Sergio Rossi – Banca nazionale svizzera: ma che bei tassi di interesse! Davvero?

Un favore al sistema bancario, nessun effetto sulla nostra vita quotidiana 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Educazione affettiva e censura scolastica

Un favore al sistema bancario, nessun effetto sulla nostra vita quotidiana 

In un “corsivo” pubblicato sulla rivista “Il Cantonetto”, poi ripreso da Naufraghi/e, il professor Stefano Barelli (insegnante di italiano presso il Centro scolastico per le industrie artistiche e libero docente di letteratura e filologia italiana all’Università di Friburgo) riferisce di un caso professionalmente increscioso. 

Ecco i fatti. Lo scorso anno Barelli, insieme a una collega della CSIA, riceve l’incarico di allestire l’esame di maturità specializzata per la Scuola cantonale d’arte. La loro proposta, non diversamente da quanto accade per le altre scuole di maturità, prevede l’analisi di un testo narrativo di riconosciuto valore letterario corredato di un percorso didattico che, dopo l’analisi di aspetti formali e contenutistici, offre agli studenti la possibilità di esprimere delle considerazioni personali sul tema trattato. La nostra scelta – scrive Barelli – è caduta su un racconto del 1957 della scrittrice italo-cubana Alba de Céspedes, La paura. È la vicenda, narrata in prima persona, di una giovane segretaria di umili condizioni e di saldi principî morali, il cui fidanzato è affetto da una morbosa gelosia. Costui, senza la minima prova, la sospetta di tradimento, la minaccia e arriva a percuoterla fino provocarle la fuoriuscita di alcune gocce di sangue dal naso. Il racconto in effetti è un esempio di sensibilità e di umanità: la storia di due ragazzi diciannovenni nel cui rapporto si insinua la gelosia immotivata di lui, la violenza di lui (due schiaffi), e poi i sensi di colpa, i dubbi e la speranza di lei di poterlo redimere. È l’emblema narrativo di una complessità relazionale che spesso caratterizza la relazione amorosa.

Un tema, ne converranno i lettori, di grande attualità: quello delle forme di indebita pressione sulle donne, quello di rapporti affettivi malati, che possono portare a incomprensioni e degenerare in aggessività.

Si consideri che l’esame si indirizzava a giovani adulti, cioè a ragazze e ragazzi con un’età compresa fra i 18 e i 20 anni. E si tenga conto anche degli sforzi che la nostra scuola fa proprio nell’ambito dell’educazione all’affettività, prevista come competenza di base fin dalle scuole dell’obbligo. Dunque, a rigor di logica, una proposta d’esame che si inseriva perfettamente nelle finalità educative perseguite dalla scuola ticinese di ogni ordine e grado.

Eppure… Eppure – scrive ancora Barelli – l’adozione come testo d’esame di questa castigata novella, che all’epoca della sua composizione – gli anni ’50 – avrebbe potuto essere proposta in qualsiasi ordine scolastico (figura infatti in antologie rivolte anche al settore medio), è stata bocciata dall’autorità di vigilanza.

C’è da rimanere basiti. Una commissione di vigilanza che considera il tema della violenza domestica inopportuno perché potrebbe urtare la sensibilità degli studenti e compromettere così l’esame scritto di maturità! A giudizio della stessa “autorità”, meglio sarebbe fondare l’esame su un testo che trasmetta un messaggio “positivo e speranzoso”.

A che pro studiare gli autori della letteratura italiana e internazionale, se non anche per approfondire l’umanità travagliata espressa nei loro testi? Se si dovessero affrontare in classe solo testi che trasmettono un messaggio “positivo e speranzoso” allora dovremmo proibire la lettura di gran parte dei capolavori letterari!

A questo punto spiace dover avanzare un paio di amare considerazioni.

La prima. Chi compone l’“autorità di vigilanza”? In base a quali criteri essa agisce? Quale concezione didattica la anima? Ciò che appare evidente nello sconcertante divieto che abbiamo brevemente richiamato è da un lato l’intervento autoritario e di censura, dall’altro la probabile inadeguatezza pedagogica.

La seconda. Lo sforzo promosso dal DECS negli ultimi 10-15 anni (con la creazione dapprima di di un Gruppo di lavoro per l’educazione sessuale, poi con la pubblicazione di un testo “dedicato ai temi della sessualità e dell’affettività”, infine con l’istituzione di una Commissione per l’educazione affettiva e sessuale nella scuola) come si concilia con tali interventi censori?

C’è un aspetto educativo di cui si è preso viepiù coscienza negli ultimi decenni. Meglio che la scuola affronti apertamente le problematiche psico-sociali piuttosto che nasconderle in un’idealità pudica e moralizzatrice di fatto controproducente. È un principio di sano realismo pedagogico che i membri della “autorità di vigilanza” sembrano ignorare.

Nell’immagine: la classica foglia di fico


Il Male contro Pelicot e l’inimmaginabile

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Di Domenico Quirico, La Stampa

E se il Male, quello scritto in maiuscolo, fosse comprensibile e vero solo per chi l’ha vissuto? Che sia truce cronaca nera o massacri collettivi, guerre feroci o femminicidi, il male inflessibile e senza rimedio è davvero mistero e stupore, sembra incomprensibile per chi se lo trova davanti non collocato in un lontano passato ma come racconto immagine atto giudiziario. Perfino per chi ci viveva accanto o aveva tutti gli strumenti per capire cosa stava accadendo. Quando si materializza in quello che è, cieco dolore e ineffabile vergogna per l’uomo, per ogni uomo, allora la frase è: non potevamo immaginarlo.

Come non pensare agli orribili stupri di Mazan, ai parenti della vittima, che sostengono: «Non potevamo immaginare l’inimmaginabile». Eppure il male non è costituito da insormontabili parole ma da atti, gesti, eventi che quando sono compiuti da popoli interi, diventano e si chiamano Storia. Quante volte ci siamo scusati di non aver fatto nulla davanti agli orrori del presente dicendo che non potevamo immaginare l’inimmaginabile?

