La manna del gas (naturale liquefatto)

La DXT Commodities di Lugano ha visto esplodere i propri utili grazie al boom di questa controversa fonte energetica 

C’è un’azienda a Lugano che negli ultimi anni sta macinando decine di milioni di franchi di utili senza che ciò susciti grande interesse. Sarà che opera in un settore discreto per antonomasia come il commercio di materie prime, sarà che la sua casa madre sta in Lussemburgo, ma la DXT Commodities non è certo un nome sulla bocca di tutti. Eppure è da tempo la più importante società ticinese per cifra d’affari, almeno stando all’annuale classifica del giornale economico Handelszeitung. Ma a cantare non è soltanto un ranking fatto da qualche giornalista specializzato: sono i dati. Dati che bisogna andare a cercare nel registro di commercio del Gran Ducato dove ha sede la DXT International, holding che controlla l’azienda basata in Via Trevano. 

I risultati pubblicati lo scorso 14 febbraio, relativi all’anno finanziario 2023, sono eccezionali: l’utile netto della casa madre lussemburghese è salito del 225% e si attesta a 260,6 milioni di euro (erano 80,2 nel 2022). Di questi, 234,7 milioni – ossia il 90% – sono stati generati da Lugano, dalla DXT Commodities. Eccetto i miliardi registrati negli anni d’oro dalla Luxury Good International – realizzati grazie ai giochetti fiscali della multinazionale della moda francese Kering – in Ticino profitti del genere non sono cosa comune. 

Fondata come Dufenergy nel 1999 da alcuni manager del gruppo siderurgico Duferco, tra l’altro con l’aiuto degli stessi fiscalisti che hanno portato Kering a Cadempino, DXT Commodities è oggi una vera e propria multinazionale: commercia gas ed energia elettrica in decine di paesi e ha sedi e filiali dal Brasile agli Stati Uniti, passando per l’Ucraina e la Turchia. 

Già nel 2022, il risultato della società luganese era stato molto buono: 82,7 milioni di euro di utile netto (più che la sua stessa casa madre), in un aumento del 90% rispetto al 2021. Quest’anno il CEO, Maurizio Cencioni, non ha però esitato a parlare, nella sua introduzione al rapporto finanziario, di «record storico». Un risultato realizzato oltretutto in un contesto in cui la cifra d’affari del gruppo è diminuita del 38,5%. Ciò che vuol dire margini commerciali maggiori: + 118,6% nel 2023 rispetto al 2022 per la sola filiale ticinese!

Ma a cosa si devono tali risultati? A farla da padrone è stata la divisione gas europea che – citiamo il rapporto – «ha eseguito operazioni altamente redditizie». In altre parole si potrebbe dire che la speculazione ha funzionato, in un contesto in cui le differenze di prezzi stagionali del mercato del gas europeo ha raggiunto livelli storici nel 2023. 

La guerra scatenata dalla Russia in Ucraina due anni fa ha suscitato un certo scompiglio sulla piazza di trading luganese: le aziende legate agli oligarchi russi finiti sotto sanzione (Aleksej Mordashov, Vladimir Lisin e Viktor Rashnikov) sono andate via o hanno ridotto al minimo le attività; altre hanno dovuto riorientare i propri flussi. Alla DXT Commodities, l’instabilità sui mercati dell’energia generata dal conflitto sembra invece avere fatto più che bene. Per soppiantare il gas russo, molti Paesi europei hanno infatti deciso di puntare sul gas naturale liquefatto (GNL). Si tratta di gas portato dalla forma gassosa a quella liquida per poter essere trasportato in quantità superiore via nave. Un settore, quello del GNL, dove DXT Commodites è attiva dal 2012 e che ora sembra dare i propri frutti: nel 2023 la società luganese ha fatto arrivare in Europa 43 navi cariche di questo prodotto di cui UE è oggi il principale importatore mondiale. Un vanto per l’azienda luganese secondo cui ha così «contribuito alla sicurezza energetica dell’Europa». 

Il settore ha ormai il vento in poppa e il gruppo operativo da Lugano ha quindi deciso di rafforzare la propria posizione di mercato ed «espandere la propria impronta globale», lanciando una nuova filiale a Singapore. Alcune domande restano però inevase. Non è dato ad esempio sapere da dove proviene il GNL commerciato da DXT Commodities. In rete si trova solo qualche notizia del 2021 in cui si dice che la società ha partecipato a dei bandi per ottenere dei carichi in Pakistan; altre tracce portano negli Stati Uniti. Lo scorso anno, la metà circa del GNL in arrivo in Europa proveniva proprio dagli USA, in particolare dal Texas dove il boom di questo business ha il suo lato oscuro. In Italia, Paese in cui nel 2020 DXT Commodities era il quinto importatore di gas, la questione del GNL sta inoltre creando dibattiti e tensioni legate soprattutto alla costruzione dei rigassificatori: mostri industriali che nessuno vuole sulle proprie coste. 

Per la società di Lugano, il GNL è visto invece come «centrale per la transizione energetica verso soluzioni più verdi». Nel suo rapporto la società spiega anche che «in linea con il nostro impegno a contribuire a un futuro più verde e sostenibile» ha fondato una società a Londra attiva nel commercio di certificati di compensazione del carbonio e che vuole investire in progetti di riforestazione in tutto il mondo. Un’operazione che sembrerebbe tratta da un manuale di greenwashing. Staremo a vedere se è davvero così. Per ora la sola cosa certa sono i soldi. Milioni e milioni di euro che atterrano a vagonate nelle casseforti lussemburghesi e del Lichtenstein (qui a sede il trust La Sesta che controlla la catena societaria che porta a DXT) di proprietà di Bruno Bolfo. Il manager ligure, dopo aver venduto nel 2014 la maggioranza del settore del trading siderurgico della Duferco ad un colosso statale cinese, si gode oggi la manna generata dalla sua nuova gallina dalle uova d’oro: il GNL.

