Il Sudafrica alle prese con la corruzione, il male che può uccidere la democrazia

Sempre più grave il suo diffondersi nelle istituzioni, ma non solo 

Nelle ultime settimane alcuni importanti e prestigiosi commentatori hanno pubblicato una serie di articoli che denunciano i danni e i problemi causati da una corruzione che spadroneggia, soprattutto ma non solo, fra le istituzioni statali. Una situazione eticamente inaccettabile e che al contempo danneggia fortemente l’economia e alimenta il già alto tasso di disoccupazione.

L’ANC, il partito di maggioranza, propone già dagli inizi del Nuovo Sudafrica una strategia denominata National Democratic Revolution (NDR) volta a penetrare e dominare soprattutto le istituzioni statali, ma anche il settore privato: la società civile, le chiese, le organizzazioni culturali, e infine il settore economico privato.

La strategia della NDR comprende particolarmente la collocazione di membri del partito nei posti-chiave e fra i quadri superiori di tutte le organizzazioni statali e non, della società civile e delle entità commerciali, allo scopo di favorire gli interessi nazionali e gli obiettivi del partito. Nel corso degli ultimi 30 anni, il partito è diventato dominante anche in settori come lo sport (calcio, atletica). Questo dominio ha finito per favorire il nepotismo, la corruzione e l’incompetenza.

Pure professioni tradizionalmente considerate affidabili come medici, giuristi e manager di ditte di consulenza aziendale e giuridica, sono state infiltrate. William Gumede, professore alla prestigiosa università del Witwatersrand e autore di libri bestsellers sul tema, affronta anche lo scottante tema del perché, nonostante i problemi siano chiari e attendibili, i cittadini continuino a sottovalutare i danni non solo etici, ma di importanza sociale e economica per il paese.  Molti, forse anche troppi cittadini votanti sono disposti a perdonare i politici corrotti, se a loro avviso questi politici propongono soluzioni giudicate interessanti e – scrive Gumede – sono dello stesso colore, e gruppo etnico.

L’abolizione dell’apartheid non ha portato, 30 anni dopo, alla creazione di una forte coscienza civica dell’elettorato. La mia esperienza personale nel paese mi ha fatto capire quanto sia importante migliorare la competenza dell’elettorato sudafricano in merito alle istituzioni dello Stato. È questa la ragione per la quale ho deciso di introdurre un corso di civica nella scuola da me co-fondata 25 anni fa per combattere l’analfabetismo.

L’elettorato sudafricano merita di voltare pagina e liberarsi da soluzioni e politiche facili, populiste e dannose, come già avvenuto in occasione della presidenza di Jacob Zuma, durata 9 anni, e che ha lasciato un profondo segno e pesanti eredità economiche e politiche.

Nell’immagine: William Gumede


IA, perché le Big Tech dicono di fermarsi ma poi non lo fanno?

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Di Federico Ferrazza, La Repubblica

C’è un aspetto curioso di questa narrazione apocalittica dell’intelligenza artificiale. E cioè che chi ha creato il problema e ci ricorda che le sue tecnologie potrebbero mettere fine all’umanità, ora vuole pure risolvere il problema: “Avete fatto male a fidarvi di noi, ma ora fatelo”. È questo il senso dell’appello di sabato del fondatore di Anthropic, Dario Amodei. Un messaggio subito sottoscritto da Sam Altman di OpenAI e Elon Musk di xAI.

Ma la domanda più semplice a cui non stanno rispondendo le Big Tech dell’intelligenza artificiale è: se l’IA è così pericolosa per l’umanità, perché non vi fermate invece di parlare e scrivere lettere accorate da mesi? A guardare i fatti, la risposta è altrettanto semplice: non vogliono. Lo provano i continui rilasci di modelli sempre più potenti. Una decina di giorni fa, per esempio, OpenAI ha messo sul mercato GPT6 Astra, “il modello più capace mai distribuito su larga scala” che “può individuare vulnerabilità di sicurezza finora sconosciute e sviluppare nuovi modi per sfruttarle”, come si legge nei documenti della stessa azienda. Non certamente una mossa che denota l’intenzione di fermarsi.

Allora perché mostrarsi così interessati alle sorti del genere umano e poi non fare nulla? Sono sei le ragioni, molto concrete e poco ideali, che lo spiegano.

1. Le Big Tech non competono per vendere un prodotto, lo fanno per non perdere un primato. Come ci insegna la storia dell’economia digitale, infatti, non c’è mai spazio per troppi concorrenti. Il più bravo o forte si prende tutto. È successo con l’e-commerce, i motori di ricerca, i social, le piattaforme di streaming e così via. Se Google rallenta, quindi, Microsoft può accelerare. Se OpenAI si ferma, Anthropic può continuare. Se le aziende americane si prendono una pausa, quelle cinesi non lo fanno. È il dilemma del prigioniero: tutti potrebbero avere interesse collettivo a rallentare, ma nessuno vuole essere il primo.

2. La corsa all’IA non è più una scommessa da qualche miliardo di dollari. È diventata una gigantesca infrastruttura industriale: data center, chip, energia, cloud, assunzioni, acquisizioni, ricerca. E più investi, più hai bisogno che la scommessa funzioni. Un’azienda che ha costruito enormi capacità di calcolo e ha speso decine di miliardi nello sviluppo dei modelli non può semplicemente dire: “Forse ora è meglio fermarsi”. È quella che si chiama dipendenza dal percorso intrapreso.

3. Gli Usa non vedono l’IA soltanto come un mercato. La considerano giustamente una tecnologia strategica, come lo sono stati in passato il nucleare o lo Spazio. La competizione con la Cina rende molto difficile immaginare uno stop unilaterale. E questo produce una situazione paradossale: le aziende possono chiedere regole più severe, ma contemporaneamente hanno incentivi enormi a continuare a correre.

4. Quando emerge un problema — errori, sicurezza, cyberattacchi, uso improprio — la risposta dell’industria raramente è: fermiamoci. È: costruiamo un modello migliore. Il ragionamento è: il modello attuale è rischioso? Il prossimo sarà più affidabile. Il modello è vulnerabile? Facciamolo più robusto.

5. Se esistesse la certezza che l’IA produrrà soltanto qualche software più efficiente, probabilmente sarebbe più facile stabilire dei limiti. Ma le aziende — e gli investitori — vedono la possibilità che l’IA diventi una tecnologia capace di modificare produttività, ricerca scientifica, medicina, industria e servizi. Tutto, insomma. Oggi non sanno se stanno costruendo una nuova Internet, una nuova elettricità o una nuova rivoluzione industriale. Ma proprio perché non lo sanno, nessuno vuole davvero essere quello che si ferma prima di scoprirlo.

6. Infine, c’è una ragione che negli ultimi mesi sta preoccupando, e non poco, le aziende americane. I modelli cinesi sono un po’ meno performanti ma costano decisamente di meno. Risultato? Si stanno diffondendo rapidamente, anche negli Usa. Questo fa sì che un rallentamento, e quindi minori investimenti nel breve su modelli più potenti, non sarebbe un danno. E consentirebbe alle Big Tech statunitensi di essere più competitive con quelle di Pechino.

Nell’immagine: Dario Amodei


El Niño stravolge l’autunno e l’inverno nel pianeta: ecco le previsioni e le conseguenze sull’Italia

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Di Giampiero Maggio, La Stampa

Un autunno probabilmente più caldo della norma, un inverno europeo che parte con un segnale netto verso temperature miti e un El Niño destinato a raggiungere il massimo proprio fra novembre e l’inizio dell’inverno. È il quadro che emerge dagli ultimi modelli stagionali disponibili per l’Italia e l’Europa. Ma con un’avvertenza fondamentale: una previsione stagionale non dice che tempo farà a Torino, Milano o Roma il 15 dicembre. Indica soltanto quale tipo di stagione ha maggiore probabilità di verificarsi rispetto alla climatologia. Ed è proprio su questa distinzione che insistono tutti i principali centri meteorologici internazionali.

Temperature oltre la media

Il grande protagonista sarà El Niño. L’Organizzazione meteorologica mondiale prevede per settembre-novembre un’anomalia media della temperatura del Pacifico nella regione Niño 3.4 di circa +3,6 °C, con il massimo dell’intensificazione atteso tra novembre e dicembre. La probabilità che il fenomeno persista durante l’intero inverno meteorologico, dicembre-febbraio, è vicina al 100%. La NOAA statunitense va ancora oltre: nell’aggiornamento del 10 settembre assegna una probabilità superiore al 90% che El Niño diventi “molto forte” durante autunno e inverno. Nel Pacifico orientale sono già state osservate anomalie superficiali superiori a 3 °C e, sotto la superficie, in alcune aree oltre 10 °C rispetto alla norma.

Italia: un autunno ancora caldo

Per l’Italia il primo segnale robusto riguarda le temperature. Il CNR, sulla base delle proiezioni Copernicus, indica per settembre-novembre temperature stagionali elevate su gran parte dell’Europa, Italia compresa. Ma mette in guardia dal tradurre automaticamente questa indicazione in “tre mesi continuamente caldi”: all’interno di una stagione sopra media possono comunque verificarsi irruzioni fredde e periodi più freschi. Ancora più dettagliate le proiezioni di ARPA Piemonte, basate su nove modelli internazionali del sistema Copernicus. Per settembre tutti i modelli indicano temperature superiori alla norma sull’Europa centro-meridionale; a ottobre oltre tre quarti continuano a prevedere condizioni più calde della media. A novembre il segnale caldo torna a rafforzarsi: più della metà dei modelli prospetta temperature molto superiori ai valori climatologici. Sul fronte delle piogge lo scenario è più delicato. Il Mediterraneo arriva dall’estate con temperature dell’acqua eccezionalmente elevate, quindi con una grande quantità di energia e umidità potenzialmente disponibili per l’atmosfera. ARPA Piemonte vede la possibilità di precipitazioni autunnali significative sull’area mediterranea. Ma il CNR invita alla prudenza: un mare molto caldo non provoca automaticamente nubifragi. Servono contemporaneamente instabilità atmosferica, sollevamento dell’aria, convergenza dei venti e forte trasporto di umidità. Quando queste condizioni si verificano, però, il calore del mare può amplificare l’intensità delle precipitazioni.

E l’inverno italiano?