Sì. Personalizzo. Da trent’anni quel Male lo attraverso in diversi luoghi del mondo con l’ansia di stupirmi e lo cerco per guardarlo negli occhi e costringerlo a svelare il suo volto duro, fosco; e quando torno e racconto mi accorgo che la gente mi guarda, educata, perplessa, dubbiosa e si vede che sospetta le tinte fosche del romanzo, la tentazione del “grand guignol” («dai non è possibile… gli uomini non possono far questo… succedono queste cose oggi?»). Allora pensi che sei come le vittime, totalmente solo, e sei come loro costretto a inchiodare i denti, il grido, lo strazio e il dolore. E che il mondo è davvero diviso in tre parti, i carnefici, le vittime e gli spettatori; e questi ultimi sono gli unici che hanno la possibilità di ritrarsi. E se il trucco del Male, la sua grande astuzia, fosse proprio la nostra infinita, perversa mancanza di immaginazione? Ci vorrebbero dunque parole incandescenti. Ma chi le possiede?

Ho raccontato di un uomo che ho conosciuto in Siria, un ribelle: un guerrigliero, si sarebbe detto una volta. Uccidere era la sua maledizione e la sua vita. Non solo uccidere. Spiegava che ciò che è importante è uccidere infliggendo dolore, prolungando il dolore: «una raffica di mitra il coltello che straccia la gola… troppo facile, un attimo non c’è tempo per soffrire fino in fondo».

E così spiegava, con esempi, come avesse negli anni costruito una sua tecnica per prolungare la sofferenza fisica, un modo per moltiplicare la tortura mantenendo la vittima viva e soprattutto capace ad ogni secondo di provare la totalità del male che gli veniva inferto.

Quell’uomo non appartiene forse integralmente al terzo millennio come i tranquilli aguzzini di Mazan? Quanti uomini come lui erano addetti alla fabbrica dell’olocausto, hanno scavalcato il confine israeliano il 7 ottobre per assalire i kibbutz o guidavano un plotone di soldati a My Lai o a Bucha o purificavano a marce forzate il mondo in lugubri pastrani a Phnom Penh e a Raqqa?

Eppure chi mi ascolta pensa che sia ‘”l’inimmaginabile’’, che il record che si vantava di tenere in vita per una settimana la sua fascia di ossa muscoli nervi e dolore, fosse in quanto tale fuori di noi, che ci esentasse dalla colpa di averlo visto e accettato. L’orrore che è parte dell’uomo e porta la sua inconfondibile firma è l’eterno assente, l’invitato che non invitiamo, il vuoto che non riempiamo. È una omissione e tuttavia è sempre presente. E il nostro segreto, la nostra omertà, e il nostro rimorso. A che punto è la notte, chiedeva il profeta di Giudea.

Basta abbassare le palpebre perché l’orrore ti prenda in pugno e ti porti indietro. Là, niente è cambiato. Esiste un livello di esistenza e di violenza in cui nulla cambia mai.Il mio miliziano mi è tornato in mente in questi giorni di svolta in Siria, per il fiume di racconti che trasbonda dalla prigione degli Assad vicino a Damasco. I sopravvissuti estratti dalla notte raccontano le torture subite, la fantasia sadica in cui nelle celle si esercitava l’infinita manualistica dei torturatori. Ecco che spunta l’inimmaginabile: tutto viene raccontato come se fosse un mostruoso segreto che solo la caduta del regime ha portato alla luce, ci si stupisce, si inorridisce. Eppure queste storie terribili sono tragicamente vecchie, raccontate, minuziosamente, ogni tortura e ogni infamia, fin ai tempi del padre di Bashar Assad, mezzo secolo fa. Nel silenzio. Forse che non potevamo immaginare l’inimmaginabile? «Alcuni di coloro che erano passati da quel carcere li ho conosciuti, combattevano contro il regime, era il loro momento di prendersi la rivincita: le torture che ora infliggiamo agli uomini di Bashar che prendiamo prigionieri le abbiamo imparate lì: è niente perdere una vita in Siria, è una cosa normale, questo è il nostro mondo, siamo morti e poi siamo resuscitati… non ci credi, non mi capisci’». Poi ho capito.

Viviamo nel secolo delle pulizie etniche, dei Campi di rifugiati, degli stermini e della “murder story”. Ma tutto funziona come se il Male non esistesse, tutto l’abolisce, i discorsi dei politici, la pubblicità l’allegria a basso costo. Non potevamo immaginare che… Ma poi spuntano luoghi e storie dove emergono uomini il cui talento è uccidere e sono dannatamente bravi a farlo, sagomati da questo orrore cocente. Uno di questi uomini mi ha raccontato che un tempo aveva un cane e si divertiva a fargli del male, a sentirlo guaire. Non era pazzo, mi spiegò, era solo il modo con cui tentava di far pagare a quel povero animale il tormento che aveva dentro. Portava negli occhi l’inimmaginabile.


Caso Cognetti. Le parole che salvano dalla solitudine della follia

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Di Umberto Galimberti, La Repubblica

Paolo Cognetti, 46 anni, vincitore del Premio Strega nel 2017 con Le otto montagne, e sugli schermi cinematografici in queste festività con Fiore mio, ieri ha rilasciato a Repubblica una lunga intervista che prende le mosse dalle sue dimissioni dal reparto psichiatrico dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano, dove dice che: “Le malattie nervose non devono essere una vergogna da nascondere, perché la risalita incomincia proprio accettando chi realmente si è”.

E qui abbiamo un primo messaggio davvero importante, perché sia la malattia, soprattutto quella mentale, sia la povertà tendono a nascondersi per vergogna, per pudore, o semplicemente per evitare quel diradamento delle relazioni sociali che spesso si verifica per chi è caduto in povertà o per chi è precipitato nell’abisso della depressione. Ma più della povertà, che emerge solo come statistica, più della malattia fisica che solo oggi comincia ad essere comunicata e raccontata, è la follia ad essere relegata nella solitudine di chi la soffre, perché la sua vista inquieta, e così passa inosservata a colpi di rimozione percettiva, visiva, linguistica. Paolo Cognetti nella sua intervista rompe questo tabù e, da scrittore qual è, affonda il suo sguardo in quel disarticolarsi del linguaggio dove, abolito ogni senso, tutto cade nell’insignificanza, per cui «il bosco è solo un bosco, l’albero è solo un albero» che più non rinviano a un’ispirazione folgorante, a una narrazione seduttiva, a un’ulteriorità di senso, ma solo alla disperazione del linguaggio che più non trova le parole per dirsi. Terrorizzato dal silenzio della depressione che soffoca quel grido taciuto, anche perché nessuno è disposto ad ascoltarlo, il depresso non riesce in alcun modo a far conoscere la condizione in cui viene a trovarsi l’uomo quando precipita in quel deserto caratterizzato dall’insignificanza di tutte le cose, dove il passato vive solo di ricordi che non hanno nulla a cui riaccordarsi, il presente annuncia solo creatività estinte sul loro nascere, mentre il futuro mostra solo quell’altra faccia della verità, la più minacciosa, che è l’insignificanza dell’esistere.