Nell’immagine: una nave per il trasporto del gas naturale liquefatto (LNG), dal sito della DXT Commodities


Le invasioni di campo della Santa Sede

La DXT Commodities di Lugano ha visto esplodere i propri utili grazie al boom di questa controversa fonte energetica 

Di Assia Neumann Dayan, La Stampa

La Francia ha inventato la rivoluzione e sa come farla. La Francia, infatti, è diventato il primo Paese al mondo a mettere in Costituzione il diritto il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Questa notizia ha reso molto tristi i vescovi della Conferenza Episcopale francese che in un comunicato hanno fatto sapere che «l’aborto resta un’offesa alla vita al suo inizio, e non può essere visto soltanto nella prospettiva del diritto delle donne». È forse mansplaining? Quali altre prospettive dovremmo tenere in considerazione? La prospettiva dei vescovi? Quella della Chiesa? Non mi sembrano le persone con le competenze più adatte. La Pontificia Accademia per la Vita, dando il pieno sostegno ai vescovi francesi, «ribadisce che proprio nell’epoca dei diritti umani universali, non può esserci un “diritto” a sopprimere una vita umana». Il Vaticano fa il Vaticano, e non dovremmo provare nessuno stupore. Ogni volta che la Chiesa esprime un’opinione, una tristezza o una condanna, si comporta per quello che è: uno stato teocratico. Per la Chiesa l’aborto è un omicidio, quindi non basta dire «se non sei d’accordo con l’aborto non abortire» perché non si può dire «se non sei d’accordo con l’omicidio basta non uccidere». È anche piuttosto ingenuo pensare che la Chiesa ad un certo punto cambierà idea e dirà che l’aborto non è un omicidio. L’obiezione di coscienza esiste, ed è giusto che esista, così come è giusto che una donna che decide di interrompere una gravidanza possa farlo senza incontrare difficoltà. Solo le donne possono decidere del proprio corpo: non gli uomini, non il Papa, non lo Stato. La Pontificia Accademia per la Vita prosegue nel comunicato rivolgendosi a tutti i governi e a tutte le religioni «a dare il meglio affinché in questa fase della Storia, la tutela della vita diventi una priorità assoluta, con passi concreti a favore della pace e della giustizia sociale, con misure effettive per un universale accesso alle risorse, all’educazione, alla salute. Le particolari situazioni di vita e i contesti difficili e drammatici del nostro tempo vanno affrontati con gli strumenti di una civiltà giuridica che guarda prima di tutto alla tutela dei più deboli e vulnerabili». Su questo siamo tutti d’accordo, ma mi concentrerei sui bambini già nati che hanno una personalità giuridica che non su quelli mai nati. Il comunicato si chiude con una dichiarazione di Papa Francesco nell’Udienza Generale del 25 marzo 2020 che inizia così: «La difesa della vita non è un’ideologia, è una realtà, una realtà umana che coinvolge tutti i cristiani, proprio perché cristiani e perché umani». Lo scorso anno negli Stati Uniti una bambina di dieci anni è stata violentata ed è dovuta andare in un altro Stato per poter abortire dopo il ribaltamento della sentenza Roe vs Wade. È successo in Ohio. Laura Strietmann, direttrice dell’associazione Cincinnati Right to life, durante un’audizione del Comitato per le Risoluzioni Costituzionali della Camera dell’Ohio, ha detto: «Una gravidanza potrebbe essere difficile per il corpo di una bambina di dieci anni, il corpo di una donna è progettato per portare avanti la vita, e questo è un fatto biologico». Si è poi dispiaciuta che la madre abbia permesso alla bambina di abortire. Fino a che punto si può manipolare la realtà per piegarla a un’ideologia? Si può manipolare la scienza, la biologia, la verità, e anche la vita delle bambine. Papa Francesco però ha ragione: la difesa della vita delle donne non è un’ideologia, la difesa della vita delle donne deve essere una realtà che coinvolge tutti.

Nell’immagine: l’aborto diventa un diritto della Costituzione Francese


Diario da Rafah – I nostri corpi scavati dalla fame, non ci riconosciamo più tra di noi

La DXT Commodities di Lugano ha visto esplodere i propri utili grazie al boom di questa controversa fonte energetica 

Di Sami al-Ajrami, La Repubblica

In questi mesi ci sono stati diversi giorni come questo, giorni “no” in cui la disperazione prende il sopravvento lasciandomi senza forze e senza speranza. Ho camminato nel tentativo di avvistare almeno qualche lucina colorata di quelle che solitamente si mettono fuori dalle finestre nei giorni che precedono l’inizio del Ramadan: speravo che qualcuno avesse trovato la forza e la gioia di celebrare l’arrivo del mese sacro.
Niente, di quelle o dei cibi che siamo soliti cucinare per prepararci al digiuno non c’è traccia. D’altronde a quale digiuno dovremmo dare il via se è ormai da mesi che mangiamo come in un Ramadan forzato. Un pasto al giorno, quando si riesce, e non perché stiamo celebrando qualcosa ma perché ci è stato imposto. Per questo ho sentito tanti amici che hanno deciso di non digiunare, sono troppo deboli e affamati per rinunciare al poco cibo che trovano. Assurdo come questa guerra ci stia ponendo davanti a scelte così profonde anche dal punto di vista spirituale.

Le Ong che distribuiscono gli aiuti umanitari a Gaza hanno spiegato che il cibo che entra nella Striscia al momento basta soltanto per soddisfare la fame del 10% della popolazione. Ed è evidente camminando per le strada di Rafah e incontrando gli amici. Siamo tutti dimagriti, scavati nei volti, debilitati nei corpi sui quali gli abiti lisi che ci portiamo dietro da cinque mesi iniziano a caderci addosso come se fossimo spaventapasseri. A stento riuscivo a riconoscere un conoscente per quanto il suo viso è stato stravolto dalla magrezza. Io stesso sono dimagrito sette chili nelle ultime settimane. Il peggioramento della situazione si percepisce anche da questo rapida perdita di peso collettiva. E non voglio immaginare come siano i corpi di chi vive al Nord o a Gaza City, là dove si mangia soltanto cibo per animali o erba, o dove si corre dietro a pasti pronti che piovono dal cielo. Ci sentiamo dei miserabili e iniziamo a vergognarci anche dei nostri corpi.
A peggiorare la situazione è arrivato anche l’andamento delle trattative sulla tregua. Eravamo sicuri che l’interruzione dei bombardamenti sarebbe arrivata prima del 10 marzo, la data di inizio del Ramadan, e abbiamo coltivato il sogno di poter trascorrere qualche giorno senza la continua minaccia di morte. Ora invece gli ufficiali di Hamas hanno fatto sapere che non ci sarà nessuna tregua prima di quella data. Qualcuno vuole credere che sia un modo per fare pressione sui negoziati, io non riesco più a essere positivo.

Giovedì anche io e la mia famiglia lasceremo Rafah e raggiungeremo le quindici persone della nostra comunità che si sono già trasferite nella tendopoli che tutti insieme abbiamo costruito sul mare per sfuggire alla annunciata operazione di terra che potrebbe abbattersi su Rafah. Avevamo rimandato il momento del trasferimento perché speravamo che si potesse arrivare a una tregua ma ora tutto è cambiato e le notizie parlano di una escalation. Vogliamo muoverci prima dell’inizio del Ramadan. Qui non ci sentiamo più sicuri.

Nelle ultime ore i bombardamenti si sono intensificati e la scorsa notte nessuno di noi è riuscito a dormire per il boato delle bombe che cadevano vicinissime. Poco più in là della nostra casa un raid israeliano ha ucciso almeno 17 persone. E così è iniziata di nuovo la corsa contro il tempo: le decisioni devono essere prese velocemente e non è permesso sbagliare. Bisogna calcolare il rischio, valutare le conseguenze e studiare la situazione. È un continuo stress mentale e mi sento molto responsabilizzato per la mia famiglia e per gli altri.