Qui l’incertezza aumenta. Copernicus ha appena pubblicato il primo segnale per dicembre-febbraio: l’inverno europeo è favorito verso condizioni più miti della media praticamente su tutte le terre emerse del continente. Per le precipitazioni, invece, Copernicus vede un inverno mediamente più piovoso su buona parte dell’Europa, ma il segnale si indebolisce proprio ai margini meridionali e settentrionali del continente. E l’Italia si trova in quella fascia mediterranea dove la previsione delle precipitazioni conserva un’incertezza maggiore. Tradotto: oggi è scientificamente ragionevole parlare di un inverno italiano con maggiori probabilità di temperature sopra la media, ma non è ancora possibile affermare se sarà nel complesso più piovoso, più secco o più nevoso. E soprattutto un inverno mite non significa assenza di neve o di gelo. Una media stagionale elevata può convivere con singole ondate fredde anche intense. Le previsioni stagionali non hanno la capacità di stabilire con mesi di anticipo quando arriverà una colata artica o quanta neve cadrà sulle Alpi e sugli Appennini.

Europa: mite, ma più perturbata al Centro-Nord

Il quadro diventa più definito spostandosi verso il Centro e il Nord Europa. Copernicus vede per l’inverno temperature superiori alla media quasi ovunque e precipitazioni superiori alla norma in buona parte delle fasce centrali del continente. Il Met Office individua già per l’autunno un aumento del rischio di condizioni calde, umide e ventose sul Regno Unito: la probabilità di un autunno caldo e piovoso viene stimata circa una volta e mezza-due volte superiore alla climatologia. Storicamente i grandi El Niño tendono infatti a favorire, tra fine autunno e inizio inverno, condizioni più miti, piovose e perturbate sull’Europa nord-occidentale. «El Niño è soltanto uno dei diversi fattori che influenzano il nostro clima», precisa però il capo meteorologo del Met Office Ian Lisk. Anche un evento eccezionalmente forte «non significa automaticamente impatti più gravi». La ragione è che sull’Europa entrano in gioco anche l’Atlantico settentrionale, la corrente a getto, la NAO, la stratosfera e la situazione dell’Artico. Basta che uno di questi elementi cambi configurazione perché il segnale di El Niño venga amplificato, deviato o parzialmente cancellato.

Nel mondo: la firma di El Niño sarà molto più netta

Lontano dall’Europa gli effetti sono invece statisticamente più riconoscibili. L’OMM prevede per l’autunno una classica impronta da forte El Niño: aumento del rischio di siccità in alcune aree dell’Indonesia, dell’Australia e dell’Asia meridionale e condizioni più piovose in altre zone del Pacifico e del Sudamerica. (World Meteorological Organization ) Il Met Office segnala inoltre un rischio più alto di siccità nell’Africa australe e nell’Australia nord-orientale, mentre il segnale di El Niño tende a favorire piogge più abbondanti sulle coste occidentali del Sudamerica e, durante l’inverno boreale, nella fascia meridionale degli Stati Uniti. (Met Office ) E poi c’è la temperatura globale. El Niño trasferisce una parte del calore accumulato nel Pacifico verso l’atmosfera. Il suo massimo è previsto alla fine del 2026, ma una parte dell’effetto sulle temperature globali si manifesta normalmente nei mesi successivi. Per questo il Met Office considera molto probabile che il 2027 possa superare il 2024 come anno più caldo mai osservato. (Met Office ) Il punto, dunque, non è immaginare un autunno senza freddo o un inverno senza neve. Le proiezioni non dicono questo. Dicono qualcosa di più preciso: la bilancia delle probabilità si sta spostando verso un autunno italiano più caldo della norma e verso un inverno europeo complessivamente mite, mentre un El Niño eccezionalmente intenso aumenta la possibilità di forti anomalie nelle precipitazioni su diverse regioni del pianeta. Per sapere invece dove cadrà la neve, quando arriveranno le irruzioni fredde e quali zone italiane saranno colpite dalle piogge più intense bisognerà aspettare. A quella scala, il clima stagionale lascia il posto al meteo. E oggi nessun modello serio può spingersi così lontano.


La donna trovata morta nel lago temeva che Zali volesse vendicarsi

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Di Enrico Kampmann, Die Wochenzeitung

La donna bionda tira una boccata dal suo riscaldatore di tabacco. Il posacenere sul tavolo si riempie di filtri mentre lei racconta di una serata del febbraio 2017: Claire Bianchi [nome di fantasia, ndr] aveva bevuto due bicchieri nel bar di una conoscente e poi si era recata dal suo amante in un villaggio sopra Lugano. Bianchi voleva chiarire una lite. Aveva raccontato a un’altra delle sue amanti dettagli privati su di lui e da allora lui non rispondeva più al telefono.

Non si sarebbe mai aspettata ciò che è successo davanti alla sua porta di casa. «Ha aperto la porta, mi ha afferrata per il colletto, mi ha scaraventata a terra e ha chiuso la porta. Poi mi ha sballottata da una parte all’altra e mi ha sbattuto ripetutamente le gambe contro le pareti», racconta mostrando una foto in cui si vede una gamba graffiata con un grosso ematoma. Poi il suo cellulare emette un bip.

L’avvocato della Bianchi le ha inviato un articolo appena pubblicato sul «Corriere del Ticino». Secondo quanto riportato, la Procura del Ticino avrebbe avviato un procedimento penale contro il consigliere di Stato Claudio Zali per presunti reati contro l’integrità sessuale. Zali è l’uomo di cui la Bianchi ha appena parlato. La donna, sulla cinquantina, afferma di aver avuto una relazione con lui per otto anni e mezzo. A confermare la sua dichiarazione ci sono un contratto d’affitto del 2023 firmato da entrambi, e numerosi messaggi. Si erano conosciuti in occasione di un evento della Lega dei Ticinesi, partito populista di destra di cui Zali fa parte.

Un corpo senza vita

La vicenda che coinvolge Claudio Zali tiene il Ticino con il fiato sospeso da mesi, con accuse sempre nuove che vengono alla luce. Il tragico culmine è stato raggiunto il 18 agosto, quando sulle rive del lago a Melide è stato rinvenuto il corpo senza vita di una donna di 52 anni che galleggiava nell’acqua. Come si è scoperto poco dopo, si trattava di Valentina Lombardi [nome di fantasia per la persona che in Ticino viene comunemente chiamata Sabrina, ndr] – un’ex amante di Zali.

Lo scandalo che ha coinvolto il 64enne Zali era esploso a metà luglio, quando su un account Instagram anonimo erano apparse delle registrazioni audio risalenti agli anni 2022 e 2023. L’account apparteneva alla Lombardi. Nelle registrazioni si sente la voce di Zali. Parlando con la Lombardi di un’altra donna, dice: «Dalle una lezione. […] Quando è venuta a casa mia, l’ho picchiata». Zali si riferisce alla serata con Claire Bianchi descritta sopra. All’epoca la Bianchi aveva sporto denuncia, come dimostra un documento in possesso della WOZ, ma pochi giorni dopo l’aveva ritirata. «Ero innamorata e mia madre era appena morta. Nonostante tutto quello che avevo passato, non volevo restare sola», spiega oggi motivando la sua decisione.

In una dichiarazione rilasciata alla WOZ, Claudio Zali scrive che la Bianchi si era presentata a casa sua di notte e senza preavviso. «Mi sono limitato ad allontanarla dalla mia proprietà, che ho difeso con i mezzi consentiti dalla legge.»

In un’altra registrazione, Zali valuta la possibilità di coinvolgere un amico di Milano per risolvere un problema con un’altra donna, un amico che gli resterebbe fedele «anche sotto tortura» e che potrebbe aiutarlo tramite «una quarta o quinta persona». Lo scandalo ha spinto Zali ad annunciare le sue dimissioni il 29 luglio, anche se con effetto solo a fine settembre.

Tre settimane dopo, il cadavere di Valentina Lombardi è stato ritrovato nel Lago di Lugano. L’autopsia non ha rivelato segni di violenza esterna. Nel suo sangue sono stati tuttavia rilevati livelli elevati di alcol e piccole quantità di sedativi che, secondo gli investigatori, avrebbero potuto comprometterne in modo significativo «la vigilanza, la coordinazione e lo stato di coscienza».

Nessun aiuto da parte dei politici

Ma un episodio getta un’ulteriore ombra sulla morte di Lombardi. Circa dieci giorni prima della sua morte, aveva sporto denuncia contro ignoti. Aveva dichiarato di essere stata aggredita e brutalmente picchiata di notte sulle rive del lago a Melide da un uomo. La WOZ è ora in possesso in esclusiva di un messaggio vocale finora inedito, in cui si sente la voce di Lombardi, che sembra leggermente stordita. «Mi ha quasi uccisa, mi ha quasi annegata […] Mi ha sbattuto la testa contro una pietra, ho di nuovo delle fitte al viso.» E aggiunge: «Sono sicura che Claudio Zali abbia mandato uno dei suoi compari a picchiarmi. Mi ha fatta punire.» Zali, infatti, le avrebbe precedentemente «giurato vendetta».

La voce e l’origine del file non lasciano alcun dubbio alla WOZ sul fatto che la registrazione provenga da Lombardi. Tuttavia, non costituisce una prova del coinvolgimento di Zali nell’aggressione a Lombardi o nella sua morte. Inizialmente suggerisce solo una cosa: Lombardi aveva paura di lui.

La sua paura sembrava fondata. In una denuncia contro Zali del 2021, di cui la WOZ è in possesso, Lombardi descrive come lui, durante un viaggio in auto, l’avesse trattenuta per il corpo e per le braccia, provocandole lividi visibili. Più volte avrebbe frenato bruscamente per scagliare la donna, che non indossava la cintura di sicurezza, contro il cruscotto. «Tra un urlo e l’altro mi disse, guardandomi dritto negli occhi, che mi avrebbe uccisa, che mi avrebbe fatta sparire e che nessuno ne avrebbe mai saputo nulla.»

All’epoca Lombardi si era rivolta anche ai noti politici della Lega Norman Gobbi e Lorenzo Quadri. Come conferma Quadri su richiesta, ne sono seguiti dei colloqui con Zali, ai quali però Quadri non ha preso parte. I politici non hanno intrapreso ulteriori azioni. Secondo la Procura, Lombardi ha ritirato la denuncia in un secondo momento.

Nella sua dichiarazione, Claudio Zali respinge tutte le accuse. La defunta sarebbe stata «una persona instabile», incline all’abuso di alcol. Nel 2025 avrebbe interrotto completamente i contatti. «Quello che è successo dopo è stata la crudele vendetta di una donna ferita dalla fine di questa amicizia.» Lei avrebbe poi «lavorato sistematicamente per screditarmi con false accuse e per ottenere le mie dimissioni dal Consiglio di Stato – cosa che è riuscita a fare». Zali nega di aver mai picchiato la donna e respinge ogni coinvolgimento sia nell’aggressione a Melide sia nella sua morte.

