Charles Kupchan: “La Nato eviti un’altra escalation, dobbiamo dialogare con il Cremlino”

L’analista Usa: «Le sanzioni non hanno funzionato e lo zar è più forte, relazioniamoci con la Russia che c’è. Non credo che Trump sarebbe così irresponsabile da trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza atlantica» 

Di Alberto Simoni, La Stampa

«Le relazioni transatlantiche godono di buona forma, qualche crepa in superficie non intacca la sostanza, Usa ed Ue sono fianco a fianco contro la Russia, ma i Paesi europei sono sicuramente in una fase di ripensamento del loro ruolo». A parlare è Charles Kupchan, analista del Council on Foreign Relations e principale consigliere sull’Europa al Consiglio di Sicurezza nazionale con Obama.

L’eventuale arrivo di Trump cambierebbe la situazione?

«Non credo sia così irresponsabile da trascinare gli Usa fuori dalla Nato e nemmeno di ritirare le truppe americane dall’Europa. Certo mi aspetto un taglio netto agli aiuti all’Ucraina e negoziati con Putin, ma non credo la sua elezione farebbe saltare in aria le relazioni. Queste subiranno un cambiamento indipendentemente dalle sue politiche».

Perché?

«Europei e Paesi dell’Asia stanno già ragionando sull’affidabilità e le disfunzioni dell’America. E questo ha innescato un dibattito evidente a Bruxelles e nelle capitali sulla necessità di aumentare quella che Macron chiama la autonomia strategica. Ma è un passaggio, un percorso, che credo l’Europa farà indipendentemente da chi il 5 novembre vincerà le presidenziali Usa».

Cosa comporta questo passaggio?

«Anzitutto il fatto che l’Europa si muova lungo questa direzione è una strategia win-win».

Ovvero?

«Se l’Europa investe più in sicurezza e difesa si pone in una situazione di vantaggio: se Biden viene rieletto è un partner più solido; se vincerà Trump, gli europei saranno in grado di camminare da soli».

È un percorso lungo però, le sfide, soprattutto quella con Putin, sono oggi…

«Perché l’Europa sia in grado di avere una responsabilità geopolitica reale servono due generazioni. La Ue si muove sempre lentamente, ma c’è un’inerzia favorevole, dall’aumento del budget Nato, al rapporto spese per la difesa/Pil aumentato in molti Paesi negli ultimi anni. Metà dei membri dell’Alleanza sono oltre la soglia del 2%».

La vicinanza di Orban a Trump e la crescita di movimenti e partiti ostili a continuare l’appoggio a Kiev non rischia di minare questo cammino?

«Non mi preoccupa Orban o Kaczynski in Polonia. Quel che bisogna monitorare è l’erosione del cosiddetto “centro pro-Europa” che c’è in tutti i Paesi. In Italia c’è un partito di estrema destra al potere, ma Meloni è una piacevolissima sorpresa: filo atlantica, favorevole al sostegno a Kiev. Monitoriamo però Francia e Germania, cosa succede se Le Pen s’impone? E cosa accade se Spd e Cdu arretrano ulteriormente? Se l’ancoraggio ai principi europei si indebolisce a Berlino e Parigi o nei Paesi nordici, allora entreremmo in una nuova dimensione pericolosa».

Due anni di conflitto ormai superati, Kiev a corto di munizioni, Putin che rinsalda posizioni sul terreno e rivince le elezioni. Che prospettiva ha l’Ucraina?

«Nelle prossime settimane probabilmente arriverà il via libera del Congresso Usa agli aiuti militari. Su questo sono ottimista».

Ma?

«Ci illudiamo se pensiamo che nuovi soldi e armi consentiranno all’Ucraina di vincere. Quella finestra di opportunità si è chiusa la scorsa estate con i tentativi di riprendere Donbass e il Sud. La possibilità che Kiev restauri la sua integrità territoriale sul campo di battaglia è bassissima. E la conseguenza è quella di discutere con gli ucraini come chiudere il conflitto e la mia ipotesi migliore è che queste conversazioni siano già iniziate dietro le quinte».

Putin è in una sorta di modalità più minacciosa però. Dal nucleare, ai missili caduti vicino a Zelensky e Mitsotakis. Ora, con la rielezione, dice non si fermerà…

«Abbiamo una scarsa conoscenza degli obiettivi del Cremlino. Talvolta sembra voler rovesciare Zelensky e riportare l’Ucraina nella sfera del Cremlino; altre volte parla di negoziati».

Che messaggio arriva dalle elezioni russe?

«Putin è ancora qui e resterà. E non sono le elezioni a dirlo in realtà, ma tutta una serie di vicende. Le sanzioni, siamo onesti, non hanno funzionato, la Russia ha rimodulato la sua catena di approvvigionamento rivolgendosi ad altri partner: Cina, India, Asia centrale, Turchia, Georgia. La guerra non si è fermata e l’economia sta comunque andando bene. Qualche mese fa tutti dicevano, “Addio Vladimir”. Ma oggi Prigozhin è morto, Navalny è morto, l’opposizione non ha potere e cosa resta? Putin è al comando di tutto».

Dialogare con il Cremlino?

«Bisogna relazionarsi con la Russia che c’è, non con quella che vorremmo. Ed è la Russia di Putin. E la risposta degli alleati non può essere quella di mandare truppe o fare mosse che portino a un’escalation».