Intanto in tanti stanno cercando di lasciare la Striscia facendo ricorso al denaro arrivato dall’estero grazie alle raccolte online. Il problema però è che la richiesta è diventata talmente alta che le partenze sono state posticipate di almeno due settimane. Chi non riuscirà a muoversi prima di un’eventuale invasione di Rafah non sarà in grado di lasciare la Striscia.


La fecondità crolla in Svizzera, come quasi ovunque nel mondo

La DXT Commodities di Lugano ha visto esplodere i propri utili grazie al boom di questa controversa fonte energetica 

Di PaulineTuruban, tvsvizzera.it

In Svizzera è ormai raro incontrare una famiglia con tre o quattro bambini. Come molte economie sviluppate, il Paese è passato sotto la soglia di rinnovamento della popolazione – 2,1 figli per donna – nei primi anni Settanta.

Ma le cifre pubblicate l’anno scorso dall’Ufficio federale di statistica (UST) hanno comunque sorpreso: nel 2022, il tasso di fecondità è sceso al di sotto dell’1,4, il livello più basso dal 2001. Questo nonostante 9 persone su 10 vorrebbero, idealmente, avere almeno due figli.

Altrove, la situazione è simile. Dopo decenni di progressiva diminuzione delle dimensioni delle famiglie – una transizione demografica spinta dal miglioramento della formazione, dall’impiego delle donne, dalla contraccezione e dall’urbanizzazione – molti Paesi registrano da qualche anno un calo delle nascite.

Il tasso di fecondità più basso si concentra nell’Asia dell’est (0,8 bambini per donna in Corea del Sud, 1,2 in Cina, 1,3 in Giappone). Nell’Europa occidentale sono l’Italia e la Spagna i Paesi in cui le donne hanno meno figli, in media meno di 1,3.

Questo calo tocca l’Irlanda e la Francia, finora i motori europei della natalità, e anche i Paesi nordici, malgrado siano considerati dei paradisi per le famiglie. Il Nordamerica, i Paesi economicamente più forti dell’America latina e l’Australia sono anch’essi toccati dal fenomeno.

Non c’è ormai che l’Africa subsahariana – dove la famiglia numerosa resta un valore e una risorsa – in cui il tasso di fecondità è ancora elevato, anche se in calo da 30 anni. Entro il 2050 è in Africa che la popolazione mondiale aumenterà maggiormente, fino a farla diventare il continente il più popolato.

Il peso della genitorialità

Il calo delle nascite, in particolare nei Paesi economicamente sviluppati, è legato a una combinazione di fattori. Tomas Sobotka, vicedirettore dell’Istituto di demografia di Vienna, alla guida di un gruppo di ricerca europeo sulla fertilità e la famiglia, indica in primo luogo quale causa le limitazioni socioeconomiche come il caro-alloggi, i costi elevati della custodia dei figli, la precarietà del lavoro o la stagnazione dei redditi.

In Svizzera, per esempio, si stima che crescere due bambini fino alla maggiore età costa al minimo 500’000 franchi. La scelta economicamente razionale è dunque quella di non procreare, dice un’economista citata in questo editoriale della NZZ.

La liberalizzazione del mondo del lavoro è stata accompagnata da nuove ambizioni di carriera difficili da conciliare con della prole. E il posto stesso dei bambini nella società è cambiato, indica Philippe Wanner, professore all’istituto di studi demografici dell’Università di Ginevra. “Per molto tempo considerato come un valore, il bambino è oggi maggiormente percepito come un onere”.

Il progetto di diventare padre o madre è meno scontato rispetto a prima “in questo mondo che molti giovani adulti considerano ostile”, spiega Sobotka. Quando – e se – le coppie si decidono a compiere questo passo, è spesso alla fine della trentina, vicino al limite dell’infertilità biologica.

Piramide dell’età invertita

Il fatto che si abbiano meno bambini è in gran parte il riflesso di nuove prospettive, in particolare per le donne, e di un allentamento della pressione sociale attorno alla “famiglia ideale”.

Per una società, una natalità debole non è per forza una cattiva notizia sul corto termine, poiché significa più risorse da dedicare alla salute e all’educazione di ogni persona, e più adulti maggiormente disponibili – quindi più produttivi.

Sul lungo termine, però, si delinea uno scenario demografico preoccupante. La piramide dell’età ha già cominciato a invertirsi e l’invecchiamento della popolazione non farà che amplificarsi nei prossimi decenni, suscitando paure legate alla perdita di manodopera e a un profondo disequilibrio nelle assicurazioni sociali.

Alcuni Paesi, come la Svizzera, finora hanno fatto ricorso all’immigrazione per ammortizzare il colpo, ma considerare questa strategia una soluzione sostenibile è una scommessa politica rischiosa la cui efficacia  sul lungo termine non è garantita.

Oltre alle considerazioni economiche, si pone anche una domanda esistenziale. Il giornale francese Le Monde si interrogava di recente: “Un mondo senza bambini, non è forse un mondo morto?”, lanciando così un appello alla politica affinché si occupi del crollo delle nascite.

“Riarmo demografico”

In questo contesto, alcuni governi hanno annunciato misure più o meno appariscenti. A metà gennaio, il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso di “riarmare demograficamente” la Francia con un nuovo congedo parentale e un piano di lotta contro l’infertilità.

Altri Paesi, come la Corea del Sud, la Grecia o l’Ungheria, hanno tentato con incentivi materiali, sussidi per i figli versati ai giovani genitori, prestiti a tasso zero o la messa a disposizione di terreni. Una cittadina finlandese ha fatto parlare di sé qualche anno fa offrendo 10’000 euro per ogni bambino nato e cresciuto nel comune.

Altrove, le autorità hanno provato a far leva sul patriottismo o sull’umorismo a suon di campagne di comunicazione (come in Italia o in Danimarca).

In Paesi più autoritari, i diritti riproduttivi cominciano a essere considerati un problema. Dopo la fine della politica del figlio unico e permettendo alle coppie di averne due, la Cina ha alzato il limite a tre figli. L’Iran e la Russia, invece, hanno nel mirino l’aborto.

Nulla di paragonabile nella liberale Svizzera. Il deputato vallesano dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) Jean-Luc Addor aveva proposto nel 2021 “degli incentivi fiscali per una vera politica di natalità”, ma la sua mozione è stata respinta. L’allora consigliere federale Alain Berset aveva sottolineato l’opposizione del Governo a “una politica famigliare direttamente orientata alla natalità, […] difficilmente compatibile con la libera scelta” di fondare una famiglia.

Gli incentivi non bastano

Le misure politiche isolate, tuttavia, non sembrano influenzare la scelta di avere un bambino, sottolineano i demografi. Tutt’al più, creano un effetto di opportunità per coloro che già prevedevano di far crescere la famiglia. I discorsi delle autorità, invece, rischiano soprattutto di irritare.

