No, l’antisemitismo è sempre inaccettabile

Ed è anche il peggior servizio che si possa rendere alla causa palestinese e alla difesa dei diritti negati a un popolo 

Già strada maestra verso il “male assoluto” che piagò il secolo scorso, oggi ancora Cerbero che non trova l’Eracle capace di domarlo, l’antisemitismo in questo tragico periodo è anche il peggior servizio che si possa offrire alla causa palestinese. Un “dono” avvelenato. Insopportabile anche per chi ebreo non è. Letale per il confronto non violento, libero e democratico. Sia che questo vecchio-nuovo antisemitismo (più correttamente anti-ebraismo, perché semiti sono considerati pure gli arabi e altre etnie) risulti di marca pavloviana, quindi semplice riflesso condizionato, o il malato esito di una mancata elaborazione e consapevolezza di ciò che esso ha germinato nei secoli: i ghetti (inizialmente decisi dalla Chiesa contro i “deicidi”), i pogrom (che hanno tragicamente scadenzato un lungo tratto di storia europea), l’ Olocausto (che ne fu massima realizzazione genocidiale), e anche l’indifferenza di troppi nostri governi (che lasciarono consapevolmente e a lungo nei cassetti le prove dei lager nazisti e delle camere a gas).

Per questo la battaglia armata, politica, intellettuale contro la mostruosa nefandezza operativa e ideologica dell’antisemitismo – uccidere l’ebreo non perché letale nemico ma solo perché ebreo, e oggi ci sono “altri ebrei” di altre mattanze – ; quella battaglia fu e deve rimanere humus, base, terreno costitutivo, fondante, irrinunciabile di quel “mai più” coralmente accettato dopo il 1945: terreno arato, e si sperava sufficientemente bonificato dal canceroso concetto delle razze inferiori, per seminarvi la nascita delle nostre società liberali. Per diventare anche monito contro le tragedie umanitarie della nostra epoca.

Sappiamo, lo abbiamo scritto, lo abbiamo denunciato: una automatica generica accusa di antisemitismo investe troppo spesso e pretestuosamente le giuste critiche alla politica annessionistica di Israele, ai suoi ininterrotti impulsi di violenta colonizzazione dei territori palestinesi occupati dal lontano 1967, di negazione dei diritti di un popolo che (anche a causa degli errori della sua leadership, al netto comunque decisamente inferiori alla pervicacia della sopraffazione israeliana) in più di mezzo secolo ha subito arbitrarietà e discriminazione, legge militare e forme di apartheid territoriale, umiliazioni e negazione della sua parte di diritti. Quindici anni di governo Netanyahu (sugli ultimi 17); il diniego dichiarato della soluzione dei due Stati o di una proposta alternativa negoziabile e condivisibile; l’appoggio teorizzato, dichiarato, che il premier israeliano ha fornito ad Hamas per sciogliere nell’acido dei contrasti intestini qualsiasi impulso unitario fra laici e islamisti del campo palestinese; la comoda “carta bianca” a lungo concessa a Tel Aviv dalla comunità internazionale nell’illusoria, miope, sciagurata convinzione che lo “statu quo” potesse protrarsi all’infinito nonostante la putrefatta ferita, aggravata da nascita, crescita, violenza regionale e internazionale del jihadismo più militante e anche più feroce: su tutto questo il giudizio è netto, deve rimanere coerente, non ha bisogno, assolutamente non ha bisogno, di quel malefico sovrappiù di antisemitismo che, anche se certo in forma minoritaria, si manifesta in certe dichiarazioni, in certi cortei, in certi assalti. Come è avvenuto nel giorno anniversario della liberazione d’Italia, un’Italia già afflitta, per converso, da un governo che si rifiuta (perché non può, perché non vuole, perché non accetta di scorporarlo dal suo DNA) di considerare l’antifascismo scritto nella Costituzione una strada irrinunciabile; che appoggia Israele mentre non accetta di condividere e dichiarare l’avversione a quel fascismo che decretò le leggi razziali e consegnò a Hitler le prede di razzie e deportazioni di ebrei in tutto il paese.

Non è accettabile che la “Brigata ebraica” che sfila per le vie di Milano sia subito e automaticamente associata alla politica del governo israeliano in carica, al massacro di civili in corso Gaza, ai propositi di “pulizia etnica” dei vari Ben Gvir e Bezalel Smotrich farneticante nella detestabile ultradestra messianica che Netanyahu ha cooptato per convinzione ma anche per salvarsi dalle aule di giustizia. Non è accettabile che chi commemora quella Brigata, lungo il percorso venga insultato e aggredito; che un ragazzo ebreo sia isolato e pestato; che i praticanti ebrei debbano temere di portare la kippah; che chi è identificabile come israelita debba decidere di non partecipare alle lezioni in classe ma solo in remoto; che a un’ospite televisiva il conduttore chieda stupidamente e perfidamente se sia ebrea, ben sapendo che lo è, tentando così di sminuirne anticipatamente la credibilità.

Oltretutto, tornando alla Brigata ebraica – che celebrava la Liberazione e non inneggiava alle scelte di Israele –, quanti sanno che percentualmente, nella lotta anti nazi-fascista, vi aderirono più ebrei di quanti italiani passarono alla lotta partigiana? Se non si denuncia questa deriva, se non si ha il coraggio di condannare e zittire nei cortei per i diritti palestinesi i giovani arabi della seconda-terza generazione (certo spesso discriminati, spesso marginalizzati, spesso rifiutati, raramente davvero integrati) che urlano slogan anti-ebraici intollerabili, anche se comprensibilmente condizionati dal dolore e dallo sconcerto del massacro anti-gazawi, allora la voce, anche la nostra voce, la voce di chi da sempre ritiene indispensabile respingere ogni forma di antiebraismo e di proporre (anzi imporre) l’impegno costante del dialogo, la sfida della ragionevolezza, il riconoscimento della sofferenza altrui, rischia di affievolirsi, di accettare l’incoerenza, di sottoscrivere un silenzio che è doppiezza.

Se Israele è uno Stato che vìola, come certo vìola, leggi internazionali e di umanità (in proporzione ben maggiore rispetto al terroristico feroce attacco anti-ebraico del 7 ottobre), se è uno Stato che viene ammonito dalla Corte penale internazionale per essere a un passo del genocidio anti-palestinese da cui lo separa un filo ormai sottile, quello dell’odio anti-ebraico, e della sua mancata denuncia, non è un passaggio accettabile: rischia piuttosto di trasformarsi nell’approdo ad una complicità obiettiva, anch’essa intollerabile. Piano pericolosamente inclinato e scivoloso. Che danneggia e declassa l’impegno di una critica anche dura contro Israele, ma cristallina, ragionata, documentata. Semplicemente democratica.

Nell’immagine: ebrei subiscono violenze durante un pogrom in Russia (1880)


Israele ha una scelta da fare: o Rafah o Riad

Ed è anche il peggior servizio che si possa rendere alla causa palestinese e alla difesa dei diritti negati a un popolo 

Di Thomas Friedman, La Repubblica

Per porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza e forgiare una nuova relazione con l’Arabia Saudita, la diplomazia statunitense si sta concentrando nelle ultime settimane nel porre un’unica gigantesca alternativa a Israele e al premier Netanyahu: che cosa volete di più, Rafah o Riad?

Volete organizzare un’invasione su larga scala di Rafah per tentare di eliminare Hamas – ammesso che sia possibile – senza offrire alcuna strategia di uscita da Gaza né aprire un orizzonte politico per una soluzione a due Stati con i palestinesi non guidati da Hamas? Se seguirete questa strada, non farete altro che aggravare l’isolamento globale di Israele e provocherete una vera e propria rottura con l’amministrazione Biden.