Nell’immagine: Charles Kupchan


Ian Bremmer: “L’Ucraina fatica a tenere le linee, l’Ue non può escludere le truppe”

L’analista Usa: «Le sanzioni non hanno funzionato e lo zar è più forte, relazioniamoci con la Russia che c’è. Non credo che Trump sarebbe così irresponsabile da trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza atlantica» 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Dice Ian Bremmer, analista strategico e fondatore di Eurasia Group, che sulle tentazioni di Macron di inviare truppe in Ucraina pesano tre fattori. «Il primo è quanto emerso dall’incontro Orban-Trump con i proclami di quest’ultimo di chiudere i rubinetti al sostegno americano a Kiev; il secondo è la lentezza con cui la Camera Usa discute se approvare o meno l’assistenza per l’Ucraina. Infine, c’è la realtà sul campo: inutile fingere di non vedere che gli ucraini non riescono a tenere le linee difensive e che i russi probabilmente conquisteranno ulteriore terreno».

Cosa ne consegue?

«La paura dell’Europa per questo scenario la sta spingendo a ragionare che sul breve e medio termine bisognerà incrementare gli sforzi per evitare di trovarsi imbarcati in una situazione peggiore».

L’invio eventuale di truppe, ribadito da Macron, rientra in questi sforzi?

«Credo vi siano due piani. Nel medio termine gli europei sono consapevoli di dover investire maggiormente in Difesa. E sul breve termine devono garantire più aiuti a Kiev».

«Macron vuole ricoprire un ruolo di leader, l’ha fatto, benché non sempre con efficacia, in passato. Ora dice che potrebbero esserci truppe francesi a Odessa. È una dichiarazione significativa per un leader Nato e ha trovato sostegno. Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski si è fatto immediatamente avanti per sostenere la sua idea».

Qual è l’obiettivo di queste esternazioni sempre che il piano non sia proprio di vedere un coinvolgimento diretto della Nato nel conflitto? Cosa che sia Biden sia Stoltenberg hanno seccamente negato.

«Credo che ci sia la speranza in Macron e Sikorski di far capire alla Russia in modo evidente che il protrarsi delle azioni belliche in Ucraina potrebbe avere serie conseguenze».

Un avvertimento?

«Sicuramente. Alla luce del fatto che lo stesso atteggiamento di Putin è mutato da un po’ di tempo».

Intende provocazioni e minacce contro la Nato?

«Due casi recentissimi spiegano bene il clima: pochi giorni fa è caduto un missile a pochi metri da dove si trovavano Zelensky e il premier greco Mitsotakis. Avrebbe potuto ucciderli. Ora saremmo in un conflitto, una crisi globale. Il secondo è l’aggressione a Leonid Volkov, assistente di Navalny. È avvenuta in Lituania, un membro della Nato. In questi episodi scorgo la volontà della Russia di assumersi rischi maggiori poiché percepisce una Nato più debole e incerta. E azioni di questo tipo sono destinate ad aumentare, a differenza che in un recente passato quando certe operazioni contro l’Alleanza occidentale erano limitate».

Lo Speaker della Camera Mike Johnson ha aperto all’approvazione degli aiuti all’Ucraina. Non è chiaro come questa decisione potrà arrivare e quando. Ma giungerà in tempo per aiutare Kiev?

«Ci sono diverse strade: Johnson può tirare dritto, far votare l’aula senza essere sfiduciato dalla destra del suo partito. Magari nemmeno gli interessa restare Speaker, è in quel ruolo per un incidente di percorso. Oppure può profilarsi una maggioranza netta che escluda del tutto il Freedom Caucus. In fondo non importa come si arriva al punto. Ci sono confronti costruttivi dietro le quinte fra Johnson e il Senato, entrambi sono fiduciosi che ci sarà un via libera. Il come è parte della discussione».

I repubblicani ipotizzano anche di sequestrare beni russi, venderli e con i proventi aiutare l’Ucraina. È una strada?

«Non accadrà se non si sarà allineati con l’Europa, gli Usa non agiranno da soli anche perché la maggior parte degli asset russi è custodita in Europa e Giappone. È una strada lunga».

La Russia ha votato, Putin vincitore annunciato. Che messaggio manda il Cremlino dentro e fuori dai confini nazionali?

«Per la Russia tenere elezioni è importante. Non è la Cina. La nazione si pensa storicamente parte dell’Europa e ritiene che mostrare a tutti che la legittimazione del leader tramite il consenso popolare rafforzi la leadership. Conta avere alta affluenza e un consenso più alto del passato proprio ora che ci sono malumori contro Putin».

Putin non ha ovviamente rivali però…

«Non importa al Cremlino, i rivali sono stati “ripuliti”. Le proteste soppresse o gestite. Nulla di sorprendente».


Sergio Rossi – Un anno dopo ancora diverse incognite per il colosso UBS

L’analista Usa: «Le sanzioni non hanno funzionato e lo zar è più forte, relazioniamoci con la Russia che c’è. Non credo che Trump sarebbe così irresponsabile da trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza atlantica» 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Il Ticino maglia nera per salari e adeguamenti al caro vita

L’analista Usa: «Le sanzioni non hanno funzionato e lo zar è più forte, relazioniamoci con la Russia che c’è. Non credo che Trump sarebbe così irresponsabile da trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza atlantica» 

I risultati dell’Inchiesta svizzera sulla struttura dei salari non offrono buone notizie nel complesso. Non emerge una tendenza al miglioramento generale, ad eccezione del ravvicinamento tra le remunerazioni delle donne e degli uomini. Tuttavia, la struttura salariale, la piramide dei salari, rimane stabile nel periodo compreso tra il 2008 e il 2022. Nel frattempo, le condizioni economiche si sono deteriorate, con l’aumento dell’inflazione e delle spese obbligatorie, in particolare quelle per l’assicurazione contro le malattie. Questi fattori colpiscono maggiormente la classe media, che ha maggiori difficoltà ad accedere alle prestazioni sociali riservate a coloro in situazioni più precarie e ha visto un aumento delle remunerazioni inferiore rispetto ad altre classi.