Tali retoriche hanno la possibilità di essere efficaci solo se accompagnate da una vera e propria politica famigliare, ovvero un ecosistema favorevole alle famiglie, i cui principali pilastri sono gli aiuti finanziari, le strutture per la custodia dei bambini e i congedi di maternità e paternità.

Impegnata fin dagli anni Cinquanta in una politica orientata alla natalità, la Francia è uno dei Paesi più proattivi in tal senso. In seno all’OCSE è uno dei Paesi con il più alto livello di spesa pubblica destinata alle prestazioni famigliari. In particolare, la Francia si distingue soprattutto per i suoi assegni famigliari progressivi ad ogni nuova nascita , indica Wanner.

I Paesi nordici sono spesso citati come modello, poiché offrono congedi parentali generosi, strutture per la custodia dei bambini a basso prezzo e “il coinvolgimento dei padri è ben radicato”, dice Sobotka.

Il ricercatore di Vienna cita poi la Germania, che ha introdotto il diritto a un posto in un asilo-nido a partire da 1 anno (misura che tuttavia fatica a essere implementata) e l’Estonia, il cui sistema di congedo parentale condiviso di 600 giorni è “uno dei più flessibili”.

Rispetto a misure simili, la politica famigliare svizzera risulta limitata. “I sussidi famigliari sono troppo modesti per poter avere un impatto”, ritiene Wanner, e “la società è poco reattiva sul tema della conciliazione dei ruoli”. I posti negli asili-nido, in numero insufficiente, sono i più cari dell’OCSE.

Nel sistema federale elvetico, molti strumenti di politica famigliare si decidono a livello locale. Esistono iniziative politiche, in particolare per l’introduzione di un congedo parentale o di un accesso garantito agli asili-nido, ma l’assenza di consenso frena queste proposte.

Ciò fa sì che in Svizzera “sono presentati come importanti successi dei progressi minimi rispetto a ciò che si fa altrove”, spiega Wanner citando l’esempio del congedo maternità di 14 settimane adottato nel 2005.

Sempre meno bebè all’orizzonte

Comunque sia, l’impatto delle politiche famigliari sulle nascite è marginale – in Europa, il loro scopo è piuttosto quello di migliorare la vita quotidiana delle economie domestiche. Esperte ed esperti di demografia ritengono che possano tutt’al più aumentare il tasso di fecondità di circa 0,2 figli per donna. “È più di nulla, ma non cambia i dati in modo fondamentale”, riassume Sobotka.

Le aziende avrebbero a loro volta un ruolo importante da svolgere, offrendo più flessibilità ai genitori nel conciliare la vita professionale e famigliare. Questo può essere fatto tramite il telelavoro, l’annualizzazione degli orari, la libera scelta di adattare il proprio tasso di attività, la possibilità di smettere di lavorare per un certo periodo senza penalità o un congedo parentale flessibile e condiviso, illustrano i demografi con cui abbiamo discusso.

In Svizzera, tali vantaggi sono rari, “soprattutto perché molte aziende sono piccole o medie imprese che non hanno i mezzi per implementarli”, sottolinea Wanner. Le poche imprese che mettono a disposizione degli asili-nido o dei congedi di paternità più generosi di quanto preveda la legge sono delle multinazionali.

Affinché si verifichi una flessione di questa dinamica, bisognerebbe soprattutto rivalorizzare il posto dei genitori e dei bambini nella società. “Questa è la cosa più difficile – dice Sobotka – poiché implica dei cambiamenti non solo politici, ma di mentalità e di norme sociali”.

In altre parole, la situazione non cambierà domani. Un’”epoca di bassa fecondità” è iniziata, indica il demografo. Nei prossimi decenni, i tassi di fecondità che oggi sono ancora alti diminuiranno e si stabilizzeranno a un livello basso ovunque, secondo le previsioni delle Nazioni Unite al punto che, “in futuro, si distingueranno solo i Paesi con un tasso di fecondità estremamentebasso”.

Sempre secondo lo scenario mediano dipinto dall’ONU, la maggior parte delle regioni del mondo vedrà il saldo demografico passare alle cifre negative più o meno velocemente – a partire da questo decennio in Europa. Con sempre più morti e sempre meno nascite, specialisti e specialiste si aspettano che la popolazione mondiale comincerà a diminuire entro la fine di questo secolo.

A cura di Marc Leutenegger e Samuel Jaberg
Traduzione: Zeno Zoccatelli


Il peggio dovrebbe avere un limite

La DXT Commodities di Lugano ha visto esplodere i propri utili grazie al boom di questa controversa fonte energetica 

Che il “Governicchio” fosse richiamato a non “calare le braghe” poteva anche essere messo in conto come dato inevitabile nella reazione e nei commenti del Legolas dei poveri di Via Monte Boglia sul “Il Mattino” di ieri. Il partito che rimpiange (e commemora) il suo nume tutelare e fondatore in nome di un movimentismo perduto da ritrovare adesso si scatena contro ogni tipo di manifestazione venga organizzata a Bellinzona in opposizione a decisioni e misure governative.

Sicché, per difendere l’esecutivo a maggioranza relativa leghista (ricordiamocelo e ricordiamoglielo), ci si atteggia ad  “istituzionali”, ma berciando contro chi si mobilita, con l’utilizzo di termini e di argomentazioni fra le più tristemente e volgarmente strumentali.

Prendiamo la reiterata distinzione fra pubblico e privato, ad esempio: ecco, in piazza a Bellinzona lo scorso 29 febbraio c’erano i “privilegiati” del settore pubblico che con lo sciopero (peraltro legalissimo) e le loro rivendicazioni (relative a misure adottate automaticamente nel resto della Svizzera) offenderebbero per l’ennesima volta i 170 mila lavoratori del settore privato che guadagnano molto meno e, accidenti, sono pure costretti a pagare le tasse per mantenere chi sta meglio di loro e va pure in piazza a scioperare, a cominciare da quei leggendari “scioperati” che sono gli insegnanti.

Riecheggiano parole tragicamente assurde come quelle di Paolo Pamini, che mesi fa, nel suo blog, aveva affermato che gli “statali” sono a carico di chi lavora nel privato e che paga le tasse per mantenerli. Ora, c’è qualcuno che voglia una volta chiedere a Pamini e al suo codino associato in sciocchezze, se sono al corrente del fatto che chi lavora nel settore pubblico paga anch’ esso le tasse?