Oppure volete una normalizzazione con l’Arabia Saudita, una forza di pace araba per Gaza e un’alleanza per la salvaguardia della sicurezza guidata dagli Stati Uniti contro l’Iran? Questo avrebbe un prezzo diverso: un impegno da parte del vostro governo a lavorare per uno Stato palestinese con un’Autorità palestinese riformata, ma con il vantaggio di inserire Israele nella più ampia coalizione di difesa tra Stati Uniti, arabi e israeliani di cui lo Stato ebraico abbia mai goduto, e di creare il più grande ponte verso il resto del mondo musulmano che sia mai stato offerto a Israele, creando al tempo stesso almeno una speranza che il conflitto con i palestinesi non debba essere una “guerra eterna”.

Questa è una delle scelte più fatidiche che Israele abbia mai dovuto fare. E trovo inquietante e deprimente che oggi non ci sia nessun leader israeliano di rilievo nella coalizione di governo,nell’opposizione o nelle forze armate che aiuti coerentemente gli israeliani a capire questa alternativa – ridursi a paria globali o essere un partner in Medio Oriente -, né che spieghi perché dovrebbero scegliere la seconda.

All’inizio della guerra, i leader militari e politici israeliani ci dicevano che i leader arabi moderati volevano che Israele spazzasse via Hamas, una propaggine dei Fratelli Musulmani detestata da ogni monarca arabo. Certo, avrebbero voluto che ciò avvenisse in poche settimane e con poche vittime civili. Ma è ormai evidente che non è possibile, e prolungare la guerra non è nell’interesse degli Stati arabi moderati, in particolare dell’Arabia Saudita.

Dalle conversazioni che ho avuto sia qui, a Riad, che a Washington, descriverei così l’opinione che il principe ereditarioMohammed bin Salman ha sull’invasione israeliana di Gaza oggi: andatevene il prima possibile. Israele, attualmente, non fa altro che uccidere sempre più civili, inimicarsi i sauditi che avevano favorito la normalizzazione con Israele, creare più reclute per Al-Qaeda e l’Isis, dare potere all’Iran e ai suoi alleati, fomentare l’instabilità e allontanare dalla regione gli investimenti stranieri di cui c’è grande bisogno. L’idea di eliminare Hamas “una volta per tutte” è una chimera, secondo la visione saudita. Se Israele vuole continuare a fare operazioni speciali a Gaza per prendere la leadership, nessun problema. Ma niente occupazione militare permanente. Giungete al più presto a un cessate il fuoco totale e al rilascio degli ostaggi e concentratevi, invece, sull’accordo per la normalizzazione della sicurezza tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Palestina.

Questa è l’altra strada che Israele potrebbe percorrere in questo momento, quella che nessun leader dell’opposizione israeliana sostiene come priorità assoluta, ma per cui l’amministrazione Biden e i sauditi, gli egiziani, i giordani, i bahreiniti, i marocchini e gli emiratini fanno il tifo. Il suo successo non è affatto scontato, ma non lo è nemmeno la “vittoria totale” promessa da Netanyahu.

Quest’altra strada inizia con la rinuncia da parte di Israele a qualsiasi invasione militare totale di Rafah, che si trova proprio a ridosso del confine con l’Egitto ed è la via principale attraverso la quale gli aiuti umanitari entrano a Gaza con i camion. È un’area che conta più di 200.000 residenti permanenti e dove ora si trova più di un milione di rifugiati provenienti dal Nord di Gaza. Ed è anche il luogo in cui si dice che si troverebbero gli ultimi quattro battaglioni di Hamas più integri e, forse, il suo leader Yahia Sinwar.

L’amministrazione Biden ha detto pubblicamente a Netanyahu che non deve intraprendere un’invasione su larga scala di Rafah senza un piano credibile per non coinvolgere più di un milione di civili, e Israele non ha ancora presentato un piano in proposito. Ma in privato sono più schietti e dicono a Israele: no all’invasione massiccia di Rafah, punto.

I funzionari statunitensi sono convinti che se Israele distruggesse totalmente Rafah, come ha fatto con gran parte di Khan Younis eGaza City, senza avere un partner palestinese credibile che lo sollevi dall’onere della sicurezza per governare una Gaza distrutta, commetterebbe lo stesso errore che gli Stati Uniti commisero in Iraq e finirebbe col dover affrontare un’insurrezione permanente, oltre che una crisi umanitaria permanente. Ma ci sarebbe una differenza fondamentale: gli Stati Uniti sono una superpotenza che ha potuto fallire in Iraq e riprendersi. Per Israele, un’insurrezione permanente a Gaza sarebbe paralizzante, soprattutto senza avere più amici.

Ecco perché i funzionari statunitensi mi hanno detto che se Israele dovesse organizzare una grande operazione militare a Rafah, nonostante le obiezioni dell’amministrazione americana, Biden prenderebbe in considerazione la possibilità di limitare alcune vendite di armi a Israele.

Questo non solo perché vuole evitare altre vittime civili a Gaza per motivi umanitari, che infiammerebbero ulteriormente l’opinione pubblica mondiale contro Israele e renderebbero ancora più difficile per la squadra di Biden difendere Israele, ma perché l’amministrazione americana ritiene che un’invasione israeliana su larga scala di Rafah comprometterebbe le prospettive di un nuovo scambio di ostaggi, sul quale i funzionari nutrono nuovi barlumi di speranza, e distruggerebbe tre progetti vitali su cui sta lavorando per migliorare la sicurezza a lungo termine di Israele.

Il primo è una forza di pace araba a Gaza. Diversi Stati arabi hanno discusso l’invio di truppe per sostituire le truppe israeliane, che dovrebbero andarsene – a condizione che ci sia un cessate il fuoco permanente -. E la presenza delle truppe sarebbe formalmente benedetta da una decisione congiunta dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Gli Stati arabi insisterebbero molto probabilmente anche su una certa assistenza logistica militare statunitense. Non è stato ancora deciso nulla, ma l’idea è presa in attenta considerazione.

Il secondo è l’accordo diplomatico tra Stati Uniti, Israele e Palestina sulla sicurezza, che l’amministrazione sta per concludere con il principe ereditario saudita. L’accordo ha diverse componenti, ma le tre principali tra Stati Uniti e Arabia Saudita sono: 1) Un patto di mutua difesa tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita che toglierebbe ogni ambiguità su cosa farebbe l’America se l’Iran attaccasse l’Arabia Saudita. Gli Stati Uniti verrebbero in difesa di Riad e viceversa. 2) Semplificare l’accesso saudita alle armi statunitensi più avanzate. 3) Un accordo sul nucleare civile strettamente controllato che consentirebbe all’Arabia Saudita di riprocessare i propri depositi di uranio per utilizzarlo nel proprio reattore nucleare civile.

In cambio, i sauditi frenerebbero gli investimenti cinesi in Arabia Saudita, così come qualsiasi legame militare, e costruirebbero i loro sistemi di difesa di prossima generazione interamente con armi statunitensi, il che sarebbe una manna per i produttori americani nel settore della difesa e renderebbe i due eserciti completamente interoperativi. I sauditi, con la loro abbondanza di energia e spazio fisico a basso costo, vorrebbero ospitare alcuni degli enormi centri di elaborazione dati richiesti dalle aziende tecnologiche statunitensi per sfruttare l’intelligenza artificiale, in un momento in cui i costi energetici e lo spazio fisico interni agli Stati Uniti stanno diventando un ostacolo alla costruzione di nuovi centri dati in patria. L’Arabia Saudita normalizzerebbe anche le relazioni con Israele, a condizione che Netanyahu si impegni a lavorare per una soluzione a due Stati con un’Autorità Palestinese rinnovata.