Inoltre, la struttura dei salari riflette la struttura produttiva e le notevoli disparità tra settori. Ciò incide sulla struttura dei salari del Ticino, regione caratterizzata da un elevato numero di aziende attive in settori a basso valore aggiunto e con un’elevata incidenza di bassi salari.

Probabilmente, i salari dei frontalieri influenzano questa struttura produttiva, che a sua volta ne favorisce l’assunzione. La presenza di una numerosa forza lavoro transfrontaliera, attratta da un mercato del lavoro dinamico ma con debolezze contrattuali, ha un impatto significativo sull’economia e sulla struttura salariale del paese.

È tuttavia del tutto inopportuno escludere i frontalieri dalla statistica, al solo fine di mostrare un relativo avvicinamento dei salari dei residenti con i salari mediani delle altre regioni svizzere. Questa operazione non ha senso, poiché i frontalieri ci sono e contribuiscono in modo significativo a definire la struttura economica e produttiva del paese. Inoltre, escluderli porterebbe a confronti distorti e poco accurati. Se togliamo da una parte, dobbiamo togliere anche dall’altra. Altrimenti l’operazione non sarebbe solo inconsistente dal punto di vista economico, ma anche fallace da quello statistico. 

Che fare? Per affrontare il problema strutturalmente consolidato messo in rilievo dalla statistica in questione, come da molte altre proposte a livello federale, dovremmo cominciare a considerare seriamente di puntare su un’economia incentrata non solo sull’industria manifatturiera e sull’high tech, ma anche sulla capacità di riproduzione e sviluppo delle forze lavoro del Paese. Il futuro del lavoro risiede nella valorizzazione del lavoro relazionale e umano, oltre che delle tecnologie avanzate. Questo approccio, suggerito da autori come Nick Srnicek e Helen Hester nel loro libro “Dopo il lavoro”, è supportato da tendenze osservate negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove la crescita occupazionale è maggiormente concentrata nei settori dei servizi alla persona e dell’assistenza sanitaria. 

Per promuovere questa transizione, lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo attivo, agendo sulle leve a sua disposizione, specialmente nei settori dell’amministrazione pubblica, in quello socio-sanitario, della cultura, dell’istruzione e della ricerca e sviluppo, favorendo quei lavori che hanno al centro il relazionale e danno un tocco umano alle loro attività, il cosiddetto “human touch” dell’economista William J. Baumol: oltre che “high tech”, più “high touch” ben remunerato, per parafrasare Nick Srnicek e Helen Hester. Si dovrebbe inoltre considerare l’implementazione di salari minimi che possano garantire un tenore di vita dignitoso e sostenere i diritti sociali, a cominciare da quelli pensionistici. 

Mentre teoricamente l’introduzione di salari minimi può comportare sia effetti positivi (sulla produttività) che negativi (sui prezzi e sui profitti), le evidenze empiriche non supportano in modo definitivo l’idea che possano danneggiare l’occupazione. Inoltre, a parità di tutte le altre condizioni, aumentare i salari minimi potrebbe portare a maggiori entrate fiscali e minori spese sociali, contribuendo alla crescita economica e al benessere della società. 


PSE e Municipio di Lugano: i nodi vengono al pettine

L’analista Usa: «Le sanzioni non hanno funzionato e lo zar è più forte, relazioniamoci con la Russia che c’è. Non credo che Trump sarebbe così irresponsabile da trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza atlantica» 

Si accumulano le nubi sulla realizzazione del progetto PSE. Proprio oggi, un portale informativo cantonale ha dato notizia delle difficoltà incontrate, da parte della appaltatrice principale HRS, nel trovare un responsabile della direzione lavori, dopo che quello scelto pochi mesi fa sarebbe stato congedato a pochi mesi dall’inizio della sua attività; colpevole, così sembra, di aver segnalato, sulla base dell’analisi dei progetti, la lievitazione di alcuni costi. Vedremo.

Ma, a preoccupare, è anche la notizia che un dirigente e un impiegato dell’impresa edile GTL SA, una delle ditte più importanti attive nel progetto PSE, sono stati condannati per aver truffato la Cassa cantonale di disoccupazione, ottenendo indebitamente quasi 300’000 franchi supplementari di indennità per lavoro ridotto durante la pandemia. Questa notizia non può che suscitare preoccupazione pensando a quali fragilità hanno avuto ed hanno tutte le collaborazioni all’insegna del cosiddetto partenariato pubblico-privato. In occasione del referendum sul PSE, proposto dall’MPS, le autorità e tutti i partiti che sostenevano il progetto avevano dato ampie garanzie sul rispetto delle regole e sulla “dirittura morale” di tutte le imprese che avrebbero partecipato alla realizzazione del progetto.

A garanzia di questo orientamento erano state evocate le condizioni contenute nell’Accordo generale di Partenariato Pubblico Privato, il documento fondamentale che regge tutta l’operazione PSE. A pagina 6 si trova infatti il capitolo “Dovere di esemplarità”. Vi si può leggere: «CLU [Città di Lugano] ha un dovere di esemplarità al quale sono sottoposte anche tutte le ulteriori parti del presente accordo. Anche i Partner Privati [HRS, Credito Svizzero, Stadio Immobiliare SA] s’impegnano di conseguenza a contribuire ad ottemperare a questo dovere di esemplarità, tanto con la concezione e la realizzazione del PSE, che con il loro comportamento generale negli ambiti della responsabilità sociale, della responsabilità ambientale, della legislazione applicabile al lavoro distaccato o dei principi del diritto sulle commesse pubbliche». Poco oltre, l’accordo completa la questione dell’esemplarità recitando che «le Parti si impegnano parimenti ad adottare le misure necessarie per evitare ogni ulteriore comportamento suscettibile di nuocere alla loro rispettiva reputazione. Le Parti si impegnano a far rispettare questi obblighi e queste regole generali di comportamento anche ai loro ausiliari, subappaltatori, submandatari e ad eventuali terzi a cui si affidano l’esecuzione del contratto nella misura ammessa dall’Accordo» (p. 7). 

