La scuola deve insegnare anche la gestione responsabile delle finanze personali?

Una proposta che fa riflettere su quanto sempre più si chiede agli insegnanti. Se sia davvero necessario è un altro discorso 

Molte persone hanno un’idea piuttosto distorta di come funzionino l’insegnamento e, più in generale, l’educazione. Resiste nel tempo l’immagine classica dell’insegnante che, dopo una lezione, assegna esercizi e poi organizza un esame: o lo scolaro ha capito tutto, o non ha capito nulla – mentre la maggior parte si colloca tra questi due estremi. I bravi maestri sanno bene che la realtà è ben più complessa: l’apprendimento richiede tempi adeguati e non tutti imparano alla stessa velocità. Come scriveva Don Milani, Una scuola che si cura solo dei bravi allievi è come un ospedale che cura i pazienti sani.

Spesso anche il nostro Gran consiglio, eletto dal popolo ed espressione della stessa comunità che lo elegge, sembra adottare una visione grossolana dell’insegnamento. Qualche anno fa il deputato socialista Francesco Cavalli, intervenendo in una discussione sull’introduzione di un nuovo compito per la scuola, osservava che, se si volessero seguire tutte le suggestioni espresse in quell’aula, la scuola dovrebbe occuparsi di tutto: dalla sicurezza (in casa, sulla strada, sul lavoro) all’insegnamento dell’economia già nelle medie, dai corsi di buone maniere all’informazione sul servizio civile, dalla promozione dell’incontro fra culture religiose all’introduzione di lezioni di primo soccorso, fino all’insegnamento dei dialetti ticinese e svizzero tedesco, all’apertura verso il mondo delle aziende, all’educazione al bello (mostre d’arte, concerti…), a insegnare a non indebitarsi, a occuparsi di agricoltura e a fare l’orto, a trasmettere il gioco degli scacchi, a incentivare l’uso della bicicletta, a educare all’uso parsimonioso del telefonino, a istituire giornate per recuperare i rifiuti abbandonati, a spiegare il funzionamento del sistema giudiziario e a prevedere lezioni di etica.

Da allora – parlo di quindici o vent’anni fa – la tendenza non è cambiata. Nel 2013 il Parlamento ha imposto l’insegnamento del Salmo svizzero a tutti i futuri cittadini durante la scuola dell’obbligo e, nello stesso anno, è scattata l’iniziativa «Educhiamo i giovani alla cittadinanza», che in una settimana raccolse ottomila firme, per arrivare poi a oltre diecimila. Nel 2017 la proposta è stata accolta in votazione popolare con oltre il 60% di voti favorevoli. Eppure, pur essendo circondati da guerre e autoritarismi, non sembra che la sensibilità civica sia aumentata.

Ma eccoci di nuovo a chiedere alla scuola di farsi carico di un’ulteriore esigenza. La deputata Simona Genini, a nome del gruppo Liberale radicale, ha presentato un’iniziativa parlamentare intitolata Educare la gioventù alla gestione responsabile delle finanze personali (novembre 2024). Sintetizzando al massimo, l’iniziativa mira a stimolare un dibattito sull’educazione finanziaria, con particolare attenzione a giovani e donne, proponendo di inserire il tema all’interno del programma di Civica ed educazione alla cittadinanza, senza gravare ulteriormente sulla griglia oraria della scuola media, né generare costi aggiuntivi per lo Stato.

Genini puntualizza che, per non intaccare l’autonomia degli ordini scolastici ticinesi e la libertà creativa dei docenti, si è optato per una formulazione volutamente generica, limitandosi a stabilire un principio: l’educazione alla gestione finanziaria personale deve godere della stessa dignità oggi accordata allo studio della Civica e dell’educazione alla cittadinanza.

Nei giorni scorsi la stessa deputata, prima firmataria della proposta, ha pubblicato un articolo su laRegione intitolato Educazione finanziaria, un vero investimento, ampliando il discorso nel campo dell’ignoranza. Racconta che la sua esperienza pluri-professionale – come funzionaria, insegnante, avvocato ed esperta fiscale – le ha permesso di constatare come molte persone, anche se istruite e ben integrate nella società, abbiano conoscenze limitate sui principi fondamentali della gestione finanziaria, sia in ambito personale (pagamenti, imposte, investimenti, previdenza) sia per quanto riguarda i meccanismi basilari della finanza pubblica. Oltre a ciò, accusa il Parlamento. Tutt’a un colpo – secondo la deputata – abbiamo smesso di considerare le risorse economiche disponibili come un vincolo reale per lo Stato, accettando l’idea che la spesa pubblica non abbia limiti. Di fronte a nuove proposte politiche, ci comportiamo come ragazzi che ricevono il primo stipendio e firmano un contratto di leasing insostenibile, senza nemmeno leggere il costo finale.

La conclusione del pezzo giustifica la necessità di far conoscere, fin dalla tenera età, i principi di una gestione responsabile delle finanze personali. Testualmente, la deputata avverte: Se la politica non torna a fare di conto e alle nuove generazioni non si insegna un responsabile approccio alle finanze personali, il rischio sono decisioni politiche miopi e insostenibili. Se non sappiamo distinguere tra bisogni e diritti, possibilità e illusioni, necessario e augurabile, ci ritroveremo a firmare cambiali che qualcun altro dovrà pagare al posto nostro.