Infine, gli Stati Uniti riunirebbero Israele, Arabia Saudita, altri Stati arabi moderati e i principali alleati europei in un’unica architettura di sicurezza integrata per contrastare le minacce missilistiche iraniane contro Israele. Questa coalizione non si riunirà in modo continuativo senza che Israele esca da Gaza e si impegni a lavorare per la creazione di uno Stato palestinese. Non si può pensare che gli Stati arabi proteggano permanentemente Israele dall’Iran se Israele occupa permanentemente Gaza e la Cisgiordania. I funzionari statunitensi e sauditi sanno anche che senza Israele nell’accordo, gli accordi di sicurezza statunitensi e sauditi non passerebbero mai al Congresso.

Il team di Biden vuole completare la parte statunitense-saudita dell’accordo in modo da poter agire come il partito di opposizione che Israele non ha in questo momento e poter dire a Netanyahu: puoi essere ricordato come il leader che ha presieduto alla peggiore catastrofe militare di Israele il 7 ottobre, o come il leader che ha guidato Israele fuori da Gaza e ha aperto la strada alla normalizzazione tra Israele e il più importante Stato musulmano. A te la scelta.

 


L’anima nera che il generale mette a nudo

Ed è anche il peggior servizio che si possa rendere alla causa palestinese e alla difesa dei diritti negati a un popolo 

Di Andrea Colombo, il manifesto

È partito con i fuochi artificiali. Le sparerà sempre più alte e sfacciate fino al 9 giugno. È la sua carta e altre non ne ha: se vincente lo decideranno gli elettori. Ha spopolato in libreria, auguriamoci che non replichi nelle urne. La caserma sdoganata sarebbe un ulteriore passo indietro e questo Paese ne ha già fatti parecchi. Ma il generale Roberto Vannacci non è un marziano arrivato chissà come. Non è neppure uno dei tanti truculenti che affollano i social e che in tempi migliori si sfogavano al bar, scelto da una politica cinica per calamitare il peggior voto. Strilla senza pudore quel che una parte sostanziale di questa destra, elettori ed eletti, condivide e a volte anche dice, salvo poi ripararsi dietro la codardia del «sono stato male interpretato».

Sulle classi-ghetto il generalissimo non la pensa diversamente dall’impagabile ministro Valditara. Sulle mazzate agli studenti che quando uno se le cerca se le cerca la vede più o meno come il capogruppo di FdI Tommaso Foti, quello del «era meglio mandarli a zappare». Sui tratti somatici non italo-arianeggianti delle atlete nere non è tanto distante da quel Lollobrigida che quando paventa «la sostituzione etnica» non ci dorme la notte. La sola differenza è che la spiattella con toni più aggressivi e senza orpelli.

Affermare che tutta la destra italiana, quando si guarda allo specchio, vede la grinta d’assalto del graduato futuro europarlamentare sarebbe sbagliato. Però quegli umori neri e quei pregiudizi viscerali non sono periferici o irrilevanti: senza quella componente, senza le sue pulsioni reazionarie e il suo rancore, una destra civile e liberale esisterebbe comunque, anzi esiste disseminata un po’ in tutti i partiti della maggioranza. Ma resterebbe al palo.

Negli stati maggiori della destra il generale Vannacci piace a pochissimi. C’è chi non lo sopporta perché davvero si vergogna della sua mancanza di vergogna. Ma sono molti di più quelli che lo detestano solo perché mette a nudo quel che dovrebbe essere tenuto quanto più possibile nascosto. Giorgia Meloni viene dalla scuola di Giorgio Almirante: sa che il doppiopetto vale più della divisa. Una cosa è sbraitare in Spagna: tutt’altra farlo in casa.

Si può essere sfrontati al punto di trasformare i vertici di una società pubblica come Leonardo in testimonial di partito, un’enormità con pochi precedenti, ma su faccende come la segregazione dei disabili, l’omofobia ostentata, un razzismo tanto profondo da essere forse inconsapevole conviene usare maggior prudenza. Altrimenti ci si rovinano le relazioni ovunque: oltre Tevere, nei salotti di Bruxelles, alla lunga persino nello studio ovale.
La leader che da oggi sarà capolista tricolore in tutte le circoscrizioni non poteva immaginare accompagnamento più stonato per la sua discesa in campo.

Non bisogna però credere che la nuova star della reazione italiana non sia anche una minaccia in sé. L’ipocrisia ha i suoi vantaggi: impone inibizioni, determina quel che non si dovrebbe pensare ma basta un niente perché il freno inibitorio salti. È già successo con Silvio Berlusconi o con il Salvini dei bei tempi e il danno culturale è stato immenso. Bisogna fare il possibile perché non succeda di nuovo, toccando stavolta il livello più basso. E più pericoloso.

Nell’immagine: Roberto Vannacci

 


Dittatura e rivoluzione alla portoghese (2)

Ed è anche il peggior servizio che si possa rendere alla causa palestinese e alla difesa dei diritti negati a un popolo 

La cosiddetta Rivoluzione dei garofani del 25 aprile 1974 portò dunque alla caduta dell’Estado Novo e del regime salazarista, che aveva governato il Paese per quasi mezzo secolo. Seguì dapprima una fase di transizione, affidata a figure vicine alle forze armate ribelli che avevano guidato il colpo di Stato. Dovettero trascorrere altri 2 anni per arrivare alle prime elezioni legislative -simbolicamente in calendario il 25 aprile 1976 e vinte, con il 37% delle preferenze, dal socialista Mário Soares. A quel primo Governo democratico ne sono seguiti 24, in media uno ogni 2 anni, in cui si alternavano regolarmente PS e PSD.

Sempre quel 25 aprile 1976 entrò in funzione la nuova Costituzione, fortemente ispirata a ideali e valori socialisti. All’art. 9d, per esempio, si cita, tra i compiti fondamentali dello Stato, quello di “socializzare i mezzi di produzione e ricchezza“.

Articoli come questo – che portò alla nazionalizzazione di molte imprese – verranno modificati nel 1989 per permettere al Paese, privatizzando, di aprirsi agli investimenti stranieri e di superare così la pesante crisi economica di cui dirò fra poco. La nuova versione dell’art. 9 affida allo Stato il compito di “Promuovere il benessere e la qualità della vita del popolo e l’uguaglianza so­stanziale tra i portoghesi, e rendere del pari effettivi i diritti economici, sociali, culturali e ambientali, mediante la trasformazione e la modernizzazione delle strutture eco­nomiche e sociali”.

Nel 1975 il Portogallo garantì l’indipendenza alle sue colonie in Africa (il Brasile si era proclamato indipendente già nel 1822). Più di un milione di afro-portoghesi abbandonarono Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, Sao Tomé e Principe, Capo Verde poi diventati, in parte, terreno di sanguinose guerre civili. La Rivoluzione dei garofani, insomma, portò anche al disgregamento definitivo di un impero coloniale che aveva resistito per oltre cinque secoli. Molti cittadini d’oltremare emigrarono raggiungendo la vecchia Patria: oggi nella sola grande Lisbona – circa 3 milioni e mezzo di abitanti – il 15% è costituito da persone delle ex colonie, comprese quelle asiatiche di Timor, Macao e Goa. Contemporaneamente, dopo la Rivoluzione, molti portoghesi sono partiti per cercare fortuna in altri Paesi europei e nelle Americhe: attualmente il Portogallo conta circa 10.5 milioni di abitanti, ma all’estero vivono almeno altri 5 milioni di portoghesi. Il Portogallo è il Paese europeo con il più alto tasso di emigrazione. Oggi sono circa 2,3 milioni i portoghesi che vivono all’estero, il 70% dei quali di età tra i 15 e i 39 anni, partiti perché in patria non trovavano un lavoro. Oggi il tasso di disoccupazione giovanile è attorno al 23%, quello complessivo al 6.5%. Il salario minimo di 960 € al mese. A rientrare in patria, ma senza compensare le partenze delle generazioni più giovani, formate e professionalmente attive, sono invece fasce anagrafiche più vecchie, nate negli anni Cinquanta e partite dal Portogallo dopo il 1974. Nella sola Svizzera vivono oggi 260 mila cittadini lusitani.