Lombardi e Bianchi sono solo due delle numerose presunte vittime di Zali. Nel corso dell’estate, le indagini intensificate dei media ticinesi, in primis del quotidiano «laRegione», hanno portato alla luce aspetti sempre nuovi. Già a giugno il giornale aveva riferito che Zali si era impegnato personalmente per il trasferimento di un quattordicenne detenuto, con la cui madre aveva una relazione intima. La Procura ha avviato un procedimento per abuso d’ufficio e tentata coercizione. Vige la presunzione di innocenza. Inoltre, già nel 2020 Zali era intervenuto presso l’ente ospedaliero cantonale EOC per aiutare la sua allora amante, Valentina Lombardi, a ottenere un posto di lavoro.

Dopo che quest’ultima aveva poi pubblicato, a luglio, le suddette registrazioni audio, Zali l’ha denunciata per registrazione segreta di conversazioni, coercizione e falsa accusa. Durante il successivo interrogatorio, secondo quanto riportato da «laRegione», la Lombardi ha consegnato alle autorità del materiale che ha infine portato al secondo procedimento penale contro Zali, menzionato all’inizio: per atti sessuali con una persona incapace di discernere o di opporre resistenza, nonché per abuso di una situazione di bisogno o di dipendenza. Secondo le indagini del giornale, la presunta vittima sarebbe proprio la madre del quattordicenne già menzionato. Secondo quanto riferito dalla Procura, dopo l’interrogatorio la donna non ha sporto denuncia contro Zali. Trattandosi tuttavia di reati perseguibili d’ufficio, la Procura è tenuta a indagare a prescindere da ciò. Anche in questo caso vale la presunzione di innocenza per Zali. Dopo la notizia del nuovo procedimento penale, i suoi quattro colleghi di governo gli hanno chiesto di dimettersi immediatamente. Zali si è rifiutato. Di conseguenza, il 2 settembre gli è stata revocata la direzione del Dipartimento per il territorio e l’ambiente. Formalmente, tuttavia, rimane membro del Consiglio di Stato fino alla fine di settembre.

Finora almeno due, forse tre donne hanno denunciato Zali per episodi di violenza; due di loro hanno successivamente ritirato le denunce. Da parte sua, Zali ha intrapreso azioni legali contro due delle donne. Una è stata condannata per stalking, Bianchi per diffamazione – contro questa sentenza è in corso un ricorso in appello. Le registrazioni ora rese pubbliche, in cui lo stesso Zali afferma di averle «picchiate», gettano una nuova luce sulle accuse mosse all’epoca – e quindi anche sulla sentenza di primo grado contro Bianchi.

La giustizia in questione

Prima di diventare consigliere di Stato nel 2013, Zali è stato per oltre due decenni giudice in Ticino, da ultimo presidente del Tribunale penale. È plausibile che in quel periodo abbia costruito una fitta rete di relazioni professionali e personali. Diverse persone a conoscenza del caso esprimono alla WOZ dubbi sull’indipendenza e sull’operato della giustizia ticinese. Tra le altre cose, ci si chiede perché il pubblico ministero sia intervenuto solo così tardi, nonostante le numerose denunce e le testimonianze.

A questo proposito, riveste grande importanza una lettera di Valentina Lombardi al procuratore generale Andrea Pagani del 7 settembre 2021. In essa lei muove gravi accuse: Zali avrebbe «sfruttato sessualmente» una giovane donna «invalida a causa di una malattia psichica», che sarebbe stata a letto anche con entrambi. Si tratta proprio di quella donna che, secondo «laRegione», è oggi al centro del procedimento penale contro Zali per reati contro l’integrità sessuale. Se si trattasse effettivamente dello stesso caso, si pone con ancora maggiore urgenza la domanda sul perché la Procura si sia attivata solo cinque anni dopo – tanto più che i fatti sono stati ora qualificati come reato perseguibile d’ufficio.

Anche un’interpellanza dei granconsiglieri Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini del Movimento per il socialismo (MPS) punta il dito sul ruolo discutibile della Procura nella vicenda Zali. Chiedono al Governo cantonale se sia necessaria una «verifica indipendente» delle autorità giudiziarie che si sono occupate delle segnalazioni e delle denunce della donna, nonché un’«indagine indipendente ed esaustiva» sulla sua morte, al fine di «escludere definitivamente possibili omissioni, valutazioni errate o conflitti di interesse».

Nella sede centrale del MPS a Bellinzona, Sergi parla chiaro: «Nutriamo una forte sfiducia nei confronti della giustizia. Ciò deriva da esperienze accumulate nel corso degli anni.» Spesso la giustizia non avrebbe agito come avrebbe dovuto e sarebbe «molto attenta a evitare scontri con attori potenti».

Il Ministero pubblico ticinese non ha risposto né alla domanda sul perché le indagini non siano state trasferite a un’autorità extracantonale, né alla maggior parte delle altre domande poste dalla WOZ.

Zali lascerà il Consiglio di Stato alla fine di settembre. Sono pendenti diversi procedimenti a suo carico. Ma ormai questa vicenda non riguarda più solo la questione a sapere se l’ex presidente del Governo abbia fatto qualcosa, o cosa abbia fatto. Riguarda anche ciò che la politica e la giustizia sapevano da anni – e perché per così tanto tempo si sia fatto così poco.

Traduzione e sottolineatura della redazione


Sergio Rossi – Per aiutare gli investimenti cancellare parte del debito pubblico posseduto dalla BCE

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Naomi Klein e Astra Taylor: “La fine del mondo è ormai una possibilità concreta”

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Di, The New York Times

La posta in gioco politica attuale, secondo Naomi Klein e Astra Taylor, non potrebbe essere più alta. Secondo queste due influenti pensatrici di sinistra, una delle motivazioni principali alla base della politica di estrema destra in questo momento è nientemeno che l’apocalisse. Nel loro nuovo e allarmante libro, “End Times: Fascism and the Fight for the Living World” (“Il fascismo apocalittico e la lotta per il mondo vivente”), Klein, autrice dei best seller “Shock economy” e “Doppio. Il mio viaggio nel Mondo Specchio“, e Taylor, scrittrice e documentarista nonché fondatrice del Debt Collective, un sindacato dei debitori, sostengono che una potente coalizione di fondamentalisti religiosi, etnonazionalisti e oligarchi della tecnologia (in primis Elon Musk) stia attivamente — e con successo — accelerando la distruzione del mondo così come lo conosciamo. Perché? Perché credono di essere destinati a prosperare dall’altra parte della catastrofe, a discapito di tutti gli altri. Si tratta di una visione che fa riflettere e spaventa delle battaglie politiche contemporanee. Ma, come spiegano Klein e Taylor, che non hanno ancora perso la speranza, hanno scritto il loro libro perché credono che l’esito sia tutt’altro che scontato.

Per cominciare: che cos’è il “fascismo apocalittico”?

Naomi Klein: Il fascismo apocalittico è un fascismo che dialoga intensamente con le crisi esistenziali su scala planetaria; un fascismo che dà per scontata la fine di questo mondo. Abbiamo riflettuto a lungo e intensamente sull’opportunità politica di aggiungere qualsiasi tipo di qualificativo a una parola come “fascismo”.

E il motivo per cui alla fine abbiamo deciso che fosse necessario è che abbiamo riflettuto su come il nostro mondo sia cambiato da quando Mussolini si autoproclamò fascista. I nostri fascisti dispongono di armi che i fascisti del secolo scorso non potevano nemmeno immaginare. Non esisteva la bomba atomica. Hitler e Mussolini morirono prima del test «Trinity». Non capivano che i combustibili fossili stavano riscaldando il pianeta. Il nostro mondo è diventato più pericoloso, e il fascismo si è evoluto di conseguenza, facendo i conti con l’idea del collasso. E ora ciò per cui stanno lottando è chi sopravviverà a quel cataclisma.

In che modo il fascismo apocalittico si manifesta nel mondo di oggi?

Klein: La prima cosa che mi è venuta in mente è stata l’IPO di SpaceX. Credo che ciò che colpisce sia: «Ehi, ma i miliardari non hanno dei bunker adesso? Non si stanno forse preparando in qualche modo? Che cos’è questa sorta di fissazione nel volersi allontanare dalla Terra? Non credo che l’idea dell’esplorazione spaziale sia intrinsecamente fascista, ma penso che il modo in cui viene formulata da Elon Musk lo sia, perché si limita ad accettare che, come dice lui, sta salvando l’umanità. Da cosa sta salvando l’umanità, esattamente? Perché accettiamo l’idea che questo mondo sia un luogo da cui fuggire?

Un termine come “fascismo” può risultare vago, e la situazione è aggravata dal fatto che negli ultimi 10 anni circa è stato usato sempre più spesso. Puoi quindi chiarire chi sono i fascisti nella tua definizione?

Astra Taylor: Non è una visione politica dominante, nemmeno a destra, ma è un termine che riteniamo si applichi ad alcune delle persone più potenti del mondo che guidano governi e aziende. Nel libro parliamo di fondamentalisti religiosi che credono nella fine dei tempi e vogliono accelerare il ritorno del Messia, convinti che saranno salvati dalla grazia della loro fede. Si tratta dei sionisti cristiani evangelici, che rappresentano una forza politica molto potente negli Stati Uniti; e dei sionisti in Israele. Sono gruppi reali di persone con potere reale.

Poi ci sono i “tecnologici apocalittici”, che credono che valga la pena incenerire questo mondo purché possano costruirne uno virtuale e che ci stiamo inevitabilmente dirigendo verso una sorta di superintelligenza digitale, una sorta di singolarità. E poi il terzo gruppo è costituito dagli etnonazionalisti, che credono che la nazione sia sotto minaccia esistenziale a causa dell’immigrazione e del cambiamento culturale, e la loro risposta è quella di trasformare la nazione in una fortezza, di scacciare i nemici interni. Questi gruppi sono diversi. Ci sono contraddizioni, sono disordinati e non del tutto coerenti, ma stanno reagendo a questa sensazione che il mondo sia sempre più teso e pericoloso — e lo è — e reagiscono chiudendosi in se stessi e cercando di difendere il proprio gruppo. E hanno stretto questa alleanza molto pericolosa.

Aiutami a capire l’aspetto della coalizione. Se qualcuno dicesse: «Non capisco bene cosa abbiano a che fare i nazionalisti religiosi con Elon Musk» — esiste uno sforzo concreto, pratico e coordinato tra queste persone?