A questo punto si deve convenire che la scuola e i giovani non c’entrano nulla. Resta da vedere se la nuova Educazione alla cittadinanza, introdotta a furor di popolo nientemeno che nella Legge della scuola, riuscirà a formare una nuova generazione di Granconsiglieri più preparati e, quindi, più affidabili.

Nell’immagine: Simona Genini in un video per la campagna elettorale 2023


L’addio a una scuola

Una proposta che fa riflettere su quanto sempre più si chiede agli insegnanti. Se sia davvero necessario è un altro discorso 

Un addio lo si può esternare ancor prima che avvenga il fatto. Quello per la futura chiusura della storica scuola di Brè, che dal 1971 sottostà alla città di Lugano, è purtroppo un fallimento sia di una comunità ristretta, sia della città stessa.

Quando chiude una scuola di paese – difatti Brè non può essere considerato un  quartiere – è sempre un avvenimento triste e doloroso. A prescindere dalle motivazioni razionali che ci verranno offerte, un pensiero va alla popolazione e alla storia che ha vissuto per generazioni.

Una scuola è l’anima e il futuro di una comunità. Lo era nel passato e ne troviamo tracce nei piccoli agglomerati, nei nuclei delle valli. Tutto inizia con la fame e la necessità di emigrare; poi, il dopoguerra ci porta nei centri urbani dove c’è lavoro e benessere spopolando i villaggi. Ora però la società muta, evolve, e le genti, le famiglie si fanno fagocitare da vertiginose peripezie pur di far fare di tutto e di più ai loro figli. Allora succede che tra le ore passate a scuola e i vari impegni di allenamento di uno o più sport, di corsi di musica e quant’altro, di attività in famiglia invernali ed estive, il tempo libero, quello spazio temporale di spensieratezza creatività e noia, non esiste più.

Di per sé, la chiusura di una sezione di pochi allievi di prima e di seconda elementare non è così tragica, visto che l’alternativa è uno spostamento di 15 minuti in pulmino in una sede tutto sommato ben strutturata e arricchente. Addirittura, la nuova sede – solo in parte in quanto sono decenni che il secondo ciclo è svolto a Ruvigliana – facilita la compulsiva e frenetica attività di genitori per far incastrare i vari tasselli del calendario faticosamente preconfezionato.

Non è colpa della scuola e di chi la dirige se “non ci sono i numeri“ (tanto per cambiare). Il problema risiede nei nuovi usi e costumi che impoveriscono le comunità.

A Brè, del ridente paesello incastonato nella conca alle falde del monte Boglia, non c’è più nulla da anni. Il timido incremento demografico ha portato sì alcune famiglie incantate dalla natura e dalla possibilità di far crescere i figli lontani dalla frenesia e dall’inquinamento della città, ma di fatto restano solo buoni propositi, perché di bambini il paese praticamente non ne vede. Quelle promiscuità tra maschi e femmine, tra più grandi e più piccoli, non vi sono più da tempo.

È un via vai di mamme al volante, di bus; ma non vi è più traccia di momenti aggregativi, di marachelle, di giochi e spensieratezza.

La libertà di scelta non è in discussione. Fa riflettere che alcune famiglie scelgano altri istituti scolastici (privati e pubblici) per far frequentare le scuole in città ai loro figli. Se poi i bambini che frequentano la scuola sono troppo pochi, è ovvio che le autorità debbano intervenire.

Per il momento la scuola dell’infanzia sembrerebbe poter sopravvivere – sempre che il cantone acconsenta–, poi vedremo cosa il futuro offrirà a questa comunità.

C’è parecchio da riflettere sul destino dei nuclei “fusionati”. Alcuni hanno risorse e riescono a mantenere un’identità aggregativa e propositiva a più livelli tra patriziati e associazioni; altri mantengono alcune facciate ma sono inesorabilmente destinati a scemare, a diventare dormitori.

Poco importa l’indignazione di parte della popolazione. Il problema è a monte: di cultura, abitudini e scelte volte tutte ad un impoverimento di una identità collettiva.

Concetti quali solidarietà e partecipazione sono ben lontani, la tendenza è pensare prima a sé stessi, poi… vedremo.

L’auspicio è che tra pubblico e privato si posano concretizzare soluzioni in cui gli interessi degli uni incontrino quelli di altri e nello specifico una zona d’incontro tra un bar, uno spaccio, un fermo posta, una sala multiuso, possa creare quello spazio d’incontro e di idee che mancano alla comunità.

Nell’immagine: la piccola scuola di Brè


C’era una vita nella Striscia di Gaza

Una proposta che fa riflettere su quanto sempre più si chiede agli insegnanti. Se sia davvero necessario è un altro discorso 

Gaza, 17 marzo 1998

Sono a casa di Leila, delegata del CICR. Leila abita in una zona residenziale, in un appartamento spazioso e moderno, una cucina arredata, tre bagni e la moquette in ogni stanza. Ma la corrente elettrica è caduta e scrivo al lume di candela.

Queste panne succedono spesso. Leila è scesa a far compere in un piccolo negozio che ha l’aria di aver aperto ieri: casse di frutta e verdure sono esposte in bell’ordine. La lampada a petrolio illumina le pareti imperlinate, fresche di lacca. Stile rustico. Qui si sta costruendo un nuovo quartiere.