E se difende i salari (i più bassi della Svizzera) fa non solo il proprio dovere, ma si batte per tutti, proprio tutti, sia esigendo il rispetto del rincaro (e dunque un potere d’acquisto che in gran parte implica poi l’accesso a “beni” prodotti dai privati) sia volendo mantenere uno stipendio che comunque sarà tassato molto più di quello di chi guadagna meno. Per non dire poi del fatto, che si è ripetutamente verificato, per cui lo Stato, con i suoi mezzi, deve intervenire nell’incentivare, aiutare, salvare imprese e banche, con i soldi di tutti, anche di chi con gli affari privati, magari gestiti colpevolmente a colpi di speculazioni finanziarie, non ha proprio nulla a che fare.

Da troppo tempo, il fronte politico che si nutre di parole d’ordine che ruotano attorno ad un fantomatico “rigore finanziario” (che per definizione implica ovviamente la difesa a priori delle attenzioni verso i ricchi sgocciolanti), ha impugnato una concezione antagonistica fra pubblico e privato, che appare del tutto immotivata, infondata, irragionevole, ma strumentalmente utilissima per assegnare al servizio pubblico tutte le colpe di una situazione finanziaria certamente difficile, ma non perché inficiata dalle cosiddette “pretese” di chi rivendica semplicemente quanto gli spetta, ma perché così gestita da chi è in maggioranza in Governo e in Parlamento.

Ancor più paradossale, in questo senso, pare il ricorso sistematico all’evocazione della mitica quanto dorata “piazza finanziaria”, ormai solo un pallido ricordo di un benessere acquisito grazie all’evasione fiscale altrui. Ma vuoi mettere, si stava tutti meglio. Certo, e con i soldi che venivano da oltreramina. Adesso, da oltreramina arrivano lavoratori anche molto qualificati che permettono al nostro Cantone di “sopravvivere”, perché l’economia (privatissima, e sostenuta dal potere politico e dai soldi pubblici) deve pur sempre ottenere i suoi margini di guadagno e dunque ridurre sistematicamente i salari. 

Se i 170 mila del settore privato, come invoca retoricamente il domenicale maniacale, scendessero davvero anch’essi in piazza, lo farebbero non per accanirsi sugli statali (come piace immaginare al “Mattino”), ma per dire proprio le stesse cose sostenute e gridate in piazza giovedì scorso. Il fatto è che a diventare obiettivo di una tale manifestazione (che potremmo immaginare verrebbe sostenuta anche dai sindacati del servizio pubblico) sarebbe anche in questo caso il Governo e quella maggioranza di destra che (con l’avallo di liberali e centristi) sta conducendo il paese a questo punto. 

Per evitare che si possa arrivare ad una messa in comune delle rivendicazioni (per molti aspetti analoghe) di settore pubblico e settore privato, Lega Udc e qualche altro loro ambizioso alleato (che a seconda della convenienza trovano un po’ qui e un po’ là) devono assolutamente dividere, programmaticamente, quello che diverrebbe un ipotetico “fronte unito”.

Così, ecco che i frontalieri (assunti, per altro, in gran quantità, nel privato come nel pubblico e parapubblico per mancanza di personale “indigeno”) diventano utile pretesto in negativo per ribadire che la soluzione ideale da sempre evocata sarebbe la “chiusura delle frontiere” (un’allucinante prospettiva antistorica). Non solo, quali responsabili della situazione attuale e della conseguente mobilitazione si additano pure, come fossero fomentatori e sobillatori, “elementi esogeni alla nostra cultura”, una definizione del nostro Lombroso di Corticiasca che meriterebbe da sola un trattato di antropologia. E chi sono costoro? Un docente “azzurro” aderente alla rete ErreDiPi e un “argentino” che dirige “La Regione”: due “menatorrone” verso cui si indirizzano esplicitamente gli strali razzistici di chi sta seduto in due istituzioni pubbliche ed è responsabile, a Lugano, del dicastero “Formazione, sostegno e socialità”. 

Di paradosso in contraddizione, non se ne può veramente più di questa tiritera, sciorinata domenicalmente, indegna di un dibattito che si voglia dir “civile”, tanto più se viene da chi si porta a casa oltre 200.000 franchi di stipendio (pubblico) all’anno per sputare veleno sui presunti privilegi degli statali e seminare zizzania in nome del presunto “spregio” verso il settore privato. Si apra un bar, lo Zio Bill, dove il cazzeggio è di casa; o, meglio ancora, un negozio di cornici, dove i quadri stanno al loro posto.


Il Consigliere federale socialista che guarda solo dove indica la destra

La DXT Commodities di Lugano ha visto esplodere i propri utili grazie al boom di questa controversa fonte energetica 

Sono dichiarazioni imprecise, pericolose e giuridicamente infondate quelle espresse dal Consigliere federale Beat Jans a margine della visita in Ticino del 20 febbraio 2024. Dichiarazioni frutto, probabilmente, di una comunicazione che doveva porre l’accento sul tema della sicurezza e accontentare opinione pubblica e politica locale. Il Consigliere federale socialista ha mancato l’occasione di riconoscere che esiste una realtà diversa e di mettere in evidenza i reali problemi legati alla procedura d’asilo: le modalità di accoglienza, l’applicazione delle leggi internazionali e la severità delle leggi nazionali in materia.

Beat Jans ha fatto proprio e ha amplificato il punto di vista dei sindaci dei comuni interessati dalla presenza dei centri federali d’asilo (CFA), delle forze dell’ordine e della destra ticinese, sempre in prima fila ad alimentare discriminazioni, intolleranze e paure nei confronti dei cosiddetti “diversi”. A questo proposito, rileviamo innanzitutto che i 170 interventi di polizia sono avvenuti all’interno dei CFA, e dunque, a rigor di logica, non sono episodi che hanno toccato la popolazione residente. Inoltre, per mettere in proporzione la cifra, ricordiamo che in Ticino ogni giorno vengono effettuate 3 chiamate alla polizia a causa di atti di violenza domestica. La narrazione sostenuta da Beat Jans è smentita poi da un sondaggio svolto tra la popolazione da parte di Mendrisiotto regione aperta (MRA), e dalle regolari interazioni e attività che si svolgono tra persone alloggiate nei centri e la società civile (oltre a MRA, l’associazione Fabbrica della solidarietà, nata dagli studenti dell’accademia di architettura di Mendrisio, che ha svolto proprio un lavoro sull’idoneità o meglio inidoneità abitativa dei centri). Non una parola è stata spesa da parte del Consigliere federale sull’idoneità delle strutture d’alloggio di Balerna e di Chiasso, malgrado le recenti raccomandazioni espresse dell’UNHCR secondo cui centri più piccoli, più personale qualificato, possibilità di alloggi esterni, meno presenza di guardie di sicurezza, più contatto con la società civile, renderebbero più vivibile e meno stressante il periodo di attesa della procedura. Nulla in merito al costante sovraffollamento, alle violenze denunciate dai richiedenti asilo nei confronti del personale di sicurezza, e sulla mancanza di misure di accoglienza per persone vulnerabili, che non sono solo donne, minori e anziani, ma tutti coloro che a causa del percorso migratorio hanno subito indicibili traumi. Infine, non una parola si è sentita da parte delle persone direttamente interessate, gli attori principali: i rifugiati, coloro cioè che scappano dalle loro terre per poter avere una prospettiva di vita, che nei propri paesi d’origine non possono avere.