Klein: Direi che tale sforzo è incarnato dall’amministrazione Trump. Se guardi a questa goffa coalizione alla Frankenstein che lui ha messo insieme e che lo ha portato al potere, essa contiene tutti questi elementi. Gli ingenti finanziamenti provenienti dalla Silicon Valley, e da Elon Musk in particolare. Il fatto che abbia nominato Mike Huckabee, un sionista cristiano, come suo ambasciatore in Israele, e il modo in cui ha compreso che i sionisti cristiani sono una parte fondamentale della sua base elettorale, nonché la centralità della promozione delle narrazioni sioniste messianiche in Israele. E, insomma, pensate alla classe dei miliardari della tecnologia e a quel momento della seconda inaugurazione di Trump in cui erano allineate alcune delle persone più ricche della storia del mondo. Cosa sta succedendo esattamente? La prima volta che Trump è stato presidente, molti di questi stessi miliardari lo criticavano. Erano indignati quando ha abbandonato l’accordo di Parigi sul clima. Zuckerberg lo condannava. Bezos stava lanciando un premio per la Terra. Si stavano posizionando come coloro che avrebbero salvato il pianeta. Una delle cose che sosteniamo è che, man mano che il mondo cambia, le nostre élite stanno cambiando, stanno diventando più fasciste, sono attratte da idee che giustificano il concetto secondo cui solo alcune persone ce la faranno. Non è la stessa storia che raccontavano anche solo cinque anni fa. Dobbiamo prestare attenzione al modo in cui la storia sta cambiando mentre il nostro mondo cambia.

Ma si potrebbe dire che le élite tecnologiche stiano rispondendo a incentivi che le spingono ad avvicinarsi a Trump. Che sia meglio per i loro affari. Quindi, può approfondire l’elemento del “fascismo”?

Klein: Non credo sia così semplice dire che si stiano schierando con Trump solo perché è vantaggioso per loro. Avrebbero potuto farlo anche l’ultima volta. Pochissimi di loro lo hanno fatto. Lo hanno aiutato a farsi eleggere [nel 2024]. Certamente Elon Musk e le ingenti somme di denaro che ha speso — ma non solo lui. Diverse persone hanno svolto ruoli chiave, tra cui Marc Andreessen; JD Vance era un prodotto della Silicon Valley, ha lavorato con Peter Thiel. Ma c’è stata una svolta durante la campagna elettorale, quando molte persone che non avevano sostenuto Trump, che si identificavano come democratici di lunga data, si sono schierate dalla sua parte. Sosteniamo che gran parte di ciò abbia a che fare con l’intelligenza artificiale e con quanto essa sia vorace in termini di energia. Hanno capito che Trump, in quanto sostenitore dell’industria dei combustibili fossili, avrebbe aperto le porte a questa corsa agli armamenti nell’intelligenza artificiale. Quindi questo è un incentivo economico. Ma vorrei anche sostenere che il modello di business che hanno abbracciato è un modello di business che è particolarmente antitetico a un’esistenza umana condivisa.

Sono consapevoli della crisi climatica e sanno bene che ciò di cui alimentiamo l’intelligenza artificiale è l’energia. Viene alimentata in modo preponderante con GNL [gas naturale liquefatto] e carbone, e proprio perché comprendono la crisi climatica, capiscono che ciò porterà esattamente a ciò che stiamo vedendo in questo momento: città intere in fiamme, situazioni in cui vaste aree del mondo diventeranno inabitabili. Quindi le opinioni sempre più brutali che sentiamo da persone come Elon Musk, in cui sembra semplicemente che si ignorino vaste fasce dell’umanità o che si contribuisca attivamente a distruggere l’USAID a costo di… Insomma, lui direbbe “nessuna vita”, ma forse perché non conta le vite degli africani. Queste cose vanno di pari passo. C’è bisogno di una narrazione che sminuisca quelle vite. Questa è una narrazione fascista. È la narrazione che stabilisce quali vite contano e quali possono essere scartate. E penso che sia piuttosto diffusa. Non è solo una questione di: «Oh, andiamo dove ci sono i soldi». Sono i soldi a renderli fascisti.

Taylor: È importante notare che l’ideologia di estrema destra ha una lunga storia nella Silicon Valley. Non è iniziata con la seconda inaugurazione. Una figura come Peter Thiel ha coltivato quella visione del mondo insieme a David Sacks, investendo nella promozione di un certo paradigma filosofico. Nel 2009, ha scritto un articolo piuttosto famoso per una buona ragione, in cui sostanzialmente afferma che democrazia e libertà sono incompatibili, sostenendo che se dovesse scegliere tra democrazia e capitalismo, sceglierebbe il secondo. Nel libro parliamo di una conferenza organizzata dalla società di venture capital di Thiel poco prima delle elezioni del 2024, chiamata Hereticon, «una conferenza sul crimine di pensiero». E lo slogan era: «Forse, se non stai cercando di distruggere il mondo, non ti stai impegnando abbastanza». Ci siamo arrovellati su come parlare di ciò che dicono perché alcune cose sono talmente folli che citandoli si rischia di sembrare un po’ strambi. Elon Musk che afferma che sembra sempre più che «l’umanità sia un bootloader biologico per la superintelligenza digitale», o che dovremmo rallegrarci del fatto che stiano creando gli esseri digitali che succederanno all’umanità.

Klein: O Sam Altman che sostiene che l’intelligenza artificiale richieda meno energia per essere addestrata rispetto a un essere umano.

Taylor: O che il mondo sarà ricoperto di data center.

Ma come si fa a distinguere il trolling dalle reali opinioni ideologiche?

Taylor: La mia opinione è che vogliano essere i nostri signori e i nostri dominatori. E penso che abbiamo capito che dobbiamo prendere sul serio almeno una parte di quel trolling. Si può essere ridicoli e allo stesso tempo davvero pericolosi.

Klein: L’ultimo libro che ho scritto parlava di un gruppo di persone che venivano liquidate come fanatici delle teorie del complotto e che non andavano prese troppo sul serio. E poi, meno di un anno e mezzo dopo, sono loro a guidare il governo degli Stati Uniti. Quindi penso che quando si vedono tante cose davvero estreme, ci sia l’impulso di pensare: «Prevarrà il buon senso». Ma poi si guarda al Segretario alla Guerra degli Stati Uniti e a ciò che sta facendo, o a chi è a capo del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani e agli effetti che ciò sta già avendo sulle malattie trasmissibili e di origine alimentare. Il motivo per non essere allarmisti riguardo a una retorica allarmante è che si vuole che la gente la prenda sul serio quando c’è una minaccia seria. In questo momento stanno suonando così tanti campanelli d’allarme che non credo sia il momento giusto per tranquillizzarci pensando che forse si tratti solo di parole dette per provocare. Il prototipo di tutto questo è Elon Musk. Quando era a capo del DOGE con la sua motosega, ha davvero tagliato programmi interi su cui milioni di persone fanno affidamento per l’assistenza sanitaria e il sostegno nutrizionale.

Vorrei porre una domanda su Elon Musk. È una figura determinante della nostra epoca, nel bene e nel male. Penso che, per chi lo apprezza, ci sia una vera grandezza nell’idea dei razzi SpaceX e della colonizzazione dello spazio. Oppure, stavo discutendo delle idee del tuo libro con alcune persone e qualcuno mi ha detto: «Elon Musk va in giro a dire che più persone dovrebbero avere più figli a causa del calo demografico». Quindi, come si concilia questo con l’accelerazione del cataclisma? Tutto ciò, secondo te, complica l’idea di ciò in cui crede Elon Musk e del modo in cui agisce? A me sembra soprattutto incoerente.

Klein: Non voglio sforzarmi troppo per cercare di renderlo coerente. Ma penso davvero che abbia una visione del futuro. Credo che sia ossessionato dalla visione del futuro con cui è cresciuto, tra romanzi di fantascienza di bassa lega e fumetti, e che desideri quel futuro. Sente che ci era stato promesso. Ci erano state promesse le auto volanti. Dove sono le mie auto volanti?

Come disse famigeratamente Peter Thiel.

Klein: Quindi l’idea che abbia una visione del futuro non significa che non sia un fascista. Penso che abbia una visione del futuro per una ristretta cerchia di esseri umani che potranno godere di impianti, potenziamenti, auto volanti e astronavi. Crede in una sorta di futuro su misura per i VIP, basato su questa gerarchia dell’umanità che gli permette, da un lato, di dire che le persone nel cosiddetto Occidente dovrebbero avere più figli, ma dall’altro di tagliare i programmi che forniscono cibo e medicine ai bambini in Somalia e nella Repubblica Democratica del Congo. Queste cose stanno accadendo contemporaneamente.

Taylor: Penso che tu stia volendo dire che c’è qualcosa che attrae le persone nell’idea che potremmo diventare interplanetari. Su questo siamo d’accordo. Condividiamo l’idea che le persone abbiano bisogno di qualcosa di mitico e di qualcosa a cui aspirare. Pensiamo semplicemente che dovrebbe essere qualcosa a cui aspirare qui sulla Terra, e che dovrebbe essere inclusivo e sostenibile.

Klein: Perché non lo si sente parlare del grande futuro che potremmo avere qui. Oggi, sia in politica che nel mondo delle imprese, sono pochissime le persone che parlano di una visione credibile su come potremmo vivere insieme. Crediamo quindi che sia compito di una sinistra credibile proporre una visione del futuro su come vivere bene insieme su questo pianeta — dove non siamo impegnati in qualche progetto di selezione che decide chi deve vivere e chi deve morire, ma dove cerchiamo davvero di capire come condividere le nostre risorse e prosperare. Noi vogliamo credere nel futuro. Abbiamo il diritto di credere nel futuro. E c’è qualcosa di traditore nel non credere nel futuro.

Temi che l’uso di espressioni come «fine dei tempi» o «fascismo» possa indurre le persone a liquidare più facilmente le tue argomentazioni?

Klein: Questo libro è un monito, e non riguarda un gruppo di personaggi marginali. Stiamo citando, con le loro stesse parole, le persone più ricche della storia del mondo, il presidente degli Stati Uniti, il primo ministro di Israele. Abbiamo visto come persone con sistemi di credenze in precedenza piuttosto marginali si siano spostate al centro del potere e abbiano ottenuto ruoli molto influenti nel governo. Voglio dire, lei dice che «fine dei tempi» è un termine estremo. La metà dei cristiani in America crede che siamo nella fine dei tempi. Da dove ti trovi potrebbe sembrare un sistema di credenze marginale, ma queste non sono idee marginali.

