tutta la riva destra del Dnepr alla Russia, alimentando ad ovest gli appetiti nazionalistici in Centro-Europa. In definitiva, un’Ucraina dilaniata. Purtroppo non in tutte le capitali del Vecchio Continente e in tutta l’opinione pubblica europea ciò è stato finora compreso. E aspettare ancora a capirlo potrebbe diventare troppo tardi.


Razzismo, complotti e dittatori: il metodo di Tucker Carlson che uccide il giornalismo

La questione centrale sollevata dalla protesta degli agricoltori europei 

Di Gianni Riotta, La Repubblica

Al liceo St. George, Rhode Island, scuola per rampolli dell’America bene, i “preppy”, un giorno d’autunno del 1984, lo studente Richard Wayner, afroamericano, parla con la voce rotta dal pulpito della cappella, dell’assassinio di Eleanor Bumpurs, anziana nera malata, uccisa dalla polizia a New York durante un brutale sfratto: «Qualcuno di voi – esclama Wayner – ritiene che Eleanor meritasse di morire?». Dai ragazzi bianchi, assiepati in chiesa, solo una mano si leva a sostegno della violenza, quella del liceale Tucker McNear Carlson, 15 anni.

Tucker Carlson, da quella sprezzante sfida razzista arriva ora all’intervista all’uomo forte della Russia, Vladimir Putin, brevettando la formula della provocazione machista mascherata da giornalismo, del bullismo in giacca Brooks Brothers che degrada l’informazione a ring odioso del wrestling. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov lamenta che nessun media occidentale chieda interviste al presidente russo e, solerte Putinversteher, galoppino filorusso secondo il neologismo adottato dalla Treccani, Carlson arringa «Gli americani fanno marchette a Zelensky, non informano la gente».

In realtà le principali testate Usa, dall’invasione contro l’Ucraina del 2022, chiedono invano di incontrare il leader del Cremlino ma Putin li evita, per non avere domande serie mentre adesso, dopo oscuri accordi economici (la sola suite d’hotel costa 1000 dollari a notte), convoca Carlson. Peskov ha studiato l’intervista che l’ex presidente Donald Trump rilascia a Carlson il 24 agosto 2023, seduta di sadomasochismo con Trump a insultare i rivali alle primarie repubblicane e il presidente Biden, mentre Carlson, paonazzo, annuisce tremebondo.

La storia di Carlson, conduttore della rete tv di destra Fox, licenziato di botto dopo la causa intentata da Dominion, le macchine per votare che Trump accusava di brogli, finita con 781 milioni di indennizzo per diffamazione, parte da genitori con opposti destini. Mamma Lisa McNear Lombardi, nasce a San Francisco nel 1945, ereditiera di una dinastia padrona di due milioni di ettari per l’allevamento, i ranch più ricchi a Ovest del Mississippi, oltre agli asset finanziari dal padre italo-svizzero. Nonni paterni sono invece una ragazza madre di 15 anni, stremata dalla denutrizione, e il compagno diciottenne, che quando lei lo abbandona si spara in testa. Papà Richard, adottato, si arruola tra i marines, poi si innamora del giornalismo, fra naufragi, incidenti in elicottero, denunce per calunnia, finché il presidente Reagan non lo nomina direttore della radio di propaganda Voice of America e il successore, G.H.W. Bush, al dorato incarico di ambasciatore alle Seychelles. Il matrimonio fra Lisa e Richard dura niente, lei diventa artista d’avanguardia con il pittore David Hockney, e morendo lascia ai due figli maschi, Tucker e il fratello Buckley un solo dollaro a testa, premiando la figlia di seconde nozze. I Carlson ricorrono in tribunale e ottengono di nuovo l’ingente eredità.

Tucker Carlson, al St. George e al Trinity College, è ricordato come elegante, rissoso nei dibattiti, in bocca qualche spinello che gli costa l’ammissione come agente alla Cia, «meglio una birra» dirà dopo, e di estrema destra, fino a definirsi seguace di Dan White, il killer omofobo che nel 1978 uccide l’assessore gay di San Francisco Harvey Milk.

Rabbia, disprezzo per i diritti umani, feroce grinta guadagnano, in cravattino o blue jeans, a Carlson 3,7 milioni di spettatori su Fox, menu di propaganda esportato in Europa e in Italia: Trump eroe dell’America profonda, il Covid complotto dei finanzieri, Zelensky lacchè di Biden, vecchio, demente e corrotto, Putin leader con cui fare business, alle spalle della debosciata Ue. Prima dell’intervista, che Carlson lancia via social media, la rivista Politico organizza un ironico quiz online: il Cremlino concederà a Tucker la cittadinanza russa, come già all’ex spia Usa Edward Snowden, oggi solerte patriota a Mosca?

In attesa della soluzione, ricordiamo che oltre mille giornalisti russi vivono in esilio, cacciati dal regime di Putin, molti languono in cella e due corrispondenti, Evan Gershkovich del Wall Street Journal e Alsu Kurmasheva di Radio Free Europe, sono detenuti illegalmente in Russia, in violazione del diritto internazionale.

Nell’immagine: Tucker Carlson con Trump, il suo “eroe dell’America profonda”


La santa alleanza

La questione centrale sollevata dalla protesta degli agricoltori europei 

Di Mattia Feltri, La Stampa

Da qualche tempo abbiamo scoperto gli Houthi, questo illuminato gruppo di islamisti che controlla lo Yemen, compresa la capitale, e li abbiamo scoperti per il sabotaggio delle navi mercantili in passaggio nel Mar Rosso. C’è la geopolitica e poi ci sono i piccoli fatti quotidiani: ieri, per esempio, hanno condannato all’impiccagione tredici omosessuali. Gli Houthi intrattengono rapporti di simpatia con Hamas, sotto la cui guida la Palestina occupa il centonovantesimo posto su centonovantasette quanto a rispetto dei diritti degli omosessuali (indice Equal Dex): capita infatti che lì vengano decapitati.

Hamas trova il suo più nerboruto alleato nell’Iran, dove l’omosessualità è reato punito col carcere, con le frustate e non di rado con la morte: un cappio, una gru e si fa all’alba. L’Iran conserva relazioni eccellenti con la Russia di Vladimir Putin, ridente paese in cui da pochi mesi è stata approvata una legge per punire chi ostenti o diffonda “l’ideologia gay”, e qualche giorno fa sono arrivate le prime condanne: a una donna con un orecchino e a un uomo con una bandiera, l’uno e l’altra color arcobaleno.

Putin, proprio ieri, ha sentito al telefono il suo compare cinese Xi Jinping, e i due si sono confortati a vicenda nella condanna dell’arroganza militare degli Stati Uniti. In Cina l’omosessualità è legale da una ventina d’anni, ma il regime si diverte a chiudere le sedi, i siti e gli account Lgtbq per propaganda di “relazioni sessuali anormali”, segno d’importazione di corruttivi costumi occidentali. Ed eccola qui, in venticinque righe, la santa alleanza che finalmente ci vuole insegnare a stare al mondo

Nell’immagine: livello di accettazione dell’omosessualità secondo equaldex.com. In rosso: pena di morte


Sergio Rossi – Primo bilancio di super-UBS. Dopo la scorpacciata problemi “di digestione”

La questione centrale sollevata dalla protesta degli agricoltori europei 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria