Giorgia Meloni, una nuova artefice della “colonizzazione delle coscienze”

Come promettere a cittadini ed elettori di diventare protagonisti e trasformarli in inconsapevoli comparse 

Quarantacinque giorni: tanto è durato in Gran Bretagna il governo di Liz Truss. Sognava di essere la nuova Lady di ferro, dura e pura come Margaret Thatcher negli anni ’80 e di detassare i ricchi per farne poi gocciolare la ricchezza verso il basso (è una bufala neoliberista, ma qualcuno ci crede ancora, anche in Svizzera). 

E invece era debolissima e proprio i mercati finanziari – per ironia della sorte, ma il rischio di esplosione del debito era per loro un pericolo troppo alto – l’hanno sonoramente bocciata, seguiti dallo stesso partito conservatore che l’aveva appena incoronata leader. A riprova che da (troppo) tempo è il capitale (e oggi la tecnica) ad avere in mano i nostri destini e a governare davvero le nostre vite, a dispetto di ogni finzione di democrazia. 

E negli Stati Uniti – ma le parole valgono anche per la Svizzera – già Thomas Jefferson doveva ammettere che: “Le istituzioni bancarie sono più pericolose per le nostre libertà, di un esercito in armi”. E un secolo dopo il presidente Woodrow Wilson doveva riconoscere che: “Una grande nazione industriale [gli Usa] è controllata dal suo sistema creditizio. […] Tutte le nostre attività sono nelle mani di pochi uomini. Noi siamo giunti ad essere uno dei paesi peggio guidati, uno dei più completamente controllati e dominati del mondo civile – non siamo più un governo della libera opinione, non più un governo della convinzione e del voto della maggioranza, ma un governo dell’opinione e del dispotismo di un piccolo gruppo di uomini in posizione dominante”.

E Giorgia Meloni, di fresca nomina? Anche lei è una donna forte, come sostengono i più; oppure è debole, stretta tra il fascio-leghismo doc di Matteo Salvini (messo in sordina negli ultimi giorni ma pronto a riesplodere alla prima occasione, avendo anche ottenuto, come ministro delle Infrastrutture la delega alla Guardia costiera, così da poter continuare la sua guerra anti-migranti) e le esternazioni narcisistiche/egolatriche di Silvio Berlusconi? 

Nelle settimane scorse, Giorgia Meloni (comunque a capo di un governo di minoranza, la sua coalizione avendo ottenuto solo il 43% del voto popolare, pur intascando il 59% dei seggi parlamentari, complice una oscena legge elettorale) ha cercato in tutti i modi di nascondere il suo post-fascismo altrettanto doc, rassicurando Europa, Nato e soprattutto i mercati. Eppure, di fatto, il suo è un governo industrialista e a favore della peggiore imprenditoria italiana. 

E infatti: uno dei suoi più fidati consiglieri, Guido Crosetto, presidente della Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (AIAD), aderente a Confindustria, è oggi diventato ministro della Difesa, ovvero un esponente di quello che un tempo si definiva complesso militare-industriale entra esplicitamente in un governo come ministro di fatto dell’industria, dell’innovazione tecnologica e della digitalizzazione; e Marina Calderone, storica presidente dell’Ordine dei Consulenti del lavoro, è stata messa al ministero del lavoro e delle politiche sociali, grazie alla sua pluriennale attività di lobbying a favore delle imprese per rendere più flessibile la normativa che tutela i lavoratori e la sicurezza in tema di appalti, lei entusiasta del neoliberista-renziano JobsAct e contraria al salario minino per legge (aumenterebbe i costi per le imprese, ha detto; cioè, tradotto: viva la precarietà e lo sfruttamento del lavoro). 

E poi Gilberto Pichetto Fratin, ministro incompetente dell’Ambiente (da cui scompare ogni riferimento alla transizione ecologica) nonché negazionista della crisi climatica; e poi ancora, il leghista Giancarlo Giorgetti che, dopo il suo poderoso flop al ministero per lo Sviluppo economico assurge addirittura a ministro dell’Economia (e questo dovrebbe preoccupare gli italiani, più che i mercati…). Con il contorno del ministero dell’Istruzione che diventa anche del Merito (mantra neoliberista) e di quello su Famiglia e natalità (mantra fascista e capitalista – il numero è potenza – perché se le macchine sostituiranno il lavoro umano, occorreranno sempre nuovi consumatori e più sono giovani più consumano e quindi maggiori sono i profitti) affidato all’integralista cattolica Eugenia Roccella, anti-pillola abortiva, anti-unioni civili, anti-diritto all’eutanasia. 

Ovvero, l’Italia è diventata come l’Ungheria di Orban, come l’illiberale e cattolicissima Polonia. Stupisce che l’Europa – a differenza di Ungheria e Polonia – non condanni questa deriva illiberale e anti-illuministica dell’Italia, anzi cerchi una piacevole convivenza e collaborazione con Giorgia Meloni. Forse perché (togliete il forse) al di là delle apparenze sovraniste e populiste da destra sociale, il governo Meloni è appunto, come visto, perfettamente funzionale agli interessi del capitale e del sistema industriale, molto più del neoliberale Draghi che almeno una illusione di transizione ecologica l’aveva messa nel programma di governo.

E di Giorgia Meloni dobbiamo quindi parlare iscrivendo la sua figura nel quadro delle tendenze populiste/para-fasciste – ma iper-capitalistiche e neoliberiste – sempre più diffuse nel mondo; e che coinvolgono figure di ieri – Pinochet, che è stato l’apripista con il suo (e degli Usa) golpe in Cile del 1973; e poi Margaret Thatcher e Ronald Reagan – e di oggi: Trump, Orban, Le Pen, la fascista/franchista spagnola Vox tanto cara a Giorgia Meloni, Beppe Grillo, Matteo Salvini e appunto, ora, Giorgia Meloni. 

Tutti populisti accomunati dall’ideologia neoliberale e capitalista; tutti arrivati al potere per effetto della crisi della democrazia prodotta dal neoliberalismo (tranne Pinochet, che l’ha uccisa deliberatamente); e oggi tutti produttori diretti e consapevoli di crescenti forme di antidemocrazia, di post-democrazia, di democrature di vario colore, di democrazie orgogliosamente illiberali (sic!), di tecnocrazie e di capitalocrazie. 

Populismo: e cioè l’attivazione eteronoma della vocazione alla delega – da parte del popolo – a un uomo o a una donna appunto forte, patriarcale, autoritario/a, carismatico/a; cioè a un meneur des foules, come appunto oggi Giorgia Meloni. E allora è utile riprendere le riflessioni di un importante filosofo, Remo Bodei, ricordandolo così a tre anni dalla sua scomparsa (7 novembre 2019). Scriveva Bodei, rileggendo Gustave Le Bon in quello splendido saggio che è Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze (Feltrinelli): “«il lascito lockiano, fatto fruttare dal pensiero e dalla prassi liberale e democratica viene abbandonato a favore della tesi che l’individuo è incapace di autogoverno. Deve perciò essere posto sotto la tutela di un ‘io egemone’ esterno, rappresentato dal meneur des foules… Il potere riconosciuto al meneur (termine che ha il suo calco linguistico in Duce, Fuhrer, Caudillo o Conducator) di organizzare e indirizzare l’energia erogata dalle folle promuove l’introduzione di tecniche di human engineering tese ad espugnare quell’isola di autonomia individuale e di diritti inalienabili che Locke aveva laboriosamente cominciato a strappare al mare dell’assolutismo”. 

E ancora: “Utilizzando l’energia regressiva delle folle, il meneur le trasforma in comparse che si credono protagoniste. Comanda la loro anima senza confondersi con essa (mantenendo il ruolo di coscienza egemone proprio mentre gli altri io che compongono la folla regrediscono alla fase coloniale”), cioè di colonizzazione delle loro coscienze. Così proponendosi, il meneur, “quale antidoto al progressivo allentamento dei vincoli tradizionali, familiari e sociali; [capace] di restaurare l’autorità verticale grazie a una nuova gerarchia che ristabilisca formalmente, sottolineandole, le disuguaglianze tra gli uomini; di proclamarsi salvatore dell’Occidente, opponendosi strenuamente al suo tramonto”. Come nel totalitarismo novecentesco. Come nel rinascente fascio-populismo/sovranismo di oggi. 

Dietro al quale tuttavia, lo ripetiamo, il vero meneur des foules – da tre secoli a questa parte – è il (tecno)capitalismo. 


La ‘cappa’ di Veneziani e la ‘gabbia’ reale

Come promettere a cittadini ed elettori di diventare protagonisti e trasformarli in inconsapevoli comparse 

Torniamo, dopo l’articolo di Silvano Toppi, a chiederci cosa distingue (o meglio: distingueva) la destra dalla sinistra. Secondo Norberto Bobbio (1909-2004), grande filosofo della politica, è l’idea di uguaglianza. La differenza – scriveva in Destra e sinistra del 1994 (Donzelli) – sta nel fatto che “l’egualitario parte dalla convinzione che la maggior parte delle disuguaglianze che lo indignano, e vorrebbe far sparire, sono sociali e, in quanto tali, eliminabili; l’inegualitario, invece, parte dalla convinzione opposta, che siano naturali e, in quanto tali, ineliminabili”. 

In realtà, oltre all’uguaglianza (e quindi alla giustizia sociale e oggi ambientale), le sinistre in Occidente (il comunismo realizzato è stata tutta un’altra storia, pessima e ignobile) si caratterizza(va)no per l’attenzione ai diritti soprattutto sociali e alla cultura, per l’impegno a raggiungere un mondo migliore contestando o riformando il capitalismo, sulla solidarietà come via per la libertà.

Dai tempi di Bobbio, in realtà le disuguaglianze sono cresciute sempre di più perché le destre neoliberali, in America e in Europa, non solo le hanno considerate ineliminabili, ma le hanno deliberatamente prodotte e accresciute facendo della disuguaglianza la loro linea politica e programmatica – sostiene l’economista americano Joseph Stiglitz – e poi realizzandola pienamente anche con il consenso – paradossale, ma reale – degli impoveriti e dei diseguagliati (ovvero, come ha detto il super-ricco Warren Buffett, “la lotta di classe esiste, ma l’abbiamo vinta noi”). Insieme producendo, oltre alla disuguaglianza, anche – e peggio – la istituzionalizzazione dello stato di natura pre-contratto sociale (ne ha scritto l’antropologo Massimo De Carolis, ne Il rovescio della libertà, Quodlibet): perché nella concorrenza e nella competizione economica globale di oggi, così come nello stato di natura di cui scriveva Thomas Hobbes molto tempo fa, ciascuno è homo homini lupus e il nostro vivere è un incessante bellum omnium contra omnes. 

Stato di natura oggi appunto diventato la norma(lità) del nostro vivere tecno-capitalista e dove quindi – conseguentemente – non solo stanno morendo l’uguaglianza e la solidarietà, ma anche la libertà, la democrazia e soprattutto la biosfera. E sicuramente il grande sociologo Max Weber scriverebbe ancora oggi di una gabbia d’acciaio capitalistica che, ancor di più di ieri, cattura la nostra vita intera e la mette a profitto privato (oggi via piattaforme e capitalismo della sorveglianza) e non ci lascia liberi. 

Non di gabbia ma di Cappa scrive invece il controverso intellettuale Marcello Veneziani nel suo ultimo libro (La Cappa, Marsilio), una Cappa che ci soffoca “in un sistema globalitario che ci controlla e corregge ogni cosa: la natura, i sessi, la salute, la storia, la lingua, il pensiero, la religione. Bioliberista fino alla morte, ma in un regime di sorveglianza totale”. E così: “Tutto perde contorno, consistenza, memoria e visione (…) I sessi sconfinano e mutano, le differenze scolorano e si uniformano, la natura è abolita, la realtà è revocata (…). Ma anche il passato sparisce, tramonta ogni civiltà; svaniscono i luoghi, compresi quelli di lavoro, in una società delocalizzata, senza territorio. La schiavitù prosegue a domicilio con l’home working”. 

Di questo libro si è discusso in un recente dibattito a Lugano, con Tito Tettamanti e in una intervista a Veneziani di Lorenzo Erroi su La Regione. In realtà, Veneziani – che è di destra (ed è del 1995 la sua violenta polemica contro Norberto Bobbio in un pamphlet che rovesciava il titolo in Sinistra e destra); che forse è post-fascista (ma sul suo sito c’è un inquietante elogio del fascistissimo Movimento sociale italiano, padre del meloniano Fratelli d’Italia di oggi); che comunque si inserisce in una lunga storia culturale che fa critica da destra al mondo moderno – dice e scrive cose condivisibili anche da sinistra. 

Ad esempio quando contesta la “cancellazione della storia e della cultura” (ma chi ha prodotto questa cancellazione se non il tecno-capitalismo destrorso, illiberale, classista che vuole che si apprendano solo competenze tecniche e funzionali al funzionamento del sistema, agendo insieme a un neoliberalismo che sempre ha tagliato e taglia la spesa pubblica in istruzione e in cultura umanistica?); quando critica la rimozione “del pensiero della differenza e l’inibire la libertà d’opinione” (ma, anche qui, non sono state forse le destre neoliberali a farci credere che non esistono alternative a questo sistema capitalista che appunto ha generato oggi “un allineamento che si estende dalla cultura più alta alla pubblicità, agli influencer, al lessico quotidiano, con un canone ideologico che fa perdere di vista la varietà del reale, annullando tutte le differenze culturali, naturali e storiche presenti nella nostra società” come scrive Veneziani?); quando denuncia l’alienazione totale in cui siamo caduti (e ne abbiamo scritto anche noi, da sinistra, già nel 2018). 

Chi ha dunque prodotto la Cappa che tanto indigna (giustamente) Veneziani, se non proprio le destre del mondo, omofobe, illiberali, anti-democratiche, anti-diritti civili e sociali, negazioniste della crisi climatica, ma fortissimamente capitaliste? 

Dobbiamo forse pensare che Veneziani sia diventato di sinistra, visto che queste cose le scrive la sinistra critica da quasi un secolo – e rimandiamo alla benemerita ma dimenticata Scuola di Francoforte, criticatissima proprio da destra – anche Veneziani invocando “l’arma dell’intelligenza” come l’unica “capace di salvarci o almeno di perforare la Cappa, perché stupido sarebbe rifiutarsi di capire, non denunciare, farsi complici”? No, Veneziani resta di destra, senza accorgersi che condanna gli effetti sociali, ambientali, culturali e antropologici – la Cappa – prodotti proprio dal mondo a cui appartiene, perché la destra è capitalista sempre e comunque.

E quindi sbaglia quando scrive di una “Cappa sanitaria” fatta “di restrizioni e di controlli” e imposta dalla pandemia, “che si sarebbe poi trasferita in altri ambiti fino a farsi regime” (restrizioni e controlli sono in realtà intrinseci al tecno-capitalismo e non nascono certo con la pandemia); sbaglia quando, pur scrivendo di un dovere collettivo di difendere la Natura, critica pesantemente Greta Thunberg, non cogliendo la grande novità dei giovani dei Fridays for Future; sbaglia quando reitera l’accusa delle destre a Papa Francesco di concentrarsi troppo sulla solidarietà e l’accoglienza dimenticando “l’idea stessa di una relazione con Dio e col sacro”; e sbaglia nel voler rivendicare/recuperare il ruolo della tradizione e appunto del sacro non vedendo che oggi la tradizione e il sacro sono nel consumismo e nel feticismo per le merci (soprattutto tecnologiche), nei social, in quella rivoluzione industriale che è diventata così normale da essersi trasformata appunto in tradizione. E in religione capitalista, come scriveva il filosofo Walter Benjamin cento anni fa; e in religione tecno-capitalista come abbiamo scritto nel 2015.

È allora da questa tradizione ecocida, omologante, alienante e aliena da ogni pensiero critico che dovremmo uscire; ma senza ricadere – la differenza tra destra e sinistra è anche qui – in quella per Dio, patria e famiglia. 

Ma Veneziani sbaglia anche là dove invoca il ritorno alla figura del Padre, perché il Padre – figura simbolica della Legge e dell’Autorità – è oggi sì evaporato ma in realtà si è trasferito nei Mercati, nella Silicon Valley, nel bisogno di un coach o di un influencer, nei dispositivi tecnologici che sono dispositivi soprattutto per la produzione di comportamenti normati e normali e funzionali al sistema. Tutti Padri che sono la nuova fonte della Legge, la nuova Autorità del mondo. 

Senza dimenticare, come hanno scritto i francesi Dardot e Laval (ne La nuova ragione del mondo, DeriveApprodi, 2019), che il populismo di oggi è neoliberale comunque, e “sposa la retorica del sovranismo e assume uno stile populista per rafforzare e radicalizzare ulteriormente la presa sulla società da parte del capitale. (…) Il recupero della rabbia e del risentimento sociale [prodotti da quarant’anni di neoliberismo] esige oggi, perché il recupero sia funzionale [a consolidare il sistema neoliberale, impedendone la reale messa in discussione], il carisma di un leader [cioè di un Padre – e oggi, in Italia, di una leader-Madre] capace di incarnare la sintesi tra nazionalismo economico, liberalizzazione dei meccanismi economici e finanziari e una politica sistematicamente orientata a favorire il mercato”.

E quindi, le strade della destra (Veneziani) e le nostre – che possono avvicinarsi su certi punti di analisi – divergono poi radicalmente sulla soluzione da ricercare. La destra invocando la tradizione, un Padre e Dio, cioè guardando indietro; noi invocando invece una autentica emancipazione/uscita dell’uomo dalla gabbia (dalla Cappa) del tecno-capitalismo, cioè guardando avanti. 


Lunedì, 26 settembre 2022 (in Italia)

Come promettere a cittadini ed elettori di diventare protagonisti e trasformarli in inconsapevoli comparse 

“Clamoroso successo della coalizione guidata dal Pd alle elezioni svoltesi ieri in Italia. Rovesciando tutti i pronostici e tutti i sondaggi ufficiali e ufficiosi prodotti a ritmo industriale nelle scorse settimane e quindi smentendo la profezia che sembrava doversi autoavverare per cui la destra neofascista / franchista / orbaniana e fascioleghista italiana avrebbe imposto una sonora sconfitta al centro-sinistra e al Pd in particolare, ecco che quel 40% di indecisi e di potenziali astenuti misurati ancora pochi giorni fa ha cambiato idea, si è recato alle urne e ha votato contro la destra, facendo la differenza. 

Letta – il segretario inesistente di un Pd inesistente – non se ne capacita ancora, pare che dopo i primi exit pool abbia iniziato a girare, in preda all’euforia e all’incredulità, sul Grande Raccordo Anulare di Roma guidando lui stesso il mini-bus elettrico con cui ha fatto campagna elettorale, suonando il clacson all’impazzata e senza scaricare le batterie… miracolo nel miracolo. Quello che infatti sembrava un suicidio politico – pianificato scientificamente per anni e realizzato con caparbia e compulsiva determinazione nichilistica e autolesionistica – si è trasformato in una resurrezione miracolosa e Letta si sente come la mitica fenice (o come il Signore, per i credenti). 

Il risultato, ormai definitivo delle elezioni italiane dice infatti che Pd e Verdi e Sinistra Italiana hanno superato di gran lunga la coalizione di destra, crollata per la debacle della Lega di Salvini, arrivata a un misero 5% dei voti; e di Forza Italia di Berlusconi, che a fatica ha superato la soglia di sbarramento del 3%. Anche la crescita di Fratelli d’Italia si è fermata rispetto ai sondaggi pre-elettorali (ai seggi reali è arrivata al 21%), dopo che molte foto avevano ripreso molti candidati del partito fare il saluto romano con ostentata e orgogliosa sicurezza e sicumera e così portando molti moderati, per senso del pudore, a rinunciare al voto per Meloni; e dopo che Giorgia stessa – in un fuori onda – aveva confidato di essere ebrea, perdendo in un colpo solo qualche milione di voti di nostalgici. 

Ora la palla passa dunque al Pd. Letta ha già promesso – lo ha giurato sul Capitale di Marx, sulla Laudato si’ di Papa Francesco e sulla Teoria generale di Keynes – che ora tutto cambierà. Che trent’anni di neoliberismo verranno buttati nel cestino (meglio tardi che mai) e che il Pd tornerà ad essere di sinistra e a fare cose di sinistra (e Nanni Moretti sta già scrivendo il sequel di Aprile). Ha garantito che formerà un governo con Verdi e Sinistra italiana, cosa che aveva escluso prima delle elezioni (considerandola una scelta troppo di sinistra, troppo contro Confindustria), e che il ministero per la transizione ecologica sarà affidata a Greta Thunberg e sarà una vera transizione (con adeguate politiche ambientali, sociali e industriali) e non una finzione secondo il più capitalistico green-washing. 

E ha promesso ancora: reddito di cittadinanza per tutti; tassazione degli extraprofitti delle imprese, delle multinazionali globali e della speculazione finanziaria; politiche sociali per ridurre le disuguaglianze; politiche fiscali di matrice keynesiana per una redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso (e non in senso contrario, come fatto anche dal Pd negli ultimi tre decenni); fine del precariato nel lavoro e contratti di lavoro a tempo indeterminato per tutti; parità retributiva, da subito, tra uomini e donne (e multe colossali per le imprese che non rispettassero il principio); orario di lavoro ridotto e settimana lavorativa di 15 ore (come previsto sempre da Keynes quasi cento anni fa); obbligo di riciclaggio e di riuso per tutte le merci prodotte, con i costi a carico delle imprese produttrici; divieto assoluto di profilazione/spionaggio di massa (Big Data) via rete; nazionalizzazione della rete e sua gestione democratica; scuola e istruzione come luoghi e tempi per acquisire conoscenza e spirito critico e non per produrre mere competenze a fare per l’industria; potenziamento del trasporto pubblico (gratuito) e disincentivazione di quello privato; e molto altro ancora.  Su tutto: il programma del governo – ha detto sempre Letta – è tutto già scritto nella Costituzione. Basta semplicemente attuarlo.

Grande, invece – ovviamente – la rabbia di Giorgia Meloni, che già si vedeva premier e già aveva prenotato sue visite nei negozi più chic di Roma. Grande la rabbia di Matteo Salvini, che ancora crede che i migranti siano il male assoluto. Grande la rabbia anche di Putin, che sperava che gli italiani votassero davvero in massa per i sovranisti Meloni e Salvini. Grande anche la rabbia di molti giornali e di molti giornalisti che già da tempo erano saliti sul carro della vincitrice e costruivano giorno dopo giorno – appunto – la profezia che si autoavvera per la leader di Fratelli d’Italia. Grande anche la rabbia di Confindustria e degli industriali piccoli e grandi, che speravano di riavere un po’ di gas dalla Russia e mano ancora più libera nella gestione della forza-lavoro.

Il Pd ha fatto autocritica, e non è una cosa da poco – grande la gioia nelle piazze d’Italia, Bella ciao è cantata da tutti, anche da Laura Pausini – dopo che per anni il Pd aveva fatto provare a molti una grande nostalgia per la vecchia Democrazia cristiana, che era quello che era ma almeno una forte attenzione al sociale comunque l’aveva e che invece il Pd ha sempre rinnegato, preferendo gli industriali ai lavoratori, la destra alla sinistra, il capitale al Capitale di Marx. In Italia, il 25 settembre 2022 è successo davvero un miracolo. Possiamo dirlo: si è davvero realizzato un sogno…”.

Oddio, ma è veramente un sogno quello che sta scritto, a mia insaputa, nelle righe qui sopra. È davvero un sogno, ora che ho aperto gli occhi e finalmente realizzo che non siamo ancora arrivati neppure al 25 settembre. Un sogno, purtroppo. Perché il problema-incubo, per me che vivo e voto in Italia, si materializzerà davvero il 26 settembre, quando mi risveglierò in Ungheria – e chiedo scusa agli ungheresi che si oppongono a Orbán – con un governo guidato da una fanatica della spagnola Vox e quindi nostalgica del caudillo Francisco Franco.


Disruption? No, grazie!

Come promettere a cittadini ed elettori di diventare protagonisti e trasformarli in inconsapevoli comparse 

In Svizzera esiste uno Swiss Institute for Disruptive Innovation. Qual è il suo scopo? Dal sito leggiamo che esso (corsivi nostri) “identifica, studia ed esplora le opportunità e i rischi legati alle tendenze e tecnologie emergenti che hanno il potenziale di sconvolgere i processi esistenti e di produrre un cambiamento significativo nei sistemi economici e sociali, per aiutare imprese, istituzioni e amministrazioni pubbliche a liberare il loro potenziale di crescita”. Il prossimo 14 settembre si terrà al Lac di Lugano un evento (ingresso su prenotazione), dal titolo: La rivoluzione dell’industria delle costruzioni e del real estate. Nella presentazione è scritto: “L’industria delle costruzioni (AEC) e il Real Estate stanno per affrontare un cambiamento epocale. Sono tantissime le innovazioni tecnologiche, i cambiamenti sociali e geopolitici, e le nuove esigenze abitative che ne ridefiniranno i paradigmi. Conoscere con anticipo quali saranno i fattori che innescheranno questa rivoluzione significa soprattutto acquisire le conoscenze necessarie per prendere le decisioni migliori per assicurarsi un importante vantaggio competitivo sul mercato”. 

Queste citazioni ci permettono di fare qualche riflessione sulla filosofia dell’innovazione tecnologica, poi cercheremo di capire cosa si intende con disruption.

Partiamo dalla neolingua che da decenni accompagna ogni promozione dell’innovazione tecnologica da parte delle imprese. Neolingua (e rinviamo anche a 1984 di Orwell) perché sostituisce la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, rendendo impossibile ogni altra forma di pensiero che non sia, nel nostro caso, pro-innovazione tecnologica a prescindere dalla sua sostenibilità sociale e ambientale e dalla sua effettiva utilità. E pensiamo alle parole usate sopra: epocale, paradigma, rivoluzione, potenziale di crescita. Ma pensiamo a smart-working, che sembra tutto nuovo e appunto smart (il suono stesso della parola evoca qualcosa di piacevole e intelligente), ma che è in realtà il vecchio lavoro a domicilio di cui scriveva già Marx e dove l’innovazione è solo nel mezzo di connessione (la rete, un algoritmo/app) che permette di organizzare, comandare e sorvegliare (come ieri) i dipendenti che lavorano da casa; pensiamo ad Amazon, per eccellenza il nuovo che avanza e che non si deve fermare secondo lo storytelling tecno-capitalista ma che, a parte un po’ di algoritmi si basa sulle vecchie vendite per corrispondenza nate negli Usa nel lontano 1872; pensiamo (ci ripetiamo, scusate) alla propaganda capitalista e tecnologica degli anni ’90 del ‘900, secondo la quale grazie alle nuove tecnologie avremmo lavorato meno, fatto meno fatica e avuto più tempo libero da dedicare alle cose belle della vita, mentre oggi (e non è stata una eterogenesi dei fini ma lo sviluppo inevitabile dell’essenza della tecnica) ci ritroviamo invece a lavorare e a consumare h24, con ritmi esasperati di lavoro – un pessimo taylorismo digitale invece della magnificata e propagandata Industria 4.0 – con non più solo il nostro lavoro ma tutta la nostra vita (relazioni, pensieri, emozioni, eccetera) messa a profitto da imprese private, attraverso i dati che noi produciamo in rete. Se volessimo usare Marx, potremmo dire che, grazie alle nuove tecnologie ormai siamo a un pluslavoro (quasi) totale, per la massimizzazione del plusvalore capitalistico (farci lavorare gratis: la più grande magia del capitale).

E rivoluzione. Che non è quella politica e sociale francese (illuministica) del 1789; che non è quella per abbattere lo sfruttamento capitalistico (direbbe sempre Marx), ma quella tecnologica del capitale che innova incessantemente a prescindere dai reali bisogni umani e da ogni principio di responsabilità e di precauzione verso la biosfera e le future generazioni, per soddisfare solo il proprio desiderio compulsivo di accrescere incessantemente il proprio profitto privato – e sempre Marx scriveva di un imprenditore “fanatico della valorizzazione e che costringe l’umanità a produrre per amore del produrre”.

E da rivoluzione arriviamo a disruption, che è oltre la vecchia distruzione creatrice di Schumpeter e tipica dell’imprenditore di un tempo ma che già allora era in realtà più distruzione (soprattutto di biosfera e di società) che creazione. Cosa significano dunque disruption e innovazione distruttiva? Disruptiva è una innovazione che crea un nuovo mercato e una nuova rete di valori e alla fine interrompe un mercato esistente, sostituendo aziende e prodotti. Significa (SIDI) una tecnologia che sconvolge i processi esistenti e produce un cambiamento significativo nei sistemi economici e sociali. E già da qui si evidenzia la non democraticità della disruption, perché imposta da imprese private che vanno però a sconvolgere – a prescindere appunto dalla democrazia e dal consenso di coloro sui quali impatta la disruption – i sistemi economici e sociali, imponendosi come un dato di fatto e così appunto violando tutti i principi di democrazia e di libertà. Un caso su molti, ancora Amazon, dove un solo uomo, Jeff Bezos, ha sconvolto a livello planetario – e molto velocemente, grazie alla tecnologia digitale – tutto il sistema della piccola e media distribuzione, oggi arrivando a mettere in crisi anche la grande distribuzione organizzata; e questo senza farsi minimamente carico delle conseguenze economiche e sociali prodotte, massimizzando anzi i profitti per sé e sfruttando in massimo grado il lavoro e le persone – con la correità di noi consumatori compulsivi.

E “disruption viene dal latino disrumpere, che vuol dire rompere, spezzare, mandare in frantumi”, ricorda Éric Sadin nel suo La siliconizzazione del mondo. L’irresistibile espansione del liberismo digitale (Einaudi). La disruption cioè distrugge, manda in frantumi (lo dice il nome stesso); ma si veste di innovazione, di rivoluzione, soprattutto di neolingua e questo la rende il nuovo che non si deve fermare. In realtà essa è sempre il vecchio nichilismo del capitale con altro nome; è sempre il vecchio sfruttamento dell’uomo e della biosfera – è la morte della democrazia. Disruption esprime cioè un processo molto stupido – molto simile alla guerra e alla concorrenza – soprattutto molto irresponsabile e socialmente e ambientalmente insostenibile. Produce una sconfitta esistenziale dell’uomo, ancora secondo il filosofo Sadin. Che aggiunge: “Disruption è il nome di questa sconfitta, una catastrofe che rovescia la nostra società dalle fondamenta, alla velocità della luce e in nome dell’interesse di pochi, e istituisce fin da subito il grado zero dell’immaginazione umana”. 

Disruption? No, grazie!

Nell’immagine: un celebre fotogramma dal film “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick (1971)


Viva il quiet quitting!

Come promettere a cittadini ed elettori di diventare protagonisti e trasformarli in inconsapevoli comparse 

Ancora si parla della cosiddetta great resignation – la grande dimissione, cioè l’uscita volontaria di molti dal loro posto di lavoro dopo che il Covid ha fatto capire loro che la vita è più preziosa del lavoro e che può contenere molte cose bellissime e diverse dal lavoro e che vanno vissute prima di morire – ed ecco arrivare il quiet quitting. Se non è una fake news; se non è una moda effimera e a scadenza; se non è una invenzione dei mass-media a caccia estiva di notizie che non siano quelle di Damiano dei Måneskin che con la sua fidanzata adotta un gatto maltrattato; e se davvero la tendenza venisse confermata e si rafforzasse ancora, allora potrebbe essere qualcosa – sì – di molto interessante.

Interessante perché potrebbe esprimere un cambio di paradigma questa volta antropologico e non meramente tecnologico, capace di rovesciare quarant’anni di ideologia neoliberale, cioè di mercato del lavoro iper-competitivo e iper-flessibile dove tutti devono essere in concorrenza con tutti e con salari tendenzialmente low cost perché così è imposto dalla globalizzazione e dalla competizione internazionale. Un mercato del lavoro neoliberale-deregolamentato dove che tu sia leone o gazzella, importante è correre sempre più velocemente; o, detto con una metafora diversa, dove tutti devono viversi come criceti che devono correre velocemente e incessantemente nella ruota della loro gabbietta; oppure, dove tutti devono introiettare quanto detto tempo fa da Jeff Bezos per i suoi iper-sfruttati dipendenti, magazzinieri e corrieri: It’s still day one, cioè è sempre il primo giorno, bisogna sempre dare il massimo di sé per l’impresa senza mai rallentare e semmai accelerare, perché il secondo giorno è già stasi, lentezza, declino, abitudine…e questo è male per l’impresa (e per i profitti di Bezos).

Da quarant’anni le retoriche manageriali (la realtà del lavoro è invece molto diversa) e i media e i politici mainstream ci dicono che ciascuno è un virtuoso capitale umano che deve valorizzare se stesso sul mercato; che dobbiamo attivarci sempre più in self management; che fondamentali sono il nostro engagement e il nostro empowerment (tutto in inglese, ovviamente, perché fa più figo e soprattutto sembra nuovo e bello – dimenticando che qualcosa di non molto diverso scriveva anche Taylor cento e più anni fa nell’esempio dell’operaio Schmidt); che dobbiamo essere imprenditori di noi stessi; che dobbiamo convincerci di non essere più lavoratori ma collaboratori dell’impresa e dell’imprenditore/manager, che a sua volta non sarebbe più il padrone o il capo di un tempo ma un leader carismatico/empatico che vuole la felicità dei suoi collaboratori; eccetera, eccetera.

Ora c’è appunto il quiet quitting. Che significa mettere sempre la propria vita prima del lavoro, senza però licenziarsi e rinunciare allo stipendio, ma lavorando solo il minimo indispensabile per conservarlo. Una tendenza che coinvolgerebbe soprattutto i giovani – millennial e generazione Z – e riguarderebbe sia gli Usa che l’Europa e la Cina. Perché infatti dannarsi – sembrano pensare questi giovani – in un lavoro precario e a tempo determinato senza prospettive di futuro; perché passare ore davanti a un pc senza reali prospettive di carriera; perché dover credere davvero di poter essere imprenditori di se stessi se poi il sistema, al di là appunto delle sue retoriche, produce esattamente il contrario e impoverisce il lavoro di contenuti e di conoscenza; perché vedere il nuovo là dove non c’è – e siamo infatti sempre nel taylorismo e nel fordismo, anche se digitale e siamo sempre nella divisione del lavoro e nella sua organizzazione, comando e sorveglianza eterodiretta da parte dell’impresa e anche il manager non è un leader ma è sempre più un algoritmo e tutti siamo dipendenti da una piattaforma?

Tutto questo è confermato – insieme smontando appunto le retoriche manageriali viste sopra – da uno studio Gallup (“State of the global work-place 2022 Report”) per il quale solo il 21% dei dipendenti si sente coinvolto dal/nel lavoro (cade quindi la favola dell’essere collaboratori) e solo uno su tre si sente in una condizione di benessere (e quindi, quasi il 70% lavora male), mentre il 44% si dice stressato.

Se il quiet quitting diventerà davvero una tendenza reale e soprattutto duratura, trasformerà forse (forse) il vecchio e sempre rinnovato Beruf weberiano (il lavoro come vocazione dell’uomo, la vita come lavoro, il lavoro come vita) in qualcosa di molto diverso. Produrrà forse (forse) la fine dell’organizzazione scientifica del lavoro di ieri (Taylor) e di oggi (appunto il taylorismo digitale dell’Industria 4.0 e delle piattaforme). Darà il segnale che (forse) il neoliberalismo è finalmente morto, ma non per le sue contraddizioni interne (vive anzi di queste contraddizioni, quindi non le risolverà mai), bensì per una reazione umana e umanistica ai suoi eccessi e alla sua coazione a ripetere le sue paranoie e il suo cinismo. Certo, il quiet quitting è una condizione esistenziale individuale, anche se di molti, che quindi non produce – direbbe Marx – coscienza di classe e conflitto. Ma in società cinicamente iper-individualiste e iper-competitive come le nostre sarebbe già molto se si diffondesse sempre più.

La reazione neoliberale e imprenditoriale è prevedibile: questi giovani si stanno ammosciando, sono scansafatiche – se non, e peggio, sono fancazzisti. Non sono determinati a fare (produrre, consumare, generare dati sempre di più) come invece servirebbe al tecno-capitalismo, ma vogliono vivere meglio: che scandalosa eresia! Quindi il sistema farà di tutto, ne siamo certi, per rimetterli sulla retta via. A noi piace però sognare – pur sapendo che saremo smentiti – che il quiet quitting sarà una tendenza che si consoliderà davvero. Noi tutti facendoci anche così più sostenibili nei confronti di una Terra sempre più stressata dopo tre secoli di rivoluzione industriale e di capitalismo.

Nell’immagine: nel secolo scorso bastava un Cynar


Le ‘non cose’ e il virtuale

Come promettere a cittadini ed elettori di diventare protagonisti e trasformarli in inconsapevoli comparse 

Cosa sono le non cose – e scusate il gioco di parole? Le non cose è il titolo dell’ultimo libro tradotto in italiano (Einaudi) del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han, che ha alle spalle studi di filosofia, di germanistica e teologia cattolica ed è stato poi docente a Friburgo, a Monaco di Baviera e a Berlino, ed è autore di libri importanti come Psicopolitica, Che cos’è il potere, La società della stanchezza. Il sottotitolo del libro è più esplicito e chiarificatore: Come abbiamo smesso di vivere il reale. Sedotti dal virtuale abbiamo infatti perduto non solo il senso della vita reale, preferendole quella artificializzata dalla tecnica (e sempre identifichiamo i social con sociale e socialità, dimenticando che i social sono imprese private che massimizzano il proprio profitto estraendo valore dalla profilazione/spionaggio di massa), ma anche il senso della memoria, trasferita in un archivio digitalizzato.

Il libro di Byung-Chul Han inizia richiamando L’isola dei senza memoria della scrittrice giapponese Yōko Ogawa, che narra di un’isola senza nome, dove le cose spariscono inspiegabilmente ma soprattutto, ed è ben più grave, irrimediabilmente. “Si tratta di cose aromatiche, fruscianti, splendenti, meravigliose: nastrini per i capelli, copricapi, profumi, campanelle, smeraldi, francobolli, persino rose e uccelli. Le persone non sanno più a che servono. Insieme ad esse spariscono anche i ricordi”. E sembra (è) la nostra realtà di oggi, dove troppe cose spariscono irrimediabilmente, compresa la memoria del passato, che a sua volta, aggiungiamo è ciò che ci permetterebbe di ragionare sul rapporto di causa-effetto, ad esempio sull’effetto crisi climatica causato da tre secoli di sfruttamento capitalistico di uomo e ambiente. 

Nell’Isola dei senza memoria vi è un regime totalitario che “bandisce dalla società le cose e i ricordi facendo leva sulla polizia segreta, simile alla polizia del pensiero orwelliana – e chi si mette segretamente alla ricerca dei ricordi viene arrestato”, se non ucciso. “Anche oggi le cose scompaiono costantemente, senza che ce ne accorgiamo”, scrive Byung-Chul Han, ma per noi “è la nostra ebbrezza comunicativa e informativa a farle sparire”. Cioè viviamo producendo informazioni che vengono prodotte e fatte consumare rapidamente e in modo compulsivo, noi dopati dai social e dai social media e dalla fascinazione infantile per i giocattoli tecnologici. “Le informazioni” – continua Byung-Chul Han – “quindi le non-cose, si piazzano davanti alle cose facendole sbiadire”. Sì, perché il sistema vive di istantaneità e soprattutto – aggiungiamo – non vuole uomini consapevoli dei processi in cui sono integrati, ma li vuole felicemente alienati. Quindi il tecno-capitalismo ha tutto l’interesse a farci dimenticare il passato (e insieme a toglierci la libertà di immaginare il futuro) e quindi i rapporti di causa-effetto, facendoci vivere in un eterno presente di cose-non-cose.

Ma torniamo a Byung-Chul Han: “La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo”. E la polizia del ricordo di Yōko Ogawa “viene sostituita dai media digitali, che svolgono il proprio lavoro senza alcun ricorso alla violenza, né grande dispendio di forze”. Possedendo un grande vantaggio – che a sua volta è un grande potere di manipolazione – cioè la sua non monotonia, cioè l’offerta incessante di qualcosa di nuovo o che deve sembrare nuovo.  Nel mondo digitale infatti “le informazioni simulano eventi. Si fondano sul brivido della sorpresa. Ma questo brivido non dura a lungo: ben presto emerge il bisogno di nuovi stimoli”. Ed è la stessa tecnica psicologica, lo ricordiamo, che producono per noi marketing e pubblicità, cioè sempre nuovi stimoli per far rinascere incessantemente in noi il bisogno (un falso bisogno, diceva Herbert Marcuse), di consumare. E infatti, per Byung-Chul Han: “Noi ci abituiamo a percepire la realtà in termini di stimoli e sorprese. E in veste di cacciatori d’informazioni diventiamo ciechi nei confronti delle cose silenziose, poco appariscenti, vale a dire abituali, secondarie o ordinarie cui invece manca qualsiasi capacità di stimolare – ma che sanno ancorarci all’essere”.

E ancora: “Non sono gli oggetti, bensì le informazioni a predisporre il mondo in cui viviamo. Non abitiamo più la terra e il cielo, bensì Google Earth e il cloud. Il mondo si fa sempre più inafferrabile, nuvoloso, spettrale. Niente è più attendibile e vincolante, nulla offre più appigli”. E poi: “Le nostre ossessioni non sono più indirizzate alle cose [per noi invece lo sono ancora, sempre di più], bensì alle informazioni e ai dati” – che per noi sono comunque cose/merci, a valore di scambio crescente per il capitalismo entrato nella sua forma – la più cinica e sfruttatrice mai realizzatasi – della sorveglianza di massa]. “Ci inebriamo con la comunicazione” – scrive Byung-Chul Han – e “le energie libidiche abbandonano le cose e si lanciano sulle non-cose. La conseguenza di ciò si chiama infomania. Ormai siamo tutti infomani”. Feticisti delle informazioni. Dipendenti dalle informazioni. Di più: “L’informatizzazione del mondo trasforma le cose in infomi, vale a dire agenti che elaborano informazioni” – ma infomi sono anche gli umani ridotti a cose che producono informazioni e dati su se stessi: “L’essere umano è un Inforg che funziona comunicando e scambiando informazioni”.

Di più: “guidato dagli algoritmi, l’essere umano perde sempre più il proprio potere di agire, la propria autonomia. Si trova dinanzi [noi preferiamo dire: immerso, sussunto] a un mondo che sfugge alla sua comprensione”. E “da un certo momento in avanti, le informazioni non informano più, bensì deformano”. Oggi – continua Byung-Chul Han – “prendiamo nota di tutto senza più imparare a conoscerlo. Viaggiamo ovunque senza fare vera esperienza. Salviamo quantità immani di dati senza far risuonare i ricordi. Accumuliamo amici e follower senza mai incontrare l’Altro. Così le informazioni generano un modo di vivere privo di tenuta e di durata”. Che però è molto funzionale, aggiungiamo, al funzionamento del tecno-capitalismo, per il quale ogni durata è un tempo morto (in termini di mancata produzione/estrazione di profitto privato), che deve appunto essere ridotto possibilmente a zero; e per questo ci impone (illudendoci che sia una virtù) di essere flessibili e di adattarci alle sue esigenze di accumulazione crescente, processo che appunto riesce alla perfezione se il sistema ci priva di consapevolezza, di memoria così come di un guardare lento e creativo. Di più: “quando un’informazione scaccia l’altra, ecco che non abbiamo più tempo per la verità”.

E chiudiamo richiamando ancora alcuni spunti del libro, che di fatto riprende molti argomenti dei libri precedenti e della più generale critica del digitale/digitalizzazione, ma lasciandoci anche ulteriori perplessità, oltre a quelle viste sopra. Sul Big Data: che “suggerisce un sapere assoluto, dove ogni cosa diventa calcolabile, prevedibile e influenzabile. Ma in realtà abbiamo a che fare con una forma davvero primitiva del sapere, mettendo a nudo solo le correlazioni”, ma “secondo la logica di Hegel la correlazione rappresenta la forma in realtà più bassa del sapere”. E poi sul capitalismo che “distrugge sistematicamente i legami. Oggi anche le cose del cuore sono rare”; e inoltre “il capitalismo non ama il silenzio. Il capitalismo informativo ingenera la coazione a comunicare”; e ancora: “gli usignoli odierni non cinguettano più per scacciare gli estranei, anzi twittano per attirarli”, così cancellando appunto il silenzio che – solo – produce invece attenzione.

E l’ultima citazione, che condividiamo totalmente: “Noi sfruttiamo la terra in maniera così brutale proprio perché consideriamo morta la materia, e degradiamo la terra a una pura gamma di risorse. Da sola, la sostenibilità non basta per rivedere radicalmente il nostro atteggiamento nei confronti della terra. È quindi necessaria una concezione diversissima della terra e della materia”.


Le due guerre mondiali

Come promettere a cittadini ed elettori di diventare protagonisti e trasformarli in inconsapevoli comparse 

“L’umanità gioca con una pistola carica” – ha detto il Segretario generale dell’ONU, Guterres il 6 agosto, nel settantasettesimo anniversario della bomba atomica statunitense su Hiroshima. Sì, perché i cosiddetti Grandi del mondo, al di là di ogni ragione e di ogni principio di responsabilità e per pura logica di potere (come sempre), stanno giocando a provocare la guerra (ultima e molto stupida: Nancy Pelosi a Taiwan). La Terza guerra mondiale per frammenti denunciata tempo fa da Papa Francesco sembra diventare sempre più anche una Guerra Grande (secondo Lucio Caracciolo), con i cosiddetti Grandi impegnati sempre più a costruirne la legittimazione e l’accettazione. Perché vogliono riscrivere i rapporti di potenza nel mondo – nello scontro tra Imperi coloniali in declino, gli Usa, e Imperi coloniali in ascesa, Russia e Cina – e di farlo, come al solito, attraverso la guerra. Ma non dimentichiamo che tutti i cosiddetti Grandi, al di là delle differenze politiche e religiose, hanno il capitalismo come modello economico, cioè questa Guerra Grande e quella per frammenti sono tutte interne al capitalismo.

Due tipi di guerra sono in verità in corso – e sono due guerre mondiali. Quella classica, grande o per frammenti, che si gioca anche oggi con le armi per il potere geopolitico e geoeconomico / tecnologico; e quella specifica del sistema tecno-capitalista contro la Terra e l’ambiente, una guerra che dura dall’inizio della rivoluzione industriale, tre secoli fa, di cui subiamo gli effetti sempre più gravi e sempre più veloci – la crisi climatica e ambientale, la siccità – ma della quale siamo resi incapaci di vedere la causa e soprattutto di rimuoverla; e la causa è appunto il capitalismo soprattutto industriale, e questo ce lo dice la storia con i dati sulla CO₂. La prima guerra produce il ridisegno dei rapporti di forza all’interno del capitalismo, ma sta producendo oggi anche quello (voluto) di rimuovere dalla scena la seconda. Per le oligarchie, le guerre – e torniamo sul punto perché ci sembra importante – devono essere normalizzate e accettate altrimenti addio profitti e potere. E quella alla Terra deve essere anch’essa normalizzata e accettata (e si inventa la resilienza) perché sia compatibile con le prioritarie esigenze del capitalismo.

Il tutto favorito dal crescere delle politiche securitarie / autoritarie anti-democratiche. La democrazia sta infatti morendo in Europa e negli Usa e non ce ne accorgiamo, anzi la produciamo, questa morte, ogni giorno di più con la nostra indifferenza, tutto per la felicità delle oligarchie, delle tecnocrazie e delle lobby. Con l’autocrate ungherese Orbán – modello degli italiani Salvini e Meloni che si apprestano a conquistare l’Italia – sovranista, razzista, orgogliosamente illiberale e negazionista della crisi climatica; Orbán che va in America a rafforzare l’internazionale fascista (come chiamarla altrimenti?) parlando di guerra ideologica alla Conservative political action conference (Cpac) degli ultraconservatori e dei trumpiani americani. Perché, ha detto, “Siamo impegnati nella stessa guerra, dobbiamo coordinare il movimento delle truppe” contro il progressismo, contro i diritti civili e politici (“Più Chuck Norris, meno travestiti!”) e soprattutto contro quelli sociali e oggi ambientali, i più pericolosi per il capitale. E l’Inflation Reduction Act, il maxipiano di Biden di interventi anche per il clima e recentemente approvato dal Senato Usa sarà prontamente rimosso – c’è da scommetterlo – dopo le prossime elezioni di mid-term e il trionfo previsto della destra, così da poter continuare la guerra mondiale alla Terra in nome del profitto.

Se questo è dunque il contesto (pessimo) torniamo a rileggere i classici. In questo caso le Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale di Simone Weil (1909-1943), grandissima filosofa e finissima intellettuale francese. Un saggio scritto a venticinque anni, nel 1934, quando Hitler era da poco salito al potere e il fascismo lo era in Italia da più di dieci anni; un saggio lucidissimo, vecchio di quasi cento anni, ma di strettissima attualità, da rileggere per provare a non cadere di nuovo là dove le oligarchie e il capitale di oggi – e i servi volontari che li accondiscendono facendosi loro zerbino – vogliono condurci.

Scriveva dunque Simone Weil – e ci limitiamo a richiamare alcune delle sue riflessioni, rinviando il lettore al suo libro (Adelphi): “La società capitalista è ben lungi dall’avere elaborato nel suo seno le condizioni materiali di un regime di libertà e di uguaglianza; […] l’instaurazione di un simile regime di libertà presupporrebbe piuttosto una trasformazione preliminare della produzione e della cultura”, ciò che il sistema invece assolutamente non vuole. E sulla natura del potere: “Ogni potere, per il fatto stesso di esercitarsi, estende fino all’estremo limite possibile i rapporti sociali sui quali si fonda [oggi inventando appunto la resilienza]; così il potere militare moltiplica le guerre, il capitale commerciale moltiplica gli scambi”. E il sistema capitalista e tecnico sono appunto dominati, più di ogni altro potere del passato, da una coazione ad accrescersi sempre di più: il mercato, per il capitale; il sistema integrato di uomini e macchine e governato dalle macchine, per la tecnica. Credendo di emanciparsi dalla natura, soggiogandola e sfruttandola, l’uomo si è in realtà assoggettato alla società, che ha la forma del capitalismo.

Quindi oggi ancora di più rispetto ad allora, “viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell’uomo […] e tutto è squilibrio. […] E mai gli uomini sono stati più incapaci non solo di sottomettere le loro azioni ai loro pensieri, ma persino di pensare. […] e la macchina sociale è diventata una macchina per schiacciare gli spiriti, per fabbricare incoscienza, stupidità, corruzione, ignavia e soprattutto vertigine” – e noi aggiungiamo indifferenza, resilienza, divertimento, perché bellum et circenses è la vera logica del potere. E ancora, su tecnologia e lavoro: “Le macchine automatiche [e quelle di allora erano niente rispetto a quelle di oggi] si presentano come il modello del lavoratore intelligente, fedele, docile e coscienzioso” – e questo dicono anche oggi le retoriche del management – producendo così un rovesciamento tra mezzi e fini cinico ma funzionale al capitale, l’uomo non essendo più il fine della società (la qualità della sua vita, la sua libertà da accrescere, le disuguaglianze da ridurre), ma il mezzo per l’accrescimento dell’apparato tecnico e capitalista, che diventa il fine del sistema in cui viviamo, quindi illiberale e oppressivo in sé. Perché “le macchine non funzionano per permettere agli uomini di vivere, ma ci si rassegna a nutrire gli uomini affinché servano le macchine” – cosa ancora più vera oggi quando nutriamo dei nostri dati le macchine: è il capitalismo della sorveglianza, per servire meglio il capitale.

E poi, l’impresa, con le riflessioni di Simone Weil ancora più vere oggi: che “non è giudicata secondo l’utilità reale delle funzioni sociali cui essa assolve, ma secondo le dimensioni che essa ha assunto e la rapidità con cui si sviluppa” – e oggi pensiamo alla Silicon Valley. “E così per tutto. […] non si tratta più tanto di organizzare bene il lavoro quanto di rastrellare la più grande quantità possibile del denaro disseminato ovunque, smerciando prodotti; tutto si gioca nell’àmbito dell’opinione e quasi della finzione, a colpi di speculazioni e di pubblicità.[…] al presente, nella lotta per il potere economico si tratta assai meno di costruire che di conquistare; e poiché la conquista è distruttrice, il sistema capitalista, che pure è rimasto apparentemente pressoché quello di cinquant’anni fa, si orienta interamente verso la distruzione”. Della società e oggi della Terra intera.

Immagini generate dal programma di Intelligenza artificiale DALL-E / crAIyon a partire dalle parole “war humanity capitalism environment”


Resilienti a tutto, consapevoli di nulla, oppositori di niente

Come promettere a cittadini ed elettori di diventare protagonisti e trasformarli in inconsapevoli comparse 

Dodici-venti chilometri di coda al Portale Nord del San Gottardo, turisti in massa verso il sole del Sud, mentre ci si danna per la siccità. E al mare come in montagna o sui laghi il costume più portato da uomini e donne o di altro genere è il topless, cioè il senza top-mascherina, nonostante il Covid-19 non sia scomparso: anzi. 

La versione online di Vogue America ha pubblicato le foto della coppia Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina invasa dalla Russia e di Olona Zelenska sua consorte. E così anche la moda diventa uno strumento di costruzione del consenso, ma soprattutto – al di là dell’analisi semiotica della foto patinata di lui e lei abbracciati – diventa uno strumento di normalizzazione della stessa guerra, perché questa guerra sarà lunga e bisogna farla entrare nella normalità di vita degli europei e degli americani, e cosa c’è di meglio che metterla in mostra su una rivista di moda/tendenza? 

Perché la guerra è a pochi chilometri da noi, ma dobbiamo non vederla, vogliamo/dobbiamo divertirci, fare le giuste vacanze, essere spensierati, fare finta che tutto sia normale, quella normalità che nasce dall’abitudine e/o dall’indifferenza; già abbiamo superato la pandemia (non è vero, ma vogliamo crederlo), non sarà una guerra a fermare la società dei consumi, del divertimento, del turismo che fa tanto bene al Pil ma che inquina a dismisura e accresce la crisi climatica e piuttosto ce la prendiamo con i piloti d’aereo in sciopero che ci impediscono di divertirci (il diritto a cui teniamo di più, degli altri diritti e dei diritti degli altri non ce ne importa nulla). 

A Civitanova Marche un uomo è stato ucciso da un altro uomo sotto lo sguardo dei passanti in pieno centro e si filma la scena dallo smartphone ma nessuno interviene: la società dello spettacolo trionfa ancora una volta (ed è l’ultimo esempio di una lunga storia) e la solidarietà muore.

Ultima notizia, tra le molte possibili: in Algeria, dalla fine dell’anno, l’inglese verrà insegnato nelle scuole primarie. Ha detto il presidente Tebboune: “Il francese è un retaggio culturale” del colonialismo della Francia, mentre l’inglese è una lingua internazionale. Dimenticando che anche l’inglese è una forma di colonialismo culturale e soprattutto che porta con sé il modello coloniale occidentale e statunitense, ormai globale – il consumismo, Hollywood e oggi Netflix, la way of life americana e la Silicon Valley, la società dello spettacolo e della spettacolarizzazione, eccetera – ma anch’esso diventato normale e senza alternative.

E veniamo a resilienza. Parola che ha molti significati ma che il potere usa e ci insegna ad usare nell’unico significato utile per sé. Perché per il potere – politici, banchieri e finanza, industriali non solo delle armi, mass media, sistema educativo e formativo – essa significa unicamente adattamento; significa indurci ad accettare come normali i dati di fatto e i modelli imposti dal potere, senza reagire e senza opporci, ma anzi, imparando appunto ad adattarci, così dando prova di buon senso e di sano pragmatismo. Adattandoci anche alla crisi climatica che nessuno vuole risolvere perché per risolverla davvero bisognerebbe rovesciare l’intero modello tecno-capitalista e questo è ciò che il potere non vuole, limitandosi quindi a un po’ di green-washing e a spacciare molta resilienza – “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, si è detto).

Sulla resilienza ha scritto cose importanti – che sottoscriviamo in pieno – Sarantis Thanopulos, Presidente della Società psicoanalitica italiana (il manifesto, del 30 luglio): “La terra brucia letteralmente, il cambiamento climatico […] prende sempre di più la forma di una catastrofe che, già annunciata da mille evidenze, si presenta davanti alla nostra porta di casa, anticipando, con la siccità, carestie e una sequenza di pandemie nuove […]. I super vertici mondiali non hanno prodotto nessuna misura realmente condivisa in grado di contenere il disastro ambientale. […] La cosa sicura è che la tendenza collettiva dominante è il diniego della realtà. […] La concentrazione selvaggia della ricchezza, la robotizzazione della forza lavoro e la digitalizzazione […] hanno prodotto una precarietà occupazionale mai vista, hanno dissolto le relazioni private e sociali, hanno fatto evaporare il tempo libero e hanno fatto confluire il tempo di lavoro nel tempo folle dell’accelerazione continua, scandita dall’azione performante. 

Si vive in un presente continuo, di conseguenza il futuro (le sue minacce e le sue potenzialità) non esiste e dal passato non si apprende niente […]. La maggioranza degli umani vive allo stato dell’indifferenza, giorno per giorno”. A questo si aggiunge il fatto che “la domanda che più rapidamente si diffonde e determina ormai il mercato, è quella dei dispositivi di eccitazione e scarica; la creazione di una neo-realtà che aiuti a dimenticare la realtà vera, a fuggire in un mondo di fantasia pura, necessariamente autistico, autoerotico. Ciechi come talpe ci scaviamo la fossa. Questo è il mondo della “resilienza”: l’adattamento costante al peggio […], il rifiuto di trasformarci per trasformare le condizioni della nostra esistenza, lo stoicismo di fronte alle catastrofi che deriva da uno stato perenne di auto-ipnosi (l’effetto vero di ogni tipo di droga)”. Conclude Thanopulos: “Se non facciamo uno sforzo per combattere l’indifferenza, la realtà ignorata ci castigherà in modo severo”. 


Post-fascisti, sì/no?

Come promettere a cittadini ed elettori di diventare protagonisti e trasformarli in inconsapevoli comparse 

A cento anni meno un mese dalla Marcia su Roma di Mussolini, il 26 settembre prossimo l’Italia rischia di avere una premier post-fascista, Giorgia Meloni – o comunque un premier indicato da lei. Qui ci interessa capire cos’è e chi rappresenta il suo partito, Fratelli d’Italia. Post-fascista, forse; certo fascista nella gran parte della sua base elettorale, nei suoi rapporti ambigui con Casa Pound, nel suo essere populista, sovranista, xenofobo, antieuropeista ma neoliberista, omofobo, orbaniano quindi forse anche putiniano, alleato della franchista/fascista Vox spagnola, autarchico; fascista anche nel simbolo di Fratelli d’Italia che appunto contiene la fiamma tricolore – che era il simbolo del fascista Movimento sociale italiano, del fascista Giorgio Almirante. 

E da qui la questione: il partito Fratelli d’Italia si offre forse come nuovo contenitore – a voler dare ragione a un grande liberale, sempre di cento anni fa, come Piero Gobetti – dei moltissimi italiani che compongono antropologicamente quel fascismo come auto-biografia della nazione, cioè: “Né Mussolini né Vittorio Emanuele Savoia hanno virtù di padroni, ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi”? A riguardare la storia recente, dal 1994 a oggi gli italiani si sono fatti sedurre da una sequela di populisti, fascisti, arruffapopolo, manipolatori mediatici come Bossi e Berlusconi e poi Beppe Grillo e poi Matteo Salvini e ora appunto Giorgia Meloni, nuova leader carismatica per molti e che per di più, essendo donna, maschera bene il machismo profondo di coloro che antropologicamente sono fascisti e/o hanno animo di schiavi. 

I sondaggi di questi giorni la danno addirittura al 25% delle preferenze di voto, cioè un italiano su quattro voterebbe per lei. Percentuale che mette davvero i brividi in corpo – senza contare l’altro problema: l’astensionismo. Ma che il fascismo, nelle sue possibili varianti, non sia solo un fenomeno degenerativo italiano e sia piuttosto e di nuovo la metastasi autoritaria, sovranista, nazionalista, populista che rinascendo colpisce le democrazie del mondo, più o meno come cento anni fa, lo dimostrano anche Orbán, Trump, per non dire Bolsonaro, Putin e molti altri (Udc svizzera compresa). E quindi rinviamo doverosamente alla Matita nell’occhio di Franco Cavani del 27 luglio, che riprende Shakespeare: “Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi”. 

Ma prima di procedere oltre sugli aspetti politici della crisi italiana, consideriamone la fotografia sociale. L’ha scattata, due settimane fa l’Istat ed è drammatica; ma è anche l’esito inevitabile di tre decenni di ideologia neoliberale che ha trasformato, con la complicità delle destre ma anche del PD (ormai dipendente dal neoliberalismo e incapace di cercare alternative riformiste/progressiste), il lavoro da diritto a merce possibilmente low cost e iper-flessibile/precario, che ha stravolto la Costituzione sociale imponendo una sua Costituzione iper-competitiva, de-socializzante, impoverente i più e arricchente i pochi.

Scrive dunque, in sintesi il Rapporto 2022 dell’Istat: “Il lavoro tradizionalmente definito come standard, cioè quello individuato nei dipendenti a tempo indeterminato e negli autonomi con dipendenti, entrambi con orario a tempo pieno, è in diminuzione. Nel 2021, queste modalità di lavoro riguardano 6 occupati su 10. […] Aumenta il lavoro dipendente a tempo determinato soprattutto con contratti di breve durata. Quasi la metà dei dipendenti a termine ha un’occupazione di durata pari o inferiore ai 6 mesi. Negli anni è aumentata anche l’occupazione part-time, che nel 2021 riguardava quasi un quinto degli occupati e nella maggioranza dei casi è involontario [cioè imposto dall’impresa al lavoratore]. Ed è proprio questa la forma di part-time che ha mostrato la crescita più consistente”. 

E ancora: “Va sottolineato come la diffusione di forme di lavoro non-standard abbia contribuito a un peggioramento della qualità complessiva dell’occupazione, comportando anche livelli retributivi mediamente più bassi. Le modalità di partecipazione, o non partecipazione, al mercato del lavoro sono tra le determinanti più significative della condizione di povertà. La povertà assoluta, nell’ultimo decennio, è progressivamente aumentata e, nel biennio 2020-2021 ha raggiunto i valori più elevati dal 2005, coinvolgendo oltre cinque milioni e mezzo di persone. […] Il fenomeno ha inoltre progressivamente coinvolto sempre più famiglie di occupati […] ed è molto aumentata la povertà dei minori e dei giovani”.

Se questa è la realtà italiana, una sinistra che fosse davvero sinistra e progressista nei fatti e non solo nella propria auto-definizione auto-referenziale (Letta: “Il PD è la sinistra”) dovrebbe intervenire puntando sulla soluzione della crisi sociale con interventi drastici e radicali (in realtà avrebbe dovuto farlo già da tempo, facendo la voce grossa anche nel governo Draghi); ma soprattutto dovrebbe essere non solo contro la destra raccogliendo tatticamente, per le elezioni, pezzi politici diversi per evitare la débâcle imposta da una pessima legge elettorale, ma avere una visione del futuro, dimostrarsi responsabile verso le prossime generazioni (i giovani di oggi e chi dopo di loro), presentare un piano di redistribuzione della ricchezza, prospettare un’azione decisa sul fronte ambientale ben oltre la finzione ecologica impersonata dal ministro Cingolani. E invece, ancora silenzio, al di là di qualche parola retorica, un silenzio che dura ormai dalla famosa implorazione di Nanni Moretti a D’Alema – “dite qualcosa di sinistra, qualcosa di civiltà!” – nel film Aprile, del lontano 1998 (una sequenza da rivedere) poi ripresa più volte.

Oggi è la destra – soprattutto Meloni (all’opposizione del governo Draghi), con Salvini che torna a rimasticare il tema dei migranti facendosi riprendere ancora avendo sullo sfondo riproduzioni di santi e di madonne, e poi con Berlusconi che sogna di diventare Presidente del Senato e allora sarebbe la beffa crudele e cinica del destino impolitico dell’Italia, coprendola di ridicolo agli occhi del mondo (di quello serio e illuminista) – oggi è ancora la destra, quasi come cento anni fa, a intercettare il disagio sociale, l’impoverimento di massa, la rabbia degli emarginati; allo stesso tempo offrendosi come alternativa (ma alleandosi paradossalmente con Lega e Forza Italia che erano e sono invece nella maggioranza draghiana) e a soddisfare il loro animo di schiavi ma anche il loro ricorrente bisogno di un padrone o almeno di un padre (nel caso, di una madre) forte e capace di offrire autorità e una illusione di sicurezza e di ordine. 

Il paradosso è che Meloni è appunto neoliberale e filo-capitalista più di Draghi e più del PD: ovvero, gli italiani che la voteranno (con Salvini e Berlusconi) sceglieranno non la cura/uscita dai disastri sociali e ambientali prodotti dall’ideologia neoliberale e tecnofila negli ultimi trent’anni, ma la continuazione di quelle politiche con altri mezzi e con altre forme, perfino peggiori. Certo, rispetto al neoliberale PD, Meloni ha appunto il vantaggio di essere stata all’opposizione e questo la fa sembrare diversa – ma appunto, solo sembrare. 

Servirebbe che il PD dicesse/facesse qualcosa di sinistra uscendo dal neoliberalismo, ma per farlo occorrerebbe avere chiaro il concetto di sinistra e conseguentemente generare un vero cambio di paradigma economico, sociale e ambientale.