Citazioni piuttosto comprensibili e vincolanti. I fautori del PSE considerano fondamentale il rispetto della reputazione e degli obblighi che ne derivano. Questo principio si applica a tutti i soggetti implicati nel PSE. E in questo senso si può chiedere alle “Parti”, in primo luogo al Municipio di Lugano, come intende reagire al fatto che una ditta subappaltatrice che ha rubato centinaia di migliaia di franchi allo Stato, sia attiva su un cantiere pagato in ultima istanza con soldi pubblici (leasing). Quale segnale chiaro, in linea con le premesse fatte durante la campagna referendaria, intendono dare i partiti che compongono l’esecutivo luganese per rispondere al “dovere di esemplarità”? 

Un segnale forte è necessario, per una questione di responsabilità e di coerenza politiche. Ma lo è ancor di più perché oggi siamo solo all’inizio dei lavori. Più progredirà il cantiere, più i rischi di derive (dumping, mancato rispetto delle condizioni di lavoro, intervento di ditte poco trasparenti) aumenteranno, parallelamente al numero d’imprese e di lavoratori implicati. Se non di danno segnali forti, deterrenti fin da subito, come si potrà sperare di fare rispettare i vincoli citati più sopra quando sul cantiere saranno presenti decine e decine d’imprese, accompagnate da diverse centinaia di operai?

Ora, la GTL SA non è un’impresa edile qualsiasi. Fra le più grosse del Cantone (circa 200 operai), determinante in particolar modo nel Luganese, è conosciuta nell’ambiente sindacale come un soggetto che non esita a spaccare i prezzi pur di far fuori la concorrenza e che esercita un tasso di sfruttamento sulla forza lavoro fra i più brutali: lavoro sotto la pioggia, ritmi elevati, pressione sul personale in malattia e in infortunio per riprendere al più presto il lavoro, licenziamenti nel caso in cui queste forme di assenteismo giustificato superino un lasso di tempo troppo lungo, “politica di dissuasione” nei confronti delle proprie maestranze affinché non partecipino alle mobilitazioni sindacali (negli ultimi dieci anni nessun operaio ha preso parte agli scioperi nel settore dell’edilizia). 

Ma la GTL SA è anche in prima linea nella realizzazione dell’Arena sportiva e del Palazzetto dello Sport, tasselli fondamentali del progetto Polo Sportivo e degli Eventi (PSE). E non poteva essere altrimenti. La GTL SA è da decenni uno degli sponsor storici dell’FC Lugano. Ed è pure una delle ditte di riferimento dell’architetto ed ex proprietario del club calcistico luganese, Angelo Renzetti. GTL SA, Renzetti e HRS/Credito Svizzero avevano saldato la loro alleanza strategica per conquistare il PSE, realizzando in comune (ognuno secondo le proprie “competenze”) l’enorme complesso immobiliare (due palazzi e 153 appartamenti) spuntato in via Brentani a Lugano e recentemente inaugurato. Appare evidente che la GTL SA è un elemento cardine di quell’intricato sistema di interessi che gravita attorno al PSE. Diventa perciò interessante capire quale sarà la posizione del Municipio di Lugano e dei partiti che lo compongono, i quali, da destra a sinistra, hanno sostenuto acriticamente il PSE. 

È ora che il Municipio intervenga, sempre che non abbia dato in subappalto al gruppo HRS/Credit Suisse (ora UBS) anche il proprio mandato politico.

 Matteo Poretti è coordinatore MPS del Luganese


Il paradosso dei dirigenti di Hamas fuggiti con le famiglie e la gente normale qui a morire

L’analista Usa: «Le sanzioni non hanno funzionato e lo zar è più forte, relazioniamoci con la Russia che c’è. Non credo che Trump sarebbe così irresponsabile da trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza atlantica» 

Di Sami al-Ajrami, La Repubblica

Durante la notte ci sono sempre bombardamenti aerei su Rafah e a volte i jet israeliani volano molto bassi, radenti al suolo, e infrangono la barriera del suono. Lo fanno apposta perché così il rumore fortissimo spaventa la gente. Ho trovato una sistemazione a Rafah, in una cantina assieme ad altre persone, e per adesso vengo qui in città perché è l’unico posto dove riesco a trovare connessione.

C’è molto pessimismo, tutti dicono che gli israeliani attaccheranno alla fine del mese di Ramadan o anche prima. Netanyahu è convinto che senza attacco a Rafah non ci sarà la vittoria contro Hamas e la gente teme che per l’offensiva sia soltanto questione di giorni.

Dirigenti di Hamas che lasciano Gaza

Ci sono tanti dirigenti di Hamas che lasciano Gaza attraverso confine egiziano, loro e le loro famiglie. Il portavoce del ministero della Sanità, Ashraf al Qadra, è andato via dalla Striscia ed è in Egitto. Il portavoce della polizia di Hamas, Iman Batanji, ci ha tentato. In molti stanno mettendo in salvo loro e le loro famiglie.

Hamas ha portato la guerra dentro la Striscia e sulla testa della popolazione, ha scatenato il conflitto, e ora lascia la popolazione ad affrontare le conseguenze. Del resto già prima della guerra i leader di Hamas come Ismail Haniyeh avevano lasciato Gaza, ora tocca alle seconde file, la gente è molta frustrata quando sente queste notizie e si sente lasciata a soffrire.