È una statistica curiosa, però. Dipende molto da come un determinato cristiano interpreta la «fine dei tempi». Un cattolico potrebbe credere che siamo nella fine dei tempi sin dall’ascensione di Gesù. Quindi il fatto che metà dei cristiani creda nella fine dei tempi non significa necessariamente che voglia…

Klein: Accelerarla? Sì. Ma semplicemente non credo che queste siano idee marginali. Sono alcune delle storie più potenti della nostra cultura. Sono radicate in modo incredibilmente profondo. Che siamo religiosi o meno, sono dentro di noi, e c’è una sorta di impulso a ripeterle perché sono storie così potenti. Quindi abbiamo bisogno di storie mitiche nostre. Non può limitarsi a: «Abbiamo bisogno di un’assistenza sanitaria universale e di una vita economicamente sostenibile». Abbiamo bisogno anche di miti. Dobbiamo ritrovare un senso di meraviglia e di stupore per questo mondo. Ecco perché vale la pena esaminare la questione. Ci sono cose che possiamo imparare da ciò che sta risuonando.

Perché sembra che la sinistra non sia stata in grado di sfruttare l’energia apocalittica come ha fatto la destra?

Taylor: Penso che costruire una democrazia multirazziale sia più difficile che costruire il fascismo o l’autoritarismo. Perché non vogliamo semplicemente impadronirci delle leve del potere. Vogliamo condividere il potere e dobbiamo capire come convivere. Quindi penso che il nostro progetto sia intrinsecamente più difficile.

Klein: In risposta alla tua domanda, come persona che fa parte della sinistra da molto tempo, posso dire che ci siamo avvicinati più che mai. Per chi di noi ha fatto parte della campagna di Bernie Sanders — all’epoca vivevo negli Stati Uniti e ho partecipato a quella campagna come sostenitrice del suo programma Green New Deal, che ritenevo fosse il tipo di risposta in grado di affrontare sia le emissioni che i bisogni economici della gente. Ma in politica non si riceve un premio per il secondo posto. Credo che questa ondata che Mamdani ha contribuito a guidare, e questa ondata di candidati del D.S.A. che stanno vincendo alle primarie, dimostri che la sinistra è molto più determinata a combattere il fascismo; la volontà di chiamarlo fascismo, di definirlo genocidio, di usare le parole che descrivono la realtà è in realtà molto più efficace nel combattere il fascismo rispetto a un centrismo apparentemente sicuro che sta crollando in tutto il mondo.

Dove vede opportunità all’destra per contrastare i fascisti apocalittici?

Klein: L’alleanza più imbarazzante è quella tra le grandi aziende tecnologiche e la base del movimento MAGA. A loro non piace l’idea di essere tracciati tramite i propri telefoni, quindi lì ci sono sicuramente delle opportunità. Lo stiamo vedendo in queste assemblee locali, cosa che trovo davvero interessante, avendo condotto questa ricerca sul movimento contrario ai vaccini, alle mascherine e alle misure sanitarie anti-Covid durante la pandemia, che poi si è trasformato in un movimento a favore della censura dei libri e contro i diritti delle persone trans. Erano quelle le questioni che spingevano la gente a prendere d’assalto il municipio e a partecipare alle assemblee pubbliche. Oggi ciò che porta le persone alle assemblee pubbliche è l’opposizione al data center in costruzione in fondo alla strada.

Taylor: Parliamo dei data center come di icone di questa mancanza di futuro. Un tempo c’era una sorta di compromesso: si otteneva una fabbrica in città e questo significava un po’ di inquinamento e magari qualche sgravio fiscale, ma c’erano anche posti di lavoro che sostenevano la famiglia, anche se gli stipendi non erano dei migliori. E andando a Memphis, per esempio, dove Elon Musk ora possiede tre supercomputer, e incontrando le persone del posto che si oppongono a questo progetto perché Musk li alimenta con turbine a gas. Alcuni di essi sono grandi quanto 30 campi da football. E praticamente non ci sono posti di lavoro. Qual è l’offerta?

Ci sono segnali, piccoli barlumi all’orizzonte, che potrebbero indicare che l’influenza dei fascisti apocalittici sta diminuendo?

Taylor: Minneapolis è un ottimo esempio. Penso che l’amministrazione Trump abbia intrapreso quell’assalto pensando che sarebbe stata accolta con gioia, almeno dalla propria base, e che la gente avrebbe esultato vedendo il video che circolava, celebrando la violenza, ma in realtà hanno esagerato.

Hanno sparato alla gente per strada, e persino alcuni dei loro sostenitori ne sono rimasti sconvolti. Quindi penso che stiamo vedendo segnali che dimostrano che non sono affatto infallibili. In definitiva, ciò che vorremmo vedere è che alcune di queste persone siano chiamate a rispondere delle loro azioni. E questo vale anche per gli attacchi alla Corte penale internazionale (CPI) e per questa costante affermazione: «Beh, abbiamo l’immunità», giusto?

Klein: Ecco perché è importante quando Mamdani afferma che Netanyahu dovrebbe finire all’Aia e che dovrebbe essere arrestato. Per troppo tempo non abbiamo proposto una nostra visione seria in materia di responsabilità, avvalendoci di queste istituzioni. Cosa significherebbe davvero chiamare i criminali di guerra a rispondere delle loro azioni e applicare questo principio in modo trasversale, non solo alle persone in Africa o nelle Filippine che commettono crimini, ma anche agli Stati Uniti e a Israele? Sarebbe l’inizio per affrontare una disillusione così profonda, perché ci troviamo di fronte a una sensazione molto diffusa secondo cui non si possa fare nulla. Fare qualcosa comincia a spezzare quell’incantesimo.

Quello che hai appena detto — i politici americani potrebbero essere chiamati a rispondere davanti alla Corte penale internazionale? — il mio primo pensiero è: «Non succederà mai». Non sto dicendo che dovrebbe o non dovrebbe succedere. Sembra semplicemente improbabile.

Taylor: A volte accadono cose che sembrano improbabili perché le persone si organizzano per farle accadere.

Klein: Non abbiamo scritto il libro perché pensiamo che queste persone siano affascinanti. Abbiamo scritto questo libro perché vogliamo che la gente le combatta e le sconfigga. Usiamo questa parola che né Astra né io abbiamo mai usato prima, perché non siamo nazionalisti: li chiamiamo “traditori”. Non traditori di una nazione, non traditori di una bandiera o di un confine, ma traditori del creato, traditori della vita. E abbiamo dedicato molto tempo ad analizzare i punti deboli di questo progetto. I suoi punti di forza sono il denaro e le armi. Abbiamo a che fare con persone da trilioni; quella ricchezza si è fusa con l’esercito più potente del mondo. Non provo nostalgia per i fascisti del secolo scorso, chiariamo questo punto, ma loro avevano un’offerta da proporre alla loro base. Dicevano: «Rubiamo le case degli ebrei e degli slavi e viviamo felici e contenti nel vostro Lebensraum Ucraina». Le persone che chiamiamo «fascisti apocalittici» non hanno alcuna offerta da proporre alla loro base al di là del sadismo.

Uno dei fili conduttori del tuo libro è che i fascisti dell’ultima ora non vedono la bellezza del mondo e le cose che rendono davvero la vita degna di essere vissuta. Quali sono le cose per cui pensi: «Oh, se solo potessero vedere ciò che vedo io»?

Taylor: Una delle principali, ed è un classico tropo fascista, è la paura della città, la paura di incontrare persone provenienti da contesti diversi. Scriviamo di quanto sia stata potente la campagna di Mamdani nel reincantare la città — non nel romanticizzarla, né nel dire che sia perfetta. Sì, la metropolitana ha i suoi problemi. Ma d’altra parte: «Wow, puoi prendere la metropolitana e chissà cosa succederà, e ti porterà in qualche posto incredibile dove potrai mangiare qualcosa che non riesci a preparare a casa». Semplicemente incontrare la diversità senza temerla, ma godendone appieno. E, assolutamente, il mondo oltre l’umano. Naomi vive in un posto con una natura davvero meravigliosa, quindi mi sembra che debba occuparsene lei.

Klein: Oh, mio Dio, da dove cominciare? Vivo nella Columbia Britannica. Onestamente provo la massima tristezza e rabbia di fronte alla disponibilità a lasciare che tutto vada in fumo, o a cercare di fuggire, quando vedo la pinna dorsale di un’orca solcare le acque del Mare di Salish, dove ho la fortuna di vivere. O semplicemente di qualsiasi aspetto psichedelico di questa parte del mondo naturale: nelle notti molto, molto buie, l’acqua è completamente bioluminescente, e quando guardi le tue stesse membra ti sembrano fatte di pura luce — senza bisogno di funghetti!

È una tragedia per loro, e una crisi esistenziale per noi, che le persone più vicine alle leve del potere su questo pianeta non siano rapite dalla bellezza che è già qui e tutt’intorno a noi.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Astra Taylor e Naomi Klein


Gli Houthi dilagano, centrato l’oleodotto di riserva dei sauditi

Sempre più grave il suo diffondersi nelle istituzioni, ma non solo 

Di Francesca Luci, il manifesto

Bastano diciotto ore agli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, per spazzare via le ultime posizioni governative saudite lungo il litorale occidentale del Mar Rosso e prendere il pieno controllo dello stretto strategico di Bab al-Mandab. Le città di Mocha e Dubab, e l’isola di Perim, cadono una dopo l’altra. Il controllo degli Houthi si allarga al porto di Aladi, all’isola di Zukar, al complesso militare di Alomari, all’arcipelago delle Hanish, fino alla vetta strategica del monte Jard, nella provincia di Taiz. Il portavoce militare Houthi rivendica il controllo totale su sei distretti tra Taiz e Hodeidah.

La ritirata improvvisa delle forze leali al governo riconosciuto, che il comandante Tareq Saleh ha derubricato a un «riordinamento tattico delle file», ha scatenato polemiche roventi e accuse di tradimento. Secondo alcune fonti, i generali yemeniti avrebbero lanciato appelli disperati per ottenere la copertura aerea promessa dall’Arabia Saudita, mai arrivata. Analisti ed ex vertici militari yemeniti fanno però notare che centri chiave e guarnizioni ben armate sono stati abbandonati senza sparare un colpo, un segno delle spaccature e degli interessi divergenti tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sostengono fazioni diverse all’interno della coalizione di forze politiche e militari riunita formalmente nel 2022 contro gli Houthi.