È a questo punto che Paolo Cognetti non crede più, lui narratore, nella parola che danza sull’insensatezza della vita, e tantomeno che sia reperibile una formazione di senso laggiù ai confini del deserto. Ma proprio quando all’orizzonte si profila la tentazione del gesto estremo, Paolo Cognetti accetta la decisione medica del trattamento sanitario obbligatorio. Sappiamo che la depressione, non si sa se per effetto farmacologico o per la sottostante natura bipolare del depresso, può capovolgersi nel suo contrario e tradursi in comportamenti maniacali, dove passato e futuro si cancellano nell’euforia dell’assoluto presente, senza memoria e senza progetto cancellati nell’istantaneità del momento, a sua volta caratterizzato da una tonalità gioiosa in cui si celebra la vittoria delle pulsioni sulle inibizioni e ogni sorta di difficoltà, sia logica sia reale, è cancellata da un esaltato ottimismo.

«Nel suo ottimismo – scrive il più grande psicopatologo del Novecento Karl Jaspers – le cose, il mondo, l’avvenire appaiono nella luce più rosea. Tutto è splendido, tutto raggiunge la massima felicità possibile» e le pulsioni trovano la loro espressione senza limiti di sorta. Infatti, scrive Cognetti: «Nellefasi maniacali si può perdere il senso del pudore o quello del denaro. Io ho inviato ad amici immagini di me nudo e ho regalato in giro un sacco di soldi». Il maniaco, infatti, vive la libertà di una spensieratezza sfrenata, caratterizzata da un’assoluta mancanza di riguardo nei confronti degli altri, non perché li disprezza, ma perché nella sua iperattività esuberante fino all’esaltazione non si sente oppresso da alcuna problematica.

Non dobbiamo considerare la follia come una prerogativa dei folli, sigillata nell’incoerenza dei loro sentimenti e nell’insensatezza dei loro pensieri. La follia ci abita: e ogni notte fa la sua comparsa nel teatro dei sogni, dove non funziona il principio di non contraddizione, dove spesso l’effetto produce la causa, dove lo spazio e il tempo perdono la loro ordinata dimensione e successione, perché un sogno può iniziare a New York e concludersi nell’Impero romano.

È la follia, ma non è la follia dei poeti protetti da quelle divinità, le Muse, che dettano quel che il poeta deve dire. Così almeno ci riferisce Pindaro che si definiva “profeta”, uno che dava voce alle parole del dio che, in condizioni di “entusiasmo” – parola greca che significa che dentro (en) di te c’è un dio (theós) – ti ispira se appena scendi nella tua follia, da cui dipende ogni forma di creatività.

Ma scendere nella propria follia può anche essere pericoloso, e per questo Heidegger scrive: «I poeti sono i più arrischianti», e Jaspers dal canto suo: «Ogni volta che ammiriamo un’opera d’arte ci comportiamo come quando ammiriamo una perla, dimenticando che la perla è la malattia della conchiglia. E senza la schizofrenia dell’autore, quell’opera non sarebbe mai nata». Paolo Cognetti ha sperimentato sia l’arte narrativa sia la follia, confermando quello che lo psichiatra Eugenio Borgna diceva: «La follia è la sorella sfortunata delle poesia». Di questa inseparabile connessione Paolo Cognetti ne è perfettamente consapevole là dove dice nell’intervista rilasciata a Repubblica: «Depressione e disagio psichico sono un fiume carsico in piena, negato e ignorato per accreditare l’idillio di una società felice. Siamo obbligati ad apparire sani, forti e colmi di gioia. Io però sono uno scrittore: per me è tempo di alzare il velo che nasconde il dolore».

Cognetti viveva buona parte dell’anno in montagna, ma poi dice che quando ha incominciato a scrivere, l’umanità della montagna lo ha respinto. Non era più come gli altri e d’altra parte «da soli non si vive». E allora bene le cure mediche, ma non bastano perché: «Sei vivo, ma è come se fossi morto». A curare e a guarire è quell’altra follia che Platone nel Fedro chiamava Amore, a proposito del quale diceva: «I doni più grandi ci vengono dalla follia, naturalmente data per dono divino». E, dopo aver illustrato la follia poetica, Platone ci introduce nella «follia più eccelsa, la più divina, la follia di Amore» che Cognetti conosce bene, altrimenti non direbbe: «Non si deve mai rinunciare all’amore, che non ritorna». Custodiamo questo mistero che intreccia creatività, follia e amore. Il loro nesso è indissolubile.

Nell’immagine: Paolo Cognetti


Morire in solitudine, un’epidemia sociale

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Di Martina Frei, Infosperber

Nell’agosto 2024, un’impresa di pulizie è arrivata in un appartamento disordinato di Kyoto. Mentre pulivano il pavimento, hanno scoperto uno scheletro coperto da coperte. In un primo momento, la squadra di pulizia ha pensato che si trattasse di un modello per scopi medici. Poi si è scoperto che si trattava dell’ex inquilino. La famiglia ne aveva denunciato la scomparsa circa dieci anni prima.

Questa macabra scoperta è esemplare di un problema sempre più diffuso in Giappone: il “Kodokushi”, o morte solitaria.

“In Giappone, una società sociale, morire da soli è considerato uno dei modi peggiori per morire. Il modo in cui i media parlano del Kodokushi mostra la paura e l’ansia associate alla morte in solitudine in Giappone. È vista come un’epidemia sociale”, ha dichiarato a The Lancet Chikako Ozawa-de Silva, professore di antropologia alla Emory University di Atlanta. La rivista ha riferito dei decessi in solitudine in Giappone alla fine di novembre.

Morti in appartamento da più di un anno

Si tratta del primo rapporto nazionale sul “Kodokushi”, che ne quantifica approssimativamente l’entità: Nella prima metà del 2024, 37.227 persone che vivevano da sole sono state trovate morte nelle loro case in Giappone. 130 di queste si trovavano lì da più di un anno, 4.000 sono state trovate solo più di un mese dopo la morte e il 40% è stato trovato entro un giorno.