In questi giorni di notizie inaudite e filmati che paiono usciti dalla penna di un pessimo sceneggiatore, ritrovo il quaderno con la copertina marrone e le scritte in arabo: un quaderno che ho usato al contrario, per annotare le impressioni di un viaggio intrapreso un po’ per caso, al seguito di un’amica ticinese che lavorava in Palestina. È stata una giornata di contrasti, scrivo.

L’arrivo nella Striscia: una banda di terra larga pochi chilometri attorniata dal filo spinato e controllata da giovani armati dallo sguardo freddo e sospettoso. Passato il valico di Erez, la parte araba: gli asini, i baracchini a quattro ruote carichi di banane. Alla sede del CICR ci accoglie un ragazzo biondo che faceva la guida turistica in Egitto per Kuoni e ora sta in questo posto dimenticato da dio dove il quartiere più moderno è un susseguirsi di cantieri e terreni abbandonati pieni di spazzatura.

Ma qui è chic, mi dice davanti al caffè Roky, otto metri quadri, un grosso pupazzo di Bugs Bunny e un frigo coi gelati.

Siamo i soli avventori. Mangiamo un panino con salsine e carne affumicata che vuole assomigliare a un hamburger, per fortuna senza riuscirci troppo, quindi è piuttosto buono. Beviamo tè, non c’è molto altro a parte qualche confezione di succo di fragola o banana. Ma i camerieri e il padrone sono simpatici, ci intratteniamo un pochino con loro e poi facciamo tappa in un altro posto alla moda: la pasticceria Les Délices, una costruzione solida che poggia sulla sabbia di fronte al mare.

C’è una macchina tostacaffè che manda un buon profumo, grandi vetrine refrigeranti e mobili lucidi di coppale. Quattro uomini bevono cappuccino al banco, altri due seduti a un tavolino, parlano fitto guardandosi dritti negli occhi. Uno è vecchio, ha capelli bianchi corti e il viso rugoso ma i suoi occhi sono molto vigili. L’altro porta una divisa militare sotto una giacca sportiva. Poi si alzano, il vecchio va verso la cassa e ne estrae dei soldi che dà al giovane. Oggi Leila mi ha detto che i soldati di Hamas sono armati di fucili automatici israeliani. Glieli fornisce qualche militare ebreo che li ruba all’esercito.

Se si fanno scoprire per loro è la fine. Rubare armi per venderle al nemico!

Il proprietario del Délices ha dei progetti ma si lamenta che non c’è potere d’acquisto. Dice proprio così. Potere d’acquisto. Parla bene il francese ed è vestito in modo semplice ma con una certa eleganza.  Sa che in Svizzera si parlano tre lingue. Vorrebbe estendere la terrazza, farne un posto dove i giovani possano incontrarsi. Appoggiato a uno stipite all’entrata, fuma lentamente e dice: guardate, potrebbe essere un bel posto. Se solo potessimo avere una vita normale!

Nell’immagine: segni di vita fra le macerie


L’annuncio di Öcalan: «Abbassiamo le armi e sciogliamo il Pkk»

Una proposta che fa riflettere su quanto sempre più si chiede agli insegnanti. Se sia davvero necessario è un altro discorso 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

«Convocate il vostro congresso e prendete una decisione; tutti i gruppi devono deporre le armi e il Pkk deve sciogliersi». È la voce di Ahmet Türk a leggere, in curdo, la lettera di tre pagine che Abdullah Öcalan, storico fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ha consegnato nelle mani della delegazione del partito Dem nell’isola-carcere di Imrali. Quando Türk termina, passa il microfono alla co-presidente del Dem, Pervin Buldan. Sarà lei a leggere le stesse pagine, in turco: il messaggio è chiaramente diretto ai due protagonisti di quasi cinque decenni di scontro, repressione coloniale e lotta armata, il Pkk e la Turchia.

L’appello lanciato da Devlet Bahceli ha creato le condizioni: chiedo di deporre le armi e me ne assumo la responsabilità storica
Abdullah Öcalan

LE PAROLE, attese da dieci anni, dall’ultimo messaggio del leader curdo, risuonano nella sala dell’Elit World Hotel di Istanbul. Di fronte alla delegazione dei sette membri del Dem appena rientrati da Imrali, non c’è una sedia vuota. Attendono tutti, in silenzio.

Poi, sullo schermo, appare la foto di Apo: è seduto circondato dalla delegazione, indossa una giacca blu e un golf rosso scuro. In mano tiene dei fogli, lo sguardo è dritto in camera. Una foto storica, il volto del leader più amato si infila nelle menti di chi negli ultimi dieci anni poteva solo immaginarselo e ora lo guarda dai maxi schermi nelle piazze puntinate di bandiere gialle a Diyarbakir e Van, nelle assemblee popolari dell’ezida Shengal, nello stadio 12 Marzo di Qamishlo in Siria, nel campo profughi di Makhmour in Iraq, l’embrione da cui tutto è risorto, trent’anni fa. Un maxi-schermo è comparso anche a Berlino, a Pariser Square.