NELLA FUGA degli avversari, gli Houthi mettono le mani su ingenti quantità di equipaggiamento americano, compresi i blindati Oshkosh Matv. Appena preso lo stretto, il comando Houthi annuncia un blocco navale mirato: la navigazione internazionale nel Mar Rosso resta sicura per tutti i Paesi tranne che per le navi e le petroliere legate all’Arabia Saudita. Per i Saud l’effetto è immediato, e pesante.

Il governo Houthi alza i toni verso Riyadh, avvertendo che un’eventuale escalation non resterà unilaterale e che l’equazione «blocco per blocco, escalation per escalation» è ormai un’opzione concreta. Il vicepremier Al-Rowaishan ribadisce che lo Yemen non può essere spezzato, né costretto ad arrendersi. Nonostante la retorica bellica, Sanaa mantiene aperta la porta a una pace onorevole, con un importante linea rossa: la propria sovranità.

Donald Trump afferma che gli Houthi hanno telefonato a Washington chiedendo di non intervenire nel conflitto. In realtà sembra che Washington non abbia alcuna intenzione di offrire un sostegno militare significativo a Riyadh, nemmeno sotto attacco diretto. Riaprire una grande campagna contro gli Houthi, difficili e costosi da sopraffare, non sembra essere nell’agenda di Trump, almeno fino alla fine delle elezioni di metà mandato. Non stupisce che la richiesta del principe ereditario Mohammed bin Salman di lanciare attacchi aerei diretti contro le posizioni Houthi nello Yemen sia stata respinta dal presidente americano. Gli Usa dispongono comunque di circa 200 consiglieri militari in Arabia Saudita e 50mila soldati schierati nella regione.

WASHINGTON esercita una forte pressione economica sull’Iran ma non riesce a impedire a Teheran e ai suoi alleati di imporre costi attraverso i mercati energetici e i checkpoint marittimi. Teheran smentisce un coinvolgimento diretto nella pianificazione dell’offensiva. Quasi certamente, però, continua a fornire armi avanzate, finanziamenti e supporto d’intelligence agli Houthi. Il controllo indiretto sui due stretti si traduce in potere negoziale e più margine nelle trattative internazionali. Teheran lo coltiva su entrambi i fronti. I canali diplomatici restano aperti, con colloqui in Oman previsti per lunedì assieme alle monarchie del Golfo Persico, dedicati soprattutto alla sicurezza e alla navigazione nello Stretto di Hormuz.

Nel frattempo, attacchi di droni hanno colpito il gasdotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita nelle regioni di Riyadh e Medina, con lanci che, secondo il ministero degli esteri saudita, sarebbero partiti dal territorio iracheno. L’oleodotto strategico è stato chiuso temporaneamente, Riyadh attribuisce l’attacco come proveniente dall’Iraq, ma precisa che il Regno non risponderà militarmente, per concedere al governo iracheno «l’opportunità di adottare le misure necessarie». Baghdad condanna fermamente gli attacchi, e il premier iracheno Ali Faleh al-Zaidi ordina un’indagine per chiarire le circostanze e identificare i responsabili.

LA CRISI METTE alla prova anche il Patto di Difesa di Mecca, l’alleanza di sicurezza reciproca firmata ad agosto tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Il ministro della difesa pakistano Khawaja Asif ricorda che un’aggressione a un membro del patto equivale a un attacco contro tutti, ma sia Islamabad che Ankara restano caute e precisano che i meccanismi operativi della coalizione non sono ancora formalmente attivi. Gli Houthi, dal canto loro, sfidano apertamente il patto: minacciano ritorsioni militari contro Turchia e Pakistan, se dovessero intervenire a fianco di Riyadh.

Non esistono facili uscite, né militari né economiche. La conquista di Bab al-Mandab segna una svolta strutturale nello scenario geopolitico globale. La pressione sull’Iran si scontra con la crescente capacità di Teheran e degli Houthi di rifletterla sull’economia globale, che resta esposta a un’incertezza energetica destinata a durare, se non cambia l’atteggiamento politico degli Stati Uniti.

SENZA DIMENTICARE che, dietro ogni conflitto, resta il dramma umano. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) riferisce che almeno 46mila persone, in Yemen, sono fuggite dalle proprie case da quando sono riesplosi gli scontri. Circa 22,3 milioni di persone, su una popolazione di 35 milioni, hanno bisogno di assistenza umanitaria: tra loro, 5,2 milioni sono sfollati interni.

Nell’immagine: Dhubab (Yemen), combattenti Houthi celebrano l’avanzata-lampo verso il Mar Rosso – Al-Masirah


Il mondo delle guerre senza fine

Sempre più grave il suo diffondersi nelle istituzioni, ma non solo 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Si sa come iniziano le guerre, ma non come finiscono. Dalle lezioni dimenticate dell’11 settembre e delle “forever wars” in Afghanistan e Iraq, all’invasione russa dell’Ucraina e alle guerre in Medio Oriente, la storia non si ripete. Peggiora.

Talvolta è possibile prevedere. Quando un Paese – la Russia – schiera 200mila soldati al confine di un altro – l’Ucraina – un’invasione è tutt’altro che imprevedibile, sebbene furono in troppi a non volerla vedere. Così come quando una superpotenza – gli Stati Uniti – sposta una portaerei dal Pacifico al Golfo, è probabile che i negoziati di pace siano una facciata e che il dado di un attacco militare – all’Iran – sia già tratto. Riavvolgendo il nastro di un quarto di secolo, quando al-Qaeda attaccò l’America l’11 settembre 2001, una risposta militare statunitense era scontata. Altrettanto ovvia una reazione militare israeliana ventidue anni dopo nella Striscia di Gaza, dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

Ma se l’inizio di una guerra può essere previsto, o quantomeno è prevedibile, altrettanto non si può dire del suo svolgimento, tantomeno della fine. Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti non reagirono immediatamente: costruirono il consenso internazionale per settimane. Donald Trump non ama ricordarlo, ma l’unica volta in cui fu invocato l’articolo 5 della Nato fu proprio Washington a chiedere aiuto agli alleati, che non esitarono a prestarlo. Quel consenso si sfaldò poi quando alla guerra in Afghanistan seguì quella in Iraq, giustificata con la bugia delle armi di distruzione di massa. Ma inizialmente l’azione degli Stati Uniti fu molto più multilaterale e consensuale di quanto si ricordi. A differenza di come ha agito Israele dopo il 7 ottobre. Inutile fu il monito di Joe Biden – tra i presidenti Usa più sinceramente, se non ciecamente, filo-israeliani –, che avvertì Israele di non ripetere gli stessi errori dell’America nella guerra al terrore. Nella guerra in Iraq, l’America commise l’errore dell’unilateralismo, lanciandosi in un’invasione illegale e senza l’appoggio di molti alleati: fu una guerra che lacerò sia la relazione transatlantica sia l’Europa al proprio interno. L’America commise crimini di guerra – con le immagini di Guantanamo e Abu Ghraib scolpite nella memoria di un’intera generazione –, infliggendo un colpo mortale alla propria immagine internazionale. Infine, confuse i risultati operativi di breve termine con quelli strategici: impressionanti i primi, date le capacità militari senza eguali degli Stati Uniti; catastrofici i secondi.

Lezioni di cui non ha tenuto conto Israele, sempre più isolata e convinta, astoricamente, di poter sopravvivere nel lungo periodo come una piccola Sparta in Medio Oriente. Un’Israele che in molti considerano colpevole di genocidio a Gaza, con una condanna che forse arriverà anche dalla Corte internazionale di giustizia. E che invade, rade al suolo e occupa, ma non raggiunge gli obiettivi dichiarati: Hamas, Hezbollah e il regime iraniano sono ancora lì.

Non è solo Israele a non ascoltare. Non ha imparato neppure Vladimir Putin, convinto di vincere la guerra in Ucraina in pochi giorni, e che si ritrova, quasi cinque anni dopo, con una manciata di territorio ucraino in più ma più di un milione e mezzo di soldati russi morti o feriti. Forse per Putin non è un male: una guerra lunga non era la sua intenzione iniziale, ma la prosecuzione del conflitto non solo contro l’Ucraina ma contro l’Europa è diventata la pietra miliare del suo regime. Può darsi che il regime sopravviva alla fine della fase calda della guerra in Ucraina, trasformandosi in una gigantesca Corea del Nord. Ma non sopravviverebbe a una vera fine della guerra contro l’Europa, da cui è ormai ontologicamente dipendente. Il fatto più sorprendente, però, è che è proprio l’America a non ascoltare sé stessa. Quando s’imbarcò nella guerra in Vietnam, Washington non credeva che sarebbe diventata così lunga e sanguinosa. L’evacuazione Usa da Saigon, nel 1975, riecheggiò 46 anni dopo nella fuga da Kabul, lasciata in pasto ai Talebani. Si pensava che con quell’umiliazione fosse arrivata, definitivamente, la lezione: si sa come iniziano le guerre, non come finiscono, e raramente le si chiude rapidamente con la bacchetta magica. L’opposizione alle “forever wars” è stata un caposaldo Maga, impersonato da Trump. La guerra contro l’Iran doveva andare diversamente: una spallata rapida e potente, e il regime sarebbe imploso. Per un po’ qualcuno ci ha creduto, a partire dai mercati, il che spiega in parte i prezzi del petrolio tutto sommato contenuti. Ma passati i mesi, abbiamo iniziato a prendere con le pinze gli annunci di Trump di una fine imminente della guerra. Poi ha smesso di crederci anche lui. Ora dice che la guerra in Medio Oriente finirà dopo il voto di midterm. Potrebbe non essere così. Quando l’America attaccò prima l’Afghanistan e poi l’Iraq, non pensava di restare invischiata militarmente per vent’anni. Così come oggi ci rifiutiamo di vedere che le guerre in Europa e in Medio Oriente non hanno solo le tragiche sembianze delle forever wars del passato. Sono assai peggiori.


La contro-rivoluzione della destra

Sempre più grave il suo diffondersi nelle istituzioni, ma non solo 

Di Ezio Mauro, LaRepubblica

Si può far finta di non vedere: provare a circoscrivere l’ultimo shock elettorale alla specificità della Sassonia, alle inquietudini della Germania, al cedimento della Cdu e alla debolezza del cancelliere Merz. Un terremoto locale, un segnale d’allarme limitato. Ma se alziamo lo sguardo sulla mappa intera dell’Europa, noi capiamo che il trionfo elettorale dell’Afd va letto insieme all’arrembaggio di Farage in Gran Bretagna, alla corsa verso l’Eliseo di Marine Le Pen in Francia, alla crescita in Spagna di Vox, alla sfida dell’estrema destra svedese, alla scalata nei sondaggi del generale Vannacci, che più mima le pose del fascismo — ottant’anni dopo, e proprio in Italia — più guadagna consensi. È la storia d’Europa che si ribella a sé stessa, esce dal secolo perché non accetta la sua lezione e rifiuta il suo lascito, e inaugura una nuova fase che chiamiamo post-democratica per mancanza di aggettivi, ma soprattutto perché nessuna parola può ancora definire in modo compiuto l’incognita che ci attende.