Con oltre 1,5 milioni di morti all’anno in Giappone, le morti “Kodokushi” rappresentano circa il 4,8% dei decessi – e la tendenza è in aumento. Tre quarti delle persone morte da sole avevano più di 65 anni.

Ozawa-de Silva prevede che il fenomeno aumenterà a causa dei bassi tassi di matrimonio e di natalità. I più giovani rimanderanno il matrimonio o rinunceranno ad avere figli, in parte per motivi economici, riporta il Japan Times. Quando saranno anziani ci saranno ancora meno parenti di adesso a prendersi cura di loro.

Grande carenza di badanti

Si stima che entro il 2050 in Giappone una famiglia su cinque sarà composta da un solo anziano. 10,8 milioni di anziani vivranno quindi da soli.

Sia nelle aree rurali che in quelle urbane, la solitudine è aumentata, soprattutto tra gli anziani. Le loro famiglie spesso vivono lontano. Secondo “The Lancet”, la carenza di badanti è “schiacciante”. Il Ministero del Welfare giapponese stima che il Paese sarà a corto di circa 570.000 badanti entro il 2040, in parte a causa del crescente invecchiamento della società.

Secondo The Lancet, inoltre, molte persone anziane e sole sono riluttanti a chiedere aiuto. Questo perché i parenti verrebbero informati e i costi di assistenza per i loro parenti anziani verrebbero scaricati su di loro.

La società si aspetta un “Invecchiamento responsabile”

A ciò si aggiunge il crescente discorso pubblico sull’“invecchiamento responsabile”, con il quale le persone sono incoraggiate ad assumersi la responsabilità della propria salute, dell’assistenza e persino dei preparativi per la fine della vita, piuttosto che lasciare un peso alla famiglia o allo Stato. “Si tratta di un’enorme pressione sociale”, scrive ‘The Lancet’ citando il professore assistente Jieun Kim dell’Università di Leeds.

Le autorità giapponesi stanno cercando di fare qualcosa contro le morti solitarie, ad esempio con sistemi di monitoraggio installati nelle case delle persone o con assistenti volontari che visitano gli anziani a casa. Tuttavia, questi progetti non sempre hanno successo: nella città di Yokohama, ad esempio, gli assistenti si sono adoperati per garantire che i disoccupati e i senzatetto trovassero rifugio in stanze più piccole di cinque metri quadrati. Lì si sentivano soli e isolati. “Avevano un tetto sopra la testa, ma molti sono morti in queste stanze singole”, dice Kim. “Sono stati scoperti solo dopo la loro morte”.

Nell’immagine: una scena da “La ballata di Narayama“, di Shōhei Imamura (1983)


Da quando e come l’Europa pensa alle armi e verso quale sbocco

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Il riarmo in Europa è iniziato prima della guerra in Ucraina. Esattamente nel 2014, all’indomani dell’annessione russa della Crimea. In quell’anno il vertice Nato in Galles si conclude con una dichiarazione con cui si stabilisce l’obiettivo di mettere fine alla riduzione delle spese militari.

Il vento comincia a cambiare ma nessuno se ne rende conto.

I giovani sono ancora frastornati dall’allargamento a est dell’Unione europea, la Guerra fredda è terminata da oltre 15 anni, in quasi tutti gli stati europei la leva obbligatoria è stata abolita. La via della pace è segnata, la guerra relegata ai libri di scuola e per i più fortunati ai ricordi dei nonni.

Quanto avviene in Ucraina negli anni che precedono l’operazione speciale di Putin non desta la nostra preoccupazione, sulla stampa se ne parla poco, svilite a scaramucce le operazioni belliche nel cuore del Vecchio continente gettano però ufficialmente il ponte verso il riarmo.

I dati di uno studio realizzato per “Sbilanciamoci” e “Greenpeace”, coordinato da Mario Pianta, che vede tra i suoi autori Chiara Bonaiuti, Marco Stamegna, Paolo Maranzano, confermano l’allarme. Nel 2023, i paesi dell’Unione europea, membri della Nato, hanno eguagliato come spesa militare il Pil del Portogallo (208 miliardi quest’ultimo, 215 miliardi la spesa militare Nato). Ma non è tutto. I Paesi dell’Unione dei 27, sempre anche membri del Patto atlantico, nel 2014 avevano una spesa militare pari a 145 miliardi di euro, passata a 215 miliardi nel 2023, un aumento del 46% in dieci anni.

Incremento avvenuto in anni difficili per le finanze del mondo occidentale e che ha comportato tagli di altre voci di spesa pubblica, come sanità, istruzione, protezione ambientale. La spesa pubblica totale è aumentata in termini reali del 20% (circa il 2% annuo in media), con incrementi più contenuti nelle spese per l’istruzione (+12%) e per la protezione ambientale (+10) mentre una crescita più importante si è registrata per la spesa sanitaria (+34%).

Due Paesi come Germania e Italia, che nella loro Costituzione postbellica includono un articolo che vieta la guerra offensiva, in dieci anni hanno visto aumenti esponenziali delle spese militari: la Germania è passata da 36 a 51 miliardi di euro (+42%), l’Italia da 20 a 26 miliardi di euro (+26%). Lo studio prende in considerazione anche la Spagna passata da 10 a 15 miliardi di euro (+59%). In media, nel 2023 ogni cittadino dei paesi Nato, e membri anche dell’Ue, ha pagato per le spese militari 508€ rispetto ai 330€ del 2013 e più precisamente la spesa militare pro-capite è stata pari a 581€ per i cittadini tedeschi, 436€ per gli italiani e 317€ euro per gli spagnoli.

Lo studio si è inoltre servito del modello Input-Output, elaborato dal premio Nobel Wassily Leontief, per stimare le variazioni nella produzione e nell’occupazione nazionale generate da una determinata spesa iniziale, investimento in conto capitale. Il risultato non ci porta lontano. Nel medio lungo periodo le spese militari hanno alcuni vantaggi dovuti all’alta intensità di capitale, alla quota relativamente più alta di spese per ricerca e sviluppo e alla certezza e continuità dei versamenti statali.

“Tuttavia, parte di questi vantaggi si perdono per le caratteristiche particolari del mercato delle armi chiamato monopsonistico, dove c’è un unico acquirente, lo stato, e pochi venditori (si tratta di un mercato molto concentrato) e dove spesso la domanda non la fa il mercato ma viene stabilita da chi offre armamenti. Ciò fa sì che spesso il costo degli armamenti possa lievitare nel corso degli anni, per cui un bullone di un aereo militare può costare molto di più del bullone di un aereo civile”.