Il suo messaggio è altrettanto storico: Öcalan invita il suo movimento ad avviare una discussione interna che conduca ad abbandonare le armi e a dissolversi. Il leader alla soglia dei 76 anni, prigioniero politico da 26, prosegue così in un percorso politico rivoluzionario, che ha portato il Pkk a trasformarsi, a partire dalla fine degli anni Novanta, da movimento nazionalista e socialista che sognava uno stato al fautore di un nuovo modello, quel confederalismo democratico che ha rinunciato all’idea fallace dello stato-nazione come strumento di autodeterminazione. Ha dato a milioni di persone mezzi di partecipazione diretta alla cosa comune e una prospettiva di convivenza come alternativa strutturale alle divisioni settarie imposte dai regimi mediorientali e dagli alleati occidentali.

IN QUELLE tre pagine Öcalan ricostruisce passo per passo l’evoluzione del movimento che creò alla fine degli anni Settanta e che imbracciò le armi nel 1984: «Il Pkk è nato nel XX secolo, nell’epoca più violenta della storia dell’umanità, tra le due guerre mondiali, all’ombra dell’esperienza del socialismo reale e della guerra fredda nel mondo. La negazione della realtà curda, le restrizioni ai diritti e alle libertà fondamentali hanno giocato un ruolo significativo nella sua nascita e nel suo sviluppo», scrive.

«Il Pkk, l’insurrezione e il movimento armato più lungo ed esteso nella storia della Repubblica (turca), ha trovato base sociale e sostegno ed è stato ispirato principalmente dal fatto che i canali della politica democratica erano chiusi», prosegue. Fino ad arrivare alla realtà di oggi, figlia delle pratiche confederali che hanno avuto la loro culla nel campo profughi di Mahkmour, in Iraq, e sono poi maturate nell’esperienza del Rojava, in Siria.

«IL LINGUAGGIO dell’epoca della pace e della società democratica deve essere sviluppato in base a questa realtà – conclude Öcalan – L’appello lanciato da Devlet Bahceli, insieme alla volontà espressa dal presidente, ha creato le condizioni per cui lancio una richiesta a deporre le armi e me ne assumo la responsabilità storica». Fa un riferimento diretto all’uomo politico che in pochi si sarebbero aspettati potesse vestire i panni del negoziatore: Bahceli, il leader dell’Mhp, il partito ultranazionalista che siede al governo e che ha fatto della lotta all’autodeterminazione curda una delle chiavi del proprio discorso politico.

È al governo turco, a Bahceli come al presidente Erdogan, che Öcalan ieri ha passato la palla: tocca a loro dimostrare che si è estinto davvero quel «ruolo storico» del Pkk che il suo fondatore ritiene terminato. Dimostrare che l’abbandono delle armi e il dissolvimento del partito possano sfociare in una pace democratica e giusta. Gli eventi delle ultime settimane non fanno ben sperare: mentre al Dem veniva permesso di proseguire nel lavoro di tessitura e di dialogo con il Pkk a Imrali, Ankara continuava a commissariare i comuni curdi e trascinare in carcere centinaia di attivisti, politici, giornalisti, intellettuali.

E poi c’è il Pkk e il congresso che verrà. Il partito ha fatto della lotta armata uno degli strumenti pratici di avanzamento della teorizzazione politica, con la lotta all’Isis in Rojava e a Shengal e la liberazione dall’occupazione islamista.

LE DOMANDE sono molte: quale sarà il risultato della discussione interna al Pkk, quanto sarà pesante – o fragile – il consenso intorno alla nuova trasformazione che il fondatore gli chiede, quale sarà il futuro di una forza che ha segnato il destino di milioni di persone, curdi, arabi, ezidi, turkmeni, assiri, siriaci, e ha mostrato che un’alternativa ai regimi nazionalisti è possibile.


Öcalan, lo “zio” col sogno di una patria che ha fatto conoscere al mondo la causa del popolo curdo

Una proposta che fa riflettere su quanto sempre più si chiede agli insegnanti. Se sia davvero necessario è un altro discorso 

Di Fabio Tonacci, la Repubblica

Lo «zio che incarna la causa curda» dice che la causa è ancora valida, ma a mano disarmata. Che è tempo di chiudere la pagina del sangue aperta nell’agosto del 1984, quando fece imbracciare il fucile al suo Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan nato sei anni prima in Turchia e di ispirazione marxista-leninista, per dare ai curdi lo Stato che non hanno mai avuto. E che nessuno gli ha voluto mai dare.

A 76 anni, quasi 77, di cui gli ultimi 26 trascorsi nell’isola prigione di Imrali al largo della costa di Istanbul, Abdullah Öcalan rimane il volto, l’ispirazione, l’icona da disegnare di notte sui muri, della lotta di un popolo sparso tra quattro regioni autonome (in Turchia, Siria, Iraq e Iran) che ha avuto in Turchia il teatro di battaglia più duro: quarantamila morti. E ora il leader incarcerato ha detto basta, sciogliamoci, disarmiamoci.

Öcalan lo chiamano Apo, lo zio. È sempre stato lo zio, anche quando era giovane, forse per quei baffoni neri che il tempo ha ingrigito ma che sui manifesti resistono neri come la notte. Apo, e anche Serok, il capo. Nato il 4 aprile 1949 da una famiglia di contadini nel villaggio di Omerli, Öcalan si avvicina all’estrema sinistra frequentando Scienze politiche ad Ankara. Nel 1978 insieme a un gruppo di studenti universitari, neanche tutti curdi, fonda il Pkk: l’ideologia marxista-leninista votata e adattata alla liberazione del Kurdistan, l’altipiano che esiste solo sulle mappe geografiche però non sugli atlanti politici. Nel 1980 comincia il peregrinare da esiliato, tra Damasco e la Valle della Bekaa libanese, allora sotto il controllo siriano. È lì che i curdi del Pkk si addestrano, sparano a manichini, imparano ad assemblare ordigni.