Quel che è evidente è l’erosione continua, progressiva e vorace della democrazia. Risolti nella sfida alle dittature gli incubi ideologici che avevano avvelenato l’Europa, noi credevamo semplicemente che la cultura liberal-democratica e costituzionale fosse diventata la forma geopolitica del continente, quasi la sua definitiva natura, replicata e ribadita nella costruzione faticosa ma laboriosa dell’Unione: che nasce dal rifiuto delle divisioni tra i Paesi europei e dal rispetto “dei principi della democrazia, dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello stato di diritto”. La democrazia dunque non era soltanto un metodo per scegliere chi doveva governarci, ma un’espressione della civiltà europea e occidentale, un esito di questa storia, addirittura uno stile di vita collettivo che tendeva alla libertà nell’equilibrio tra diritti e doveri, tra società e istituzioni.

Per convinzione o per convenzione questa cultura liberal-democratica era finalmente diventata l’orizzonte comune nel quale le diverse correnti ideali e i partiti che le impersonavano si riconoscevano, confrontandosi e scontrandosi per la conquista del consenso e del potere. Poiché la Costituzione traduceva in principi e norme la vicenda italiana dal momento in cui la storia si rimetteva in movimento nella libertà ritrovata, il rifiuto della dittatura è diventato ispirazione e parte della Carta, nei suoi principi e nei suoi precetti. La norma e la storia, dunque, la cultura e la politica confermavano la scelta democratica come base e fondamento della libertà del cittadino e del Paese. In questo senso, dopo l’oppressione del fascismo, il ‘45 con il legame tra Resistenza, Costituzione e Repubblica è stato una rivoluzione senza la presa del Palazzo d’Inverno. Ma allora, quella che vediamo oggi all’opera ha un nome preciso: è una contro-rivoluzione.

Un punto è fondamentale per misurare la svolta: la democrazia da cornice di riferimento è diventata parte in causa. Non è più il campo della contesa, è uno dei contendenti. È scivolata nell’agone invece di garantirne le regole, e in questo passaggio si è relativizzata, passando da universale a particolare. Come tale, è diventata uno degli strumenti della battaglia: accusata, denunciata, vilipesa. Anzi, così come la democrazia era diventata sinonimo di libertà nella piena cittadinanza, oggi che l’onda del disincanto e della frustrazione repubblicana sommerge ogni cosa la critica alla democrazia è la scorciatoia per il rifiuto totale, l’exit decisivo e finale: la fuoruscita dal sistema.

È quasi naturale che il fascismo diventi il veicolo prescelto per entrare nell’altrove rispetto all’universo democratico: in un mondo al contrario, in un insieme di valori capovolto, nel rifiuto della civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, nella negazione della storia. Purché e comunque fuori dal sistema, dall’obbligazione democratica con il suo linguaggio, le sue procedure, le sue regole. Il fascismo era pronto, appena lì fuori. Inservibile nella coscienza nazionale e non solo istituzionale per ottant’anni, era stato intanto lucidato, riverniciato, riassemblato in una rilettura antiquaria di comodo dalla grande banalizzazione degli ultimi trent’anni, dalla minimalizzazione storica, dalla svalutazione della Resistenza. Nessuno, credo, vuole riproporre oggi il fascismo sfidando il ridicolo e la sproporzione: ma molti (a partire dal principale partito di governo) vogliono cancellare l’antifascismo, come se la nostra democrazia fosse senza aggettivi quindi fuori dalla vicenda nazionale, neutra, cieca, sorda rispetto al giudizio della storia, in un fascio di irresponsabilità condivise.

Questa scelta politica proietta ambiguità sul calendario civile italiano, ma soprattutto fa cadere l’interdetto storico, politico, morale che per decenni ha impedito al post-fascismo di essere soggetto attivo nella vita istituzionale del Paese. Oggi quell’interdetto si è dissolto in un’ambiguità irrisolta: chi vota l’estrema destra non vuole il ritorno del fascismo, ma è disposto a usarlo come arma elettorale per segnalare il suo rifiuto radicale del meccanismo democratico, pronunciato dal capolinea del sistema. E il nodo non sciolto avvolge anche la Premier che credeva di essersene liberata nel silenzio, mentre gli “alalà” diVannacci la obbligano a scegliere, e a chiarire finalmente come giudica il fascismo di ieri per distanziarsi — se ci riesce — dal post-fascismo di oggi.

Ecco perché l’onda nera che si alza in Europa è un problema anche per la destra di governo, che deve infine risolvere la sua natura. Se riuscirà a farlo, perderà certo una parte della sua alterità costitutiva, ma si farà finalmente carico insieme con le altre forze politiche della difesa della democrazia, che rischia di apparire non come l’approdo della storia europea, ma semplicemente come una sua stagione. Nata in condizioni sociali estreme, protetta dalla memoria della guerra, sostenuta dal benessere ritrovato e dall’alleanza tra capitalismo, lavoro e welfare: ma immediatamente esposta e nuda quando queste condizioni si indeboliscono.

È proprio in questo punto della storia che nasce la contro-rivoluzione in atto: che non vuole restaurare il fascismo ma cancellare l’ordine politico e morale costruito sulle sue rovine, revocando il dopoguerra e separando l’Europa dalla sua memoria. Da che parte starà l’Italia?


Edgar Morin: imparare a comprendere in un mondo sempre più difficile da capire

Sempre più grave il suo diffondersi nelle istituzioni, ma non solo 

Viviamo in un’epoca nella quale possiamo sapere quasi tutto e comprendere sempre meno.

Sebbene le conoscenze disponibili siano enormemente cresciute e l’intelligenza artificiale consenta oggi di ottenere in pochi secondi risposte a ricerche un tempo lunghe e complesse, questa sovrabbondanza non garantisce una maggiore capacità di orientarsi nel mondo. Anzi, rischia di produrre l’effetto contrario. In effetti, si affastellano informazioni isolate e frammenti di conoscenza che faticano a comporsi in una visione d’insieme, mentre guerre, crisi ecologiche, rivoluzioni tecnologiche, flussi migratori e disuguaglianze crescenti mostrano l’inadeguatezza di qualsiasi sguardo parziale di fronte alla complessità dei fenomeni contemporanei.

È in questo orizzonte che il pensiero di Edgar Morin continua a esercitare una particolare capacità di interrogarci e provocarci. Non tanto perché offra soluzioni già pronte, quanto perché costringe a tornare su una domanda preliminare: come conosciamo ciò che crediamo di conoscere?

Vale forse la pena ricordare, per chi non ne abbia presente la figura, che Morin – morto a Parigi il 29 maggio 2026, a poche settimane dal compimento dei centocinque anni – ha attraversato quasi un secolo di storia intellettuale sottraendosi costantemente alle appartenenze disciplinari. Protagonista della Resistenza francese durante la seconda guerra mondiale, sociologo, antropologo, filosofo della conoscenza e instancabile esploratore dei saperi, è stato definito un «philosophe indiscipliné». La formula restituisce bene la sua insofferenza verso i confini rigidi fra le discipline dello scibile: per comprendere il mondo egli ritiene necessario attraversare quei confini e ricomporre – anche con modalità creative e non convenzionali – quanto la cultura moderna ha progressivamente separato.

È attorno a questa esigenza che prende forma la nozione di ‘complessità’, destinata a diventare la parola forse più caratteristica – e anche più discussa – del suo intero percorso intellettuale.

La complessità come sfida alla conoscenza

La complessità, nel lessico moriniano, non coincide con la semplice complicazione. Rimanda piuttosto a una configurazione del reale da ‘tessere insieme’ in cui si intrecciano relazioni fra unità e molteplicità, parti e tutto, autonomia e dipendenza. Un fenomeno non è pienamente comprensibile quando viene separato dal contesto nel quale prende forma e acquista rilievo. Pensare la complessità richiede, allora, di distinguere senza isolare e di collegare senza confondere.

La critica di Morin investe un sapere sempre più specializzato e settorializzato, laddove la specializzazione si trasforma in chiusura e impedisce di cogliere le connessioni. Non invita certo ad abbandonare le discipline o ad attenuare il rigore delle competenze specifiche; la difficoltà emerge quando l’attenzione riservata a una singola parte finisce per oscurare la visione d’insieme e la cornice contestuale entro la quale essa acquista significato. La sua formulazione è netta: «La conoscenza è conoscenza solo in quanto organizzazione», vale a dire quando le informazioni vengono interconnesse e collocate in un orizzonte di senso.

È questa, in fondo, la differenza fra una «testa ben piena» e una «testa ben fatta», secondo la formula di Montaigne che Morin riprende e trasforma in uno dei nuclei della sua proposta educativa. Una mente ben formata non è quella che accumula più nozioni, ma quella capace di selezionarle, organizzarle e metterle in relazione. Di qui la centralità del ‘pensiero ecologizzante’, chiamato a collocare «ogni evento, informazione o conoscenza in una relazione di inseparabilità con il suo ambiente culturale, sociale, economico, politico e, beninteso, naturale».

La riflessione appare oggi di spiccata attualità. Se l’accesso alle informazioni diventa sempre più immediato, l’educazione non può limitarsi ad aggiungerne altre in un crescente bailamme nozionistico. Diventa essenziale imparare a riconoscerne la rilevanza, verificarne l’attendibilità, individuare gli errori, formulare domande pertinenti e collocare ogni risposta nel quadro appropriato.

Una macchina può produrre un testo plausibile in pochi secondi, ma non per questo può sostituire il lavoro del giudizio critico. Proprio l’ambiente cognitivo trasformato dall’intelligenza artificiale rende più urgente quella «conoscenza della conoscenza» alla quale Morin attribuisce un ruolo fondamentale: interrogare criticamente i nostri modi di conoscere, riconoscendone possibilità, limiti e fonti di errore.