Lo studio giudica in modo inequivocabile gli investimenti in armi, la crescita economica è  minore, cresce meno l’occupazione e si tagliano gli investimenti volti a garantire la crescita e la consapevolezza di un cittadino, il suo benessere nonché la sua salute.

Non basta. La domanda che segue spontanea è: che ce ne facciamo degli arsenali pieni? A questo proposito viene in mente il fucile di Čechov, principio narrativo che calza a pennello. Anton Čechov diceva ai giovani drammaturghi che se nel primo atto di una pièce teatrale c’è un fucile appeso al muro, questo prima o poi dovrà sparare.

Ora, l’Unione dei 27 si prepara a questo? A combattere? A entrare in guerra? Potrebbe succedere, forse non proprio come entità politica, ma i singoli stati membri potrebbero chiedere ai propri giovani di andare a combattere. Nata sull’onda dello choc della Seconda guerra mondiale, con appendice nucleare, l’Unione europea ha garantito la stabilità sul Vecchio continente. Che si creda a no a questa vulgata, così è stato.

Chiara Bonaiuti ricorda che alcuni rappresentanti delle istituzioni europee hanno salutato positivamente il “risveglio geopolitico” dell’Europa che è finalmente in grado di parlare il linguaggio del potere. Per poi ricordarci quanto sosteneva lo storico Edward Palmer Thompson: la preparazione alla guerra ha come esito la guerra nucleare. In realtà la nuova corsa agli armamenti ha generato una qualità di armi che potrebbero spingerci ben oltre la soglia della terza guerra mondiale. Scenari catastrofici impensabili.

Vogliamo veramente questo? Forse siamo ancora in tempo per cambiare direzione.

Nell’immagine: stima del numero di testate atomiche nel mondo (2024)


Il triangolo, il livello, il business… e il Ticino

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“Il triangolo del sesso 1991-2012. La via ticinese alla prostituzione”: un ottimo servizio televisivo di Lorenzo Mammone, in “Edizione straordinaria: quando la cronaca diventa storia” (titolo della sinora riuscita rubrica del lunedì sera dei due Lorenzo, Buccella e Mammone) .

Ottimo per il coraggio nella scelta del tema, considerate anche le  chiare e innegabili implicazioni “politiche” ancora sussistenti; per la meticolosa ricostruzione storica o inchiesta che non dovrebbe lasciar dubbi nel telespettatore, grazie anche alle interviste ancora ottenute; per l’accuratezza (e si potrebbe anche dire l’intelligenza) nelle immagini di copertura o nella ricerca e nel ricupero di immagini  per un soggetto che, per tutte le implicazioni  che  comporta, non era certamente facile.

Con il raggiungimento – bisogna pur dirlo – di un vero “servizio” pubblico, non solo nel senso di informazione. Anche in quello di formazione o, diremmo, di “pedagogia” sociale o di autoanalisi socio-comportamentale. Che solo una televisione “pubblica”, rettamente intesa e impostata, può (e  forse deve anche)offrire.

Ci sono due interviste passate nel servizio che meritano particolare rilievo e attenzione poiché sono la sintesi – storica, sociale, economica, civile, etica – del Ticino dell’ultimo mezzo secolo: l’una politicamente autorevole di rilievo storico-critico; l’altra di pacchiana conferma, ma di autentica contabile conferma.

L’una è dell’ex-consigliere di stato Luigi Pedrazzini: “Siamo un Paese che è troppo accondiscendente verso atteggiamenti facilmente redditizi (vale per la prostituzione come potrebbe valere per le rendite immobiliari o per la canapa); purtroppo siamo a rischio di abbassare il livello etico dei nostri comportamenti quando vediamo dei grandi profitti”.

L’altra è la semplice conferma  dell’intervista  precedente. Ed è quella rilasciata da chi è stato definito “il guru” dell’affare prostitutivo (quello che lui stesso, rifugiatosi poi in Spagna perché scocciato dalla “legalità” (burocrazia?) tornata  in Ticino, definisce il “business”, termine divenuto ormai dialettale): “Metti la media di 50 ragazze, 150 franchi, fanno 7.500; metti il bar, una media di 120 mila al mese, che cosa fa? 300/400 mila franchi, fine dell’anno 4 milioni e 800; tira via le spese, tira via tutto, il padrone dello stabile si mette in tasca ¾ della fetta e un quarto era il mio. Punto. Non avete tutti un’idea di come è il business…”

Nell’immagine: un fotogramma dal servizio televisivo


Il ruolo del Ticino negli Anni di piombo tra armi, arresti e rifugi

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Lorenzo Mammone e Lorenzo Buccella, tvsvizzera.it

Il segnale è la donna che attraversa la strada e fa frenare per un momento le macchine che stanno passando in strada. Dopodiché parte l’agguato. Con tutta la sua concitazione. Le auto bloccate, le urla, le armi spianate, l’uccisione degli uomini della scorta e il rapimento di Aldo Moro.

Sono passati solo pochi minuti dalle nove del mattino del 16 marzo 1978 e in via Fani, a Roma, si consuma uno degli attentati più drammatici della storia recente. A metterlo fisicamente in azione, è un commando delle Brigate Rosse. Una decina di persone.

In più occasioni le Brigate Rosse hanno usato armi svizzere

Tra queste, ce n’è una che aveva il compito di chiudere la via di fuga alle spalle con una Fiat 128. Un uomo che rimarrà per tanti anni latitante salvo poi risbucare a sorpresa in Ticino esattamente dieci anni dopo. Solo che nel frattempo ha cambiato cognome. Ora non è più Alvaro Lojacono, ma si fa chiamare Alvaro Baragiola e nel frattempo è pure diventato svizzero di nazionalità.

Ma che i legami tra la Svizzera e la stagione della lotta armata italiana non si riducano a una sola singola individualità, lo testimoniano altre scoperte venute a galla nel corso degli anni. In più occasioni, infatti, le BR hanno usato armi svizzere. A certificarlo, il ritrovamento di granate e di fucili in tanti covi clandestini, tra cui anche quello storico di via Gradoli che ha fatto da rifugio a terroristi del calibro di Mario Moretti e Barbara Balzerani durante i giorni del sequestro Moro.