Torniamo però alla storia. Nel 1979 si tengono nuove elezioni legislative: ad imporsi, con 18 punti di margine sul PS e 54 seggi in più, il PSD, storica formazione di centro-destra. Da quel momento e sino ad oggi le due formazioni si alternano alla guida del Paese. Nel 1986 il Portogallo entra nell’Unione europea. Nel 1999 adotta la moneta unica. Nel 2002 l’UE impone a Lisbona di aggiustare i conti pubblici in profondo deficit e a rientrare nei parametri del Patto di stabilità. Ne derivano tagli drastici alla spesa e un numero sempre maggiore di privatizzazioni.

Nel 2008 la crisi economica e sociale è palese: l’adozione dell’Euro, la debolezza e la scarsa competitività del Portogallo sul mercato internazionale, la necessità di importare molti più beni di quanti se ne esportassero e una disoccupazione ormai vicina al 15% portano il Paese a un passo dalla bancarotta. Nel maggio 2011 Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea intervengono, grazie al cosiddetto Fondo salva Stati, con un prestito di 78 miliardi (il terzo più grande della storia del FMI), legati però all’attuazione di una politica di austerity fatta di tagli alla spesa, maggiore flessibilità sul lavoro, aumento dell’IVA, riduzione degli stipendi e delle pensioni, abolizione della tredicesima nel settore pubblico (le imprese private per lo più vi rinunciarono) e cancellazione di 5 giorni festivi. Lisbona varò un ferreo piano di risanamento dei conti per riportare il deficit sotto il 3%, come richiesto dal Patto di Stabilità e Crescita, entro il 2013. Il Portogallo non era il solo in quelle condizioni: anche Irlanda e Grecia si muovevano in bilico sul baratro.

La strategia adottata dal Governo portoghese, una volta uscito dalla crisi, ha comunque modernizzato il tessuto imprenditoriale, semplificato la burocrazia, aiutato le piccole e medie imprese, aumentando il volume delle esportazioni. Oggi il caso del Portogallo viene citato come esempio virtuoso da seguire dopo una crisi. Da sottolineare, come già per la Rivoluzione del ’74, che anche questa volta, nonostante le conseguenze durissime di questi provvedimenti sulla società portoghese e sugli individui, contrariamente a quanto accadde in Grecia, non vi furono ribellioni popolari o reazioni di massa. Un Paese che per 50 anni si era volontariamente chiuso su sé stesso scegliendo l’autarchia economica e una neutralità politica sui generis ora si riapre pian piano al mondo.

Nel 2018 l’austerity ha fine e i provvedimenti draconiani rientrano: si torna alle 35 ore lavorative settimanali; l’esportazione raggiunge livelli mai toccati prima; il turismo – che oggi garantisce il 13% del PIL – individua in Lisbona, nell’Algarve, ma anche a Porto e nella regione vinicola del Douro, nuove esche di richiamo internazionale. Il COVID frena momentaneamente la ripresa tra il 2020 e il 2022. Il turismo dà lavoro al 10% circa della popolazione.

Nel 2012, ancora alle prese con la crisi, l’allora Governo introdusse anche un’esenzione fiscale totale (fino al 2020; del 90% da allora) per i pensionati stranieri residenti per almeno 6 mesi all’anno in Portogallo. Fu una calamita a due volti, che attirò almeno 10 mila persone, rilanciando il settore immobiliare, ma creando anche situazioni socialmente impopolari e potenzialmente esplosive: famiglie che pagavano non più di 50 € mensili d’affitto cacciate dai loro appartamenti, che venivano – e tuttora vengono – ristrutturati e trasformati per essere o venduti a stranieri, o messi in affitto turistico anche a 100 € al giorno. Secondo uno studio (il Sole 24 Ore, 3 ottobre 2023), tra il 2012 e il 2021 il costo degli immobili e dell’alloggio è aumentato del 78% rispetto al 35% medio dell’UE.

Di fronte a questa situazione le esenzioni fiscali ai pensionati stranieri sono state abolite dal 1° gennaio di quest’anno (chi le ha ottenute le mantiene, per 10 anni, fino alla scadenza).

Intanto il settore turistico continua a segnare record. La ripresa post pandemia è un boom sotto gli occhi di tutti: oltre 30 milioni di ospiti, 77 milioni di pernottamenti nel 2023. I ricavi, pari a 25 miliardi, riflettono una crescita del 37% rispetto al 2019 (l’anno migliore in assoluto sino ad allora) e del 18,5% rispetto al 2022.

Il Post (8 febbraio 2024) sottolineava come, nel 2023, per la prima volta da quasi 50 anni, il Portogallo ha chiuso il bilancio in attivo, con una crescita di oltre 2 punti di PIL. Gli stessi parametri davano invece per l’Italia una diminuzione di 5,3 punti percentuali.

Eppure, nonostante questi dati rassicuranti, il Portogallo continua ad avere l’investimento pubblico netto più basso tra i 26 Paesi dell’UE, inferiore persino alla Grecia, alla Spagna e all’Italia. Il Governo Costa – in carica dal 2015 e fino al marzo di quest’anno – ha in parte mantenuto una forma di austerità finanziaria anche dopo la crisi finanziaria riducendo gli investimenti pubblici nelle infrastrutture, toccando anche i settori della socialità e della sanità. Detto altrimenti – faceva notare sempre il Post già il 27 marzo 2019 – “il Portogallo spende in investimenti meno di quanto sarebbe necessario per ripagare il deprezzamento dei beni pubblici, come il naturale degrado che colpisce strade ed edifici. «Stiamo consumando il nostro capitale perché non facciamo investimenti sufficienti a rimpiazzarlo», ha detto a una conferenza lo scorso febbraio Luis Moraes Sarmento, vicedirettore del dipartimento statistico della Banca centrale portoghese: «Significa che stiamo lasciando un fardello estremamente pesante alle generazioni che verranno in futuro»”.

Nell’immagine: un murale a Lisbona


Fermiamo questa merda (4) – Un mondo di trappole e trabocchetti

Ed è anche il peggior servizio che si possa rendere alla causa palestinese e alla difesa dei diritti negati a un popolo 

Di Cory Doctorow, Financial Times (versione italiana da Internazionale)

I colossi tecnologici attuali sono diventati grandi sfruttando le tecniche del fai da te. Quando Facebook ha detto agli utenti di MySpace di fuggire dal panottico australiano dello spregevole Murdoch, non si è limitato a dire agli abbonati “in culo ai vostri amici, venite su Facebook ad ammirare la nostra bella politica sulla privacy e iscrivetevi”. Gli ha messo a disposizione un bot: bastava inserire il nome utente e la password di MySpace, e il bot si collegava a MySpace spacciandosi per l’utente, rastrellando tutto quello che c’era nella posta in entrata e copiandolo su Facebook.

Negli anni novanta, quando la Microsoft cercò di togliere ossigeno al mercato della Apple rifiutando di creare una versione funzionante di Microsoft Office per Mac, gli uffici buttarono via i loro eleganti Mac sostituendoli con pc con schede grafiche aggiornate e versioni per Windows di Photoshop e Illustrator. Allora Steve Jobs non pregò Bill Gates di aggiornare Mac Office, ma disse ai suoi tecnici di reingegnerizzare Microsoft Office e di realizzare un pacchetto di programmi compatibile, iWork, le cui applicazioni – Pages, Numbers e Keynote – leggevano e modificavano i file creati con Word, Excel e PowerPoint.