Nell’agosto del 1984 il battesimo del fuoco, i curdi di Öcalan prendono di mira le postazioni e i blindati dell’esercito turco. È l’incipit di uno scontro concentrato nel sud-est della Turchia, a maggioranza curda, che ha assunto negli anni quasi i connotati della guerra civile, combattuta da un’organizzazione paramilitare che per Ankara e Washington è terrorista. Öcalan è considerato l’ideologo del movimento curdo, la sua persona oggetto di un culto che non è mai piaciuto agli arabi musulmani. Infiamma la Turchia e influenza i destini anche dei curdi siriani (ora parte del Sdf, Syrian democratic forces) e dei curdi iracheni. Del resto in Iraq, sulle montagne di Qandil al confine con l’Iran, c’è il quartier generale del Pkk.

L’Italia conosce Öcalan il 12 novembre del 1998, quando all’improvviso sbarca a Fiumicino da un volo partito da Mosca. Viene arrestato su mandato di cattura tedesco, la Turchia ne chiede l’estradizione. A Palazzo Chigi Massimo D’Alema. «Öcalan fu liberato e diventò ospite del governo italiano», ha raccontato al Manifesto l’allora premier. «Ci fu un’immediata richiesta di estradizione da parte della Turchia. Noi la respingemmo sulla base del principio costituzionale per cui non consegniamo persone a Paesi nei quali rischiano la pena di morte». Öcalan verrà arrestato il 15 febbraio a Nairobi, un mese dopo aver lasciato l’Italia. Incarcerato sull’isola di Imrali nel Mar di Marmara, lì è rimasto da allora.


Il capo dei curdi siriani: la decisione di Öcalan porterà pace in tutta la regione

Una proposta che fa riflettere su quanto sempre più si chiede agli insegnanti. Se sia davvero necessario è un altro discorso 

Di Mosè Vernetti, La Stampa

AL-HASAKAN (ROJAVA, SIRIA). Mazloum Abdi Kobane è il comandante in capo delle Syrian Democratic Forces (SDF), la coalizione militare a trazione YPG-YPJ che da ormai 12 anni difende il territorio governato dall’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est. Si tratta di un terzo del territorio Siriano, Rojava incluso, che oggi Abdi rappresenta nei negoziati con al-Jolani per l’unificazione della Siria. Ha rilasciato un’intervista a La Stampa in una fase decisiva per i curdi e per la Siria: Öcalan, dopo anni di silenzio, ha ordinato dal carcere lo scioglimento del PKK.

Öcalan ha ordinato lo scioglimento del PKK e la fine della lotta armata. Questo porterà alla pace con la Turchia?
Dopo decenni di guerra va trovato un accordo, e questa volta le condizioni sembrano più mature. È nell’interesse dei turchi e dei curdi in Turchia, come lo è nel nostro. Se Erdoğan ha accettato di avviare un processo di pace significa che è nel loro interesse. Perché se la Turchia risolverà le sue questioni con il PKK non ci saranno più scuse per attaccarci qui in Siria.

Si è aperta appena ieri la prima Conferenza Nazionale per la creazione di una Costituente. Com’è andata?
Non è stata né inclusiva né rappresentativa di tutte le componenti del popolo siriano. Se continuano così questo processo non riuscirà. Noi, come tanti altri, non siamo ancora stati invitati. Non vogliamo vedere gli stessi errori commessi da Assad. Quello che vogliamo è l’unità democratica di tutto il Paese, ma il processo finora non è stato serio.

Come procedono i negoziati con il nuovo governo?
Molte parole e pochi fatti. Vediamo le buone intenzioni di al-Jolani nel cercare di mettere in piedi la transizione democratica che vogliamo. I negoziati vanno a rilento però, e il lasso di tempo che il governo ad interim chiede per la transizione – di 4 o 5 anni – è troppo lungo. La condizione essenziale per l’avanzamento dei negoziati però è il cessate il fuoco. Senza cessate il fuoco non c’è stabilità. Senza stabilità non ci sarà progresso politico attraverso il dialogo.

Vi fidate di al-Jolani?
Il regime di Assad è caduto poco più di due mesi fa, e in questo breve lasso di tempo le potenze straniere in Siria hanno cambiato idea su al-Jolani: prima lo consideravano un terrorista. Tutti adesso vogliono che ci sia stabilità, essenziale per questa fase di transizione, non vogliono che il Paese scivoli in una guerra civile. La palla, adesso, è nel campo di Damasco.

Vi spaventano i rapporti ambigui tra HTS e l’ISIS?
Solo il tempo chiarirà queste ambiguità. La nuova autorità a Damasco si è detta pronta a partecipare alla lotta contro Daesh e contro il terrorismo in Siria. Ma ciò che ci spaventa è la mentalità di HTS: molti dei suoi fedeli sono vicini a Daesh. Al-Jolani ha davanti a sé due opzioni: se sceglierà un approccio civilizzato, Daesh sfrutterà l’occasione per arruolare i più radicali tra le fila di HTS. Se invece instaurerà la Sharia, si metterà contro la comunità internazionale e la società civile siriana.