[link al video]

In realtà, però, questo commercio di armi con la Svizzera italiana non è qualcosa di estemporaneo, visto che risale indietro nel tempo, quando anche l’idea di una lotta armata era ancora agli albori. Non a caso, è proprio in Ticino che avviene il primo grande furto di munizioni. Più precisamente a Ponte Brolla, vicino a Locarno, dove nella notte del 16 novembre del 1972 viene svaligiato un deposito militare. A trafugare un intero arsenale di bombe e mine, grazie anche all’aiuto di alcuni militanti ticinesi, è un piccolo gruppo di persone, legate a Potere Operaio.

Tra queste, spicca la figura di Valerio Morucci che sei anni dopo sarà una pedina fondamentale del commando terrorista di via Fani. Morucci che sempre in Ticino conosce il suo primo arresto, solo qualche mese prima, a Chiasso, fermato dalla polizia mentre tenta di nascondere un fucile d’assalto smontato nelle sue principali componenti nel bagno di un treno diretto in Italia.

Ticino, arsenale per i terroristi

Del resto, in quegli inizi di anni Settanta, per i militanti ed estremisti italiani il Ticino si stava già configurando come una base ideale per recuperare armi, vista la facilità con cui si potevano fare acquisti nelle armerie ticinesi oppure, senza nemmeno ricorrere al denaro, rubare i fucili militari che ogni svizzero possiede e che molto spesso venivano lasciati incustoditi nelle proprie cantine.

Tanto più che il territorio era facilmente raggiungibile attraverso i sentieri del contrabbando che garantivano entrate e uscite clandestine. Sia per chi stava scappando dall’Italia perché ricercato, sia per chi ambiva ad ampliare i collegamenti e le reti solidarietà tra gruppi militanti italiani e il resto d’Europa.

Ma come si era arrivati fin qui, a questa deriva armata? Perché se tutto era nato dall’onda del Sessantotto chi ne aveva tradito lo spirito? Solo pochi anni prima, i giovani erano entrati per la prima volta sul palcoscenico della storia, mettendo in moto un movimento di contestazione molto più vasto che aveva inneggiato a pace, amore e libertà. Una protesta che partendo dal rifiuto della guerra di Vietnam si era cementata nella volontà di imprimere un cambiamento in tutti i campi della vita quotidiana: da quello politico a quello sociale, passando per i costumi e la rivoluzione sessuale. Una lunga ondata che aveva compattato per contagio tutte le nuove generazioni a livello mondiale. E anche la Svizzera italiana non poteva rimanerne estranea.

Tutto inizia con il Sessantotto

D’altronde, se gli scontri al concerto dei Rolling Stones nell’aprile del 1967 sono sempre stati considerati il detonatore del Sessantotto in Svizzera, l’occupazione dell’Aula 20 alla Scuola Magistrale di Locarno nel marzo del 1968 è l’evento che accende la miccia. Una manciata di giorni di protesta per chiedere una riforma dell’insegnamento e il coinvolgimento nella gestione della scuola. E che il contagio sia immediato lo testimonia quello che succede anche in altri istituti ticinesi poco dopo, come il Liceo di Lugano, creando un vero e proprio collante generazionale sempre più voglioso di far sentire la propria voce.

Ma se le discussioni in Ticino restano infervorate, il clima non arriva mai a surriscaldarsi come avviene in Italia, dove a esasperare gli animi intervengono eventi traumatici come la strage di piazza Fontana del 1969, la madre di tutti gli attentati terroristici orditi dall’estrema destra a cui si aggiunge il sospetto diffuso di un aiuto da parte dello stato attraverso servizi segreti deviati.

Come se non bastasse, esattamente un anno dopo, nel dicembre del 1970, il tentativo di golpe di Junio Valerio Borghese rilancia con prepotenza il timore che l’Italia sia ormai a un passo da una svolta autoritaria.

La paura di un imminente colpo di stato di destra spinge così alcune frange del movimento studentesco verso una reazione da lotta armata. Tanto più che nel contesto internazionale di allora, altri paesi vivevano sotto la stessa stretta, dalla Grecia dei Colonelli alla Spagna di Franco fino al Portogallo di Salazar.

Rifugio in Ticino

E di conseguenza anche dalla prospettiva defilata del Ticino, i militanti della sinistra extraparlamentare guardavano con apprensione e solidarietà alla situazione dei “compagni” italiani. Non potendo contare su una classe operaia da convogliare nella battaglia sul proprio terreno, il loro attivismo, da un punto di vista pratico, si trasforma in azioni di supporto.

È in quel periodo, infatti, che in Svizzera trovano appoggio e protezione, personalità come Toni Negri, il professore di Padova, fondatore di potere Operaio così come Giangiacomo Feltrinelli, l’editore che nel 1972 muore cercando di far saltare in aria un traliccio a Segrate. Eppure, è ancora una volta un evento che capita in Ticino a imprimere un cambio nel corso della storia, perché nel 1976 viene arrestato quello che sulle prime sembra solo un poco conosciuto militante di Autonomia operaia, Carlo Fioroni. Il fermo scatta proprio mentre stava cercando di cambiare in banca 67 milioni di lire, parte del riscatto pagato alle BR da un noto industriale italiano per la liberazione del figlio, nel frattempo già morto per una dose eccessiva di cloroformio iniettatagli al momento del rapimento.

Fioroni, il primo pentito

Lì, l’inaspettato punto di svolta, perché dopo l’arresto e l’estradizione in Italia, Fioroni inizia a collaborare con gli inquirenti e diventa a tutti gli effetti il primo “pentito” che svela i retroscena sull’organizzazione dei gruppi legati alla lotta armata. Ed è proprio a partire da queste spifferate che il magistrato Pietro Calogero comincia a elaborare quel teorema che prenderà il suo nome, il teorema Calogero, un atto di accusa che ingloba nella responsabilità globale della lotta armata tutti quelli gravitano in maniera attiva intorno alla sinistra extraparlamentare, compresi professori universitari, intellettuali, fino ad arrivare ai legami con gli aiutanti e simpatizzanti della Svizzera italiana.

Così, quando si giunge al famoso processo del 7 aprile del 1979, oltre a tante figure di primo piano come Toni Negri, sotto la lente della giustizia italiana finisce anche un insegnante di Locarno, accusato di aver aiutato quattro brigatisti a espatriare clandestinamente vicino al valico di Dirinella. I quattro erano in fuga per aver ucciso a sangue freddo ad Argelato, nei pressi di Bologna, un brigadiere dei carabinieri.