Beat Jans ha poi rivolto l’attenzione a quella che ha definito una “piccola fetta” di richiedenti asilo che “commettono atti violenti, vandalizzano macchine e dove nessuna misura funge da deterrente”. Nei confronti di queste persone si dovrebbero attuare misure atte a contrastare la recidiva, quali la procedura accelerata dalla durata di 24 ore e la carcerazione preventiva unitamente alla carcerazione amministrativa.

Il Consigliere federale parla di carcerazione preventiva e amministrativa come se fossero lo stesso istituto giuridico. La recidiva è un concetto applicato nel diritto penale. Una persona è detta recidiva se, in seguito a una condanna o a una liberazione da un’esecuzione di pena, commette un crimine o un delitto che comporta una nuova condanna. Al momento del giudizio in merito al reato commesso, il giudice terrà conto dei precedenti penali della persona nella commisurazione della pena. La carcerazione amministrativa, prevista dalla legge sugli stranieri e la loro integrazione (articoli 75-79), è applicabile alle persone nei confronti delle quali è stata emanata una decisione di allontanamento o espulsione, se vi sono indizi concreti che fanno temere che lo stesso intenda sottrarsi al rinvio coatto e non vi è collaborazione dello straniero per preparare la partenza. Essa non è dunque applicabile a persone che commettono, o sono sospettate di aver commesso, dei reati di natura penale. Affermare che per la gravità dei reati non è possibile una privazione della libertà e che è necessario, per questo, applicare in maniera più “efficace” la carcerazione amministrativa è dunque un’aberrazione giuridica.

Non solo consideriamo questa forma di carcerazione troppo invasiva della libertà personale e contraria all’articolo 8 della Costituzione cantonale, in base al quale i provvedimenti coercitivi che incidono su diritti fondamentali di chi non è imputato vanno adottati con particolare cautela, ma contestiamo anche in modo fermo che tale istituto si possa applicare come deterrente nei confronti solo di alcune categorie di persone presunti autori di reati, di cui alcuni perseguibili unicamente su querela di parte.

In merito alla proposta di applicare la procedura accelerata solamente a cittadini di determinati paesi, si ricorda che secondo l’art. 3 della Convenzione sui rifugiati, gli stati contraenti devono applicare le norme in essa contenute a chiunque faccia richiesta di protezione senza distinzione di sesso, razza e nazione. Stabilire per paesi come l’Algeria, la Tunisia e il Marocco procedure accelerate di 24 ore è contrario a questa norma e implementare misure per specifiche nazioni, non fa che alimentare la diffidenza nei confronti delle persone provenienti da questi paesi, in spregio, in particolare, degli articoli 7 e 8 della Costituzione svizzera (rispetto della dignità umana e uguaglianza di fronte alla legge). Inoltre, come sottolinea la SEM nelle sue decisioni, i motivi d’asilo sono personali e non generali e discendono dalle discriminazioni e persecuzioni che una persona può subire nel proprio paese, anche se per noi è considerato sicuro. Basti pensare ai dissidenti politici, alle persone che scappano per questioni di genere o motivi religiosi. La procedura accelerata vìola la Convenzione sui rifugiati poiché diventa di fatto impossibile poter indicare i motivi d’asilo e comprovarli in così breve tempo. Allestire la documentazione necessaria è un lavoro lungo e faticoso, sia oggettivamente (talvolta i documenti non ci sono, o non vengono rilasciati dalle autorità) sia soggettivamente, in quanto si tratta di dimostrare violazioni di diritti inerenti alla sfera personale, che non è evidente raccontare in brevissimo tempo a persone sconosciute che sarebbero lì, di fatto, per allestire la procedura di rinvio e non per ascoltare. È una deriva molto grave quella dove ci vuole portare il Consigliere federale, che per tranquillizzare una minima parte della popolazione, afferma di poter applicare istituti giuridici disciplinati nelle nostre leggi, in modi diversi da quanto espressamente previsto, non solo senza passare dall’Assemblea federale, unico organo legislativo, ma addirittura chiedendo riforme che ledono in modo manifesto principi fondamentali della nostra costituzione e delle norme internazionali sui diritti dell’uomo che la Svizzera si è impegnata a rispettare.

Immacolata Iglio Rezzonico e Martino Colombo sono avvocati
Nell’immagine: il Consigliere federale Beat Jans


Willy Lubrini – Impossibile decidere in sole 24 ore il destino di un rifugiato

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Questo è l’articolo citato durante l’intervista: Il Consigliere federale socialista che guarda solo dove indica la destra


In Francia l’aborto è nella Costituzione

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Ucraina, guerra per procura agli sgoccioli. Adesso incombe la minaccia nucleare

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Di Domenico Quirico, La Stampa

Due anni: tanto abbiamo dovuto attendere perché i Manovratori del mondo rendessero chiari i limiti della guerra nel cuore dell’Europa. Intendo: svelare il punto in cui le due parti fissano lo spazio finale oltre cui nulla sarebbe più negoziabile o possibile. Perché oltre quel limite c’è soltanto la possibilità del reciproco annientamento. La parola guerra atomica è stata evocata, in questi mesi, soprattutto dai cortigiani di Putin, come vanteria propagandistica o avvertimento minatorio. Ma in realtà in due anni mai sembrava far parte della matematica strategica dei due giganti che davvero si fronteggiano decidendo le mosse con sempre meno ipocrisie, Stati uniti e Russia. Si confidava nel “miracolo’’: la caduta di Putin per motivi interni, la vittoria sul campo degli eroici ucraini, la stanchezza economica e morale del floscio Occidente, l’accrescersi dei putiniani con poltrona ministeriale, la bancarotta del capitalismo oligarchico, l’intervento moderatore dell’alleato padrone cinese. Si tirava avanti con formule vuote ma dilatorie: accanto a Zelensky fino alla pace giusta, resistere all’assedio dell’Occidente che ci vuole morti eccetera…

In un crescendo incalzante di bellicismi il segretario alla difesa americano Austin ha ammonito che la caduta di Kiev potrebbe avere come conseguenza il ricorso all’arma nucleare. E Putin, parlando alla nazione prima di essere ovviamente rieletto, ha ribadito che un attacco della Nato al territorio russo, che per lui è evidentemente anche la Crimea e il Donbass occupato, comporterebbe il sostegno dell’arsenale nucleare. Più chiari di così!