Che intenzioni avete rispetto all’esercito unico invece?
La Siria è uno Stato unico e non siamo intenzionati a dividerla e separarci. Il popolo siriano vuole un esercito nazionale. L’SDF ha una lunga esperienza nel combattere l’ISIS e il terrorismo, e le nostre unità militari sono decisive per un esercito in grado di difendere tutta la Siria. Il futuro esercito nazionale dovrebbe sfruttare l’esperienza dei nostri ufficiali che per 12 anni hanno difeso un terzo del Paese.

Riuscirete a proteggere il progetto confederalista?
Per 12 anni abbiamo governato una regione autonoma e democratica con le nostre istituzioni. Fino alla caduta di Assad eravamo separati perché contro il regime. La Siria di domani che ci vorrà parte di un progetto comune ci porterà a cambiare molte cose. Ne siamo consapevoli, saranno necessarie delle riforme. Vogliamo però una Siria dove il potere è decentralizzato, non concentrato a Damasco, dove possiamo mantenere una parziale autonomia.

Il suo incontro con Masoud Barzani rappresenta un momento di svolta per i rapporti tra curdi?
È stato un incontro molto importante e con pochi precedenti. Con lui abbiamo concordato di unire le richieste dei curdi in Siria e gestire i negoziati con il nuovo governo Siriano in un’unica delegazione. Stiamo cercando di costruire insieme una visione condivisa rispetto al nostro futuro in questo Paese.

Fino a quando sarà necessaria la presenza degli USA?
Vogliamo che rimangano innanzi tutto finché non completeremo la missione che gli ha portati qui, ovvero la sconfitta definitiva di Daesh, una minaccia di questi tempi più visibile e letale. Inoltre la loro presenza è necessaria finché non si raggiungerà una soluzione politica per tutta la Siria. La base americana a Kobane è inclusa nel dialogo per il cessate il fuoco con la Turchia, ci stiamo ancora lavorando, ma il perno di tutto è il cessate il fuoco.

Nell’immagine: Mazloum Abdi Kobane


Sergio Rossi – “L’UE è un imbroglio anti-americano”. Così Trump annuncia il varo dei dazi contro l’Europa

Una proposta che fa riflettere su quanto sempre più si chiede agli insegnanti. Se sia davvero necessario è un altro discorso 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Fino a quando?

Una proposta che fa riflettere su quanto sempre più si chiede agli insegnanti. Se sia davvero necessario è un altro discorso 

Secondo l’ultimo rapporto sulle disuguaglianze di Oxfam, intitolato “L’ora più buia per l’uguaglianza“, 2’769 persone, lo 0.00003% della popolazione mondiale, possiede una ricchezza valutata in 15 bilioni (15 milioni di milioni) di dollari; al contempo, 3.5 miliardi di esseri umani, pari al 38.8% della popolazione mondiale, deve campare con 2’500 dollari all’anno al massimo. Se la ricchezza dei super ricchi fosse distribuita tra i meno fortunati, 3.5 miliardi di persone riceverebbero a testa l’equivalente di quasi due anni delle risorse che usano per sfamarsi. In Svizzera i miliardari sono 41 e posseggono 221.8 miliardi di dollari, l’equivalente di oltre 24’600 franchi per ognuno dei 9 milioni di residenti nel Paese, bambini e centenari compresi.

Oltre un terzo dei grandi patrimoni mondiali sono stati ereditati, quindi non hanno nulla a che fare con la capacità o il merito di chi li possiede, e ciò è soprattutto vero per i miliardari giovani, al di sotto dei 30 anni di età. Il trapasso di queste fortune tra le generazioni non è nemmeno stato particolarmente tassato, grazie alle scelte di numerosi Paesi, compreso il nostro, di ridurre o abolire la tassazione sulle successioni.

La concentrazione di queste fortune inimmaginabili in pochissime mani è un grave problema da più punti di vista. Non sono solo le organizzazioni progressiste a dirlo, ma anche poco meno di 400 miliardari e milionari di 22 Paesi che hanno firmato una  lettera aperta intitolata “We must draw the line”, in cui hanno chiesto ai leader presenti al WEF di Davos di mettere un freno all’ enorme concentrazione di ricchezza che compromette la qualità delle  democrazie e la coesione sociale. Il problema non si limita quindi solo alla constatazione dell’insopportabile ingiustizia quanto alla ripartizione della ricchezza, ma tocca direttamente la tenuta del sistema democratico, la sua difesa dalla corruzione, dallo straripante potere dei soldi e dai capricci di pochi o pochissimi.

Se le cose sono peggiorate negli ultimi anni non è per caso. In molti Paesi le maggioranze politiche hanno pensato che fosse meglio giocare la carta del tappeto rosso per i ricchi e i ricchissimi, in una servile e indegna competizione al ribasso sulle condizioni fiscali, invece di collaborare per contenere questa disuguaglianza rivoltante. Il nostro Paese non è certo sfuggito a questo fenomeno e vi ha anzi contribuito largamente, anche con il benestare del popolo, che per esempio non ha voluto mettere un freno alla concorrenza fiscale tra Cantoni e che spesso ha approvato sgravi fiscali importanti per i grandi contribuenti senza alcuna contropartita (il Ticino lo ha fatto meno di un anno fa). Un piccolo elemento in controtendenza è stato il limite minimo del 15% della tassazione sui grandi gruppi voluta da Biden e puntualmente oggi rimessa in discussione dall’attuale presidente USA.