Un tassello da cui poi gli inquirenti riescono a ricostruire il puzzle dei collegamenti, tanto che nel mirino dei giudici oltre all’insegnante finiscono anche un suo collega di Bellinzona, un disegnatore edile di Locarno, un contabile di Muralto e un architetto grigionese.

E se la giustizia italiana emette i suoi verdetti in contumacia e senza sconti (tutti condannati, da un minimo di otto mesi fino a due anni e mezzo di reclusione), per quella svizzera bisogna aspettare il 1981 perché si celebri un processo a Bellinzona in cui venga passata al vaglio la rete di aiuti fornita dal gruppo di militanti ticinesi, a partire dal primissimo furto di armi a Ponte Brolla del 1972, in cui – si scopre adesso – è coinvolto anche lo stesso insegnante di Locarno. Un modo, insomma, con cui la Svizzera intende chiudere i conti con quella stagione piena di ombre, mettendosi alle spalle il passato. E invece, ben sette anni dopo, in un contesto ormai radicalmente cambiato, quasi senza alcun preavviso, succede qualcosa di difficilmente immaginabile.

L’arresto di Lojacono

È l’8 giugno 1988. Una sera come tante altre, se non fosse che fuori da un ristorante nel centro di Lugano una pattuglia di poliziotti in borghese inizia ad appostarsi. L’attesa dura il tempo di una cena, perché poi non appena quattro persone si affacciano per uscire dal locale scatta l’arresto. A finire in manette, il latitante Alvaro Lojacono, un uomo ricercato con un mandato di cattura internazionale in mezzo mondo che ormai da due anni conduceva una vita normale in Ticino. E questo per via della nuova nazionalità svizzera, acquisita con procedura agevolata grazie alla madre, attinente di Muggio, che in quel momento vive con lui a Castelrotto in una villa dell’800 appartenuta all’ex consigliere di stato Giovanni Rossi. Ma non solo, dopo il passaporto, Alvaro cambia anche cognome, facendo espressa richiesta per poter venir chiamato solo con quello materno: Baragiola.

Da Lojacono a Baragiola con il passaporto svizzero

Un cambio di vita che è stato possibile solo per la svista un po’ clamorosa di una funzionaria del Dipartimento di polizia che non s’accorge della sua condizione di ricercato di fronte alle richieste amministrative. Fatto sta che l’ex brigatista Lojacono si ritrova di colpo con una fedina penale svizzera pulita, tanto che riesce persino a farsi assumere come animatore nella nascente Rete tre, la nuova radio creata dall’allora RTSI proprio all’inizio del 1988. Tanto più che in quel contesto Alvaro Baragiola si fa apprezzare come brillante giocologo, diventando una sorta di punto di riferimento per i giovani della redazione appena costituita.

Non a caso, lo stupore diventa ancor più scioccante quando, dopo l’arresto, a poco a poco viene alla luce il passato di Alvaro. Già condannato in Italia a 16 anni per l’omicidio di uno studente greco di destra e all’ergastolo per l’uccisione dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione, durante il processo Moro Ter si scopre la sua partecipazione diretta nel sequestro dello statista democristiano: lui era nel commando di via Fani con l’incarico di chiudere la strada e coprire le spalle ai brigatisti che stavano uccidendo i cinque membri della scorta.

Rivelazioni che non possono non provocare anche in Ticino uno scossone politico istituzionale, visto che nella villa di Castelrotto dei Baragiola qualche tempo prima si era tenuta persino una visita ufficiale del governo argoviese, alla presenza di tutti i consiglieri di Stato ticinesi e dello stesso Alvaro. Circostanze che finiscono per alimentare sospetti e accuse di connivenze, vista la lunga serie di coincidenze innescata dalla “svista” che ha permesso l’ottenimento del passaporto svizzero. Lo stesso passaporto che ora diventa l’ostacolo che impedisce l’estradizione richiesta a gran voce dall’Italia.

Dodici anni di carcere effettivo

Alvaro Baragiola è a tutti gli effetti cittadino svizzero e in Svizzera deve essere processato. Cosa che avviene, solo in merito all’omicidio Tartaglione, a Lugano l’anno successivo, nel 1989, in un clima di grande tensione, vista la presenza e le testimonianze di ex-brigatisti pentiti. Al momento della sentenza, però, nessun colpo di scena. La condanna è una pena all’ergastolo, ridotta a 17 anni in appello, mentre 12 saranno gli anni effettivi passati nel carcere della Stampa a Lugano.

Quando poi Baragiola uscirà di prigione, troverà una seconda vita nella Svizzera romanda, senza mai ritrattare pubblicamente nulla rispetto al suo passato. Una strada diversa da chi come Franco Bonisoli invece si è fatto portavoce di quel processo di giustizia riparativa che per allacciare un legame tra vittime e carnefici, cercando di suturare ferite che attraversando per il lungo tutta la stagione degli anni di piombo. E vedere lui che è stato il brigatista che ha sparato più colpi in via Fani seduto accanto alla figlia di Aldo Moro, Agnese, diventa un modo per tentare di ridare un senso a una storia che altrimenti ne sarebbe totalmente sprovvista.

Nell’immagine: Via Fani, Roma, 16 marzo 1978


Ridateci i “conti zii” e i “padri molto reverendi”!

Un favore al sistema bancario, nessun effetto sulla nostra vita quotidiana 

“Veda vostra paternità: son cose… da definirsi fra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo… si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagatella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il bandolo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire”.

Saranno in molti (spero) a ricordare questa splendida pagina dei “Promessi Sposi” in cui Manzoni narra il colloquio fra il “conte zio” e il padre provinciale dei frati Cappuccini relativo agli screzi fra il nipote scapestrato Rodrigo e padre Cristoforo. In quelle poche righe è racchiusa tutta una “filosofia”, vi è dipinto un modo di trattare gli “affari” (le questioni private esattamente come quelle pubbliche) durato secoli, su su sino a tutto il Novecento.

“Son cose che facciamo tra di noi – dice ancora il protagonista dell’incontro – e tra di noi hanno a rimanere”. 