Il resto del gruppo con il quale mi sono mosso per sfuggire alla guerra è in una tenda sulla spiaggia, donne, anziani e bambini, e anche per loro queste notti sono terrificanti. Ci sono molte operazioni militari a Khan Yunis, troppo vicino alla loro area, ci sono stati colpi sparati a caso dai carri armati, uno è finito vicino ma non ci sono stati feriti. In teoria è una zona che era stata indicata dagli israeliani per chi voleva evacuare dalla zone dove si combatte, ma non ci sono zone sicure a Gaza, nemmeno in quell’angolo che ci sembrava intoccato. Lì dove sono non c’è connessione e questo aumenta l’incertezza, io vado e vengo ma non possono restare lì perché voglio restare connesso e sapere che cosa succede.

Il molo Usa

La gente guarda la costruzione del molo sul mare da dove arriveranno le navi con gli aiuti, è un molo costruito con le macerie degli edifici buttati giù dalle bombe, ma è scettica. Perché l’America vuole costruire quel molo per portare cibo, si chiedono, basterebbe far entrare le centinaia di camion con gli aiuti che stanno fermi appena al di là del muro, si vede che non c’è la volontà di farlo. La paura è che alla fine della guerra Israele vorrà spingere i palestinesi fuori da Gaza e mandarli da qualche altra parte, in qualche altro Stato, e che a nessuno sarà permesso restare. Sono le condizioni stesse della vita a Gaza che, quando la guerrà finirà, ci spingeranno via – se sarà possibile. Israele spremerà la popolazione fuori dalla Striscia.


Ucraina, Kuleba: “Truppe Nato? Bastano i nostri soldati, ma ci servono munizioni”

L’analista Usa: «Le sanzioni non hanno funzionato e lo zar è più forte, relazioniamoci con la Russia che c’è. Non credo che Trump sarebbe così irresponsabile da trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza atlantica» 

Di Monica Perosino, La Stampa

Il momento in cui la situazione sul campo passerà dall’essere «difficile» al diventare «critica» si sta avvicinando. Potrebbe essere tra un mese, probabilmente meno. Lo sa Kyiv, lo sanno gli alleati – che accelerano, ma non abbastanza, sulle forniture militari -, lo sa Mosca, lo sa la diplomazia dei due blocchi, che nelle ultime settimane scuote le acque e alza il livello di scontro. L’ultimo sasso lanciato nello stagno è quello di Varsavia, che per mezzo del comandante delle forze armate polacche, il generale Wieslaw Kukula, denuncia che la Russia sta preparando una guerra contro i Paesi della Nato. Dall’altro lato della nuova Cortina Mosca rilancia le parole, mai dette, di Macron – «manderemo truppe europee in Ucraina» – insistendo con la “notizia” che ci sarebbero 2.000 soldati francesi pronti a entrare in Ucraina.

Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba è, come suo solito, calmo e apparentemente imperturbabile: «Quando Macron ha parlato di inviare truppe in Ucraina, i leader europei si sono fatti prendere dal panico. Macron intendeva solo dire che c’è l’ipotesi di addestrare soldati ucraini direttamente in Ucraina, e non fuori come sta avvenendo ora». Il ministro degli Esteri dissimula bene la stanchezza di dover ripetere che Kyiv ha bisogno di munizioni e armi il prima possibile, ma dice: «Non abbiamo mai chiesto uomini e truppe da combattimento, siamo orgogliosi dei nostri soldati». Se non fosse chiaro, ribadisce durante l’incontro con un gruppo di media internazionali tra cui La Stampa, «le nostre forze armate continuano a difendere il Paese dall’invasore russo lungo un fronte attivo di 1.200 chilometri, se pensiamo che i piani dei russi erano di distruggerci in qualche giorno… Non ci sono riusciti, ma il loro obiettivo rimane lo stesso». Ovvero quello di prendersi tutta l’Ucraina: «Se ci riusciranno, procederanno ad attaccare altri Paesi europei e dell’Asia centrale, perché sono guidati dalle mire espansioniste. Mi sembra sia ormai chiaro che Putin vuole ripristinare l’influenza dell’Unione Sovietica e dell’Impero russo».

Eppure, ribadisce più volte Kuleba, la grande armata non è riuscita a sconfiggere l’esercito di Kyiv: «Non capisco perché tutti dimenticano il documento ufficiale diffuso da Mosca già nel dicembre 2021 in cui si richiedeva che la Nato si ritirasse dietro i confini del 1997, ovvero al di là dell’ex blocco socialista controllato dall’Unione sovietica, di cui anche la Polonia, per esempio, era parte. Putin non si fermerà in Ucraina, le sue ambizioni non si fermeranno alla Moldavia o alla Georgia, il suo piano espansionista va molto più lontano». La lentezza delle forniture militari europee e americane potrebbero pesare drasticamente sulla guerra che, secondo l’alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell, «si deciderà questa estate». Kuleba parla di numeri, risponde in qualche modo a chi sostiene che la battaglia ucraina sia persa e che il costo degli aiuti pesa troppo sui singoli Stati alleati: «Il modo più efficace per evitare che i Paesi dell’Europa centrale si trovino a combattere i russi sul proprio territorio è aiutarci a battere Mosca in Ucraina. È un mero calcolo matematico: qualsiasi sia il costo degli aiuti all’Ucraina oggi, il prezzo di dover combattere voi una guerra è molto più alto. Quindi, quando Putin dice che il crollo dell’Unione Sovietica è stata la peggiore catastrofe del XX secolo, non è difficile capire che ambizioni ha».