Ormai si è convinti, rassegnati o entusiasti (nei due campi esistono gli uni e gli altri), che la guerra per procura stia per finire. Per il cedimento aritmetico lento ma progressivo degli ucraini; in Russia per la legge dei numeri gli uomini costano meno. Poiché l’intervento diretto sul campo di battaglia degli americani, degli inglesi e dei “volenterosi” come polacchi, baltici, francesi, canadesi, finora camuffato, è inevitabile per correggere l’esito, i due contendenti stabiliscono fino a dove la nuova fase potrà arrivare. Limite tragicamente largo, larghissimo. Perché entrambi sono pronti a passare alla fase dell’Apocalisse. È un futuro che può risultare auspicabile solo a speculatori e cinici. I veri riformatori e i veri conservatori non possono che esserne atterriti. Perché in un cadavere non c’è nulla da riformare né materia da conservare.

Si avverte a Mosca a Bruxelles al Pentagono il vecchio puzzo dell’entusiasmo degli strateghi da tavolino. Finalmente non più la astratta guerra di materiali, le piccole guerre di scienza e non di arte, di industria, di commercio con loro ferraglia perversa! Nella pianura di Ucraina di nuovo la guerra del corpo a corpo, la guerra del balzare in piedi, del nemico allo scoperto. Che sia anche questa, soprattutto questa, una guerra politica dove imperialismi e resistenza si mescolano ambiguamente, che importa! Non privateci del fuoco purificatore nella fradicia terra della vecchia Europa. 

Dopo due anni di reciproci proclami di vittoria inevitabile siamo incapaci di applicare i metodi elementari del pensiero ragionevole. Sembrano evaporate in classi politiche mediocri da una parte, criminali dall’altra, le nozioni essenziali di intelligenza, misura, grado, proporzione, rapporto condizione; di legame necessario tra mezzi e risultati. L’universo della politica internazionale a cui forniscono munizioni sedicenti e contrapposti chierici sciagurati, è popolato solo di miti e di mostri, non si riconoscono che entità assolute: la vittoria il nostro diritto la punizione la sradicazione. Tutte astratte dalla considerazione dello strazio che la guerra impone a chi ne è vittima diretta. Un autocrate arrogante e omicida e democratici da tweet usano le parole vittoria e lotta come realtà assolute con uno scopo assoluto, indipendenti da ogni condizione umana, da ogni modo di agire e con le stesse parole indicano, di volta in volta o addirittura simultaneamente, qualunque cosa.

Con una raggelante automatismo, dopo aver consumato senza esito una generazione ucraina (e russa) si è deciso che la carneficina si allarghi e la morte diventi una amica intima, diventi figlia, madre, te stesso, oggetto invisibile che cancella pezzo dopo pezzo il mondo.

Dopo due anni, nell’area dell’Ucraina più tetra, fradicia e mortifera della linea di trincee, dove la cronaca quotidiana ha una intensità che varia dai bombardamenti e raid alle più aspre offensive totali di artiglieria, nessuno di coloro che sostengono di avere in pugno i fili della guerra, la corte del Cremlino, il complesso militar industriale e finanziario occidentale che suggerisce le mosse ai governi atlantici, è stato capace di spezzare il velo di atroce mistero che avvolge il conflitto: come fanno a resistere? E ancor meno rispondere all’altra domanda: perché è fatto? Perché due eserciti continuano a tentare l’impossibile, spezzare il filo spinato con i corpi umani, perché politici e generali li costringono a insistere con la stessa inflessibilità suicida dei fantaccini della Prima guerra mondiale?

Adesso che la guerra diventerà più grossa chi sa come risolvere questo problema: al momento di sferzare l’attacco anche una forza che si presume irresistibile di cannoni missili carri si scontra con un muro e la stabilità del fronte viene ricomposta al massimo con una differenza di poche migliaia di metri?

Forse bisogna domandarsi se non siamo giunti a uno di quei momenti, il 1914, il 1939, in cui la definizione umana che abbiamo prestato alle cose scompare e esse ci guardano con tutta la orribile primitiva estraneità che di solito è velata dagli incubi. Tutto crolla. Nessun nome è adatto. Forse ci siamo già rassegnati: non esiste il modo di risolvere questa tragedia innescata da Putin perché non faccia più male, di trasformarla senza altre perdite, senza tradimenti, senza diserzioni. Un mondo minaccioso senza nome, e per questo colmo di angoscia indefinita, è in agguato. Non si avventa ancora, è in agguato in silenzio. Ci osserva mentre ci occupiamo di dettagli per non pensarci.

All’inizio gli ordini sono sempre incruenti, chi sta alle scrivanie dei comandi non ha bisogno di minacciare o di impugnare il bastone. Gente che esegue, per stupidità o calcolo, se ne trova sempre. La soluzione l’avranno solo coloro che il fucile lo impugnano già e quelli che dovranno farlo, lo sciopero rivoluzionario contro l’insensatezza della guerra.

Nell’immagine: Russia, giochi di guerra


Sì alla tredicesima, gli Svizzeri migliorano l’AVS

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Evviva, la tredicesima AVS è una realtà. Il primo pilastro del sistema pensionistico svizzero aumenta le rendite. Per 300 mila persone, soprattutto donne, le più minacciate di povertà al momento di andare in pensione, è una vitale boccata di ossigeno. Ma anche per tutti i pensionati, compresi quelli del ceto medio, si tratta di un’entrata che compensa il rincaro di questi ultimi tempi: inflazione, casse malati, bollette dell’energia, caro affitti, ipoteche raddoppiate, ecc. La tredicesima non è un lusso, permette solo di ristabilire il potere d’acquisto degli anziani.

La sinistra è uscita vincente da questa battaglia, con un risultato netto e chiaro: storico. Un grande merito va al presidente dell’Unione sindacale svizzera, promotrice della riforma, e consigliere agli Stati Pierre-Yves Maillard, che si è molto impegnato a sostegno dell’iniziativa. Mentre tutto il fronte borghese, partiti e associazioni, è uscito sconfitto (“Una giornata nera”, piagnucolano). Le chiacchiere e le bugie non bastano quando sono in gioco i bisogni della popolazione. Oltretutto, fronte borghese battuto anche in casa, perché parte della base dei partiti di centro destra ha sostenuto la riforma.

Il popolo svizzero ha detto sì alla tredicesima AVS con il 58,24% dei votanti
Tasso di partecipazione superiore alla media: 58,34%
In Ticino l’iniziativa è stata approvata dal 71%, ottimo risultato (partecipazione 58,1%)
Qui tutti i dati

I sondaggi sono stati traballanti. Verosimilmente si sono espressi molti cittadini che appartengono alla maggioranza silenziosa, che solitamente si astiene.

Una volta tanto, la popolazione è riuscita a votare seguendo i propri interessi e si è recata alle urne in modo massiccio. La vittoria dell’iniziativa indica che la ricca Svizzera ha sacche di povertà e che il ceto medio sta attraversando una fase difficile, perché gli stipendi sono fermi da anni, mentre i profitti aumentano. Il disagio sociale è palpabile e le disuguaglianze esplodono assieme al divario tra ricchi e poveri.