Tuttavia, la riforma del pensiero non esaurisce la sfida educativa. Se il sapere deve essere riorganizzato, occorre chiedersi verso quale idea di formazione umana orientare tale riforma. Le riflessioni di Morin si allontanano da una concezione puramente scolastica e funzionalistica dell’educazione: i processi conoscitivi non servono soltanto ad acquisire competenze o a prepararsi all’inserimento professionale nel mondo del lavoro, poiché la formazione riguarda anche la possibilità di comprendere la condizione umana, riconoscersi parte di un mondo comune e misurarsi con l’imprevedibilità dell’esistenza.

Dalla conoscenza alla formazione dell’umano

Uno dei nuclei della proposta moriniana riguarda l’errore e l’illusione. L’errore non è soltanto un ostacolo da rimuovere: può diventare un’occasione per portare alla luce i procedimenti cognitivi, le rappresentazioni e i ragionamenti attraverso i quali costruiamo la nostra immagine della realtà. In un mondo nel quale la disinformazione può circolare con la stessa velocità dell’informazione, questa prospettiva acquista una particolare rilevanza pedagogica. L’educazione non può mettere gli individui al riparo da ogni errore, né consegnare loro un repertorio definitivo di certezze; può piuttosto sviluppare la capacità di riconoscere i limiti del proprio sapere, sottoporre a verifica le proprie convinzioni e accettare che anche il proprio punto di vista possa rivelarsi fallibile.

Fra le forme di apprendimento che Morin considera decisive vi è la comprensione dell’altro, che non coincide con la semplice disponibilità di dati informativi su una persona o su un gruppo, poiché richiede di coglierne la complessità entro la trama di relazioni, appartenenze e circostanze nella quale ogni soggetto si muove e si costruisce. Comprendere implica così un decentramento dello sguardo, capace di mettere in discussione le categorie attraverso le quali interpretiamo gli altri e di riconoscere, nella loro irriducibile singolarità, la comune appartenenza a una medesima condizione umana. Morin definisce la comprensione come un «apprendere insieme», nel quale vengono colti il testo e il contesto, le parti e il tutto, il molteplice e l’uno; per questo essa comporta anche «empatia, identificazione e proiezione» e richiede «apertura, simpatia, generosità».

È su questo terreno che la comprensione si apre alla dimensione della ‘comunità di destino’: quanto più diventano evidenti le interdipendenze che legano gli esseri umani e i diversi destini collettivi, tanto meno la conoscenza può essere separata dalla responsabilità nei confronti degli altri e del mondo condiviso. Morin formula questa esigenza anche in termini educativi: «L’educazione dovrà fare in modo che l’idea di unità della specie umana non cancelli l’idea della sua diversità e che l’idea della sua diversità non cancelli l’idea della sua unità».

Il titolo di uno degli ultimi libri di Morin, Insegnare a vivere, porta il discorso su un terreno nel quale la riforma del pensiero incontra direttamente la formazione della persona. La formula, tuttavia, richiede una precisazione tutt’altro che secondaria. Riprendendo il celebre passo dell’Emilio nel quale Rousseau afferma «Vivere è il mestiere che voglio insegnargli», Morin giudica eccessiva l’idea di poter propriamente insegnare a vivere: «si può solo aiutare a imparare a vivere», poiché «a vivere si impara attraverso le proprie esperienze».

Tale chiarimento modifica profondamente il senso dell’impresa educativa. Essa non può sostituirsi alla vita di chi viene educato, sottrarlo al rischio, alla sofferenza o alla responsabilità delle proprie scelte; tanto meno può consegnargli un repertorio di istruzioni capace di neutralizzare l’imprevedibilità del reale. Può, invece, fornire risorse culturali, cognitive ed etiche attraverso le quali affrontare situazioni in cui non esistono procedure già date e nelle quali occorre assumere decisioni senza disporre di tutte le istruzioni necessarie.

È qui che acquista rilievo uno dei temi più caratteristici della riflessione moriniana: l’incertezza. Se la conoscenza consente di ampliare il nostro margine di previsione e di rendere il mondo più intelligibile, essa non può tuttavia cancellare la componente imprevedibile dell’esistenza. Una formazione adeguata al nostro tempo dovrebbe perciò preparare non soltanto a muoversi entro ambiti conosciuti, ma anche a fronteggiare quadri dinamici, nei quali i dati e i riferimenti risultano incompleti e gli esiti delle decisioni non possono essere garantiti in anticipo.

Educare all’incertezza non equivale, per Morin, a celebrare il dubbio permanente né a rinunciare alla ricerca della verità; richiede piuttosto la capacità di agire senza la pretesa di dominare in anticipo i presupposti dell’azione, riconoscendo che ogni scelta si colloca entro eventi aperti e incerti. In un’epoca che promette continuamente di prevedere, calcolare, classificare e ottimizzare ogni cosa, l’educazione non dovrebbe limitarsi a formare individui capaci di adattarsi a scenari già conosciuti, ma contribuire a far emergere soggetti in grado di orientarsi quando mutano le condizioni di riferimento.

La complessità alla prova dell’educazione

Proprio perché il confronto con Morin rimanga fecondo, il suo pensiero va sottratto tanto alla liquidazione sommaria quanto all’apologia venerativa. La stessa categoria sulla quale si regge gran parte della sua elaborazione può diventare problematica quando viene utilizzata come una sorta di passe-partout, capace di aprire ogni porta teorica. Se tutto è complesso, il rischio è che la complessità finisca per designare quasi ogni fenomeno senza riuscire, in alcuni casi, a chiarirne con sufficiente precisione la specificità. La produzione moriniana, sterminata e straordinariamente inventiva, presenta talvolta proprio questa difficoltà: la proliferazione di concetti, prefissi, neologismi, formule ricorsive e artifici sintattici può dare l’impressione che il discorso aumenti la propria complessità più rapidamente della propria capacità di rendere intelligibili i fenomeni che intende interpretare.

Un pensiero che diffida delle semplificazioni deve comunque misurarsi con l’esigenza di distinguere, precisare e rendere comunicabili le proprie categorie. La complessità, se vuole conservare la propria forza critica, non può sottrarsi alla chiarezza; ma la perspicuità, a sua volta, non coincide necessariamente con la semplificazione.

Questa ambivalenza emerge con singolare evidenza quando la proliferazione concettuale diventa essa stessa oggetto del discorso. In Pour une crisologie, Morin scrive: «Il s’agit aujourd’hui d’approfondir la crise de la conscience pour enfin faire émerger la conscience de la crise. La crise du concept de crise est le début de la théorie de la crise» (Dortier & Yousfi, 2020, p. 158). La formula è coerente con il principio di ricorsività che attraversa la sua opera; ma proprio per questo rende visibile anche il suo rovescio problematico: quando una categoria viene continuamente ripresa, trasformata e ricomposta fino a diventare oggetto di sé stessa, la riflessività rischia di trasformarsi in autoreferenzialità.

Non si tratta di contestare la complessità in quanto tale, ma di chiedersi quando l’ampliamento ricorsivo di una categoria produca effettivamente una maggiore capacità conoscitiva e quando, invece, rischi di far coincidere l’approfondimento del concetto con la sua continua espansione. La questione non riguarda soltanto lo stile: riguarda il rapporto fra ricchezza concettuale e produttività conoscitiva, fra la capacità di moltiplicare connessioni e quella di rendere più intelligibili i fenomeni.

Rimane, inoltre, una questione specificamente pedagogica: come tradurre il paradigma della complessità in una scuola organizzata attraverso discipline, curricoli, orari, competenze e sistemi di valutazione? Collegare i saperi non può significare cancellarne le differenze, perché una conoscenza capace di cogliere le relazioni deve preservare anche la specificità delle parti; ma, se questo è vero, resta da capire attraverso quali dispositivi didattici e curricolari sia possibile costruire connessioni che non si risolvano in una giustapposizione di discipline, né scivolino nell’indistinzione.

Morin non sempre offre, al riguardo, mediazioni operative altrettanto articolate quanto l’orizzonte teorico che delinea. La sua proposta conserva tuttavia una particolare fecondità pedagogica non tanto perché consegni un modello educativo pronto all’uso, quanto perché costringe a interrogare criticamente sistemi scolastici, pratiche di insegnamento e forme di trasmissione del sapere che rischiamo di considerare naturali soltanto perché li abbiamo ereditati.

Che cosa può ancora dirci, allora, Edgar Morin?

Forse non che dobbiamo rendere la scuola più «complessa», né che sia sufficiente aggiungere nuovi contenuti ai programmi o introdurre qualche attività interdisciplinare. La sua domanda è più radicale: quale tipo di mente, quale capacità di giudizio, quale rapporto con il sapere vogliamo contribuire a formare? In sostanza, per quale tipo di umanità, in funzione di quale umanesimo, intendiamo profondere le nostre energie e risorse educative migliori?

In un mondo attraversato da crisi interconnesse e da un’enorme accelerazione tecnologica, educare potrebbe voler dire sempre meno trasferire semplicemente risposte e sempre più aiutare a formulare domande, distinguere senza separare, collegare senza confondere, riconoscere l’incertezza senza arrendersi ad essa.

Non per rendere il mondo finalmente trasparente – probabilmente non lo sarà mai – ma per evitare che la sua complessità ci lasci senza strumenti per comprenderlo e, soprattutto, per abitarlo.

Sta forse qui il punto dal quale vale ancora la pena confrontarsi con Morin: non perché abbia risolto le questioni dell’educazione contemporanea, ma perché rende più difficile ignorarle. La sua opera non ci consegna la scuola del futuro; ci costringe, piuttosto, a guardare con maggiore inquietudine critica quella del presente.

E forse, in tempi nei quali disponiamo di un numero crescente di strumenti per produrre soluzioni e interpretazioni, continuare a educare alla capacità di comprendere umanamente e criticamente il mondo rimane una delle forme più necessarie di resistenza all’insensatezza.


Bibliografia

  • Dortier, J.-F., & Yousfi, L. (2020). Edgar Morin. L’aventure d’une pensée. Éditions Sciences Humaines.
  • Morin, E. (1993). Introduzione al pensiero complesso. Gli strumenti per affrontare la sfida della complessità (ed. or. 1990). Sperling & Kupfer.
  • Morin, E. (2000). La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero (ed. or. 1999). Raffaello Cortina Editore.
  • Morin, E. (2001). I sette saperi necessari all’educazione del futuro (ed. or. 1999). Raffaello Cortina Editore.
  • Morin, E. (2008). La Méthode (L’intégrale – Collection Opus ; 6 tomes en un coffret de 2 volumes). Édition du Seuil.
  • Morin, E. (2015). Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione (ed. or. 2014). Raffaello Cortina Editore.
  • Morin, E., et al. (2026). Edgar Morin. Le philosophe indiscipliné. Le Monde Hors-série. Juillet.

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