Quando Google è entrata sul mercato, ha inviato a ogni server web sulla Terra il suo crawler, che si presentava come un utente: “Ehi! Ciao! Avete delle pagine web? Grazie! Ne avete altre? Ne avete altre ancora?”. Ogni pirata, però, vuole essere un ammiraglio. Quando queste cose le facevano Facebook, la Apple e Google, si chiamavano progresso. Se le fai contro di loro, sono pirateria. Provate a creare un client alternativo per Facebook e vi diranno che avete violato leggi statunitensi come il Digital millennium copyright act (Dmca) o leggi dell’Unione europea come l’articolo 6 della direttiva europea sul diritto d’autore. Provate a sviluppare un programma per Android in grado di far funzionare le app dell’iPhone e di riprodurre i dati dei media store della Apple e vi bombarderanno fino a ridurvi a un cumulo di macerie. Provate a “raschiare” i dati di Google e vi arriverà addosso un ordigno nucleare.

La capacità dei colossi tecnologici di usare le regole contro i rivali è sconvolgente. Prendiamo la legge che ho citato prima, la sezione 1201 del Dmca. Bill Clinton l’ha approvata nel 1998 e l’Unione europea l’ha importata nel 2001 con l’articolo 6 della direttiva sul diritto d’autore. Entrambe le leggi stabiliscono il divieto generale di rimuovere qualsiasi tipo di codifica che restringa l’accesso a opere protette dal diritto d’autore, per esempio per copiare un dvd o per sbloccare un telefono. Rischiate cinque anni di prigione e una multa di 500mila dollari per la prima infrazione. La portata della norma è stata così ampliata che può essere applicata per mandare in galera perfino chi dà libero accesso alle proprie creazioni. Un esempio: nel 2008 Amazon comprò la Audible, una piattaforma di audiolibri. Oggi la Audible è una monopolista con più del 90 per cento del mercato e impone a tutti gli autori che usano la sua piattaforma di vendere le loro opere attraverso la “gestione dei diritti digitali” di Amazon, che è vincolata alle app di Amazon. Mettiamo che io abbia scritto un libro: lo leggo al microfono, do migliaia di dollari a un regista e a un ingegnere per trasformarlo in un audiolibro e poi lo metto in vendita sulla piattaforma della monopolista Audible. Se più tardi decido di andarmene da Amazon e di portare i miei lettori su una piattaforma concorrente, peggio per me: se metto a disposizione dei miei lettori uno strumento per rimuovere la crittografia di Amazon dal mio audiolibro, in modo che possano riprodurlo su un’altra app, commetto un reato punibile con cinque anni di reclusione e una multa di mezzo milione di dollari. È una sanzione più severa di quella in cui incorrerei piratando l’audiolibro da un sito di Torrent o rubando il cd dell’audiolibro a una stazione di servizio o sequestrando il camion che ha consegnato il cd.

Torniamo al blocco della pubblicità. Il 50 per cento degli utenti che navigano sul web usa il blocco della pubblicità. Tra gli utenti delle app, però, la percentuale è zero, perché per aggiungere il blocco a un’app bisogna prima rimuovere la crittografia, ed è un reato.

Perciò quando qualcuno in consiglio d’amministrazione si alza e dice: “Facciamo diventare i nostri annunci pubblicitari più molesti del 20 per cento e aumentiamo i ricavi del 2 per cento”, nessuno obietterà che così facendo si spingeranno gli utenti ad andare su Google a cercare: “Come si bloccano gli annunci pubblicitari?”. Perché la risposta è: non si può fare. Semmai, è più probabile che qualcuno dica: “Facciamo diventare i nostri annunci più molesti del 100 per cento e aumentiamo i ricavi del 10 per cento” (è per questo che oggi tutte le aziende vi fanno installare l’app invece di farvi andare sul loro sito).

Nulla vieta agli autisti di Uber sfruttati dagli algoritmi d’installare un’app alternativa, condivisa con tutti i conducenti, che rifiuta le corse al di sotto di una certa soglia di prezzo. Nulla lo vieta tranne la minaccia che il povero sviluppatore dell’app alternativa finisca sul lastrico o vada in galera per violazione del Dmca 1201, del Computer fraud and abuse act, del marchio, del diritto d’autore, del brevetto, del contratto, della riservatezza commerciale, della clausola di non divulgazione e di non concorrenza o, in altre parole, dei “diritti Ip”, che non è solo l’acronimo di “proprietà intellettuale”. È un eufemismo per “legge che permette di andare oltre i confini dell’azienda e di controllare la condotta dei miei critici, dei miei concorrenti e dei miei clienti”. Allo stesso modo, app è un eufemismo per “pagina web che sfrutta la legge sulla proprietà intellettuale per rendere illegale qualsiasi modifica del software che tuteli il diritto del lavoro, del consumatore e della riservatezza dei suoi utenti”.


Cory Doctorow è un giornalista e scrittore canadese. Si occupa di diritti digitali e sicurezza informatica. È consulente dell’Electronic Frontier Foundation, un’organizzazione non profit che difende i diritti digitali e la libertà d’espressione su internet. Questo articolo è l’adattamento di un discorso tenuto a gennaio per la Marshall McLuhan lecture all’ambasciata del Canada di Berlino


Sergio Rossi – Michelin: bella storia e ottimo esempio (ma quelli pessimi persistono)

Ed è anche il peggior servizio che si possa rendere alla causa palestinese e alla difesa dei diritti negati a un popolo 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Questa in sintesi la notizia secondo “Libération”

Il salario minimo è sufficiente per vivere? L’amministratore delegato di Michelin, Florent Menegaux, pensa di no. Ecco perché il gruppo francese di pneumatici, con sede a Clermont-Ferrand, ha annunciato mercoledì l’introduzione di un cosiddetto “salario dignitoso” e di un “piano di protezione sociale universale” per i suoi 132.000 dipendenti in tutto il mondo. Questo salario mira a garantire una retribuzione equivalente al salario di sussistenza definito dal Global Compact delle Nazioni Unite, di cui Michelin è firmataria dal 2010.

Dovrebbe consentire “a ciascun dipendente di soddisfare le esigenze di base” di una famiglia di quattro persone (cibo, trasporti, istruzione, spese sanitarie), ma anche di accumulare risparmi precauzionali e acquistare beni di consumo. “È un impegno logico per tutti i dipendenti del Gruppo. […] Voi dedicate tempo allo sviluppo di voi stessi e dell’azienda, e in cambio noi vi diamo i mezzi che, come minimo per una famiglia di quattro persone – due genitori e due figli -, un unico stipendio può fornire per l’alloggio, il cibo, le attività del tempo libero, qualche risparmio, ecc.”, spiega il CEO del Gruppo. Lui stesso ha dichiarato a Le Parisien che riceve uno stipendio fisso di 1,1 milioni di euro più “un bonus variabile fino al 150% (cioè 1.650.000 euro)”, e si considera “estremamente ben pagato”.

Il testo completo


Lo scontro al vertice già segnala la lotta per la successione a Mosca

Ed è anche il peggior servizio che si possa rendere alla causa palestinese e alla difesa dei diritti negati a un popolo 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Gli hanno messo le manette mentre lasciava il suo ufficio. Timur Ivanov, numero due della Difesa russa, ha saputo così di essere ormai finito in guai seri, perché accusato di aver incassato “tangenti su larga scala”. Si parla di milioni di euro. Il caso, dice la stringata spiegazione ufficiale dell’Agenzia Tass, è legato a fenomeni di “corruzione e appropriazione indebita nell’esecuzione di opere per le necessità del Ministero della Difesa”.

Che il vice capo dicastero avesse fatto dell’appropriazione indebita il suo stile di vita era noto – e da molti anni – in tutta Mosca. Il “Fondo per la Lotta alla Corruzione” fondato da Alexey Navalny aveva più volte denunciato gli acquisti milionari di immobili, gioielli e antiquariato che Timur e la moglie Svetlana facevano regolarmente in Europa, prima di essere sanzionati dopo l’inizio dell’invasione in Ucraina.