Accanto al gigantesco problema dell’ingiusta ripartizione delle ricchezze, oggi appare anche quello della volontà di una parte dei superricchi di occuparsi del bene pubblico o di occupare privatamente spazi normalmente di competenza dell’ente pubblico. La partecipazione diretta di persone ricche e ricchissime all’agone politico e il loro interesse per la proprietà dei mezzi di comunicazione di massa e per i comparti economicamente più promettenti del servizio pubblico e delle istituzioni pubbliche (linee ferroviarie ad alta velocità, sanità universitaria, istituzioni universitarie con ricerca di punta, media, istituzioni della previdenza, imprese energetiche ecc.) non sono delle novità, ma questi fenomeni si sono accentuati, anche grazie alla crescita delle fortune private da investire in questi ambiti. I leader politici che non dispongono di fortune personali ingenti prima di entrare in politica cominciano a diventare merce rara, smentendo ancora una volta il principio del merito.

E siccome al peggio non c’è fine, forza è di constatare che una parte dei ricchi o ricchissimi entrati in politica, magari brandendo rosari e crocefissi, sta facendo la propria fortuna in questo ambito anche promuovendo la guerra ai disperati, che oltre a non beneficiare di una ripartizione della ricchezza meno brutale, si vedono anche trattati come bestie da cacciare, deportare o spostare. Disperati tra l’altro costretti a emigrare sia a seguito dei conflitti decisi o sostenuti proprio dagli stessi leader politici che oggi cavalcano il tema dell’immigrazione come problema per le nazioni occidentali, sia a seguito dell’inaccettabile diseguaglianza economica di cui sopra, sia in conseguenza dei primi gravi problemi dovuti ai cambiamenti climatici.

In altri tempi conflitti basati su questi elementi hanno suscitato rivolte, si pensi alla lotta contro la schiavitù, alla nascita dei movimenti socialisti e comunisti, alle lotte anticoloniali, alle lotte delle donne, per cui c’è da immaginare che qualche forma di reazione nei prossimi anni sorgerà.

La parte ricca e democratica del mondo, invece di subire questo sconcio, farebbe bene a lavorare seriamente per ridurre le differenze, prevenendo così i conflitti sociali del futuro. Ma siccome gli insegnamenti della storia solo raramente portano a scelte politiche avvedute, è molto difficile che questo accada davvero, anche per mancanza di maggioranze popolari pronte a sostenere una prospettiva di questo genere. E allora, in attesa che il Titanic incontri l’iceberg della rivolta, pur non rinunciando a sollecitare un sussulto da parte di chi non concorda con quanto sta succedendo, a malincuore per il momento non posso che unirmi a Michele Serra augurandovi di essere in grado di sopportare l’attuale medioevo.

Nell’immagine: illustrazione dal rapporto di Oxfam


Un nuovo duro colpo alla credibilità del DECS

Una proposta che fa riflettere su quanto sempre più si chiede agli insegnanti. Se sia davvero necessario è un altro discorso 

La decisione del Tribunale amministrativo cantonale, che ha annullato la nomina dei due nuovi capi della Sezione dell’Insegnamento Medio Superiore (SIMS) avvenuta lo scorso mese di giugno, rimarrà a lungo nella memoria. Non capita spesso che un tribunale bocci la nomina di funzionari dirigenti da parte del governo. La gravità della sentenza è amplificata dal fatto che essa evidenzia come il governo non abbia rispettato alcune delle condizioni stabilite dal bando di concorso: in altre parole, si tratta di una decisione politica che ha cercato di aggirare il diritto.

Questo nuovo scivolone del governo, e in particolare del DECS di Marina Carobbio, è inutile negarlo, arriva dopo una serie di altri fallimenti, sia sul piano della politica scolastica che su quello amministrativo. Basta ricordare, ad esempio, il caso Caruso, che, nonostante una sconfitta giudiziaria, continua ad essere sostenuto con determinazione dal DECS.

Tutto ciò danneggia l’immagine della consigliera di Stato e del suo partito. Non è chiaro, se non per ragioni legate alle dinamiche interne del partito, perché non prenda le distanze da pratiche, persone e orientamenti che hanno segnato la controversa gestione Bertoli del DECS. Avevamo già sollevato, all’inizio del suo mandato, dei dubbi sulla figura del capo della divisione scuola, Emanuele Berger, chiedendoci quanto danno potessero arrecare a Marina Carobbio, e alla sua volontà di riforme nella scuola, figure come la sua.

È noto a tutti che è proprio il capo della Divisione scuola ad aver orchestrato il pasticcio della nomina della SIMS, ora messo in evidenza dalla decisione del Tribunale. Non si tratta di personalizzare le questioni, ma è innegabile che, spesso, sono alcune persone a rappresentare un ostacolo al cambiamento, in virtù del potere che detengono e degli orientamenti che difendono.

Potremmo aggiungere, a conferma che non si tratta di una questione che coinvolge una sola persona e una sola funzione, che le stesse riflessioni vanno fatte anche per Giorgio Franchini, il potente capo della Sezione amministrativa del DECS, che è mal visto dal 99% dei dipendenti del dipartimento. È lui l’anima nera di molte decisioni amministrative quanto meno discutibili, a cominciare dalla vicenda Caruso.