Venticinque anni fa, facendo riferimento a questa stessa citazione manzoniana, mi chiedevo, in un editoriale apparso sul “Corriere del Ticino”, quanti personaggi capaci di dialogare fra loro in questo modo (e con effetti non sempre disprezzabili sul piano della concretezza) abbia conosciuto il Ticino nel corso della sua storia. Certamente a sufficienza – rispondevo – per garantire a lungo al Paese stabilità e tranquillità, per rassicurare la gente che tutto andava in fondo nel migliore dei modi possibili, che il rispetto di certi essenziali principi era in ogni caso garantito. Garantito da loro ovviamente, dalla loro presunta saggezza, dalla loro conclamata autorevolezza, dalla loro capacità di sopire e di troncare quel che andava sopito e troncato. Con inoltre, aggiungo, la capacità di saper stare ben composti a tavola, aspettando con apparente dignitosa indifferenza ognuno il proprio turno. 

Allora non piangevo l’inevitabile scomparsa di quei “conti zii”, anzi me ne rallegravo, nel segno di una migliore attenzione per la trasparenza, di una maggiore vivacità creativa del dibattito democratico, di un assopimento del consociativismo esagerato e fine a sé stesso, di un rafforzamento del ruolo riflessivo dei media… Avvertivo, insomma, la speranza che si potesse respirare un’aria più sana. Pie illusioni, perché di fatto non si è stati capaci di riempire quel vuoto venutosi a creare nel sistema. Oggi, mi vien da dire addirittura che siamo messi peggio. Molto peggio. D’altra parte basta dare un’occhiata in giro: l’apparato della Giustizia (trasformato in un “Kindergarten”) offre di sé un’immagine degna solo del pubblico ludibrio; il Governo non esce dai sentieri della semplice gestione degli affari correnti, e anche quel poco riesce a farlo male; il Parlamento non ha nemmeno più vergogna a mostrare tutto l’analfabetismo politico che lo caratterizza… 

Viviamo di fatto in una sorta di Far West senza sceriffi, dove tutti sparano contro tutti, e tutti si mettono in mostra spavaldi invece di avere il pudore di nascondersi. Perché? Le cause sono infinite quanto le concause, quindi si finisce per dire che “il perché non si sa”: un’affermazione inquietante che – secondo l’insegnamento di un altro grande scrittore lombardo, Carlo Emilio Gadda, ammiratore del Manzoni – “è la chiave di volta dei più complessi sistemi giustificanti il mondo: ed è perciò adoperatissima dai metafisici della morale, quando si tratti di stabilire il perché della fisica del genere umano”. 

Intanto però, nell’attesa di veder sciogliere altrimenti quei garbugli (e di veder ricrescere l’erba nella prateria), così stando le cose, ci vengano ridati provvisoriamente almeno i “conti zii” e i “padri molto reverendi”. Non è una provocazione: è solo un’invocazione a fil di voce, magari ingenua, ma non priva del sapore del buon senso.


Il mesto spettacolo

Un favore al sistema bancario, nessun effetto sulla nostra vita quotidiana 

La fiducia nelle istituzioni democratiche è sempre più giù. Lo dice l’Ocse: la disaffezione è generale e la metà dei cittadini ha perso la fiducia. Anche in Svizzera l’apprezzamento per il governo è al ribasso.  In Ticino le istituzioni se la passano ancor peggio. Non servono i sondaggi a misurare lo sgradimento, basta l’astensionismo.

Le esibizioni inopportune di magistrati e politici cantonali sono quasi una routine: non rianimano  la reputazione delle rispettive categorie. Tanto meno inducono a entusiastiche adesioni da parte dei cittadini. Il Cantone è allo sbando e non sa dove andare.  

Gli esercizi parlamentari attorno al preventivo confermano l’effetto Dunning-Kruger (1999): molte persone sono incapaci di riconoscere la loro mancanza di capacità e tendono a sovrastimarsi. Senza fronzoli: più uno è ignorante più è convinto di non esserlo e non è consapevole delle proprie lacune. In fondo lo aveva a suo modo anticipato Bertrand Russell (1933): gli stupidi sono strasicuri mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. Il problema diventa drammatico quando certi personaggi sono chiamati a prendere decisioni a nome della collettività. L’effetto Dunning-Kruger  mi pare sia affiorato qua e là durante i dibattiti in Gran Consiglio sul preventivo. Sparuti gli interventi di spessore, ingombranti quelli inutili e un po’ annebbiati. Fatte le doverose eccezioni, siamo all’infausto spettacolo di politici che si affannano per mettere una toppa al presente senza una pur minima idea del futuro. Con qualche apprensione, consulto il professor Zielonka [docente di Politica e Relazioni Internazionali presso l’Università di Venezia Ca’ Foscari, ndr] che conferma: si limitano ad amministrare il presente senza una visione plausibile per il futuro. L’impressione mia è che i consapevoli (pochi) e gli inconsapevoli (una maggioranza) restino tenacemente aggrappati al pensiero unico   dell’esausta e ormai smentita teoria dello sgocciolamento della ricchezza: avanti con gli sgravi ai ricchi e abbiate fiducia, prima o poi la ricchezza seguirà la legge di gravità e  arriverà giù a irrorare i povericristi. Speriamo che accada presto perché intanto un ticinese su sei non guadagna abbastanza per tirare alla fine del mese e un terzo è a rischio povertà. E noi cittadini sprovveduti abbiamo la sgradevole sensazione di essere in balìa di una politica amministrata da politici di riporto con un elevato grado di miopia e poca umiltà.  

A smorzare l’illusione che il triste spettacolo sia un incidente di breve durata arriva in soccorso, roboante e scivoloso, il mesto spettacolo offerto dalla magistratura ticinese: le repliche sono quotidiane. C’è di tutto e per tutti i gusti.  Diciamo che agli occhi dei cittadini la probità e il savio equilibrio non sembrano qualità particolarmente curate. Certe performance segnano un inquietante disfacimento etico. Sembrano, certi magistrati, aver totalmente dimenticato le lezioni di Charles de Secondat, barone di Montesquieu: i magistrati debbono essere invisibili e neutrali; la loro deve essere la voce delle leggi da applicare. Da ciò dipende la credibilità del loro operato e l’equità dei giudizi. 

Questi episodi, ed altri intorno a politici di stazza, non confortano noi in platea ad assistere al dolente spettacolo. Una domanda: questi fatti sono il sintomo o la causa della malattia dello Stato democratico?

Scritto per laRegione
Nell’immagine: neanche un corso antisbandamento a Osogna potrebbe servire