Malgrado il viceministro avesse uno stipendio di poco più di 100 mila euro annui, era abituato a spese da capogiro. In base a un’inchiesta di “Proekt”, il patrimonio immobiliare del viceministro è costituito da una casa di 1.600 metri quadri, e un giardino di 10mila metri quadrati, “reggia” che si trova a pochi chilometri della capitale; inoltre risulta proprietario di un cottage a Ostozhen, altri 300 metri quadrati. La squadra di Navalny aveva anche messo le mani sull’archivio di posta elettronica della moglie di Ivanov: fatture relative a proprietà immobiliari, noleggio di yacht, acquisto di abiti e accessori costosi. Prima delle sanzioni occidentali, gli Ivanov soggiornavano abitualmente a Saint-Tropez, dove arrivavano a spendere 850.000 euro per un solo mese di vacanza.

Dopo così tanto tempo, quindi, il suo arresto, più che un caso giudiziario di corruzione, sembra una bomba a orologeria piazzata sotto la poltrona del suo superiore, il ministro Sergey Shoygu. È anche da escludere che l’arresto vada fatto risalire a uno scontro interno al Cremlino su come condurre la guerra, o addirittura che Ivanov fosse a capo di una fronda “traditrice” e/o “filo-occidentale”, come hanno fantasiosamente sostenuto alcuni giornali europei.

In realtà Ivanov è la vittima sacrificale dello scontro che da mesi sta coinvolgendo i vertici del ministero della difesa e quello delle finanze: scontro provocato dalla ripartizione dei fondi miliardari per la ricostruzione delle zone occupate dalle truppe russe nel Donbass, e in particolare della città di Mariupol, distrutta dagli stessi russi.

Un anno fa, la rivista “Centro Dossier” aveva rivelato che i territori occupati in Ucraina “erano diventati una vera e propria miniera d’oro per Ivanov”. Secondo le fonti della pubblicazione, tutti gli appaltatori del ministero della difesa pagano tangenti; allo stesso tempo, a fronte di un aumento dei coefficienti di costruzione nei territori occupati, vengono stanziati fondi da 3 a 4 volte superiori allo standard.

Nel quadro di questa lotta inter-ministeriale senza esclusione di colpi, non si può escludere che si giunga anche all’allontanamento dello stesso ministro Shoygu, un protetto di Putin, anche se ciò produrrebbe un terremoto e uno squilibrio politico con ricadute difficili da prevedere. Secondo il giornalista Andrey Pertse “l’arresto del viceministro della difesa alza notevolmente la posta in gioco nella lotta all’interno dell’élite. In definitiva, una volta che un tabù viene infranto da qualcuno cessa rapidamente di valere per tutti. Se uno dei partecipanti ha infranto la regola e ha temporaneamente ottenuto un vantaggio sleale, sarà presto seguito da altri gruppi, il che promette nuovi cicli di lotta ai vertici. Del resto, i segnali che le regole nella lotta tra clan sono sempre meno evitabili erano da tempo già evidenti”.

La guerra, ma anche il pragmatismo di Putin, impediscono alle élite russe di fare piani a lungo termine per il futuro, e quindi le incoraggia a non rispettare più le vecchie regole. Soltanto alcuni mesi fa, abbiamo già visto un esempio di questa caotica lotta di “tutti contro tutti” durante lo scontro tra Evgeny Prigozhin e il ministero della difesa.

Così, mentre i soldati russi continuano a morire al fronte per l’equivalente di 2 mila dollari al mese, i capi delle forze armate e i vari dicasteri si contendono i grandi investimenti per la ricostruzione dei territori occupati, dimostrando che le capacità di mediazione tra i vari clan del presidente russo funzionano sempre meno. E dentro questa dinamica si potrebbe aprire nel futuro la battaglia per la sua successione.

Nell’immagine: una simpatica scenetta coniugale fra Ivanov e la moglie


L’opportunismo degli intolleranti: perché il fascismo non è d’altri tempi

Ed è anche il peggior servizio che si possa rendere alla causa palestinese e alla difesa dei diritti negati a un popolo 

Di Gustavo Zagrebelsky, La Repubblica

Insistere per avere una chiara dichiarazione antifascista da chi ha avuto cento occasioni per farla e non l’ha fatta è utile? Fascismo e antifascismo non sono due sfumature politiche: sono visioni che dividono la concezione del mondo in due (due Weltanschauungen, nel lessico fascista tedesco). L’una contraddice l’altra nell’essenziale, e non c’è spazio per una terza. È una autentica dicotomia: ciò che sta in una parte non può stare nell’altra. Non si può essere in entrambe per convinzione, ma solo per opportunismo. Ma non si può neanche stare in nessuna delle due, se non per ignavia, ignoranza, passività, indifferenza. L’opportunismo è una colpa grave, ma ancor più grave è l’ignavia. Superfluo citare l’anti-inferno dantesco.

Poiché non osiamo neppure pensare che i governanti che non si pronunciano siano degli ignavi, resta l’opportunismo: il fascismo è cosa d’altri tempi; i problemi degli italiani sono diversi; antifascista a modo proprio; fascismo e antifascismo sono fatti miei; il fascismo ha fatto cose brutte ma anche belle; la resistenza, e non solo il fascismo, si è macchiata di crimini. Tante scappatoie, la più ignobile delle quali, di fronte a un conflitto storico che non solo ha generato grandi contrasti ideali ma ha provocato immani sofferenze con milioni di morti, è un gioco di parole: a-fascismo e a-antifascismo. Non c’è modo per costringere gli svincolanti che da ultimo hanno inventato la furba e, al tempo stesso, sciocca domanda retorica: tu che mi chiedi, tu sei anticomunista?

Allora, si continui a pungolare, ma non ci si aspetti altro che vuote parole. È già chiaro: quando l’alternativa è netta – o di qua o di là – e non stai con chiarezza da una parte, ciò significa che stai dall’altra, anche se non vuoi o non puoi dirlo. Tutti hanno capito, dunque basta.

L’opportunismo

Del resto, in politica quanto contano le parole? Volano e si posano a piacere dove si vuole. Si dice, ci si contraddice, si mente, ci si smentisce, ci si dimentica: tutto per piacere o non dispiacere al proprio pubblico che della coerenza, per lo più, non sa che farsene. Che cosa costerebbe una facile dichiarazione: sì, in passato sono stato o stata pro-, ma ora sono anti-fascista? Il coro che incalza per avere “la dichiarazione” sarebbe in un momento ridotto al silenzio. Forse scontenterebbe i fedelissimi alla “Idea”, ma basterebbe una strizzatina d’occhio per intendersi e tenerli tranquilli. In fondo, penserebbero che “Parigi val bene una messa”. Sarebbe, però, comunque, un cedimento d’immagine incompatibile con l’onore che, da quelle parti, è intensamente coltivato. Perciò, merita rispetto chi non si smentisce ma, non smentendosi, conferma. D’altra parte, per gli antifascisti, che cosa conterebbero parole pronunciate con riserve mentali? Contano i fatti e gli atti concreti, cioè i frutti da cui si riconosce la pianta.

L’argomento più ricorrente per evitare lo scoglio, tuttavia, è questo: il fascismo è cosa d’altri tempi, non c’è più, né più ci sarà. Chi s’immagina i figli della lupa, i gerarchi in orbace, la violenza squadrista e tutto l’armamentario al tempo stesso folcloristico e violento di quel tempo tragico? Il fascismo voleva essere una rivoluzione anti-borghese, ma oggi siamo o vogliamo tutti essere borghesi. Il fascismo fu la risposta al vento del bolscevismo russo, ma dove sono oggi i bolscevichi. Se dunque il fascismo non esiste più, che senso ha dividersi tra chi è pro e chi è contro? Sono cose d’altri tempi. I problemi degli italiani sono altri. Davvero?