Altrimenti torniamo alla Matita nell’occhio di Franco Cavani – e a Shakespeare.


I gigacapitalisti li arricchiamo noi

Come promettere a cittadini ed elettori di diventare protagonisti e trasformarli in inconsapevoli comparse 

Scriveva Mark Zuckerberg a un amico agli inizi di Facebook. “Ho oltre 4000 email, foto, indirizzi, screenshot”. E l’amico: “Ecchec…?! E come sei riuscito ad averli?”. E Zuckerberg: “La gente me li ha dati spontaneamente. Non so perché. Perché si fidano. Coglioni che non sono altro”. 

In realtà Zuckerberg lo sapeva benissimo il perché e non era perché si fidano. Piuttosto, perché siamo conformisti per vocazione (troppo faticoso essere autonomi e responsabili), perché ci piace il gossip, perché siamo tutti narcisisti, perché abbiamo la volgare tendenza – praticamente illimitata e facilmente eccitabile – a mettere in piazza i fatti nostri in cambio di un po’ di divertimento e di intrattenimento, oltre che dei fatti degli altri. Se poi tutto questo genera dati e quindi lucrosissimi profitti per chi gestisce il social, dati che noi cediamo gratuitamente producendo la più grande agenzia di spionaggio e di pubblicità mai realizzata nella storia – appunto Facebook (oggi Meta) secondo lo scrittore John Lanchester – siamo coglioni due, tre, mille volte di più. 

“Ed è proprio grazie alla conoscenza approfonditissima di quel che ci passa nella capoccia che Zuckerberg diverrà il più corteggiato dall’industria pubblicitaria”, permettendole di invadere ancora di più la nostra vita con messaggi non più generalisti bensì mirati e personalizzati grazie ad algoritmi predittivi (dei nostri comportamenti futuri) e di accompagnamento, a loro volta generati grazie alla nostra profilazione. Così ci trasformiamo in merci che si mettono in vetrina in rete in dati, cioè in numeri che vanno a comporre il Big Data/Grande Fratello – e forse è anche peggio che essere merci e cose/res (ne scriveva, tempo fa – di reificazione, di alienazione – un signore di nome Karl Marx, chissà cosa direbbe oggi…). 

Dati ad elevatissimo valore di scambio (ancora Marx) per il capitale (e i capitalisti) e dove la nostra vita intera è messa a profitto per pochi in quel capitalismo della sorveglianza magistralmente descritto da Shoshana Zuboff nel suo saggio omonimo (Luiss University Press). Ovvero: la sorveglianza di massa da parte del capitalismo, peggio dei totalitarismi politici del Novecento.

Eppure, guai a vivere senza social, guai a non ricercare sempre più like – che sono poi la tecnica di human engineering usata per generare la nostra dipendenza dai social, fabbriche per la produzione di dati. Sì, dipendenza, Facebook lo sa e ne approfitta grazie alla dopamina, neurotrasmettitore del piacere, che ogni like produce/attiva in noi, smaniosi di essere visibili e apprezzati dagli altri e di avere tanti amici – e amicizia era la parola magica di Facebook ai suoi inizi, ve lo ricordate? 

Amicizia, condivisione e like sono quindi una merce/cosa ma soprattutto sono un mezzo di produzione di dati, in una società che deve essere per altro sempre più individualista, egoista e competitiva, ma dove è lo stesso sistema che ci de-socializza – il tecno-capitalismo – che insieme produce poi per noi le opportune compensazioni emotive (i social, appunto; il dover condividere), per farci sentire meno soli.

E se ancora pensate a zio Paperone che nuotava nell’oro, dimenticatelo. Ora ci sono i gigacapitalisti – e li abbiamo creati noi e ogni giorno (navigazioni in rete, selfie, cookies accettati, condivisione, eccetera) li arricchiamo sempre di più (siamo coglioni, appunto). Perché se i ricchi sono sempre esistiti – scrive Riccardo Staglianò, giornalista di Repubblica, in un suo agile e leggibilissimo (e godibilissimo) Gigacapitalisti (Einaudi) – quelli di una volta erano mega-capitalisti, oggi sono diventati giga-capitalisti. E ogni giorno, come fedeli devoti, tutti ne adoriamo la persona e/o il brand, perché non viviamo senza smartphone, senza like e andiamo in panico se abbiamo pochi followers o se non compriamo qualcosa su Amazon o se non condividiamo l’ultimo selfie. 

Nell’immaginario collettivo – aggiungiamo – sono visti come visionari e futuristi perché (dicono di sé) costruiscono per tutti noi un futuro meraviglioso e amichevole, fatto di armonia e di progresso. In realtà futurismo è termine che dobbiamo a Marinetti per il quale (1909) una vita autentica doveva essere fatta di culto della macchina, di velocità e di accelerazione dei ritmi di vita, del prodotto industriale, insieme al mito dell’azione e del fare senza pensare, delle parole in libertà, della guerra come igiene del mondo. Che è esattamente ciò che perseguono i gigacapitalisti e la Silicon Valley di oggi – dove la macchina è la rete e lo smartphone; l’accelerazione è il tempo reale e l’istantaneità; l’azione è il fare a produttività crescente, senza pensare; le parole in libertà sono blog e fake news; e la competizione economica è la guerra come igiene neoliberale del mondo – vendendocela però per progresso. Un tempo, capaci di visione e di essere modelli di etica erano uomini e donne come Robert Kennedy, Martin Luter King, Gandhi, il dottor Schweitzer (qualcuno se lo ricorda?), Mandela, Maria Montessori, Simone Weil, Simone de Beauvoir, ecc.; oggi, a guardare i media mainstream, visionari sono solo i gigacapitalisti. Come siamo caduti in basso.

Ma torniamo a Staglianò, che scrive (e sue sono anche le citazioni iniziali di questa nostra riflessione): “I patrimoni dei Bill Gates, Jeff Bezos, Elon Musk, Mark Zuckerberg del mondo hanno raggiunto dimensioni incompatibili con un buon funzionamento della democrazia. Nel senso che quelle spaventose quantità di denaro si traducono inevitabilmente in altrettanto potere. Compreso quello di interferire con le leggi che decidono ad esempio quante tasse far pagare e a chi – e vale la pena rammentare come questi signori hanno tutti almeno due mestieri: il proprio e quello di elusore fiscale. Studiandone le biografie, il topos più ricorrente e storicamente inedito [in realtà, aggiungiamo, non proprio inedito, pensiamo alla Compagnia delle Indie orientali] è che si tratta di privati cittadini in grado di fare cose prima appannaggio solo degli Stati”. 

Ad esempio: Bezos “si candida a diventare l’emporio unico dell’umanità. Prima di Musk nello spazio c’erano andati solo Russia, Stati Uniti e Cina. E infine c’è Zuckerberg, di cui sempre più commentatori (e investitori) chiedono la testa per offrirla in pasto alla pubblica opinione scandalizzata [in realtà, non più di tanto] dalla serie crescente di rivelazioni su un cinismo aziendale innalzato a forma d’arte. E parliamo di uno che, se la sua creatura fosse appunto una nazione, con quasi tre miliardi di cittadini, sarebbe a capo di un Paese più popoloso della Cina. Con un livello di sorveglianza, sia detto per inciso, che Pechino si sogna”. Ovvero, abbiamo a che fare con imprese della manipolazione attraverso l’economia dell’attenzione – un altro modo di fare human engineering – perché più tempo passiamo sui social attirati da “soldi, sangue e sesso” oltre che da fake news e dalla violenza verbale, più dati produciamo e più profitti creiamo per i social. 

Eppure, “i gigacapitalisti sembrano più amati che disprezzati”, scrive anche Staglianò: il che la dice lunga sulle nostre psico-patologie, sul nostro confondere libertà apparente con asservimento sostanziale, sul nostro credere che in rete tutto sia gratis e che tutto sia veramente nuovo e diverso dal passato. Colpa anche “dell’eterno elemento afrodisiaco del potere, di politici spesso non all’altezza della situazione [se non collusi; e rimandiamo al nostro Uber files] e di tanti giornalisti – oh quanti,  che si bevono la retorica siliconvallica di rendere il mondo un posto migliore o che di ogni nuovo smartphone non trovano di meglio da dire che è il migliore di sempre – giornalisti che preferiscono vestire i panni dei cheerleaders che quelli dei guastafeste”. 

Guastafeste che è – invece e per fortuna – Riccardo Staglianò. Al cui libro rinviamo per i dettagli e per attivare in tutti – speriamo – un po’ di doverosa indignazione. 

Ma poi: cosa fare e come “contro una manciata di plutocrati che non ambiscono a influenzare solo che cosa compriamo, ma anche che cosa pensiamo?” E che appaiono davvero too big to fail? Certo, non è facile, eppure “bisogna provarci”. Con “tasse giuste, leggi migliori, più diritti ai lavoratori sfruttati e una nuova consapevolezza collettiva” – dice Staglianò. Un tempo però queste erano idee normali in una società giusta; oggi sono l’eccezione in una società sempre più ingiusta – con Stati che anzi fomentano e sostengono deliberatamente l’elusione/evasione fiscale del Big Tech. Dobbiamo quindi tornare alla normalità e a un vivere giusto e riscoprire un concetto che il tecno-capitalismo (neoliberalismo & tecnologia) ci ha fatto dimenticare: la giustizia sociale. Cui va oggi aggiunta la giustizia ambientale. 

Cosa non facile, appunto. Però bisognerebbe provarci.