Fin dall’inizio era apparso chiaro che la nomina dei due nuovi capi della SIMS non fosse affatto limpida, soprattutto dopo aver appreso, da un lato, i meccanismi e le strutture che avevano guidato la scelta e, dall’altro, conoscendo altre candidature, assai più qualificate, che avrebbero meritato il posto. Avevamo sollevato queste riserve in un’ interrogazione / interpellanza depositata il 16 luglio 2024, alla quale, dopo 7 mesi, non è ancora stata data risposta. Successivamente, sono emersi altri elementi sui due prescelti, alimentando nuovi dubbi.

Cosa fare, dunque? Non possiamo che riprendere la conclusione del nostro articolo di circa due anni fa. Scrivevamo: “Naturalmente, non basterà spostare uno o più funzionari dirigenti; ma sicuramente questo potrebbe rappresentare un passaggio importante per esprimere quella discontinuità con il passato senza la quale ci sembra assai poco probabile che la nuova responsabile del DECS possa ricostruire il rapporto di fiducia con i docenti, un rapporto che si è perduto negli ultimi dieci anni. Un rapporto senza il quale… qualsiasi riforma progressista della scuola sarà impossibile”.

Inutile aggiungere che eventi come quello di oggi non fanno altro che rendere ancora più difficile il recupero di quel rapporto. È ora di agire!

Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini sono grancoinsiglieri MPS


La sinistra vince se radicale, ma anche se unita

Una proposta che fa riflettere su quanto sempre più si chiede agli insegnanti. Se sia davvero necessario è un altro discorso 

Di Pier Giorgio Ardeni, il manifesto

Tra le lezioni del risultato elettorale in Germania, un paio vanno rimarcate. La prima riguarda il voto operaio e popolare, molto simile a quanto ci aveva già detto il voto negli Stati uniti e in Francia. Come ha evidenziato Giorgio De Girolamo sul manifesto del 26 febbraio, l’Afd raccoglie il 38% del voto operaio con punte più alte in zone ad alta concentrazione industriale, mentre la Spd si ferma al 12%.

Se il consenso operaio e popolare va a «un partito anti-establishment, con una retorica e un programma dichiaratamente anti-sindacale», come scrive De Girolamo, una ragione forte ci deve essere. Ed è che buona parte di queste fasce sociali si sono trovate schiacciate nella morsa neoliberista della competitività e della compressione dei salari, delle condizioni contrattuali e di lavoro, cui le tradizionali sinistre hanno dato il loro benestare. Abbandonati dai partiti di riferimento, quei ceti si rivolgono a chi un’opposizione la promette, tra protezionismo e chiusura delle frontiere (come se fosse l’immigrazione l’origine di quella deriva).

Certo, l’Afd, il partito di Wagenknecht, come anche quello francese della Le Pen o lo stesso Trump pescano nel malcontento e nel disagio, appellandosi al frustrato sentimento dei nativi contro gli immigrati, degli operai marginalizzati, dei ceti impoveriti delle periferie industriali, ricorrendo a simbologie machiste e suprematiste (e non a caso, soprattutto tra i giovani, i maschi votano a destra molto più delle donne). Ma, pescando nel torbido, vanno ad esplicitare un malessere che non trova sbocco e risposta nella politica mainstream. E se l’Afd è il primo partito in tutti i Lander dell’est, è perché lì quella politica ha più vistosamente fallito.

È stato già detto – derubricando questi partiti a «populisti», come se risolvesse il problema – che la ragione per cui i ceti operai e popolari vengono attratti dall’ultradestra è perché cavalca l’opposizione protezionistica e nazionalista alla globalizzazione e alle politiche di austerità, il cui effetto viene amplificato dalla deriva bellicista che porta all’aumento della spesa militare a danno di quella sociale.

Le sinistre liberal hanno perso di vista le classi popolari e queste, in risposta, gli si sono rivoltate contro. È un risultato del voto chiarissimo e inequivocabile. Non superabile con la semplice affermazione che né l’Afd né Trump sono credibili.

La seconda lezione riguarda il consenso delle sinistre non liberal, o radicali che dir si voglia. La Linke, che ha preso un buon 8,8%, è il partito più votato dai giovani tra 18 e 29 anni (24%) e lo è più nei centri urbani e tra le classi più istruite. Ma raccoglie consensi in tutto il Paese e, soprattutto, nell’est, perché più chiaro e forte è stato il suo messaggio antifascista e anti-bellicista. Il richiamo contro la crescente orda nera ha mobilitato l’elettorato tutto, e la Linke ne ha beneficiato per avere senza tentennamenti rifiutato ogni possibile compromesso sui temi cavalcati dall’ultradestra. Cui vanno aggiunte le convincenti posizioni sulle politiche di welfare, casa e salari.

Le lezioni, quindi, sono entrambe chiare. La sinistra liberal, per la sua postura «interclassista», per le sua adesione alle logiche neoliberiste (nonché, aggiungerei, per il suo bellicismo militarista) perde il consenso dei ceti popolari più indifesi che vengono così, in parte, attratti dall’ultradestra. Se questa cresce, non è per la sua credibilità, ma perché promette «protezione», che la sinistra liberal non è in grado di offrire.