Il significato

Fascismo e antifascismo sono la versione moderna d’un conflitto profondo e perenne che modella la vita degli individui nei rapporti sociali, le concezioni e le forme della politica e perfino i rapporti tra gli Stati. Il fascismo che abbiamo conosciuto e conosciamo è solo una manifestazione storica di un unico concetto politico che ha assunto diverse forme concrete, adeguate alle variabili circostanze in cui si è affermato. Per esempio, la dittatura fascista non è riuscita a raggiungere il totalitarismo nazista. Lo stesso si può dire del falangismo franchista o dell’estado novo portoghese.

Ma, al di là delle circostanze, c’è qualcosa di comune, di profondo e radicato nell’animo umano e nelle pulsioni sociali che spiega la naturale convergenza di tali regimi, al di là delle specificità. Questo nucleo comune emerge e riemerge di tempo in tempo. Come possiamo definire con una parola il “fascismo perenne”, l’Urfaschismus (il prefisso ur indica qualcosa di originario, di primordiale)? Nel 1945, con sullo sfondo le tragedie europee tra le due guerre, è stata introdotta la parola “tribalismo” che dà anch’essa, tuttavia, un’idea di qualcosa di arcaico, di appartenente a tempi addirittura preistorici. “La cosa”, al di là della parola, invece, è attuale, sempre. Ne vediamo i contenuti, non necessariamente tutti insieme e non sempre tra loro coerenti: nazionalismo e purismo etico ed etnico; rifiuto della modernità e dei diritti universali; restaurazione dei valori tradizionali; irrazionalismo e avanguardismo; primato dell’azione, anche violenta, sulla riflessione e sulla discussione; anti-intellettualismo; accentramento del potere, decisionismo e antiparlamentarismo; occupazione e normalizzazione delle istituzioni; disprezzo della cultura e culto della forza; “machismo” e antifemminismo; intolleranza alle critiche; ostilità nei confronti della libertà di pensiero, scienza, arte e stampa; esaltazione dell’uomo normale; risentimenti e aspirazioni mediocri; senso comune; concezione del popolo come massa organica indifferenziata; corporativismo; intolleranza verso i “diversi”, “non integrabili”; xenofobia e razzismo conclamati o dissimulati; unanimismo; complesso del complotto; nazionalismo ripiegato su se stesso contro internazionalismo, universalismo e cosmopolitismo; superiorità o unicità nazionale; vittimismo aggressivo.

Le parole d’ordine

Forse non si è riflettuto a sufficienza sul significato della triade Dio, Patria, Famiglia: parole d’ordine del fascismo, recentemente riportate in vita e pronunciate con la naturalezza dell’ovvio. Innanzitutto, la triade traccia un tragitto dall’alto in basso, un flusso autoritario. Eleggere un dio a protezione della propria parte politica, è invocare la fonte suprema della legittimità del potere: non il consenso, non la libera discussione, non la democrazia. La “secolarizzazione”, cioè la fondazione laica della vita sociale e politica, diventa una deviazione del corso di una storia da correggere. La Patria, poi, è usata come pretesa dei governanti di parlare, agire e decidere nel nome di tutti, ed è un efficace argomento per dividere i buoni cittadini – i patrioti – dai cattivi, i dissidenti. Ed è anche la via per gonfiarsi ridicolmente agli occhi altrui invocando la nostra storia eccezionale, la nostra cultura e il nostro paesaggio inuguagliabili, la creatività delle nostre imprese, fino al made in Italy culinario. Infine, la Famiglia di cui parlano è, ovviamente, quella tradizionale che assorbe le singole persone nelle loro funzioni organiche, ciò che soprattutto tocca la donna procreatrice.

Il tribalismo

Tutti questi ingredienti sono sostanza del fascismo del nostro tempo e di sempre: la società come blocco unico. Il tribalismo, cui sopra s’è fatto cenno, significa precisamente questo. Il fascismo storico, dichiaratamente già nel suo simbolo, il fascio dei littori romani, esprimeva questa idea della vita “in blocco” garantita dalla scure del potere. L’antifascismo operoso non è tanto contro le esteriorità del fascismo, quanto nella reazione alla plumbea concezione della vita che esso perennemente propone. È nella ugualmente perenne rivendicazione e nell’esercizio pratico delle libertà in tutte le pieghe delle relazioni umane, al fine di “sbloccarle”.

In fondo, antifascismo e democrazia coincidono e questa coincidenza ha la sua tavola fondativa nella Costituzione. È un caso che chi non vuole dichiararsi antifascista sia lo stesso che, la Costituzione, vuole cambiarla?


La guerra a Gaza e il suicidio politico di Joe Biden

Ed è anche il peggior servizio che si possa rendere alla causa palestinese e alla difesa dei diritti negati a un popolo 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

L’apparato del partito democratico americano ha una poco invidiabile tradizione di inettitudine nella scelta dei candidati alla presidenza: per esempio, nel 1988 scelse un timido governatore di origine greca proveniente dal Masschusetts, Michael Dukakis; nel 2000 il legnoso vicepresidente in carica Al Gore; nel 2016 l’antipatica Hillary Clinton. Quindi non è sorprendente che quest’anno abbiano scelto Joe Biden, malgrado l’età e la relativa impopolarità.

Gli elettori preferiscono i repubblicani su questioni chiave come l’inflazione e l’immigrazione. Non bisogna sottovalutare i segni mandati dagli dei: occorreva un indovino per capire che porta male scegliere Chicago come sede della convenzione 2024? C’era bisogno di assumere Cassandra alla Casa bianca per capire che se le università sono occupate e sgomberate dalla polizia a sei mesi dalle elezioni le cose si mettono male? La volta precedente fu nel 1968, ci fu una settimana di scontri fra manifestanti contro la guerra e polizia, fu scelto l’innocuo Hubert Humphrey e il repubblicano Richard Nixon vinse in novembre.

Ma nel suicidio politico che sta andando in scena sotto i nostri occhi le questioni fondamentali stanno altrove: tra gli elettori di età compresa tra i 18 e i 34 anni il disinteresse per le prossime elezioni è stupefacente: solo il 36% di loro dichiara di essere “molto interessato”. Quindi il 64%, quasi due terzi, dei giovani americani non andrà a votare o voterà per un candidato di protesta, per esempio quel Robert Kennedy che era un ambientalista rispettato prima di diventare no vax.

Il problema sta nel fatto che la coalizione democratica ha bisogno, per eleggere qualsiasi candidato, di tre gruppi fondamentali: le donne, gli afroamericani e i giovani. Le donne presumibilmente voteranno perché il tema dell’aborto sarà al centro della campagna elettorale. Gli afroamericani potrebbero votare democratico, come sempre, ma in quanti lo faranno non è chiaro: l’interesse per questa elezione è più basso rispetto a qualsiasi altra elezione presidenziale negli ultimi 20 anni. Solo il 64% degli americani ha dichiarato di essere fortemente interessato alle elezioni, rispetto al 77% del 2020. E sono le minoranze etniche e i poveri che si sentono più marginalizzati dal sistema politico, quindi non votano.

Restano i giovani: l’entusiasmo, la mobilitazione, il lavoro di convincimento porta a porta li fanno i giovani. Quest’anno perfino il New York Times si è accorto che «è difficile entusiasmarsi per candidati che hanno mezzo secolo più di noi». In questo momento, però, l’età di Biden non c’entra: sono le stragi israeliane a Gaza che indignano gli universitari americani. Le mezze dichiarazioni di dissenso verso Netanyahu poco valgono di fronte al continuo rifornimento di bombe a Israele. Le macerie si vedono, i corpi dei bambini morti si vedono, i volti delle donne che si aggirano disperate perché non possono nutrire i loro figli si vedono. Oggi i giovani americani piantano le tende all’università o assediano la casa del senatore Chuck Schumer, a novembre forse non voteranno per Trump ma sicuramente non voteranno per Biden.