Putin, che ieri ha ricevuto le congratulazioni per la vittoria elettorale anche da Hamas, si muove, per vie diplomatiche e militari: ieri il comandante della Marina, Nikolai Yevmenov, è stato rimosso e sostituito con l’ammiraglio Alexander Moiseev, una mossa che potrebbe indicare che oltre via terra, le prossime offensive di Mosca saranno anche nel Mar Nero con un intensificarsi di attacchi che potrebbero indicare Odessa come obiettivo. Kuleba non si scompone, d’altronde un Paese rimasto senza forze navali «è riuscito a decimare le navi della flotta del Mar Nero» e, se si eccettua la conquista di Avdiivka, le conquiste territoriali di Putin nell’ultimo anno sono state limitatissime. Il punto fermo di Kyiv è il modello già applicato per la Formula di pace di Zelensky: «Non ci si piega alle minacce di Mosca», dice Kuleba, che ricorda come l’Ucraina sia riuscita ad aprire una rotta marittima per il grano nonostante Mosca si sia ritirata dall’accordo: «Quando dite che vincere contro la Russia è impossibile, e che quindi aiutarci non servirà a nulla, guardate alle navi da guerra affondate di fronte alle nostre coste, e ai milioni di tonnellate di merci esportate via mare». E aggiunge: «Un Paese senza munizioni è riuscito a liberare il 50% dei territori occupati dal 24 febbraio 2022».

Ma la situazione al fronte rimane tesa, «i russi continuano a distruggere interi villaggi sfruttando superiorità aerea e bombe teleguidate. Contestualmente usano la tattica da loro stessi chiamata “myasnoi shturm” (tempesta di carne, ndr), con ondate di soldati mandati al massacro e sostituiti immediatamente».

Kyiv, com’è noto, ha bisogno difesa aerea, munizioni, droni – «che sono i nuovi eroi di questa guerra» -, e missili a lungo raggio «per distruggere la logistica e i comandi russi nei territori occupati». E per colpire i territori russi, anche se l’esito di queste operazioni è ancora tutto da valutare: «Lo valuterà Putin, da parte nostra noi stiamo solo rispondendo a un’aggressione». E, ricorda Kuleba: «Nessuno quanto noi vuole la pace, ma noi non abbiamo attaccato nessuno, e non abbiamo altra scelta che difenderci».


Ma è una buona o una pessima notizia?

L’analista Usa: «Le sanzioni non hanno funzionato e lo zar è più forte, relazioniamoci con la Russia che c’è. Non credo che Trump sarebbe così irresponsabile da trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza atlantica» 

Per antica convinzione (“non è una notizia se un cane morde il suo padrone, lo è invece il contrario”), ma anche per una certa pigrizia della categoria, i giornali raramente danno rilievo alle buone notizie, con qualche rara testata che fa eccezione. Se non turbano, non appassionano, non suscitano controversie e polemiche, allora la notizia viene ‘cliccata’ non per finire in pagina, ma nell’immenso archivio del web, dove rimarrà sepolta e ignorata per l’eternità. “Soltanto sensazionalismo”, è la frecciata di qualche lettore che si scuote e vorrebbe il suo pane quotidiano di news serene, incoraggianti, ottimistiche in tempi drammatici come i nostri. Non mancano i lettori (per lo più inascoltati) che a volte si scuotono e si lamentano, rimproverandoci di cercare unicamente “sensazionalismo e problemi, litigi e scontri”. Frecce  avvelenate, seppur non sempre giustificate. 

Allora eccoci, usciamo dall’afonia sulle “buone notizie”, per segnalare un fatto accaduto a Steckborn, comune del Canton Turgovia, circa 4 mila anime, locanda più frequentata il “Weingarten”, magnifica vista sul lago di Costanza, agricoltura, e ordinate costruzione di piccole-medie industrie. L’accaduto merita di essere raccontato, anche perché i cronisti dell’ATS assicurano che si tratta di una “prima assoluta” per la Svizzera. Dunque, titolo: “Gli abitanti di Steckborn vogliono il centro asilanti della Confederazione”. Toh, chi l’avrebbe mai detto, visto come gli immigrati che ci si ostina a definire “illegali” vengono guardati, giudicati e strumentalizzati politicamente. I fatti in sintesi: lo scorso dicembre parte l’iniziativa di un gruppo di 130 persone che firmano una petizione per la chiusura definitiva della struttura; “per ragioni di sicurezza, per l’aumento di furti, per le molestie, le risse, le violazioni di domicilio, gli atti di inciviltà dovuti al consumo eccessivo di alcoolici”. Denuncia che la polizia locale ha ridimensionato, se non proprio smentito, documentando come “da un punto di vista statistico non ci sono indicazioni che il locale Centro per asilanti abbia un impatto negativo sulla situazione della sicurezza”.

E già si trattava di una bella “pietra di inciampo” per i firmatari. Fatto sta che questo primo passo porta a un’assemblea cittadina straordinaria. Affollata, partecipanti 692. I residenti si confrontano in una riunione durata due ore. Alla fine soltanto poche decine confermano paure, pregiudizi, e richiesta di chiusura; tutti gli altri respingono invece la mozione, vogliono che il centro non chiuda i battenti, che rimangano in paese. Quindi decidono per l’accoglienza, parola che fa scandalo in tanti altri centri rossocrociati, e con un neo-consigliere federale socialista, il basilese Beat Jans che nella sua prima visita a Chiasso (dove sennò?) si è premurato di mettersi la stella da sceriffo, ed ha annunciato il generalmente invocato “giro di vite”; fra l’altro pretendendo che le richieste di asilanti provenienti dal Nord Africa (Maghreb arabo) siano esaminate e liquidate in una sola giornata: come se gli interrogatori, la loro traduzione, la loro verbalizzazione, l’esame del singolo caso da parte dei legali, le discussioni (speriamo) sulle disgrazie segnalate dai candidati, l’esame serio specifico sullo Stato di diritto in una manciata di nazioni diverse, e la decisione finale (pregiudizialmente già indirizzata) si possono fare, come per un lancio missilistico, in appena 24 ore (senza il beneficio di qualche ora di sonno?). Procedura che per tutta una serie di motivi, alcuni avvocati hanno già denunciato come anti-costituzionale e contraria alle Convenzioni firmate in proposito anche da Berna.