Questo risultato ripropone una forma di compromesso sociale che negli ultimi decenni era andato svanendo. Come diceva lo storico Dominique Dirlewanger, “manca un compromesso coerente come quello del dopoguerra”, quando, nel 1947, l’AVS fu approvata dal popolo: 80% di favorevoli con una partecipazione storica del 79%. Oggi non siamo a questi livelli, ma il successo dell’iniziativa è un bel passo avanti. Speriamo che non si tratti di un fuoco di paglia.

Si temeva di inciampare nel vincolo della doppia maggioranza. Per avere successo, un’iniziativa popolare deve ottenere la maggioranza di consensi fra il popolo, ma anche dei Cantoni. Cosa che non era avvenuta, per esempio, con la votazione sull’Iniziativa per multinazionali responsabili, votata nel 2020, bocciata dai Cantoni.

Questa volta il rischio è stato superato. La doppia maggioranza, popolo e cantoni, è nata nel 1848 per offrire un potere ai piccoli cantoni, conservatori e cattolici. Da anni è criticata da molti politologi e giuristi, perché considerata ormai inopportuna e superata. Pascal Sciarini afferma che “rischia di portare a una collisione fra logica democratica e logica federalista”. Dick Marty ricorda che il grande costituzionalista Jean-Francois Aubert “aveva formulato una critica che appare del tutto pertinente: quando l’iniziativa è approvata dal popolo, il voto dei Cantoni deve essere considerato solo se la norma in votazione ha delle implicazioni a livello cantonale”.

La vittoria di oggi mostra due aspetti. Uno riguarda il successo della proposta specifica di introdurre una tredicesima AVS, e qui c’è un giovamento significativo soprattutto per tutti i pensionati che non vivono nell’agiatezza. E anche, come detto, una risposta importante al disagio crescente di strati più fragili della popolazione. Il secondo ha una valenza politica più generale: è una conquista per la sinistra su un tema cruciale e fondante e può far ben sperare per le prossime scadenze politiche: il referendum contro la riforma della Legge sulla previdenza professionale (LPP) e l’iniziativa per limitare al 10% del reddito il premio di cassa malati.

L’iniziativa ha vinto anche se aveva la maggioranza dei partiti e della stampa contro. Un esempio paradigmatico è la campagna “senza ritegno” svolta dalla Neue Zürcher Zeitung, come ha messo in luce qui Boas Erez. Niente di nuovo sotto il sole, forse ciò che fa più specie, sulla stampa e nei partiti borghesi, è la malafede nell’argomentare, che a volte sfiora o diventa vera e propria offesa all’intelligenza. La faciloneria dei messaggi veicolati dai social contamina anche grandi giornali e modalità di comunicazione dei partiti.

Comunque, la NZZ ha visto giusto quando ha titolato, il 13 febbraio, “Gli svizzeri sono diventati più di sinistra e votano sempre di più con il portafoglio”. Bravi, lo diceva già qualcuno verso la metà dell’Ottocento!

Far approvare da popolo e cantoni un’iniziativa popolare non è facile. È avvenuto solo nel 10% delle iniziative proposte a partire dal 1848. Il risultato di oggi è quindi un grande successo. Dal 1994 quindici iniziative popolari sono state accettate in votazione. Poche quelle più o meno progressiste: nel 1994 “Per la protezione della regione alpina dal traffico di transito” (Iniziativa delle Alpi), nel 2012 “Basta con la costruzione sfrenata di case secondarie” (Lex Weber) e nel 2021 quella “ Per cure infermieristiche forti”.

Un conto è il dettato costituzionale, un altro la legge di applicazione, ovvero: la legge applica il dettato costituzionale? Non sempre, o molto lentamente, come sta avvenendo per gli infermieri. O ancora, non sempre la legge viene rispettata: vedi numero dei transiti di autocarri ai valichi alpini: dal 2021 sono in aumento e l’anno scorso ci sono stati 277 mila passaggi più dei previsti 650 mila.

Cosa accadrà ora?

Sarà importante monitorare i prossimi passi di Governo e Parlamento, dove la destra farà di tutto per boicottare la misura. Bisognerà definire le modalità di finanziamento e i dettagli per l’entrata in vigore della riforma.

Si prevede che la tredicesima AVS costerà circa 5 miliardi di franchi l’anno. Con un piccolo adeguamento dei contributi, un aumento dello 0,8% da dividere tra lavoratori e datori di lavoro, si potrebbero incassare 4 miliardi di franchi l’anno. Nel 2030 si prevedono riserve per circa 68 miliardi di franchi nelle casse dell’AVS, sufficienti, se necessario, per sostenere la riforma all’inizio. Poi, a media scadenza, si potrebbero introdurre altri possibili entrate: una tassa sugli extraprofitti o una microimposta sulle transazioni digitali. Insomma, al di là del catastrofismo e degli spauracchi sventolati dalla destra, dal centro o dai progressisti liberisti, l’AVS è solida e non c’è da temere per il suo futuro. E inoltre ci saranno cinque miliardi di franchi che entreranno nel circuito economico.

I contrari, compresa la consigliera federale Baume – Schneider, lamentando l’effetto a innaffiatoio della tredicesima annunciavano l’intenzione di sostenere gli strati più deboli e fragili dei pensionati. Ricordiamo a lor signori che possono sempre fare qualcosa di positivo in questo ambito. Per esempio, alzare le rendite minime per chi ha un reddito basso o aumentare l’indennità complementare.

Non vediamo l’ora di stupirci per le decisioni del nostro Parlamento a favore degli anziani più poveri!

Comunque, non finisce qui. Prossimamente si voterà sul referendum che chiede di bocciare la riforma della LPP, il secondo pilastro. Il motivo è semplice: tanto per cambiare, si propone di pagare di più per ricevere rendite più basse. Le donne, che speravano di compensare l’aumento dell’età pensionabile, saranno ancora penalizzate.

Il secondo pilastro è il vero punto debole del sistema pensionistico svizzero: fa incassare milioni di franchi agli assicuratori privati, ma può bruciare miliardi in investimenti a rischio. 141’726 persone hanno firmato il referendum, quasi tre volte il numero necessario. Un buon auspicio, ma non sufficiente.

La riforma approvata in modo ragguardevole dal popolo svizzero è una tappa importante per consolidare l’AVS, che rappresenta un caposaldo dello stato sociale elvetico, in vigore dal 1948. È l’assicurazione migliore, solidale e intergenerazionale, si raccolgono i contributi e si distribuiscono le rendite, senza le spese inutili della burocrazia, i lauti guadagni e le speculazioni degli assicuratori privati.

E infine, una volta tanto, il risultato rispetta il dettato costituzionale che prevede che “La Confederazione prende provvedimenti per una previdenza sufficiente in materia di vecchiaia, superstiti e invalidità” e “Le rendite devono coprire adeguatamente il fabbisogno vitale”.