L’arroganza dell’apparato del partito democratico ha qualche giustificazione: come si può perdere contro un candidato repubblicano che non solo ha quattro processi in corso ma, letteralmente, potrebbe ritrovarsi in galera nel momento in cui voi finite di leggere questo articolo? In queste ore ci sono riunioni ufficiali in cui si discute di cosa deve fare il Secret Service se Trump viene arrestato. Per legge ha diritto alla protezione in quanto ex presidente: gli agenti lo seguiranno, sistemandosi nelle celle vicine?

I consulenti politici che gestiscono la campagna elettorale dovrebbero però sapere che la maggior parte dei sostenitori di Donald Trump non sono parte del suo culto della personalità: voteranno per lui perché sono conservatori che condividono le politiche del partito repubblicano e pensano che Trump sia un leader più deciso di Biden. Questo è ciò che salta all’occhio nei sondaggi, che danno i due candidati alla pari, o Trump in vantaggio, nonostante i problemi giudiziari dell’ex presidente fellone, che cercò di rimanere al potere con la forza nel gennaio 2021.

Biden è stato un presidente attivo in politica interna, ha cercato di migliorare le condizioni di vita di milioni di americani, come a suo tempo Lyndon Johnson. Come Johnson, però, è un uomo della guerra fredda, incapace di rompere con una visione del mondo militaristica. La sua amministrazione ha attizzato il conflitto con la Cina, sabotato ogni possibilità di accordo con la Russia, seguito supinamente Israele nella sua corsa alla guerra permanente e infine minacciato l’Iran. Anche se oggi, al contrario del 1968, non ci sono ragazzi americani che muoiono nella giungla, le conseguenze di queste politiche si vedono ogni sera sugli schermi televisivi. E non sono di buon auspicio per le sorti dei candidati democratici in novembre.


Fermiamo questa merda (3) – Le leggi sulla concorrenza? O non ci sono, o non servono

Ed è anche il peggior servizio che si possa rendere alla causa palestinese e alla difesa dei diritti negati a un popolo 

Di Cory Doctorow, Financial Times (versione italiana da Internazionale)

L’impulso merdificante, ormai incontrollato, ci ha proiettati nell’era del merdocene. La prima a cadere è stata la concorrenza. Dalla fine dell’ottocento fino agli anni di Ronald Reagan, l’obiettivo delle norme sulla concorrenza è stato favorire la competizione tra le aziende. Le leggi antitrust statunitensi trattavano il potere imprenditoriale come un pericolo e cercavano di limitarlo. Le leggi antitrust europee, importate dagli architetti del piano Marshall, erano modellate su quelle statunitensi. Poi però, a partire dagli anni ottanta, con l’avvento del neoliberismo, in tutto il mondo le autorità di vigilanza sulla concorrenza hanno adottato la cosiddetta dottrina del “benessere dei consumatori”, secondo la quale, in sostanza, i monopoli erano sinonimo di qualità. Se tutti andavano nello stesso negozio e compravano lo stesso prodotto significava che era il miglior negozio e vendeva il miglior prodotto, non che qualcuno stava barando.

E così, in tutto il mondo, i governi hanno smesso di applicare le leggi sulla concorrenza. Quando le aziende le hanno calpestate, si sono semplicemente girati dall’altra parte. Le aziende ne hanno approfittato, fondendosi con le loro principali concorrenti e cominciando ad assorbire gli operatori più piccoli prima che diventassero troppo grandi e minacciosi. Quest’orgia di fusioni e acquisizioni ha prodotto una serie di incroci industriali incestuosi, che vanno dagli occhiali da sole al trasporto marittimo, dalle bottiglie di vetro alla gestione dei pagamenti, dalla vitamina C alla birra. Gran parte dell’economia mondiale è dominata da quattro, cinque aziende globali. Se quelle più piccole rifiutano di vendersi a questi cartelli, i colossi hanno carta bianca per calpestare la concorrenza attraverso “prezzi predatori” che impediscono ai rivali di farsi strada nel mercato. Quando il sito di prodotti per l’infanzia Diapers.com ha rifiutato l’offerta di acquisizione di Amazon, il colosso fondato da Jeff Bezos ha bruciato cento milioni di dollari vendendo per mesi pannolini sottocosto. Diapers.com è fallito e Amazon ha comprato l’azienda per pochi spiccioli.

E così è saltato il primo vincolo, e a quel punto anche il secondo – la regolamentazione – aveva i giorni contati. Quando un settore è formato da centinaia di piccole e medie imprese, è una folla indistinta, una marmaglia. Centinaia di aziende non riusciranno mai a mettersi d’accordo su cosa dire al parlamento o a una commissione. A stento riuscirebbero a mettersi d’accordo su come organizzare una riunione per discuterne.

Quando però un settore si restringe a una manciata di aziende dominanti, smette di essere una marmaglia e diventa un cartello. Cinque, quattro, tre, due o una sola impresa possono convergere facilmente su un unico messaggio da recapitare ai regolatori e, senza una “inutile concorrenza” a minacciare i loro profitti, hanno soldi da distribuire a destra e a manca.

Ecco perché la concorrenza è importante: non solo perché spinge le imprese a lavorare di più e a condividere il valore con clienti e dipendenti; ma perché gli impedisce di diventare troppo grandi per fallire o finire dietro le sbarre.

Certo, ci sono un sacco di cose che non vogliamo veder migliorare grazie alla concorrenza, per esempio l’invasione della privacy. L’approvazione del Regolamento generale sulla protezione dei dati (Rgpd), la storica legge sulla privacy dell’Unione europea, è stata un evento di estinzione di massa per molti piccoli operatori di pubblicità online europei. Ed è stato un bene: erano perfino più invadenti e spregiudicati dei colossi tecnologici statunitensi. Non c’è bisogno di aumentare l’efficienza di chi viola i diritti delle persone.

Google e Facebook, però, sono uscite indenni dalla legge europea sulla privacy. E non perché non la infrangono. È che hanno una sede di facciata in Irlanda, uno dei più noti paradisi della criminalità imprenditoriale dell’Unione europea, che contende ad altri paradisi simili (Malta, Lussemburgo, Cipro, a volte i Paesi Bassi) la palma del paese più ospitale. La commissione irlandese per la protezione dei dati si pronuncia su pochissimi casi, e più dei due terzi delle sue decisioni sono ribaltate dall’Unione europea, anche se l’Irlanda è la sede delle aziende che invadono di più la privacy sul continente. Google e Facebook, quindi, possono permettersi di agire come se godessero dell’immunità rispetto alla legge sulla privacy, perché violano la legge attraverso un’app.

È qui che sarebbe d’aiuto il terzo vincolo: il fai da te. Se non volete che la vostra privacy sia violata, non dovete aspettare che si pronuncino le autorità irlandesi, basta installare il blocco della pubblicità. Più della metà degli utenti su internet lo fa. Ma il web è una piattaforma aperta, sviluppata quando nel settore tecnologico c’erano centinaia di aziende in lotta tra loro, incapaci di influenzare le autorità. Oggi è divorata dalle app, che sono il paradiso della merdificazione. La cosiddetta “cattura normativa” non è solo la capacità di calpestare le regole, ma soprattutto di usare le regole contro gli avversari.


Cory Doctorow è un giornalista e scrittore canadese. Si occupa di diritti digitali e sicurezza informatica. È consulente dell’Electronic Frontier Foundation, un’organizzazione non profit che difende i diritti digitali e la libertà d’espressione su internet. Questo articolo è l’adattamento di un discorso tenuto a gennaio per la Marshall McLuhan lecture all’ambasciata del Canada di Berlino