Ammirazione sincera e lode per gli abitanti di una comunità locale svizzerissima, che dimostra sensibilità, spirito di accoglienza, e anche coraggio, perché basterà qualche lattina di birra di troppo gettata in strada, qualche sguardo ritenuto ostile, qualche litigio nel Centro,  per rilanciare la grancassa (elettoralmente profittevole) del “rimandiamoli tutti a casa loro”. Qualcosa – la risposta umanitaria e razionale dei residenti della località argoviese – che viene suggerita anche nel triangolo sud del Ticino dall’ “Associazione Mendrisiotto regione aperta”, che da tempo cerca di segnalare, senza negare i problemi, che altre strade per l’assistenza e il disinnesco delle tensioni sul tema migranti sono possibili anche da noi e addirittura in tempi di… votazioni comunali. 

Una buona notizia, dunque. O no? Forse, per molti, per niente. Ingenui, penseranno anche a Chiasso e dintorni: i “soliti” buonisti sinistrorsi che vogliono compromettere la doverosa  e salvifica politica del respingimento a prescindere, che non sanno della “politica di sostituzione” etnica che ha molti occulti registi (Soros in primis), che non si rassegnano a una disumanità bendata, bendatissima. Nemmeno basteranno, anzi saranno giudicate un’ulteriore sciagura, le parole del portavoce della SEM (Segreteria di Stato della Migrazione), che si è detto “sollevato e fiero” per la decisione dei cittadini di Steckborn “che è chiara e democratica”. Gli mancava solo di fare la ‘ola’. 

Per loro, per i negazionisti nazionali, questa è davvero, anche simbolicamente, una brutta, anzi pessima, (di più) intollerabile notizia. Dunque, secondo la regola giornalistica vigente, assolutamente da dare.

Nell’immagine: l’abitato compatto e circoscritto di Steckborn, sul lago di Costanza


Sellner, il teorico della deportazione dei migranti, arrestato e respinto dalla Svizzera. E Musk lo difende

L’analista Usa: «Le sanzioni non hanno funzionato e lo zar è più forte, relazioniamoci con la Russia che c’è. Non credo che Trump sarebbe così irresponsabile da trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza atlantica» 

Di Letizia Tortello, La Stampa

Respinto come i migranti che vuole rimandare nei Paesi d’origine. Martin Sellner è il destrissimo leader del Movimento Identitario austriaco, considerato un estremista dalla Germania, con una gioventù neonazista. Da tempo, se ne va in giro a tenere discorsi al limite dell’umanità e dell’incitamento alla pulizia etnica, molto ascoltati dalle destre europee. Parla di “remigrazione”, cioè di ritorno forzato degli immigrati al luogo di origine razziale, la sua soluzione per un’Europa che soffre di “eccessiva mescolanza di culture”, dice. Ma stavolta, nemesi della sua pesante propaganda ultranazionalista, qualcuno gli ha impedito di parlare. A farlo è stata la Svizzera.

La polizia cantonale dell’Argovia, Svizzera tedesca, l’ha arrestato prima che cominciasse il comizio nella città di Tegerfelden, organizzato dal gruppo di destra “Junge Tat”. Doveva tenere una conferenza dal titolo “Scelta etnica e remigrazione”. Non ci è mai arrivato, perché è stato tenuto in custodia in carcere per tre ore, poi espulso dal Paese. La ragione del fermo era: “Garantire la sicurezza pubblica ed evitare scontri con i contestatori”.

Sellner aveva già un divieto di ingresso in Svizzera da parte della polizia di Zurigo. Non se ne è curato e ha sfidato le autorità cantonali entrando via acqua dal lago di Costanza, a bordo di un gommone, mentre sbeffeggiava i profughi che arrivano coi barconi nel Mediterraneo.

Ma sulla rete non è mancato il sostegno. C’è chi reagisce col complottismo: «La Svizzera è l’Israele d’Europa, dove gli ebrei possono operare liberi, tra banche e manovre politiche». Un altro ricorda come «l’Argovia nel 1600 era l’unica regione in cui gli ebrei erano tollerati«. C’è chi twitta gridando ai “principi democratici che stanno morendo”. E poi c’è direttamente il padrone del medium X, Elon Musk, che ritiene opportuno usare la sua creatura per difendere la “nobile causa” di Sellner e dichiarare apertamente come la pensa: «È legale tutto questo?«, ha twittato Musk. Sempre più complottista, sempre più estremista, il guru della tecnologia e capo di Tesla, dopo Trump può ora essere annoverato al fianco di un altro personaggio pubblico dalle idee quantomeno controverse.

