Di Roberto Della Seta, il manifesto
«La prima lezione della storia è che non s’impara dalle lezioni della storia». Rispose così Edgar Morin quando gli chiedemmo come vedeva il futuro dell’uomo, io e Alice Scialoja intervistandolo nel suo piccolo studio di Montpellier nel 2020, alle soglie dei suoi cento anni.
MORIN SE N’È ANDATO a quasi 105 anni, la sua vita è un concentrato biografico della nozione di complessità alla base della riflessione filosofica e politica che ne ha fatto un gigante del pensiero del ’900. Solomon David Nahoum, questo all’anagrafe il nome di Morin, nacque a Parigi nel 1921. Suo padre Vidal e sua madre Louna Benessi erano ebrei sefarditi originari di Salonicco e con più lontane ascendenze italiane, livornesi. Lui fu il primo «francese» della famiglia, i suoi genitori trasferitisi a Parigi poco prima della sua nascita erano per la legge «Israélites du Lévant». La famiglia Nahoum era totalmente laicizzata, ricorderà Morin che per lui bambino l’unico legame percepito con l’identità ebraica erano le «feste comandate» – Pesach, Kippur, Bar mitzvah –, che però gli apparivano come passaggi obbligati privi di qualunque portata simbolica e rituale.
Morin adolescente si sentiva pacifista, a persuaderlo che contro Hitler era indispensabile la guerra fu l’attacco nazista all’Unione Sovietica nel ‘41: s’iscrisse al Partito comunista ed entrò nella Resistenza adottando «Morin» come nome di battaglia. Da allora sarà per tutti e per sempre Edgar Morin. Nel 1951 dal Partito comunista sarà espulso per avere pubblicato un articolo sul giornale France Observateur di tendenze socialiste riformiste.
Come racconterà lui stesso, la sua carriera accademica nacque su basi «informali»: divenne «maître de recherche» al Cnrs, il Cnr francese, senza mai avere ottenuto un diploma universitario superiore. Dal 1973 all’89 ha diretto il Centre d’études des communications de masse affiliato all’École des hautes études en sciences sociales, divenuto nel 2008 Centre Edgar Morin.
L’AMBIZIONE moriniana di articolare un «alfabeto» della complessità si è concretizzata in un’opera monumentale significativamente intitolata Il metodo, nella quale Morin analizza e valorizza le circolarità sistemiche che accomunano la fisica, la biologia, le scienze umane: ciò che lega gli oggetti di queste diverse discipline, dagli ecosistemi naturali alle società umane, è il fatto di nascere, crescere, evolvere sempre tenendosi lungo la linea che separa ordine e disordine, struttura ed evento, necessità e caso, stabilità e cambiamento. Come ogni sapere, anche l’uomo per Morin non può che vivere di circolarità: «La vera realtà – scrive nel Metodo – è mista, multidimensionale: la vera realtà è l’eco-(bio-socio)logia complessa costituita da eco-organizzazioni biologiche e sociali nelle quali l’urbano, il rurale, il selvatico s’intersecano e interagiscono».
La forza, l’attualità, anche la freschezza del suo pensiero vivono pure nell’ambizione di applicare il paradigma della complessità alla concretezza della politica e della storia. Di applicarlo, per esempio, all’ecologia. Per lui, nell’umanità di oggi agisce come forza autodistruttiva la convinzione illusoria di essere altro dalla natura.
Edgar Morin è stato un grande ecologista, ma sui generis. Rifuggiva dalle immagini mitiche di un’immobile natura originaria contrapposta a una cultura integralmente artificiale e irrimediabilmente antinaturalistica. Nella sua visione, quella ecologica è come una terza dimensione della vita, affiancata alle dimensioni riproduttiva della specie e organismica dell’individuo: perché, rifletteva, «la vita non è soltanto la cellula composta di molecole. E non è nemmeno l’albero dell’evoluzione a ramificazioni molteplici, composto di regni, di phila, di ordini, di classi, di specie. È anche eco-organizzazione». Insomma, «la Terra dipende dall’Uomo che dipende dalla Terra», così recita il sottotitolo di una sua raccolta di scritti di anni fa.
INCAPACITÀ di ricavare insegnamenti dalla storia, propensioni autodistruttive: questo è l’umano per Morin, ma non solo questo. La sua idea di complessità è tutt’altro che chiusa alla possibilità per l’uomo di migliorare se stesso superando anche crisi che si presentano come letali. Morin si è definito un «otti-pessimista»: «L’ottimismo – osservava – ci acceca sui pericoli; il pessimismo ci paralizza e contribuisce al peggio. Bisogna pensare oltre l’ottimismo e il pessimismo». «Otti-pessimista» è anche lo sguardo di Morin sull’Europa. Europeista appassionato, nel libro La nostra Europa scritto insieme al suo allievo e grande amico Mauro Ceruti disegnò la metafora dell’Europa, della storia europea, come figlie dell’improbabile: furono figlie dell’improbabile l’Europa che 2500 anni fa respinse con le città-Stato greche guidate da Atene l’assalto del tanto più potente impero persiano, come l’Europa che nel 1942 vide improvvisamente rovesciarsi in ritirata l’avanzata trionfale di Hitler verso Mosca e Leningrado, che l’avrebbe definitivamente nazificata.
Oggi l’Europa, così l’ultimo Morin, è in un nuovo drammatico pantano, un pantano che sembra annunciarne l’inarrestabile eclissi. Serve costruire un nuovo futuro ora «improbabile», ma per renderlo realistico occorre sgomberare il campo da quello che in una delle sue ultime interviste Morin ha chiamato «angelismo europeo»: «Esiste incontestabilmente – diceva – un angelismo europeo che occulta anche orrori recenti, dal colonialismo al nazismo allo stalinismo».
Lo sguardo di Morin sul mondo di questi anni, di questi mesi, è stato implacabile: siamo attraversati, ha ammonito più volte, da una «policrisi» potenzialmente suicida fatta di guerre quasi mondiali, di disastri ecologici incombenti. Fatta, per l’Europa, di un ritornato spirito bellicista che stravolge la giusta solidarietà con l’Ucraina invasa nel rifiuto a impegnarsi per una pace possibile tra Mosca e Kyev, di un silenzio complice davanti allo sterminio di palestinesi compiuto da Israele.
Sguardo implacabile ma, come sempre, «complesso», dunque aperto alla speranza. Speranza che il centenario Morin, fedele alla sua lunghissima vita piena di piaceri e convivialità «mondani», intendeva anche come ricerca di poesia, di felicità.
«Resistere è tonico e fa bene, la fraternità fa bene, l’amore… Sono cose che esistono anche nei periodi più bui. Per me, il vero problema non è tanto la felicità, quanto la poesia della vita, che può essere anch’essa fonte di felicità. La prosa della vita è tutto quello che subiamo, che ci pesa, ci opprime, che facciamo per obbligo, per sopravvivere. Vivere è il contrario di sopravvivere: è esprimere se stessi, godere dei paesaggi, della bellezza, dell’amore, della fraternità, del calcio… Nella vita è importante salvaguardare la poesia: è questa la cosa fondamentale, secondo me».
Nell’immagine: Edgar Morin nella sua casa qualche anno fa