Cos’è la “remigrazione”

Sellner sta diventando in qualche modo la nuova frontiera della linea più dura delle destre europee. Dall’Austria alla Germania, si parla di “remigrazione” come “soluzione per i migranti”. L’estremista va dicendo che le società siano degradate da un multiculturalismo incontrollato, alla base di molti dei problemi dell’Europa moderna. È necessario, dunque, “remigrare”, rimuovere con la forza-allontanare gli immigrati che infrangono la legge o che rifiutano di integrarsi, indipendentemente dal loro status di cittadinanza. Il Movimento identitario è stato fondato nel 2012. Il leader del gruppo austriaco è stato bandito dal Regno Unito nel 2018 e dagli Stati Uniti nel 2019. Ma in questo ultimo periodo, con il crescere delle destre in vista del voto europeo, il suo raggio d’azione sembra crescere. A novembre, è stato protagonista di un incontro a Potsdam, in Germania, in cui esponeva ad alcuni politici della tedesca AfD e della Cdu la “soluzione definitiva sull’immigrazione”, una teoria dai vaghi echi nostalgici nazionalsocialisti. La riunione segreta era stata rivelata dal giornale Correctiv, e ha fatto il giro del mondo, generando un vero choc politico per la Germania.

Nel passato dell’estremista Martin Sellner figurano endorsement ai negazionisti dell’Olocausto, svastiche su sinagoga in Austria, con lo slogan “legalizzala”. All’università ha studiato filosofia e ha fatto parte di una confraternita studentesca, la Burschenschaft Olympia. Poi, presa distanza pubblicamente da questo passato “compromettente”, ha fondato il Movimento Identitario Austriaco, gruppo influenzato, secondo i critici dal “Bloc Identitaire” francese e dalla nostra “CasaPound”. Nel 2019 ha sposato Brittany Pettibone, influencer californiana dell’“alt-right” su YouTube. È stato anche indagato dopo aver rivelato di aver ricevuto una donazione di 1.500 euro da parte del suprematista bianco australiano Brenton Tarrant, che nel marzo 2019 uccise 51 persone in due moschee a Christchurch, Nuova Zelanda.

Il motto di Sellner è: «Prima di fare una cosa, devi poterla dire». Il suo proselitismo sulla remigrazione, per ora nei Paesi di lingua tedesca, ha questo scopo. In Austria ha funzionato perfettamente: il termine, l’idea della deportazione forzata che ha odore di pulizia etnica, viene correntemente usato ormai dal partito di estrema destra Fpö.

Nell’immagine: Martin Sellner e Elon Musk


Diario da Gaza / La solitudine dei giornalisti: uccisi, arrestati, isolati, con tutto il peso delle nostre parole

L’analista Usa: «Le sanzioni non hanno funzionato e lo zar è più forte, relazioniamoci con la Russia che c’è. Non credo che Trump sarebbe così irresponsabile da trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza atlantica» 

Di Sami al Ajrami, La Repubblica

Di giornalisti rimasti in attività al Nord ne conosco non più di cinque. Il loro lavoro è diventato vitale per noi colleghi che li sentiamo tutti i giorni per avere informazioni su quello che succede in una zona tagliata fuori dal mondo. Anche loro, come tutti da Gaza City in su, patiscono la fame al punto che l’Onu ha dichiarato che andando avanti così a partire da maggio questi territori entreranno ufficialmente in uno stato di carestia. Ma continuano a lavorare per far uscire dalla Striscia più storie possibili.

Un compito che diventa ogni giorno più difficile perché, se dall’inizio della guerra di giornalisti uccisi dall’esercito israeliano se ne contano almeno 130, a chi è rimasto in vita non va molto meglio. Il rischio non è soltanto quello di diventare un nuovo nome nella lunga lista delle vittime ma anche quello di essere arrestati. Come è successo ieri al corrispondente di Al-JazeeraIsmail al Ghoul e ad almeno altri dieci colleghi di realtà minori dei quali a malapena si conoscerà mai il nome. Li hanno fermati con violenza, hanno distrutto le loro apparecchiature e le loro automobili, hanno spento la loro voce.

Gli arresti sono avvenuti nell’ambito dell’operazione militare che Israele ha condotto all’interno dell’ospedale al-Shifa di Gaza Citydurante la quale, così ha dichiarato l’esercito, sarebbe stato ucciso il capo delle operazioni di sicurezza interna di Hamas Faiq Mabhuoch. Sui motivi dell’arresto dei giornalisti e di parte del personale sanitario, Israele non ha dato nessuna motivazione però. Purtroppo conosciamo bene le sorti dei colleghi che vengono presi in custodia con azioni violente e portati in Israele dove vengono sottoposti a lunghe e pesanti indagini. Ma anche a torture come hanno testimoniato decine di giornalisti tornati.

Temo che quelli arrestati allo Shifa siano quasi tutti i colleghi rimasti in attività a Gaza City che, come è normale nel nostro mestiere, quando hanno visto entrare i carri armati in città si sono subito sposati verso l’ospedale. I centri sanitari sono durante la guerra luoghi ideali per raccogliere informazioni e seguire le storie: primo perché sono solitamente luoghi sicuri che non dovrebbero venire bombardati – anche se è successo anche quello; secondo perché qui arrivano feriti, telefonano persone coinvolte in operazioni e incidenti, passano testimoni.

Ismail e gli altri stavano semplicemente svolgendo il loro lavoro, arrestarli ha dimostrato ancora una volta che Israele vuole mettere a tacere la stampa in modo che nessuno conosca cosa si nasconde dietro le loro operazioni. Noi giornalisti sappiamo che lavorare a Gaza significa anche andare contro poteri forti e sappiamo quanto questo mestiere ci renda soli. In costante pericolo di vita, passibili di arresti e torture, sgraditi perché considerati dei target. Anche passeggiare con noi è da evitare e persino le nostre famiglie finiscono per diventare obiettivi o molto spesso subiscono forme di ostracismo che portano a far sì che per noi e i nostri cari sia difficile affittare una casa. In tanti smettono di raccontare storie perché hanno paura. In pochi siamo ancora qui a farlo.

Nell’immagine: Ismail Al Ghoul, Al Jazeera ha denunciato il suo arresto durante le operazioni militari allo Shifa